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CRIMINAL PROFILING – racconto

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Il sole nella storia dell'arte. L'astro di Grosz splende sul male ...
Il racconto è stato pubblicato dal portale “L’Ottavo” a questo link: https://www.lottavo.it/2020/05/criminal-profiling/
 

CRIMINAL PROFILING

 

La metà della vita di un uomo

è passata a sottintendere,

a girare la testa e a tacere.
Albert Camus

 

Era la notte più buia mai apparsa sulla terra. Anzi, era una notte che si rifiutava di apparire, perfino come essenza oscura. Non si camminava per le strade, ci si immergeva, quasi a memoria, in ipotesi di vie e marciapiedi. Uno dei rarissimi rumori che si potevano udire in tutta la città era la voce cupa di Marco Rattis, alias Markophone. Il dee-jay di Radio Utopia 2000 era scarso, a partire dal nome d’arte che si era scelto. Ma lavorava in una radio libera, libera veramente, per dirla con le parole di una canzone che era solito programmare con gusto. Era tanto libera, la sua radio, che a volte gli sembrava non esistesse. Etere nel buio, niente nel niente. Ma nel buio non c’è il nulla: c’è carne, sangue, linfa vitale. Quella notte a Markophone era riemerso lo sfizio di un vizio: capire qualcosa.
La sola cosa che Marco sapesse fare bene era riprodurre le voci. Imitava alla perfezione chiunque, o quasi. Selezionò il più squillante e solenne dei jingle che aveva in repertorio, poi, con la voce di Donald Trump, proclamò la necessità di una pronta e duratura pace universale. Con le voci alternate del Ministro delle Finanze e del Telecardinale per antonomasia annunciò poco dopo sostanziose detrazioni fiscali per i clienti delle lucciole. Fece replicare loro dalla Portavoce del Sindacato Prostitute Organizzate, la quale, roca ma suadente, parlò di una speciale misura promozionale: le operatrici del settore dopo l’atto sarebbero andate a cena con i clienti e avrebbero pagato alla romana. In seguito, a tarda notte, gli uni e le altre avrebbero camminato per le strade in cerca di gatti randagi a cui donare carezze e il tepore dei caloriferi.
Si sentì grande, Markophone. Un universo di vibrazioni umane. Senza alcun pudore fece risuonare a tutto volume una cassetta di applausi registrati al termine di un’opera sinfonica. Un istante dopo si sentì una nullità. Non che prima di allora non gli fosse mai successo, ma in quel preciso momento ebbe la percezione fisica, ghignante, della distanza tra sogno e realtà. Per reazione, o forse per crogiolarsi ancora di più in quella ruffiana malinconia, si rivolse mentalmente all’Imitatore Massimo, l’unico in grado di riprodurre l’intera esistenza, gli esseri viventi in tutte le loro forme. Dalla finestra dello studio alzò gli occhi verso il cielo. Niente. Solo un immenso telo scuro. Mise un CD di brani e commenti strampalati registrati mesi prima e schiacciò il tasto “loop”, la programmazione ad anello, senza interruzioni. Avrebbe avuto tutto il resto della notte a disposizione, in tal modo. Nessun ascoltatore si sarebbe accorto della sua assenza. Sempre ammesso che la sua radio lo avesse avuto davvero qualche ascoltatore. Uscì fuori e si avviò lento, impacciato, lungo il marciapiede. Guardò ancora in alto, poi scrutò di fianco a sé e davanti. Ancora niente. Solo un sibilo acuto alle sue spalle. Una vecchia Lancia Fulvia Coupé con i freni da rifare si fermò a un metro dai suoi polpacci. Marco non cambiò espressione. Si allontanò piano, con faccia serenamente disperata, certa del tanfo di gomma e metallo del mondo. Ma alla fine la curiosità prevalse. Si voltò di scatto per gettare un’occhiata al mirabile autista. Una sigaretta e un sorriso. Abiti eleganti, perfino una gardenia bianca nell’occhiello. Dalla radio della macchina uscivano le note de “L’uomo in frac” di Modugno. Marco riconobbe, in quell’istante, la faccia dolce e disincantata dell’uomo più inadatto alla vita che avesse mai conosciuto. Eccetto se stesso, chiaramente. Lo fissava, staccando il gomito posato sul volante solo per aspirare la sigaretta, suo zio Remo. Il fatto che fosse morto venti anni prima non turbò Marco più di tanto. Gli sembrò, in quel contesto, un particolare secondario, una macchia lievemente più scura nel mantello antracite della notte. Tutto ciò che riuscì a fare e a pensare fu correre verso il finestrino e offrire all’uomo una mano da stringere e qualcosa di forte da bere in qualche bar. La seconda offerta fece centro. La sigaretta, seppure a malincuore, venne schiacciata sull’asfalto umido, e le labbra uscite dal buio si misero in moto, pigre quasi quanto le gambe.
            «Ho provato, sai, Marco?»
            «Hai provato cosa, zio?»
            «Ho provato, in tutti questi anni, dopo che sono… andato via. Ho tentato di chiedere una modifica dell’iter stabilito per te e per gli altri, per voi che mi state a cuore e che siete ancora quaggiù. Non è stato possibile. Non è concesso, umanamente e neppure “postumanamente”. Il sistema di controllo lassù è ciclico, circolare. Ogni richiesta di concessione viene girata ad un Controllore Ulteriore. E così via. Neppure l’Eternità è sufficiente. La burocrazia terrestre al confronto è snella e fulminea.
Non ho solo cattive notizie da darti, comunque, altrimenti, mi conosci, non sarei venuto da te. Visti i miei crediti acquisiti sulla terra, mi è stato elargito qualche privilegio. Posso portarti vicino a loro. Voglio, anzi devo farlo».
            «Loro chi?».
            «Non pensare che ci sia bisogno di mezzi ipertecnologici per rendere possibile il meeting. Ti basterà percorrere questo viale. Saranno loro a venire incontro a te. Sii te stesso. Io ti aspetto in fondo».
Marco entrò e uscì dai locali aperti e giunse, più suonato che mai, al termine della Via Crucis dell’amaro notturno.
            «Bravo, Marco! Loro hanno visto e annotato tutto: quello che hai preso, in quali locali, parlando oppure tacendo, con quale gente, con quali parole. Ora hanno raccolto una messe di dati ulteriori. Forse potranno inserirti finalmente in una cartella, un modello, un cluster. Sì perché, caro nipote, devo dirti la verità: il problema è che al momento you match with noone and nothing. Non combaci con niente e con nessuno».
            «È una colpa?».
            «Domanda troppo filosofica per me. Io sono solo un messaggero, capiscimi. Sono dalla tua parte, certo, ma molte cose non le comprendo nemmeno io. Comunque credo che ora possa essere ultimata la scheda del tuo Criminal Profiling.
            Ah, come avrai notato da quando sono passato all’altra dimensione un vantaggio sicuro l’ho avuto: adesso so bene l’inglese. Appena arrivi lassù ti fanno un corso intensivo e accelerato. In men che non si dica diventi, per forza o per amore, un potenziale madrelingua».
            «Mi fa piacere, zio, ma anch’io, pur non avendo seguito nessun corso simile, sono in grado di capire che la definizione è assurda. “Criminal” implica la certezza che io abbia commesso delitti, o comunque infranto codici o leggi. Quando mai? Io ho sempre lavorato alla radio, tutte le notti o quasi. Dicendo semplici parole, le mie idee, il mio modo di vedere. Cazzatelle, niente di meno e niente di più. Discorsi leggeri tra un disco e l’altro. Nulla di importante».
            «Ne sei sicuro? Forse ti sottovaluti. O forse non hai capito bene il funzionamento del General Data System. Non è colpa tua, del resto. Non ne sono padrone del tutto neppure io che mi trovo lassù, in posizione panoramica, da anni e anni.
            Quello che conta, comunque, lo ribadisco, è il supplemento di indagine che abbiamo appena reso possibile. Vedrai che un fascicolo telematico in cui archiviarti lo trovano adesso. Sarai libero! Torna alla tua radio, vai. E sii più lieve. Non parlare delle cose del mondo, parla di musica giovane, inventa barzellette sceme, fai qualche gridolino ogni tanto, e canticchia in falsetto prima, dopo e durante i pezzi. Meglio se metti parecchia dance, sai? Impara a fare il dee-jay come si deve. Sono anni che lo fai e continui a sbagliare tono e argomenti! Torna alla tua radio e lascia stare la cronaca, i fatti, gli accadimenti. Meglio la Disco Anni 80. Farai più ascolto, vedrai. In tal modo ti farai uno zoccolo duro di aficionados. Come vedi so anche lo spagnolo, figliuolo!».
 Marco Rattis detto Markophone salutò lo zio con un sorriso e con un gesto rapido della mano. Anche l’Uomo in Frac lo guardò un solo istante. Sollevò l’ennesima sigaretta e la fece scorrere nell’aria come una minuscola cometa. Si volto di scattò e si avviò in direzione del buio più fitto. Marco lo fermò con un grido, e con un’ultima domanda.
            «Posso raccontare almeno ciò che mi è successo stanotte? L’incontro con te e con loro, la raccolta dati, l’Archivio Universale. Concedetemi di raccontarlo, dai, almeno, per una volta, avrò qualcosa di interessante da dire ai radioascoltatori».
            «Credevo che avessi fatto qualche progresso, Marco. Invece, mi ricresce di doverlo dire, ma sei rimasto lo stesso. È chiaro che non puoi dire niente. Credevo fosse lampante. Purtroppo, al contrario, devo specificare sempre tutto con te. No, non puoi raccontare nulla di nulla. E anche se lo facessi è chiaro che nessuno ti crederebbe. Riflettici!».
            «Ma, allora, se nessuno mi crederebbe, perché non mi è concesso di raccontarlo?».
L’uomo guardò il nipote con sdegno. Gettò la sigaretta per terra e si allontanò definitivamente a passo rapido, quasi aereo.
Marco lo inseguì come poté e gli urlò tutta d’un fiato una delle sue storielle, un aneddoto mezzo vero e mezzo inventato.
            «Sai zio, un tempo assieme ai miei amici frequentavo un bar. C’era una tipa selvaggia, dai modi duri ma sinceri. Non era più giovane, ma era ancora fresca, sensuale. Moltissimi l’avevano odiata e la odiavano. Altri l’avevano frequentata, alcuni erano stati fidanzati con lei e un paio l’avevano addirittura sposata. Ma tutti, presto o tardi, l’avevano abbandonata al suo destino. Era pericolosa, lo sapevano tutti. Rischiava di portarti dove non vuoi, dove non sei stato prima. Se ti guardava negli occhi ti sentivi vivo, ma nessuno osava farle la corte come si deve. Troppo autentica, diversa dalle altre. I miei amici, per scherzo, cominciarono a dirmi che era la mia donna ideale. Mi dissero che era follemente innamorata di me. All’inizio ci risi su, ma presto mi accorsi che qualcosa era successo. Non lo volevo, non era nelle mie intenzioni, ma mi ci avevano fatto pensare. Ecco zio, è accaduto anche stanotte. In questo buio fitto, lungo il viale dove si deve parlare e non parlare, guardare e non guardare, tu, e loro, mi ci avete fatto pensare. Stanotte, zio, l’ho vista, l’ho pensata, l’ho amata di nuovo».
Marco guardò le spalle rigide dell’uomo allontanarsi. Lo smoking impeccabile, più scuro della notte, ebbe solo un ultimo fremito di sdegno. Poi svanì nel nulla. Marco pensò alla sua Radio. Se si sbrigava poteva tornare al microfono prima dell’inizio dei programmi a quiz del mattino. In tempo per raccontare una storia a cui, forse, nessuno avrebbe creduto. 

