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Ninfe e soli feroci

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Anticipazioni sito Milanocosa - Ivano Mugnaini

 

Pubblicato il 1 febbraio 2019 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
Vedi a: http://www.milanocosa.it/recensioni-e-segnalazioni/anticipazioni
Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa

*****

Ivano Mugnaini
Sette Inediti da
Ninfe e soli feroci

***
Con un commento di Laura Cantelmo

***

UNO SGUARDO ALTRO: salvifiche, umanissime follie
Il titolo, “Ninfe e soli feroci”, è provvisorio. Tuttavia già contiene alcuni dei punti cardine di questa raccolta, in particolare la riflessione, o meglio la descrizione delle sensazioni che derivano dall’accogliere, dentro, il pensiero della grandezza opposto alla miseria del tempo, il mito e la realtà, l’osservazione delle potenzialità del sogno messe a confronto con la ferocia del vero. E, a questo punto, subentra quello che avrebbe potuto essere un altro titolo provvisorio alternativo, “Umanissime follie”. La follia è intesa non come eversione fine a se stessa ma come sguardo e gesto che volutamente e potremmo dire lucidamente si distacca dalla pratica corrente e vincente, allontanandosi dalla sopraffazione comoda, dalle scorciatoie, dalla ragione che si schiera dalla parte della marea trionfante. La follia è uno sguardo altro, avulso, sghembo, coglie traiettorie non ortodosse e non ortogonali, lo spazio in cui, negli ambiti che davvero contano, ciò che è umano si conserva, cerca di salvare e di salvarsi, in attesa di tempi altri, o comunque di luoghi del mondo e della mente non omologati in cui ci si possa ancora sentire parte di qualcosa che va oltre i grafici e le statistiche. Uno spazio differente, da cercare nei gesti e nelle parole, nel fare e nel pensare, costi quel che costi.

Ivano Mugnaini

*

Dici di essere una strega

Dici di essere una strega,
tu che hai il terrazzo pulito,
un inverno spazzato dal vento
e la tua fede nell’uomo,
il credo saldo e le immagini
di mani giallo sole
e azzurro cielo.
Non ti bruceranno. No,
non andrai sul rogo, mia
tonda e candida Savonarola.
Ci andrò io, muto e a capo basso,
per non far vedere il mio sorriso
mentre porto nella mente
un pensiero toccato con le dita:
il rosario di carne del tuo seno,
e la tua voce, parole folli e buone
che sai dire anche in mezzo
al casino e al dolore.
Porterò tra la legna ardente
il sogno e il sugo
delle tue labbra
e il ricordo di una lunga e sconcia
colazione sulla tua pancia calda.

***
Arte umanissima

Bisogna amare qualcuno
che ti abbia visto cadere
rovinosamente dalle scale
senza ridere, senza tremare,
senza odio, senza disprezzo,
senza commiserazione.
Sapendo che è normale;
è arte umanissima
toccare il marmo e il granito
con la schiena. La spina, elastica,
calca lo iato tra la materia
e il niente, il vuoto e il pieno.
Non conta come, dopo,
è messo il corpo, le ossa,
la postura.
Conta la forza di conciliare
la carne e il pensiero,
l’io e l’altro,
il vetro e il riflesso,
il caso, il destino,
il volo e la paura.

* * *

L’argine

Abbiamo camminato lungo l’argine
di un fiume ignoto, acqua, fango,
polvere, passi lenti, muti.
Non sappiamo dove finisce.
Dopo un ponte fatiscente
c’è solo altra strada,
altro cammino.
Abbiamo incontrato una capra
legata ad un palo.
Io ho piegato il capo, tu ti sei fermata
e le hai parlato.
Hai urlato contro quella corda
di ferro, il cerchio interminabile
dei suoi passi, il dislivello
che la rende zoppa, claudicante.
Non la dimentichi, quella capra,
progetti di liberarla, spezzando
la catena. Io faccio il saggio
e ti dico che non si può e che se anche
si potesse non ne varrebbe la pena.
Ma mentre guardo i tuoi occhi di eterna
guerriera bambina
ti amo più di sempre e la mia
catena di ferro e rancore
cade al suolo.
Posso correre
verso i prati della radura.
Posso credere che esiste
ancora il sole,
l’odore della primavera.

