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DI QUELLA PIRA

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La vita non prevede uno spartito. Ma impone di cantare, ciascuno come può.
Un racconto, forse sul tempo, sia cronologico che musicale.
Di sicuro su due romanze, un tubo marrone e un mare verde.
Pubblicato qualche giorno fa su Versante Ripido, dove è possibile leggere anche i commenti, a questo link:
http://www.versanteripido.it/di-quella-pira-mugnaini/ .
Buona lettura, e buon “ascolto” del mistero dei misteri.
IM

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 DI QUELLA PIRA

storia di due romanze, un tubo marrone e un mare verde

pira

 

        Ogni volta che nella casa di riposo per musicisti si celebrava una festa di compleanno, Edoardo si premuniva di viveri e generi di conforto, si barricava in camera, e si preparava a sostenere la più strenua ed eroica resistenza. Il rituale che accompagnava quei pomposi ritrovi periodici gli ricordava la cerimonia di presentazione dello scheletro di un dinosauro, rimesso insieme osso dopo osso ed esposto nel padiglione di paleontologia di un museo. Quella sera però non poteva eclissarsi nella sua stanza, come suo costume e come avrebbe desiderato: il compleanno in questione era il suo. Si vestì in modo decente, fece un lunghissimo respiro, allargò a forza i muscoli della bocca fino a far apparire qualcosa che somigliasse a un sorriso e uscì fuori dalla camera, quasi di corsa, pronto ad affrontare il tremolio delle candeline, pietosamente simboliche in quanto a numero, e il tremolio delle voci dei suoi anziani colleghi che intonavano un «Happy birthday» pietosamente simile ad un sospiro.
         Passando davanti a uno specchio Edoardo gettò un’occhiata a quel vetro lucidato di fresco che rifletteva con crudele fedeltà la sua immagine. Il suo fedelissimo sorriso amaro non tardò a scavare un solco di un colore più tenue sul suo viso. Immediatamente, per ironico contrasto, si fece strada nella sua mente l’immagine di una foto che sua madre gli mostrava sovente, inorgoglita, nella quale appariva come un paffuto neonato sdraiato nudo su un letto matrimoniale, col volto ilare e con la stessa consapevolezza del motivo del proprio sorriso della vecchia bambola di plastica, solenne e grottesca, posta a sedere tra i due cuscini.
         Edoardo ricordò che sua madre ogni volta che tirava fuori quella fotografia mezza scolorita gli diceva: «Com’eri bello! Bello come il sole! E pensare che eri nato alla rovescia. Eri girato dalla parte sbagliata, come se volessi tornare indietro, come se avessi paura o non fossi pronto… o come se ci avessi ripensato, chi lo sa… ma l’ostetrica era brava e cocciuta, e l’ebbe vinta lei, e venisti fuori, bello e sano, gridando forte come non s’era mai sentito prima».
         Forse per il dolore – pensò Edoardo con un nuovo ghigno di sarcasmo – o forse perché, ancora prima di nascere, avevo già perduto una battaglia.
        Le parole di sua madre ora, di fronte a quella torta e alle fiammelle delle candeline colorate ormai quasi del tutto consumate, come il suo tempo, assunsero per lui un senso nuovo, rivelatore. Per lunghi anni gli sembrava di aver corso a rovescio, a ritroso, sempre in cerca di qualcosa che non sperava di trovare davanti e che cercava, follemente e ostinatamente, dietro di sé.
Eppure la sua vita non era stata un vuoto fallimento, anzi. La sua carriera di cantante lirico era stata più che brillante, come dimostravano le locandine dei concerti e delle tournée, le incisioni e le copertine delle riviste che conservava in un cassetto del comodino, su una delle quali veniva addirittura definito «La voce del 1957».
         Edoardo però non era soddisfatto. Aveva una penosa, subdola consapevolezza dei propri limiti, o meglio dei limiti che lui stesso si ritagliava addosso, ripetendo in continuazione a se stesso che ciò che aveva raggiunto non era abbastanza e impantanandosi di proposito sul terreno di improbabili, ingrati confronti con veri e propri miti del passato, casi unici e irripetibili, baciati dalla sorte oltre che dal talento. Restava testardamente sordo alla voce del buon senso, e non riusciva a reprimere un moto interno d’ira ogni volta che si trovava tra le mani una di quelle foto in bianco e nero che lo ritraevano su un palcoscenico, a bocca spalancata e con un braccio immancabilmente sospeso per aria, o nell’atrio di un teatro, in mezzo a reporter e ammiratori.

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Edoardo odiava e temeva le foto. Ciò che lo inquietava in esse era il loro potere di bloccarci, intrappolandoci senza via d’uscita nell’attimo nudo delle nostre assurdità, privandoci del fluido mistificante del movimento, il gesto che confonde i contorni lasciandoci lì, con quegli oggetti inutili in mano e quegli sguardi straniti sul volto, sempre fuori tempo, anzi, sempre dentro il tempo, dentro la gabbia di un passato che anche dopo un breve attimo è già lontano, svanito, irriconoscibile.
         Nessuno avrebbe mai potuto indovinare che una delle fotografie che maggiormente lo spaventavano era quella in cui era ritratto a fianco di un’ammiratrice, intento a firmarle, con volto sorridente, il più classico degli autografi. La ragazza sconosciuta lo guardava estasiata mentre scriveva il suo nome sul poster che gli aveva porto. La foto non diceva che quella giovane donna un attimo dopo aver avuto indietro la sua preziosa reliquia era corsa soddisfatta nella sua umile casetta dal fidanzato o dal marito, mentre Edoardo era rientrato a passo lento nella suite del suo grande albergo, da solo, a pensare al concerto mai realizzato, quello con il suo sogno, la donna del suo cuore.
         Il trillare insistente del pianoforte, solcato dalle dita zoppicanti di un musicista fallito, autore di canzonette e marcette infantili, riportò Edoardo alla realtà, e al ruolo di festeggiato. Di fronte a lui, in suo onore, una ex ballerina di fila, ridotta ormai ad un misero vestitino multicolore sballottato per aria dagli sghignazzi del tempo e della morte, continuava a danzare in cerchi concentrici come la figurina di un vecchio carillon. E intanto i busti dei compositori, quelli veri, osservavano la festa con volto scontroso e impietosito. Beethoven avrebbe desiderato essere cieco oltre che sordo.
      Esasperato dalla monotona, innocua, terrificante normalità degli attimi che scorrevano, Edoardo cominciò a cullare nella mente il progetto della fuga. Non posso resistere un attimo di più in questo mausoleo autocelebrativo per statue di cera ancora vive… sì, ancora vive… ancora per poco, ma vive – si disse. Trovò una scusa, tanto banale quanto incontrovertibile, e sparì, inglobato dallo spazio familiare della sua stanza. Riesumò la vecchia valigia che aveva dimenticato in un angolo, la riempì delle prime cose che gli capitarono a tiro, quindi sgattaiolò fuori, attraverso la portafinestra che dava sul balcone, e da lì sull’erba del giardino, all’esterno, finalmente.
         La sala d’aspetto della stazione era affollata, nonostante l’ora notturna. Sembrava che la gente fosse accorsa in massa, intuendo per istinto che stava per aver luogo uno spettacolo. Il protagonista apparve puntuale sulla scena. Il costume che indossava non lasciava adito a dubbi: recitava la parte del barbone. Quando apparvero le comparse però, dalle loro divise azzurre e dal loro sguardo apatico e concentrato, tutti quanti si resero conto che in realtà si trattava di una di quelle rappresentazioni gratuite gentilmente offerte dalla compagnia semistabile della vita. Il barbone fu invitato con cortese freddezza ad esibire un biglietto, anzi un “titolo di viaggio”, che, ovviamente, non apparve, dopo di che fu scortato all’esterno, come un capo di stato. Dopo cinque minuti riapparve dal lato opposto, sereno come un angioletto. Il suo metodo era semplice ma efficace: salire su un treno a lunga percorrenza, uno a caso, sdraiarsi e dormire per qualche ora al caldo in quella «quasi-casa», finché non veniva scoperto e fatto scendere.

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Lo sguardo e i pensieri di Edoardo si soffermarono su di lui. Che differenza c’è? – si chiese. Tutto ciò che ci distingue è questa mia valigia di lusso e questo biglietto di prima classe. Per il resto siamo uguali – pensò. Entrambi fuggiamo da qualcosa, entrambi non sappiamo dove andare e non sappiamo in quale luogo ci condurrà il caso. Sappiamo solo che come compagni di viaggio avremo rimpianti e isteriche illusioni. Lo guardò ancora un istante, poi, d’un tratto, si alzò e si offrì di pagargli il biglietto per il suo prossimo treno, non prima però di essersi scrollati il freddo di dosso con un paio di bicchieri. Agostino il barbone, sbalordito da quelle parole rivolte a lui da un signore che indossava un cappotto col quale avrebbe potuto comprare sigarette e liquori per un anno e sette mesi, rimase a bocca aperta, e una mezza lacrima rigò un volto di carta vetrata, una faccia che aveva avuto per anni tanti motivi per piangere, che, paradossalmente, si era dimenticato come erano fatte le lacrime.
        Un istante dopo sciolse il freno alla lingua, e, contrastando l’emozione con uno sfoggio di disinvoltura, prese a braccetto il generoso signore come se fossero stati amici da sempre. Sembravano due distinti gentiluomini che vanno a passeggio; solo l’abbigliamento era lievemente diverso. Sull’onda dell’entusiasmo Agostino trascinò l’ignoto benefattore a «casa sua», non ci fu modo di declinare l’invito. All’interno dell’enorme pilone di un ponte ferroviario, in un’intercapedine usata un tempo dagli operai come deposito attrezzi, Agostino aveva installato la sua abitazione. Era un bugigattolo con le pareti di cemento armato, senza finestre, rivestito sul davanti da un «portone» grigio, di lamiera.

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Appena entrato Edoardo si trovò di fronte una gigantografia di Silvana Mangano, colta nell’attimo della sua splendida floridezza, con i piedi a bagnomaria, tra risi e sorrisi. «Ah, questa è la mia fidanzata. Ora è su, al nord, per il matrimonio della sorella. Torna la settimana prossima» – spiegò Agostino. Edoardo si girò, pronto a condividere con lui una bella risata, ma vide gli occhi del padrone di casa accesi di una luce calda e serena. Capì che non scherzava.