Racconto del 25 aprile su Repubblica. parma

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Sono molto lieto che il mio racconto NOMI CONCRETI E NOMI ASTRATTI sia stato pubblicato nelle pagine de “la Repubblica” di Parma proprio oggi, 25 Aprile, anniversario della Liberazione.
Il racconto, pur partendo da un’ambientazione in apparenza distante, la scuola, ha in realtà proprio l’intento di sottolineare l’importanza della libertà, di pensiero, di scelta, di opinione.
E, a fianco, intimamente connesso ed essenziale, il diritto di chiunque, a prescindere da qualsiasi connotazione individuale, a essere se stessa o se stesso.
Ringrazio Tito Pioli e Lucia de Ioanna per la selezione e la cura con cui il racconto è stato proposto.
Per chi vorrà, il racconto completo è a questo link: https://parma.repubblica.it/cronaca/2020/04/25/news/il_sabato_del_racconto_e_firmato_da_ivano_mugnaini
Buona Liberazione a tutte e a tutti,
IM

Frammenti di ipotesi

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Frammenti di ipotesi-page0001
  Pensando alla chiave rafforziamo la galera ?
Alcune personali ipotesi sui possibili Sì e sui possibili NO.
IM

Frammenti  di ipotesi

These fragments I have shored against my ruins, Questi frammenti che ho eretto a protezione delle mie rovine.
La traduzione del verso de La terra desolata di Eliot è libera. Ed è forse la sola cosa libera che posso permettermi in questi giorni di gabbie invisibili e inesorabili. O forse no. È libero, a suo modo, anche il pensiero che mi porta ad erigere con la mente frammenti di parole e di pensieri a protezione della mente stessa, e del corpo, ad essa inesorabilmente e mirabilmente collegato.
La prima decisione, da quando è iniziato il contagio e la quarantena, è stata strana: mettermi a rileggere, con l’aggravante della lettura in lingua originale, La peste di Camus. Strategia autolesionistica, la definirebbe qualcuno. È forse è vero. Eppure, in quelle parole crude e sincere, scelte con precisione chirurgica dallo scrittore-filosofo francese, ho trovato il veleno ma anche le gocce dell’antidoto.
“Quando si chiusero le porte alle nostre spalle – scrive Camus – un sentimento individuale come quello della separazione da un essere amato, all’improvviso, dopo le prime settimane, fu quello di tutto un popolo, e, assieme alla paura, divenne la sofferenza principale di questo lungo tempo d’esilio”. Dalla consapevolezza della condivisione di una condizione innaturale nasce la riflessione che porta con sé, in modo inconscio, il cambiamento.  “Il sentimento di cui nutrivamo la nostra vita, assunse un volto nuovo. Mariti e amanti che avevano immensa fiducia nelle loro compagne si scoprirono gelosi. Uomini che si ritenevano leggeri in amore ritrovarono la costanza. Figli che avevano vissuto accanto alle loro madri guardandole appena, misero tutta la loro inquietudine e il loro rimpianto nella piega del viso oppressa dal ricordo. Soffrivamo due volte, per la nostra sofferenza e per quella degli assenti, figli, spose, amanti”.
Eppure, ogni peste, reale o metaforica, ogni malattia, ogni ferita nella carne di un’epoca ha caratteristiche proprie, specifiche. Camus scrive: “Perfino la piccola soddisfazione di scrivere ci era negata. Tutta la corrispondenza era bloccata per timore che le lettere fossero veicolo d’infezione”. Oggi non è così. Le nostre gabbie, Internet, i messaggi, le chat, le immagini, le voci trasmesse via etere, possono diventare la chiave per uscire dalla gabbia dell’isolamento. Un fertile paradosso. A patto che si riesca a mutare di segno anche un’altra frase cardine de La peste: “Per settimane fummo ridotti a ricominciare senza tregua la medesima lettera, a ricopiare gli stessi appelli e le stesse raccomandazioni, fino al momento in cui le parole che erano uscite tutte vibranti dai nostri cuori si fecero prive di senso. Questo monologo sterile, questa conversazione arida, non sarebbe cessata con la fine dell’epidemia”.
Ecco, questo è il nodo da sciogliere, è questa la sfida. L’epidemia passerà, presto a tardi. Così come finirono, ad un certo punto, perfino i “quattro anni, undici mesi e due giorni” di pioggia di Cent’anni di solitudine. Quella pioggia che rese necessario “scavare canali per prosciugare la casa, e sbarazzarla dai rospi e dalle lumache, di modo che si potessero asciugare i pavimenti, e togliere i mattoni da sotto le gambe dei letti e camminare di nuovo con le scarpe”. Finirà anche questa pioggia invisibile fatta di paura, alienazione, solitudine. Ma finirà davvero solo se le mascherine che il contagio ci ha obbligato a indossare ci avranno insegnato a togliere le maschere che avevamo sul viso da sempre senza che nessuno ci obbligasse. Finirà se alla fine dell’incubo avremo imparato a sorridere con gli occhi. E, si sa, gli occhi riescono a sorridere solo se sorride anche il cuore. Finirà se capiremo, come ci suggeriva il drammaturgo che ha scritto e vissuto del Caos e della Follia, che “la vita non si spiega, si vive”; e che le cose minuscole per cui ci azzuffiamo se fossimo veramente compenetrati di quello che siamo, dovrebbero parerci miserie incalcolabili.
Ripartendo da queste consapevolezze, da questi frammenti eretti a proteggere le nostre pietre, possiamo provare, noi sommersi e noi salvati, a guarire dal male nuovo e passeggero e da altri, antichi, inveterati, che abbiamo lasciato penetrare da tempo all’interno delle nostre mura senza neppure provare a combattere.
                                                                                                        IM

( Questo brano è stato letto in collegamento Facebook in occasione dell’iniziativa PAROLE DAGLI ARRESTI DOMICILIARI a cura di Roberto Caracci ) .

 

 
 
 
 
 
 
 

Arte e Scienza – Antologia de “La Recherche”

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Una bella copertina e una bella iniziativa de LaRecherche a cura di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani.
Un modo per ritrovarsi in un volume assieme a cari amici e  per riproporre un mio racconto (che trascrivo qui in calce), un po’ scientifico e molto folle.
Per fortuna, per ora, di pura fantasia.IMNessuna descrizione della foto disponibile.
ARTE E SCIENZA: QUALE RAPPORTO?
[ L’arte della scienza, la scienza dell’arte ]

(disegno di copertina realizzato da Alessandra Magoga)

Al suo interno troverete l’arte e la scienza in 72 autori, a cura di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani.

L’antologia è liberamente e gratuitamente scaricabile da queste pagine:

https://www.larecherche.it/librolibero_ebook.asp?Id=245
http://www.ebook-larecherche.it/ebook.asp?Id=245

in formato pdf, epub e mobi per Kindle.

L’antologia è disponibile su amazon.it nel formato copertina flessibile, in due versioni, con interno in bianco e nero e con interno a colori; è possibile acquistare le copie da queste pagine (Il prezzo fissato è quello più basso possibile che amazon ci ha imposto):

Interno in bianco e nero (ISBN: 979-8613138517; € 8,32): https://www.amazon.it/Arte-scienza-quale-rapporto-dellarte/dp/B084QD65SZ/

Interno a colori (ISBN: 979-8612874157; € 37,44): https://www.amazon.it/Arte-scienza-quale-rapporto-dellarte/dp/B084QLDSHT/

Gli autori antologizzati:

Agostina Spagnuolo | Aldo Roda | Alessandra Magoga | Anna Maria Gargiulo | Annamaria Ferramosca | Annamaria Vanalesti | Antonio Spagnuolo | Brunello Gentile | Carmen De Stasio | Claudio Damiani | Corrado Calabrò | Davide Morelli | Denise Grasselli | Eliana Bassetti | Eliana Farotto | Enea Roversi | Enrico Meloni | Enzo Rega | Fabrizio Bregoli | Fernando Della Posta | Franca Colozzo | Francesco Bianconi | Francesca Farina | Francesco Rossi | Franco Buffoni | Gaetano Lo Castro | Giacomo Leronni | Giorgia Pellorca | Giovanna Iorio | Giulia Bellucci | Giuliano Brenna | Gualberto Alvino | Guglielmo Peralta | Irene Grandi | Irene Sabetta | Ivano Mugnaini | Laura Costantini | Loreta Salvatore | Luca Ariano | Lucianna Argentino | Luciano Nanni | Lucio Janniello | Luigi Cannillo | Manuel Paolino | Marcel Proust | Marcello Colozzo | Marco Furia | Maria Angeles Lonardi | Maria Grazia Maiorino | Maria Luperini | Maria Musik | Mariagrazia Dessi | Mariella Bettarini | Michele De Luca | Nicola Romano | Ornella Mamone Capria | Oronzo Liuzzi | Paolo Maggiani | Paolo Polvani | Pietro Rainero | Rita Stanzione | Roberto Maggiani | Roberto Mosi | Salvatore Solinas | Serena Rossi | Sergio Gallo | Silvia Favaretto | Simone Carunchio | Ugo Berardi | Valentina Ciurleo | Valentino Zeichen | Walter Mereu

     L’AMIGDALA

(racconto inserito nell’antologia Arte e Scienza)

            “L’amigdala è un’area del cervello, grande in media come una mandorla, fondamentale nei processi emotivi. Alcuni studi recenti hanno identificato in quest’area profonda del cervello i meccanismi chimici che scatenano, tra gli altri, il sentimento della paura. Non solo. La ricerca ha anche dimostrato che le connessioni tra le cellule nervose che compongono l’amigdala si consolidano di fronte ad una situazione di pericolo. Lo stesso accade per le passioni, l’invidia, l’ira, l’odio, l’amore. La corteccia cerebrale contiene solo i dati astratti, il ragionamento, la conoscenza. Tramite la corteccia si può avere solo un’idea, un “concetto”, delle passioni. È l’amigdala che cattura le esperienze ad alto tasso di emotività. Fornendo ad ogni stimolo il livello ottimale di attenzione, arricchendolo, e, infine, immagazzinandolo sotto forma di ricordo”.
            Ripeto a me stesso, in una sintesi estrema, come per un ulteriore e più probante esame, quanto ho appreso in anni di studio. La teoria, lo spartito mentale mandato a memoria. Oggi però, è davvero arrivato il momento: ho deciso di cambiare. Voglio, anzi devo mutare pelle come un bruco, uno sgusciante serpente. Da esecutore divento creatore. Scelgo io, d’ora in poi, i tempi e i modi, i toni e i colori. Desidero dare vita alla mia musica. Sopra e con un corpo umano.
            Io e Cosimo eravamo amici. Abbiamo fatto l’università assieme. Stessi drammi, stesse sciocchezze, lo slalom gigante tra professori equi e professori infami. Siamo diventati entrambi chirurghi. Colleghi, come nei sogni, nei progetti cullati per mesi e mesi. Colleghi, ma con sbocchi del tutto diversi. Io ora dirigo una clinica di lusso, lui è poco più che un medico della mutua.
            Siamo rimasti in contatto. Mi parla, Cosimo, mi racconta di sé. Senza più leggerezza, senza simpatia. «Un giorno ti batterò» – mi ha sussurrato l’ultima volta al telefono. Sentivo lo stridore degli incisivi nella morsa delle mandibole. «Le cose cambiano, vedrai. A vincere ci tengo. Da morire».
            Ho continuato a sperare che scherzasse. Poi ho riflettuto. Cosimo non scherza mai. Ha preso a tempestarmi di telefonate, a seguirmi con la macchina mattina e sera, a fissare per ore da un’apertura della siepe me e la mia famiglia.
            Ieri ho deciso di chiamare Giacomo. Il mio miglior amico, senza ombra di dubbio. Fratello gemello di Cosimo, due autentiche gocce d’acqua. Anche Giacomo ha studiato con noi, ed è divenuto fatalmente un chirurgo, abile e ambizioso. Con lui, con Giacomo, ho osato confidarmi. Gli ho detto di suo fratello, dei sentieri di follia su cui è incamminato. Gli ho prospettato la soluzione: “disinnescare” Cosimo. Nel solo modo possibile. Disattivando l’amigdala. Una volta scollegata la mandorla avvelenata, l’amato fratello ed amico sarebbe tornato un agnellino. Saggio e mite come un monaco di clausura.
            Con un solo, lentissimo gesto della testa, senza mai guardarmi negli occhi, Giacomo ha acconsentito.
            Ho fatto preparare una sala superattrezzata nei sotterranei della mia clinica. Volevo operarlo io Cosimo. Ma Giacomo mi ha implorato di lasciar fare a lui. Conosco bene l’amore che Giacomo prova per il fratello. Non ho potuto che dire di sì.
            Fa un caldo insopportabile. Forse perché da anni non sono più abituato ad assistere ad un’operazione da semplice spettatore. Giacomo appare calmo, rilassato. Direi persino divertito. Muove rapide e sicure le mani, ma l’intervento procede in modo per nulla ortodosso. Il bisturi tocca punti del cervello da evitare ad ogni costo. Cerco di bloccarlo, ma vengo spinto via da due energumeni che si è portato dietro con la qualifica di “assistenti”. Posso solo guardare. Fino in fondo.
            L’operazione è fallita. Condotta e completata in modo opposto rispetto a quanto stabilito. Solo alcuni punti della corteccia sono stati disattivati. L’amigdala è intatta. Intatta e pulsante. Il reattore nucleare delle passioni è più vivo che mai.
            L’operazione è stata un autentico fiasco. Dal mio punto di vista.
            Guardo meglio il braccio sinistro dell’uomo che ha appena posato il bisturi e si lava con cura le mani. Sotto il gomito c’è una cicatrice che non avevo notato. Inconfondibile. Di forma trapezoidale. L’ultimo rabbioso colpo di becco assestato da una poiana alle braccia torturatrici di Cosimo un attimo prima che le spezzasse le ali.
            L’uomo disteso sul lettino si risveglia gradualmente dall’anestesia. Ha negli occhi uno sguardo di odio infinito adesso. Identico a quello del fratello.
            Entrambi fissano, con interesse per nulla professionale, la mia giugulare che trema di impulsi parossistici.
            Negli ultimi istanti mi aggrappo ad un filo di ironia. L’operazione sbalorditiva, sebbene in maniera del tutto particolare, è avvenuta. Senza alcun intervento sui tessuti e sulle cellule, senza utilizzo diretto di bisturi o laser, la mia corteccia cerebrale è stata completamente scollegata. Resta solo lei ora, minuscola e trionfante: l’amigdala. Perla densa fremente di orrore.
            Sì, l’operazione è degna delle pagine di «Lancet» e del «New England Journal of Medicine». Avrebbe ottime prospettive anche in chiave Nobel. Peccato che nessuno, da questo momento in poi, potrà e vorrà documentarla.
                                                                                                       IM

