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On the other side of the moon – Cronache di estinzioni

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Nel weekend lo spettacolo della Luna piena della Neve - Tiscali Ambiente

On the other side of the moon

Osservazioni e note di viaggio
su

Cronache di estinzioni

di Lucetta Frisa

Cronache di estinzioni. Si intitola così il libro che vi propongo oggi in questo spazio riservato alle segnalazioni di libri, spesso atipici (per loro merito e nostra fortuna) che ho letto con piacere. Questa rubrica di segnalazioni si chiama “Letti sulla luna”, e, nel caso specifico di questo libro, il luogo in cui idealmente sfogliamo le pagine appare quanto mai adeguato.
Ci siamo estinti, ci dice l’autrice, Lucetta Frisa. Più che una previsione per il futuro, la cronaca è un commento in fieri, se non addirittura un resoconto di eventi che già hanno avuto luogo. Ma immaginiamolo come il commento di una partita. Un match tra la bellezza del mondo e la stupidità umana. Anzi, potremmo sintetizzarla in questo modo: in diretta dallo stadio Azteca, il Peggio dell’Atletico Sapiens Sapiens contro il Resto del Bello del Mondo.
Questo non è tuttavia, è bene chiarirlo, solo un resoconto di eventi catastrofici, disastri ecologici e altre esiziali amenità. È un libro in cui l’autrice si chiede, e ci chiede, se abbia senso continuare ad essere come siamo e a vivere come viviamo.
Una domanda da un milione di dollari, o di talleri, a seconda delle epoche, in quanto è su questo interrogativo che si gioca da sempre il senso del fare poesia. Piera Mattei in una recensione al libro apparsa su “Perigeion” ha scritto: «Cronache di estinzioni è la raccolta poetica di Lucetta Frisa che più ho amato». Al di là delle classifiche, concordo anch’io sul fatto che questo libro abbia concesso a Lucetta di esprimere al meglio la gamma dei temi, dei modi e degli sguardi su sé stessa e sulla vita che le sono cari e consoni.
Ho incontrato Lucetta Frisa in varie occasioni. L’impressione dominante è una solarità assoluta e una grande capacità di dialogo, in grado di mettere a proprio agio perfino i timidi più ostinati. Eppure, nella sua tendenza alla giovialità c’è una parte della mente e del cuore che osserva e annota. Collocata on the other side of the moon, nella parte più silenziosa dei luoghi e dei tempi, la Lucetta cronista estrae il taccuino e scrive. Si appunta gesti, azioni, comportamenti e soprattutto il materiale di base, il combustibile che può accendere un falò nel buio ma anche generare tragicomici incendi: le parole. L’ironia è la bussola volutamente sbalestrata che la Frisa usa per salvare sé stessa e la barca degli esseri viventi a lei cari dai più funesti naufragi. È quella scialuppa che ti consente di porti le domande che davvero contano, che poi essenzialmente sono quelle che ci hanno insegnato a non fare. I saggi, i sapienti, gli astuti, sanno bene che quelle domande sono pericolose. Scardinano l’asse delle cose così come sono. Quindi per potersele porre, bisogna avere una parte “clandestina”, un pezzo del cervello e del cuore che risiede sulla Luna e vive di salvifiche ironie. «La luna è schizzata fuori orbita / stufa di stare dove stava / rotolata acciambellata nello spazio vuoto / inciampata dentro i buchi neri / giù giù / un tuffo / fino al salotto». Ecco, questi, oltre ad essere i versi iniziali della lirica di pagina 58, sono anche un “ritratto di poetessa con galassie”.
«L’antichità naturale nella poesia permette a Frisa di governare lo scazzo proprio dentro le fastose e festose risultanze oggi in voga. Una slogatura articolare non è metafora assistenziale, ma quest’evento dà modo di indirizzare gli strali agli agenti nemici letterari e non». Il brano qui citato è tratto dalla prefazione al libro a firma di Elio Grasso. Ci consente di dare alcune informazioni e fare alcuni rilievi. La Frisa, avendo ottimi amici, nella sua mugugnante e generosa Genova e non solo, ha scelto due adeguatissime cornici per i suoi versi. La prefazione di Grasso e un altro lavoro di cesello, collocato in fondo, dal lato opposto ma illuminato dallo stesso acume e dallo stesso sobrio e intenso affetto nei confronti dell’autrice: un lunare e stralunato, godibilissimo racconto di Mauro Macario. Da leggere, anch’esso. Parla del libro e dell’autrice collocandoli in una futuribile Ghenovas, una città in cui tutto è talmente diverso da oggi da essere in fondo uguale. Siamo già nel futuro presente, o nel presente senza futuro, in mano a ronde di cyborg che vigilano affinché nessuno si possa emozionare. Ma Mauro Macario riesce a leggere clandestinamente il libro e ne propone una sintesi che è un esatto messaggio-missaggio: «un mix di prosa, poesia, pamphlet lirico e velate richieste di soccorso».
La caratteristica di maggior rilievo che mi sembra si confermi anche in Cronache di estinzioni è la libertà. Lo hanno detto e narrato con diverso approccio ma in modo concorde anche Grasso e Macario. Libertà in senso ampio, conquistata anno per anno, a caro prezzo, ma sempre senza scordarsi il sorriso, la risata fragorosa ma mai cattiva e la irrinunciabile ironia. Libertà nel senso di capacità di dire ciò che vuole e sente di voler dire, e scrivere. Sembra cosa da poco. Potrebbe apparire scontata. Qualcuno potrebbe obiettare che chiunque, qui, può dire e scrivere ciò che vuole. Mica siamo a Ghenovas nel 2087 circondati da ronde di cyborg! Siamo sicuri? Voglio dire, quanti di noi scelgono i temi dei propri scritti perché premono sul cuore e non perché premono ai critici alla moda, quelli che fanno chic come le giacche di lino e le camicie firmate. Quanti, nella realtà, prima ancora che nella scrittura, esprimono i sentimenti scomodi, ingombranti, senza sottoporli a mille filtri a protezione 50? La Frisa questo privilegio-diritto o diritto-privilegio, se lo è ritagliato. In questo libro esordisce con la poesia “Per mia madre”, e, a metà circa, osserva «Forse le persone che nella vita contano / stanno tranquille e modeste nell’invisibile / ma la spiaggia assalita dalle alghe / non mi piace e non mi piacciono / i cari fantasmi e gli eventi troppo lontani». La conclusione della lirica è questa: «È il momento di andarmene da qui / per rivivere gli attimi di luce / la gloria della loro solare illusione / insieme a te che davvero fosti reale / e ora, incerta, molto incerta, mi sorridi».
La retorica, gli stilemi, il politically correct (o come caspita si voglia definirlo), qui vanno a ramengo. Si fanno da parte. Anzi no, vengono messi da parte, affinché la voce sia sincera e la luce faccia chiarore davvero, per quanto è dato di vedere ad un essere vivente.
Questo libro spazia tra detriti e vulcani e il contrasto tra vita e morte, buio e luce, energia e stasi, pervade l’intera gamma dei componimenti. Ma l’opposizione non è mai semplice, non è lineare ed univoca. La Lucetta ci ricorda, tramite i versi, che «nelle incolmabili distanze / si fa esercizio d’immaginazione». Parlando di città, di luoghi familiari e lontani, di fenomeni climatici e naturali, si finisce per parlare dell’uomo, del genere umano, del legame con lo spazio vitale che gli è stato dato e che ha scelto di trasformare, con ostinato zelo, a sua immagine e somiglianza. L’uomo ha voluto provare che effetto fa sentirsi dio, padrone assoluto del pianeta. Il risultato sarebbe comico, se potessimo permetterci di osservarlo da qualche terrazza panoramica di un altro bel pianetino, magari davanti ad un tavolo di vetro con un prosecco della Valle di Marte, doc e d’annata. Sulla temperatura, beh, non è possibile garantire il meglio.
Se non basta la geofisica come monito, si prova con la Storia. A pagina 33 c’è una poesia che parla della London Valour, la nave naufragata a Genova il nove aprile 1970. Naufragata tra i moli del porto. Il meccanismo delle associazioni, davvero libere, è il caso di ribadirlo, e aspramente sincere, porta la Frisa a queste considerazioni: «Allora non è vero che chi sta al riparo si salva. / Le raccomandazioni di mia madre furono irreali: / se fa freddo copriti, prendi l’ombrello se piove / se traversi la strada fai attenzione. Allora / non c’è scampo quando qualcosa che deve accadere / accade?».
Il nodo è in questo interrogativo. Amleto avrebbe detto that is the question. Il dubbio per antonomasia viene analizzato, scannerizzato con attenzione. Alla fine ne deriva una risposta che è domanda ulteriore: «Chi può raggiungere lo stato postumo / di questo atroce presente se non fuggendo da lui? / E dove? / L’ironia ci tiene in vita per un po’ impedendo / le smanie di assoluto. Ma non basta. / Occorre molto tempo verticale e lo spazio / esatto / tra terra / e cielo».
Nel libro lo iato tra terra e cielo viene rafforzato anche da una riga bianca.
Alcune considerazioni conclusive, ma prima un invito. L’agile libro di Lucetta Frisa (corredato dalle due preziose cornici di artista di cui si è detto) consta di una settantina di pagine. Ovunque si trovi il potenziale lettore, sulla Terra, sulla Luna, su Marte o su qualche luogo ulteriore non ancora mappato, la lettura del suddetto libro potrebbe far bene. Non per rispondere alle domande, ma per tracciare una rotta emotiva, alla faccia dei cyborg di cui sopra.
Potrebbe servire a chiederci se vale la pena sentirci forti ed efficienti distruggendo ciò che davvero conta e in fondo ciò che davvero siamo. Più in generale potrebbe essere utile per chiederci dove si trovi, dove esattamente sia collocato, “il tempo verticale”. Forse ce lo potrebbe dire tra un sorriso e una battuta autoironica la Frisa. O magari ci direbbe che neppure lei ne ha idea. Non ne ha idea, neppure pallida come la luna. Ci confermerebbe, Lucetta Frisa, che nella sua vita ha sempre agito d’istinto, fregandosene di quelli saggi e di quelli precisi, e pensando e scrivendo ciò che davvero la toccava nel profondo, quello che la faceva stare meglio, almeno per un po’.
Ecco forse agli interrogativi di questo libro non c’è una risposta. O forse, nell’atto di dire che la risposta non esiste, implicitamente si traccia una strada.
Una via di fuga. Perché la fuga è necessaria, praticamente sempre. Ma la vera fuga, quella autenticamente libera, è quella che consente di scappare via senza in realtà muoverci dal luogo imperfetto e dal presente atroce che sono il solo luogo e il solo tempo che abbiamo.
Per vivere. Per tentare di vivere. Ogni volta che il vento si alza.

