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On the other side of the moon – Cronache di estinzioni

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Nel weekend lo spettacolo della Luna piena della Neve - Tiscali Ambiente

On the other side of the moon

Osservazioni e note di viaggio
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Cronache di estinzioni

di Lucetta Frisa

Cronache di estinzioni. Si intitola così il libro che vi propongo oggi in questo spazio riservato alle segnalazioni di libri, spesso atipici (per loro merito e nostra fortuna) che ho letto con piacere. Questa rubrica di segnalazioni si chiama “Letti sulla luna”, e, nel caso specifico di questo libro, il luogo in cui idealmente sfogliamo le pagine appare quanto mai adeguato.
Ci siamo estinti, ci dice l’autrice, Lucetta Frisa. Più che una previsione per il futuro, la cronaca è un commento in fieri, se non addirittura un resoconto di eventi che già hanno avuto luogo. Ma immaginiamolo come il commento di una partita. Un match tra la bellezza del mondo e la stupidità umana. Anzi, potremmo sintetizzarla in questo modo: in diretta dallo stadio Azteca, il Peggio dell’Atletico Sapiens Sapiens contro il Resto del Bello del Mondo.
Questo non è tuttavia, è bene chiarirlo, solo un resoconto di eventi catastrofici, disastri ecologici e altre esiziali amenità. È un libro in cui l’autrice si chiede, e ci chiede, se abbia senso continuare ad essere come siamo e a vivere come viviamo.
Una domanda da un milione di dollari, o di talleri, a seconda delle epoche, in quanto è su questo interrogativo che si gioca da sempre il senso del fare poesia. Piera Mattei in una recensione al libro apparsa su “Perigeion” ha scritto: «Cronache di estinzioni è la raccolta poetica di Lucetta Frisa che più ho amato». Al di là delle classifiche, concordo anch’io sul fatto che questo libro abbia concesso a Lucetta di esprimere al meglio la gamma dei temi, dei modi e degli sguardi su sé stessa e sulla vita che le sono cari e consoni.
Ho incontrato Lucetta Frisa in varie occasioni. L’impressione dominante è una solarità assoluta e una grande capacità di dialogo, in grado di mettere a proprio agio perfino i timidi più ostinati. Eppure, nella sua tendenza alla giovialità c’è una parte della mente e del cuore che osserva e annota. Collocata on the other side of the moon, nella parte più silenziosa dei luoghi e dei tempi, la Lucetta cronista estrae il taccuino e scrive. Si appunta gesti, azioni, comportamenti e soprattutto il materiale di base, il combustibile che può accendere un falò nel buio ma anche generare tragicomici incendi: le parole. L’ironia è la bussola volutamente sbalestrata che la Frisa usa per salvare sé stessa e la barca degli esseri viventi a lei cari dai più funesti naufragi. È quella scialuppa che ti consente di porti le domande che davvero contano, che poi essenzialmente sono quelle che ci hanno insegnato a non fare. I saggi, i sapienti, gli astuti, sanno bene che quelle domande sono pericolose. Scardinano l’asse delle cose così come sono. Quindi per potersele porre, bisogna avere una parte “clandestina”, un pezzo del cervello e del cuore che risiede sulla Luna e vive di salvifiche ironie. «La luna è schizzata fuori orbita / stufa di stare dove stava / rotolata acciambellata nello spazio vuoto / inciampata dentro i buchi neri / giù giù / un tuffo / fino al salotto». Ecco, questi, oltre ad essere i versi iniziali della lirica di pagina 58, sono anche un “ritratto di poetessa con galassie”.
«L’antichità naturale nella poesia permette a Frisa di governare lo scazzo proprio dentro le fastose e festose risultanze oggi in voga. Una slogatura articolare non è metafora assistenziale, ma quest’evento dà modo di indirizzare gli strali agli agenti nemici letterari e non». Il brano qui citato è tratto dalla prefazione al libro a firma di Elio Grasso. Ci consente di dare alcune informazioni e fare alcuni rilievi. La Frisa, avendo ottimi amici, nella sua mugugnante e generosa Genova e non solo, ha scelto due adeguatissime cornici per i suoi versi. La prefazione di Grasso e un altro lavoro di cesello, collocato in fondo, dal lato opposto ma illuminato dallo stesso acume e dallo stesso sobrio e intenso affetto nei confronti dell’autrice: un lunare e stralunato, godibilissimo racconto di Mauro Macario. Da leggere, anch’esso. Parla del libro e dell’autrice collocandoli in una futuribile Ghenovas, una città in cui tutto è talmente diverso da oggi da essere in fondo uguale. Siamo già nel futuro presente, o nel presente senza futuro, in mano a ronde di cyborg che vigilano affinché nessuno si possa emozionare. Ma Mauro Macario riesce a leggere clandestinamente il libro e ne propone una sintesi che è un esatto messaggio-missaggio: «un mix di prosa, poesia, pamphlet lirico e velate richieste di soccorso».
La caratteristica di maggior rilievo che mi sembra si confermi anche in Cronache di estinzioni è la libertà. Lo hanno detto e narrato con diverso approccio ma in modo concorde anche Grasso e Macario. Libertà in senso ampio, conquistata anno per anno, a caro prezzo, ma sempre senza scordarsi il sorriso, la risata fragorosa ma mai cattiva e la irrinunciabile ironia. Libertà nel senso di capacità di dire ciò che vuole e sente di voler dire, e scrivere. Sembra cosa da poco. Potrebbe apparire scontata. Qualcuno potrebbe obiettare che chiunque, qui, può dire e scrivere ciò che vuole. Mica siamo a Ghenovas nel 2087 circondati da ronde di cyborg! Siamo sicuri? Voglio dire, quanti di noi scelgono i temi dei propri scritti perché premono sul cuore e non perché premono ai critici alla moda, quelli che fanno chic come le giacche di lino e le camicie firmate. Quanti, nella realtà, prima ancora che nella scrittura, esprimono i sentimenti scomodi, ingombranti, senza sottoporli a mille filtri a protezione 50? La Frisa questo privilegio-diritto o diritto-privilegio, se lo è ritagliato. In questo libro esordisce con la poesia “Per mia madre”, e, a metà circa, osserva «Forse le persone che nella vita contano / stanno tranquille e modeste nell’invisibile / ma la spiaggia assalita dalle alghe / non mi piace e non mi piacciono / i cari fantasmi e gli eventi troppo lontani». La conclusione della lirica è questa: «È il momento di andarmene da qui / per rivivere gli attimi di luce / la gloria della loro solare illusione / insieme a te che davvero fosti reale / e ora, incerta, molto incerta, mi sorridi».
La retorica, gli stilemi, il politically correct (o come caspita si voglia definirlo), qui vanno a ramengo. Si fanno da parte. Anzi no, vengono messi da parte, affinché la voce sia sincera e la luce faccia chiarore davvero, per quanto è dato di vedere ad un essere vivente.
Questo libro spazia tra detriti e vulcani e il contrasto tra vita e morte, buio e luce, energia e stasi, pervade l’intera gamma dei componimenti. Ma l’opposizione non è mai semplice, non è lineare ed univoca. La Lucetta ci ricorda, tramite i versi, che «nelle incolmabili distanze / si fa esercizio d’immaginazione». Parlando di città, di luoghi familiari e lontani, di fenomeni climatici e naturali, si finisce per parlare dell’uomo, del genere umano, del legame con lo spazio vitale che gli è stato dato e che ha scelto di trasformare, con ostinato zelo, a sua immagine e somiglianza. L’uomo ha voluto provare che effetto fa sentirsi dio, padrone assoluto del pianeta. Il risultato sarebbe comico, se potessimo permetterci di osservarlo da qualche terrazza panoramica di un altro bel pianetino, magari davanti ad un tavolo di vetro con un prosecco della Valle di Marte, doc e d’annata. Sulla temperatura, beh, non è possibile garantire il meglio.
Se non basta la geofisica come monito, si prova con la Storia. A pagina 33 c’è una poesia che parla della London Valour, la nave naufragata a Genova il nove aprile 1970. Naufragata tra i moli del porto. Il meccanismo delle associazioni, davvero libere, è il caso di ribadirlo, e aspramente sincere, porta la Frisa a queste considerazioni: «Allora non è vero che chi sta al riparo si salva. / Le raccomandazioni di mia madre furono irreali: / se fa freddo copriti, prendi l’ombrello se piove / se traversi la strada fai attenzione. Allora / non c’è scampo quando qualcosa che deve accadere / accade?».
Il nodo è in questo interrogativo. Amleto avrebbe detto that is the question. Il dubbio per antonomasia viene analizzato, scannerizzato con attenzione. Alla fine ne deriva una risposta che è domanda ulteriore: «Chi può raggiungere lo stato postumo / di questo atroce presente se non fuggendo da lui? / E dove? / L’ironia ci tiene in vita per un po’ impedendo / le smanie di assoluto. Ma non basta. / Occorre molto tempo verticale e lo spazio / esatto / tra terra / e cielo».
Nel libro lo iato tra terra e cielo viene rafforzato anche da una riga bianca.
Alcune considerazioni conclusive, ma prima un invito. L’agile libro di Lucetta Frisa (corredato dalle due preziose cornici di artista di cui si è detto) consta di una settantina di pagine. Ovunque si trovi il potenziale lettore, sulla Terra, sulla Luna, su Marte o su qualche luogo ulteriore non ancora mappato, la lettura del suddetto libro potrebbe far bene. Non per rispondere alle domande, ma per tracciare una rotta emotiva, alla faccia dei cyborg di cui sopra.
Potrebbe servire a chiederci se vale la pena sentirci forti ed efficienti distruggendo ciò che davvero conta e in fondo ciò che davvero siamo. Più in generale potrebbe essere utile per chiederci dove si trovi, dove esattamente sia collocato, “il tempo verticale”. Forse ce lo potrebbe dire tra un sorriso e una battuta autoironica la Frisa. O magari ci direbbe che neppure lei ne ha idea. Non ne ha idea, neppure pallida come la luna. Ci confermerebbe, Lucetta Frisa, che nella sua vita ha sempre agito d’istinto, fregandosene di quelli saggi e di quelli precisi, e pensando e scrivendo ciò che davvero la toccava nel profondo, quello che la faceva stare meglio, almeno per un po’.
Ecco forse agli interrogativi di questo libro non c’è una risposta. O forse, nell’atto di dire che la risposta non esiste, implicitamente si traccia una strada.
Una via di fuga. Perché la fuga è necessaria, praticamente sempre. Ma la vera fuga, quella autenticamente libera, è quella che consente di scappare via senza in realtà muoverci dal luogo imperfetto e dal presente atroce che sono il solo luogo e il solo tempo che abbiamo.
Per vivere. Per tentare di vivere. Ogni volta che il vento si alza.