 

 

IL PONTE DEI SUICIDI (Non è Thelma e Louise)

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The color of sunshine

Non è Thelma e Louise

 
Lo Skyway Bridge. 
Tampa, Florida.
Il mare è di un blu da cartolina. Come se milioni di nani schiavi della bellezza lo dipingessero ogni istante per renderlo più bello di quello di Toronto o di Adelaide, più patinato, più americano. In fondo è solo un ponte. Anzi no: è la via del cielo. La strada che porta altrove, dove il blu non ha bisogno di essere dipinto e lucidato ogni giorno con il sudore della fronte e delle braccia.
Lì vicino abita la mia bellezza americana.
Lei adora l’Italia, e io adoro lei.
Dice che ha radici siciliane. Ma è come la Statua della Libertà: viene dall’Europa ma nessuno lo ricorda. Ride, con quei denti eternamente giovani e quella mente lontana dai miliardari egocentrici con gatti gialli al posto dei capelli. Ride e corre, ogni giorno, tra i suoi gatti neri e sani e i suoi prati lisci, senza recinzioni. Oggi è corsa all’aeroporto, a prendere me, il bradipo italiano portato da lei, dal suo pensiero in carne ed ossa, in questo enorme parco giochi dove ogni passo è stupore. Dove perfino il mattino è più grande, assetato, e la sera è un prato liscio di paura.
Parla e ride, con quella voce che ondeggia come una canzone sulla pelle ed entra nelle vene. Ride, e prima che riesca ad abbracciarla, mi ha già raccontato la sua vita, i cugini, i parenti, il lavoro, i bicchieri di bevande sempre più colorate e alcoliche, gli amici, le palestre, i massaggi, i passaggi di una vita tra afa e vento, riso e pianto, costanza e sogno.
Salgo sulla sua macchina gigantesca. Mi dice che lì, da loro, è un’utilitaria, quella che da noi è una Panda, di quelle vecchie e squadrate, non ancora del tutto estinte. È stata in Italia, con un suo amore ora lontano. Ha visto San Pietro e San Siro, il sole e il gelo. Ha portato valige e ricordi pesanti, rimpianti di ghisa e serate di piombo. Ma non ha smesso di amare questo folle e strano paese che è il nostro. Ma è adesso è qui, nel suo mondo. Gioca in casa, è favorita. È il capitano della squadra di soccer, come dicono loro, dei miei sogni d’oltreoceano.
Guida, senza quasi mai guardare la strada, lungo strade larghe e diritte. Io guardo con un occhio davanti e con uno lei, e mai strabismo fu più pieno di paura e eccitazione. Mi porta, per prima cosa, a vedere il loro più bel monumento: l’Oceano. Un enorme installazione su cui nessun uomo ha messo mano.
Attraversiamo lo Skyway Bridge. Ed è come volare. Rapidi e instabili, lontano dal suolo. Vicini alle parole della storia di cui, con un riso più intenso, mi fa dono.
Mi racconta di Kathy Freeman. Il nome è simile a quello dell’ex atleta australiana specializzata nella velocità. Ma la nostra Kathy è un’altra. Lei camminava lenta. Solo nel finale ha accelerato.
La nostra Kathy Freeman una mattina, quella mattina, ha preparato dei biscotti fatti in casa, ha fatto il bagnetto alla bambina di una sua amica, ha amabilmente chiacchierato con i vicini nel primo pomeriggio, poi, qualche ora dopo, ha sparato una decina di colpi di pistola al suo ex marito, un avvocato di successo.
Subito dopo ha tentato di strangolare la compagna del suo ex marito, poi, all’alba del giorno dopo, è salita sulla sua Cadillac del 99 e si è diretta al Sunshine Skyway Bridge. Sì, il Ponte del Sole. Proprio questo, infinito, ineluttabile, che stiamo percorrendo. Sì è gettata nel vuoto dalla campata centrale.
È sopravvissuta. Kathy ha voluto fare un’opera completa: ha violato anche le leggi della fisica.
Secondo gli esperto della polizia i forti venti della baia hanno rallentato il salto nel vuoto dei suoi 63 chili e mezzo.
Era ancora cosciente quando, dopo essere stata in balia dell’Oceano per 40 minuti, è stata ripescata come un relitto dai vigili del fuoco di St. Petersburg. Un primo controllo delle sue condizioni fisiche ha rivelato la frattura delle gambe e della zona pelvica. È stata portata al Centro Medico di Bayfront e sottoposta ad un intervento chirurgico. Le sue condizioni erano critiche per le ferite interne.
Il pomeriggio seguente, meno di ventiquattr’ore dopo, lo sceriffo di Hillsborough ha accusato la casalinga, ex broker finanziario, di omicidio di primo grado, furto a mano armata e aggressione aggravata.
Gli eventi hanno sconvolto i suoi amici e i vicini. Secondo la testimonianza di una sua cara amica, Michelle, Katherine Freeman era una persona gioviale che si prendeva cura amorevolmente di sua figlia ed aveva mantenuto un rapporto amichevole con il suo ex marito nonostante il loro divorzio nel 1996 dopo dieci anni di matrimonio. Lei e suo marito erano due migliori amici che si erano sposati. Michelle ricorda che a volte Kathy diceva che suo marito le mancava. E aggiungeva, riferendosi a lui, “adesso mi accorgo di quanto mi piacesse come persona”.
Katherine era entrata a casa di suo marito alle undici e mezza di sera, e gli aveva sparato numerosi colpi.
Poi dopo aver lottato con la sua attuale moglie, era fuggita.
Non era tornata a casa dalla figlia, che adorava e nei cui confronti era estremamente protettiva. Secondi alcuni era stato proprio un litigio tra la figlia e la moglie del suo ex marito a far scattare la furia di Kathy.
L’accaduto ha sorpreso tutti coloro che sapevano bene quanto Kathy e il suo ex sposo fossero un esempio da additare a tutti di separazione amichevole.
          Dagli atti del divorzio si è ricavato che dopo la separazione al marito è stata assegnata la casa, del valore di 650.000 dollari, vari appartamenti, macchine sportive, e numeri conti bancari e azioni. A Kathy erano toccati 110.00 dollari in contanti e 96.000 dollari di alimenti, più metà del mobilio e delle fotografie. Grover Freeman, avvocato di successo, si era risposato sei mesi dopo con Constance (Costante) Elaine King. Era il dì 12 Ottobre. La scoperta dell’America.
Noi italiani c’entriamo sempre. Non ne possiamo fare a meno.
Comunque, ciò che conta è che gli amici della ex coppia affermavano in coro che se Kathy avesse in qualche modo sofferto della separazione, e della spartizione, non dava modo di farlo notare. In fondo era solo una delle tante sfide che ha aveva dovuto affrontare, e superare, nella vita.
Nel 1983 il fidanzato di Kathy era stato ucciso a colpi di pistola. Un anno dopo era stata presa in ostaggio e malmenata durante una rapina nella sua gioielleria di E Busch Boulevard a Tampa. Nell’86 Kathy era stata aggredita da uno sconosciuto che era entrato un casa sua mentre suo marito era fuori città. Nonostante tutto questo, dicono ancora gli amici, Kathy non era aggressiva né piena di risentimento.
“La vita va avanti”.
Era questa la sua filosofia.
Recentemente, continua la sua amica Michelle, era molto piena di ottimismo, ed aveva pianificato di portare sua figlia alle Hawaii.
Quando parlava del suo ex marito, sostiene Janine Rosen, lo faceva con rispetto. Anzi, con ammirazione, per i successi che era riuscito ad ottenere grazie al suo lavoro. Ma forse, sostiene Janine, Kathy nascondeva dietro i suoi scherzi, le battute che diffondeva alle amiche via mail e le festicciole che organizzava per i ragazzi del quartiere il suo dolore.
Il Ponte è quasi finito.
Di sicuro è finita la storia di Kathy che la mia amata amica americana (splendida allitterazione) mi ha raccontato nei dettagli.
Aggiunge alcune immagini. Lo fa sempre. Lo fa come solo lei sa fare: con dolce cattiveria, come l’Oceano sotto di noi, che ci culla e ci vorrebbe ingoiare.
Mi fa riflettere sul processo per direttissima. Qui li fanno presto sul serio, forse perfino troppo. A volte meglio di un diretto sarebbe un accelerato. Mi dice di provare a visualizzare Kathy completamente ingessata e immobilizzata che presenzia come una statua tragica e ridicola al processo in cui si fa pezzi e si rimonta la sua vita.
Mi informa che lo Skyway Bridge è il ponte dei suicidi.
Ogni giorno c’è la fila di aspiranti uccelli senza ali.
Aggiunge che in alcuni giorni, soprattutto la notte di Natale, ci sono ronde di volontari antisuicidi che presidiano il ponte per provare a dissuadere i depressi dal compiere il gesto estremo.
Mi dice che anche lei, spesso, ha pensato allo Skyway Bridge.
Con amore.
Io ora, non la sopporto, non la riesco neppure a guardare.
Ho un crampo allo stomaco.
Vorrei tornare in Italia.
Passando però per vie aeree ed acquatiche.
Vorrei buttarmi in quel mare più grande del mare.
Poi la mia amica-amore apre di nuovo la bocca.
Mi invita a pensare come dovevano essere belli i capelli rossi di Kathy nel vento del suo volo.
Prima dell’impatto.
Quando lei era ancora aria e libertà.
Io, ora, la voglio baciare.
Non vedo l’ora che il Ponte sia alle spalle.  Non vedo l’ora di arrivare alla casa di Alice con il suo patio, la sua piscina, il suo letto rosso sempre pieno di gatti, libri e telefoni. Sempre caldo, sempre ora di rifare.
Io, ora, la voglio abbracciare.
Skyway Bridge mi perdonerà.
Magari al ritorno ci faccio un pensierino, al salto.
Ora no.
Devo pensare cosa dire per convincerla a indossare per me quel suo bikini giallo. The color of sunshine, anche lui. Come il ponte.

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TAMPA, Fla. (AP) — A grand jury has indicted the ex-wife of a prominent attorney who was shot to death in his home.
Katherine King Freeman, 41, was indicted Wednesday on one count each of first-degree murder, attempted first-degree murder and armed burglary. She is accused of forcing her way into her ex-husband’s home May 15 and fatally shooting him.Grover Cleveland Freeman, 54, managed to call 911 but died later that evening. His wife, Connie, 50, suffered minor injuries after she was beaten with a gun during the attack and almost thrown off a second-floor balcony.
Six hours after the slaying, Katherine Freeman survived a 175-foot jump off the Sunshine Skyway Bridge. She underwent surgery after being pulled from Tampa Bay and remains in sheriff’s custody at Bayfront Medical Center in St. Petersburg.

TAMPA – A prominent attorney was shot to death in his home and his ex-wife survived a 175-foot jump off the Sunshine Skyway Bridge on Tuesday as detectives searched for her as a suspect.

Grover Cleveland Freeman, 54, called 911 but died at about 11:30 p.m. Monday from a gunshot to the upper body, the Hillsborough County Sheriff’s Office said.

Freeman’s wife, Connie, 50, had minor injuries after she was beaten with a gun and slightly strangled.