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Una foto più piccola, appesa sopra un traballante tavolino, mostrava un personaggio preso di spalle mentre stringeva la mano ad Albert Einstein. «Questo sono io – chiarì Agostino – e questo è un mio amico. Viene spesso qui… si gioca a carte e parliamo, un po’ di tutto. È un po’ svitato sai… ma è abbastanza sveglio, e tutto sommato è un bel tipo». Questa suppongo che sia la tua macchina, stava per osservare Edoardo quando scorse il poster di una Ferrari Testarossa sopra un improvvisato giaciglio. Ma si fermò un attimo prima di aprire la bocca.
         Il silenzio fu rotto ancora una volta da Agostino, che mise una mano sulla spalla del suo ospite, e gli sussurrò: «Mi sei simpatico. Ti voglio rivelare il mio segreto. Ora mi vedi così, in incognito, diciamo, ma io sono un grande cantante». Per dimostrare che non mentiva intonò un «Di quella pira» che fece quasi tremare le pareti, ma non riuscì, nonostante il tema della celebre aria, a scaldare lo stanzino.
«Te ne intendi di lirica? » – incalzò Agostino.
«Beh, sì… un po’ » – replicò Edoardo.
«Bene! Allora cantiamo! », propose entusiasta il barbone.
Edoardo scosse la testa, con espressione cupa, e Agostino riprese a macinare parole. «lo ero il più grande tenore del mondo. Me lo disse Caruso, un giorno, e mi bisbigliò all’orecchio che era felice che io avessi scelto altre strade, perché non avrebbe potuto reggere la mia concorrenza ».
          Edoardo lo ascoltò con attenzione, guardandolo fisso in volto. Poi sorrise, con gratitudine.
      Bevvero insieme, fischiettando romanze verdiane e pucciniane, in un crescendo di allegria, finché le due teste bianche si reclinarono in avanti, una accanto all’altra, sul tavolo, sommerse dalla sonnolenza, e dal leggiadro peso del vino, dei sogni e della nostalgia.
          Intanto la vecchia stufa arrugginita in cui Agostino aveva provveduto a gettare cartone, buste di plastica e pezzi di copertone, esalava un fumo denso, nero e subdolo, da una crepa sottile che si era aperta in una delle spirali del tubo marrone che sbucava all’esterno come un serpente.

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       Dalla foto ritagliata da un libro e applicata al muro con un pezzo di scotch annerito, un panorama immenso e indistinto, forse una pianura, o magari un mare verde solcato da onde incessanti, osservava la scena. Presto avrebbe accolto il fiume dei loro ricordi e il legno delle loro radici. Avrebbe finto stupore, e li avrebbe fatti cantare insieme, applaudendo entrambi con eguale entusiasmo.

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CARNE ED OSSA

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Un mio omaggio a Don Chisciotte e a Sancho (alla presenza di entrambi in noi), alla Harley e alla Vespa, al litorale di Ostia e alla Thailandia, alla realtà nel sogno e al sogno nella realtà.
Pubblicato originariamente su Poetarum Silva http://poetarumsilva.com/2015/10/19/ivano-mugnaini-carne-ed-ossa/ ,  con una nota di Anna Maria Curci che ringrazio.    IM

CARNE ED OSSA

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Questo brandello di periferia non è cambiato. Tutto intorno spuntano i funghi violacei delle insegne di Macdonald’s e Benetton. Qui sussiste ancora l’asfalto ruvido e gomma di antiche sgassate. Si sente l’odore del mare come un ricordo scomodo, uno sbadiglio immenso al di là della pineta da cui pare arrivare ancora la voce stridula di Pasolini, il canto, l’urlo interminato. In questa parte del globo, sotto un sole che esplode nella testa come una marmitta spaccata, si estende il litorale di Ostia. Un viale così lungo che, a metà, ti scordi lo scopo del viaggio. Ti viene voglia di tornare indietro, fermarti a bere una limonata o sporcarti per bene addentando una fetta di cocomero fresco nell’unico chiosco che, più tenace e impalpabile di un miraggio, scorgi laggiù, sempre a distanza di un chilometro, dritto davanti a te.

Quando attraverso il viale a tutta manetta sulla mia Vespa truccata a dovere da un amico, il silenzio sparisce. Si rifugia tra i pini, sotto gli aghi, tra i cespugli e le dune. Le vibrazioni sono così continue che a volte rischio di addormentarmi. Tolgo le mani dal manubrio e mi lascio cullare. Non stamattina però. Oggi so dove andare. È tornato. È di nuovo qui. Non si è lasciato fermare da giganteschi mulini a vento né da schiere di guerrieri bellicosi, figuriamoci se potevano intimorirlo le barriere del tempo e dello spazio. Le ha superate di slancio con volto altezzoso. Mi ha raggiunto. Sapevo che sarebbe arrivato. Era solo questione di tempo.

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Mi ha dato appuntamento sul piazzale di fronte alla spiaggia. Eccolo, riesco già a vederlo, il Cavaliere dalla Triste Figura. Tuta nera da motociclista, ray-ban fumé color prugna e un foulard grigio quaresimale attorno al collo. Mi saluta con un gesto breve del capo come se ci fossimo visti qualche ora fa. Ha ragione lui: qualche ora o qualche secolo in fondo sono la stessa cosa. La quantità, nel sogno, non conta. Resta la consistenza di una sola immagine, la sua, la nostra. La sua Harley gira lenta come un carillon e riprende il ruggito ovattato, e io ruoto con mano tremante l’acceleratore e mi affianco a lui, mezza ruota dietro, per la precisione. Come ai tempi d’oro. Lui avanti con Ronzinante e io dietro sul fedele mulo. Oggi per la verità la disposizione è stata studiata dal Cavaliere in funzione antitraffico. Mi ha invitato a stargli sul lato destro, un po’ avanti, certamente, ma non troppo. Di modo che, nel caso in cui qualche pirata della strada dovesse sbucare a tradimento da qualche incrocio, prenderebbe prima me. Io gli copro il fianco destro. Sono lo scudo oltre che lo scudiero. Ma va bene anche così. Procediamo in silenzio con la brezza estiva che ci sfiora la faccia. Teste alte e sguardo verso l’orizzonte, in direzione del sole. Due corpi e due ombre sul viale antico che conduce al mare. Certo, la mia ombra è diversa dalla sua. È più tozza, meno slanciata. Cerco di stare più in alto possibile con le spalle, mi alzo gradualmente sul sellino e sulla pedana fino a restare per qualche secondo in punta di piedi, rimango in apnea rischiando di scoppiare per far rientrare la pancia, ma non c’è niente da fare. Non riesco a somigliargli. È differente, nel sentire e nel fare, nel fisico e nel cervello.

E pensare che, da mesi ormai, da anni, facciamo tutto di nuovo assieme. Tutto. Come quella volta che, per pagarci un viaggio in Thailandia, abbiamo deciso di rapinare un ufficio postale. Uno piccolo, di campagna. L’impresa a me era parsa fattibile, e anche il mio compagno di viaggio l’aveva trovata alla nostra portata, anche se, immancabilmente, aveva esaltato l’impresa paragonando le poste del borgo sperduto di Priegonza a Fort Knox. Il Cavaliere Triste mi aveva affidato un compito di grande rilievo e responsabilità: fare il palo. Lui è entrato lento e determinato come il Clint Eastwood de “Il Cavaliere Pallido”, evidentemente un suo parente, o perlomeno un affine, uno della stessa stirpe. È uscito un paio di minuti dopo frettoloso e spaurito come Ciccio Ingrassia in una parodia di un film di Dracula. Gli sono andato incontro per aiutarlo, per portarlo più velocemente fino alla moto. Mi hanno preso. Lui si è dileguato tra le viuzze mentre io e la Vespa venivamo bloccati e condotti al fresco.

La cella era stretta e buia. Niente a che vedere con i saloni dei castelli illuminati da enormi candelabri e le alcove di seta e damaschi che sognavo ogni notte. Un solo pensiero mi consolava. Mi dicevo che, visto il menu che mi passavano i miei ospiti in divisa azzurra, sarei diventato un figurino. Il mostro vorace del metabolismo sarebbe stato sconfitto, annientato come un viscido drago dalla spada di un novello San Giorgio. Sarebbe rimasta solamente l’ombra magra di me. Fine, eterea, emaciata, degna di porsi spalla a spalla con il mio compagno di viaggio.

Non è stato così. Neppure rimanendo a pane ed acqua o giù di lì per un paio di mesi sono riuscito a trasformarmi. Evidentemente non sono io che possiedo il metabolismo, è lui che possiede me. Siamo un tutt’uno, un corpo solo. Ed il nostro corpo è florido, abbondante, debordante. Sono stato lieto, nonostante tutto, di ricollocare la mia massiccia figura sul sellino della Vespa e riassaporare la libertà. Tale sapore per me coincide con un odore: l’olio e il carburante di una Harley del sessantasette. Sono stato felice di trovarlo all’uscita della galera ad aspettarmi. Non ha detto una parola. Mi ha fatto cenno di seguirlo e si è diretto con una specie di sorriso sulla strada delle Dulcinee. È una traversa sterrata piena di buche e pozzanghere che nessun sole riesce ad assorbire del tutto. Lui la conosce a memoria. Ha salutato una Dulcinea di origine ucraina e si sono diretti assieme nel folto del bosco. Prima di sparire si è voltato verso di me e mi ha invitato a fare altrettanto. Gli ho sorriso annuendo. Sentivo su di me decine di sguardi. Le ho guardate anch’io, di sbieco, per qualche istante. Lei non c’era. Non c’era la mia Dulcinea. Lo so, è assurdo, ma quel giorno, soprattutto quel giorno, avrei voluto solo lei. L’ho conosciuta accompagnando il mio amico lungo il viale delle eterne pozzanghere. Capita sempre che lui sparisca a fianco di una minigonna di pelle nera e una parrucca rossa o biondo platino. Io rimango lì, passeggio verso il mare. Oppure lo penso, lo sogno. Un pomeriggio mentre aspettavo che il Cavaliere avesse concluso la nobile impresa con una pulzella dalla pelle di mogano, ho incrociato lo sguardo con quello di lei. Era più giovane, più semplice, più vera. Sul viso solo un filo di trucco e negli occhi la luce di una tristezza aperta alla visione del cielo, al profumo dell’aria. Sembrava lì per errore, per aver percorso a passo di danza, persa in un gioco non suo, il sentiero che porta dalla spiaggia alla pineta. Lo so, sbaglio tutto. La idealizzo, immagino invece di guardare, divago invece di riflettere. Sbaglio, è vero, ma so che lei è diversa. È mia. La mia Dulcinea. E spero, anzi sono certo che il Cavaliere dalla Triste Figura non la avrà. La sorte farà sì che non la incontri mai. Oppure, se le loro strade si dovessero incrociare, lei gli dirà di no. Si rifiuterà, scrollerà la testa serena e irremovibile, e penserà a me. La mia Dulcinea non mi tradirà. È un’illusione, una chimera, sicuro, ma non posso farne a meno.