 

                                                                                                                                 Ivano Mugnaini
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vademecum” della rubrica Letti sulla luna:
L’intento è quello di incuriosire, e magari anche di spingere a compiere il passo ulteriore, piccolo ma significativo: approfondire, leggere altre cose, dire “sì mi piace”, oppure dire “Mugnaini non capisce niente, ha gusti da troglodita”.
Va bene tutto. Purché si metta in moto il meccanismo. Proporrò alcuni testi e qualche nota, nel senso musicale del termine, qualche breve accordo che possa dare un’impressione, un’atmosfera.
Se poi qualcuno, qualche essere semi-mitologico, volesse compiere anche il passo da gigante (quello alla Polifemo, o alla Armstrong sulla Luna, vera o presunta che sia) di acquistare una copia di uno dei suddetti libri… beh… allora il trionfo sarebbe assoluto e partirebbe la Marcia dell’Aida.

Libri, statistiche, lettori e visitatori

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Libri, statistiche, lettori e visitatori
Le statistiche di questo sito mi dicono che molti dei lettori-visitatori vengono da vari paesi esteri.
È per me un motivo di soddisfazione ma anche di curiosità.
Vorrei conoscere di più di voi, i vostri gusti letterari, le vostre idee, le proposte, i suggerimenti, le opinioni.
Ho pensato quindi di proporre volta per volta alcuni miei libri, con qualche assaggio in italiano affiancato dalla traduzione.
Per il momento ho a disposizione alcuni brani tradotti in inglese, francese, spagnolo e romeno.
Se qualcuno volesse tradurre in qualche altra lingua ne sarei molto lieto.
Il libro La creta indocile al momento è disponibile solo in lingua italiana.
Se qualcuno fosse interessato a riceverne una copia, mi scriva a questo indirizzo di posta elettronica:
ivanomugnaini@gmail.com  .
Buona estate, e buona lettura, IM
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Books, statistics, readers and visitors (no reptiles)
The statistics on this site tell me that many of the reader-visitors come from various foreign countries.
It is for me a reason for satisfaction but also for curiosity.
I would like to know more about you, your literary tastes, your ideas, proposals, suggestions, opinions.
So I thought to propose some of my books from time to time, with some “samples” in Italian accompanied by the translation.
For the moment I have some excerpts of my books translated into English, French and Romanian and Spanish.
If someone wanted to translate into some other language I would be very happy.
The book La creta indocile is currently only available in Italian.
If anyone is interested in receiving a copy, write me at this email address:
ivanomugnaini@gmail.com  .
Immagine
Arte umanissima
Io sono te
Copeertina

Nazione Indiana – recensione a “La Cosa”

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“La cosa, quindi, è il centro dell’interesse. Non la cosa da un altro mondo, ma da questo. O meglio da questo mondo e da tutti i mondi, reali e immaginari, saggi e pazzi, belli e orrendi che questo nostro folle folle mondo racchiude”.
Su Nazione Indiana una mia recensione al libro “La Cosa” di Gianluca Garrapa, con qualche escursione su cinema, pittura, poesia e altre “cose” belle

Nazione Indiana – recensione a “La Cosa”

200 opere e un'anteprima mondiale. Escher a Trieste - LivingCorriere

 

Note a margine di Ivano Mugnaini

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La cosa, di Gianluca Garrapa

