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Geometrie creative

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Giacomo Leopardi - A Silvia
Torre di Pisa a rischio, i cambiamenti climatici potrebbero ...
“E se avesse ragione la Torre di Pisa?” 
La frase non è mia. L’ho trovata su Facebook e mi congratulo con chi l’ha ideata e scelta.
Forse l’interrogativo se lo è posto anche Leopardi, durante il suo soggiorno pisano.
Su Leopardi e Pisa ho scritto un articolo ospitato da “L’Ottavo”, che ringrazio: Leopardi vs Leopardi .
Lo ripropongo qui.
Buona lettura e buone “geometrie creative”.
IM
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LEOPARDI VS LEOPARDI

Pisa, il Lungarno e l’appetito del “giovane favoloso”

 

Ci sono luoghi che ti entrano dentro, e senza accorgertene, ti trasformano. Fu così anche per Leopardi che a Pisa si trovò a vivere un periodo del tutto nuovo, un’epoca diversa, sia a livello creativo che sul piano esistenziale. Ho qui in Pisa una certa strada deliziosa, che io chiamo Via delle Rimembranze: là vo a passeggiare quando voglio sognare ad occhi aperti, scriveva il poeta.
Una distanza minima quella di Pisa rispetto a Firenze, la città dove risiedeva in precedenza, ma resta comunque grande la distanza tra il Leopardi fiorentino e quello pisano. La domanda è pertanto la seguente: fu la città di Pisa a trasformare il poeta, oppure, semplicemente, gli consentì di manifestare ciò che aveva sempre avuto dentro, una componente essenziale del suo modo di essere e di sentire, una sua natura alternativa, se non, addirittura, preponderante? Ai posteri l’ardua sentenza, avrebbe detto un collega di Leopardi. Il problema è che noi, hic et nunc, ampiamente posteri, siamo anche ampiamente incerti riguardo ad una possibile risposta. Parafrasando Montale potremmo dire che tutto ciò che sappiamo è quello che non abbiamo, quello che non è.
Di sicuro Leopardi non era e non è la figura monocorde descritta in molti libri scolastici in stile Bignami. Non era e non è esclusivamente il pessimista che esalta la fugace bellezza del sabato per poi ripiegarsi frustrato nel disincanto della domenica. Non è quello che gli adolescenti di oggi, con una definizione sbrigativa ma efficace, definirebbero un “gobbetto sfigato”.
Non era e non è solamente l’omino chino sulle sudate carte o recluso nella biblioteca del padre già del tutto assimilata e metabolizzata in tenera età. Leopardi è questo, ma è anche e forse soprattutto un uomo vorace di vita, quella stessa vita che ha scrutato con occhio filosofico e rigoroso, senza smettere di guardarla con profondo interesse e naturale curiosità.
È anche l’uomo che mentre traduce dal greco e dall’ebraico disegna vignette corredate da didascalie volutamente infantili dedicate alla saggezza popolare o a freddure dense di spirito. È l’uomo di origine nobile che ascolta i rumori del villaggio, i suoni, i canti, la musica, percependo il lusso di una semplicità d’animo che a lui non è toccata in sorte ma di cui subisce la fascinazione. Lo stesso fascino enigmatico e vitale che percepisce nelle donne, da sempre corteggiate e inseguite per la loro sfuggente e imprescindibile malia.
Il poeta di Recanati era immerso nel passato ma anche estremamente attento al suo tempo, quello personale e quello dell’epoca storica in cui visse. Impegnato nella ricerca di un cambiamento, anche quello della nazione, afflitta da schiavitù, ingiustizie, squilibri e miserie rispetto a cui sarebbe bello poterci dire postumi. Ma è un lusso che non possiamo e dobbiamo permetterci.
Questa creatura complessa e multiforme arrivò al momento giusto, nella giusta stagione, in una città che forse gli somigliava: radicata nel territorio ma anche punto d’incontro di viaggiatori, scrittori, filosofi, scienziati, fervida di salotti colti ma non ingessati, aperti alle idee nuove, anche rivoluzionarie. Città famosa per gli studi, ma ben lungi dall’essere un museo, avvolta da una bellezza vibrante, come quella che scorre nell’alveo del fiume e nei viali che la circondano come in un abbraccio, i Lungarni.
A Pisa Leopardi trova il modo di armonizzare la sua sete di vita con la necessità di dare ordine al suo patrimonio di ricordi ed emozioni. Trova stimoli ma anche lo spazio per riflettere ulteriormente, facendo nuovi progetti, nuove ipotesi di ponti tra sé e l’esistere.
Partendo da questo presupposto, si fa meno fatica a pensare che il passeggiatore trasognato di via delle Rimembranze sia lo stesso autore che definiva la vita come sventura e inganno. Si fa meno fatica a immaginare il sorriso del poeta lungo le strade che risuonano di voci.
Per Leopardi Pisa fu lo sbocciare di una primavera nel pieno dell’inverno. Vi arrivò nel novembre 1827 per sfuggire ai rigori dell’inverno fiorentino e vi si trattenne fino al giugno del 1828.
In una delle lettere inviate dalla città toscana alla sorella Paolina ebbe a scrivere:
Sono rimasto incantato di Pisa per il clima: se dura così, sarà una beatitudine. L’aspetto di Pisa mi piace assai più di quel di Firenze. Questo Lungarno è uno spettacolo così bello, così ampio, così magnifico, così gaio, così ridente, che innamora: non ho veduto niente di simile né a Firenze né a Milano né a Roma, veramente non so se in tutta l’Europa si trovino vedute di questa sorta. In certe ore del giorno quella contrada è piena di mondo, piena di carrozze e di pedoni; vi si sentono parlare dieci o venti lingue, vi brilla un sole bellissimo tra le dorature dei caffè, delle botteghe piene di galanterie, e nelle invetriate dei palazzi e delle case, tutte di bella architettura. Nel resto poi, Pisa è un misto di città grande e città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto così romantico, che non ho mai veduto altrettanto. A tutte le altre bellezze, si aggiunge la bella lingua. E poi vi si aggiunge che io, grazie a Dio, sto bene; che mangio con appetito (12 novembre 1827).
Non sarebbe pertanto un paradosso suggerire agli odierni amministratori della città di apporre una postilla all’iscrizione sul Lungarno dedicato a Leopardi sottolineando che a Pisa oltre che a ritrovare la vena ispiratrice il poeta ritrovò anche l’appetito. Perché in questa annotazione, apparentemente banale e prosaica, in realtà c’è moltissima poesia e la sintesi tra grandezza e umanità, natura eterea e carnalità.
In quest’epoca che tende a “smaterializzarci”, a ridurci a icone di smartphone, sorridiamo a nostra volta immaginando gli impulsi genuini di un uomo che aveva fatto della parola e del pensiero, del ragionamento poetico-filosofico, la sua essenza. Pisa gli conferma ciò che ha già insito: la sua fame di vita. Gli permette di osservare la bellezza senza essere soffocato dal gelo della riflessione.  La mescolanza dell’urbano e del contadino, della Pisa mondana e della Pisa intimista, lo affascina e lo coinvolge. In questo clima potrà scrivere due delle sue più importanti composizioni, così apparentemente distanti l’una dall’altra, ma in fondo accomunate dal filo di un sentimento identico declinato in forme diverse, l’amore: “A Silvia” e “Risorgimento”.
Pisa dunque, come zona franca, opportunità rara e preziosa per il lusso di dialogare con il vero se stesso. Forse anche Leopardi avrebbe condiviso le parole scritte molti decenni dopo da Albert Camus: «Solitudine e sete d’amare. Pisa, finalmente, viva e austera, coi suoi palazzi verdi e gialli, le sue cupole e, lungo l’Arno, la sua grazia. Città pudica e sensibile. E così vicina a me di notte nelle strade deserte che passeggiandovi solo, la mia voglia di lacrime finalmente si sfoga. Qualcosa di aperto in me incomincia a cicatrizzarsi».
Con le parole di un altro scrittore, Gianni Rodari, si può arrivare forse ad una conclusione che, pur nella sua apparente semplicità, ci avvicina di un passo, come in una marcia infantile e sorridente, a un’ipotesi: «Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio la torre di Pisa». A Pisa Leopardi scopre che nell’errore della vita, così storta e asimmetrica, c’è la tenacia della bellezza e la bellezza di una tenacia che ha in sé qualcosa di semplice e arcano, ostinatamente ammaliante.
O magari siamo noi, proprio noi, a scoprire o riscoprire nelle nostre rispettive città, nelle nostre affollatissime solitudini, che ci sono errori, persone fuori da ogni schema, che contengono in sé tutta la complessità e la ricchezza della natura umana, persone non riducibili a formule univoche, connotate dalla sola costante di una cangiante ma ininterrotta ricerca di territori adatti alla bellezza e alla poesia.
Giacomo Leopardi, Pisa – Lungarno | territori del '900
 

Ostinate morfeologie

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Il presente articolo nasce dalla presentazione congiunta dei libri Ostinato di Cinzia Della Ciana e Morfeologie di Stefano Taccone che ha avuto luogo il 22 novembre scorso alla Libreria Blu Book di Pisa nell’ambito del ciclo di Incontri “Autori allo Specchio” proposti dall’Associazione AstrolabioCultura diretta da Valeria Serofilli.
Sono stato invitato in qualità di “curioso ponente domande” in quanto conosco e stimo da tempo entrambi gli autori, di cui ho già letto vari libri scrivendo in proposito anche qualche mia impressione di lettura.
In questo articolo propongo alcune delle domande poste agli autori da me e da Valeria Serofilli corredate dalle risposte degli autori.
Aggiungo in calce a ciascun “dialogo” anche una mia nota (musicale, spero, in assonanza) ai due libri presentati, ciascuno (per via diverse ma per molti versi convergenti) originali e interessanti.
Buona lettura a chi vorrà.
 IM 
 
L'immagine può contenere: testo
 
 DOMANDE A CINZIA DELLA CIANA
RIGUARDO A OSTINATO
 
Domande di Ivano Mugnaini
 
  1. Ostinato è un titolo perentorio e accattivante. Ce ne puoi spiegare l’origine? Si tratta di un parto immediato, per così dire, o è stato gradualmente concordato con l’editore e i tuoi collaboratori?
1) “Ostinato” è un titolo ambiguo, gioca sull’ambivalenza lessicale perché, se da una parte rimanda alla tenacia dello star fermo, dall’altra si muove nella musica per consentire il ricamo della melodia.
Ostinato porta un sottotitolo: “suite in versi”, proprio per indicare che è una vera e propria suite musicale e come tale ho orchestrato la sua architettura. Una sequenza di movimenti ciascuno con la propria andatura e la propria tonalità, con tanto di agogica. La sua particolarità è che è una partitura senza note, le parole e il loro combinarsi in versi la melodia. Sono arrivata a questo particolare parto grazie alla mia formazione pianistica che mi ha suggerito l’impostazione. La massa di liriche che avevo raccolto in quasi due anni di produzione è stata scremata, selezionata e organizzata in un piano d’opera che nel titolo voleva richiamare il cd. “basso continuo” della musica barocca.
 