 

                                                                                                                                 Ivano Mugnaini
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vademecum” della rubrica Letti sulla luna:
L’intento è quello di incuriosire, e magari anche di spingere a compiere il passo ulteriore, piccolo ma significativo: approfondire, leggere altre cose, dire “sì mi piace”, oppure dire “Mugnaini non capisce niente, ha gusti da troglodita”.
Va bene tutto. Purché si metta in moto il meccanismo. Proporrò alcuni testi e qualche nota, nel senso musicale del termine, qualche breve accordo che possa dare un’impressione, un’atmosfera.
Se poi qualcuno, qualche essere semi-mitologico, volesse compiere anche il passo da gigante (quello alla Polifemo, o alla Armstrong sulla Luna, vera o presunta che sia) di acquistare una copia di uno dei suddetti libri… beh… allora il trionfo sarebbe assoluto e partirebbe la Marcia dell’Aida.

Nazione Indiana – recensione a “La Cosa”

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“La cosa, quindi, è il centro dell’interesse. Non la cosa da un altro mondo, ma da questo. O meglio da questo mondo e da tutti i mondi, reali e immaginari, saggi e pazzi, belli e orrendi che questo nostro folle folle mondo racchiude”.
Su Nazione Indiana una mia recensione al libro “La Cosa” di Gianluca Garrapa, con qualche escursione su cinema, pittura, poesia e altre “cose” belle

Nazione Indiana – recensione a “La Cosa”

200 opere e un'anteprima mondiale. Escher a Trieste - LivingCorriere

 

Note a margine di Ivano Mugnaini

su

La cosa, di Gianluca Garrapa

Edizioni Ensemble, Roma, 2020

 
La nota sulla quarta di copertina de La Cosa è di Paolo Zardi, autore tra l’altro di Antropometria e Il giorno che diventammo umani, due titoli che fanno cenno a “misurazioni” e “metamorfosi”. Zardi osserva che «Garrapa guarda al mondo con l’occhio lucido e curioso di un filosofo, e poi ce lo racconta con voce di poeta». Cedendo all’istinto di mettere in relazione in modo arbitrario (ma si sa, si resiste a tutto tranne che alle tentazioni) i “dati” fin qui raccolti, potremmo dire che il Garrapa filosofo misura il mondo, soprattutto l’estensione della follia, e il Garrapa poeta immagina un modello nuovo di zecca, un prototipo ipotetico. O forse è vero il contrario. O entrambe le ipotesi, anzi, le cose.
Sì, perché non è ignorabile la consistenza scabra del titolo di questo libro, ulteriormente rafforzata da un’altra raccolta di racconti dello stesso Garrapa, battezzata con un nome più esteso, quasi un verso, sia in senso poetico sia come esclamazione di fronte ad un senso di oppressione, acustica e morale: Un ronzio devastante e altre cose blu. La cosa, quindi, è il centro dell’interesse. Non la cosa da un altro mondo, ma da questo. O meglio da questo mondo e da tutti i mondi, reali e immaginari, saggi e pazzi, belli e orrendi che questo nostro folle folle mondo racchiude.
La follia è una formidabile navicella per esplorare universi. Per attraversarli, crearli, distruggerli, esserne distrutti a nostra volta e creati, mutati, senza essere mutanti. Garrapa lavora in ambito scolastico e psichiatrico come counselor a orientamento psicoanalitico e conduce laboratori ludico-creativi e di scrittura ‘desiderante’. Tutto ciò potrebbe anche non avere alcuna influenza diretta sulla sua narrativa, ma il parallelismo tra la natura ludico-creativa dei suoi racconti e ancor più l’attrazione dell’etimologia della parola “desiderante” sono troppo potenti, sono magneti che ci conducono a caccia di meteoriti. De-siderare indica la “mancanza di stelle”, di buoni presagi, di buoni auspici. Quindi per estensione questo verbo ha assunto anche l’accezione corrente, intesa come percezione di una mancanza e, di conseguenza, come sentimento di ricerca appassionata.
In una biografia semiautobiografica Garrapa si definisce, tra le altre cose, “descrittore cromatico”. Quindi questo libro potremmo definirlo come il de-siderio del de-scrittore. E l’aggettivo “cromatico” si ricollega, forse, anche al cenno alla “poesia” a cui ha fatto riferimento Zardi. La poesia colora il mondo con occhi liberamente folli, e quindi saggi, penetranti. Una mia amica pittrice, Susanna Barsotti, anche lei poliedrica artista, colora i limoni di blu. Garrapa colora le cose del mondo con una gamma cromaticamente libera ed assolutamente fedele al vero, a quella verità che va altre il confine, il limen. L’autobiografia semiseria e semivera dell’autore prosegue così: «Ama la bicicletta e da due settimane si è riscritto in palestra, ma non durerà molto. Crede nell’esistenza degli extraterrestri». Forse anche gli extraterrestri credono nell’esistenza di Garrapa. Sì, perché, nel “ludus” di Garrapa, anche nelle parti più esplicitamente bizzarre o surreali, c’è sempre un rigore quasi chirurgico, una precisione che conserva anche nel riso un’attenzione al dettaglio millimetrico. Che la comicità sia una cosa serissima, l’autore di questo libro lo ha capito, anzi lo ha metabolizzato da tempo. Il suo è uno sguardo alla Buster Keaton: la gag è comica, il mondo inciampa, si ribalta, anche per effetto di un singulto esilarante, ma la faccia è immancabilmente, rigorosamente, potremmo dire necessariamente tragica. Il regista William Asher disse di Keaton: «I always loved Buster Keaton. He would bring me bits and routines. He’d say, ‘How about this?’ and it would just be this wonderful, inventive stuff.» Il primo film girato da Keaton per la Metro-Goldwyn-Mayer fu “Il cameraman”. Ecco, potremmo dire che Garrapa è un cameraman alla Keaton, osserva il mondo reale e quello possibile, quel pianeta popolato da extraterrestri che è la psiche umana. La cinepresa narrativa si intrufola in ambienti disparati, a volte disperati, ma sempre con quel filo di salvifica ironia a cui aggrapparsi. Modula, Garrapa, anche il ritmo dei dialoghi a seconda delle situazioni. A volte si ha un taglio di montaggio breve, immediato, come nel racconto “La siepe”, caratterizzato da un incipit fulmineo: «Mio fratello morì prima di mezzanotte». In altri casi, al contrario, c’è un indugio esteso, diluito, deliberatamente estenuante: «Oltre il muro di cinta aguzzo in cima di sbreghi di cielo capovolto desiderio di nebbia che scivola insinuante tra le fessure inconcludenti della coscienza che non sa mai dove finisca lo sguardo e l’oggetto che preme sui sensi, avvolgendo di pregnante fragranza di tiglio, all’inizio d’estate, la percezione del limite tra dentro e fuori – esiste ancora lo scheletro di un albero di fico parsimonioso ormai di rami e foglie, che violentemente tenace rimanda a un confuso e ubertoso periodo della mia esistenza nel villaggio dei morti. Il corteo funebre, uno degli ultimi, passò di lì, lento e silenzioso, i figuranti mimavano il loro cordoglio».
Oppure mima gli errori, le imperfezioni colorate imitandone il linguaggio: «Un adesso che dura adesso, perché dopo non e più così. Lui prima cera e adesso non ce più. Ma però non e giusto questo». E ci ricorda, che niente è più vero di ciò che è lontano, in apparenza, e che l’altrove, e l’altro, sono già qui, sono già tra noi, anzi, siamo già noi: «Mentre costruiva il suo ennesimo diorama, il bambino, il marziano, come lo chiamavano i compagni delle elementari non per via della sua conoscenza nettamente superiore a quella di qualsiasi adulto laureato (parlava 12 lingue, dipingeva come Michelangelo, calcolava la radice cubica di numeri a 9 cifre con l’efficienza di un computer quantistico), ma per la sua non comune generosità, l’empatia che spesso diventava potere telepatico e un’intelligenza emotiva tale da costringere i genitori degli altri bambini a escluderlo spesso dalle feste di compleanno, borbottava, senza ovviamente comprenderle, le parole di un brano che sarebbe diventato questo racconto.» Autoritratto di una storia o de-scrizione di un de-scrittore? Ai posteri l’ardua sentenza, potremmo dire, se non avessimo già avuto la netta impressione di essere noi i posteri a noi stessi.
Non resta allora che osservare lo specchio del mondo, ossia noi nelle facce degli altri, e cambiare idea, e stile, con toni e modi plasmabili, duttili, e una gamma di variazioni sul tema, come fa Garrapa, quando, ad esempio, si ispira alle Centurie di Giorgio Manganelli: «La donna che dovrà incontrare è una persona di cui non conosce il nome. Egli l’aspetta sotto casa, indossa un impermeabile nero e un completo dello stesso colore, gli occhi spiritati, a dispetto dell’esteriore eccessiva calma, equivocabile per apatia. Ma adesso, pomeriggio di pioggia odoroso di ricordi e premonizioni, egli è agitato».
Non ci resta che seguire la colonna sonora e danzare al ritmo, serissimo e grottesco della follia, immaginando, con Garrapa, l’esistenza di un Istituto di Bruttezza e seguendo i discorsi di Narratovov (nome tutt’altro che casuale): «La riserva degli indiani disposta a strategia difensiva – considerava a sua volta Narratovov che osservava con scrupolosa dovizia nevrotica, rispondendo al pensiero delle cose, mentre ascoltava vagamente la sua Alexia, come stesse leggendo un libro davanti a un televisore senza decoder, con attenzione fluttuante, in sottofondo, piatto, essendo altrove il pensiero ossessivo».
Scrupolosa novizia nevrotica è una mirabile sintesi di molti dei temi di questi racconti. È una specie di concentratissimo e coloratissimo succo del suo senso e dell’assenza di senso, un po’ come la vita.
Ognuno di noi, in fondo è un supereroe con gli extrapoteri craccati: «E riesco ad arrivare in cima ai grattacieli… senza scale o ascensori, intendo, e senza lasciare impronte sui vetri delle finestre… veloce e leggero come un Uomo Ragno – dice il giovane lavavetri, scostando dalla fronte una ciocca di capelli ossigenati con un leggero movimento del capo, e srotolandosi il pacchetto di Chesterfield avvoltolato nella mezza manica della t-shirt.»
I racconti de La cosa sono anche un modo, per Garrapa, di descrivere il pianeta che egli pensa e immagina, ciò che vede e ciò che non vorrebbe vedere. Anzi, no, non c’è nulla che non si possa vedere se lo si sa cogliere dalla prospettiva giusta, calcolando con esattezza la consistenza e la misura dei materiali per poi scordarla e riforgiarla, ritrovandola alla fine mutata e uguale, assolutamente reale.
In questo libro si parla di quella “cosa” chiamata vita, o forse sogno, o magari poesia. Ma la sua forza è proprio in quel “forse”, nello spazio sospeso tra tenerezza e nitidezza, riflessione e gesto esatto, tagliente, necessario alla speranza della metamorfosi: «Qualche giorno fa, sabato 12 marzo, ero in treno e pensavo di scrivere un racconto usando penna + carta, e detto così sembra che, se un marziano decerebrato o sub-intelligente leggesse quello che andrò a battere sul PC – perché è lì, come la morte, che vanno a finire tutti i corpi verbali, e in fondo è la morte che dà valore alla vita – questo marziano potrebbe pensare che carta + penna sia una lega metallica, un modo di mescolare, quasi che scrivere sia una scultura o una pittura che mescoli acqua oppure olio e tempera e colori per il vetro, ecco, preciso che non è casuale il riferimento alla pittura perché, se mi capita, espongo i miei quadri che io chiamo DESCRITTURE CROMATICHE e invece significa semplicemente cambiare gesto, è una questione di gesti».