Forse ho letto troppi libri, o magari ho letto i libri sbagliati, quelli pieni di materia incorporea. Li ho letti di contrabbando. Sono amico del Cavaliere anche a casa sua, non solo lungo i viali. Un giorno mi ha chiesto di aiutarlo a fare l’inventario dei volumi della sua biblioteca. Mi ha chiesto di dargli una mano poi è andato in giardino a scolarsi una mezza dozzina di birre fresche. Un regalo migliore non poteva farmelo. Ha dei libri meravigliosi. Alcuni li ho sfogliati avidamente sul posto, ho divorato tutte le pagine che ho potuto, altri, lo confesso, li ho presi in prestito. Li ho rubati, sì. Ma non è un gran crimine. Il vecchio Don i libri li ha ereditati dal padre e li usa come soprammobili. Danno un tocco di classe, afferma, e fanno sempre un ottimo effetto alle ragazze colte che di tanto in tanto riesce a portarsi a casa. Non credo che ne abbia mai aperto qualcuno. La polvere è un velo omogeneo, un fedele sigillo.

Il mio amico Chisciotte è un tipo pratico, tutto d’un pezzo. Sono io, ebbene sì, a mettergli in testa idee balzane. Gli parlo dei libri, degli eroi, e gli faccio capire che gli assomiglia, che è identico a loro. Identico, come vorrei essere io. Sono io che leggo molto e dormo poco. Lui, per sua fortuna, non conosce alcun tipo di insonnia. Di giorno però, quando procediamo allineati o quasi, gli parlo di imprese, di magie, di misteri. Gli suggerisco duelli per vendicare torti e ingiustizie. Vorrei andare io di persona, ma temo che gli avversari vedendomi scoppierebbero a ridere. Non ho il fisico, io. E neppure l’elmo. Va lui, allora. Lui ha la figura e il casco, quello da motociclista, nero, con il disegno di un dardo fiammeggiante e la visiera argentata, degno di Achille, di Paride. Va lui, compie le imprese, prende le botte, e dà la colpa all’”incantatore” immaginario, quello che gli fa scambiare i mulini a vento per giganti, lo conduce nelle bettole nella notte della foia e degli inganni, lo porta a sguazzare con uguale zelo nel sublime e nel volgare, nella melma e nell’etere, tra carrettieri e filosofi, fino a perdere il confine scoprendo vallate e sentieri ancora da esplorare.

Per anni sono stato il suggeritore, il rovello, il pungolo nel fianco della follia di Chisciotte. Ora siamo invecchiati entrambi. Sotto il suo casco nero e sotto il mio berretto di panno si sono infiltrati micidiali guerrieri bianchi e grigi. Sono cambiato io ed è cambiato lui. Non prende più taverne per castelli, non scambia branchi di tori e di porci per eserciti nemici, non si sogna di pagare qualcuno per provare a bastonare una Dulcinea ribelle.

Ora al posto dei tori e dei porci vede il vero: eserciti di bulletti coatti che si mettono di traverso al suo passaggio ostruendo il viale. Lui prova a forzare il blocco con la Harley e puntualmente viene disarcionato. Non ride più sarcastico, non impreca, non minaccia vendette micidiali. Si toglie la polvere di dosso, si gira lento verso di me e sussurra “Io sono nato per vivere morendo”.

Sì, ora è un poeta. Se solo anch’io riuscissi a modificarmi, a diventare un po’ più pratico, saremmo una gran coppia. Potremmo cavalcare ancora a lungo sulle selle dei nostri motori e goderci le luci calde dei tramonti. Adesso è saggio, il mio amico Don. Non si arrabbia più come una volta se i leoni svogliati gli voltano le spalle e gli mostrano il deretano. I giovani Rambo del quartiere lo ignorano, o lo irridono, ma lui sorride.

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È cambiato. Come me. Non so se sia una vittoria. La pazzia era un’illusione confortante. Ci costava lividi e ferite ma ci teneva vivi, agili, furtivi. Ora, troppo di frequente, il mondo ci appare una giostra senza sorriso. Noi procediamo a velocità moderata, sempre al di sotto del limite. Una volte mi chiedevo chi di noi due fosse il poeta. Chi aveva ragione e chi torto, chi viveva e chi moriva. Oggi la nostra corsa somiglia troppo a una processione, una marcia. Funebre. Bisognerà cercare la scintilla di un’ulteriore pazzia. Che ci salvi, o ci uccida, con sarcasmo. Bisognerà inventarci qualche forma di poesia nuova. Assurda quanto basta. Ossigeno d’alta quota, picchi svettanti dei Pirenei. Una nuova rapina fallita, un’altra Dulcinea fedele solo a se stessa. Uno sbaglio bello grosso, mulino di idee nuove che ci sommerga nella farina della follia.

Non importa più stabilire se il poeta si trova dentro oppure al mio fianco. Bisogna solo evitare ora che il solo poeta sia il tempo, che il solo verso, sia quello dei denti con cui tritura perfino le labbra del mito, il cammino, l’avventura ancora da scrivere. Conservare la tenacia antica di viaggiatori, la polvere e la pioggia sugli occhi, e qualche sogno, in carne ed ossa, da incontrare sul legno profumato di vino e di pane di una taverna incrociata per caso lungo la strada.

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Don Chisciotte, Sancho Panza: due figure affiancate, complementari nella loro opposizione, si prestano come poche, e in maniera molto efficace in questo racconto di Ivano Mugnaini, a una doppia lettura, empatica e critica, di avvicinamento/identificazione da un lato e di distanza, dall’altro,  per poter cogliere meglio la complessa vicenda di echi, modelli e richiami.

Voce della lettura empatica: «Come se la mia storia, i miei eroi – ma sono la storia e gli eroi di noi soavemente tenaci inattuali – avesse trovato corpo e si fosse incamminata per un sentiero verso il quale guidava da qualche tempo un bagliore indistinto, ma insistente«.

Voce della lettura critica: «Riconosco, oltre i modelli cinematografici (alle citazioni della pineta di Castel Fusano, oltre a quella, forse prevedibile, pasoliniana, aggiungo idealmente Ecce Bombo di Moretti e Borotalco di Verdone), altre interessanti frequentazioni dalla narrativa, in particolare Stefano Benni de Il bar sotto il mare e la concierge Renée de L’eleganza del riccio di Muriel Barbery). Convincenti i due stralunati eppur terrestri Quijote e Sancho, Zagor e Chico, Greg e Lillo, il cavaliere pallido e il suo scudiero che non si danno l’uno senza l’altro e che del passaggio a una situazione di “mutuo soccorso” dopo le incocciate contro i mulini a vento fanno tesoro di saggezza». (Anna Maria Curci)

IN ECCESSO

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Propongo qui IN ECCESSO, l’altro mio racconto pubblicato, assieme a HAPPY HOUR, su “L’Immaginazione” (nr. 289, settembre – ottobre 2015). Parla di divani, stracci, lotterie esistenziali, salite, panorami e vertigini curate e sconfitte.    IM

in ecc 9

 

IN ECCESSO

Estate, pieno agosto. Il mondo intero è o appare in vacanza. Per me niente di nuovo; solo molto tempo, troppo. Seduto da solo, straccio bianco e peloso su un divano quasi bianco e quasi altrettanto peloso, scorro uno dopo l’altro i numeri della rubrica del cellulare alla ricerca di qualcuno da chiamare o a cui scrivere. Nomi vecchi e nuovi in abbondanza; ma non ce n’è uno che vada bene. Da molti ho ricevuto torti, ad altri ne ho fatti. Sono archiviati. Su cento numeri non ne trovo nessuno contattabile, specialmente ora. A meno di chiamare farmacie o assicurazioni, o un tecnico del computer con cui fingere un guasto o un’urgenza. Guardo meglio, con più cura. Ci sono in realtà cinque numeri che di solito salto istintivamente con lo sguardo: mettono in difficoltà, appartengono a persone buone. Buone, sì, ma difficili. Anzi, buone perché difficili, troppo generose. Danno e chiedono in eccesso, vogliono sapere, informarsi, interagire, vogliono cambiare il mondo, vorrebbero cambiare me.

in ecc 8
Guardando le finestre sento un’afa dolciastra e molle nelle vene. Mi accorgo che l’estate è avanzata e tra poco sarà autunno: mi accorgo che non ho niente da perdere. Invio un messaggio ai cinque samaritani. A ciascuno scrivo che ho bisogno di lui o di lei soltanto, e che solo lei o lui può trovare il modo di convincermi ad uscire di casa. Le risposte non si fanno attendere, in breve mi trovo a dover considerare cinque proposte, cinque progetti di vita. Essere membro unico di una Commissione Giudicatrice implica vantaggi e svantaggi: non c’è nessuno che ti contraddice, ma non c’è neppure nessuno con cui prendersela in caso di errore.
La sola via di uscita è stabilire criteri limpidi e univoci di valutazione: vincerà chi riuscirà a farmi fare la cosa più difficile. Come premio avrà questo straccio di vita, con la possibilità di stringerlo e strizzarlo a suo piacimento. Un trofeo di scarso valore intrinseco, ma di notevole valore simbolico, per loro, per i miei accaniti benefattori. Un po’ come il drappo del Palio di Siena per i contradaioli.