Edizioni Ensemble, Roma, 2020

 
La nota sulla quarta di copertina de La Cosa è di Paolo Zardi, autore tra l’altro di Antropometria e Il giorno che diventammo umani, due titoli che fanno cenno a “misurazioni” e “metamorfosi”. Zardi osserva che «Garrapa guarda al mondo con l’occhio lucido e curioso di un filosofo, e poi ce lo racconta con voce di poeta». Cedendo all’istinto di mettere in relazione in modo arbitrario (ma si sa, si resiste a tutto tranne che alle tentazioni) i “dati” fin qui raccolti, potremmo dire che il Garrapa filosofo misura il mondo, soprattutto l’estensione della follia, e il Garrapa poeta immagina un modello nuovo di zecca, un prototipo ipotetico. O forse è vero il contrario. O entrambe le ipotesi, anzi, le cose.
Sì, perché non è ignorabile la consistenza scabra del titolo di questo libro, ulteriormente rafforzata da un’altra raccolta di racconti dello stesso Garrapa, battezzata con un nome più esteso, quasi un verso, sia in senso poetico sia come esclamazione di fronte ad un senso di oppressione, acustica e morale: Un ronzio devastante e altre cose blu. La cosa, quindi, è il centro dell’interesse. Non la cosa da un altro mondo, ma da questo. O meglio da questo mondo e da tutti i mondi, reali e immaginari, saggi e pazzi, belli e orrendi che questo nostro folle folle mondo racchiude.
La follia è una formidabile navicella per esplorare universi. Per attraversarli, crearli, distruggerli, esserne distrutti a nostra volta e creati, mutati, senza essere mutanti. Garrapa lavora in ambito scolastico e psichiatrico come counselor a orientamento psicoanalitico e conduce laboratori ludico-creativi e di scrittura ‘desiderante’. Tutto ciò potrebbe anche non avere alcuna influenza diretta sulla sua narrativa, ma il parallelismo tra la natura ludico-creativa dei suoi racconti e ancor più l’attrazione dell’etimologia della parola “desiderante” sono troppo potenti, sono magneti che ci conducono a caccia di meteoriti. De-siderare indica la “mancanza di stelle”, di buoni presagi, di buoni auspici. Quindi per estensione questo verbo ha assunto anche l’accezione corrente, intesa come percezione di una mancanza e, di conseguenza, come sentimento di ricerca appassionata.
In una biografia semiautobiografica Garrapa si definisce, tra le altre cose, “descrittore cromatico”. Quindi questo libro potremmo definirlo come il de-siderio del de-scrittore. E l’aggettivo “cromatico” si ricollega, forse, anche al cenno alla “poesia” a cui ha fatto riferimento Zardi. La poesia colora il mondo con occhi liberamente folli, e quindi saggi, penetranti. Una mia amica pittrice, Susanna Barsotti, anche lei poliedrica artista, colora i limoni di blu. Garrapa colora le cose del mondo con una gamma cromaticamente libera ed assolutamente fedele al vero, a quella verità che va altre il confine, il limen. L’autobiografia semiseria e semivera dell’autore prosegue così: «Ama la bicicletta e da due settimane si è riscritto in palestra, ma non durerà molto. Crede nell’esistenza degli extraterrestri». Forse anche gli extraterrestri credono nell’esistenza di Garrapa. Sì, perché, nel “ludus” di Garrapa, anche nelle parti più esplicitamente bizzarre o surreali, c’è sempre un rigore quasi chirurgico, una precisione che conserva anche nel riso un’attenzione al dettaglio millimetrico. Che la comicità sia una cosa serissima, l’autore di questo libro lo ha capito, anzi lo ha metabolizzato da tempo. Il suo è uno sguardo alla Buster Keaton: la gag è comica, il mondo inciampa, si ribalta, anche per effetto di un singulto esilarante, ma la faccia è immancabilmente, rigorosamente, potremmo dire necessariamente tragica. Il regista William Asher disse di Keaton: «I always loved Buster Keaton. He would bring me bits and routines. He’d say, ‘How about this?’ and it would just be this wonderful, inventive stuff.» Il primo film girato da Keaton per la Metro-Goldwyn-Mayer fu “Il cameraman”. Ecco, potremmo dire che Garrapa è un cameraman alla Keaton, osserva il mondo reale e quello possibile, quel pianeta popolato da extraterrestri che è la psiche umana. La cinepresa narrativa si intrufola in ambienti disparati, a volte disperati, ma sempre con quel filo di salvifica ironia a cui aggrapparsi. Modula, Garrapa, anche il ritmo dei dialoghi a seconda delle situazioni. A volte si ha un taglio di montaggio breve, immediato, come nel racconto “La siepe”, caratterizzato da un incipit fulmineo: «Mio fratello morì prima di mezzanotte». In altri casi, al contrario, c’è un indugio esteso, diluito, deliberatamente estenuante: «Oltre il muro di cinta aguzzo in cima di sbreghi di cielo capovolto desiderio di nebbia che scivola insinuante tra le fessure inconcludenti della coscienza che non sa mai dove finisca lo sguardo e l’oggetto che preme sui sensi, avvolgendo di pregnante fragranza di tiglio, all’inizio d’estate, la percezione del limite tra dentro e fuori – esiste ancora lo scheletro di un albero di fico parsimonioso ormai di rami e foglie, che violentemente tenace rimanda a un confuso e ubertoso periodo della mia esistenza nel villaggio dei morti. Il corteo funebre, uno degli ultimi, passò di lì, lento e silenzioso, i figuranti mimavano il loro cordoglio».
Oppure mima gli errori, le imperfezioni colorate imitandone il linguaggio: «Un adesso che dura adesso, perché dopo non e più così. Lui prima cera e adesso non ce più. Ma però non e giusto questo». E ci ricorda, che niente è più vero di ciò che è lontano, in apparenza, e che l’altrove, e l’altro, sono già qui, sono già tra noi, anzi, siamo già noi: «Mentre costruiva il suo ennesimo diorama, il bambino, il marziano, come lo chiamavano i compagni delle elementari non per via della sua conoscenza nettamente superiore a quella di qualsiasi adulto laureato (parlava 12 lingue, dipingeva come Michelangelo, calcolava la radice cubica di numeri a 9 cifre con l’efficienza di un computer quantistico), ma per la sua non comune generosità, l’empatia che spesso diventava potere telepatico e un’intelligenza emotiva tale da costringere i genitori degli altri bambini a escluderlo spesso dalle feste di compleanno, borbottava, senza ovviamente comprenderle, le parole di un brano che sarebbe diventato questo racconto.» Autoritratto di una storia o de-scrizione di un de-scrittore? Ai posteri l’ardua sentenza, potremmo dire, se non avessimo già avuto la netta impressione di essere noi i posteri a noi stessi.
Non resta allora che osservare lo specchio del mondo, ossia noi nelle facce degli altri, e cambiare idea, e stile, con toni e modi plasmabili, duttili, e una gamma di variazioni sul tema, come fa Garrapa, quando, ad esempio, si ispira alle Centurie di Giorgio Manganelli: «La donna che dovrà incontrare è una persona di cui non conosce il nome. Egli l’aspetta sotto casa, indossa un impermeabile nero e un completo dello stesso colore, gli occhi spiritati, a dispetto dell’esteriore eccessiva calma, equivocabile per apatia. Ma adesso, pomeriggio di pioggia odoroso di ricordi e premonizioni, egli è agitato».
Non ci resta che seguire la colonna sonora e danzare al ritmo, serissimo e grottesco della follia, immaginando, con Garrapa, l’esistenza di un Istituto di Bruttezza e seguendo i discorsi di Narratovov (nome tutt’altro che casuale): «La riserva degli indiani disposta a strategia difensiva – considerava a sua volta Narratovov che osservava con scrupolosa dovizia nevrotica, rispondendo al pensiero delle cose, mentre ascoltava vagamente la sua Alexia, come stesse leggendo un libro davanti a un televisore senza decoder, con attenzione fluttuante, in sottofondo, piatto, essendo altrove il pensiero ossessivo».
Scrupolosa novizia nevrotica è una mirabile sintesi di molti dei temi di questi racconti. È una specie di concentratissimo e coloratissimo succo del suo senso e dell’assenza di senso, un po’ come la vita.
Ognuno di noi, in fondo è un supereroe con gli extrapoteri craccati: «E riesco ad arrivare in cima ai grattacieli… senza scale o ascensori, intendo, e senza lasciare impronte sui vetri delle finestre… veloce e leggero come un Uomo Ragno – dice il giovane lavavetri, scostando dalla fronte una ciocca di capelli ossigenati con un leggero movimento del capo, e srotolandosi il pacchetto di Chesterfield avvoltolato nella mezza manica della t-shirt.»
I racconti de La cosa sono anche un modo, per Garrapa, di descrivere il pianeta che egli pensa e immagina, ciò che vede e ciò che non vorrebbe vedere. Anzi, no, non c’è nulla che non si possa vedere se lo si sa cogliere dalla prospettiva giusta, calcolando con esattezza la consistenza e la misura dei materiali per poi scordarla e riforgiarla, ritrovandola alla fine mutata e uguale, assolutamente reale.
In questo libro si parla di quella “cosa” chiamata vita, o forse sogno, o magari poesia. Ma la sua forza è proprio in quel “forse”, nello spazio sospeso tra tenerezza e nitidezza, riflessione e gesto esatto, tagliente, necessario alla speranza della metamorfosi: «Qualche giorno fa, sabato 12 marzo, ero in treno e pensavo di scrivere un racconto usando penna + carta, e detto così sembra che, se un marziano decerebrato o sub-intelligente leggesse quello che andrò a battere sul PC – perché è lì, come la morte, che vanno a finire tutti i corpi verbali, e in fondo è la morte che dà valore alla vita – questo marziano potrebbe pensare che carta + penna sia una lega metallica, un modo di mescolare, quasi che scrivere sia una scultura o una pittura che mescoli acqua oppure olio e tempera e colori per il vetro, ecco, preciso che non è casuale il riferimento alla pittura perché, se mi capita, espongo i miei quadri che io chiamo DESCRITTURE CROMATICHE e invece significa semplicemente cambiare gesto, è una questione di gesti».