His ex-wife, Katherine King Freeman, 41, had surgery at Bayfront Medical Center in St. Petersburg after a fire department rescue crew pulled her from Tampa Bay. She was in critical condition.

Katherine Freeman is being charged with first-degree murder, aggravated battery and armed burglary of a dwelling, sheriff’s spokesman Rod Reder said.

Katherine and Grover Freeman have a daughter, Westin, 13, who was being cared for by family. They divorced in 1996 and friends said it was an amicable split, Reder said.

There were no prior domestic violence calls at either of the Freemans’ homes, Reder said. Katherine Freeman lived about a mile from her ex-husband, who had bought the home so he could be close to Westin, friends said.

Grover Freeman’s law partner Howard Hunter said he spoke with Connie Freeman on Tuesday, and she told him there was no trouble with Katherine Freeman.

The killing shocked Tampa’s legal and medical communities, where Grover Freeman had a reputation for defending doctors being disciplined by medical regulators.

Sheriff’s officials said the incident began Monday evening when Katherine Freeman forced her way into her ex-husband’s lakefront home and shot him. Reder said Connie Freeman confronted her.

The two woman struggled. Connie Freeman broke free and fled to a neighbor’s house to call for help.

Detectives searched for Katherine Freeman throughout the night. Shortly after 6 a.m., they received a telephone call that a woman was in the water below the bridge.

 

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The color of sunshine

(This is not Thelma and Louise)

 
Sunshine Skyway Bridge.
Tampa, Florida.
The sea is a blue postcard. As if millions of dwarf slaves of the goddess of beauty painted every drop to make it more beautiful than that of Osaka or Adelaide, much sleeker, more American. It is only a bridge. Nay, it is the way to heaven. The road leading somewhere else, where the blue does not need to be painted and polished every day by the sweat of brow and arms.
Nearby lives Liza, my American beauty.
She loves Italy, and I love her love.
She says that she has Sicilian roots. But she’s like the Statue of Liberty – she comes from Europe but no one remembers that. She laughs, with those teeth eternally young and her brilliant mind far away from self-centered billionaires with hair resembling the fur of unkempt cats. She laughs and runs each day among her true cats, black and healthy, and her smooth lawns, no fences.
Today she has run to the airport, to take me, the sloth Italian drawn by her, by the thought of her flesh and mind, in this huge playground where every step brings you toward astonishment and fear. Where even the morning is bigger, thirstier, and the evening is a smooth lawn to walk and dream on.
She keeps talking and laughing, with that voice that sways like a song on the skin and sinks into the veins. She laughs, and before I can embrace her, she has already told me about her life, her brother, her cousins, relatives, work, the glasses of more and more colorful and alcoholic drinks, friends, gyms, massages, the steps of a lifetime between heat and wind, laughing and crying, perseverance and dreams.
I step into her giant car. She tells me that there, by them, that is a small car, similar to our Panda, the old model, square, still not completely extinguished. She has been in Italy, with her love, far away now. She saw St. Peter and St. Siro, the sun and the frost. She brought with her huge suitcases and heavy memories, regrets of cast iron and lead evenings. She has not stopped loving this crazy and strange country that is ours. But she is here now, in her own world. Playing at home, she is favored. She is the captain of the soccer team, as they say, of my overseas dreams.
She drives without hardly an eye to the road ahead, along wide and straight roads. I look at the road with one eye and at her with the other, and squinting has never been more full of fear and excitement. She brings me, first, to see their most beautiful monument: the Ocean. A huge installation on which no man has put a hand.
We cross the Skyway Bridge. And it’s like flying. Rapid and unstable, away from the ground. Close to the words of the story which, with a more intense laughter, she gives me as a gift.
She tells me of Kathy Freeman. The name is similar to that of the former Australian athlete specialized in speed. But our Kathy is another. She was used to walking slowly. Only in the final moment she accelerated.
Our Kathy Freeman one morning, that morning, prepared some homemade cookies, in her bathroom gently washed the child of a friend, chatted amiably with the neighbors in the early afternoon, then, a few hours later, shot a dozen bullets into her former husband, a successful lawyer.
Soon after she attempted to strangle the companion of her ex spouse, then, at the dawn of the next day, she got into her ’99 Cadillac and headed to the Sunshine Skyway Bridge. Yes, the Bridge of the Sun. The same endless, inescapable thing we are crossing now. She then threw herself into the air from the center span.
She survived. Against all logic, against all odds. Kathy wanted to do a complete job: she also violated the laws of physics.
According to police experts the strong winds of the bay slowed the velocity of her 138 pounds into the void. She was still conscious when, after being at the mercy of the ocean for forty minutes, she was fished out as a relic by the St. Petersburg fire brigade. A first check of her physical condition revealed a fracture of the legs and pelvis. She was taken to the Bayfront Medical Center and underwent surgery. Her condition was critical for internal injuries.
The following afternoon, less than twenty-four hours later, the Hillsborough sheriff accused the housewife and former stockbroker of first degree murder, armed robbery and aggravated assault.
The events have shocked her friends and neighbors. According to the testimony of her dear friend, Michelle, Katherine Freeman was a jovial person who cared lovingly for her daughter and had maintained a friendly relationship with her ex-husband despite their divorce in 1996 after ten years of marriage. She and her husband were two best friends who had gotten married. Michelle remembers that sometimes Kathy said that she missed her husband. And she added, referring to him, “Now I realize how much I liked him as a person.”
Katherine, Liza says again, had come to her husband’s house at eleven thirty in the evening, and had fired several shots at him. Then, after struggling with his current wife, she had fled. She had not returned home to her daughter whom she loved and protected with all her heart. Someone declared that an argument between her daughter and the wife of her ex-husband triggered Kathy’s fury.
The incident surprised those who knew that Kathy and her former husband were an example to point out to all of friendly separation.
The divorce decreed that, after they separated, to her husband had been awarded the marital house, valued at $ 650,000, several apartments, sports cars, and numerous bank accounts and stocks. Kathy had obtained 110.00 dollars in cash and $ 96,000 of alimony, plus half of the furniture and photographs. Grover Freeman, the famous lawyer, had married six months later with Constance (Constant) Elaine King. It happened on October 12. The same day America was discovered. We Italians always meddle. We cannot do without.
However, what matters is that the friends of the former couple claimed in unison that if Kathy had somehow suffered the separation and division, she didn’t show it. Basically it was just one of the many challenges she had faced, and overcome, in her life. In 1983 Kathy’s boyfriend had been shot to death. A year later she was taken hostage and beaten during a robbery in her jewelry shop on E. Busch Boulevard in Tampa. In 1986 Kathy had been assaulted by a stranger who had entered her home while her husband was out of town. Despite all this, her friends state, Kathy was not aggressive or resentful.
“Life goes on”, was her philosophy.
Recently, continued her friend Michelle, she was very full of optimism and had planned to take her daughter to Hawaii. When she spoke of her former husband, says Janine Rosen, she did it with respect. Indeed, with admiration for the successes he had managed through his work. But perhaps, says Janine, Kathy hid behind her jokes, spread via e-mail to friends and behind the parties that she organized for the neighborhood kids, her pain.
The Bridge is almost finished.
For sure the story of Kathy is over. The story that my beloved American baby (beautiful alliteration) told me in detail.
Liza adds some images. She always does. She does it as only she can do, with sweet malice, just like the ocean below us, that lulls us and would like to swallow our bodies.
Liza makes me reflect on the summary process. Here they do them quickly seriously, the trials. Sometimes better than a direct train would be an “accelerated”, or a regional, a train which stops at all the small stations. She tells me to try to imagine Kathy completely immobilized in plaster, present as a tragic and ridiculous statue to the trial where they tear to pieces and badly reassemble her life. Liza informs me that the Skyway Bridge is the suicide bridge. Every day there is a row of aspiring birds without wings.
She adds that some days, especially on Christmas Eve, there are volunteers who patrol the bridge to try to dissuade depressed men and women from taking the extreme action.
She tells me that she often thought about the Skyway Bridge. With love. I cannot stand her now, I cannot even watch her. I have a cramp in my stomach.
I would like to kill her. Without even preparing, the morning before, biscuits and baby baths.
I would like to return to Italy.
But through water routes.
I would like to throw myself into that sea larger than the world.
Then my lovely friend opens her mouth again.
She invites me to think how beautiful Kathy would be with her red hair blowing in the wind during her flight.
Before the impact.
When she was still air and freedom.
I, now, want to kiss her.
I look forward to the moment when the bridge is finally behind us. I cannot wait to get to Liza’s house, her patio, her swimming pool, her red bed always full of cats, books and phones. Always warm, always to be made.
I, now, I want to embrace her.
Skyway Bridge will forgive me.
Maybe on my way back I will think about it a little, about the jump.
Not now.
I have to think about what to say to convince Liza to wear that really small yellow bikini for me. The color of sunshine, yes! Like the bridge.

 

**************

 

CREDITS:

Ringrazio ACG per avermi raccontato la storia di Katherine e del suo libero e folle volo.

*

Thanks to ACG from Florida for telling me the story of Katherine and of her crazy free jump.

IM

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
On May 15, 2000, the suspect, Ms Katherine Freeman entered the residence of the victims, shot Mr. Freeman, causing his death and then becoming involved in a physical altercation with Ms. Constance Freeman. She struck Constance Freeman in the head several times with the handgun and then fled the scene. Constance  Freeman fled the residence to a friend’s house. Mr. Freeman called 9-1-1 and died soon after. As the Homicide Unit was investigating this incident, Ms. Katherine Freeman drove her 1999 Cadillac to the center span of the Sunshine Skyway Bridge, exited the vehicle and jumped off of the bridge. Katherine Freeman was located in the water by St. Petersburg Fire Rescue and brought to land where she was airlifted to Bayfront Medical Center. As a result of the investigation, Sheriff’s detectives obtained a warrant for Katherine Freeman’s arrest, charging her with 1st degree murder, armed burglary (dwelling) and aggravated battery.
05.16.00, St. Petersburg Times, Tampa attorney slain; ex-wife jumps from Skyway and survives
Tampa lawyer Grover Cleveland Freeman Jr., 54, was shot to death about 11:40 p.m. Monday at his Carrollwood home by his ex-wife, who beat up his current wife, drove to the Sunshine Skyway and jumped off one of its lower spans, surviving the plunge, authorities say. 
Kathy Freeman broke both legs when she jumped from the bridge, Hillsborough sheriff’s deputies have reported. 
Freeman’s current wife, Connie, was treated and released from a local hospital. 
The shooting occurred at the home Mr. Freeman shared with his current wife at [address withheld]in Carrollwood. Mr. Freeman practiced law in the Tampa firm of Freeman, Hunter & Malloy. 