Il lume della follia

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Prisco De Vivo, Il lume della follia, Oèdipus Edizioni, 2019
nota di lettura di Ivano Mugnaini
È quasi ossimorico il titolo della raccolta di Prisco de Vivo. La follia è pervicacemente associata, da secoli, al buio, all’oscurità. Si tende a dire “una mente offuscata dalla follia”. Ebbene, tramite i versi e le immagini, tramite l’interazione tra la parola e la dimensione visiva (intensa in senso ampio, anche come sguardo ulteriore, al di là delle barriere preconcette), De Vivo ci propone, anzi, ci conduce a vedere il lato luminoso della follia.
Nella sua visione di credente, inoltre, la luce non può non abbinarsi in modo immediato al concetto, anzi all’atto della fede. Fede intesa, appunto, come volontà di scardinare le barriere che impediscono l’autentica comprensione tra gli esseri umani.
«Quando citi le cose del mondo che ti limitavi a tenere nascoste, mi sono sentito ancora più trascinato dentro questa tua illuminante raccolta», ha scritto Paolo Ruffilli in una nota di lettura il cui testo riporto integralmente in calce a questo mio spazio introduttivo.
Le cose, quindi, la materialità da un lato e, sul fronte opposto, la luce, qualcosa di impalpabile che tuttavia si relaziona con l’oggettualità dando vita a quella dimensione complessa e fertile che rappresenta il terreno di espressione (e di lotta) per l’estrinsecazione del sé autentico, la libertà di essere noi stessi.
Per Prisco l’opzione è insita nel coraggio di guardare con la stessa intensità la bellezza e l’orrido, il bene e il male, intersecati, tra sublime e orrifico. L’arte è conciliazione tra ricerca di perfezione e consapevolezza dell’imperfezione. Il viaggio si compie nell’atto di rendere la perfezione più umana e l’imperfezione più percepibile, più osservabile, vicina a farsi specchio in cui ognuno può cogliere, andando oltre la superficie, i propri sogni più puri e i propri demoni, le ali e le rughe che stravolgono i volti.
Il libro si basa sull’alternanza o meglio sulla coesistenza tra le idee annotate sulla pagina e la materia viva, i grumi di colore. Al punto che anche le parole assumono consistenza quasi tattile, il rilievo nodoso della sofferenza ma anche dell’energia che mira a liberarsi, liberando se stessa e chi la genera, chi la possiede chi e ne è posseduto: «scordati di me / di te / delle tue ruvide mani / che in un lampo di radice / divennero / LUCE DI SANGUE».
Per rendere più autentica e intensa l’osservazione, l’occhio deve trovare la volontà e la forza di infrangere i vetri dei preconcetti per arrivare al nucleo essenziale: «Guardo in bocca ai malati che / rompevano con i denti / i vetri delle strade / dalle loro fauci / sbucano fiori di colore vermiglio».
Il libro di De Vivo possiede una solennità mai eccessiva, mai ridondante o teatrale. Non sono quadri di maniera, quelli che dipinge con le parole e con i pennelli. Ciò gli consente di ottenere un’espressione sincera, nella sacralità del dolore, che tuttavia non è descritto come oggetto intoccabile, ma, al contrario, è umanizzato. La disperazione, al di là di infiniti e tortuosi percorsi, può sfociare in uno spazio diverso: «Quando riuscirò a morire veramente / liberandomi dall’inferno, / delle colonne coclidi, / dal polistirolo dei farmaci / dalla dissenteria dell’anima».
L’impressione è che De Vivo abbia scritto questo libro con estrema sincerità, non per aggiungere un titolo alla sua bibliografia. Tale autenticità gli ha permesso di scrutare l’abisso senza perdersi, senza smarrire lo sguardo e la voce. Gli ha consentito, per quanto umanamente possibile, di giungere all’immedesimazione con il dolore più lacerante e vero, ma anche con la forza vitale e creativa, fuoco e lava di vulcano. Quella che, a dispetto di tutto, a tratti, magari in imprevedibili istanti, può condurre al punto più estremo al cui fondo c’è la rinascita, o meglio la nascita a vita vera.
        IM
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UNA NOTA DI LETTURA A “IL LUME DELLA FOLLIA”
Punteggiate dai tuoi incisivi disegni, le tue intense poesie colpiscono e coinvolgono quasi a specchio sorprendente della situazione drammatica in cui adesso ci troviamo a vivere e con l’effetto che le tue presenze familiari trapassano in figure universali di ieri e di oggi.
E, quando citi le cose del mondo che ti limitavi a tenere nascoste, mi sono sentito ancora più trascinato dentro questa tua illuminante raccolta.
Colpito anche dal continuo intervenire tra le righe e in epigrafe di scrittori anche per me di riferimento.
                                                                                        Paolo Ruffilli
 

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NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA

Prisco De Vivo è pittore, scultore e poeta. È nato a Napoli nel 1971 e vive ad Avellino.  Ha pubblicato i volumi di poesie: Dell’amore del sangue e del ricordo (selezionato al Premio Pascoli 2005) (Il Laboratorio/Le edizioni, 2004, prefazione di Plinio Perilli e postfazione di Raffaele Piazza), Segni e parole (In una notte oscura e uggiosa) (Il Laboratorio/Le edizioni, 2006, lavoro di poesia/immagini a quattro mani con Raffaele Piazza), Dalla penultima soglia (Marcus edizioni, 2008, prefazione di Marcello Carlino), Ad Auschwitz (Il Laboratorio/le edizioni, 2009, prefazione di Enzo Rega e postfazione di Antonella  Cilento), ha ricevuto per la raccolta Il lume della follia il secondo posto del Premio Nazionale Minturnae XXIII edizione per l’inedito, 2009.