I nomi delle cose

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BARONI COP fronte ridotta
 

Giancarlo Baroni, I nomi  delle cose, puntoacapo, 2020

Nota di lettura di Ivano Mugnaini

«Kangarù risponde all’esploratore / che gli domanda il nome / di quel buffo animale saltellante / Kangarù ripete non capisco». L’impressione è che in questi versi ci sia il tono, il senso e anche l’esplorazione, è il caso di dirlo, del libro di Giancarlo Baroni. Tra serietà e ironia, in transito sui sentieri di una disperazione lieve e tenace, un’allegria di naufragi nei mari e nelle lande del senso, del significato delle parole, e, di conseguenza, di tutto il pianeta in costante rotazione e rivoluzione, senza che nulla cambi. Il nome delle cose nasce da un errore di comprensione. Tuttavia quel messaggio decodificato in modo inesatto viene a costituire comunque un canone condiviso. L’errore diventa norma, lemma inserito nei dizionari. La poesia, forse, ha il compito di muoversi tra i due estremi, la regola e l’eccezione, l’errore e il ritratto di una cosa e di un pensiero. Forse la poesia è quell’animale saltellante. O forse è l’esploratore che, nell’atto di non comprendere, crea l’oggetto, gli dona forma ed esistenza. O magari, al di là di tutto, Baroni voleva soltanto giocare a raccontare un episodio, un malinteso epocale. Ma si tratta di un gioco particolare, in cui, per la logica illogica degli ossimori, ancora una volta il vero equivale al suo contrario, e viceversa.
In questa “Segnalazione” proporrò alcune mie considerazioni che potrei definire, per usare un termine mutuato dalle arti visive, “impressionistiche”. In senso improprio e immediato, ossia, in questo contesto, basate su sensazioni filtrate il meno possibile. Per un’analisi ulteriore vi rimando alla nota introduttiva di Ivan Fedeli riportata qui di seguito, e, come sempre, alla lettura diretta di questo libro dotato di un taglio e di un approccio del tutto originali.
            I nomi, i vocaboli, sono i ponti e al tempo stesso le cariche di dinamite piazzate sotto le campate per farle saltare. Così come ogni espressione verbale è anche allo stesso tempo un invito ad entrare all’interno delle mura e un monito minaccioso a cui si dà voce per difendere il territorio. Nella poesia “Invincibili”, Baroni scrive «Lanciamo proiettili di fuoco / ciononostante avanzano / senza curarsi delle ustioni / come se fossero invincibili, immortali». Probabilmente avanzano perché in fondo abbiamo bisogno di dare loro un nome per poi scoprire che è il nostro stesso nome. Avanzano perché, a dispetto di ogni battaglia più o meno rituale, più o meno tragica o comica, loro, quell’entità sottintesa e ineludibile, siamo noi, i nomi con cui creiamo il nostro mondo e anche le terre nemiche, gli eserciti invasori. E la lezione di maggior rilievo, sull’erba dei campi di battaglia così come sulla carta delle pagine, è che ogni vocabolo ha più di un senso e più di un vessillo. È tutta una questione di punti di vista: «Loro sperano / che dal portone si affacci / un drappello in segno di resa / noi che all’orizzonte si sollevi / la polvere di cavalieri amici».
Come in ogni punto di confine c’è una dogana anche tra la parola e il silenzio, tra il dialogo e il conflitto. E c’è un dazio da pagare: «Niente da dichiarare / disse tacendo dei trecento / euro della salvezza / nascosti nella sacca… E questi / insisteva il doganiere questi?”. La concisione, in questo libro, specialmente nella parte iniziale, è privilegio, scelta e necessità. Baroni lascia che i simboli e le metafore emergano dai fatti, dalle azioni. Nel caso specifico citato poco sopra, lascia che anche l’interpretazione sia libera, così come le opzioni. Lascia che sia chi legge a scegliere chi o che cosa sia il doganiere. Così come, senza forzature, senza imposizioni autorali, ciascun destinatario di questi versi è chiamato a stabilire i volti del confronto e del conflitto, eternamente interrelati: «Ti osservano / quando meno te lo aspetti / quando vorresti nasconderti / dietro un riparo inesistente / quando non te ne importa niente / rannicchiato nell’angolo / in piedi al centro della cella».
Nella sezione “Un seme tra le mani”, la concisione lascia gradualmente spazio a versi più estesi, più dilatati. Ma le domande permangono, ineludibili. Anche e forse soprattutto quelle deliberatamente sottaciute: «Detesti a tal punto il dolore / che del tuo hai scelto di non parlare. / Dici succederà anche troppo / quando da sottoterra dovrai raccontare / i motivi della tua morte / alle anime numerose che in ascolto / a turno riferiranno i loro. / Perlomeno ti auguri si possa / ogni tanto variare / inventando una versione inedita / immaginando qualche vicenda avventurosa / che renda più sopportabile l’aldilà». Il vero e l’immaginazione, dunque. Con la parola come unico modo per contrastare, inventando storie irreali, perfino il tedio di un tempo senza fine.
Eliotianamente, Baroni, immagina e in gran parte teme il risveglio dopo il letargo vitale e forse anche mortale. «Quel che diventeremo lo sappiamo / non serve aggiungere. La terra / seppellita altra terra la trascina / fino a svegliarci. Chissà per quante volte / ancora subiremo, aspettando / tenacemente che l’universo cambi. Come di cenere / soffocata composti e desiderio».
Da questo panorama descritto con schiettezza ma senza compiacimento e senza asprezze fini a loro stesse, Baroni, salva, paradossalmente (ma forse neppure troppo) ciò che non ha nome, se non nell’ambito di territori che risultano indefinibili: l’emozione e lo stupore di fronte ad una bellezza che condensa in sé il bene e il male, il confine ed il suo superamento. Nelle sezioni “L’amore ha la stessa verità” e “Le trappole di Rauschenberg”, vengono chiamati in causa personaggi della letteratura e artisti accomunati dalla complessità, dalla loro natura contraddittoria e fuori dagli schemi. «Al posto delle mele bacate / di grappoli bianchi e rossi / del fico maturo che mostra / il viola della polpa / la cesta di frutta contiene / la testa del Battista. Firmo col sangue / il mio autoritratto». Parole, queste, di Caravaggio, emblematico rappresentante della categoria dei “maledetti”, dalla ragione e dal senso comune. Sono parole che condensano la voce e lo sguardo di coloro che hanno imboccato e percorso strade laterali, strette e insidiose, coloro che hanno voluto e dovuto trovare un modo diverso per evocare i nomi delle cose.
       IM
 
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Nota di Ivan Fedeli

In bilico tra Valerio Magrelli e Luciano Erba, Baroni osserva la realtà con occhio da vedetta e il suo sguardo restituisce quadri di vita mai scontati o dati per certi. C’è una sorta di ironia di fondo che, talvolta, agisce in profondità e, senza corrodere, opacizza il fare umano e cerca una parola definitiva, un lasciapassare, con cui restituire un intero a tante situazioni frammentarie, senza sbocco. Una poesia arguta, quella di Baroni, fatta di scatti cerebrali, ipotesi, situazioni limite (l’uscio, la frontiera, il fronte, le zone franche): qui l’uomo si trova di fronte a uno specchio e dubita di sé e del suo riflesso. È nella terra di nessuno, insomma, che si svolge la storia e la scommessa è quella di trovare un confine. Ne deriva una sorta di situazione metafisica dove resistere con mandel’stamniano rigore.
Lo stile, nitido, dà unità ad un lavoro serio e originale. Il poeta emerge dalle pagine e coincide con l’uomo: è la preoccupazione del mondo che porta a scrivere e la pietas si insinua nei versi, quasi un’ombra cercasse di dare riparo. Autore riconoscibile e maturo, Baroni ne I nomi delle cose crea un sistema chiuso con il lettore, in cui il diaframma della scrittura è facilmente penetrabile per chi, con occhio vigile a sua volta, sa riconoscere i segni di una fragilità umana da tenere cara e proteggere, cosa questa mai scontata.