 
2) Con questo tuo libro prosegue il tuo progetto, notevolmente interessante, di unire e fare interagire, in una specie di possente “cortocircuito”, parole e note, scrittura e musica. Da cosa trae origine questo abbinamento e quali sono le difficoltà che comporta e i vantaggi, le sensazioni più appaganti che dona l’accostamento tra i due ambiti espressivi?
2) Certo il libro è un ulteriore passo dopo “Passi sui sassi” di cui rappresenta la continuità, ma anche l’evoluzione. Qui, in “Ostinato”, la “musicalità” aspira a diventare “musica”, qui è il significante sonoro a condurre il tema senza tralasciare il materiale del significato.
Insomma il mio motto “del suonar colle parole”, già coniato ai tempi dei miei primi racconti, è ostinatamente perseguito. Il mio modo di far poesia è cercare suono e ritmo nella combinazione delle parole, anche di nuovo conio, senza vergogna di metrica (se viene), di rime interne, allitterazioni, assonanze, enjambement, insomma follie audaci che debbono diversificare il genere poesia da quello prosa/narrativa. Il verso esiste in modo preciso e non perché si va a capo a caso o perché è “finito l’inchiostro”. La poesia che suona dovrebbe essere come la musica, arrivare di per sé, significare (al di là del significato) con la suggestione di certi stridori o di consonanti fonemi, per consentire “dopo” di andare a ripescare il senso con un lavoro di ri-lettura che consenta di apprezzare il peso e il senso della parola “distillata”.
 
3) Come si colloca Ostinato nell’ambito della tua produzione, rispetto ai libri che hai già all’attivo e a quelli che, eventualmente, hai già in mente e in cantiere?
3) Ostinato è uno dei miei figli, li si ama tutti e insieme sono e saranno la mia famiglia. Una famiglia composita perché sono ambidestra, non scrivo solo di poesia, ma anche di prosa. E ritengo che le due forme si debbano alimentare a vicenda in un allenamento costante, ovvero “ostinato”.
 

Domande di Valeria Serofilli

1) Qual è la tua ‘attuale’ spiegazione/definizione di poesia?
1)Riuscire a distillare emozioni con parole che suonano.
 
2) Quali i poeti (e, più in generale, gli autori) significativi per la tua formazione?
2) Dante sopra tutti, di un’attualità e vigore sconvolgente. Al suo cospetto ogni cosa si scolora. Per i poeti contemporanei non riesco a prescindere da Ungaretti e Montale, pilastri mai superati.
 
3) Oggigiorno, qual è a tuo avviso l’incarico della poesia?
 3)La poesia va “predicata” come dico io, fatta uscire dalle stanze dei poeti e divulgata per far riscoprire come il canto sia stata la prima forma espressiva e come il valore della parola, anche quella colta, vada coltivato, specie in una lingua così ricca e articolata qual è quella italiana.
 
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NOTA di Ivano Mugnaini

al libro di Cinzia Della Ciana.

Le risposte di Cinzia sono già di per sé in grado di fornire adeguatamente il tono l’atmosfera del libro e ben riflettono la sua capacità di alternare vivacità e riflessione. Alla verve del dire fa da sottofondo l’”ostinato” costante, il contrappunto del ragionamento, che in ogni caso non stempera e non spegne la passione e l’entusiasmo del dire, del manifestare meraviglie, viste, immaginate e riproposte, tramite una composizione attenta, alla ricerca di un ritmo che somigli all’originale senza esserne copia conforme, diventando sublimazione, accordo complesso e misterioso che racchiude la chiave della bellezza.
 “Ostinato”, che già nell’aspetto della copertina richiama i colori e le forme della più nota e storica casa musicale italiana, è arricchito dalle annotazioni a margine (sincroniche e affini) di Roberto Vacca e dalla postfazione sentita e appassionata di Franco Di Carlo. La lettura diretta del libro (chi era presente alla presentazione a Pisa ha potuto ascoltarlo anche dalla “esucuzione” dell’autrice stessa) riflettono quanto Cinzia ha dichiarato nelle risposte qui sopra riportate: “La poesia che suona dovrebbe essere come la musica, arrivare di per sé, significare (al di là del significato) con la suggestione di certi stridori o di consonanti fonemi, per consentire “dopo” di andare a ripescare il senso con un lavoro di ri-lettura che consenta di apprezzare il peso e il senso della parola “distillata”.
La sensazione personale ricavata dall’ascolto e dalla lettura del libro è quella di un progetto condotto con sincera dedizione, privo di funambolismi esibizionistici. La meta è il viaggio in sé e per sé, un divenire costante. L’autrice si fa ponte tra forme espressive, mira a rendere le sinestesie percepibili con orecchie, cuore e mente, con quella capacità-necessità squisitamente umana (ma forse universale) di cercare il ritmo, di farsi ritmo, fino al punto, magicamente semplice e complessissimo, sicuramente fertile, in cui il battere individuale, l’ostinato autonomo e incessante di ciascun essere coincide con un codice impalpabile eppure esistente, quasi uno Stargate ideale, che, senza farci apparentemente muovere di un solo millimetro ci conduce distante milioni di anni luce, oppure ci sposta di quel tanto che basta per farci (ri)trovare ciò che realmente siamo.
L’esplorazione del mondo di Cinzia Della Ciana, fatta sui Sassi e su terreni invisibili ma solidi e percepibili, prosegue coerente con questo libro che aggiunge un ulteriore capitolo alla sua produzione e al suo cammino nelle terre, nelle città, nelle opere d’arte e della natura, nei punti di snodo e di confine. Viaggia, Cinzia, sia sul foglio che sulle strade. Lo scopo è quello di diffondere poesia. Come una musica, anch’essa universale. E, come la musica, anche la poesia una volta uscita dalle stanze “ufficiali” si diffonde, si innesta, si ibrida, diventa, anzi torna ad essere, “cantabile”.
 IM
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DOMANDE A STEFANO TACCONE

RIGUARDO A MORFEOLOGIE

Domande di Ivano Mugnaini

 
  1. «Esiste un tipo di narrativa che, sul modello della filosofia, ma anche della musica e di altri ambiti artistici che mettono in connessione la ragione e l’immaginazione, esplora le zone di confine e si nutre di contrasti, ambivalenze e ossimori oggettivi e concettuali, in seguito ristrutturati e restituiti, mutati, trasformati nel senso e nell’essenza». Partirei da questa frase che ho avuto modo di scrivere per il tuo libro precedente, Sogniloqui, per sottolineare quanto, in questa presentazione, tutto significativamente converga. Il riferimento alla musica ci riporta al libro di Cinzia e il riferimento al tuo libro precedente crea un ulteriore fil rouge.
         Fatta questa premessa, vorrei chiederti quali elementi di continuità ci sono tra Sogniloqui e Morfeologie e quali sono invece i tratti distintivi?
 
1) Credo che la continuità, a conti fatti, prevalga. Entrambi raccolgono dodici brevi racconti. Entrambi tentano di elaborare un tipo di scrittura narrativa che si appropria delle strutture linguistiche del sogno, delle dinamiche incongrue in cui il sognatore inciampa. Il significato dei titoli è pressoché lo stesso, benché muti il significante. Anche attraverso le immagini delle copertine, del resto, ho inteso rimarcare questo legame: su ciascuna di esse è riprodotta un’opera della mia amica artista Rose Selavy. Tratti distintivi? I racconti del primo volume sono molto più fedeli ai sogni che effettivamente ho concepito, benché anche lì vi siano inserti di fantasia da sveglio. Quelli del secondo volume invece pure partono da suggestioni oniriche, ma nella maggior parte dei casi hanno conosciuto una rielaborazione molto maggiore nello stato di coscienza. Inoltre il titolo di quest’ultimo si richiama esplicitamente a Morfeo, il dio greco dei sogni e del sonno. Il suo nome deriva però da μορφή, che in greco antico significa forma. Con un titolo come Morfeologie ho pertanto inteso suggerire la presenza di una struttura più chiara e definita, un po’ meno fluida rispetto a Sogniloqui.
 
2) È interessante, e personalmente lo apprezzo in quanto anch’io lo “esercito”, il tuo utilizzo della forma letteraria del racconto. Cosa ti ha spinto a scegliere il racconto? Lo trovi particolarmente adatto al tuo stile e alle tematiche a te care?
 
2) Tutto è partito, come accennavo, dalle trascrizioni dei miei sogni, nei quali trovavo un embrione di interesse “letterario”. Dopo averli trascritti, li inviavo a pochi intimi per la pura curiosità di ascoltare le loro impressioni. La stessa circostanza per cui tutto è partito dai sogni ha determinato senza dubbio la scelta della forma racconto. I sogni sono brevi e plurali. Certo da un solo sogno si può tranquillamente sviluppare anche un romanzo, tuttavia ciò richiederebbe un lungo lavoro di rielaborazione. Probabilmente un lavoro di questo tipo non mi era allora affatto congeniale. Chissà, forse adesso lo sarebbe un po’ di più. In generale però mi sento legato ad una poetica del frammento. Se dovessi scrivere un romanzo penso che somiglierebbe piuttosto ad una somma di piccoli episodi, anche minimi. Non mi interessano i lunghi intrecci. Può darsi che non mi interessino perché non ne sono capace, ma anche viceversa, o ancora sia l’uno che l’altro.
 
3) La sintesi, una “sapida stringatezza” la definirei, ti è propria. So che hai in cantiere un libro di poesie. Quali analogie, anche a livello di temi, di tono e di approccio, hai riscontrato in fase di scrittura dei tuoi versi con la tua narrativa e quali invece sono le caratteristiche specifiche della tua poesia?
 