in ecc 5
Flavio mi propone di catapultarci insieme nella discoteca Technomatic di recente inaugurazione, musica moderna da far saltare per aria le casse, ma, a suo dire, nella semioscurità la nostra effettiva età anagrafica resterebbe celata, clandestina, e, di sicuro, potremmo abbordare qualche procace adolescentina capricciosa.
Piera mi prospetta una cena di classe: un revival degli anni del liceo, dei gloriosi fasti che, a sentir lei, hanno preceduto la Maturità. “Vieni tranquillamente – miagola – tanto tutti quanti abbiamo qualche capello in meno e qualche ruga in più. Nessuno ci farà caso. Ascolteremo musica dei mitici Anni Ottanta, e, se ci prenderà la nostalgia, la combatteremo raccontandoci le nostre vite, ciò che abbiamo realizzato, i resoconti, i bilanci”.
La cura che vorrebbe prescrivermi Massimo invece è molto più semplice. Si tratta di una sorta di elettroshock: andare in cerca di prostitute, una per ciascuno, e vedere volta per volta chi ha il coraggio di andare con quella più oscenamente brutta e sconcia.
Nello è di tutt’altro avviso: è convinto che ciò che può salvarmi è un ritorno alle radici. Mi invita a ripresentarmi a sorpresa al bar del paese, tra facce che mi scruterebbero come un marziano per un’ora e più, sicuro, ma, alla fine, mi inviterebbero a passare la giornata giocando a tressette e aspettando che passi qualcuno per la strada per poterne parlare male; così, senza farsi sentire.
Ilaria mi invia il messaggio più breve in assoluto, poche parole secche e luminose come fulmini. Mi chiede di riprendere la passeggiata interrotta anni prima, quella che doveva portarci alla terrazza panoramica della nostra collina.

in ecc 10
La Commissione si riunisce e delibera: apprezzabili nel complesso tutte le proposte presentate, ma, per il grado di difficoltà, e, non ultima, per l’intrinseca imperscrutabilità attuale e potenziale, viene premiata la proposta della candidata Ilaria.
Ci troviamo alle otto di mattina ai piedi della salita. L’orario lo ha scelto lei, e sembra che abbia scelto anche il clima: un sole zelante, già sveglio e caldo, in grado di illuminare ogni millimetro degli occhi e della bocca. Mi saluta con gesto breve, Ilaria, come se ci fossimo visti la sera prima, come se quattro anni di silenzio e assenza non fossero mai esistiti. Inizia a camminare, e io di fianco a lei. Non mi chiede niente, non vuole niente, ascolta solo il mio respiro, sempre più affannato. Lei sembra una gazzella, io un leone spelacchiato e asmatico. Ma, come recita uno strano proverbio, ogni mattina un leone si sveglia e sa che dovrà correre per provare a sfuggire a una gazzella. Arriviamo, passo dopo passo, al vertice della collina. Là sotto c’è il mondo. Lei si siede sul parapetto e osserva, serena, immobile, io, torturato dalle vertigini, resto a due passi di distanza. Non apre bocca neppure adesso, Ilaria, si gode la vista della pianura e della città, la fa risplendere in sé, nei suoi gesti, nelle mani, nella quiete frenetica.

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Mi avvicino, quasi ad occhi chiusi, tremando mi arrampico sul parapetto e mi siedo. Abbracciato a lei il tremore svanisce, assieme alla voglia di vomitare, o di provare a volare. Sono seduto sul mondo, ora. Oscillo, ma riesco a rimanere in bilico sul legno saldo; ho nelle braccia e nello stomaco solo il suo calore.

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Estate, pieno agosto. Il mondo intero, anche in questo nuovo anno, è o appare in vacanza. Seduto sul divano bianco e non più peloso insieme a lei, non provo neppure a toccare il cellulare. Lei controlla ogni mio messaggio e ogni chiamata: vuole sapere chi, come, dove, quando e perché. Un po’ mi fa imbestialire, e un po’ mi viene da ridere. In fondo ora di tutti i torti fatti e subiti mi importa un bel nulla. Uso il cellulare soprattutto come sveglia, per far sì che la sua musica ci richiami alla coscienza del tempo, ogni tanto, prima di tornare, con lei, al sogno di un panorama reale, che ora, nella luce e nel buio, è ancora possibile guardare.

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SUONALA ANCORA SAM

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Lo ricordo benissimo. Lo ricordo, e, ne sono certo, porterò con me quelle immagini per sempre. Per me “Casablanca” non è un film. O meglio, non è solamente una vecchia pellicola. “Casablanca” per me è la gioventù, alzarsi alle cinque di mattina e non sentire un filo di stanchezza, correre per le strade con la fame di voci, suoni, odori, il coraggio e la voglia di guardare la vita dritto negli occhi. “Casablanca” è il mio lavoro di ragazzo, la finestra da cui mi sono affacciato per la prima volta per vedere come gira il mondo. Avevo sì e no diciassette anni. Un colpo di fortuna straordinario per me trovare un posto di lavoro a quell’età e con la guerra che metteva a ferro e fuoco il mondo intero. Mio padre grazie ad un amico impiegato della casa cinematografica era riuscito a farmi assumere con la qualifica di “trovarobe”. In realtà ciò che facevo era molto più vago e confuso. Un po’ di tutto e un po’ di niente. Un giorno ero costretto a galoppare senza tregua da un posto all’altro, quello successivo mi trovavo con le mani in mano a guardare la troupe e gli attori come uno spettatore qualsiasi. Ero una specie di fattorino del regista, un cameriere, un servitore muto. Se lui mi urlava “C’è bisogno della luna, Jim! Vammela a prendere”, io, senza aprire bocca, partivo e andavo. Tornavo con un enorme riflettore preso a prestito dalla caserma dei pompieri, oppure, quando non avevo voglia di faticare nel trasporto, mi ripresentavo trionfante con in mano un dollaro d’argento lucidato a dovere. Al regista andava bene in ogni caso. Piazzando la cinepresa in un certo modo riusciva a ricavare da ogni oggetto ciò che voleva. All’inizio credevo fosse una sorta di mago. Poi ho capito: è tutta questione di prospettiva.

Il regista di “Casablanca” era attento, preparato. Sono convinto tuttavia che anche lui, come l’intero set, gli attori, le maestranze, gli autori e gli sceneggiatori, fosse in qualche modo soggetto alla direzione di un regista ulteriore, invisibile ma estremamente abile. La sorte, il caso, il colpo di vento giusto che sposta la macchina da presa di quel centimetro necessario a trasformare un film potenzialmente mediocre in qualcosa da ricordare.

Il film della mia gioventù è nato come una scommessa, un azzardo, una sfida al buon senso, ed anche, per certi versi, al buon gusto. Qualcuno ha pensato che, con un budget misero, ridotto all’osso, si potesse ricostruire in uno studio hollywoodiano di seconda schiera il più trafficato dei porti nordafricani. Qualcuno ha ritenuto che si potessero ricreare le atmosfere di una città fascinosa e maledetta spandendo sul set un po’ di vapore acqueo a mo’ di nebbia. Qualcuno, temerario e fortunato più di Marco Polo, si è detto convinto che Humphrey Bogart, sì, proprio lui, fosse in grado di recitare un ruolo romantico.

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Ebbene, tutte le scommesse sono state vinte, questo è noto. Certamente meno noto è un particolare: sono stato io a consigliare a Bogart il trucco, l’escamotage vincente. Lui riteneva in totale sicurezza che per recitare fosse più che sufficiente possedere due tipi di espressione: con la sigaretta e senza. Io gli ho suggerito una variazione sul tema. Gli ho fatto notare che ogni volta che indossava l’impermeabile, un po’ per il freddo, un po’ per la minaccia incombente delle partenze, era giusto mantenere fissa la mandibola, marmorea, anchilosata nell’atto di mostrare severa virilità. Quando non portava l’impermeabile però, quando era in smoking o addirittura in giacca e camicia, poteva permettersi di muovere un po’ di più labbra, occhi e sopracciglia. Non tanto, è chiaro, comunque una specie di sorriso accennato o un moto quasi di emozione potevano starci. Erano legittimi.

Ha funzionato, sì, in qualche modo la cosa ha funzionato. Di me si fidava, Bogart. Forse perché in fondo era un duro dal cuore tenero, un timido, tutto sommato. Meglio confidarsi con un giovanotto imberbe che poteva essere suo figlio piuttosto che con il regista.

La Bergman invece mi ha sempre trattato con professionalità impeccabile. Bellissima, gelida. Un’alba, così la immagino, sopra una distesa di neve della sua terra scandinava. Lei, al contrario di Bogart, non necessitava di alcun consiglio, era sempre perfetta, costantemente a tempo, nei margini dei toni e delle battute. Ideale per interpretare ogni ruolo, credibile, vera sempre. E, di conseguenza, vera in nessun caso. Troppo perfetta anche nei fuori scena. Mai un accento fuori posto, un grido, una risata di quelle che salgono su dritte dallo stomaco. Perfetta, e micidiale. Ed il sottoscritto, con la sola scusante dell’età, pronto ad innamorarsene fottutamente. Perfetto anch’io in qualcosa: un perfetto deficiente. Ogni giorno aspettavo una sua parola, una frase, un gesto. Era sempre troppo concentrata, il copione in mano e la mente già rivolta alla scena successiva. Ho sognato più volte, lo confesso, un black-out generale. Le luci ed i riflettori che saltano all’unisono ed io, nel buio assoluto, mi avvicino a lei e la bacio. Questo però è un altro film. Il black-out non c’è mai stato, e se anche si fosse verificato il regista avrebbe urlato uno STOP colossale che avrebbe bloccato non solo me ma anche, per un istante, perfino i soldati impegnati a combattere sui fronti europei.

Già, la guerra. L’altra speciale alchimia di questo film un po’ anche mio è quella di essere stato girato in pieno periodo bellico, di parlare di spie, di partigiani, di agenti nazisti, di minacce e oppressioni, di guerra in una parola, e, nonostante tutto, di saperla fare scordare. Per qualche istante. “Casablanca” è una terra di nessuno, un luogo di confine tra realtà, finzione e realtà della finzione. Nascondiglio dalla verità, dalla logica, dalla costruzione esatta della mura e delle pareti di ogni pensiero, perfino della fantasia. E’ un giardino notturno illuminato da una luna di fortuna dove coltivare per un po’, senza dover scrutare spauriti il cielo e l’orizzonte, le malinconie private, quelle a cui si finisce per voler bene come a testarde allergie, polline di follie da gustare, a dispetto di tutto, con la calma solenne e infantile dell’autolacerazione.