05.17.00, St. Petersburg Times, Top lawyer slain; ex-wife charged, Suspect survives leap off Skyway
Investigators say prominent lawyer Grover Cleveland Freeman Jr., 54, was shot to death Monday night by his ex-wife, Katherine, in his home in Tampa’s Carrollwood. Grover Cleveland Freeman lived there with his current wife, Constance. 
By AMY HERDY
TAMPA — Katherine Freeman delivered home-baked poundcakes, bathed a friend’s young daughter and chatted with neighbors Monday afternoon in her tony Carrollwood subdivision.
Hours later, investigators say, she shot to death her ex-husband, successful lawyer Grover Cleveland Freeman Jr., 54, before beating and attempting to strangle his wife in the couple’s two-story lakefront home in Carrollwood.
Katherine Freeman then drove her 1999 Cadillac to the Sunshine Skyway bridge early Tuesday morning and leaped from the center span.
Remarkably, she survived. Officials credited brisk winds with slowing the 140-pound woman’s descent. She is thought to be the fifth person to survive the 200-foot fall since the bridge opened in 1987.
Katherine Freeman was still conscious after drifting more than 40 minutes in the main shipping channel before being plucked from the water by officials with St. Petersburg Fire Rescue, said spokesman David Nolsheim. An initial assessment of her condition showed possible broken legs and a broken pelvis, Nolsheim said.
She was taken to Bayfront Medical Center, where she underwent surgery and was in critical condition with internal injuries.
Tuesday afternoon, Hillsborough sheriff’s deputies charged the 41-year-old homemaker and former stockbroker with first-degree murder, armed burglary and aggravated battery.
The chain of events stunned her upscale community and left the couple’s 13-year-old daughter in shock, friends said.
“We can’t fathom any of this happening,” said Michele Karpenko, a friend of Katherine Freeman’s who answered the door Tuesday morning at Freeman’s home at [address withheld], just blocks from her ex-husband’s house at [address withheld].
Like many neighbors, Karpenko described her friend as a vivacious, upbeat person who doted on her daughter and maintained a friendly relationship with her ex-husband despite their 1996 divorce after 10 years of marriage.
“They were best friends who got married,” she said. After the divorce, she said, Katherine Freeman would sometimes comment she missed her ex-spouse.
“She would say, “I realize how much I liked him as a person,”‘ Karpenko recalled.
Yet for some reason, investigators said, she armed herself with a handgun and entered her ex-husband’s home shortly after 11:30 p.m. Monday. She then confronted him, said sheriff’s spokesman Rod Reder, shooting him several times.
Upon hearing shots, Freeman’s wife, Constance Freeman, 50, approached the pair and was attacked by Katherine Freeman, who choked her, pistol-whipped her and broke one of her fingers, Reder said.
“Mrs. Freeman then ran to a friend’s house, and the suspect fled,” Reder said.
Grover Freeman called 911 but died at the scene.
It is not clear how Katherine Freeman spent the time after the shooting and before leaping off the Sunshine Skyway bridge Tuesday morning about 6.
However, she did not return to her home where her daughter was in the care of her mother, said Karpenko, who was watching after the teen Tuesday.
A neighbor and close friend of the couple, Laurie Winkles, said Katherine Freeman may have reacted to tensions between her daughter and Constance Freeman, who had been with the teen Monday when the girl placed a call to her mother.
“She was very protective” of her daughter, said Winkles, who described the woman as “passionate, and utterly devoted” to her child. “Something must have been said to really tick her off.”
The incident came as a surprise to others who said that Grover and Katherine Freeman were an ideal example of an amicable split.
Divorce records show that after the couple’s breakup, Grover Freeman kept the marital home, valued at $650,000, as well as several condominiums, sports cars and various bank and stock accounts.
Katherine Freeman received $110,000 in cash, $96,000 in alimony and $1,450 in monthly child support, plus half the furniture and photographs.
Six months later, court records show, Grover Freeman remarried on Oct. 12, 1996, to Constance Elaine King. If that situation was difficult for Katherine Freeman, friends say, she never showed it.
It was one of many challenges she had faced in life.
In March 1983, sheriff’s deputies said, someone shot to death her boyfriend, 30-year-old Ronald Heinlein, in his jewelry store on N Dale Mabry Highway.
“Kathy was dating Ronald, and he was a homicide victim,” said Reder, the sheriff’s spokesman, adding that the case remains open.
A year later, in February 1984, a robber took Katherine Freeman hostage after beating and robbing her in a jewelry store she owned on E Busch Boulevard in Tampa.
The suspect was shot by Tampa police 11 times in the store’s parking lot. He recovered and eventually was sentenced to prison.
In 1986, friends said, Freeman had recently given birth and was living in the Mossvale Lane home when she was attacked by an intruder while her husband was out of town.
Yet despite her hardships, friends said, Katherine Freeman was not angry, bitter or resentful.
“Her attitude was, “Life goes on,”‘ said her friend Karpenko.
Recently, she had been typically upbeat, neighbors said, and making plans to take her daughter to Hawaii in two weeks.
When she did talk of her ex-husband, it was with respect, said Janine Rosen, who lives across the street from Katherine Freeman’s one-story stone home.
“She spoke of him with admiration, talked of his successes,” Rosen said.
For her part, Winkles speculated that the friend who e-mailed her jokes and organized outings for their kids was perhaps hiding an inner pain, accumulated from her life experiences.
“I wonder if it all just added up.”

 
 
 
 
 
 

I PROMESSI (quasi) SPOSI

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  Risultati immagini per periferia milano
Quel ramo del caseggiato di via Como che dà sulla Standa l’ho percorso almeno un milione di volte. Su e giù per le scale rischiando ogni volta i colpi di ramazza della portiera dati col manico con la perizia di Joe Di Maggio dei tempi d’oro. Ho giocato a pallone lì davanti, da bambino, a giornate intere, prendendo come pali di una porta immaginaria una Centoventotto Special parcheggiata lì dal settantasei e un cassonetto su cui i writers avevano scritto con un acrilico viola fuck the world. Raccolta differenziata antelitteram. Qui c’è poco di differenziato. Cemento, a tonnellate, negozi più squallidi di un garage usato come ripostiglio, una farmacia ogni cinquanta metri e un barbùn ogni venticinque.

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        Lucia l’ho conosciuta quando era ancora una ragazzina. Timida, sgraziata. I suoi occhi però sono grandi e profondi come un lago. Se li guardi bene li vedi attraversare da riflessi caldi di sole. Ci siamo conosciuti a scuola. Mi guardava e non mi guardava. Sembrava non cambiare mai espressione. Ma io sono testardo. Più testardo di lei. Ho continuato a guardarla e alla fine l’ho visto. Un accenno di sorriso: l’imbarazzo e la gioia di essere vista, pensata, amata. Le ho mandato un SMS. Non so neanche cosa ho scritto. Di sicuro so che devo aver fatto almeno una mezza dozzina di errori di ortografia su centoquaranta caratteri. Sono uno di periferia, io, un ignorante, un mezzo coatto. Pero c’ho messo il cuore. Quando ho sentito il suono del suo messaggio di risposta ho ringraziato la Provvidenza, e la TIM. Un po’ l’una e un po’ l’altra. Quel giorno ci siamo visti al parco. Non ha detto una parola, Lucia, e mi ha sì e no guardato una mezza volta, di sbieco, di striscio. Però, a sera, prima di tornare a casa, mi ha concesso di prenderle la mano nella mano.
        Don Rodrigo sta sempre davanti al bar tabacchi cartoleria ricevitoria della strada più trafficata del quartiere. Parcheggia lì davanti verso le undici di mattina la sua Mercedes nera modello zingaro benestante anni settanta, si siede a gambe larghe sulla sedia di plastica bianca e resta lì fino alle otto di sera. Fa due cose soltanto: con una mano dà ad intervalli regolari una rimestatina all’apparato da riproduzione, con quell’altra, quella piena di anelli da un etto e oltre, indica tutti quelli che passano. Vuole sapere tutto di tutti Rodrigo, chi sono, chi frequentano, che conto in banca hanno. Chiede informazioni su ognuno ai suoi scagnozzi. È sempre circondato da un gruppetto assortito di bravi ragazzi. Per comodità conviene chiamarli bravi, si risparmia. Don Rodrigo dice di essere spagnolo, di Valencia. Secondo il mio amico Cristoforo detto Christopher invece è calabrese di Vibo Valentia. Per la sua abitudine di aspirare le consonanti, tutte quante, con un rumore di risucchio che fa concorrenza a un lavandino. Eh sì, aspira Rodrigo, aspira spesso e volentieri. E, sempre secondo Chris, non solo le consonanti.

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        Per farla breve posso dirvi, cari miei venticinque lettori o giù di lì, che è successa la più antipatica delle cose: il calabro-spagnolo ha messo gli occhi addosso a Lucia. Sono certo che a lui personalmente non è mai piaciuta. A lui fanno sangue le tettone truccatissime e appariscenti modello Moira Orfei. Lucia è l’esatto contrario. Però sa bene, il maledetto, che una buona fetta della sua clientela sarebbe ottimamente disposta ad accettare l’articolo. Sa bene, l’infame, che, soprattutto su certi mercati esotici, la bianca esile e delicata riscuote grande successo.
        Ho parlato con Lucia. Abbiamo concluso che il solo modo per difenderci dagli assalti di Rodrigo e dei suoi tirapiedi è far capire a tutti che stiamo insieme, che siamo una coppia. Fidanzarci immediatamente, e, appena possibile, sposarci.
        Dire che Agnese, la madre di Lucia, non mi vede di buon occhio è dire poco. Mi odia, o, per dirla alla maniera di Aniello, un mio amico napoletano, mi schifa. In parte la capisco: ogni madre sogna il meglio per la propria figlia. E quello che posso offrire io al momento al meglio non somiglia neppure un po’. Cerco lavoro da mesi, da anni. Tutto ciò che ho trovato però, tramite una sottofiliale della Adecco, è un posto che non so neppure io di preciso cosa sia. Se a tutt’oggi qualcuno mi chiede se ho un lavoro oppure no, sono costretto a rispondere “non lo so”. Facendo la figura dello scemo, certo. Ma quello è il meno. A quello sono abituato. Ciò che faccio è più o meno questo: distribuisco volantini ed altra roba pubblicitaria. Quando va di lusso consegno anche qualche pacco a domicilio. Impazzisco a trovare case e appartamenti, non di rado suono i citofoni ma non mi fanno neppure entrare, e la benzina del motorino in ogni caso devo pagarmela da solo.
        Agnese mi considera un buono a nulla, scioperato e sciroccato. Dovendo scegliere tra me e Don Rodrigo sarebbe certamente molto incerta. Quasi un match alla pari. Alla fine però di sicuro preferirebbe lui. Almeno lui ha una Mercedes, si veste in gessato grigio dal lunedì alla domenica ed ha al collo una catena d’oro massiccio e un crocifisso di rubini color porpora. Inoltre, e questo fa la differenza, lui ha offerto a Lucia un futuro di ricchezza e prestigio: un futuro da modella.
        La sera in cui sono andato alla canonica di Don Abbondio per spiegargli la mia situazione e chiedergli un aiuto, ho avuto una conferma: non mi ha mai perdonato. Prima di tutto una colpa non mia, quella di venire da una famiglia che si è sempre vista poco o nulla alle messe e ai vespri. Poi, con memoria degna di un elefante, continua a rinfacciarmi una cosa: non aver voluto fare il chierichetto. Il fatto è che io di chierichetti ne conoscevo parecchi ed avevo ascoltato ciò che si dicevano. Servivano messa per potersi bere, dopo, in sacrestia, il vino rosso. Qualcuno si attaccava anche alle ostie. Quelle ancora da consacrare, per fortuna. E tutti o quasi aspettavano in gloria il momento d’oro, le benedizioni pasquali delle case. Le famiglie facevano a gara per offrire ai chierichetti biscotti e fette di torta. A me a sentire quei discorsi è venuto quasi il diabete. Mi è passata la voglia. Ho preferito starmene a casa mia a mangiare pane e salame, e, qualche volta, pane e Nutella.
        Don Abbondio non me l’ha mai perdonato. Un po’ capisco anche lui. Capisco lui che non capisce me. Voglio dire che, a ben pensarci, non ha torto: mi ha sempre visto poco, ha scambiato con me pochissime parole, e tutto quello che sa o crede di sapere l’ha sentito dagli altri. Chissà cosa gli avranno detto le sante donne e i fedelissimi della sua sacrestia. Nel migliore dei casi gli hanno sussurrato, a fin di bene, manco dirlo, che sono uno strano, uno che se ne sta per conto suo, uno che ha amicizie strampalate, parla con gli extracomunitari e con i gay, e, alla sua età, non è neppure fidanzato.
        C’è da capirlo, Don Abbondio. Non è neppure difficile intuire la sua reazione quando, a sorpresa, mi sono presentato all’uscio della sua ordinatissima canonica per dirgli che avevo necessità di sposarmi presto, anzi prestissimo, con la figlia di Agnese. Già, deve aver pensato, questo qua, un balordo, uno senza un lavoro fisso, si è messo in testa di far la vita comoda e di farsi i comodi suoi accasandosi con la figlia di una delle donne più ricche del quartiere. Una donna pia come Agnese, una che fa l’elemosina tutte le domeniche e ad ogni primavera dona una busta piena di maglie dismesse per i poveri. Chissà quali progetti si è messo in testa questo tipo qua, quali idee losche e strampalate. È un poco di buono questo, come si chiama… Remo, Renzo… non ha importanza. L’ho capito fin da quando era un bimbetto che è un ribelle, uno pericoloso. Eh, ma con me trova pane per i suoi denti! Sono un osso duro io. Un vaso di coccio, certo, ma di coccio robusto come il marmo.
        Sono uscito dalla canonica con le orecchie piene di latinorum e di italiano ancor più incomprensibile. Una cosa comunque l’ho capita: mi avrebbe sposato con Lucia solo se mi fossi ripresentato di fronte al suo cancello con le scarpe di Gucci, i pantaloni di Cavalli e la giacca di Versace. Solo questi tre Re Magi avrebbero potuto compiere il miracolo.
        L’immagine dell’abbigliamento stile Richard Gere in “Pretty Woman” mi fece venire in mente Gianguido Gherardelli, un mio compagno delle elementari attualmente avvocato di grido con tanto di studio a due passi da Via Montenapoleone. Solo lui avrebbe potuto consigliarmi dove e come trovare un posto che potesse darmi montagne di euro, bancomat superfornito e carte di credito come se piovesse. Non potevo presentarmi da Gianguido a mani vuote. Entrai in un negozio e comprai due grossi flaconi di gel a fissaggio totale. Un regalo consono al suo look. Durante il tragitto a piedi lungo la zona pedonale sbattevano l’uno contro l’altro, i flaconi, con un suono cupo e costante. Sembrava mi parlassero. “Che mi… ci vai a fare? Che mi… ci vai a fare?” – ripetevano. Erano gel siculi, saggi e sintetici. Avevano ragione loro. Fu gentile, Gianguido. Mi diede almeno una ventina di pacche sulla spalla, parlò dei tempi andati, di come eravamo pirla, di come cambiano le cose. Mi disse che mi trovava bene e che mi faceva un grosso in bocca al lupo, anzi un grande in culo alla balena. Chiamò la segretaria, si scusò e mi disse che aveva parecchio da fare.