È stato incluso in varie antologie tra cui: Melodia della terra (Secondo Volume) 2006 (Crocetti editore, a cura di Plinio Perilli), Da Napoli, Verso Kairos editore, a cura di Antonio Spagnuolo e Stelvio Di Di Spigno) 2007 (Poeti e Pittori di [Secondo Tempo] 2013 Marcus Edizioni, a cura di Alessandro Carandente e Marcello Carlino).

Le recensioni sui suoi testi poetici e le sue poesie sono apparsi su: Poiesis, Risvolti, La Clessidra, Pagine, Gradiva, La Mosca di Milano, Secondo Tempo, Capoverso, Poesia, Repubblica, La Stampa, Il Mattino, Sinestesie, Zeta, Cenobio, Trimbi, Clandestino, Graphie, Poeti e Poesia, Frequenze Poetiche.

Ha collaborato a diversi periodici e riviste d’arte e letteratura, italiane e straniere, cartacee ed on-line, inoltre è stato presente a mostre di poesia visuale e recitals poetici.

Si è occupato di saggistica, scrivendo su poeti come: Pier Paolo Pasolini, Dario Bellezza, Camillo Capolongo, Guido Ceronetti, Rubina Giorgi. Nel 2020 ha pubblicato il volume di poesie e immagini Il lume della follia Oèdipus edizioni.

https://www.rivistaclandestino.com/guido-ceronetti-il-vetusto-e-geniale-maestro-del-pensiero-terribile/

http://frequenzepoetiche.altervista.org/prisco-de-vivo 

http://www.cinquecolonne.it//26/5/2019/poeti-in-Campania-prisco-de-vivo 

http://www.rivistaea.it/18/7/2018-la-promessa-di-orfeo/prisco-de-vivo

http://www.facebook.com/priscodevivo/

CONTATTI : info@priscodevivo.it

La creta e i tempi indocili

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recensione de La creta indocile su La Voce di Mantova
“È proprio attraverso la scorrevolezza delle pagine […] che si percepiscono le parole e i versi del momento tragico e delicato che in questo momento storico stiamo vivendo, una sorta di sostanza labile, delicata e malleabile come la creta ma allo stesso tempo forte, quando si consolida e prende forma”, scrive Rosalba Le Favi nella sua recensione a La creta indocile su La Voce di Mantova.
Ho apprezzato il suo mettere fianco a fianco la creta e giorni indocili che stiamo vivendo.
Si tratta di essere duttili. Tenaci e allo stesso tempo “plasmabili”.
Restare noi e creare nuove forme. 
IM

La verità dei topi

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   La verità dei topi  ha un titolo accattivante.
   In fondo siamo tutti un po’ roditori, anche quando sogniamo di essere aquile o farfalle o altri poetici e altisonanti animali. In fondo “rosichiamo” a volte, ma sappiamo anche rosicchiare, ossia sbocconcellare quello che di buono si trova oltre le lame della trappola pronta a scattare puntuale e inesorabile.
   Con Massimiliano Nuzzolo, autore del suddetto libro, ci scambiamo mail in cui parliamo di squadre ideali di cantori della Sanremo della Letteratura che potrebbero però trasformarsi in cantanti alla maniera dei protagonisti di “Amici miei” al concorso per cori di musica solenne, oppure, allo stesso tempo, membri di un’orchestra  di note realmente ispirate . Uno dei possibili dream team che abbiamo idealmente convocato era composto da Vian, Vonnegut, Pelevin, Marquez, Benni, Pennac, Robbins…
   Parlando de La verità dei topi, Massimiliano mi ha scritto che “Questo è un romanzo “surreale” e ad alto tasso di ironia.  So che conosci bene Camus e ciò che pensava dell’ironia. Chiudo il mio percorso tra gli esistenzialisti francesi in maniera irriverente con Boris Vian (il più “psichedelico” degli esistenzialisti), al quale è dedicato questo romanzo. Ma pure scomodo in qualche modo Kurt Vonnegut e Viktor Pelevin. La genesi di questo romanzo è stata lunga. La tessitura e gli incastri meticolosi un po’ alla maniera dei compositori e pittori fiamminghi”.
   Leggendo il libro gli ho dato (volentieri) ragione. Una delle chiavi possibili è in quella locuzione apparentemente interlocutoria utilizzata poco sopra: “allo stesso tempo”. Il romanzo è, allo stesso tempo, giocoso e di sostanza, divertito e serio (serioso no, altrimenti Vian ce le canta e ce le suona, in tutti i sensi).
   Si ride, nel romanzo di Nuzzolo, con un linguaggio che scorre fluido e credibile, ma, al contempo, quando meno te lo aspetti ti trovi a pensare che se viviamo, da bravi topi, in un mondo ribaltato e strampalato, allora in fondo ciò che è assurdo tanto assurdo non è. E  ciò che non è vero, ed appare magicamente fantastico, o infantilmente favolistico, in realtà è vero, è reale, e magari è già presente, solo che non lo vediamo, perché lo guardiamo dalla prospettiva sbagliata.
   Il romanzo di Nuzzolo diverte, ma tra un sorriso e una risata, si insinua, puntuale, il dentino acuminato del pensiero, ironico, e quindi più penetrante. Le domande ci sono tutte, anche quelle fondamentali. Anche il più amletico dei dubbi, ossia se sia meglio morire in un certo modo piuttosto che in un altro. La questione viene posta in termini molto netti e schietti. Non vi rovino la sorpresa. Come indizio vi dico solo che il sottoscritto, in quanto toscano, ha familiarità con uno dei termini dell’enigma, che tra l’altro si lega al titolo.
   In sostanza, il romanzo parla della parola attraverso il gioco e le regole della scrittura, e parla della vita attraverso lo specchio dell’ironia. Due ottime lenti.
   Si tratta di farsi topi, e in quanto topi, curiosi, e di leggerlo, scoprendo pagina per pagina i giochi e le trappole, la verità e il suo contrario. Che poi, magari, è la verità vera.  Ossia la fantasia. E la bellezza è in questo fertile e succoso dubbio.
                                                                                                            IM
 Viaggio, sogno e letteratura. “La verità dei topi” di Massimiliano Nuzzolo

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LE PAROLE AGRE

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Qui di seguito la mia prefazione al libro LE PAROLE AGRE di Narda Fattori. I.M.
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Narda Fattori, Le parole agre, L’Arcolaio editrice, 2011