A causa di ciò, o forse in virtù di questo, una mia amica ha definito il film, che anche lei in fondo ama, grottesco. Definizione esatta, ineccepibile. Grottesco, certo, come la vita. Improbabile e tuttavia capace di catturare, di trascinare a sé. Senza bisogno di metafore astruse. Con la sola potenza di attrazione della mistura di artificioso e ineluttabile, pietra e cartapesta, cipria e sudore.

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Non è un caso, perché nulla è casuale a ben vedere, che gran parte del film scorra come whisky all’interno della quattro mura del Rick’s Café Americain. Un bar, bordello e monastero, confessionale e gabbia di matti, circo di fenomeni, normalissimi in fondo, uomini e donne come tanti. Fuori imperversa la guerra e nel bar di Rick si ritrovano, attratti l’uno dall’altro come calamite, i fuggiaschi, gli avanzi di galera, i perseguitati, gli sciacalli, le vittime e i carnefici. Insieme, perché gli uni senza gli altri non hanno senso. Tutti insieme e ognuno contro tutti. E contro se stesso. Uniti solamente, forse, da un sogno indicibile ma vivissimo: dimenticare la guerra che tintinna macabra anche nei bicchieri posati sul bancone da unghie laccate. Il sogno più grande è quello di poter dire alla guerra cosa e quando deve suonare, quali note, quali silenzi. Come se fosse, la guerra, un quieto pianista di colore. Farla suonare note agrodolci, carezzevoli. Lento carillon dell’anima. Sì, tra i tavoli di quel bar tutti pretendevano di comandare a bacchetta il bonario pianista. Lui faceva segno di sì con la testa a chiunque. Ho paura però che fosse lui in realtà a condurre la danza: un accordo in più o in meno fatto scivolare con apparente distrazione, una nota squillante o stonata e voilà la différence. La distanza che separa un incontro da un addio, un bacio da un sospiro. You must remember this/ a kiss is still a kiss/ a sigh is just a sigh/ the fundamental thing to know/ as time goes by.

Un pomeriggio, tra una ripresa e l’altra, ho parlato col pianista. Gli ho detto che ha proprio ragione: un bacio è un bacio e un sospiro è un sospiro. Il resto è teoria, granelli di sabbia nel vento. Lui, in fondo, suona quello che gli pare, e la guerra continua a frantumare case, ponti, ricordi, progetti. Dice di sì a tutti, Sam the pianist, poi fa come vuole lui. Ride di sicuro, in segreto, anche e soprattutto quando gli avventori cercano di scordare qualcosa di più potente perfino della stessa guerra. “Ti avevo detto di non suonarla più!, gli urla Bogart in una celebre scena. Certo! Come se bastasse zittire una canzone per cancellare dalla mente Parigi, le labbra e i capelli della Bergman, le parole, le promesse, i giorni sognati.

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Tutto ciò che si può fare, e questo modestamente è compito mio, è aggiungere altra nebbia sul set. Più vapore acqueo. Così lui si rimette l’impermeabile e torna ad assumere l’espressione di marmo di Carrara, rigida, imperturbabile. Più nebbia fuori, con l’illusione di poter obnubilare anche la memoria, la passione, la voglia di vita. E’ qui forse che si può trovare un’altra chiave della magia di “Casablanca”: farti respirare quintali di fumo e nebbia artificiale che sembrano veri, appannano gli occhi e li nascondono.

Rendere tutto meno visibile, compreso il senso a volte, lo sviluppo regolare e progressivo, la precisione asettica del finale. In questo film, detto tra noi, il finale non lo sapeva neppure il regista. Neppure lui, fino all’ultimo momento. Forse non lo ha capito nemmeno lui, anche ora. Di finali ne aveva tre o quattro, o addirittura di più. Ognuno avrebbe potuto essere quello giusto e quello sbagliato.

Per una di quelle ironie tanto sublimi quanto involontarie, lo afferma anche Bogart in una scena del film: “A questa storia manca ancora il finale”. Battuta inconsapevolmente profetica. Sono certo che il regista, sentendola, ha iniziato a sudare freddo e a ripetere tra sé e sé “Prioprio così, vecchio mio. Mi sa che hai ragione. Non sai quanto”.

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Il bello del cinema è anche questo. Un finale in qualche modo si trova. Si monta, si rismonta, si incolla, si sovrappone. La vita in questo è meno flessibile, pretende sempre la linea retta: inizio-sviluppo-conclusione. Troppo di frequente prevedibile.

Nel “mio” film invece, per una volta, il cinema americano ha saputo proporre la scelta meno attesa, quella in cui l’amore non risolve tutto. La scelta nobile di Rick-Bogart lascia l’amaro in bocca. Il destino stavolta non viene battuto in duello. L’eroe lascia l’amata nelle braccia del legittimo, inappuntabile, insulso marito. Anche in questa circostanza comunque il merito del regista, o la sua fortuna sfacciata, hanno condotto alla soluzione più efficace. Lo spettatore, un po’ come me, trovatore di robe e cercatore di sogni, è costretto ad uscire dalla sala di proiezione con un senso asprigno di frustrazione per il finale che lo spinge a continuare a proiettare la pellicola nella propria testa. A riportare i due amanti all’indietro, a Parigi, al momento in cui Ilsa aveva detto a Rick: “Baciami come se fosse l’ultima volta”. Allora non si può fare a meno di correre anche in avanti, inventare qualcosa, trovare lune e stelle nuove e strane per far sì che l’ultima volta non sia l’ultima affatto.

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Perché questo, almeno nel cinema, si può fare. Specialmente in un film scalcinato e baciato dalla sorte come questo. Una pellicola in cui, per dirvene ancora una, a causa dei problemi di soldi di cui vi ho fatto cenno l’aereo che appare nell’ultima sequenza è una sagoma in formato ridotto. I soldi per qualcosa di più grande e somigliante all’originale non c’erano. E qui viene il bello. Nessuno si sgomenta mai nel cinema, c’è sempre una soluzione. Per far sembrare l’aereo più grande basta far sì che coloro che interpretano gli addetti al suo rifornimento siano dei nani. Tutto torna. Matematico. Ed anche un po’ poetico.

A ben riflettere se c’è una cosa che ho imparato dalla mia esperienza di lavoratore del mondo della celluloide è questa: giocare sui rapporti, sui particolari e sulla visione d’insieme. Agire di nastro adesivo trasparente, di spago, di cerone, tagli di legno e metallo, sorrisi e pianti appena in tempo, giacche eleganti e gambe in mutande, sotto il tavolo, un palmo più in basso dell’inquadratura. Procedere di montaggio, opporsi a sciagure piccole e grandi con le forbici e la fantasia. Ciò che conta è il risultato finale. Se la sagoma dell’aereo è troppo piccola la facciamo rifornire di carburante dai nani. E magari, come nel caso del mio film, i nani salgono sulle spalle dei giganti e ci mostrano una storia degna di riempire una casella familiare della mente, una vicenda a suo modo accattivante, prevedibile e sorprendente come la sigaretta di Bogart. Perché, come ho letto qualche tempo fa sfruttando le lunghe ore libere della mia attuale condizione di anziano pensionato dello spettacolo: “quando tutti gli archetipi irrompono senza decenza si raggiungono profondità omeriche. Due cliché fanno ridere. Cento commuovono. Perchè si avverte oscuramente che i cliché stanno parlando tra di loro e celebrano una festa di ritrovamento”. Queste parole sono di Umberto Eco, uno piuttosto noto anche qui in America. Non sono sicuro di averne colto il significato in tutto e per tutto. Però so che mi piacciono. Mi sembra che vadano a pennello anche per “Casablanca”. Inoltre, come potete ben capire, quando si parla di ritrovamenti io mi sento perfettamente a mio agio. Sono e rimango trovarobe, in fin dei conti. Mi piace scoprirle, perderle o fingere di perderle per poi fingere di ritrovarle o ritrovarle veramente. Lo stesso, ne sono certo, mi capiterà di nuovo per questo film. Un giorno mi succederà di ripescarlo da qualche parte, magari su qualche canale minore, e, inevitabilmente, lo riguarderò. Dicendomi magari che è ora di finirla, che è tempo di cambiare musica. Ma ripartiranno le note di “As time goes by”, e, come sempre, mi dirò che dopotutto va bene anche così. Suonala ancora Sam!

CRIMINAL PROFILING – storia quasi vera di una radio libera

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Questo racconto è stato pubblicato su Poetarum Silva, a questo link  http://poetarumsilva.com/2015/10/01/ivano-mugnaini-criminal-profiling/ a cui vi rimando per una lettura completa anche dei commenti.

L’intento del racconto è quello di trasmettere il senso di tensione opprimente  scardinando il ritmo e diventando a tratti quasi sgradevole, anche nella lettura. Infrange ritmo e armonia, rispecchiando in tal modo il dissidio tra speranza e “disperanza”, libertà di espressione e regole annichilenti.

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CRIMINAL PROFILING

La metà della vita di un uomo è passata a sottintendere,

a girare la testa e a tacere.
Albert Camus

Era la notte più buia mai apparsa sulla terra. Anzi, era una notte che si rifiutava di apparire, perfino come essenza oscura. Non si camminava per le strade, ci si immergeva, quasi a memoria, in ipotesi di vie e marciapiedi. Uno dei rarissimi rumori che si potevano udire in tutta la città era la voce cupa di Marco Rattis, alias Markophone. Il dee-jay di Radio Utopia 2000 era scarso, a partire dal nome d’arte che si era scelto. Ma lavorava in una radio libera, libera veramente, per dirla con le parole di una canzone che era solito programmare con gusto. Era tanto libera, la sua radio, che a volte gli sembrava non esistesse. Etere nel buio, niente nel niente. Ma nel buio non c’è il nulla: c’è carne, sangue, linfa vitale. Quella notte a Markophone era riemerso lo sfizio di un vizio: capire qualcosa.

La sola cosa che Marco sapesse fare bene era riprodurre le voci. Imitava alla perfezione chiunque, o quasi. Selezionò il più squillante e solenne dei jingle che aveva in repertorio, poi, con la voce di George Bush Junior, proclamò la necessità di una pronta e duratura pace universale. Con le voci alternate del Ministro delle Finanze e del Telecardinale per antonomasia annunciò poco dopo sostanziose detrazioni fiscali per i clienti delle lucciole. Fece replicare loro dalla Portavoce del Sindacato Prostitute Organizzate, la quale, roca ma suadente, parlò di una speciale misura promozionale: le operatrici del settore dopo l’atto sarebbero andate a cena con i clienti e avrebbero pagato alla romana. In seguito, a tarda notte, gli uni e le altre avrebbero camminato per le strade in cerca di gatti randagi a cui donare carezze e il tepore dei caloriferi.