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        Quella sera provai a telefonare a Lucia ma mi rispose la madre. Mi urlò di non disturbare più sua figlia, di trovarmi qualcun’altra, una adatta a me. Mi disse che Lucia sarebbe andata per molto tempo da una sua zia di Monza. Mettiti il cuore in pace, mi disse. Lucia non è per te, non è lo e non lo sarà mai.
        Durante tutto il periodo in cui Lucia è rimasta da sua zia abbiamo potuto comunicare solo tramite il computer. Ci scriviamo due e-mail al giorno. Il computer è quello della zia, ma chiude un occhio, fa finta di non vederla la nostra posta. La zia si chiama Gerry. Lei dice che Gerry sta per Gertrude, ma una volta Lucia mi ha scritto che il suo nome è Gerarda, l’ha sentita chiamare così da una sua amica d’infanzia. Si vergogna, Gerry, del suo vero nome. Anche se, a dirla tutta, a me non pare granché neppure Gertrude come nome. Non si vergogna invece, la zia Gerry, del suo passato di spogliarellista in un locale di lap-dance. È lì che ha conosciuto un ragazzo di Lugano, Egidio mi pare si chiamasse. Lo ha conosciuto quando era già sposata, con uno parecchio importante, tra l’altro. Si sono conosciuti e si sono innamorati. C’è chi dice che sia nato anche un bambino dalla loro storia. Poi Gerry è rimasta sola. Sola e seria. Non così seria però da proibire a me e Lucia di continuare a scriverci e ad inseguire il nostro sogno.
        Un paio di settimane fa, in un mattino che sembrava calmo, è successa la catastrofe. Ho aperto la posta ed ho scaricato tutti i messaggi. Ce n’era uno con un oggetto che mi ha fatto tremare il cuore di gioia: “I love you – Marry me”. Ho pensato subito a Lucia, L’ho aperto all’istante senza neppure guardare chi lo inviava. Era un virus, un verme affamato che mi ha divorato tutta la memoria. Computer bloccato, impossibile inviare o ricevere altri messaggi. Sono salito in macchina di corsa. Alla radio ho sentito che il contagio si era diffuso con rapidità impressionante. Una vera epidemia, una micidiale peste telematica. Gli hackers avevano fatto un ottimo lavoro, i computer cadevano uno dopo l’altro, febbricitanti, folli e alla fine morti, inservibili.

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        Parcheggiai in divieto di sosta nel bel mezzo della Zona a Traffico Limitato. Decine di altre macchine erano state lasciate lì come la mia, altre erano sulle strisce pedonali, altre ancora in tripla fila di fronte ai passi carrabili. Frotte di cittadini dagli occhi sbarrati e feroci puntavano dritti verso i negozi di elettronica. “Norton, Norton!”, urlavano. “Dateci il Norton o facciamo saltare tutto!”. Alcuni commessi erano stati sollevati per aria e rischiavano di essere scaraventati contro pile di scatoloni di hardware. Dovetti lottare per entrare. Feci a gomitate con un branco di clienti abituali di un Internet Cafè. Alla fine riuscii ad abbrancare un CD Rom con la versione più aggiornata dell’Universal Providential Firewall Judgement Day Antivirus.
        Tornando a casa incrociai un temporale estivo, un autentico uragano. Polverizzò la multa che, nonostante tutto, un vigile era riuscito a piazzare sotto al tergicristalli. Vedevo poco o nulla, ma ero emozionato, quasi felice.
        Volai su per le scale ed installai l’Antivirus. Funzionò, si dimostrò all’altezza delle attese. Aprii la posta e scoprii che anche Lucia era viva. Non era stata contagiata, poteva inviare e ricevere.
        Da quel giorno capimmo che bisognava agire, che dovevamo trovare il modo e il coraggio per incontrarci di nuovo. Gerry ci è venuta incontro. Ci ha capito e sostenuto. Non ha potuto consentirci di incontrarci a casa sua, questo no. Abita lì assieme ad altre signore molto serie e assai poco spiritose. Non avrebbero compreso e di sicuro avrebbero riferito tutto ad Agnese. Ha potuto chiudere un altro occhio invece, e ne è stata ben lieta, quando Lucia le ha chiesto di uscire con me la sera. Ha fatto finta di nulla. Ha sorriso però, con dolcezza e nostalgia, ogni volta che Lucia è salita sulla mia macchina e ci siamo salutati con un bacio.
        Abbiamo la macchina adesso, io e Lucia. La mia vecchia Peugeot 205 è tutto ciò che abbiamo. Lucia deve rientrare verso mezzanotte, e casa mia è troppo lontana. In più ci sono i miei genitori. La macchina è la nostra casa, la nostra camera. Lì siamo felici, in certi momenti. Parliamo poco, ma ci capiamo. Con le dita, con le carezze. Lucia rimane timida. Si spoglia malvolentieri, un po’ alla volta. Ogni sabato un millimetro in meno di gonna, un millimetro in più di pelle. Se continua così i pargoli li avremo all’incirca nel 2059.
        Io continuo a recapitare pubblicità e lettere a domicilio, lei continua ad essere una ragioniera diplomata col massimo dei voti in attesa di prima occupazione. Ci amiamo però. Questo è l’importante. Siamo uniti, un tutt’uno, dividiamo i giorni, il presente e la speranza di un futuro. Se oggi come oggi non fosse pericoloso affermarlo, direi che siamo “una famiglia di fatto”. Ci amiamo. È questo che conta.
        Il problema reale è che, alla fine di tutto, bisognerà cambiare il titolo di questa vicenda. I promessi (quasi) sposi, potrebbe essere la soluzione attuale. Sì, mi sa proprio che si dovrà cambiare il titolo della storia. E non solo quello. 

Ivano Mugnaini

Il circuito della memoria

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Barcellona, 3 settembre 1973.

Felice Gimondi vince il Campionato del Mondo. E io perdo una scommessa con mio padre.

Ma, guardando e  imparando, vinco qualcosa che vale molto di più.

Ciao Felice

Il circuito della memoria

Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa significa vederla, ora soltanto, per la prima volta