 

  Giancarlo Baroni, I nomi delle cose
Nota di Ivan Fedeli, pp. 130, € 15,00
ISBN 978-88-6679-239-0
 
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NOTE BIOGRAFICHE

Giancarlo Baroni è nato a Parma, dove abita, nel 1953. Ha pubblicato due romanzi brevi, qualche racconto, un testo di riflessioni letterarie e sei libri di poesia. Le ultime due raccolte di versi: I merli del Giardino di san Paolo e altri uccelli (Mobydick, 2009; nuova edizione illustrata e ampliata, Grafiche STEP, 2016) e Le anime di Marco Polo (Book, 2015). Ha coordinato, assieme a Luca Ariano, l’antologia Testimonianze di voci poetiche. 22 poeti a Parma (puntoacapo, 2018). Nel 2009, 2010 e 2011 ha letto a “Fahrenheit” (Rai Radio 3) diverse sue liriche, alcune in occasione del Festival della Filosofia di Modena. Per quasi vent’anni ha collaborato alla pagina culturale della “Gazzetta di Parma”. Sue poesie sono state tradotte in lingua inglese dal poeta Max Mazzoli e in francese dalla poetessa Marilyne Bertoncini. Per la rivista on line “Pioggia Obliqua. Scritture d’arte” cura una pagina intitolata “Viaggiando in Italia”; collabora a “Margutte. Non-rivista on line di letteratura e altro”. Poeta per passione e fotografo per diletto, ha pubblicato tre piccoli libri fotografici: Sguardi dell’arteBologna e Due volti di Parma; tutti e tre fuori commercio.

Il lume della follia

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Prisco De Vivo, Il lume della follia, Oèdipus Edizioni, 2019
nota di lettura di Ivano Mugnaini
È quasi ossimorico il titolo della raccolta di Prisco de Vivo. La follia è pervicacemente associata, da secoli, al buio, all’oscurità. Si tende a dire “una mente offuscata dalla follia”. Ebbene, tramite i versi e le immagini, tramite l’interazione tra la parola e la dimensione visiva (intensa in senso ampio, anche come sguardo ulteriore, al di là delle barriere preconcette), De Vivo ci propone, anzi, ci conduce a vedere il lato luminoso della follia.
Nella sua visione di credente, inoltre, la luce non può non abbinarsi in modo immediato al concetto, anzi all’atto della fede. Fede intesa, appunto, come volontà di scardinare le barriere che impediscono l’autentica comprensione tra gli esseri umani.
«Quando citi le cose del mondo che ti limitavi a tenere nascoste, mi sono sentito ancora più trascinato dentro questa tua illuminante raccolta», ha scritto Paolo Ruffilli in una nota di lettura il cui testo riporto integralmente in calce a questo mio spazio introduttivo.
Le cose, quindi, la materialità da un lato e, sul fronte opposto, la luce, qualcosa di impalpabile che tuttavia si relaziona con l’oggettualità dando vita a quella dimensione complessa e fertile che rappresenta il terreno di espressione (e di lotta) per l’estrinsecazione del sé autentico, la libertà di essere noi stessi.
Per Prisco l’opzione è insita nel coraggio di guardare con la stessa intensità la bellezza e l’orrido, il bene e il male, intersecati, tra sublime e orrifico. L’arte è conciliazione tra ricerca di perfezione e consapevolezza dell’imperfezione. Il viaggio si compie nell’atto di rendere la perfezione più umana e l’imperfezione più percepibile, più osservabile, vicina a farsi specchio in cui ognuno può cogliere, andando oltre la superficie, i propri sogni più puri e i propri demoni, le ali e le rughe che stravolgono i volti.
Il libro si basa sull’alternanza o meglio sulla coesistenza tra le idee annotate sulla pagina e la materia viva, i grumi di colore. Al punto che anche le parole assumono consistenza quasi tattile, il rilievo nodoso della sofferenza ma anche dell’energia che mira a liberarsi, liberando se stessa e chi la genera, chi la possiede chi e ne è posseduto: «scordati di me / di te / delle tue ruvide mani / che in un lampo di radice / divennero / LUCE DI SANGUE».
Per rendere più autentica e intensa l’osservazione, l’occhio deve trovare la volontà e la forza di infrangere i vetri dei preconcetti per arrivare al nucleo essenziale: «Guardo in bocca ai malati che / rompevano con i denti / i vetri delle strade / dalle loro fauci / sbucano fiori di colore vermiglio».
Il libro di De Vivo possiede una solennità mai eccessiva, mai ridondante o teatrale. Non sono quadri di maniera, quelli che dipinge con le parole e con i pennelli. Ciò gli consente di ottenere un’espressione sincera, nella sacralità del dolore, che tuttavia non è descritto come oggetto intoccabile, ma, al contrario, è umanizzato. La disperazione, al di là di infiniti e tortuosi percorsi, può sfociare in uno spazio diverso: «Quando riuscirò a morire veramente / liberandomi dall’inferno, / delle colonne coclidi, / dal polistirolo dei farmaci / dalla dissenteria dell’anima».
L’impressione è che De Vivo abbia scritto questo libro con estrema sincerità, non per aggiungere un titolo alla sua bibliografia. Tale autenticità gli ha permesso di scrutare l’abisso senza perdersi, senza smarrire lo sguardo e la voce. Gli ha consentito, per quanto umanamente possibile, di giungere all’immedesimazione con il dolore più lacerante e vero, ma anche con la forza vitale e creativa, fuoco e lava di vulcano. Quella che, a dispetto di tutto, a tratti, magari in imprevedibili istanti, può condurre al punto più estremo al cui fondo c’è la rinascita, o meglio la nascita a vita vera.
        IM
de vivo cover

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UNA NOTA DI LETTURA A “IL LUME DELLA FOLLIA”
Punteggiate dai tuoi incisivi disegni, le tue intense poesie colpiscono e coinvolgono quasi a specchio sorprendente della situazione drammatica in cui adesso ci troviamo a vivere e con l’effetto che le tue presenze familiari trapassano in figure universali di ieri e di oggi.
E, quando citi le cose del mondo che ti limitavi a tenere nascoste, mi sono sentito ancora più trascinato dentro questa tua illuminante raccolta.
Colpito anche dal continuo intervenire tra le righe e in epigrafe di scrittori anche per me di riferimento.
                                                                                        Paolo Ruffilli
 

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NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA

Prisco De Vivo è pittore, scultore e poeta. È nato a Napoli nel 1971 e vive ad Avellino.  Ha pubblicato i volumi di poesie: Dell’amore del sangue e del ricordo (selezionato al Premio Pascoli 2005) (Il Laboratorio/Le edizioni, 2004, prefazione di Plinio Perilli e postfazione di Raffaele Piazza), Segni e parole (In una notte oscura e uggiosa) (Il Laboratorio/Le edizioni, 2006, lavoro di poesia/immagini a quattro mani con Raffaele Piazza), Dalla penultima soglia (Marcus edizioni, 2008, prefazione di Marcello Carlino), Ad Auschwitz (Il Laboratorio/le edizioni, 2009, prefazione di Enzo Rega e postfazione di Antonella  Cilento), ha ricevuto per la raccolta Il lume della follia il secondo posto del Premio Nazionale Minturnae XXIII edizione per l’inedito, 2009.

È stato incluso in varie antologie tra cui: Melodia della terra (Secondo Volume) 2006 (Crocetti editore, a cura di Plinio Perilli), Da Napoli, Verso Kairos editore, a cura di Antonio Spagnuolo e Stelvio Di Di Spigno) 2007 (Poeti e Pittori di [Secondo Tempo] 2013 Marcus Edizioni, a cura di Alessandro Carandente e Marcello Carlino).

Le recensioni sui suoi testi poetici e le sue poesie sono apparsi su: Poiesis, Risvolti, La Clessidra, Pagine, Gradiva, La Mosca di Milano, Secondo Tempo, Capoverso, Poesia, Repubblica, La Stampa, Il Mattino, Sinestesie, Zeta, Cenobio, Trimbi, Clandestino, Graphie, Poeti e Poesia, Frequenze Poetiche.

Ha collaborato a diversi periodici e riviste d’arte e letteratura, italiane e straniere, cartacee ed on-line, inoltre è stato presente a mostre di poesia visuale e recitals poetici.