prefazione di Ivano Mugnaini

Molti passaggi significativi dei libri pubblicati da Narda Fattori sono dedicati al rapporto tra realtà e scrittura, al senso del fare poesia, al peso e al valore della parola scritta. In questo recente libro edito dall’editrice L’arcolaio, l’autrice, giunta ad una maturità letteraria compiuta e in possesso di strumenti espressivi consolidati, fa di questa ricerca di senso il perno stesso del suo lavoro, modulando toni e accenti, ma sempre dimostrando un’urgenza autentica, una sete di comprensione, rivolta sia ai destini individuali che alle dinamiche sociali, che non ha niente di retorico e posticcio ma risponde piuttosto ad un’esigenza vitale, sul piano letterario e non solo. Il titolo del libro, Le parole agre, è netto, deciso, perentorio. Non ammette, in apparenza, alcuna incertezza o esitazione. Ma la poesia, la lettura, la ricezione di questo libro specifico e di ogni altro volume di versi degno di tale nome, impongono e consentono sempre il beneficio del dubbio, e la fertile ricchezza che ne deriva. Il titolo di questo libro è adeguato e consono, esprime bene il percorso, il cammino, l’esplorazione di ambienti e stati d’animo oscuri ed amari che l’autrice ha scelto di attraversare, con lucidità e coraggio, passo dopo passo. Ma il gusto, il sapore del libro, non è univoco né monocorde. Domina, certo, l’asprezza delle immagini e delle situazioni. Al suo fianco però, tenace, quasi tenuta in vita controvoglia, come qualcosa che ci esprime e ci sostenta quasi nostro malgrado, c’è, a volte, ostinata, riconoscibile al di là di ogni crepuscolo, una forma di speranza, una luce che emerge dall’ombra.
L’esergo del libro è tratto dalle Poesie di Marina Cvetaeva edite da Feltrinelli: “Non farò da cardine/ agli zeri? Non è balorda la bilancia?/ E perché fra tutti i reietti/ non c’è simile orfanezza al mondo?” Di per sé è un grido di crudo e quasi stupito dolore. I punti interrogativi posti al termine di ogni frase tuttavia, al culmine di ogni verso, scavano nel corpo e nella terra, e, assieme al sangue e al fango, fanno sgorgare acqua, la tenacia del vivere, nonostante tutto. Del resto, come osservava Bertold Brecht, “tra le cose sicure la più sicura è il dubbio”, e il compito della poesia è quello di porre gli interrogativi giusti, evidenziandone il valore essenziale.
Questa capacità di far convivere l’”orfanezza del mondo” con una salvifica ironia, sapida, cosciente, è una delle costanti della produzione letteraria di Narda Fattori. Alcuni suoi volumi precedenti rivelano, a partire dai titoli, questa deliberata e istintiva coesistenza: “E curo nel giardino la gramigna” Ibiskos editore, 1995, è l’esempio più esplicito, ma anche il più recente “Cronache disadorne”, edito dalla Joker nel 2007, mette in evidenza una tendenza all’understatement, l’arte del togliere peso ai fatti e agli eventi, senza tuttavia sottrarre nulla della loro sostanza. Rendendo tutto, la luce e il buio, il piacere e il dolore, più umani, più sostenibili.
La terra di origine di Narda Fattori, la Romagna, per la precisione quella parte della Romagna a metà strada tra erba e sabbia, tra i campi e la spiaggia, contribuisce a creare il tono, l’atmosfera, lo sguardo dominante di questo libro. Il mare Adriatico, costantemente di fronte, là davanti, ineluttabile, è, a ben vedere, uno specie di lago dal colore incerto, spesso deprimente, non particolarmente limpido né brillante. Una sospensione della vita, un mare adeguato all’inverno. Preso atto di questo, subentra la capacità di osservazione, la pazienza dell’occhio. A furia di guardare ed aspettare si coglie quel riflesso di sole che arriva da chi sa dove, su angolazioni magicamente arcane. Ed in quel momento il lago bruttino rivela la sua potenzialità di bellezza. Completa l’opera, affiancandosi allo sguardo, la voce. L’attesa si fa parola, si inventano storie, tra verità e leggenda, e la sabbia si fa dorata, calda, accogliente. L’occhio romagnolo, per scelta, fa della malinconia un ingrediente essenziale del vivere, quasi una forma sublime di allegria. Il ricordo si fa racconto, con la libertà di sognare passaggi di transatlantici o semplicemente una moto dall’enorme cilindrata che sfreccia per un istante più potente del tempo e dell’angoscia. Narda Fattori porta con sé, in ogni suo lavoro letterario, questo sua terra di nascita e di elezione, la sua vivacità ma anche la tendenza a dissacrare, a smantellare gli edifici del già detto, scavando sotto la superficie per vedere quale sia davvero il colore del mare e quale sia il destino dell’uomo, la sua misera libertà ma anche la sua testarda “allegria di naufragi”.
Il mondo romagnolo è punto di partenza, radice preziosa, anche se poi, con la forza della propria personalità e con il sano individualismo proprio di ogni artista, la Fattori si è costruita una cifra autonoma, una dimensione più adatta a contenere anche la propria sete di misura, e a volte di quella sobrietà che fa sì che le passioni si sposino anche con il ragionamento, il corpo con la mente, l’euforia con la consapevolezza dei mali del mondo, con la volontà tenace di provare ad estirparli.
Come per ogni vero poeta l’orizzonte dell’autrice è quello del mondo, la sfida della realtà sognata e vissuta, il confronto tra l’ideale e la contingenza delle cose, la contabilità delle ferite e delle ingiustizie a cui, questo sottolinea l’autrice, si rischia di adattarsi perché non si ha tempo né forza per sottrarci e ripulircene. Le storie, le vicende rese e raccontate in forma di parole di questo libro, parlano di persone reali o immaginarie, fino al punto in cui le due dimensioni si confondono, rafforzandosi a vicenda. “Io gioco con le parole e con le parole/ canto e rido e faccio convito/ ballo la loro musica sempre variata/ a volte bene accordata su ampio fiato/ o dura e aspra come colpi di maglio/ che batte il tempo sulla roccia e la scaglia/ per regalarla al mare che la fa duna”, recitano i versi della lirica posta all’inizio del libro. È un quadro di paesaggi geografici ed interiori, roccia e sabbia, mare e duna. “Io mi riempio la bocca di parole sensate/ che dal ventre sono risalite alle anse/ di un cervello sconvolto di sinapsi”, prosegue la poesia d’esordio. La riflessione sul senso dello scrivere a cui si è fatto cenno trova qui un’esemplificazione adeguata. Ed è emblematica anche la sensazione, adeguatamente suggerita dall’autrice, che quell’aggettivo “sensate” abbinato al vocabolo “parole”, alla materia indocile di cui ci nutriamo e di cui siamo a nostra volta cibo e mensa, sia acutamente e deliberatamente ironico. Come a voler confermare a se stessa e al lettore che il vero senso delle parole, forse il solo senso possibile, è quello di provare a dare misura a ciò che è intimamente indefinibile, costantemente mutevole e sfuggente. A ciò che parte dal vero, dolorosamente autentico come una fitta d’amore o di dolore, arriva a colpire il cuore, inarrestabile, tagliente, e una volta giunto al livello razionale, a quel “cervello sconvolto di sinapsi”, è già un’altra cosa, una cosa altra, aliena, inafferrabile.
“Dalle parole accovacciate sulle labbra/ resta un ritmo aspro e scordato”. Questi altri versi confermano l’attenzione che la parola, in questo libro, rivolge alla sua essenza, a quella ricerca di un ritmo consono, adeguato. E alla sconfitta, puntuale, quello sbocco in echi discordi, scordati, aspri. Senza tuttavia la resa definitiva. C’è, nella dolcezza testarda dei versi e dei vocaboli che Narda Fattori sceglie e da cui è chiamata in causa, in quelle parole che ancora sono “accovacciate sulle labbra”, la forza per una nuova ricerca, a dispetto della consapevolezza, della sempre più solida “cognizione del dolore”. Perché è profondamente radicata l’espressione attraverso la parola, il verso, il cammino esistenziale coincide con quello letterario, il moto degli anni, delle realtà e dei sogni, è diventato “Il verso del moto”, per citare il titolo di un altro volume della Fattori, edito da Moby Dick nel 2009. È una caratteristica costante, e apprezzabile, dell’autrice, quella volontà-necessità di tener viva la memoria di quel mondo più autentico, di matrice contadina, quello in cui “l’ulivo era per l’olio e l’olio per il pane/ col salice si intrecciavano i panieri”. A differenza di altri autori tuttavia non si ferma alla dimensione oleografica da quadro macchiaiolo o da stornello intonato sull’aia al tramonto. La Fattori accosta sempre alla descrizione la riflessione, il ragionamento, su ciò che resta e ciò che è andato, sull’asprezza odierna ma anche sul sudore e le lacrime che si nascondono dietro le cartoline in bianco e nero del tempo che fu. Mette in relazione i punti di contatto e gli abissi, i pieni e i vuoti, e, come imprescindibile filo rosso, si rivolge alla parola, quasi chiedendole di riavvolgere il nastro, rimettendo in rapporto consequenziale e dialogico mondi ormai separati. Con il coraggio di dire e di dirci che non è possibile, che di ogni epoca resta il suo unico e solitario mistero: “Le parole scendono in gola trafiggono/ laringe e faringe s’aggrumano/ nell’inespresso dire/ nella sola parola che non viene a me a dire”.
Ma la voce dell’autrice non è incline alla mestizia fine a se stessa. Con le armi dell’ironia, del ricordo affettuoso e vivido, e dell’attaccamento passionale a tutto ciò che dà senso alla vita, emerge anche la tensione agonistica, il contrasto deciso verso lo sgretolamento del tempo e delle verità: “Il silenzio raccoglie l’impazienza/ di un cielo che corre e non svolta/ e non temo le tempeste/ che rubano il fiato ma assecondate/ regalano viatici come vela maestra”. È un’immagine di genuina potenza, un invito da tenere a mente, quello ad assecondare le tempeste. Poesia tutt’altro che elegiaca, quindi, quella de Le parole agre. Conscia della pena e del dissolvimento, certo, ma ancora ben distante dalla resa.
La forza per lottare l’autrice la attinge, come detto, dalle radici: la propria terra, i propri affetti. Non è un caso forse che nel libro alcune delle parole più ricorrenti siano proprio “padre”, “figlio”, “cari”, “nido”, “bambini”, “ritorno”, e molti altri termini appartenenti a questo ambito semantico. Ma significativi punti di riferimento sono anche gli angoli che si trovano alla confluenza, di incontro e di scontro, tra termini antitetici e in apparenza contrapposti: “parola” e “silenzio”, innanzitutto, correlate a vita e morte, amore ed odio, memoria e oblio. “Trovano pace i miei morti”, esordiscono i versi di una lirica, “in catacombe di memorie/ o cari o indimenticati”. Mettendo in tal modo in relazione il tutto e il niente, e rafforzando la speranza, anzi la certezza che, malgrado tutto, la parola possa restare, dando dimensione al dolore e al lutto.
“Ai bar i vecchi non bevono più/ non hanno di che pagare/ dopo aver svuotato magre pensioni/ ai nipoti che si fanno di frega soldi/ e qualche soft drink/ e si spiaccicano come insetti/ sul parabrezza d’asfalto”. C’è in questi versi, aspri, adeguati ad incarnare il titolo del libro, una capacità di adattare lo sguardo ed il medium espressivo anche al mondo attuale, tanto rapido da sfuggire al suo stesso cuore. Da poeta attenta a ciò che la circonda, la Fattori guarda e annota, ritrae con uno schizzo preciso e amaro il tempo che è cambiato, le nuove miserie e le guerre camuffate da benessere. Confermando che la poesia non ama parlare solo della “vispa Teresa”, ma sa anche farsi cronaca disadorna, dolorosamente sincera, della realtà.
Eppure, per sopravvivere, nell’atto di esistere e di fare poesia, bisogna aggiungere all’osservazione il sogno e alla verità una dose adeguata di menzogna: “non mi è rimasto più nulla da cercare/ – io la mentitrice – tra queste piatte/ terre padane orlate da tonde cime”. Quasi un autoritratto, amaro e sapido, come i racconti in forma di versi di Tonino Guerra, tra frequentatori di cupe osterie e progetti di cieli stellati. “Io – la mentitrice – torno sempre/ sui luoghi dei miei misfatti/ torno sempre a cercare ori dove stanno serpi”. Versi rivelatori, ricchi di chiavi di lettura, di messaggi nella bottiglia. I misfatti, termine volutamente pesante, fa pensare a crimini, azioni che infrangono regole e leggi. Forse le leggi del tempo, quello che si crede scorra in linea retta, con un presente, un passato e un’ipotesi di futuro. Alla mentitrice però poco importa di questo filo, è in grado di intrecciarlo a piacimento, o almeno, nell’atto di immaginarlo, lo dipana in modo diverso, individuale. Ed è così che le serpi diventano ori, e viceversa. E si ritrova, nonostante la fatica dei giorni, qualcosa da cercare.
“Io non ho un nido non una tegola un tetto/ esposta alle burrasche alzo la testa”, scrive la Fattori in una delle liriche della parte conclusiva del libro. È un modo emblematico, adeguatamente complesso e suggestivo, di confermare, negandoli, alcuni dei punti di riferimento di questo libro e della sua poetica. In realtà il nido, la tegola e il tetto, ci sono, negli affetti più autentici, la propria gente, i vivi e i morti, i familiari, la terra vissuta e ricordata. Solo che, per poter conservare tali affetti difendendoli dagli attacchi di un tempo alieno, è necessario tramutarli, tramite la parola, tramite la poesia. Proteggendoli da un tempo ostile, difficile da comprendere, e dal dolore, da quel sapore agro che assale perfino le parole più amate. Ecco allora che, proprio nell’istante del dolore, è concesso, ed anzi necessario, alzare la testa, dire che è ancora viva l’idea della poesia, nella sua essenza astratta e corporea.
Le parole agre è un libro non banale, non scontato, che non cerca facili consensi. Esplora piuttosto, con energia autentica e sincera, quello spazio che unisce e separa il ricordo dal presente, l’idillio dalle contingenze amare di un’epoca rapida e brusca. Parla di nidi, con pascoliane assonanze (seppure con la vasta distanza che deriva dal vigoroso e sentito adattamento dei temi ai nostri tempi e alla loro cruda essenza), ma anche di guard rail d’asfalto su cui si sfracellano i corpi e gli anni. Senza retorica ma anche evitando di indulgere in dettagli sterili e truculenti. Riassume, tramite una poesia attenta, ben curata e adatta a rappresentare ritmi e sentimenti di diversa natura, quella sensazione ambivalente che ci avvicina di qualche passo in certi istanti alla comprensione del mistero, a quella “melodia che urge in gola al sorgere/ del sole e al suo svanire”.
IM