                                                              C. Pavese, Il mestiere di vivere

 
Barcellona, metropoli vasta, fascinosa, capace di alternare esuberanze mediterranee a razionalità germaniche. Una rambla ti fa respirare miele e spezie come un vicolo di Casablanca, e, qualche metro oltre, ti si aprono di fronte prospettive di vetro e acciaio di grattacieli. Mi sento un po’ Don Chisciotte impegnato a sfidare i mulini a vento e un po’ Cristoforo Colombo pronto a sentire nel sibilo dell’aria l’eco di terre lontane. In realtà sono un turista per caso condotto qui dalla bizzarria degli scali di una compagnia aerea. Scaraventato qui come un bagaglio inviato a una destinazione sbagliata. Sballottato tra due estremi: da un lato la soddisfazione di poter girovagare per un pomeriggio intero in una città bellissima, dall’altro la fretta di arrivare alla mia meta reale, l’ansia di dare un peso e una ragione ad ogni passo.
Il settembre spagnolo è carezzevole e malinconico. Un flamenco lento, estenuato, si muove nella mente. Un ritornello immutabile orchestra i pensieri e mi porta, contro la mia stessa volontà, a mischiare presente e passato, desideri e ricordi.
Rivedo ora, nitida, una sequenza di immagini e suoni. Tre settembre 1973. Un televisore in bianco e nero, la voce cristallina di Adriano De Zan. L’essenza sonora del ciclismo, colta e popolare, impastata del fango della Parigi-Roubaix ma anche eterea, vibrante dell’ossigeno rarefatto delle vette dolomitiche. Tre settembre 1973, prova in linea del Campionato del Mondo. La sigla dell’Eurovisione mi attira come una calamita. Ho nove anni ma so già alla perfezione che quelle note hanno il potere di evocare magie, vittorie e sconfitte, il Messico, la Germania, il Brasile, Benvenuti, i pugni presi e dati, le braccia alzate al cielo e l’asciugamano gettato sul ring in segno di resa. Vittorie e sconfitte in grado di generare nuovi sogni.
Accanto a me, nel salotto della mia infanzia, è seduto mio padre. Giovane, forte, denti saldi e volto abbronzato. Sorride. Mi guarda e sorride, già pronto a un’immancabile sfida.
Partono i corridori. Inizio incerto, la confusione causata come sempre dalle nazioni meno esperte. Ma a Barcellona, nel Campionato Mondiale dell’anno 1973, il copione è scritto da un regista geniale e per nulla paziente. Dopo pochissimi giri, contro ogni pratica consolidata, contro ogni tattica studiata a tavolino, l’esito della gara è già deciso. I campioni delle squadre più forti sono da soli in fuga. Gli altri, dietro, non osano neppure sognare di abbozzare un inseguimento. Il mondiale dopo pochi chilometri è divenuto una lunga, lenta, torturante partita a scacchi. La scacchiera è circolare ed immensa, i giocatori sono quattro: Mercks, il cannibale, favorito sempre e comunque, il prototipo del vincente; Gimondi, bergamasco silenzioso capace di sorridere, abile a celare dentro di sé la fonte della sua voce e della sua forza; Maertens, il meno atteso, temibilissimo outsider, velenoso in caso di arrivo allo sprint; Ocaña, idolo del pubblico locale, spagnolo dalla schiena curva come un tornante dei Pirenei, costantemente a testa bassa come un toro sulla sabbia infuocata di un’arena.
Si studiano, i battistrada. Si conoscono a memoria ma non si perdono di vista un istante, cercano ognuno negli occhi degli altri una crepa, un’esitazione, un’incertezza. Una stilla in più che possa amplificare, facendo da specchio, la propria potenza, la sete di trionfo.
Sul divano del salotto, intanto, altri occhi si incrociano. Mi scruta mio padre, si gusta la mia agitazione. Lascia scorrere ancora qualche minuto, permette al silenzio di acquisire metri di vantaggio. Lo annulla immediatamente poi, in un sol colpo, facendo scattare fulminee le sue prime parole. Prevedibili, e tuttavia dirette allo stomaco, come un pugno, come una carezza.
– Sentiamo, chi vince secondo te? Lo guardo anch’io. Esito a rispondere. So che è un gioco, ma, come tutti i giochi autentici, estremamente serio. Vorrei dargli la risposta che si attende, quella che desidera. Alla fine però, ancora una volta, l’orgoglio prevale. So bene chi è il favorito, so che è bello vincere, qualsiasi cosa, e questo, nella mia mente di bambino, supera ogni barriera, cancella tutto il resto. Vorrei dire Gimondi, perché è italiano, perché è vicino a noi, parla la nostra lingua, ha la nostra espressione, la faccia simile a quelle che vedo nelle strade e nei bar del mio paese. Vorrei dire Gimondi ma dico Mercks, il belga che non perdona, che divora ogni traguardo, ogni avversario. Dico Mercks, anche se so che è il nemico da battere, l’uomo che non riesce a sopportare neppure mia madre, lei che di sport sa poco o nulla, abbastanza tuttavia per affermare che questo tipo che vince sempre le sta sullo stomaco. Ci penso, sento gli occhi di tutti su di me, la ruota dei secondi e dei minuti gira lenta.
– Mercks! Vince Mercks di sicuro! Alla fine la voce che mi esce dalla gola è quasi un grido. Urlo di battaglia che attraversa il terreno di un’infanzia che sta per sconfinare nell’adolescenza e cerca qualche metro di terreno solido su cui poggiare un fragile orgoglio. Mercks. Modello odiato ma vincente. Come mi sentivo io, in qualche modo. Contro tutto e tutti. Mercks, perché alla fine, ne ero certo, avrebbe vinto lui. Solo quello sarebbe rimasto. Mi sarei alzato con un sorriso ironico, quasi altrettanto bianco e saldo di quello di mio padre, avrei allargato le braccia con trionfale nonchalance, e mi sarei chiuso alle spalle la porta di camera mia. Avrei atteso la fine della sigla dell’Eurovisione, mi sarei infilato le cuffie e mi sarei gustato la rabbia ritmata di un po’ di rock acquistato clandestinamente, duro e graffiante come le pedalate del cannibale.
Il bianco e nero del televisore sfuma l’azione, pare quasi rallentarla. Sembra di assistere alla passeggiata di Armstrong sul suolo lunare. Si tratta invece del procedere cadenzato delle gambe, l’interminabile roteare. Si avvicinano al traguardo con la lentezza di una navicella che approccia metro dopo metro la meta di un satellite agognato per anni. Gimondi si piazza alla ruota di Mercks. Forse per provare a innervosirlo, forse per antica abitudine. Sorrido. La mia certezza sull’esito della gara è assoluta.
Commenta l’andamento della corsa, mio padre. Come un pugile mi lavora ai fianchi. Osserva i primi piani degli atleti. Sostiene che Ocaña è troppo teso, messo fuori combattimento dalla responsabilità di correre in casa. Maertens è forte, prosegue, ma non ha personalità a sufficienza per vincere una gara di questa importanza. Restano Mercks e Gimondi, conclude. Dopo la consueta pausa piazza l’affondo finale. Esclama, con un riso nasale, che sta meglio Gimondi. È più in forma secondo lui. Ne è certo. Pronto a scommetterci.
Provo a rispondere al riso con un contrattacco. Cerco di ghignare anch’io, ma la tensione accumulata fa sì che mi esca dalla gola un suono che vibra quasi di pianto. Rabbia, frustrazione, non ne ho idea. So solo che accetto la sfida. La accetto e rilancio: mi dichiaro sicuro che il belga vincerà per distacco.
– Quando vuole resta da solo. Per ora gioca come il gatto con il topo. Tra poco però vedrai che scatta e non lo prendono più. È il più forte di tutti.
Un sibilo, un sussurro. Non so neppure se queste parole le ho pronunciate realmente o le ho solo pensate, se ho lasciato che il loro senso e il loro suono percorresse senza tregua la mente.
De Zan inizia a riassumere l’andamento generale della gara e propone scenari possibili per il finale. Il traguardo, chilometro dopo chilometro, si avvicina, è ipotesi concreta ora, miraggio che, nella nebbia luminosa del televisore, assume consistenza. La telecamera indugia sui volti dei fuggitivi, li va a cercare uno per uno, spietatamente innocente, scava nelle speranze, nelle paure, nelle espressioni strette nella morsa di fatica e grinta, volontà e rassegnazione, agonismo e fatalismo. Ocaña è spento: un soldato pronto al sacrificio ma ignaro di vittoria. Maertens possiede il brio di chi non ha nulla da perdere, danza sui pedali come un ragazzo che torna a casa dopo ore di scuola. Mercks è una maschera impenetrabile. Serio, apparentemente sereno. Solo una goccia di sudore in più percorre la fronte liscia e bianca di squalo. Gimondi sorride ancora. L’angolo della bocca si allarga in un’ironia densa, concentrata. Scivola liscio sull’asfalto, leggero, compatto. Non molla un istante la scia del pescecane. La groppa del quieto cavallo dei Monti Orobici è diventata schiena guizzante di delfino.
La campana che annuncia l’inizio dell’ultimo giro sveglia me e i corridori da un torpore ipnotico. Inizia il valzer conclusivo. Ogni pedalata da questo momento in poi, ogni gesto, ogni pensiero, stabiliranno l’esatta distanza tra sogno e realtà. Il gruppo alle spalle è lontano, fuori portata, nessun pericolo di riaggancio in extremis. Il titolo andrà a uno degli uomini in fuga, a chi saprà staccarsi magari con uno scatto da finisseur. Chi saprà infilarsi nell’esile fessura lasciata aperta per un attimo dagli avversari e dal tempo. Provare l’assolo tuttavia è un azzardo. Ogni energia è preziosa in caso di arrivo in volata. Un tentativo solitario espone al vento e al ritorno rabbioso degli altri. È preferibile restare a ruota, giocare a difendersi, rintuzzare gli attacchi eventuali di chiunque osi uscire di traiettoria alzandosi sui pedali.
Danzano, i battistrada. Disegnano ampie volute sul grigio dell’asfalto. Dopo aver percorso decine di chilometri in linea retta, paiono divertirsi ora a dipingere arabeschi. Ogni giro soffice di manubrio è un’esca, un invito all’avversario che segue a tentare la fuga, a bruciarsi nel vento. Troppo esperti però, troppo consci ciascuno del valore degli altri. Solo qualche abbozzo, qualche breve scatto simulato per saggiare la qualità e l’intensità delle reazioni. Niente di più. Sarà la volata a decidere.
Mi giro di lato facendo attenzione a nascondere un sorriso compiaciuto. Pregusto la zampata finale. Non ricordo di avere mai visto Mercks lasciare un traguardo agli altri compagni di fuga. Neppure nelle gare di contorno, neanche nelle competizioni minori. Figuriamoci in un campionato del mondo. La volata di un gruppetto, meno di una manciata di corridori, è l’ideale per lui. Regolerà tutti anche stavolta. Mio padre tace. Il suo sguardo ora è più teso, meno strafottente. Prepara la volata anche lui. La sua bocca si serra, assume la forma arcuata della schiena di Gimondi, ne segue l’oscillare, le scosse, le contrazioni. Avvicino la poltrona al televisore quasi a voler sopravanzare anche in questo il mio avversario. Scatto verso il traguardo, come, tra breve, farà anche il cannibale.
Rettilineo finale. Largo, sconfinato. Entrano in azione le telecamere fisse. Dalla cucina, con incredibile tempismo, appare mia madre. Si piazza alle spalle di mio padre, una mano sul bracciolo e una sulla sua spalla. Mio padre si volta un istante verso di lei, con frasi concise le riassume la gara e la prepara alla conclusione imminente. Istanti di silenzio totale. Non un suono in casa né in strada. Non una macchina, una moto, un viandante che fischietta una canzone. Tacciono i gatti nel giardino di fronte. È muto perfino il vecchio frigorifero.
Parte Ocaña, la mossa della disperazione. Tentativo suicida di chi attende la pugnalata per poter giacere sereno con la malinconia della sconfitta. Controscatto di Maertens. Alla sua ruota il suo connazionale, Mercks, proprio lui. Maertens conferma di non avere timori reverenziali. Prosegue furioso lo scatto. Si stacca. Si stacca. Resta indietro, il cannibale. Inghiottito dall’asfalto, dalla fatica, dalla mancanza di ritmo, di potenza. Viene risucchiato, per forza di inerzia, perfino da Ocaña. Solo Gimondi tiene il passo di Maertens. Risponde ai guizzi con una progressione fluida, inesorabile. Sorride Gimondi, denti bianchi e saldi, nell’istante in cui supera il belga di slancio e taglia il traguardo per primo. Quietamente, immensamente trionfante.
Salta sulla poltrona mio padre. Un abbraccio caldo e fulmineo a mia madre, poi, di scatto, la testa rivolta verso di me. Inghiottito dalla poltrona, dalla sorpresa, dall’umiliazione, sento lacrime calde come sudore che mi scendono sulla faccia. Ride. Ride fragorosamente. Mia madre è sorpresa in un primo momento, poi, una volta scoperto il motivo del pianto, sorride ironica anche lei.
Sparisco rapido all’interno della mia camera. A ripercorrere i metri finali, a rimuginare il mistero di un colpo di pedale mancato, un verdetto che non ammette repliche.
Ora, scosso dalle ondate del ricordo, cammino da solo lungo questo viale. Lo immagino limitato da transenne, colmo, ai lati, di una folla festante. È qui che, oltre trent’anni fa, si è svolta la memorabile volata. Su questo asfalto, sulle rughe coperte adesso da un manto liscio, nuovo. Provo a visualizzare la direzione, le distanze. Cerco di stabilire in quale punto esatto fosse posto il traguardo. Impresa ardua.
Tutto è cambiato. Mancano punti di riferimento fondamentali. Tutto è cambiato. Il tempo, passista inesorabile, ci ha raggiunti e superati. Mio padre non è più robusto e abbronzato. Sorride, ora, con occhi quasi timidi che ammiccano alla fine, al traguardo cupo, senza abbracci di sole. È cambiata ogni cosa. Anche in me. Oggi so apprezzare la schiena salda e il passo regolare. So esaltare la capacità di Gimondi di essere campione nell’epoca di un mostro, gigante nell’era di un gigante. So apprezzare l’arte di restare alle spalle, eterno secondo, per poi, in un pomeriggio di settembre, trasformare le attese e le delusioni in un orizzonte iridato. So apprezzare il sorriso tenace del corridore, e il sorriso di affetto dell’uomo seduto a fianco a me sul divano. La forza del gioco, la sfida che invita a crescere, a lottare.
Forse non è troppo tardi. Se ci mettiamo d’accordo, se sappiamo parlarci, se ci diamo cambi regolari, possiamo riprenderlo. Possiamo riagganciare il tempo andato in fuga con un ghigno di sfida. Possiamo percorrere assieme ancora molti chilometri, sentire lo stesso vento sulla faccia, vedere insieme, con la coda dell’occhio, panorami illuminati da un riflesso di luce. Procedere ruota a ruota, spalla a spalla, senza rabbia, senza lacrime mute e sorrisi di acciaio tagliente. Riprendere il fuggitivo. Superarlo, guardarlo in faccia e sorridergli assieme mostrandogli di non temerlo più, di avere energia e volontà per reggere il passo.
Pedalare appaiati, io e lui, senza chiederci più chi sia Gimondi e chi Mercks, chi abbia torto e chi ragione, chi sia il primo e chi il secondo. Assieme, salite e discese, aria e respiro. Arrivando gradualmente ognuno al proprio traguardo, braccia alzate in segno di saluto. Senza prevaricazione, guardando la strada di fronte e, per qualche attimo, il cielo.
Verso il traguardo. La linea finale che, anche adesso, non trovo. Non riesco a individuarla, e, a ben pensare, è bello che sia così. Non c’è. Non c’è, su questo viale di Barcellona come sul rettilineo ideale della vita, alcun segno tangibile in grado di porre un limite al ricordo, all’affetto, alla memoria. Si può ripercorrere all’infinito il circuito del tempo, assaporando la malinconia, il dolore, la gioia, la volontà di cambiare, mutare il ritmo della pedalata. La sorpresa di una vicinanza riscoperta, rivissuta, ripartita di slancio con un sorriso placido, formidabile. Felice Gimondi che, contro ogni logica, contro ogni attesa, supera tutti e vince in volata.
 Felice Gimondi le grand tacticien toujours à l ' affût du bon moment pour attaquer

Libri, piedi, mani, migranti e cercatori di poesia

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John Fante in una lettera al suo editore che gli chiedeva se si considerasse uno scrittore di romanzi e racconti o di poesie gli rispose esattamente così: “I am ambidextrous”.
Venerdì prossimo 19 gennaio, alle ore 18.00, al Caffé dell’Ussero di Pisa, nell’ambito degli incontri di AstrolabioCultura, dialogherò con 
Luigi Fontanella del suo romanzo Il dio di New York e del suo volume di poemetti e racconti in versi Lo scialle rosso.

Sarà un’occasione per riflettere sulla vexata quaestio: è meglio essere “ambidestri” nel mondo della scrittura, o “fare” solo poesia o solo narrativa?

Sarà un’occasione per parlare di “Gradiva”, la ormai storica rivista letteraria edita da Fontanella, e gli amici presenti potranno proporre in lettura loro scritti, editi o inediti.

Ci sarà modo, in riferimento al romanzo Il dio di New York, di parlare del vario modo di essere “migranti” e sognatori, “cercatori” di poesia.

Ci sarà modo (e questa è pubblicità, mi rendo conto, neppure troppo subliminale) per parlare del Premio “Elogio alla follia”, della cui Giuria Luigi Fontanella fa parte, il cui bando di concorso che può essere consultato a questo link http://www.ivanomugnaini.it/elogio-alla-follia-concorso-le…/ .

Ci sarà tutto questo e anche di più.
Spero (se potrete e vorrete) che si sarete anche voi.