Si è occupato di saggistica, scrivendo su poeti come: Pier Paolo Pasolini, Dario Bellezza, Camillo Capolongo, Guido Ceronetti, Rubina Giorgi. Nel 2020 ha pubblicato il volume di poesie e immagini Il lume della follia Oèdipus edizioni.

https://www.rivistaclandestino.com/guido-ceronetti-il-vetusto-e-geniale-maestro-del-pensiero-terribile/

http://frequenzepoetiche.altervista.org/prisco-de-vivo 

http://www.cinquecolonne.it//26/5/2019/poeti-in-Campania-prisco-de-vivo 

http://www.rivistaea.it/18/7/2018-la-promessa-di-orfeo/prisco-de-vivo

http://www.facebook.com/priscodevivo/

CONTATTI : info@priscodevivo.it

LA LINEA DEI PASSI

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La linea dei passi - copertina

Enzo Rega, LA LINEA DEI PASSI,

Prose sulle città e il viaggio,

Edizioni Helicon, Arezzo, 2020, pp. 180, € 14,00
Tra il frammento e l’insieme; l’impressione è che Rega prediliga questa seconda componente, l’unitarietà, la sincronicità. Non è casuale la scelta del bel titolo del suo libro, La linea dei passi, pubblicato da Edizioni Helicon.
Il passo è l’espressione di un singolo percorso, spesso “sincopato”, dettato da elementi esterni, le caratteristiche del tempo, del terreno, del clima. Ma la linea riassume in sé i singoli passi e dona loro un orientamento e allo stesso tempo una ricerca di parallelismi e convergenze, sia con il tempo individuale che con quello collettivo. Lo sguardo di Rega è spesso, e con sincera autenticità, rivolto al sociale, a ciò che va oltre estemporanei egoismi. Perfino in questo libro la cui tematica, il resoconto dei suoi viaggi, avrebbe potuto condurlo ad una visione autoreferenziale, ha preferito, per istinto e per scelta, tracciare una retta, un insieme di punti che hanno reso unitaria e coesa la sua visione del mondo. Una Weltanschauung basata su dati esteriori e concreti, visti, percepiti e mandati a memoria, ma in uguale misura mentale ed estetica, fatta anche di parole, di arte, di filosofia, di tutto ciò che contribuisce ad estendere e a rendere più compiuta la visione e la percezione.
          Tra le numerose epigrafi poste in apertura dei vari capitoli, quella tratta da Lento ritorno a casa di Peter Handke è utile e in qualche modo emblematica a tale riguardo: “Quel che ho sempre pensato tra me è niente; io sono soltanto quel che m’è riuscito di dirvi”. Lo sguardo è parola. Ossia, la pienezza della percezione è un atto che si compie appieno nell’istante in cui trova forma e misura. Il vero viaggio, sembra dirci Rega, avviene quando l’emozione trova una dimensione estrinsecabile, manifestabile. Ciò mette in connessione anche il luogo fisico esterno e l’interiorità, l’io e l’altro. Il viaggio è un atto di condivisione e di generosità, nei modi e negli intenti di Rega: un modo per avvicinare nel senso più ampio del termine, alla ricerca di radici comuni, all’insegna di ciò che lega gli esseri umani a qualunque latitudine.
          La parola, è giusto ribadirlo, è la chiave e il passaporto, il biglietto d’andata e quello del lento, ma più denso, ritorno. Molti dei riferimenti agli autori di riferimento di Rega si trovano nella ricca e partecipata nota critica di Luigi Fontanella pubblicata lo scorso febbraio nel magazine America Oggi. La riporto qui in calce, come preziosa fonte di informazioni sul libro. Riporto anche una breve ma significativa nota dell’autore, in cui ci vengono forniti alcune notizie e dati che ci aiutano a collocare, dal punto di vista cronologico e non solo, il libro.
          La rubrica “Segnalazioni” intende proporre libri interessanti, generando auspicabilmente curiosità, interesse, voglia di approfondire il discorso tramite la lettura diretta.
          Del libro di Enzo Rega aggiungo una considerazione sullo stile, o meglio sull’approccio. Rega è anche critico, studioso di letteratura, cinema ed altre espressioni artistiche. In questo suo libro tuttavia ha deliberatamente scelto un atteggiamento informale. Le pagine scorrono, piene, sempre interessanti, ma il passo è fluido e lieve. Attraverso ciò che ha visto e che, adesso, come osserva Fontanella, “enarra”, Rega parla di ciò che ha percepito, le assonanze, visive e letterarie, i rimandi, gli echi interiori. Coerentemente con il suo carattere e la sua personale filosofia, Rega ha preferito in questo suo “giornale di bordo” un’espressione sobria, lineare, facendo ancora riferimento al titolo. Ha parlato del mondo e della vita senza tralasciare niente dei dettagli e delle prospettive, ma a passo lento, di modo che ciascun compagno di viaggio possa seguire e cogliere ogni angolo ed ogni sillaba. “La pagina ha il suo bene solo quando la volti e c’è la vita dietro”. In questo libro si applica con passione questo motto di Italo Calvino. E, con altrettanta coerenza e consapevolezza, si mette in atto la considerazione fondamentale, valida in ogni tempo e in ogni ambito, di Fernando Pessoa: “I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo”.
IM
 
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Nota dell’autore

I testi de La linea dei passi risalgono agli anni Novanta e anche prima: il libro, così come si presenta, è stato chiuso intorno al 1998. Mi accorsi, allora, che le cose che scrivevo ruotavano intorno al viaggio e alla ricerca d’una città come luogo, topos, del possibile. La casualità diventò progetto consapevole. Il viaggio è la vita (la vita è viaggio), la scrittura stessa un viaggio nella vita e nella letteratura nelle diverse forme: racconto, lettere, diari. Perciò prose.
 
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Dietro i “passi insoliti” ed “extravaganti” di Enzo Rega

di Luigi Fontanella

Mi fa piacere segnalare un bel libro di narrativa, insolito ed extravagante, recentemente pubblicato da Enzo Rega: critico di cinema e letterature multidisciplinari, poeta, studioso di filosofia e docente napoletano. Rega è di origine genovese, ma vive ormai da decenni nel napoletano, per la precisione a Palma Campania, dopo aver vissuto anche a Bergamo e a Siracusa.
          Ho detto “insolito” ed “extravagante” perché il libro, che ho appena finito di leggere, La linea dei passi (Edizioni Helicon, vincitore del Premio “La Ginestra” 2018, ISBN 978-88-6466-552-4), è una raccolta zigzagante tra riflessioni, pagine diaristiche, lettere, improvvise illuminazioni, brevi o lunghe narrazioni vere e proprie, eccetera eccetera; quasi tutte condotte sul filo odeporico di un viaggiare (reale e mentale) che ha portato il narratore in varie città italiane ed europee.
          In ognuna di esse Rega ha ricevuto e – a sua volta ha restituito su queste pagine – impronte e folgorazioni flagranti.  Uso di proposito quest’ultimo aggettivo proprio pensando a una terminologia estetica (mi viene in mente Cesare Brandi quando scriveva, che, di fronte a un’opera d’arte, avvengono fenomeni di astanza e flagranza). Del resto il sottotitolo di questo volume è già di per sé abbastanza esplicito, e recita appunto “Prose sulle città e il viaggio”.
          Leggendolo, si ha come l’impressione di essere man mano catturati in una sorta di (ragna)tela labirintica, nella quale momenti puramente diaristici si intrecciano con felici agnizioni, girovaganti meditazioni alla Robert Walser, incanti, illuminazioni, struggimenti mnestici e straordinarie intuizioni critiche alla Walter Benjamin. Un magma, il tutto, depositato in prose che rifiutano una loro “canonica” collocazione o una stantia coesione organica, ma che fluttuano liberamente nella mente del “viaggiatore” scrivente, il quale ce le porge anche in forme epistolari o di pure descrizioni intratestuali da lui riportate puntualmente con sguardo come casuale e infallibile insieme.
          Tutto questo, beninteso, senza che ci sia alcuna tonalità self-indulgent, o, peggio, sentimentalistica. A Rega piace muoversi in totale libertà fra le varie esperienze da lui vissute in prima persona e le ripercussioni che queste hanno provocato nella sua mens; una Erlebnis che si distende seducente, pagina dopo pagina, e che nel complesso risulta variamente cattivante e coinvolgente. Dietro queste pagine fanno capolino i vari Maestri o angeli custodi che hanno nutrito l’immaginario di Enzo, a partire da nomi stellari come Nietzsche, Pessoa, Hugo von Hofmannsthal, Musil e Benjamin, fino ad arrivare a scrittori della generazione successiva, come Cesare Pavese, Peter Handke, il nostro Tommaso Landolfi.
          Un libro, in ultima analisi, che una volta letto, quasi vorrebbe spingere il lettore – al pari di quell’indimenticabile passeggiatore solitario, su cui ha scritto pagine di eccezionale bellezza W.G. Sebald – a recarsi proprio nei luoghi da Enzo enarrati, per andarli a visitare con i nostri e i suoi occhi, magari portandosi dietro questo suo segmentato vademecum narrativo,  e rileggendosi le pagine dedicate a questa e o a quella città (Praga, Londra, Milano, Basilea, Mulhouse (Alsazia), Bruxelles, Berlino, Verona, ecc. e, pur sempre, la natia Genova del nostro viaggiatore-scrittore.