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Si sentì grande, Markophone. Un universo di vibrazioni umane. Senza alcun pudore fece risuonare a tutto volume una cassetta di applausi registrati al termine di un’opera sinfonica. Un istante dopo si sentì una nullità. Non che prima di allora non gli fosse mai successo, ma in quel preciso momento ebbe la percezione fisica, ghignante, della distanza tra sogno e realtà. Per reazione, o forse per crogiolarsi ancora di più nella ruffiana malinconia, si rivolse mentalmente all’Imitatore Massimo, il solo davvero grande, l’unico in grado di riprodurre l’intera esistenza, gli esseri viventi in tutte le loro forme. Dalla finestra dello studio alzò gli occhi verso il cielo. Niente. Solo un immenso telo scuro. Mise un CD di brani e commenti strampalati registrati mesi prima e schiacciò il tasto della programmazione ciclica. Avrebbe avuto tutto il resto della notte a disposizione, in tal modo. Nessun ascoltatore si sarebbe accorto della sua assenza. Sempre ammesso che la sua radio lo avesse avuto davvero qualche ascoltatore. Uscì fuori e si avviò lento, impacciato, lungo il marciapiede. Guardò ancora in alto, poi scrutò di fianco a sé e davanti. Ancora niente. Solo un sibilo acuto alle sue spalle. Una vecchia Lancia Fulvia Coupé con i freni da rifare si fermò a un metro dai suoi polpacci. Marco non cambiò espressione. Si allontanò piano, con faccia serenamente disperata, certa del tanfo di gomma e metallo del mondo. Ma alla fine la curiosità prevalse. Si voltò di scatto per gettare un’occhiata al mirabile autista. Una sigaretta e un sorriso. Abiti eleganti, perfino una gardenia bianca nell’occhiello. Dalla radio della macchina uscivano le note de “L’uomo in frac” di Modugno. Marco riconobbe, in quell’istante, la faccia dolce e disincantata dell’uomo più inadatto alla vita che avesse mai conosciuto. Eccetto se stesso, chiaramente. Lo fissava, staccando il gomito posato sul volante solo per aspirare la sigaretta, suo zio Remo. Il fatto che fosse morto venti anni prima non turbò Marco più di tanto. Gli sembrò, in quel contesto, un particolare secondario, una macchia lievemente più scura nel mantello della notte. Tutto ciò che riuscì a fare e a pensare fu correre verso il finestrino e offrire all’uomo una mano da stringere e qualcosa di forte da bere in qualche bar. La seconda offerta fece centro. La sigaretta, seppure a malincuore, venne schiacciata sull’asfalto umido, e le labbra uscite dal buio si misero in moto, pigre quasi quanto le gambe.

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“Ho provato, sai, Marco?”

“Hai provato cosa, zio?”

“Ho provato, in tutti questi anni, dopo che sono… andato via. Ho tentato di chiedere una modifica dell’iter stabilito per te e per gli altri, per voi che mi state a cuore e che siete ancora quaggiù. Non è stato possibile. Non è concesso, umanamente e neppure “postumanamente”. Il sistema di controllo lassù è ciclico, circolare. Ogni richiesta di concessione viene girata ad un Controllore Ulteriore. E così via. Neppure l’Eternità è sufficiente. La burocrazia terrestre al confronto è snella e fulminea.

Non ho solo cattive notizie da darti, comunque, altrimenti, mi conosci, non sarei venuto da te. Visti i miei crediti acquisiti sulla terra, mi è stato elargito qualche privilegio. Posso portarti vicino a loro. Voglio, anzi devo farlo”.

“Loro chi?”.

“Non pensare che ci sia bisogno di mezzi ipertecnologici per rendere possibile il meeting. Ti basterà percorrere questo viale. Saranno loro a venire incontro a te. Sii te stesso. Io ti aspetto in fondo”.

Marco, più lento e stordito del solito, entrò e uscì dai locali aperti e giunse, più suonato che mai, al termine della Via Crucis dell’amaro notturno.

“Bravo, Marco! Loro hanno visto e annotato tutto: quello che hai preso, in quali locali, parlando oppure tacendo, con quale gente, con quali parole. Ora hanno raccolto una messe di dati ulteriori. Forse potranno inserirti finalmente in una cartella, un modello, un cluster. Sì perché, caro nipote, devo dirti la verità: il problema è che tu al momento risulti fit with nothing. Non combaci con niente e con nessuno”.

“È una colpa?”.

“Domanda troppo filosofica per me. Io sono solo un messaggero, capiscimi. Sono dalla tua parte, certo, ma molte cose non le comprendo nemmeno io. Comunque credo che ora possa essere ultimata la scheda del tuo Criminal Profiling.

Ah, come avrai notato da quando sono passato all’altra dimensione un vantaggio sicuro l’ho avuto: adesso so bene l’inglese. Appena arrivi lassù ti fanno un corso intensivo e accelerato. In men che non si dica diventi, per forza o per amore, un potenziale madrelingua”.

“Mi fa piacere, zio, ma anch’io, pur non avendo seguito nessun corso simile, sono in grado di capire che la definizione è assurda. “Criminal” implica la certezza che io abbia commesso delitti, o comunque infranto codici o leggi. Quando mai? Io ho sempre lavorato alla radio, tutte le notti o quasi. Dicendo semplici parole, le mie idee, il mio modo di vedere. Cazzatelle, niente di meno e niente di più. Discorsi leggeri tra un disco e l’altro. Nulla di importante”.

“Ne sei sicuro? Forse ti sottovaluti. O forse non hai capito bene il funzionamento del General Data System. Non è colpa tua, del resto. Non ne sono padrone del tutto neppure io che mi trovo lassù, in posizione panoramica, da anni e anni.

Quello che conta, comunque, lo ribadisco, è il supplemento di indagine che abbiamo appena reso possibile. Vedrai che un fascicolo telematico in cui archiviarti lo trovano adesso. Sarai libero! Torna alla tua radio, vai. E sii più lieve. Non parlare delle cose del mondo, parla di musica giovane, inventa barzellette sceme, fai qualche gridolino ogni tanto, e canticchia in falsetto prima, dopo e durante i pezzi. Meglio se metti parecchia dance, sai? Impara a fare il dee-jay come si deve. Sono anni che lo fai e continui a sbagliare tono e argomenti! Torna alla tua radio e lascia stare la cronaca, i fatti, gli accadimenti. Meglio la Disco Anni 80. Farai più ascolto, vedrai. In tal modo ti farai uno zoccolo duro di aficionados. Come vedi so anche lo spagnolo, figliuolo!”.

Marco Rattis detto Markophone salutò lo zio con un sorriso e con un gesto rapido della mano. Anche l’Uomo in Frac lo guardò un solo istante. Sollevò l’ennesima sigaretta e la fece scorrere nell’aria come una minuscola cometa. Si volto di scattò e si avviò in direzione del buio più fitto. Marco lo fermò con un grido, e con un’ultima domanda.

“Posso raccontare almeno ciò che mi è successo stanotte? L’incontro con te e con loro, la raccolta dati, l’Archivio Universale. Concedetemi di raccontarlo, dai, almeno, per una volta, avrò qualcosa di interessante da dire ai radioascoltatori”.

“Credevo che avessi fatto qualche progresso, Marco. Invece, mi ricresce di doverlo dire, ma sei rimasto lo stesso. È chiaro che non puoi dire niente. Credevo fosse lampante. Purtroppo, al contrario, devo specificare sempre tutto con te. No, non puoi raccontare niente. E anche se lo facessi è chiaro che nessuno ti crederebbe. Riflettici!”.

“Ma, allora, se nessuno mi crederebbe, perché non mi è concesso di raccontarlo?”.

L’uomo guardò il nipote con sdegno. Gettò la sigaretta per terra e si allontanò definitivamente a passo rapido, quasi aereo.

Marco lo inseguì come poté e gli urlò tutta d’un fiato una delle sue storielle, un aneddoto mezzo vero e mezzo inventato.

“Sai zio, un tempo assieme ai miei amici frequentavo un bar. C’era una tipa selvaggia, dai modi duri ma sinceri. Non era più giovane, ma era ancora fresca, sensuale. Moltissimi l’avevano odiata e la odiavano. Altri l’avevano frequentata, alcuni erano stati fidanzati con lei e un paio l’avevano addirittura sposata. Ma tutti, presto o tardi, l’avevano abbandonata al suo destino. Era pericolosa, lo sapevano tutti. Rischiava di portarti dove non vuoi, dove non sei stato prima. Se ti guardava negli occhi ti sentivi vivo, ma nessuno osava farle la corte come si deve. Troppo autentica, diversa dalle altre. I miei amici, per scherzo, cominciarono a dirmi che era la mia donna ideale. Mi dissero che era follemente innamorata di me. All’inizio ci risi su, ma presto mi accorsi che qualcosa era successo. Non lo volevo, non era nelle mie intenzioni, ma mi ci avevano fatto pensare. Ecco zio, è accaduto anche stanotte. In questo buio fitto, lungo il viale dove si deve parlare e non parlare, guardare e non guardare, tu, e loro, mi ci avete fatto pensare. Stanotte, zio, l’ho vista, l’ho pensata, l’ho amata di nuovo”.

Marco guardò le spalle rigide dell’uomo allontanarsi. Lo smoking impeccabile, più scuro della notte, ebbe solo un ultimo fremito di sdegno. Poi svanì nel nulla. Marco pensò alla sua Radio. Se si sbrigava poteva tornare al microfono prima dell’inizio dei programmi a quiz del mattino. In tempo per raccontare una storia a cui, forse, nessuno avrebbe creduto.

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HAPPY HOUR – idillio metropolitano

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Un racconto “eroicomico”, leggero e lievemente alcolico, pubblicato anche su “L’Immaginazione”, numero 289, settembre-ottobre 2015

HAPPY HOUR

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Scovo a caso, lungo il viale della stazione, un ristorante nuovo, pulito, con un bagno che non invita a indossare il casco e la mascherina da disinfestatore. Il cibo è ottimo, abbondante, genuino. Ti spinge a voler bene all’ambiente che te lo elargisce, diventando affezionato avventore, conservando con cura il biglietto con il numero di telefono e l’indirizzo, parlandone bene agli amici e ai conoscenti.