Alessia e Mirta

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Raffaele Piazza, Alessia e Mirta, Ibiskos editore, 2019
Nel libro di Raffaele Piazza la dimensione temporale, sia a livello sincronico che diacronico, ha un ruolo fondamentale. Questo libro nasce da un progetto e da un’ispirazione che abbraccia l’arco di vari anni ed ha come “radice” la raccolta Alessia, edita on line nel 2014 da Rosso Venexiano. Un’elaborazione lunga e complessa, quindi, una sorta di sedimentazione di idee, pensieri e sensazioni, ha dato vita al libro attuale, che contiene il nucleo di un binomio caro all’autore. Alessia e Mirta è concepito come un diario di istanti reali ma anche e soprattutto di sensazioni, impressioni, ricordi incisi nella carne della memoria e nella memoria della carne. Piazza si conferma anche in questo libro coerente con l’esplorazione del mondo attraverso le figure femminili conosciute, amate, incontrate sulle strade del mondo e fermate nel loro senso sublime e aspro sulla carta, per strapparle all’oblio, pur sapendo che il loro mistero resterà irrisolto.
Sono le stagioni con il loro scorrere a scandire il ritmo delle liriche, ma, accanto a loro, quasi a fare da argine e da barriera protettiva, gli oggetti, quelli che appartengono alle protagoniste della raccolta. Gli oggetti, una dimensione materiale che diventa metaforica in modo immediato, naturale, e quindi più intensa. Gli oggetti che appartengono a loro e a cui loro appartengono, dando loro fascino, nel momento in cui i loro gesti diventano ammalianti nella loro apparente quotidianità:
Nel folto della vita
ad angolo con il mondo
ragazza Alessia nel
negozietto di intima
biancheria entra sottesa
ad una vita intera.
Arrossisce Alessia ragazza
davanti al commesso
e calze nere autoreggenti
chiede pensando a lui
ansia a stellarla e al piacere
da provare pensa.
€ 4 paga Alessia e pensa
agli slip neri che gli piacciono
tanto quando glieli toglie.
Poi a studiare la vita ragazza
Alessia torna.
L’atto del lavorio paziente e appassionato, quasi specchio del fare poesia con i versi e con la pratica quotidiana, è un modo per conservare un progetto di bellezza strappandolo all’azione annichilente del tempo, del destino, della morte, del suicidio, della malinconia e di quel male invisibile e strisciante che mina e corrode i rapporti tra le persone, perfino l’amore.
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Polveri nell’ombra

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Risultati immagini per polveri nell'ombra spagnuolo
Though lovers be lost love shall not / And death shall have no dominion. Leggendo Polveri nell’ombra di Antonio Spagnuolo mi sono tornati alla mente, in modo graduale ma nitido, questi versi di Dylan Thomas: “Anche se gli amanti si perderanno non verrà perduto l’amore / e la morte non prevarrà”.
La traduzione come sempre può avere sfumature e accenti diversi ma la sostanza è netta, inequivocabile. Le parole chiave sono “amanti” e “morte” e la dicotomia che ne deriva si inserisce nell’amplissimo filone del binomio eros – thanatos. Le sfaccettature sono infinite, le gradazioni multiformi. L’accostamento tra i due termini è stato sviscerato e cantato con altrettante numerose modulazioni. Spagnuolo ha scelto in questo suo libro un approccio del tutto personale, assolutamente schietto e sentito. La poesia di Polveri nell’ombra pur conservando l’accuratezza lessicale e il rovello della ricerca della parola esatta, è, al contempo, un intenso, accorato omaggio alla memoria della donna amata. Spagnuolo tuttavia, per istinto, per perizia, e grazie alla sincerità (è giusto ribadirlo) di un sentimento che ha dato senso e lo dà tuttora ad una vita intera, ha evitato i baratri e i crepacci scivolosi del già detto, del patetico e del retorico fine a se stesso. Potremmo dire che la morte non prevale perché la poesia autentica (in tutte le accezioni del vocabolo) mantiene vivo un ricordo che non è semplice e patinata rievocazione ma è una forma di vita ulteriore, anche al di là dei confini fisici e cronologici.
È opportuno qui fare nuovamente riferimento ad una delle parole cardine citate nei versi d’esordio: “amanti”. L’amore a cui fa riferimento Spagnuolo, è, anche, amore sensuale, corporeo, umanissimamente concreto. Il corpo, grazie alla parola e alla sua capacità di rendere il ricordo assolutamente presente, quasi tangibile e percepibile, non si dissolve, resta lì, ad ispirare, a fare da riferimento costante per i gesti e i pensieri. La sensualità, sana ma assolutamente concreta, è sempre stata una delle caratteristiche della poesia di Spagnuolo: il corpo come strumento per esplorare non solo i sensi ma anche il senso, inteso come significato, potremmo dire “seme”, nel senso di interazione di realtà e sentimento, concretezza e sogno, indagine sull’essenza stessa dell’essere al mondo,  quindi, con un percorso circolare, torniamo al punto di partenza che è anche punto di arrivo: l’amore indaga, anche attraverso il corpo, sul senso dell’amore e quindi della vita. E viceversa.
Coerentemente, e con la tempra anche poetica che lo contraddistingue, anche dopo la morte della compagna Spagnuolo non ha spento questo canto della corporeità, non ha disattivato il tasto della nota intensa che fa da accordo tra il tangibile e il pensato, la verità e il sogno. 
Come osserva anche Daniele Giancane nella recensione qui sotto riportata, la compagna del poeta, ossia la figura femminile è “la ninfa dal viaggio indefinibile”. La parola ha assonanze sia mitologiche che concrete, riferimenti alla letteratura classica e recente, e si innesta ad un altro archetipo fondamentale: il viaggio. Non termina il viaggio condiviso con la morte della compagna. “Tra il libri dei miei vent’anni / già c’era il tuo sorriso”, scrive nella poesia di pagina 68. Il prima si intreccia saldamente all’ora e al dopo. La fine, intesa in senso fisico e cronologico in realtà non spezza, non conclude. Perché l’amore di una vita, vissuto pienamente, con mente, cuore e pensiero, non ha un inizio, c’è già nelle pagine scritte prima del primo incontro e resta anche dopo la morte.
Tutto ciò non significa che non sussista il dolore. “La fascia del tormento ha il passo lento / che ritorna più freddo, al gocciolio / delle palpebre […] T’ha rapito il tradimento delle ore / ai confini di un giorno maledetto, / senza un sussurro, senza il tuo sorriso, / sparita più volte nelle veglie, bruciate / nell’increscioso torpore del sogno. / Nel blocco del silenzio ritorna il tuo profilo.” Il tormento è costante ma non è sinonimo di sconfitta, non è resa annichilente. Il ricordo è vivido e, pur nel perdurare della pena dell’assenza, consente di vivere per dare voce a ciò che ancora del mondo vale la pena vedere, descrivere, fare oggetto di un racconto in versi. Perché ciò che la donna amata prediligeva, i fiori, i violini, il mare, sono ancora lì, e la loro bellezza è ancora sostenibile nel pensiero di lei. È come se ogni cosa Spagnuolo la vedesse e la descrivesse non solo con i suoi occhi ma anche con gli occhi di colei che ha amato ed ama.
Polveri nell’ombra è un ulteriore passo del percorso poetico e umano di  Antonio Spagnuolo. Un libro che, al valore della cura assoluta per il suono e la tornitura del verso, abbina quella che potremmo definire una riflessione vissuta e resa corporea sul senso del dolore, sul lutto, sulla perdita, ma anche sulla persistenza del ricordo, della presenza, in una parola dell’amore.
IM
 