 

“La linea dei passi” di Enzo Rega, pp. 182, Edizioni Helicon, 2019, € 14,00                     in “America Oggi”, Magazine domenicale 16 febbraio 2020
 
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ENZO REGA, nato a Genova nel 1958, risiede a Palma Campania (Napoli), e ha vissuto anche a Bergamo e a Si­racusa. Si occupa di letteratura, filosofia, cinema e critica della cultura. Insegna in un liceo e ha collaborato con l’U­niversità di Salerno e il “Suor Orsola Benincasa” di Napoli. Redattore di “Gradiva” e “Levania”, scrive per “L’Indice dei libri del mese”, “Poesia”, “Italian Poetry Review”. Tra i volumi pubblicati: di narrativa Le albe inutili (C.E. Men­na, Avellino 1980) e Due volte futuro (Michelangelo 1915 Editore, Palma Campania (NA) 2010); di poesia Acroniche angolazioni (Forum / Quinta Generazione, Forlì 1982) e Indice dei luoghi. Poesie da viaggio (e d’amore) (Lace­no/Mephite, Atripalda (AV) 2011); di saggistica Berlino e dintorni. Arte, cultura e vita nel Novecento (Edizioni “Il grappolo”, San Severino (SA) 2001); A colloquio con i po­eti: De Angelis, Fontanella, Neri (con Carlangelo Mauro, Stango, Roma 2003); Il cinema come fenomeno sociale (con Pasquale Gerardo Santella, Loffredo, Napoli 2005); Deri­ve mediterranee. Immagini letterarie da Napoli all’altra sponda (con una nota introduttiva di Ermanno Rea, l’arca e l’arco edizioni, Nola (NA) 2012; menzione d’onore al Premio “Casentino” 2018). Con la Zanichelli ha pubblica­to, tra il 2014 e il 2017, un corso per le scuole superiori di Scienze umane.

 

I sommersi e i salvati. Note a margine su Primo Levi

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“La persuasione che la vita ha uno scopo è radicata in ogni fibra di uomo, è proprietà della sostanza umana. Gli uomini liberi danno a questo scopo molti nomi, e sulla sua natura molto pensano e discutono, ma per noi la questione è più semplice. Oggi e qui, il nostro scopo è di arrivare a primavera”.
Le parole sono di Primo Levi, su cui ho scritto alcune note a margine su L’Ottavo. L’impressione è che certe parole conservino sempre una possente attualità. 
Rimando, per la lettura di questo e di altri articoli della rubrica “Luoghi d’Autore”, a  questo link: https://www.lottavo.it/2020/04/note-a-margine-su-primo-levi/  .
IM
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NOTE A MARGINE SU PRIMO LEVI

Di Ivano Mugnaini

La discesa negli inferi senza un vero ritorno

La guerra c’è sempre. Il resto è solo tregua.
Anzi, la guerra è sempre, è il presente che non muta, resta, a rincorrere, a mordere e strappare via la carne dei giorni.
Questa è la prima sensazione, il sapore agro del primo impatto con le parole di Primo Levi. Ben più complesso è il percorso che ha compiuto e ha voluto trasmettere. Preso atto del dolore, dell’assurdo sovrumano, anzi inumano, in grado di negare la natura stessa dell’umanità, l’alternativa è la resa, l’inazione, il silenzio, oppure il cammino della testimonianza.
Essendo conscio della fragilità e dell’imperfezione della memoria, Levi, da uomo di scienza, ha registrato tutto con oggettività, prima che qualcuno, forse lui stesso, potesse dire un giorno che i dettagli non erano esatti, non corrispondevano le dosi, le componenti, gli elementi della pazzia. Si è assunto il compito, da chimico attento e paziente, di registrare, trascrivere, riportare, in forma di parole, elenchi di eventi e gesti, attimi e corpi morti e vivi, i sommersi e i salvati.
Primo Levi (Foto da wikipedia)
Il vero viaggio di Primo Levi è stato dentro una memoria a cui dava vita passo dopo passo e da cui gradualmente veniva annientato, come da un acido corrosivo. Conscio di questo, non si è mai fermato, fino a quando ha potuto, finché ha avuto la sensazione di avere la forza di poter continuare ad essere utile ai suoi simili. Finché è riuscito a rievocare gli orrori più grandi conservando spazio per un sorriso, amarissimo ma tenace. La prova che il nemico aveva perduto. Perché la vita e l’umanità resistono perfino ad Auschwitz. Resistono all’annientamento, alla ferocia pianificata e resa meccanica, con una struttura industriale, per tramutare gli uomini in materia inerte. Ma la materia inerte non sa sorridere, non sa rievocare, seppure con la morte nel cuore, tutte le occasioni in cui nei campi di sterminio è rimasta viva la fame di arte, di musica, di letteratura, o semplicemente la volontà di vita a dispetto di tutto, essa stessa forma primaria e assoluta di poesia.
Il punto di partenza è Torino, città sospesa tra tradizione e innovazione. La famiglia di Levi in un primo momento accetta passivamente il fascismo, per poi comprendere troppo tardi, come moltissimi altri italiani, la follia distruttiva insita nel suo credo e nelle scelte politiche e ideologiche.
Avvengono così, in modo simultaneo, i paradossi che contraddistinguono la vita dello scrittore: lui, non religioso, ateo sia prima che dopo gli eventi e i massacri, si trova, fin dall’emanazione delle leggi razziali, a dover lottare e in un certo senso a diventare simbolo dell’ebraismo. Inoltre, dopo aver preso parte alla lotta partigiana, e dopo l’arresto, è inviato nei campi di concentramento. Lui che avrebbe sognato con ogni probabilità una vita di studio quieto nella sua Torino, di colpo è scaraventato sulla strada dall’uragano della Storia. La sua personale vicenda diventa suo malgrado una personale metafora della Diaspora. Viaggia per volere del destino, per sopravvivere, per vedere con i propri occhi, ricordare e raccontare.
Levi è il viaggiatore involontario per eccellenza. Costretto a crearsi una terra propria, uno spazio di sopravvivenza, un altrove estremo, ai margini, si trova a comprendere, cioè ad assumere in sé, la voce del dolore di un popolo sradicato: “…e ci discese nell’anima, il dolore antico del popolo che non ha terra, il dolore senza speranza dell’esodo ogni secolo rinnovato”.
Il tema del viaggio è presente soprattutto in due libri emblematici di Levi, Se questo è un uomo e La tregua. L’esperienza della deportazione e del campo di concentramento in Se questo è un uomo è da intendersi come una forzata discesa negli Inferi. Ne La tregua vi è il tema del ritorno in patria, o meglio il tentativo di lasciare dietro di sé le mostruosità della guerra e recuperare il senso profondo di sentirsi vivo e uguale agli altri. Se il primo libro di Levi assomiglia alla descrizione di una discesa agli Inferi, il rimpatrio è l’occasione di una progressiva risalita verso la luce e verso l’umano.
La discesa agli Inferi ha un’ampia tradizione, il cui culmine è il viaggio dantesco. Ma, a differenza di Dante, Levi non ha il beneficio della fede che sorreggeva il poeta fiorentino e non ha né la guida paterna e benevola di Virgilio né quella solenne e amorevole di Beatrice. Viene catapultato senza alcun Limbo introduttivo dentro un esperimento biologico-sociale di annientamento. Con il suo corpo vivo, come Dante, è obbligato a osservare altri corpi vivi. Non anime ma animali, con tutto ciò che di nobile e misero è insito in questa definizione e nella condizione che comporta e descrive.
Un viaggio la cui fine è la morte, non la salita al Paradiso. Oppure, in alcuni casi speciali, come quello dello stesso Levi, una salvezza malata, avvelenata dalla sua stessa inconcepibile essenza ed esistenza.
 Il meccanismo micidiale messo in atto dagli aguzzini aveva come scopo quello di annientare negli internati ogni forma residua di umanità. Come ulteriore effetto collaterale tale prassi ha generato, nelle vittime sopravvissute, una forma ferocemente beffarda di riflessione a posteriori: l’idea che a salvarsi non sono i migliori, ma solo quelli sostenuti dalla casualità, da quella fortuna che è voce media, e cieca. Con qualcosa di ancora più subdolo che nega e sbriciola perfino il “folle volo” di Ulisse. Non sono i più coraggiosi a superare le Colonne d’Ercole e a tornare ad Itaca, ma solo quelli che, per qualche caratteristica fortuita, o forse per qualche capriccio o utilità dei macellai, sono sfuggiti alle maglie dello sterminio.
 