3) Qui c’è da formulare una premessa. Il primo nucleo della raccolta di poesie che pubblicherò di qui a poco risale addirittura al 2014, quindi precede persino, anche se non di moltissimo, la genesi di Sogniloqui – ho cominciato a trascrivere i primi sogni a metà 2015; non prima. Partiamo dai temi, sui quali è più facile rispondere! Senz’altro riemergono le questioni che più mi stanno a cuore e peraltro – tanto nella narrativa, quanto nella poesia – non sempre e non tanto appaiono nella loro “purezza”, ma in intrecci inestricabili: quelle legate alla mia sensibilità politica vicina all’ecosocialismo o alla mia spiritualità cristiana; le questioni della produzione artistica stessa, il suo rapporto con la vita, e lo specifico problema del visibile tra arte tout court e dimensione estetica. Più in generale forse a monte di tutto vi è una condizione di disadattamento al mondo – lo stesso titolo della raccolta di poesie che verrà è molto eloquente in tal senso -, una condizione che guarda caso accomuna l’artista, l’anticapitalista e il cristiano. Anche le poesie sono poi per lo più molto brevi, “epigrammatiche” le hai definite tu stesso, e questo potrebbe corrispondere alla mia predilezione per il racconto. Spesso forse somigliano un po’ alle tipiche domande o osservazioni che – molti hanno notato – pongo a margine delle mie narrazioni. È vero che nel primo volume de I Blu Books a cura di Valeria Serofilli – che ha rappresentato il mio autentico esordio nella scrittura in versi – compaiono invece tre poesie assai più lunghe, forse definibili più propriamente poemetti. Tuttavia, sia per il piglio fortemente narrativo – qualcuno, avendole lette prima che le pubblicassi, mi ha confidato che gli richiamavano i modi tipici di Elio Pagliarani -, sia per la stessa lunghezza – lunghe rispetto alle poesie presenti nella mia raccolta in corso di pubblicazione, ma sempre e comunque più vicine alla misura di un racconto che di un romanzo –, ancora una volta la prossimità con la mia prosa narrativa è confermata. Per approfondire le caratteristiche specifiche della mia poesia, invece, magari attendiamo l’uscita del libro…
 
4) Una domanda di carattere più generico, o meglio una curiosità: hai scritto e pubblicato fin dal 2010 libri di carattere scientifico e saggistico. I due libri di racconti che abbiamo citato sono relativamente recenti ma ti hanno permesso, anche grazie a molte e apprezzate presentazioni in varie città, di “esplorare” il mondo della scrittura letteraria. Quali considerazioni faresti sulla differenza tra i due ambiti, quello “scientifico” e “letterario”, e quali consideri i punti di forza e i difetti di ciascun settore?
 
4) Rispondere ad una domanda del genere mi pare, di primo acchito, difficilissimo, anche perché naturalmente l’ambito della scrittura scientifica e saggistica è molto vasto e sfaccettato, e sarebbe più proprio parlare di un insieme di ambiti. Già, ad esempio, quello della scrittura sulle arti visive del XX-XXI secolo è molto diverso da quello della scrittura sull’arte rinascimentale o barocca, che naturalmente sarà molto diverso da quello della scrittura sull’arte medioevale che si ripartirà a sua volta in altomedioevale e bassomedioevale, per non parlare della scrittura sull’arte dell’antichità che non è solo e tanto appannaggio degli storici dell’arte quanto degli archeologi… Il confronto che posso provare a delineare in sintesi è pertanto quello tra l’ambito della scrittura sulle arti visive del XX-XXI secolo – quella che principalmente pratico – e quello della scrittura letteraria, accomunate dal lambire un arco temporale più o meno simile. Una prima considerazione che mi sovviene, anche in quanto soggetto che si è occupato non poco delle avanguardie artistiche, è che queste ultime mi pare abbiano trasformato in maniera più radicale la produzione artistica visiva che quella letteraria. È vero che il fallimento dell’avanguardia come superamento dei confini tra arte e vita è stato generale – e non poteva essere altrimenti, dato il carattere totale della sfida che essa ha posto -, tuttavia la mia impressione – ma è un’affermazione che va presa con tutta la cautela del caso, considerando che conosco molto meglio la storia delle arti visive del XX-XXI secolo piuttosto che quella della letteratura del medesimo periodo – è che se dopo un Marcel Duchamp o un Kazimir Malevič i linguaggi delle arti visive hanno conosciuto uno sconvolgimento irreversibile, ciò non è avvenuto con altrettanta pregnanza nel campo della letteratura dopo un Tristan Tzara o un James Joyce. La tua domanda era però sull’ambito inteso probabilmente come ambiente, come mondo. Che dire ancora dunque? Magari qualcosa sul pubblico. In entrambi i casi parliamo di un pubblico di nicchia. Quando nell’ambito della ricerca storico-artistica si eccede la nicchia è sempre più difficile che non si tratti di altro che di pseudo-divulgazione pop e quindi non di ricerca scientifica vera e propria. Lo stesso discorso vale – e credo tu possa convenire – per la letteratura: sempre più difficile ormai trovare sperimentazione in un romanzo bestseller. Se invece dovessi rilevare una differenza, forse tra le più interessanti menzionerei la circostanza per cui nell’ambito delle arti visive vi è tutto sommato una divisione ancora netta – anche se negli ultimi tempi si sta allentando – tra colui che scrive di arti visive e colui che produce, mentre nell’ambito della letteratura non esiste – credo non sia mai esistito – un tale intervallo tra commentatore e produttore. Una delle ragioni va senz’altro ricercata nel fatto che la letteratura e la critica letteraria si avvalgono del medesimo medium; le arti visive e la critica d’arte – ammesso e non concesso che ancora esista una critica d’arte – si esprimono invece attraverso media differenti. È meglio ciò che avviene in un ambito o ciò che avviene nell’altro? Dipende…
 
Domande di Valeria Serofilli
 
  1. Qual è, nell’arco della giornata, il momento ideale per dedicarsi alla poesia (o, più genericamente alla scrittura)?
 
1) Dipende anche dal genere di scrittura. Ci sono momenti in cui la parola poetica – o almeno quella che tu senti tale in quel momento – pare sgorgare spontanea dal tuo cervello e dal tuo cuore, persino indesiderata… Vorresti – dovresti! – appuntarla da qualche parte per non lasciarla “evaporare”, ma magari sei in un pullman stipato come una sardina in scatola oppure devi fare lezione sull’architettura megalitica – prendo esempi tratti dalla mia vita, ma ognuno può tranquillamente sostituire ai miei quelli propri della sua… – e quindi rischi di perdere per sempre versi che hai concepito e che magari per qualche giorno ti sembreranno straordinari… D’altra parte, anche quando riesci a trovare un angolino in pullman per scrivere di getto quello che all’improvviso ti è balenato nella mente, il tutto richiede in seguito una revisione a posteriori – almeno per quanto mi riguarda. Una revisione che può protrarsi anche per anni… Anche per i racconti è un po’ così, benché essendo per essi l’uso di singole parole meno importante dello sviluppo narrativo ed essendo i nuclei della mia narrazione molto esili, è più facile memorizzarli e quindi trascriverli quando si ha tempo. Per quanto riguarda la scrittura saggistica è diverso. Certo anche in quell’ambito ci sono momenti di aridità e momenti di grande “furore creativo”, tuttavia essa è senz’altro meno dipendente dagli umori del momento. Su questo terreno per me è fondamentale la lucidità mentale e quindi – in altre parole – l’aver riposato bene!
 
2) Quali sono le tue fonti d’ispirazione e quali eventi recenti hanno maggiormente orientato la tua produzione attuale?
Sicuramente in me c’è una forte sensibilità per il politico, inteso nel senso più alto del termine, ma anche la consapevolezza di quell’ormai antico slogan che vuole che non ci sia distinzione tra politico e personale. Tanto i miei racconti quanto le mie poesie assorbono molto gli umori e le tendenze di quest’epoca, benché esse si vadano ad innestare su una memoria che – a costo di apparire presuntuoso – definirei tutt’altro che liquida. Non mi piacciono le pulsioni xenofobe che crescono tra Europa e America, ma non mi piace neanche l’opposizione conformista ed acritica a tutto ciò. Credo che l’esistenza dell’uomo sul pianeta sia seriamente minacciata e che ci sia ancora ben poco tempo per rimediare, ma l’odierna sensibilità ecologica che riempie la bocca di molti è spesso superficiale e poco informata. Da qui il mio senso di solitudine rispetto alla bipolarizzazione dell’opinione pubblica, che ha a che fare più col tifo da stadio che con ciò che veramente si sperimenta sulla propria pelle. Viviamo in un’epoca di enormi confusioni, di schizofrenia condotta all’estremo. «Guai a chi ha memoria lunga!», avvertiva il compianto Zygmunt Bauman una decina di anni fa. Ecco, tali discorsi probabilmente rappresentano il “controluce” della mia produzione.
 
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FORME DEL NARRARE E DEL PENSARE.

Considerazioni di Ivano Mugnaini

 su MORFEOLOGIE di Stefano Taccone

 
Come già ho accennato, ho avuto modo di scrivere di Sogniloqui, il libro di racconti di Stefano Taccone che ha preceduto Morfeologie. Il fil rouge tra i due libri sussiste e si manifesta sia a livello di tematiche che di ispirazione, di linguaggio, di approcci e di metodiche narrative. Taccone percorre la realtà che lo circonda, quella dei luoghi in cui vive e lavora con un passo attento, senza mai pretendere di cogliere verità assolute né di sapere o potere dare ricette e indicare strumenti e formule che possano servire da cartina di tornasole o da panecea. Azzarderei una specie di definizione ossimorica dell’approccio di Taccone al narrare, al ritrarre ciò che vede e pensa attraverso le parole: “disincanto militante”.
Ciò non equivale né a menefreghismo, né a resa, né a una sorta di compiacimento nel ritrarre la catastrofe attuale o prossima ventura. Si tratta semmai di un impegno conscio, consapevole delle difficoltà, e, in una certa misura, anche di certe ataviche tendenze dell’uomo (inteso come genere umano) all’autolesionismo. Sventato magari all’ultimo istante da un caso o da una residua scintilla di ragione o di coscienza o dall’istinto di sopravvivenza. O magari da un caso benevolo.
Il destino è forte, fortissimo è il caso, dicevano, o cantavano, le antiche tribù.
Una delle impressioni che ho ricavato, sia leggendo i libri di Taccone (quelli di narrativa a cui si è fatto cenno ma anche i versi dei Blu Book e della silloge di prossima uscita dal titolo Alienità) è che l’autore possieda una cultura ampia e salda che tuttavia non sfoggia come un vestito elegante e alla moda e non la rende oggetto di idolatria. Sa che la cultura è fonte di nutrimento, serve a rischiarare più possibile gli angoli e gli spigoli appuntiti dell’esistenza, aiutando, quando può, a schivarli o magari a comprendere il motivo per cui non sono schivabili. Ma la sola certezza è il dubbio, come è giusto che sia, e anche la cultura non risolve, non è abile e acuta abbastanza per districare i nodi della vita, del destino, dell’indicibile e del non razionalizzabile.
Una delle distinzioni che Taccone ha evidenziato con più nitidezza ed energia, sia nella presentazione pisana che nel libro è quella tra “etica” e “morale”. Il mondo si sfalda, letteralmente e metaforicamente. Ma la scelta della via giusta, o comunque salvifica, non può essere imposta. Deve essere il frutto di una decisione e di un’azione consapevole e individuale che, nel momento in cui diventa collettiva, può anche salvare, sia la singola persona che quell’insieme più vasto chiamato “umanità”.
Taccone, nei suoi racconti, nelle forme, concrete ed oniriche, che sceglie di narrare, sulla base della sua osservazione, della sua memoria e della sua immaginazione, ci propone mondi reali e mondi possibili. E, senza mai pontificare, senza pretendere di convincerci o di mostrarci soluzioni univoche, ci illustra, tramite l’ironia, alcuni esiti possibili. Crea scenari verosimili o apparentemente improbabili, distopie e ipotesi di realtà. I suoi “luoghi” del vivere e del pensare sono comunque sempre in grado di farsi metafora che ci induce a pensare, a mettere a confronto quei mondi immaginari con le dimensioni del cosiddetto reale.
E il disincanto si fa esercizio di fantasia che non è aliena alla ragione e forse perfino alla verità.
IM
 