 

 

ANTONIO SPAGNUOLO: “POLVERI NELL’OMBRA” – ED. OEDIPUS 2019
pagg.96- € 12,50
Chi segue i percorsi della poesia italiana, certamente conosce il lungo e intrigante itinerario poetico di Antonio Spagnuolo (nato a Napoli nel 1931), che è stato fondatore della rivista “Prospettive culturali”, ha curato collane di testi, dirige “Le Parole della Sybilla” e la rassegna on line “Poetrydream”. Soprattutto però Spagnuolo è un poeta di grande levatura: autore di numerose sillogi di poesia, la bibliografia sulla sua opera letteraria è assai vasta (Plinio Perilli, Elio Grasso, Bonifacio Vincenzi, Carlangelo Mauro, hanno pubblicato monografie sulla sua poesia). È tradotto in diverse lingue.
Il volumetto che ho fra le mani si intitola “Polveri nell’ombra” ed è fresco di stamp a(luglio 2019), edito da Oedipus. Occorre subito dire che è un magnifico libro, che si situa lungo una linea più discorsiva e lirica, rispetto alle sue opere precedenti (il primo Spagnuolo era certamente più sperimentale e più ermetico, a volte di difficile lettura).
“Polveri nell’ombra” nasce dal sentimento di una ‘perdita’ (la compagna di una vita). Le parole più presenti sono appunto: solitudine, silenzio, ricordi, assenza, attesa, in un contesto che però non è mai di disperazione, piuttosto di tenero rammemoramento: “Il tuo bacio aveva anche il sapore/del temporale di agosto” e “ora ti cerco di notte, tra l’uggia e il viola,/nella vecchia illusione dei capelli, imbiancati dal tempo in solitudine”. È palpabile il senso di un’assenza ‘fisica’ (questa è anche poesia della ‘tenerezza’ del corpo), che vive oramai solo nel sogno: “Ma tu ormai non sei più con me!”. Il poeta si aggira delicatamente fra i ricordi, dando vita a versi memorabili: “Ero nell’ombra e tu eri fanciulla”).La figura femminile era “la ninfa dal viaggio indefinibile”. La lingua del poeta è di una trasparenza davvero rara, unita ad una grande sapienza letteraria. Vedi il testo “Tormento”, con una serie di assonanze e rime interne: tormento, lamento, tradimento). Il libro si chiude con un testo dall’incipit originale e affascinante: “Un Dio molto complicato mi ha concesso in comodato gratuito ossa e carne per un corpo che avesse le ben note facoltà di pensare […] ora sono pronto a restituire l’involucro abbastanza consumato, ma ancora efficiente”.
Libro di tenerezza e di ricordi, che parte dall’esperienza personale dell’Autore per divenire a tutti consonante. Universale.
DANIELE GIANCANE
 *
Antonio Spagnuolo  è nato a Napoli il 21 luglio 1931. Ha fondato e diretto negli anni 80 la rivista “Prospettive culturali” , alla quale hanno collaborato firme autorevoli .
Ha fondato e diretto la collana “L’assedio della poesia”, dal 1991 al 2006. Pubblicando autori di interesse nazionale come Gilberto Finzi , Gio Ferri , Giorgio Bàrberi Squarotti , Massimo Pamio , Ettore Bonessio di Terzet,  Giuliano Manacorda , Alberto Cappi , Dante Maffia e altri .
Presente in numerose mostre di poesia visiva nazionali e internazionali , inserito in molte antologie ,
collabora a periodici e riviste di varia cultura  –   Attualmente dirige la collana “le parole della Sybilla” per Kairòs editore e la rassegna ”poetrydream” in internet  ( http://antonio-spagnuolo-poetry.blogspot.com ).  Presiede il premio “L’assedio della poesia 2020”-
Nel volume “Ritmi del lontano presente” Massimo Pamio prende in esame le sue opere edite tra il 1974 e il 1990 .
Plinio Perilli con il saggio “Come l’ombra di una  nuvola sull’acqua” (Ed. Kairòs 2007) rivisita gli ultimi volumi pubblicati fra il 2001 e il 2007.
Nel 2018 Elio Grasso e Bonifacio Vincenzi realizzano per lui il primo volume della collana “SUD i poeti” edito da Macabor. Fra gli ultimi riconoscimenti Premio “Libero de Libero 2017” – Premio “Salvatore Cerino 2018” –Premio “L’arte in versi 2018”– Menzione speciale al premio “Aoros 2017” – Lauro d’oro alla carriera “Premio città di Conza 2017”- Premio “N. e C. Di Nezza” Isernia 2018 – . “Premio all’Eccellenza 2019” – Roma.
Tradotto in francese , inglese , greco moderno , iugoslavo , spagnolo, rumeno .
Ha pubblicato :
* I volumi di poesia :
“Ore del tempo perduto”  – Intelisano – Milano 1953
“Rintocchi nel cielo” – Ofiria – Firenze 1954
“Erba sul muro” – Iride – Napoli 1965 – prefaz. G. Salveti
“Poesie 74” – SEN  Napoli  1974 – prefaz. Dom. Rea
“Affinità imperfette” – SEN  Napoli  1978 – prefaz. M. Stefanile
“I diritti senza nome” – SEN  Napoli  1978 – prefaz. M. Grillandi
“Angolo artificiale” – SEN  Napoli 1979
“Graffito controluce” – SEN Napoli 1980 – prefaz. G. Raboni
“Ingresso bianco” – Glaux Napoli 1983
“Le stanze” – Glaux  Napoli 1983 – prefaz. C. Ruggiero
“Fogli dal calendario” – Tam-Tam   Reggio Emilia 1984 – prefaz. G.B. Nazzaro
“Candida” – Guida  Napoli 1985  – prefaz. M. Pomilio  (Premio Adelfia 85 e Stefanile 86)
“Dieci poesie d’amore e una prova d’autore” – Altri Termini . Napoli – 1987 (Premio Venezia 87)
“Infibul/azione” –  Hetea – Alatri 1988
“Il tempo scalzato” – All’antico mercato saraceno – Treviso 1989
“L’intimo piacere di svestirsi” – L’Assedio della poesia – Napoli 1992
“Il gesto – le camelie” – All’antico mercato Saraceno – Treviso 1992  (Premio Spallicci 91)
“Dietro il restauro”  – Ripostes – Salerno 1993  (Premio Minturnae  93)
“Attese” – Porto Franco – Taranto 1994 – illustrazioni di Aligi Sassu
“Inedito 95” inserito nell’antologia di Giuliano Manacorda “Disordinate convivenze –
ediz. L’assedio della poesia – Napoli – 1996.
“Io ti inseguirò”  (venticinque poesie intorno alla Croce) – Luciano Editore – Na – 1999
“Rapinando alfabeti” – pref. Plinio Perilli – Napoli 2001 –
“Corruptions” – Gradiva Pubblications – New York . 2004 (trad. Luigi Bonaffini)
“Per lembi” – Manni editori – Lecce  2004 (Premio speciale della Giuria – Astrolabio 2005, Premio      Saturo d’argento 2006)
“Fugacità del tempo” (prefaz. Gilberto Finzi) – Ed. Lietocolle – Faloppio 2007 –
“Ultime chimere” – L’arcafelice – 2008
“Fratture da comporre” – ed. Kairòs –Napoli – 2009
“Frammenti imprevisti” – (Antologia della poesia contemporanea) ed. Kairòs – Napoli – 2011
“Misure del timore” – dai volumi 1985/2010 – Ed. Kairòs – Napoli – 2011-
“Il senso della possibilità” – ed. Kairòs – Napoli –  2013 ( premio Sant’Anastasia 2014 + Premio speciale al Camaiore 2014)
“Come un solfeggio” ed. Kairòs – Napoli – 2014-
“Oltre lo smeriglio” ed. Kairos – Napoli – 2014 –
“Ultimo tocco” – Puntoacapo editrice – Pasturana – 2015
“Da mozzare” – Ed. Poetikanten — Sesto Fiorentino – 2016
“Non ritorni” – Ed. Robin – Torino – 2016 ( premio Le Nuvole – Bertrand Russell 2017)
“Sospensioni” – Ed. Eureka – Corato – 2016 –
“Canzoniere dell’assenza” (pref. Silvio Perrella) – Kairos- Napoli 2018 (premio L’arte in versi)
“Svestire le memorie” – premio Libero delibero – Ed. Fondi 2018
“Istanti o frenesie” – punto a capo editore – 2018
“Polveri nell’ombra” – Oedipus editore – 2019 –
* I volumi in prosa :
“Monica ed altri”- racconti  – SEN  Napoli – 1980
“Pausa di sghembo” – romanzo – Ripostes – Salerno 1994
“Un sogno nel bagaglio” – romanzo – Manni ed. Lecce – 2006
“La mia amica Morèl” – racconti – Kairòs – Napoli 2008
* I volumi per il teatro :
“Il cofanetto” – due atti –  L’assedio della poesia – Napoli 1995
“Vertigini di colori” un atto per Frida Kahlo – Napoli 2007
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Di lui hanno scritto numerosi autori fra i quali A. Asor Rosa che lo ospita nel suo “Dizionario della letteratura italiana del novecento” e nella “Letteratura italiana” edizioni Einaudi , Carmine Di Biase nel volume “La letteratura come valore”, Matteo d’Ambrosio nel volume “La poesia a Napoli dal 1940 al 1987”, Gio Ferri nei volumi “La ragione poetica” e “Forme barocche della poesia contemporanea”,  Stefano Lanuzza nel volume “Lo sparviero sul pugno”,  Felice Piemontese nel volume “Autodizionario degli scrittori italiani” , Corrado Ruggiero nel volume “Verso dove”, Alberto Cappi nel volume “In atto di poesia”, Ettore Bonessio di Terzet nel volume “Genova-Napoli due capitali della poesia”, Dante Maffia nel volume “La poesia italiana verso il nuovo millennio”, Sandro Montalto in “Forme concrete della poesia contemporanea” e “Compendio di eresia”, Ciro Vitiello nel volume “Antologia della poesia italiana contemporanea”, Plinio Perilli in “Come l’ombra di una nuvola sull’acqua”, Carlo Di Lieto in “La bella afasia” , oltre a D. Rea, M. Pomilio,D. Cara, M.Fresa, G. Linguaglossa, M.Lunetta, G. Manacorda , Gian Battista Nazzaro , G. Panella, Nazario Pardini, Ugo Piscopo, G. Raboni , E. Rega, Carlangelo Mauro, e molti altri .