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TRENO QUASI DIRETTO – reloaded

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TRENO QUASI DIRETTO

Piccola riproposizione di un racconto piuttosto domenicale e piuttosto folle

 

8 dicembre 2015, raccontiBolognacantareCassandra CrossingFirenzeFrankie Lane,HollywoodIvano MugnainiLiguriaMarlon BrandoRomatreno

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TRENO QUASI DIRETTO

ovvero

storia di tre donne che avevano sbagliato convoglio,

e ridevano, felici

 

tr-q-7

Le prime ore del pomeriggio di una domenica senza pretese. Novembre forse, o almeno novembre del cuore. Grigio ovunque, ma anche qualcosa di simile ad un baluginio. Né caldo né freddo; stagione che passa e striscia in punta di piedi per non disturbare. Nessun tepore estivo da rubare allo schermo delle foglie, nessun gelo da fuggire rannicchiando le vene e i pensieri. L’aria impalpabile della quiete, dell’armistizio.

Tempo e respiro da sondare, pigri, con la punta delle dita, per tentare di saggiarne la consistenza. Tempo e respiro da sondare, sì, ma con scarsa convinzione. Altro non è che spreco di energia. La quiete, a ben vedere, non può durare.Un treno più vuoto che pieno scivola lento. Solca la crosta di una campagna di giallo marzapane non perfettamente lievitato. Sui sedili gente dispersa assorta in tranquille disperazioni.

Il fascinoso intellettuale sfoggia un volume di saggistica fresco di stampa come un accessorio firmato da portare con solenne nonchalance. Non varia di un millimetro la postura della magra gambetta accavallata. Scorrono le pagine, ma resta di pallido marmo il ghigno del monumento al lettore ignoto.

Di fronte a lui, adorante, una giovane signorina speranzosa d’amore. Osservandola meglio, nelle pieghe vanamente camuffate della fronte, non è tanto speranzosa e non è giovane per niente.

Lì nei pressi, fianco a fianco con la valigetta di pelle, il manager della domenica. Giacca blu notte e cravatta intonata. Intonata al sospetto che la soffice seta lo stia elegantemente strangolando. Sfoglia le imponenti pagine della borsa di un giornale finanziario, ma forse anche lui preferirebbe avere accanto una borsetta assai più minuscola piena zeppa di trucchi, specchi e cianfrusaglie di poco conto.

Passa, con tutta la calma del caso, l’addetto al controllo biglietti. È cortese, informato, cordiale. Elargisce ad ognuno battute a iosa, mordicchiate però, a più riprese, dai dentini tenaci di un tagliente dialetto. È il tipo giusto al posto giusto. Il controllore ideale per un treno di scarso rilievo. Un lusso da poco. Moderato, popolare.

Fora il biglietto e le orecchie anche al passeggero seduto nel sedile d’angolo dello scompartimento. Lo stultus in fundo: uno scribacchino ambulante che da quando è entrato finge spudoratamente di guardare il panorama.

La polvere ristagna per diversi minuti sul fotogramma di una pellicola inceppata. Ciascuno continua a fare ciò che sta facendo. Il meno possibile. Guardare senza vedere e pensare senza sentire.

Ma ecco che, tre metri oltre la barriera di vetro che separa le due metà dell’interminabile scompartimento, accade qualcosa. Una risata. Un gorgoglio chiaro e vibrante di tre gole femminili. L’aria si scuote, si erge, allarga i pori, estende i tendini, e ascolta.

Le tre donne ridenti vanno al mare. Lo dicono, anzi lo cantano, liete, al gioviale bigliettaio. Con ironica cortesia l’omino azzurro fa notare che il treno, per quanto è dato di sapere, è diretto ovunque tranne che al mare.

Loro volevano, signore, il treno delle due e ventitre che va in riviera – sillaba lento masticando una risata. Volevano andare in Liguria, lo dice il loro biglietto… ma questo è il treno delle due e quattordici, stesso binario ma tutt’altro percorso. Questo convoglio, mie care signore, taglia dritto l’Italia come un colpo di coltello: la prima fermata è Bologna, poi Firenze, e infine Roma.

Mi spiace tanto, sono dolente, ma voi lo capite… non posso fermarlo né tantomeno farlo andare a ritroso. Non vi resta che arrivare a Bologna, farvi restituire i soldi del biglietto sbagliato, quindi ripartire verso la vostra meta.

Io, intanto… mi rincresce, ma… debbo compilarvi un nuovo biglietto, quello relativo alla tratta che stiamo attualmente percorrendo”.

Si guardano tra loro le tre donne. Pagano il tutto, sovrattassa compresa, senza fiatare. Si guardano, e scoppiano in una nuova risata. Un sussulto ritmato non troppo diverso dal precedente. Lo rende più cupo soltanto il tremolio di un’eco appena accennata di sarcasmo. Stille di umorismo che cadono a perpendicolo su una pozza d’acqua chiara. Ancora fresca. Pulsante.

tr-q-8

La signorina senza volto e senza età si alza in piedi, frattanto. Indugia per un attimo sterminato davanti alla gambetta anchilosata del divoratore di libri, e attende che sollevi lo sguardo dal fiero pasto. Lo saluta con la formalità di un anziano caporale, poi scompare. Richiude la porta senza un cigolio. Svanisce lasciandosi alle spalle profumo di glicini malinconici e polline sterile.

Lo scribacchino prova a scribacchiare. Ma l’occhio tende a chiudersi, ipnotizzato dal dondolio delle ferraglie.

Le tre Maddalene lo riaprono, in extremis, con una nuova raffica di risate. Placide, interminabili, e di nuovo zuccherose. Consapevolmente infantili. Hanno sconfitto la sorpresa e il disappunto con una fulminea battaglia. Hanno ripreso possesso assoluto della loro serenità, e con essa hanno catturato l’attenzione generale.

Viene fatto di pensare che si tratti di tre signore anziane. Decisamente distratte, un po’ arteriosclerotiche, e con una montagna di tempo da perdere.

Ma poi le vedi, finalmente. Le osservi scattare in piedi senza smettere di ridacchiare, e le segui con lo sguardo mentre sgusciano lievi una dopo l’altra verso la toilette. Tornano indietro rinfrescate e pettinate. Belle e procaci, o giù di lì. Tre donne al vertice della parabola della sensualità. Al culmine di una maturità carnosa e succulenta. La punta estrema del soffice prato che sovrasta il baratro del declino.

Altro che vecchie! A Roma direbbero che sono bbone. E non certo per indicarne le qualità morali. Iniziano ad alzarsi e a risedersi a turno con la scusa di prendere qualcosa dalle valigie, balzellano sui sedili e vanno avanti e indietro lungo i corridoi come ragazzine in gita scolastica.

C’è tempo e modo di scrutarle con più cura. Sono belle, sì, in un certo senso. Sono belle… ma solo a metà. È come se ognuna delle loro facce contenesse un pezzo stonato, fuori luogo e fuori misura. Montato male o a sproposito. Sotto i bei capelli cotonati sbuca un naso aquilino, un neo bitorzoluto, un’ombra viscida di peluria che vela, in controluce, un mento troppo marcato, da uomo.

Le serenissime viaggiatrici hanno un fascino tetro. Un aspetto quietamente micidiale che richiama qualcosa alla memoria. Qualcosa di poco rassicurante.

Non vorrei che in fondo fossero state loro, a ben pensarci, a prendere in giro quel buonuomo del bigliettaio. Ride bene chi ride ultimo – recita un noto detto popolare.

Sanno benissimo dove andare, loro! Sanno dove andare e cosa fare. E il treno che hanno preso è, in realtà, quello giusto. Quello giusto, sì, per il loro intento, per il loro disegno. Non lo hanno preso a caso, no. Lo hanno preso perché così era scritto.

Nel frattempo le tre ricamatrici di risate continuano a tessere la loro tela. Parlano, cantano, e cospirano, liete, alle nostre spalle. Per il momento tessono, ma…

 

Vorrei cambiare treno. Se fosse possibile, se fosse sensato, cambierei volentieri tragitto e destinazione. A costo di tornare al punto di partenza, o di puntare davvero, io sì, verso un punto qualunque del continente.

C’è una calma feroce su questo treno. Una pace mortale – starei per dire.

E la risata, ora, non è calda, non è tonda e non è chioccia. È schiettamente, nitidamente raggelante.

La sola gioia, il sospiro prolungato di sollievo, adesso, è l’uscita dal buio fitto di una galleria. Ed è una stretta metallica al cuore la visione di un cimitero che biancheggia nel verde dopo una curva. Non è certo un camposanto all’inglese immerso in un rigoglioso giardino. Qui c’è solo calce nuda: trappole in miniatura che impediscono ogni possibile fuga persino agli spiriti trapassati. Non mi sento davvero in vena di provare a scrivere elegie cimiteriali alla Thomas Gray. Al massimo potrei scarabocchiare, con mano tremolante, qualche abbozzo iperrealistico sul tema della paura.

Là fuori, da stazioncine aggrappate ai bordi di magri ruscelli, volti di pietra ci guardano passare. Facce aliene al calore del pianto ma anche all’ombra gelida del sadismo. Spettatori malgrado loro ci scrutano, sobri e impassibili, con gli occhi di chi osserva una nave di folli che solca l’orizzonte del proprio destino.

Ci vedono sfilare, rapidi e inermi, come i passeggeri della trappola d’acciaio di “Cassandra Crossing”, ma senza il lieto fine hollywoodiano.

Anzi, no. Ci guardano scorrere davanti alle loro pupille spalancate con la stessa espressione con cui si prende visione dei numeri di una statistica. Cifre nude e crude, dati di fatto ridotti a pura logica matematica: un numero ics di treni su un totale ipsilon di convogli che partono ogni giorno è destinato a… sì, insomma, è diretto verso… la fine.

Ecco, voilà: oggi è toccato a noi di entrare nella statistica. Abbiamo il privilegio di essere noi il numero ics.

Quale onore! Non ne sono degno però. No, non mi sento pronto per tale memorabile evento. Preferirei rimandare.

Guardo di nuovo il finestrino e la striscia di terra che scorre inesorabile sotto l’ombra del treno. I prati erbosi ce li siamo lasciati alle spalle. Ghiaia e zolle indurite punteggiate da lame di stoppie, ora. Nient’altro.

Vorrei saltare fuori. Lo vorrei con tutte le mie forze. Ma non sono abbastanza atletico per riuscire a morire in modo sufficientemente elegante.

Che fare? In quali vicoli angusti di pensieri rintanarsi, sempre sperando di non essere scovati, appiccicati al muro e dilaniati come sorci?

Non lo so. Tutto ciò che penso e sento ora è il battito parossistico del cuore che rimbomba nelle vene. Quasi una musica… una musica, a modo suo.

Cantare! Sì, cantare. A polmoni spalancati, con la speranza di assordare la mente. A squarciagola, con la bocca sbarrata. Dissolversi nell’urlo di un ritmo interno che martella dalla testa ai piedi. “Your eyes are the eyes/ of a woman in love,/ and, ho, how they give you away”.

Cantare, sì, anche se non ricordo bene le parole. Cantare, come Marlon Brando nella colonna sonora di un film anni cinquanta. Quasi dolce, quasi tenero, quasi innamorato. Marlon Brando ancora nel fiore degli anni, poco obeso e molto vivo.

 

Cantare. Tutto qua. La cosa più vicina al respiro che riesco a immaginare. La sola che riesco a fare, adesso, appoggiato al sedile come una valigia colma di fragilissimo piombo. “… they say no moon / in the sky/ ever lent such a glow…”

 

Hanno sentito! Nonostante le labbra accuratamente serrate, nonostante le narici sigillate come un documento top secret, le tre vedove allegre hanno udito ogni sillaba, ogni nota.

A dieci file di sedili di distanza, al di là dello spesso separé di vetro, sentono tutto quanto. Sentono e cantano anche loro, in questo momento, la mia stessa canzone, la stessa identica strofa.

Prosegue per arcani, sconfinati minuti il quartetto per voce e mugolio orchestrato da un filo invisibile. Prosegue e oscilla, seguendo le vibrazioni dei vagoni sballottati dagli scambi.

Si alzano. Scivolano via… scendono. A sorpresa come erano comparse, svaniscono, d’un tratto, le tre fascinose viaggiatrici.

Il treno c’è ancora, e c’è ancora il binario. È ancora lì il dondolio testardo che ti scuote e ti culla come una nenia, una melodia rotonda che ti avvolge. Un velo, una corda, un riso, uno sguardo…“those eyes are the eyes/ of a woman in love…/and may they gaze, evermore,/ into mine,/ crazily gaze, evermore,/ into mine”.

 

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