ESITI DEL CONCORSO “ELOGIO ALLA FOLLIA” edizione 2018

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ESITI DEL CONCORSO ELOGIO ALLA FOLLIA” 2018

Il Concorso ELOGIO ALLA FOLLIA, organizzato da Divinafollia Edizioni, ha visto la partecipazione di 447 autori, per un totale di 1117 lavori inviati, tra poesie e racconti.

La sezione Poesia ha visto la partecipazione di 250 concorrenti. Alla Sezione Narrativa hanno partecipato 197 autori.

Le partecipazioni sono pervenute da tutte le regioni italiane e da alcuni paesi europei.

La prima edizione del Concorso ha avuto un riscontro soddisfacente anche per la qualità degli elaborati presentati dai concorrenti.

Pur non trattandosi di un concorso “a tema” le autrici e gli autori hanno inviato, come suggerito dal bando di concorso, “testi liberi per spunto, tema e forma espressiva. Ispirati da una sana, umanissima follia creativa”.

Entrambe le Giurie del Concorso hanno rilevato un’ampia gamma di stili, generi e temi, a testimonianza di percorsi personali interessanti.

* * * * *

La Giuria della Sezione Poesia

composta da

Maria Attanasio, Flaminia Cruciani, Silvia Denti, Annamaria Ferramosca, Luigi Fontanella, Ivano Mugnaini, Carlo Pasi, Valeria Serofilli e Antonio Spagnuolo

ha effettuato una prima selezione dei lavori pervenuti, in seguito a cui sono emersi i lavori delle autrici e degli autori qui di seguito indicati.

Autori Selezionati Sezione Poesia:

Chiara Albanese, Antonio Alleva, Antonella Amato, Giancarlo Baroni, Joseph Barnato, Monica Borettini, Alessandra Carnovale, Daniela Casarini, Alessandra Corbetta, Enrico Danna, Erminia De Paola, Lisa Di Giovanni, Maria D’Ippolito, Sheila Di Odoardo, Claudia Di Palma, Miguel Angel Escobar Alas, Monica Ferri, Grazia Fiore, Francesca Clara Fiorentin, Antonietta Fragnito, Alba Gnazi, Gianfranco Isetta, Floriana Lega, Elio Lunghi, Fausto Marseglia, Monica Martinelli, Sabrina Mazzuoli, Serenella Menichetti, Melania Milione, Maurizio Alberto Molinari, Alberto Mori, Clelia Moscariello, Carla Mussi, Silvia Novi, Alessandra Palombo, Paola Paradisi, Marisa Papa Ruggiero, Dario Pasero, Lidia Popolano, Flora Restivo, Alfredo Rienzi, Elisa Russo, Antonella Santoro, Alessandra Scarano, Giuseppe Schembari, Fulvio Segato, Alessandra Solina, Antonella Sozio, Serena Squatrito, Agostina Spagnuolo, Rossella Tempesta, Vivetta Valacca, Rodolfo Vettorello, Salvatore Violante, Paola Zugna.

Un’ulteriore cernita ha evidenziato i testi di ventiquattro autori, a cui è stata attribuita la qualifica di Segnalati:

Antonio Alleva, “Gate b19 – Preludio”

Giancarlo Baroni, “Un’arida estate”

Monica Borettini, “A Romana che si credeva vento”

Daniela Casarini, “Più convesso di un participio presente”

Alessandra Corbetta, “Parola sdrucciola”

Antonietta Fragnito, “Oggi poesia terapeutica”

Alba Gnazi, “Zeitgeber”

Gianfranco Isetta, “Esco dalla caverna”

Monica Martinelli, “Concentro i ricordi”

Sabrina Mazzuoli, “La resa”

Serenella Menichetti “Virginia a pezzi”

Melania Milione, “Dimmi dove senti dio”

Carla Mussi, “Prima del tatto”

Alessandra Palombo, “Ambulanti”

Marisa Papa Ruggiero, “Sulla tomba dei Giganti”

Flora Restivo, “A punto catenella”

Alfredo Rienzi, “L’architomia delle attinie”

Elisa Russo, “Nonostante il sole”

Alessandra Scarano, “Tivoli”

Fulvio Segato, “Avete preso tutto?”

Alessandra Solina, “Connessione fluida”

Antonella Sozio, “Per sentirmi”

Rossella Tempesta, “Coltiva una solitudine limpida”

Salvatore Violante, “Una lanterna”

Da una lettura ulteriore sono emersi i quindici Finalisti:

Antonio Alleva, “Gate b19 – Preludio”

Monica Borettini, “A Romana che si credeva vento”

Alessandra Corbetta, “Parola sdrucciola”

Antonietta Fragnito, “Oggi poesia terapeutica”

Monica Martinelli, “Concentro i ricordi”

Serenella Menichetti “Virginia a pezzi”

Melania Milione, “Dimmi dove senti dio”

Carla Mussi, “Prima del tatto”

Flora Restivo, “A punto catenella”

Marisa Papa Ruggiero, “Sulla tomba dei Giganti”

Elisa Russo, “Nonostante il sole”

Alessandra Scarano, “Tivoli”

Alessandra Solina, “Connessione fluida”

Antonella Sozio, “Per sentirmi”

Rossella Tempesta, “Coltiva una solitudine limpida”

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Da una nuova valutazione dei lavori finalisti, è emersa la seguente classifica:

AUTORI VINCITORI :

Primo classificato: Monica Martinelli, “Concentro i ricordi”

Secondo classificato: Antonio Alleva, “Gate b19 – Preludio”

Terzo Classificato: Alessandra Corbetta, “Parola sdrucciola”

AUTORI FINALISTI a pari merito:

Monica Borettini, “A Romana che si credeva vento”

Antonietta Fragnito, “Oggi poesia terapeutica”

Serenella Menichetti “Virginia a pezzi”

Melania Milione, “Dimmi dove senti dio”

Carla Mussi, “Prima del tatto”

Flora Restivo, “A punto catenella”

Marisa Papa Ruggiero, “Sulla tomba dei Giganti”

Elisa Russo, “Nonostante il sole”

Alessandra Scarano, “Tivoli”

Alessandra Solina, “Connessione fluida”

Antonella Sozio, “Per sentirmi”

Rossella Tempesta, “Coltiva una solitudine limpida”

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La Giura della Sezione Narrativa,

composta da

Daniela Carmosino, Marco Ciaurro, Caterina Davinio, Silvia Denti, Gianluca Garrapa, Francesca Mazzucato, Ivano Mugnaini e Caterina Verbaro

ha selezionato la rosa di autori qui di seguito riportata.

Autori Selezionati Sezione Narrativa:

Alberto Alassio, Anna Consilia Alemanno, Maria Letizia Avato, Susanna Barsotti, Marianna Bartolone, Antonella Bernava, Anna Bertini, Antonella Brighi, Antonella Buono, Piero Buscemi, Fausto Campana, Giovanna Caporali, Anna Elivia Cardella, Alfonsina Caterino, Giulia Sara Corsino, Laila Cresta, Sara Patrizia Daina, Michela De Mattio, Bernardo De Muro, Giuseppina De Vizia, Grazia Di Martino, Federico Fabbri, Lidia Falzone, Grazia Fiore, Luca Frediani, Alessandro Garella, Laura Gatto, Claudia Guaglio, Allegra Iafrate, Bruno Laganà, Alessandro Lanucara, Denise Lombardo, Giovanni Macrì, Marco Maione, Eva Luna Mascolino, Anna Moro, Silvia Nicita, Marco Patruno, Jean Luc Pinna, Donatella Pompilio, Maria Pia Quintavalla, Sarah Rezakhan, Marco Righetti, Laura Rochelli, Maria Pia Rosati, Teodora Stanciu, Alfredo Tamisari, Vincenzo Trapella, Auro Trivellato, Giuseppe Verrienti, Giuseppe Vetromile.