La parola e l’abbandono

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Il titolo del libro di Mauro Germani, quasi ossimorico, ci offre una prima indicazione su una delle caratteristiche più rilevanti, sia del volume specifico che della poetica dell’autore: la capacità di guardare il mondo e se stesso, la realtà e il pensiero, con uno sguardo sincero in grado di cogliere e descrivere anche il lato in ombra, the dark side of the world, potremmo dire. Non per il gusto del piangersi addosso o allo scopo di esaltare, per contrasto, ipotetiche ed improbabili Arcadie o mondi perfetti, tanto distanti quanto inconsistenti. Per la necessità, semmai, di una documentazione precisa, compilata in modo razionale e partecipato (altro ossimoro chiave). Questo libro ha anche il sapore e la consistenza di un diario di viaggio, un giornale di bordo su cui vengono annotati i resoconti, il bilancio del dare e dell’avere.
Come ha opportunamente indicato anche Marco Molinari nella recensione al libro pubblicata su “L’Eco di Mantova” di cui qui sotto viene riportato uno stralcio, il fulcro del libro sono le riflessioni, gli aforismi e le massime che Germani ha raccolto in un trentennio, e “che hanno al centro il rapporto stretto fra vita e poesia, i contributi dei grandi autori che ha amorevolmente coltivato e, soprattutto, un’etica della scrittura che per lui è stata importante quanto forse lo stesso fare poetico”.
Progetto condotto con rigore, senza mai dimenticare tuttavia, è giusto sottolinearlo, la possibilità (necessaria) di conciliare la consistenza con la “leggerezza”, a tratti perfino con l’ironia. Sì, perché l’interrogativo, the question, avrebbe detto il Principe di Danimarca, non è di poco conto: si tratta di stabilire, o almeno di chiederci, se, considerata La solitudine della parola (è il titolo di una delle sezioni) e presa coscienza dell’ineluttabile abbandono a cui perfino la parola è soggetta, abbia senso scrivere. Non solo, se abbia senso vivere, con la parola e per la parola, per quella “cosa” indefinita e onnicomprensiva chiamata poesia.
La risposta, come spesso accade, non esiste, se non nel moto, nel viaggio, nella dimensione diacronica, quindi nel racconto in versi di ciò che si è visto, incontrato, amorevolmente raccolto o necessariamente respinto. Il viaggio di Germani avviene lungo le sponde di un disincanto che non sfocia nella resa, nella sconfitta incondizionata. La salvezza è in quello sguardo a cui si è fatto cenno, sincero e schietto, senza sconti e senza prospettive alterate artificiosamente. E la salvezza è nella consapevolezza di non essersi lasciati “snaturare”, di aver conservato viva, ad ogni costo, l’essenza. “These fragments I have shored against my ruins”, scriveva Eliot. La terra è desolata, Germani lo sa bene e lo dice con chiarezza. La parola è sola e l’abbandono è inevitabile. Ma si può conservare una Pompei interiore, ripercorrere le strade dei passi e delle idee condivise con qualche compagno di viaggio affine. E si può annotare, facendo ricorso ancora ai versi, un riassunto che non conclude, un pessimismo consapevole che non cede alle tentazioni contrapposte: il compromesso con un ottimismo di maniera, e, dal canto opposto, un patetismo fine a se stesso.
La bellezza residua, ciò che di degno persiste, non è la malinconia agrodolce della sconfitta, non è un amarcord sbiadito e falsato. È, semmai, qualcosa di più ampio, strutturato e strutturale: anche a livello geometrico, potremmo dire. Se il titolo del libro è ossimorico, la “forma”, la ripartizione delle componenti è circolare. L’analisi di Germani parte da un interrogativo e ad esso ritorna. Ma all’interno del circuito idealmente tracciato permane, se non una risposta, una chiarificazione, un elemento di valutazione aggiuntivo, non imposto, non dimostrato, non dato come certo e acquisito. Alcuni frammenti rivelano una luce più marcata, quasi un percorso luminoso che ci accompagna lungo il cammino delle pagine. Ne cito tre, ma invito il lettore a leggerle tutte, ad individuarle, anzi, ad individuare le sue, perché ogni lettore, ogni referente ideale e reale troverà di certo un percorso autonomo. “Il bene esiste, ma è in ostaggio del male”. E ancora, poco oltre, “La vera angoscia è inesprimibile, non ha linguaggio”. Terza delle tante “luci guida” individuabili: “La follia abita il mondo, che ne è la causa prima”.
Questo libro di Germani è scritto con cura e lentezza. Valutando il peso di ogni parola, e, inoltre, considerando volta per volta la corrispondenza di quel valore, quell’indicazione filosofico-numerica, con le variabili fondamentali del tempo, sia quello del mondo che quello individuale. Il tempo e la sua dimensione plurale. Questo libro va letto con altrettanta cura, cogliendo lo spessore di ogni frase e di ogni accento e confrontandolo con i nostri personali bilanci interiori. Solo in questo modo di potrà stabilire se lo sbocco, l’uscita, la risposta non risposta che ognuno di noi troverà corrisponde a quella indicata da Germani nell’anello conclusivo del suo libro, con lucida e appassionata partecipazione: “Chi raccoglierà le parole abbandonate della poesia? […] Le parole aspettano nell’ombra, escono dalle loro tombe di carta, vogliono risorgere per un po’, sconfinare, prima di sparire per sempre nell’oblio”.   
IM

 

Mauro Germani, La parola e l’abbandono, L’arcolaio, 2019

 

“[…] È appena uscito il suo ultimo lavoro, La parola e l’abbandono edito da L’arcolaio, riflessioni, aforismi, massime, raccolte in un trentennio, che hanno al centro il rapporto stretto fra vita e poesia, i contributi dei grandi autori che ha amorevolmente coltivato e, soprattutto, un’etica della scrittura che per lui è stata importante quanto forse lo stesso fare poetico. Questo imperativo morale si è riassunto in una ricerca inflessibile di una parola sincera, che non ha altri scopi al di fuori dell’opera, che deve dire tutto, anche oltre quello che il poeta conosce, e, infine, non arretrare davanti alla verità, pure se scomoda o drammatica. […]”
Marco Molinari in “La Voce di Mantova”, 2 luglio 2019
 
Mauro Germani è nato a Milano nel 1954. Nel 1988 ha fondato la rivista “Margo”, che ha diretto fino al 1992. Ha pubblicato saggi, poesie e recensioni su numerose riviste, tra le quali “Anterem”, “La clessidra”, “Atelier”, “Poesia”, “QuiLibri”. Ha pubblicato alcuni libri di narrativa e diverse raccolte poetiche: l’ultima, in ordine di tempo, è Voce interrotta (Italic Pequod, 2016), preceduta da Terra estrema (L’arcolaio, 2011), Livorno (L’arcolaio, 2008; ristampa 2013) e Luce del volto (Campanotto, 2002). In ambito critico ha curato il volume L’attesa e l’ignoto. L’opera multiforme di Dino Buzzati (L’arcolaio, 2012). Nel 2013 ha pubblicato  Giorgio Gaber. Il teatro del pensiero (Zona) e nel 2014 Margini della parola. Note di lettura su autori classici e contemporanei (La Vita Felice). La sua ultima pubblicazione è il libro di aforismi La parola e l’abbandono (L’arcolaio, 2019).
Gestisce il blog margo: http://www.maurogermani.blogspot.com