Resta, nel momento del recupero del proprio nome, nel ritorno alla terraferma, di nuova sicura, una specie strisciante di malinconia unita ad un assurdo ma inestirpabile rimorso: quelli di essere rimasti vivi là dove solo la morte aveva cittadinanza.
Non essere più solo un numero, un frammento catalogato della catena di montaggio dello sterminio, vuol dire dover tornare a muoversi, equivale alla pena del ritorno in una patria che non sarà mai più la stessa, perché non si è più noi stessi dopo l’Inferno. Si fa ritorno ma sapendo di non potersi fermare più, non essendoci più alcuna pace possibile, anche in un’epoca di assenza di guerre ufficialmente dichiarate. “Gli altri prigionieri di Auschwitz popolano la mia memoria della loro presenza senza volto e se potessi racchiudere in un’immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine, che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia del pensiero”, scrive Levi.
Se questo è un uomo è il libro dell’esodo, della dissezione della materia viva, della tracciatura degli impianti dell’industria della morte. Ma non meno aspro è il libro del ritorno. Non c’è più “normalità” possibile per chi torna dai gironi infernali. Vede negli occhi degli altri la pietà, oppure una forma di commiserazione malcelata, o addirittura lo specchio distorto di quell’accusa implicita di complicità con gli autori dello sterminio. Si tratta del riflesso di un pensiero che ha origine nella mente delle vittime, ma è ostinato, anch’esso segue ostinatamente chi vorrebbe fuggire da sé e dai propri ricordi.
“In the desert you can remember your name/ ‘cause there ain’t no one for to give you no pain”. Nel deserto puoi ricordare il tuo nome/ perché non c’è nessuno che ti causi dolore, recitano i versi di una canzone che forse Levi avrebbe apprezzato. Il fatto è che perfino il deserto è un lusso, un privilegio che alcuni non si possono permettere. Allora resta la necessità di muoversi, viaggiare, non fermarsi fino a quando si può. Levi torna più volte ad Auschwitz. Accetta interviste e partecipa a documentari televisivi che rievocano gli anni dei campi di sterminio. Racconta con lucidità e con un senso del ritmo vivo, musicale, aneddoti e cifre, volti e parole, il freddo, la fame, gli odori. Parla delle varie “Sezioni” dei campi, ne parla per aiutare a capire, lui che di capire non sperava più. Parla di sé, lo sforzo maggiore, la pena di Sisifo. Ne parla con un “understatement” molto anglosassone, anzi, molto piemontese, una forma di difesa estrema nei confronti del reale. Lotta fino in fondo, riprende gli stessi treni che attraversano oggi una Polonia profondamente diversa ma con una ferita percepibile, ancora aperta. Parla di sé, Levi, per far capire che non ha alcun merito, che si è salvato perché era utile ai nazisti in quanto chimico e perché aveva imparato da giovane alcune frasi di tedesco. La differenza tra vivere e morire poteva essere comprendere un ordine perentorio o saper leggere i numeri tatuati come un marchio sul proprio avambraccio.
“I ‘salvati’ del Lager non erano i migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto dimostrava l’esatto contrario. Sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della ‘zona grigia’, le spie. Non era una regola certa (non c’erano, né ci sono nelle cose umane, regole certe), ma era pure una regola. Mi sentivo sì innocente, ma intruppato tra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti agli occhi miei e degli altri. Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti”, osserva.
Scritto un anno prima del suicidio, I sommersi e i salvati conferma la volontà di Levi di identificarsi nel profondo con coloro che hanno avuto la pena di essere sommersi. L’intento del libro è quello di dare voce a coloro che non ce l’hanno fatta, rinnovando l’appello alla memoria dei lettori riguardo alla Shoah: non dimenticare, affinché la Storia non debba ripetersi. Non è un caso che il libro si apra con una citazione da The Rime of the Ancient Mariner di Samuel Taylor Coleridge: Since then, at an uncertain hour,/ that agony returns:/ and till my ghastly tale is told/ this heart within me burns.
 L’agonia ritorna inesorabile, e la necessità di raccontare la tetra storia brucia il cuore incessantemente. Così come brucia la coscienza di sapere che, in determinate situazioni, nelle terre più estreme dell’esistenza, non c’è più spazio per la solidarietà e trionfa la legge non scritta e tuttavia potentissima del “mors tua vita mea”. La morte degli altri può significare la propria sopravvivenza. L’orrore di questa consapevolezza non è forte quanto l’istinto atavico della conservazione che spinge a gioire per un tozzo di pane in più e un altro giorno in cui si riesce a non cadere a terra sfiniti. Il vero viaggio, il più crudo e il più vero, è quello che Levi, come migliaia di altri sopravvissuti e profughi del destino, ha compiuto nella propria testa. Il luogo più estremo e più spietato: quello da cui non c’è speranza di fuggire, quello che ti costringe a ragionare costantemente sul senso della vita, sul disgusto e l’attrazione per il gorgo del male, sul senso e sull’assenza di senso di tutto, perfino della morte.
 Nelle interviste Levi descrive l’importanza di affidarsi alle parole, al racconto, pur essendo anche in questo caso conscio delle contraddizioni e delle ambivalenze: “Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere quest’offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati in fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, e non è pensabile. Nulla è più nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga”.
 I nomi restano, oggi, anche grazie ai libri di Primo Levi. Restano i capitoli di un’epoca di violenza che, seppure con forme e dinamiche differenti, è sempre viva, sempre attuale. Del viaggio forzato e doloroso di Levi rimane anche l’ultima tappa, quel volo dalle scale di un palazzo torinese. Forse casuale, forse voluto e cercato come epilogo di un percorso che a quel punto aveva esaurito scopo, senso, energia. Ma resta il merito di avere camminato là dove nessun uomo avrebbe dovuto entrare, là dove Levi ha avuto il coraggio di dire che non per eroismo ma solo per casualità e tenacia è stato in grado di non abbandonarsi anzi tempo alle onde lasciandosi risucchiare. Resta il coraggio di chi, privo di fede e di dogmi, ha voluto credere nella dignità umana, nella parola e nel suo potere di dare testimonianza del più grande mistero: la persistenza della vita a dispetto di ogni ferocia. “La persuasione che la vita ha uno scopo è radicata in ogni fibra di uomo, è proprietà della sostanza umana. Gli uomini liberi danno a questo scopo molti nomi, e sulla sua natura molto pensano e discutono, ma per noi la questione è più semplice. Oggi e qui, il nostro scopo è di arrivare a primavera”.

Argila rebelă – La creta indocile

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La poesia tradotta si riplasma, assume nuove forme. Trattandosi di creta (indocile) tutto ciò è molto adeguato.
Ringrazio Mihaela Colin per l’attenta ed empatica lettura e per la selezione e traduzione di alcune mie poesie.
Non conosco la lingua rumena, ma è bello seguire passo passo il trasformarsi dei suoni e la crescita parallela dei versi in due lingue con radici condivise.
Grazie a Mihaela.
 
Buona lettura a tutti
e buon viaggio verso porti più sereni e assolati. IM
 

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