Un’ulteriore cernita ha evidenziato i racconti di diciotto autori, a cui è stata attribuita la qualifica di Segnalati:

Maria Letizia Avato, “L’eclissi”

Susanna Barsotti, “La scuola dentro”

Anna Bertini, “31 dicembre 2049 folle centro di un’epoca”

Antonella Brighi, “All’infinito”

Bernardo De Muro, “Il custode della follia”

Giulia Sara Corsino, “Duellum”

Michela De Mattio, “Aculei”

Giovanna Caporali, “Pozzi aperti nella campagna”

Eva Luna Mascolino, “John Barleycorn must die”

Anna Moro, “Oltre… lo sguardo”

Marco Righetti, “Il viaggio”

Maria Pia Quintavalla, “Augusta, Il naufragio”

Sarah Rezakhan, “L’angolo buio”

Teodora Stanciu, “Frammenti di vita”

Alfredo Tamisari, “Bambanamenti dell’insonnia”

Vincenzo Trapella, “Un patto spudorato”

Chiara Taormina, “Ofelia e Morfeo”

Giuseppe Vetromile, “Non di questa terra”

Altre letture e confronti hanno evidenziato i racconti dei seguenti autori Finalisti:

Maria Letizia Avato, “L’eclissi”

Susanna Barsotti, “La scuola dentro”

Antonella Brighi, “All’infinito”

Giulia Sara Corsino, “Duellum”

Michela De Mattio, “Aculei”

Giovanna Caporali, “Pozzi aperti nella campagna”

Eva Luna Mascolino, “John Barleycorn must die”

Marco Righetti, “Il viaggio”

Maria Pia Quintavalla, “Augusta, Il naufragio”

Chiara Taormina, “Ofelia e Morfeo”

Dal ulteriori letture dei lavori finalisti, è emersa la seguente classifica:

AUTORI VINCITORI :

Primo classificato: Maria Pia Quintavalla, “Augusta, Il naufragio”

Secondo classificato: Michela De Mattio, “Aculei”

Terzo Classificato: Maria Letizia Avato, “L’eclissi”

AUTORI FINALISTI a pari merito:

Susanna Barsotti, “La scuola dentro”

Antonella Brighi, “All’infinito”

Giulia Sara Corsino, “Duellum”

Giovanna Caporali, “Pozzi aperti nella campagna”

Eva Luna Mascolino, “John Barleycorn must die”

Marco Righetti, “Il viaggio”

Chiara Taormina, “Ofelia e Morfeo”

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I racconti degli autori finalisti, sia della Sezione Poesia che della Sezione Narrativa, verranno pubblicati in un volume edito da Divinafollia.

I vincitori delle due sezioni avranno inoltre la possibilità di pubblicare nel volume una selezione della loro liriche e dei loro racconti.

Divinafollia Edizioni si riserva inoltre di contattare altri autori, anche tra i segnalati, per proporre loro di inviare in lettura loro testi per un eventuale accordo editoriale.

Il presente comunicato sarà pubblicato anche sul sito Dedalus, sul sito di Edizioni Divinafollia e su altri altri siti, blog e portali letterari.

* * * * * * *

Il Concorso, come specificato a suo tempo nel bando, non prevede una cerimonia di premiazione tradizionale.

Avrà luogo però, in autunno, nella data e nella sede che saranno comunicati via mail a tutti i partecipanti (presumibilmente a Pisa), un incontro informale tra alcuni componenti delle due Giurie e i concorrenti premiati, i finalisti e i segnalati per l’originalità delle loro opere.

Sono invitati fin d’ora a partecipare all’incontro i concorrenti al Concorso, anche non premiati, che volessero e potessero essere presenti.

In quell’occasione le autrici e gli autori potranno consegnare in lettura alle Giurie altri loro testi, manoscritti o editi.

Ad alcuni autori inoltre potrà essere proposta la presentazione dei loro lavori, editi o inediti, in Caffè letterari (tra cui il Caffè dell’Ussero di Pisa) o in biblioteche.

Pisa, 9 luglio 2018 Ivano Mugnaini (curatore del Concorso)

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ELOGIO ALLA FOLLIA – scadenza prorogata al 30 aprile

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ELOGIO ALLA FOLLIA

per poesie e racconti a tema libero

CONCORSO LETTERARIO NAZIONALE

Prima edizione

scadenza prorogata al 30 aprile 2018

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Il presente concorso si ispira al nome dell’Editrice Divinafollia, che pubblicherà in volume gli elaborati vincitori.

Se avete nel famoso cassetto (o anche altrove) uno scritto che avete sempre tenuto in disparte, quasi fosse radioattivo, tagliente o ustionante, se non avete mai osato farlo leggere a qualcuno, è il momento di recuperarlo, metterlo dentro un bel file ed inviarlo qui, a questo concorso.

Se non lo avete, prendete un foglio e una penna, oppure un computer e una tastiera, e date libero sfogo a ciò che più vi scalda, di amore o di rabbia, di sesso o di cervello, nella carne e nella mente, nella realtà e nell’immaginazione.

Cerchiamo testi da selezionare e li vogliamo sopra le righe, o attraverso le righe, asimmetrici, sghembi, di sbieco, insomma testi liberi per spunto, tema e forma espressiva. Ispirati da una sana, umanissima follia creativa.

Testi in versi o in prosa in cui la vostra vena ispiratrice è stata debordante, guidata da un’emozione febbrile, sincera e intensa, quella che non di rado consente di vedere oltre: gli stati d’animo, le pulsioni, i desideri, la gioia, la rabbia e mille altre sensazioni vibranti e prive di filtri protettivi.

La tematica è del tutto libera (il titolo del concorso non è vincolante e non indica un tema a a cui attenersi). Verranno accolti scritti di qualsiasi tenore espressivo. Verranno esclusi solamente gli elaborati con contenuti offensivi della dignità delle persone, denigratori o con discriminazioni razziali e sessuali.

Per il resto, il campo è libero; e la fantasia creativa sarà un ingrediente molto ricercato e apprezzato in fase di lettura e selezione.

NORME DI PARTECIPAZIONE

Il Concorso prevede la selezione di scritti poetici e narrativi.

Saranno accettati sia testi inediti che testi pubblicati on line o in antologie. Sono accettati inoltre poesie e brani di narrativa estratti da libri autopubblicati (self publishing).

Saranno invece esclusi testi precedentemente pubblicati in volume cartaceo dotato di codice ISBN.

In ogni caso è richiesto che, all’atto dell’invio, gli autori siano in possesso dei diritti relativi agli elaborati da loro inviati. L’invio corrisponde ad un dichiarazione in tal senso.

LETTURA E SELEZIONE

Mano a mano che perverranno, alcuni dei testi migliori potranno essere inseriti, indipendentemente da quella che sarà la classifica finale del Concorso, nella rivista telematica DEDALUS: corsi, testi e contesti di volo letterario, http://www.ivanomugnainidedalus.wordpress.com . L’inserimento dovrà essere concordato tra la redazione e del sito e l’autrice o l’autore dell’elaborato selezionato. Verrà richiesta agli autori una dichiarazione in cui specificano che i testi sono inediti, di loro proprietà e liberi da vincoli editoriali.

Nel sito DEDALUS sono presenti, preceduti da un commento introduttivo, liriche, prose e interventi critici di alcune delle voci più significative del panorama letterario contemporaneo e di alcuni autori giovani o emergenti dotati di personalità e talento.

Il Concorso si articola in due Sezioni: POESIA e NARRATIVA.

Si partecipa alla Sezione Poesia con liriche oppure con brevi prose poetiche.

Si può inviare da una ad un massimo di tre poesie. La lunghezza massima è di 50 versi ciascuna. Si potranno inviare, in alternativa, da una a tre prose liriche. Ciascuna di esse dovrà essere contenuta in una sola cartella standard.

La Sezione Narrativa è riservata a scritti in prosa di qualunque tipo e genere (racconti, lettere, considerazioni, divagazioni, brani di diario e qualsiasi altro testo creativo scritto nella forma narrativa).

Per la sezione Narrativa potranno essere inviati da uno a tre elaborati. Ciascuno dovrà avere una lunghezza massima di dieci cartelle (pagine) standard ( usando preferibilmente i font Arial o Times New Roman).

È ammessa in casi specifici la partecipazione con elaborati di lunghezza maggiore alle dieci cartelle, purché il superamento sia contenuto in termini ragionevoli. Il Premio è Elogio alla Follia ma non siamo pronti a ricevere romanzi fiume stile Guerra e pace. Siamo invece disposti ad accettare racconti o brani di romanzo che per poter essere presentati in modo organico necessitano alcune cartelle in più del limite indicato.

* * * * *

Per entrambe le Sezioni del Premio è consentita agli autori la partecipazione con uno pseudonimo o con un nome d’arte.

In tal caso i concorrenti dovranno indicare se in caso di segnalazione o di vittoria vogliono essere indicati nel comunicato stampa con lo pseudonimo con cui hanno partecipato o con il loro nome anagrafico.

* * * * *

È consentita la partecipazione ad autori ed autrici di qualsiasi nazionalità.

È consentita la partecipazione con testi in lingua straniera o con testi in una delle lingue o dei dialetti regionali italiani.

In entrambi i casi sarà necessario affiancare al testo un’accurata traduzione in lingua italiana.

* * * * *

Gli scritti inviati saranno valutati da due Giurie specifiche, una per la Sezione Poesia e una per la Sezione Narrativa.

I componenti delle Giurie sono i seguenti.

Per la Sezione Poesia:

Maria Attanasio (poeta e narratora); Flaminia Cruciani (poeta e archeologa); Silvia Denti (scrittrice, critico letterario ed editrice); Anna Maria Ferramosca (poeta, biologa e critico letterario); Luigi Fontanella (scrittore, poeta, docente universitario, direttore della rivista Gradiva); Ivano Mugnaini (scrittore, poeta e critico letterario); Carlo Pasi (docente universitario e saggista); Valeria Serofilli (insegnante, poeta e presidente di AstrolabioCultura); Antonio Spagnuolo (poeta e critico letterario).

Per la Sezione Narrativa:

Daniela Carmosino (critico letterario e saggista); Marco Ciaurro (filosofo e scrittore); Caterina Davinio (scrittrice, poeta e saggista); Silvia Denti (scrittrice, critico letterario ed editrice); Gianluca Garrapa (scrittore, operatore psicoanalitico e poeta); Francesca Mazzucato (scrittrice e traduttrice); Ivano Mugnaini (scrittore, poeta e critico letterario); Caterina Verbaro (docente universitaria e saggista).

Le Giurie valuteranno tutti gli scritti pervenuti, ciascuna per la Sezione di pertinenza, e proporranno infine a Edizioni Divinafollia una rosa di Finalisti.

I lavori Vincitori (tre per ciascuna Sezione) saranno pubblicati gratuitamente da Divinafollia, con regolare contratto editoriale, in un volume che verrà adeguatamente pubblicizzato e distribuito nelle librerie e tramite i canali telematici.

Il volume sarà presentato con ampio risalto anche alla Fiere del Libro a cui l’Editrice partecipa, tra cui quella di Torino. Gli autori selezionati saranno invitati a presenziare alle presentazioni e incoraggiati ad organizzarne altre, nelle sedi a loro vicine, con il sostegno dell’Editrice. Il libro sarà inoltre pubblicizzato con la mailing-list dell’Editrice e tramite tutti i canali di informazione ritenuti utili ed efficaci.

Sia gli autori finalisti che altri autori i cui lavori saranno ritenuti dalla Giuria particolarmente interessanti e originali riceveranno dall’Editrice una proposta di pubblicazione a condizioni favorevoli.

MODALITÀ DI INVIO

Gli autori interessati devono inviare i loro testi entro il 30 aprile 2018 .