La cameriera-tuttofare del suddetto mirabile locale non è esattamente bella, ad essere onesti. Ma ha occhi da cerbiatta in fuga e un seno svettante sotto la maglietta candida. Sembra la vergine di un quadro del Quattrocento. È docile, languida, cortese. Con sguardo puro e voce di zucchero mi fa accomodare in una saletta privata, completamente riservata a me. Accende il televisore e lo sintonizza su una telenovela. In altri casi mi verrebbe l’orticaria, ma ascolto quieto i sussurri dell’attrice che miagola dallo schermo, e mi risultano soavi, come i monosillabi lievi della dispensatrice di vivande. Finisco per sovrapporre e identificare le due figure femminee, e quando la diva della soap opera declama un mieloso “Ti amo” sento un brivido nella schiena, e, seppure con labbra mute, le rispondo in rima.

Mi richiama alla realtà un grugnito cavernoso. La fanciulla vivandiera è soggetta alle angherie di un orco. Forse è il padre della donzella, non so, di sicuro è padrone e tiranno. Urla, bestemmia, impreca, sbraita e sbava veleno contro di lei, che, placida, obbedisce con un sorriso. Torna civile, l’energumeno, solo al telefono, se e quando un cliente prenota un tavolo e gli fa pregustare la moneta contante.

Che fare? Divento un paladino, Orlando, Parsifal, Lancillotto, un poeta trovatore sdegnato di fronte ad una tale ingiustizia nei confronti di un’anima pura? Oppure divento pavido filosofo, chiudo entrambi gli occhi e me ne vado facendo finta di niente? Si avvicina intanto l’attimo fatidico del conto e dell’amaro congedo, e resta vivo e ardente il dilemma che mi lacera. Ad un certo punto sento un fuoco dentro, mi alzo, e, con una scusa, entro di soppiatto in cucina.

La vergine e l’orco stanno amoreggiando: le mani tozze come bistecche al sangue palpano e percorrono sfacciate le rotondità muliebri e gli anelati anfratti, neppure troppo angusti, a dire il vero.

h hour cameriera

Con il gelo nelle membra e nella mente, mi reco barcollante al bancone. Pago il conto alla muta e pallida signora, prefigurazione della morte, seduta da tempo immemorabile sullo stesso sgabello con la stessa espressione. Forse è la moglie rassegnata dell’orco, o magari una semplice commessa. La saluto, senza sperare neppure un attimo in una qualsivoglia forma di risposta.

Risalgo sul cavallo, a motore, e medito a lungo sul “guiderdone” non ottenuto, strappato, negato. Ripongo la lancia in resta, imbraccio il borsone ed estraggo il cellulare. Provo a chiamare la donna dei miei sogni, la ragazza che amo da anni, per invitarla al ristorante dell’idillio sfumato e della disfida mancata, dimenticando in tal guisa, con la forza del suo amore, l’onta subita.

Provo a fare la stessa voce dell’orco. Ride, la mia Angelica, seppure in sordina. Attende un istante poi mi rivela che ha la serata impegnata, deve andare al “Drago d’Oro” a bere un calice di Spritz e degustare dorate patatine con un suo amico che l’ha invitata per l’happy hour.

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L’INSEGUITORE

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Un mio racconto che ogni tanto rispolvero, a seconda  dell’umore, come una vecchia bicicletta rossa custodita in garage, sempre pronta a gettarsi con me sulla strada,  inseguendo un pensiero, un ricordo, o forse, semplicemente, la strada stessa, la sete della fuga.

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L’INSEGUITORE

Troppo nitidi, troppo statici. Ho provato, quando mia moglie non guardava, a girarli e rigirarli tra le dita, gli occhiali, a far ruotare le lenti come trottole sul legno del tavolo. Niente da fare: dopo un po’ il metallo riacquista il suo peso e la lente rallenta sempre più fino a restare immobile, un pezzetto di vetro che riflette le pareti del laboratorio, le finestre semichiuse, l’enorme orologio a pendolo appeso alla parete centrale.

A mia moglie è sempre piaciuto il pendolo dell’Ottocento, l’orgoglio, il simbolo stesso del nostro negozio di ottica e orologeria. C’è sempre stato, qui nel corso principale di Lido di Camaiore, questa città di mare sospesa tra il caos e l’oblio, la sabbia arroventata della spiaggia e i silenzi delle pinete. C’è sempre stato. fin da quando ero ragazzo, forse l’ha comprato mio suocero, o il padre di mio suocero, o forse anche loro l’hanno trovato già lì. Scandisce i movimenti, le azioni, le parole che dici e quelle che non osi nemmeno sognare. C’è, si fa pensare, e a volte credo che anche lui pensi a me, e rida, di ogni gesto quieto, paziente, scandito a bacchetta dalle lancette di ferro e di ottone dei suoi secondi e dei suoi minuti. Mi raggiunge continuamente, il tempo, mi piazza un braccio nerboruto sulla spalla e non si stacca più, come un ubriaco in un bar che ti chiede da bere e ti racconta una storia lunga, incomprensibile, costantemente identica a se stessa.

Mia moglie assomiglia un po’ al pendolo: è di legno liscio, saldo, smaltato con cura, senza screpolature e senza ammaccature. E’ precisa, puntuale, ama il suo lavoro, l’attività che è chiamata a svolgere. Procede in senso orario senza mai perdere un colpo, senza una pausa, un’esitazione, un dubbio. Mi invita ad imitarla, ad essere attivo e zelante, a prestare attenzione ai clienti, a mostrare attaccamento. Ha ragione, sì, ha senz’altro ragione lei. Continue reading

MANGANESE – the tale of a rat

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There are no omens. The fate doesn't send heralds. It is too wise or too cruel for that. (Oscar Wilde)
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It's time you know this: the pride of the Royal Navy, the Titanic, was sabotaged. Happily, desperately, inexorably sabotaged. The Egyptians built their pyramids, the geometric design to unite the human and the divine, using simple and poor workers, elegant synonymous of slaves. In the same way the civilized English at the beginning of the last century had the bright idea to build the most impressive of their ships in Belfast. Belfast, Northern Ireland. 
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In the course of two years two thousand Irish workers completed the floating wonder. Among spitting, sips of fourth category beer, curses, half in English and half in Gaelic, and, everywhere, including dust, mud and sludge, above, below, inside, a thought. A little lively thought, slippery and elusive as a mouse. A rat named Manganese. A simple, almost domestic rat. Manganese is a poor metal. A fragile material. Without merit, readily available at low cost. Used in modest amounts it would have allowed owners to save money on the overall balance of the work. It could partially replace the use of the much more expensive steel. All this, it is essential to reaffirm, in small quantities.
But Irish workers have never liked small quantities. When it's time for dark beer mugs, or to shout and sing, nor, especially, when the opportunity presents itself to be generous. They were very generous with their masters in London: they decided to make them save a lot of money. They run around their beloved little rat left and right, sprinkling the whole ship with drips of Manganese. In the cast, in the pillars, in the cracks, everywhere. The poor metal eventually spread and proliferated everywhere. 

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A few months later, many miles away, the Titanic sank in just two hours, with a gloomy croaking of thousands of porcelain plates of good china crushed and swallowed up by the waters. The ultimate symbol of finance and technology of the triumphant Modern Age had been defeated by a bit of ice, a thin blade dispersed in the immensity. An inverted pyramid, a mocking island upside down. Place and space impossible to conquer, virgin land of the harsh fate.
To say that the only true part of this kind of story is the final would serve little. It's evident. There has never been a rat named Manganese. Maybe. Or maybe yes. We should ask the glasses, the vases of spices, sugar and marmelade, hats, clothes and shoes that still rest on the ocean floor. They might have seen him go. Maybe he still reflected his dark shape on the silver and ivory statue of the blond captain who dreamed the solemn entrance into the port of arrival.

The rat exists. In the minds of those who have assembled with their hands and muscles the metal and the timber of the ship. There he was and still is, the good Manganese. He has substance and reality in the thoughts of those who imagine a ship in which there is only one huge deck from which everyone can see his own piece of America, dreaming of it, looking at it or turning it their back. A ship without cargo and with endless lifeboats.

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Maybe it's the same dream of the objects laid since many decades on the sand of the ocean depths. Wood, iron and glass that still defend their truth from the narrow suffocating seaweed. Different from the reality of the glossy Hollywood films. The truth, Manganese is well aware, is always a bit dirtier and a little deeper. Down there, in the mud.
 Ivano Mugnaini
(also published in “La dimora del tempo sospeso”

MANGANESE – il racconto di un ratto

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Non esistono i presagi: il destino non manda araldi.

È troppo saggio o troppo crudele per farlo.
Oscar Wilde

Titanic

È ora che si sappia: l’orgoglio della Reale Marina Britannica, il Titanic, è stato sabotato. Allegramente, disperatamente, inesorabilmente sabotato. Così come gli Egizi facevano erigere le loro Piramidi, il geometrico progetto di apparentare l’umano al divino, alle maestranze indigenti, sinonimo elegante di schiavi, allo stesso modo i civilissimi inglesi all’inizio del secolo scorso hanno avuto la brillante idea di far costruire la più imponente delle loro navi a Belfast. Belfast, Irlanda del Nord. Nel giro di due anni duemilacinquecento operai irlandesi hanno completato la meraviglia galleggiante. Tra sputi, sorsate di birra di quarta categoria, bestemmie, imprecazioni metà in inglese e metà in gaelico, e, ovunque, tra polvere, fango e morchia, sopra, sotto, dentro, un pensiero. Un’ideuzza vispa, viscida e inafferrabile come un sorcio. Un sorcio dal nome semplice, quasi domestico, Manganese. Il manganese è un metallo povero. Un materiale inferiore, fragile e dotato di bassissima tenuta. Privo di pregio, facilmente reperibile e di scarso costo. Usato in quantità modica avrebbe consentito all’armatore di risparmiare sul bilancio complessivo dei lavori. Avrebbe potuto sostituire, in parte, l’utilizzo del ben più costoso acciaio. Tutto ciò, è fondamentale ribadirlo, in modica quantità.