Ciascun elaborato o insieme di elaborati (con le caratteristiche sopra indicate a seconda della Sezione di appartenenza) dovrà essere inviato tramite un unico file in formato Word .doc oppure PDF, allegato ad un messaggio di posta elettronica indirizzato al seguente indirizzo: ivanomugnaini@gmail.com , indicando come oggetto del messaggio: “Concorso Elogio alla Follia 2018”.

Il file con cui vengono inviati gli elaborati deve essere nominato con la Sezione prescelta e con il titolo dell’elaborato o di uno degli elaborati inviati (esempio : Sezione-Poesia-Fantasie-.doc oppure .pdf).

I dati personali dell’autore (nome, recapito postale, telefono, cellulare e indirizzo di posta elettronica) dovranno essere riportati esclusivamente nel corpo del messaggio, non nel file degli elaborati che dovranno essere assolutamente anonimi e privi di qualsiasi segno atto a identificare l’autore.

Nel corpo del messaggio dovrà anche essere trascritta la seguente dichiarazione: “I testi sono di mia esclusiva creazione e proprietà. Autorizzo il trattamento dei miei dati personali ai sensi del decreto numero 196/2003 nell’ambito del Concorso ELOGIO ALLA FOLLIA – Descritture, divagazioni ossimoriche e variazioni sul tema della follia”.

È previsto un contributo spese di 15 € per la partecipazione a una delle due Sezioni previste (Poesia e Narrativa).

Nel caso in cui il concorrente desiderasse partecipare ad entrambe le Sezioni la quota è di €20.

La quota può essere pagata tramite ricarica della Carta Postepay numero 5333 171039936733 intestata a Ivano Mugnaini (codice fiscale MGNVNI64H12L833T), oppure tramite bonifico bancario: IBAN : IT58T0103024800000063126022 intestato a Ivano Mugnaini. Indicare in entrambi i casi come causale del versamento: “Iscrizione Concorso Elogio alla Follia 2018”.

È richiesto l’invio di una copia scannerizzata o di una fotografia della ricevuta del versamento nella mail con cui vengono inviati i testi.

La partecipazione al Concorso implica l’accettazione del presente regolamento in tutti i suoi punti.

Il corretto ricevimento del messaggio e del file con i testi e la ricevuta di versamento, e la conseguente iscrizione al Concorso, saranno comunicati via e-mail a tutti i concorrenti.

Per agevolare il compito delle Giurie si consiglia di non attendere la data prossima alla scadenza del Concorso, ma di inviare gli elaborati appena si ritiene di averli conclusi e adeguatamente riletti.

Il nome dei Vincitori sarà comunicato sul sito Dedalus, su diversi altri siti, blog e portali letterari e sul sito di Edizioni Divinafollia.

Non è prevista una cerimonia di premiazione tradizionale, con consegna di targhe e diplomi. I nomi dei vincitori e dei finalisti e le loro opere saranno ampiamente pubblicizzati, in rete e tramite gli organi di informazione che diffonderanno la notizia. Potrà essere previsto, inoltre, in una data e una sede che saranno comunicati al termine del Concorso, un incontro informale tra alcuni componenti delle due Giurie e i concorrenti premiati, finalisti e segnalati per l’originalità delle loro opere. In quell’occasione gli autori presenti potranno dare in lettura alle Giurie anche altri loro testi, manoscritti o editi. Ad alcuni autori potrà essere proposta la presentazione dei loro lavori, editi o inediti, in Caffè letterari (tra cui il Caffè dell’Ussero di Pisa) o in biblioteche.

Per maggiori informazioni, o per qualsiasi altra richiesta riguardante il Concorso, scrivete all’indirizzo e-mail: ivanomugnaini@gmail.com

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ELOGIO ALLA FOLLIA – Concorso letterario

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ELOGIO ALLA FOLLIA

Descritture, divagazioni ossimoriche e variazioni sul tema della follia

CONCORSO LETTERARIO NAZIONALE

Prima edizione

scadenza:  31 marzo  2018

Il presente concorso si ispira al nome dell’Editrice Divinafollia, che pubblicherà in volume gli elaborati vincitori.

Se avete nel famoso cassetto (o anche altrove) uno scritto che avete sempre tenuto in disparte, quasi fosse radioattivo, tagliente o ustionante, se non avete mai osato farlo leggere a qualcuno, è il momento di recuperarlo, metterlo dentro un bel file ed inviarlo qui, a questo concorso.

Se non lo avete, prendete un foglio e una penna, oppure un computer e una tastiera, e date libero sfogo a ciò che più vi scalda, di amore o di rabbia, di sesso o di cervello, nella carne e nella mente, nella realtà e nell’immaginazione.

Cerchiamo testi da selezionare e li vogliamo sopra le righe, o attraverso le righe, asimmetrici, sghembi, di sbieco, insomma testi liberi per spunto, tema e forma espressiva. Ispirati da una sana, umanissima follia creativa.

Testi in versi o in prosa in cui la vostra vena ispiratrice è stata debordante, guidata da un’emozione febbrile, sincera e intensa, quella che non di rado consente di vedere oltre: gli stati d’animo, le pulsioni, i desideri, la gioia, la rabbia e mille altre sensazioni vibranti e prive di filtri protettivi.

La tematica è libera e verranno accolti scritti di qualsiasi tenore espressivo. Verranno esclusi solamente gli elaborati con contenuti offensivi della dignità delle persone, denigratori o con discriminazioni razziali e sessuali.

Per il resto, il campo è libero; e la follia creativa sarà un ingrediente molto ricercato e apprezzato in fase di lettura e selezione.

NORME DI PARTECIPAZIONE

Il Concorso prevede la selezione di scritti inerenti al tema oggetto del Concorso: ELOGIO ALLA FOLLIA – Descritture, divagazioni ossimoriche e variazioni sul tema della follia.

Saranno accettati sia testi inediti che testi pubblicati on line.

Saranno invece esclusi testi precedentemente pubblicati in volume cartaceo dotato di codice ISBN.

In ogni caso è richiesto che, all’atto dell’invio, gli autori siano in possesso dei diritti relativi agli elaborati da loro inviati. L’invio corrisponde ad un dichiarazione in tal senso.

LETTURA E SELEZIONE

Mano a mano che perverranno, alcuni dei testi migliori potranno essere inseriti, indipendentemente da quella che sarà la classifica finale del Concorso, nella rivista telematica DEDALUS: corsi, testi e contesti di volo letterario, http://www.ivanomugnainidedalus.wordpress.com . L’inserimento dovrà essere concordato tra la redazione e del sito e l’autrice o l’autore dell’elaborato selezionato. Verrà richiesta agli autori una dichiarazione in cui specificano che i testi sono inediti, di loro proprietà e liberi da vincoli editoriali.

Nel sito DEDALUS sono presenti, preceduti da un commento introduttivo, liriche, prose e interventi critici di alcune delle voci più significative del panorama letterario contemporaneo e di alcuni autori giovani o emergenti dotati di personalità e talento.

Il Concorso si articola in due Sezioni: POESIA e NARRATIVA.

Si partecipa alla Sezione Poesia con liriche oppure con brevi prose poetiche.

È richiesto l’invio di tre componimenti lirici. La lunghezza massima è di 50 versi ciascuno. Si potranno inviare, in alternativa, da una a tre prose liriche. Ciascuna di esse dovrà essere contenuta in una sola cartella standard.

La Sezione Narrativa è riservata a scritti in prosa di qualunque tipo e genere (racconti, lettere, considerazioni, divagazioni, brani di diario e qualsiasi altro testo creativo scritto nella forma narrativa).

Per la sezione Narrativa potranno essere inviati da uno a tre elaborati. Ciascuno dovrà avere una lunghezza massima di dieci cartelle standard (ogni cartella dovrà contenere 1800 battute, carattere 12, usando i font Arial o Times New Roman). 

È ammessa in casi specifici la partecipazione con elaborati di lunghezza maggiore alle dieci cartelle, purché il superamento sia contenuto in termini ragionevoli. Il Premio è Elogio alla Follia ma non siamo pronti a ricevere romanzi fiume stile Guerra e pace. Siamo invece disposti ad accettare racconti o brani di romanzo che per poter essere presentati in modo organico necessitano alcune cartelle in più del limite indicato.

* * * * *

Per entrambe le Sezioni del Premio è consentita agli autori la partecipazione con uno pseudonimo o con un nome d’arte.

In tal caso i concorrenti dovranno indicare se in caso di segnalazione o di vittoria vogliono essere indicati nel comunicato stampa con lo pseudonimo con cui hanno partecipato o con il loro nome anagrafico.

* * * * *

È consentita la partecipazione ad autori ed autrici di qualsiasi nazionalità.

È consentita la partecipazione con testi in lingua straniera o con testi in una delle lingue o dei dialetti regionali italiani.

In entrambi i casi sarà necessario affiancare al testo un’accurata traduzione in lingua italiana.

* * * * *

Gli scritti inviati saranno valutati da due Giurie specifiche, una per la Sezione Poesia e una per la Sezione Narrativa.

I componenti delle Giurie sono i seguenti.

Per la Sezione Poesia:

Maria Attanasio (poeta e narratora); Flaminia Cruciani (poeta e archeologa); Silvia Denti (scrittrice, critico letterario ed editrice); Anna Maria Ferramosca (poeta, biologa e critico letterario); Luigi Fontanella (scrittore, poeta, docente universitario, direttore della rivista Gradiva); Ivano Mugnaini (scrittore, poeta e critico letterario); Carlo Pasi (docente universitario e saggista); Valeria Serofilli (insegnante, poeta e presidente di AstrolabioCultura); Antonio Spagnuolo (poeta e critico letterario).

Per la Sezione Narrativa:

Daniela Carmosino (critico letterario e saggista); Marco Ciaurro (filosofo e scrittore); Caterina Davinio (scrittrice, poeta e saggista); Silvia Denti (scrittrice, critico letterario ed editrice); Gianluca Garrapa (scrittore, operatore psicoanalitico e poeta); Francesca Mazzucato (scrittrice e traduttrice); Ivano Mugnaini (scrittore, poeta e critico letterario); Caterina Verbaro (docente universitaria e saggista).

Le Giurie valuteranno tutti gli scritti pervenuti, ciascuna per la Sezione di pertinenza, e proporranno infine a Edizioni Divinafollia una rosa di Finalisti.

I lavori Vincitori (tre per ciascuna Sezione) saranno pubblicati gratuitamente da Divinafollia, con regolare contratto editoriale, in un volume che verrà adeguatamente pubblicizzato e distribuito nelle librerie e tramite i canali telematici.