Solo che agli operai irlandesi le modiche quantità non sono mai piaciute. Né quando di tratta di boccali di birra scura, né quando è il momento di urlare e cantare, né, soprattutto, quando si presenta l’occasione per essere generosi. Furono molto generosi con i loro padroni londinesi: decisero di farli risparmiare un bel po’. Fecero scorrazzare il loro amato sorcetto a destra e a manca, cosparsero l’intera nave di escrementi di Manganese. Nelle scanalature, nelle colate, nelle assi portanti, nelle fessure, dappertutto. Il metallo povero finì per diffondersi e proliferare in ogni luogo.

Accadde così che qualche mese dopo, a molte miglia di distanza, il Titanic affondò in due sole ore, con un gracchiare cupo di migliaia di piatti di porcellana di buona china frantumati e inghiottiti dalle acque. Il simbolo massimo della finanza e della tecnologia della trionfante Età Moderna era stato sconfitto da una punta di ghiaccio, una lama sottile dispersa nell’immensità. Una piramide rovesciata, un’isoletta beffarda a testa in giù. Luogo e spazio non colonizzabile, terra vergine e aspra della sorte.

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Dire che l’unica parte veritiera di questa specie di racconto è il finale servirebbe a poco. È scontato. Non c’è mai stato un sorcio di nome Manganese. Forse. O forse sì. Bisognerebbe chiedere ai bicchieri, ai vasi di spezie, zucchero e marmelade, ai cappelli, ai vestiti e alle scarpe che ancora oggi riposano sul fondo dell’Oceano. Loro forse lo hanno visto passare. Magari è ancora riflessa la sua sagoma scura sulla statuina d’argento e d’avorio del capitano biondo che sognava l’ingresso solenne nel porto d’arrivo.

C’è, il sorcio. C’è stato. Nella mente di chi ha assemblato con le mani e con i muscoli il metallo e il legname della nave. C’è stato e c’è ancora, il buon Manganese. Ha realtà e sostanza nei pensieri di chi immagina una nave in cui ci sia un solo immenso ponte di coperta da cui ciascuno possa vedere il proprio spicchio di America, sognarla, puntarvi lo sguardo o girarle le spalle. Una nave senza stiva e con infinite scialuppe di salvataggio.

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Forse è lo stesso sogno degli oggetti posati da molti decenni sulla sabbia degli abissi oceanici. Legno, ferro e vetro che ancora difendono dalla stretta soffocante delle alghe la loro verità. Diversa, distante dalla realtà patinata dei film hollywoodiani. La verità, Manganese lo sa bene, è sempre un po’ più sporca e un po’ più profonda. Laggiù, nel fango.

Ivano Mugnaini

(il racconto è stato pubblicato anche sul sito “La dimora del tempo sospeso”

SHINING – LUCCICANZA – full version

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Ivano Mugnaini  

SHINING

- Osservazioni postume di Stanley Kubrick -

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Non posso non amarlo. Il vento è rabbia, gioco, guizzo improvviso. Un bambino che vola su un prato a braccia spiegate, urlando, fischiando, ridendo ad ogni piega della sua inafferrabile corsa. Non come me. Non come il mio mulinare di gambette isteriche su un ridicolo triciclo di plastica. Gesti meccanici, condizionati. Binari invisibili percorsi da scariche nervose. Ho trascorso la vita intera a cercare di liberare quel bambino. Dal mondo e da me stesso.

Ma rifluisce, giorno dopo giorno, l’ondata vermiglia che invade la stanza. Fiele stillato da bulbi pulsanti, gli occhi strabuzzati di un urlo che ti squarcia, acciaio che penetra lento. Ho nutrito per mesi il feto tremolante di quelle immagini. Ho lottato per farlo sgusciare fuori dagli occhi, per liberarmene, per stringerlo tra le mani, amandolo, nell’odio ineluttabile.

E gli altri a dire “è bello”, oppure “è orrendo, schifoso”, senza sapere cosa né come.

Ma a volte sono fuggito. L’ho raggiunto, a volte, il vento del tempo. Sono corso avanti e indietro, sempre sentendo il presente conficcato nelle carni. Ho esplorato la preistoria ed il futuro. La mia misera, aurea libertà.

Ho afferrato il profumo di primavere lontane, le carezze, il riflesso della luce nel verde dei prati. Ho scordato le grida di orrore, per qualche istante. Mi sono strappato di dosso il fango indurito della guerra.

Ho sempre preferito il tepore di due braccia sincere all’acciaio eroico dei moschetti e dei cannoni. Anche il tepore effimero di un incontro occasionale. La dolcezza senza futuro di una notte d’amore. La signora generosa incontrata per caso da Barry Lyndon. Colori pastosi ritrovati in un angolo di sole. L’azzurro intenso di un lago, l’ocra delle colline, il rosa delle mani e dei visi… l’oro della luce nei capelli sciolti, fluidi, felici. Felici, anche se la vita rimane inganno, strage, ipocrisia. Cruda ed astuta, come me, per difesa, per salvezza, per necessità. La rabbia che muoveva i miei passi è sempre stata per la vita e dentro la vita, mai contro di essa, mai lontana da essa.

L’orrore è tornato, ottuso, insistente. Parole come pugni ciechi nelle orecchie. Uno sguardo prosciugato di ogni stilla di umanità. Gli occhi spenti del ragazzo grasso che uccide il sergente aguzzino e si uccide. Quel ragazzo ero io. Ero io il sergente. O forse eri tu. Forse eri tu.

Mi hanno accusato di eccesso, di calcare i toni, di indulgere nella raffigurazione della violenza. E’ vero. E’ così. Ma era il mio modo di estirparla, di vomitarla fuori dalla mente e dallo stomaco, di mostrarla al mondo, nuda, fumante, tagliente come lama affilata in ciascuno dei sensi. Ho dovuto plasmare melma e sangue per diventare uno specchio, icona lacerata e fedele dell’uno e del tutto.

Se veramente l’avessi amata, la violenza, l’avrei cosparsa di vernici cromate, l’avrei incipriata e imbellettata, l’avrei resa ruffiana, bifronte, patinata, innocua in fondo. Ma ho voluto osservarla negli occhi, lasciare che la lama squarciasse le arterie e facesse defluire batteri putrescenti.

Ho coltivato la magia da baraccone che ho avuto in dono. La giostra della luce, il roteare dei colori, il rincorrersi dei suoni sul filo di un brivido sospeso nel vuoto. La scatola magica della macchina da presa ti consente di operare prodigi. Una lieve variazione di prospettiva trasforma una catapecchia in un palazzo, un nano in gigante, la gobba di uno sgorbio in un soffice colle e viceversa.

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Ma tutto ciò ha un prezzo, richiede una contropartita. Pretende dedizione, fedeltà, rispetto. Per dare forma e respiro al miracolo si deve cercare l’immagine nitida, sincera. La sola autentica. La sola possibile. Rincorrerla finché c’è fiato e catturarla così com’è, come deve essere. Vale sempre la pena fissare un’immagine sulla pellicola. Si, vale la pena, dopotutto. Se è bella l’avrai afferrata, l’avrai strappata al nulla. Se è brutta l’avrai bloccata, avvolta in un laccio senza fine.

Forse anch’io, come il bambino del mio film, ho avuto in sorte lo “shining”. La luccicanza, proprio come lui. La capacità di correre con la mente un passo avanti rispetto agli accadimenti. E anch’io, come lui, ne avrei fatto a meno se avessi potuto. Avrei staccato volentieri i contatti con la voce che mi sussurrava dentro. Essere sordo e cieco. Non sentire, non vedere.

Sono fuggito a volte, sì. Dalla mia faccia, dalle mie parole. Dall’immagine che si sono costruiti di me. Dai gesti che mi hanno cucito addosso, dal loro voler dare un senso ed uno scopo a tutto, alla barba lunga o ben rasata, alle lenti degli occhiali cerchiati di plastica nera o da una sobria montatura di metallo, ai vestiti classici o sportivi, eleganti o trasandati…

Mentre io avevo bisogno di inseguire un respiro che fosse mio, che non restasse incastrato nella gola come un corpo estraneo. Aria e fiato per i pensieri, per nutrirli, per schivarli, per esserne travolto, inghiottito. Un fluido salato che ti avvolge e ti trascina. Tepore che scorre nel corpo sotto forma di parole.

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Le parole dei poeti. O le parole dei filosofi che sanno parlare d’amore. Sanno farne barriera contro il gelo della ragione.

Sono fuggito per ritrovarmi. Per prendere qualcosa e dare qualcosa.

Non cambierà. L’acciaio di un fucile resterà conficcato nella bocca di un ragazzo fragile. Ma io – sì io – sostengo che non è necessario morire per poter vivere. Esiste ancora la bellezza, la danza degli occhi e delle mani su fianchi morbidi o nell’etere generoso di galassie inesplorate.

Non capiranno. Ma sono felice che il mio ultimo lavoro, l’estremo frammento di me che resterà, sia una sinfonia di immagini ispirate dal fascino del corpo. Il mistero arcano ed elementare del contatto tra un uomo e una donna. L’essenzialità sconvolgente dell’amore.

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I miei ultimi fotogrammi verranno censurati. Il seno nudo di una ragazza sarà coperto da una fascia nera come se si trattasse di qualcosa di sporco, di obbrobrioso. I telegiornali si glorieranno di aver celato alla vista con pudiche fasce oscuranti ciò che esprime affetto, dolcezza, gioia, l’essenza più pura e naturale del nostro essere. Se ne glorieranno, quelli stessi telegiornali che presentano con gelido distacco ammassi di cadaveri, membra mutilate, e il putrido trionfo delle mosche e delle iene.

E’ tempo di dormire, Stanley. Tempo di serrare le palpebre e di ripiegare nella quiete l’indice della mano con cui hai tentato di mostrare il bagliore di una sconfinata meraviglia. Il 2001 è vicino. E’ bene che non lo veda. E’ bene che non assista allo scoccare inesorabile della sua realtà. Meglio cullare la quiete senza tempo e senza spazio delle immagini scaturite dalla mia mente. Ciò che avevo. Ciò che ho ancora.

Tocca a loro scegliere il soggetto e le inquadrature, adesso. Io sono un lucente granello di polvere che danza in un cielo sconfinato sulle note di un valzer di Strauss.

Ivano Mugnaini

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(Il racconto è stato pubblicato anche su Poetarum Silva: http://poetarumsilva.com/2014/11/29/ivano-mugnaini-shining-osservazioni-postume-di-stanley-kubrick )