Il volume sarà presentato con ampio risalto anche alla Fiere del Libro a cui l’Editrice partecipa, tra cui quella di Torino. Gli autori selezionati saranno invitati a presenziare alle presentazioni e incoraggiati ad organizzarne altre, nelle sedi a loro vicine, con il sostegno dell’Editrice. Il libro sarà inoltre pubblicizzato con la mailing-list dell’Editrice e tramite tutti i canali di informazione ritenuti utili ed efficaci.

Sia gli autori finalisti che altri autori i cui lavori saranno ritenuti dalla Giuria particolarmente interessanti e originali riceveranno dall’Editrice una proposta di pubblicazione a condizioni favorevoli.

MODALITÀ DI INVIO

Gli autori interessati devono inviare i loro testi entro il 31 marzo 2018 .

Ciascun elaborato o insieme di elaborati (con le caratteristiche sopra indicate a seconda della Sezione di appartenenza) dovrà essere inviato tramite un unico file in formato Word .doc, allegato ad un messaggio di posta elettronica indirizzato al seguente indirizzo: ivanomugnaini@gmail.com , indicando come oggetto del messaggio: “Concorso Elogio alla Follia 2018”.

Il file con cui vengono inviati gli elaborati deve essere nominato con la Sezione prescelta e con il titolo dell’elaborato o di uno degli elaborati inviati (esempio : Sezione-Poesia-Fantasie-notturne.doc).

I dati personali dell’autore (nome, recapito postale, telefono, cellulare e indirizzo di posta elettronica) dovranno essere riportati esclusivamente nel corpo del messaggio, non nel file degli elaborati che dovranno essere assolutamente anonimi e privi di qualsiasi segno atto a identificare l’autore.

Nel corpo del messaggio dovrà anche essere trascritta la seguente dichiarazione: “I testi sono di mia esclusiva creazione e proprietà. Autorizzo il trattamento dei miei dati personali ai sensi del decreto numero 196/2003 nell’ambito del Concorso ELOGIO ALLA FOLLIA – Descritture, divagazioni ossimoriche e variazioni sul tema della follia”.

È previsto un contributo spese di 15 € per la partecipazione a una delle due Sezioni previste (Poesia e Narrativa).

Nel caso in cui il concorrente desiderasse partecipare ad entrambe le Sezioni la quota è di €20.

La quota può essere pagata tramite ricarica della Carta Postepay numero 5333171039936733 intestata a Ivano Mugnaini (codice fiscale MGNVNI64H12L833T), oppure tramite bonifico bancario: IBAN : IT58T0103024800000063126022 intestato a Ivano Mugnaini. Indicare in entrambi i casi come causale del versamento: “Iscrizione Concorso Elogio alla Follia 2018”.

È richiesto l’invio di una copia scannerizzata o di una fotografia della ricevuta del versamento nella mail con cui vengono inviati i testi.

La partecipazione al Concorso implica l’accettazione del presente regolamento in tutti i suoi punti.

Il corretto ricevimento del messaggio e del file con i testi e la ricevuta di versamento, e la conseguente iscrizione al Concorso, saranno comunicati via e-mail a tutti i concorrenti.

Per agevolare il compito delle Giurie si consiglia di non attendere la data prossima alla scadenza del Concorso, ma di inviare gli elaborati appena si ritiene di averli conclusi e adeguatamente riletti.

Il nome dei Vincitori sarà comunicato sul sito Dedalus, su diversi altri siti, blog e portali letterari e sul sito di Edizioni Divinafollia.

Non è prevista una cerimonia di premiazione tradizionale, con consegna di targhe e diplomi. I nomi dei vincitori e dei finalisti e le loro opere saranno ampiamente pubblicizzati, in rete e tramite gli organi di informazione che diffonderanno la notizia. Potrà essere previsto, inoltre, in una data e una sede che saranno comunicati al termine del Concorso, un incontro informale tra alcuni componenti delle due Giurie e i concorrenti premiati, finalisti e segnalati per l’originalità delle loro opere. In quell’occasione gli autori presenti potranno dare in lettura alle Giurie anche altri loro testi, manoscritti o editi. Ad alcuni autori potrà essere proposta la presentazione dei loro lavori, editi o inediti, in Caffè letterari (tra cui il Caffè dell’Ussero di Pisa) o in biblioteche.

Per maggiori informazioni, o per qualsiasi altra richiesta riguardante il Concorso, scrivete all’indirizzo e-mail: ivanomugnaini@gmail.com

 

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Giacomo Leopardi, 29 giugno 1798

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In occasione della ricorrenza della nascita di Leopardi, ripubblico un articolo sui suoi luoghi, sognati e poi finalmente veduti, il mondo, la bellezza, e, in alcuni momenti, la felicità: vista, scritta, vissuta.

 Viaggi al centro dell’autoreA silviaIl giovane favolosoIvano MugnainiLeopardiLungarnoPisa

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Ci sono luoghi che ti entrano dentro, e senza accorgertene, ti trasformano. Fu così anche per Leopardi che a Pisa si trovò a vivere un periodo del tutto nuovo, un’epoca diversa, sia a livello creativo che sul piano esistenziale.
“Ho qui in Pisa una certa strada deliziosa, che io chiamo Via delle Rimembranze: là vo a passeggiare quando voglio sognare ad occhi aperti”, scriveva il poeta.
Una distanza minima quella di Pisa rispetto a Firenze, la città dove risiedeva in precedenza, ma resta comunque grande la distanza tra il Leopardi fiorentino da quello pisano. La domanda, the question, è pertanto la seguente: fu la città di Pisa a trasformare il poeta, oppure, semplicemente, gli consentì di manifestare ciò che aveva sempre avuto dentro, una componente essenziale del suo modo di essere e di sentire, una sua natura alternativa, se non, addirittura, preponderante? Ai posteri l’ardua sentenza, avrebbe detto un illustre collega di Leopardi. Il problema è che noi, hic et nunc, ampiamente posteri, siamo anche ampiamente incerti riguardo ad una possibile risposta.
Parafrasando Montale potremmo dire che tutto ciò che sappiamo è quello che non abbiamo, quello che non è.
Di sicuro Leopardi non era e non è la figura deforme e monocorde stigmatizzata in molti libri scolastici in stile Bignami.
Non era e non è, Leopardi, il pessimista che esalta la fugace bellezza del sabato per poi ripiegarsi frustrato nel disincanto della domenica. Non è quello che gli adolescenti di oggi, con una definizione sbrigativa ma efficace, chiamerebbero un “gobbetto sfigato”.
Non era e non è, Leopardi, solamente l’omino chino sulle sudate carte o recluso nella biblioteca del padre già del tutto assimilata e metabolizzata in tenera età. Leopardi è questo, ma è anche e forse soprattutto un uomo vorace di vita, quella stessa vita che ha scrutato con occhio filosofico e rigoroso, senza mai però smettere di guardarla con profondo interesse e naturale curiosità.
È anche l’uomo che mentre traduce dal greco e dall’ebraico disegna vignette corredate da didascalie, volutamente infantili, dedicate alla saggezza popolare o a freddure dense di spirito lieve. È l’uomo di origine nobile che ascolta i rumori del villaggio, i suoni, i canti, la musica, percependo il lusso di una semplicità d’animo che a lui non è toccata in sorte ma di cui subisce la fascinazione. Lo stesso fascino enigmatico e vitale che percepisce nelle donne, da sempre corteggiate e inseguite per la loro sfuggente e imprescindibile malia.
Il poeta di Recanati era immerso nel passato ma anche estremamente attento al suo tempo, quello personale e quello dell’epoca storica in cui visse. Impegnato nella ricerca di un cambiamento, anche quello della nazione, afflitta da schiavitù, ingiustizie, squilibri e miserie rispetto a cui sarebbe bello poterci dire postumi.
Questa creatura complessa e multiforme, arrivò al momento giusto, nella giusta stagione, in una città che forse gli somigliava: radicata nel territorio ma anche punto d’incontro di viaggiatori, scrittori, filosofi, scienziati, fervida di salotti colti ma non ingessati, aperti alle idee nuove, anche rivoluzionarie. Città famosa per gli studi, ma ben lungi dall’essere un museo, avvolta semmai da una bellezza vibrante, come quella che scorre nell’alveo del fiume e nei viali che lo circondano come in un abbraccio, i Lungarni.
A Pisa Leopardi trova il modo di armonizzare la sua sete di vita con la sua necessità di dare ordine al suo patrimonio di ricordi ed emozioni. Trova stimoli ma anche lo spazio per riflettere ulteriormente, facendo nuovi progetti, nuove ipotesi di ponti tra sé e l’esistere.
Partendo da questo presupposto, si fa meno fatica a pensare che il passeggiatore trasognato di via delle Rimembranze sia lo stesso autore che definiva la vita come sventura e inganno. Si fa meno fatica a immaginare il sorriso del poeta lungo le strade che risuonano di voci.
Per Leopardi Pisa fu lo sbocciare di una primavera nel pieno dell’inverno. Egli vi arrivò nel novembre 1827 per sfuggire ai rigori dell’inverno fiorentino, e vi si trattenne fino al giugno ’28.
In una delle lettere inviate dalla città toscana alla sorella Paolina ebbe a scrivere: “Sono rimasto incantato di Pisa per il clima: se dura così, sarà una beatitudine. L’aspetto di Pisa mi piace assai più di quel di Firenze. Questo Lungarno è uno spettacolo così bello, così ampio, così magnifico, così gaio, così ridente, che innamora: non ho veduto niente di simile né a Firenze né a Milano né a Roma, veramente non so se in tutta l’Europa si trovino vedute di questa sorta. In certe ore del giorno quella contrada è piena di mondo, piena di carrozze e di pedoni; vi si sentono parlare dieci o venti lingue, vi brilla un sole bellissimo tra le dorature dei caffè, delle botteghe piene di galanterie, e nelle invetriate dei palazzi e delle case, tutte di bella architettura. Nel resto poi, Pisa è un misto di città grande e città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto così romantico, che non ho mai veduto altrettanto. A tutte le altre bellezze, si aggiunge la bella lingua. E poi vi si aggiunge che io, grazie a Dio, sto bene; che mangio con appetito” (12 novembre 1827).

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Non sarebbe pertanto un paradosso suggerire agli odierni amministratori della città di apporre una postilla all’iscrizione sul Lungarno dedicato a Leopardi sottolineando che a Pisa oltre che a ritrovare la vena ispiratrice il poeta ritrovò anche l’appetito. Perché in questa annotazione, apparentemente banale e prosaica, in realtà c’è moltissima poesia e la sintesi tra grandezza e umanità, natura eterea e carnalità.
In quest’epoca che tende a “smaterializzarci”, a ridurci a icone di smartphone, sorridiamo a nostra volta immaginando gli impulsi genuini di un uomo che aveva fatto della parola e del pensiero, del ragionamento poetico-filosofico, la sua essenza. Pisa gli conferma ciò che ha già insito: la sua fame di vita. Gli permette di osservare la bellezza senza essere soffocato dal gelo della riflessione. La mescolanza dell’urbano e del contadino, della Pisa mondana e della Pisa intimista, lo affascina e lo coinvolge. In questo clima potrà scrivere due delle sue più importanti composizioni, così apparentemente distanti l’una dall’altra, ma in fondo accomunate dal filo di un sentimento identico declinato in forme diverse, l’amore: “A Silvia” e “Risorgimento”.


Pisa dunque, come zona franca, opportunità rara e preziosa per il lusso di dialogare con il vero se stesso. Forse anche Leopardi avrebbe condiviso le parole scritte molti decenni dopo da Albert Camus: “ Solitudine e sete d’amare. Pisa, finalmente, viva e austera, coi suoi palazzi verdi e gialli, le sue cupole e, lungo l’Arno, la sua grazia. Città pudica e sensibile. E così vicina a me di notte nelle strade deserte che passeggiandovi solo, la mia voglia di lacrime finalmente si sfoga. Qualcosa di aperto in me incomincia a cicatrizzarsi”.
Con le parole di un altro scrittore, Gianni Rodari, si può arrivare forse ad una conclusione che, pur nella sua forzata semplicità, ci avvicina di un passo, come in una marcia infantile e sorridente a un’ipotesi: “Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio la torre di Pisa”. A Pisa Leopardi scopre che nell’errore della vita, così storta e asimmetrica, c’è la tenacia della bellezza e la bellezza di una tenacia che ha in sé qualcosa di semplice e arcano, ostinatamente ammaliante.
O magari siamo noi, proprio noi, a scoprire o riscoprire nelle nostre rispettive città, nelle nostre affollatissime solitudini, che ci sono “errori”, persone fuori da ogni schema, che contengono in sé tutta la complessità e la ricchezza della natura umana, persone non riducibili a formule univoche, connotate dalla sola costante di una cangiante ma ininterrotta ricerca di territori adatti alla bellezza e alla poesia.

Leopardi vs Leopardi: Pisa, il Lungarno e l’appetito del “giovane favoloso”

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Giacomo_Leopardi
Ci sono luoghi che ti entrano dentro, e senza accorgertene, ti trasformano. Fu così anche per Leopardi che a Pisa si trovò a vivere un periodo del tutto nuovo, un’epoca diversa, sia a livello creativo che sul piano esistenziale.
“Ho qui in Pisa una certa strada deliziosa, che io chiamo Via delle Rimembranze: là vo a passeggiare quando voglio sognare ad occhi aperti”, scriveva il poeta.
Una distanza minima quella di Pisa rispetto a Firenze, la città dove risiedeva in precedenza, ma resta comunque grande la distanza tra il Leopardi fiorentino da quello pisano. La domanda, the question, è pertanto la seguente: fu la città di Pisa a trasformare il poeta, oppure, semplicemente, gli consentì di manifestare ciò che aveva sempre avuto dentro, una componente essenziale del suo modo di essere e di sentire, una sua natura alternativa, se non, addirittura, preponderante? Ai posteri l’ardua sentenza, avrebbe detto un illustre collega di Leopardi. Il problema è che noi, hic et nunc, ampiamente posteri, siamo anche ampiamente incerti riguardo ad una possibile risposta.
Parafrasando Montale potremmo dire che tutto ciò che sappiamo è quello che non abbiamo, quello che non è.
Di sicuro Leopardi non era e non è la figura deforme e monocorde stigmatizzata in molti libri scolastici in stile Bignami.
Non era e non è, Leopardi, il pessimista che esalta la fugace bellezza del sabato per poi ripiegarsi frustrato nel disincanto della domenica. Non è quello che gli adolescenti di oggi, con una definizione sbrigativa ma efficace, definirebbero un “gobbetto sfigato”.
Non era e non è, Leopardi, solamente l’omino chino sulle sudate carte o recluso nella biblioteca del padre già del tutto assimilata e metabolizzata in tenera età. Leopardi è questo, ma è anche e forse soprattutto un uomo vorace di vita, quella stessa vita che ha scrutato con occhio filosofico e rigoroso, senza mai però smettere di guardarla con profondo interesse e naturale curiosità.
E’ anche l’uomo che mentre traduce dal greco e dall’ebraico disegna vignette corredate da didascalie, volutamente infantili, dedicate alla saggezza popolare o a freddure dense di spirito lieve. E’ l’uomo di origine nobile che ascolta i rumori del villaggio, i suoni, i canti, la musica, percependo il lusso di una semplicità d’animo che a lui non è toccata in sorte ma di cui subisce la fascinazione. Lo stesso fascino enigmatico e vitale che percepisce nelle donne, da sempre corteggiate e inseguite per la loro sfuggente e imprescindibile malia.
Il poeta di Recanati era immerso nel passato ma anche estremamente attento al suo tempo, quello personale e quello dell’epoca storica in cui visse. Impegnato nella ricerca di un cambiamento, anche quello della nazione, afflitta da schiavitù, ingiustizie, squilibri e miserie rispetto a cui sarebbe bello poterci dire postumi.
Questa creatura complessa e multiforme, arrivò al momento giusto, nella giusta stagione, in una città che forse gli somigliava: radicata nel territorio ma anche punto d’incontro di viaggiatori, scrittori, filosofi, scienziati, fervida di salotti colti ma non ingessati, aperti alle idee nuove, anche rivoluzionarie. Città famosa per gli studi, ma ben lungi dall’essere un museo, avvolta semmai da una bellezza vibrante, come quella che scorre nell’alveo del fiume e nei viali che lo circondano come in un abbraccio, i Lungarni.
A Pisa Leopardi trova il modo di armonizzare la sua sete di vita con la sua necessità di dare ordine al suo patrimonio di ricordi ed emozioni. Trova stimoli ma anche lo spazio per riflettere ulteriormente, facendo nuovi progetti, nuove ipotesi di ponti tra sé e l’esistere.
Partendo da questo presupposto, si fa meno fatica a pensare che il passeggiatore trasognato di via delle Rimembranze sia lo stesso autore che definiva la vita come sventura e inganno. Si fa meno fatica a immaginare il sorriso del poeta lungo le strade che risuonano di voci.
Per Leopardi Pisa fu lo sbocciare di una primavera nel pieno dell’inverno. Egli vi arrivò nel novembre 1827 per sfuggire ai rigori dell’inverno fiorentino, e vi si trattenne fino al giugno ’28.
In una delle lettere inviate dalla città toscana alla sorella Paolina ebbe a scrivere: “Sono rimasto incantato di Pisa per il clima: se dura così, sarà una beatitudine. L’aspetto di Pisa mi piace assai più di quel di Firenze. Questo Lungarno è uno spettacolo così bello, così ampio, così magnifico, così gaio, così ridente, che innamora: non ho veduto niente di simile né a Firenze né a Milano né a Roma, veramente non so se in tutta l’Europa si trovino vedute di questa sorta. In certe ore del giorno quella contrada è piena di mondo, piena di carrozze e di pedoni; vi si sentono parlare dieci o venti lingue, vi brilla un sole bellissimo tra le dorature dei caffè, delle botteghe piene di galanterie, e nelle invetriate dei palazzi e delle case, tutte di bella architettura. Nel resto poi, Pisa è un misto di città grande e città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto così romantico, che non ho mai veduto altrettanto. A tutte le altre bellezze, si aggiunge la bella lingua. E poi vi si aggiunge che io, grazie a Dio, sto bene; che mangio con appetito” (12 novembre 1827).
Non sarebbe pertanto un paradosso suggerire agli odierni amministratori della città di apporre una postilla all’iscrizione sul Lungarno dedicato a Leopardi sottolineando che a Pisa oltre che a ritrovare la vena ispiratrice il poeta ritrovò anche l’appetito. Perché in questa annotazione, apparentemente banale e prosaica, in realtà c’è moltissima poesia e la sintesi tra grandezza e umanità, natura eterea e carnalità.
In quest’epoca che tende a “smaterializzarci”, a ridurci a icone di smartphone, sorridiamo a nostra volta immaginando gli impulsi genuini di un uomo che aveva fatto della parola e del pensiero, del ragionamento poetico-filosofico, la sua essenza. Pisa gli conferma ciò che ha già insito: la sua fame di vita. Gli permette di osservare la bellezza senza essere soffocato dal gelo della riflessione. La mescolanza dell’urbano e del contadino, della Pisa mondana e della Pisa intimista, lo affascina e lo coinvolge. In questo clima potrà scrivere due delle sue più importanti composizioni, così apparentemente distanti l’una dall’altra, ma in fondo accomunate dal filo di un sentimento identico declinato in forme diverse, l’amore: “A Silvia” e “Risorgimento”.
Pisa dunque, come zona franca, opportunità rara e preziosa per il lusso di dialogare con il vero se stesso. Forse anche Leopardi avrebbe condiviso le parole scritte molti decenni dopo da Albert Camus: “ Solitudine e sete d’amare. Pisa, finalmente, viva e austera, coi suoi palazzi verdi e gialli, le sue cupole e, lungo l’Arno, la sua grazia. Città pudica e sensibile. E così vicina a me di notte nelle strade deserte che passeggiandovi solo, la mia voglia di lacrime finalmente si sfoga. Qualcosa di aperto in me incomincia a cicatrizzarsi”.
Con le parole di un altro scrittore, Gianni Rodari, si può arrivare forse ad una conclusione che, pur nella sua forzata semplicità, ci avvicina di un passo, come in una marcia infantile e sorridente a un’ipotesi: “Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio la torre di Pisa”. A Pisa Leopardi scopre che nell’errore della vita, così storta e asimmetrica, c’è la tenacia della bellezza e la bellezza di una tenacia che ha in sé qualcosa di semplice e arcano, ostinatamente ammaliante.
O magari siamo noi, proprio noi, a scoprire o riscoprire nelle nostre rispettive città, nelle nostre affollatissime solitudini, che ci sono “errori”, persone fuori da ogni schema, che contengono in sé tutta la complessità e la ricchezza della natura umana, persone non riducibili a formule univoche, connotate dalla sola costante di una cangiante ma ininterrotta ricerca di territori adatti alla bellezza e alla poesia.