* * *

Ninfe e soli feroci

Le foglie d’erba, non retoriche,
non whitmaniane, ci vedono
e non ci guardano. Non giudicano
i cambi di partito, le querce, gli olivi,
le palme da dattero, l’olio, le scissioni,
noi e le nostre menti, i corpi
e i desideri, gli amori di ieri
e di sempre, le miserie vomitate
di sabato sera su un tavolo
di birra e di Cif Ammoniacal.
Ridono di noi, senza ferocia,
con panica compassione,
le greggi lente sugli antichi tratturi.
Hanno conosciuto, loro, guerre e amori
combattuti col cuore, ninfe e soli feroci,
orgasmi che hanno fatto tremare i boschi
e gli orchi nelle grotte muschiose di tufo.
Hanno sentito gridare e godere la terra
aperta in un sisma di sangue e di linfa
chiara di sacre puttane, amate con gusto
da satiri figli del Tempo, ignari di lattice
e plastiche colorate.
Ora, qui, in questa specie di vita che è
tutto ciò che ho, mi muovo lungo questa
strada di steli verdi stinti, solitudini
e silenzi infranti, di schianto, da un’ombra
di vita e di morte che mi cammina accanto.

* * *

Per nessuna ragione

Abbiamo creato la nostra divinità,
nei nostri abbracci infiniti nel buio.
Abbiamo generato il dio che ci genera,
nostro padre e nostro figlio, il nostro
spirito per niente santo.
Se in qualche luogo del cosmo ci sono
altri dei, forse adesso ridono di noi,
del nostro misero, imperfetto paradiso
da pagare ogni mattina con una tassa
e una manciata di monete versate
una ad una alla portinaia davanti
a cui passiamo con le mani piene
di buste di spazzatura, cibi in scatola
da gettare con vergogna come scorie nucleari.
Eppure, ora, per nessuna ragione cambierei
la nostra stanza di pochi metri quadri
con le galassie immense e innumerevoli,
mai baratterei le nostre ore rubate
a freddi inverni con l’eternità
di un’impassibile estate.

* * *

Quasi ciechi

Sarebbe bello essere quasi ciechi come te,
amico mio inventore di misure
spaziali e visure di edifici di storie ancora
da costruire. Sarebbe bello, ogni tanto,
trovare i gradini con i piedi e i corpi
con le dita scegliendo dagli odori.
Bello sarebbe un buio profumato di mistero
antico, ombre che nessun trillare
di cellulare può tramutare in poliuretano.
Essere ciechi e sordi. Parlare soltanto
tra di noi, durante le solenni cerimonie
sacre e profane di amiche in comune
che chiami puttane ma con un moto
così intenso di affetto e desiderio
che resto quieto e serio come di fronte
al discorso di un saggio asceta tibetano.
Ma se fossimo del tutto ciechi e sordi
non avremmo visto entrare nel salone
rinascimentale l’assessora alla cultura,
le sue spalle nude abbronzate da far morire
Rubens e Tiziano, fargli mozzare una mano
per la frustrazione di non poter accarezzare
la sua pelle vera sulla tela nuda del reale.
Io l’ho vista, tu l’hai intravista con il tuo
magico occhiale. Ci ha fregato entrambi,
inesorabile. La bellezza cancella ogni proposito,
tramuta il non essere in respiro, il silenzio
in fiato accelerato, la paura in fame e riso,
l’afa in vibrante frescura.

* * *

Io sono te

Io non ho te. Io sono te.
Non ti ho. Ti vivo. Vivo
quando sono il tuo respiro.
Non sono padrone di niente,
neppure del tempo avuto
in sorte, del corpo
che tengo vivo mentre lui
nasce ogni giorno e muore,
corre verso la morte a braccia
distese.
Sono padrone del pensiero
che mi unisce a te, ed è
lo stesso amplesso a occhi
chiusi che lega le nostre braccia,
le dita, la mente, i cuori, a dispetto
del niente che incalza e preme
sui muri divisori.
Il nostro battere all’unisono
conferma la tenace
consistenza
dell’inesistenza.

* * *
Notizia biobibliografica
Ivano Mugnaini è nato a Viareggio e si è laureato a Pisa. È autore di romanzi, racconti, poesia e saggistica. Scrive per alcune riviste tra cui “Nuova Prosa”, “Gradiva”, “Il Grandevetro”, “Italian Poetry Review”, “Doppiozero”, “L’ Immaginazione” e altre. È curatore di recensioni, editing e traduzioni, sia per alcune case editrici che come freelance. Cura il blog letterario “DEDALUS: corsi, testi e contesti di volo letterario”, www.ivanomugnainidedalus.wordpress.com e il sito www.ivanomugnaini.it .
Ha collaborato con diverse associazioni culturali. Ha presentato sue prose e liriche all’interno di manifestazioni e rassegne artistico-letterarie tra cui “Versinguerra” e “Bunker Poetico”, all’interno della Biennale d’Arte di Venezia.
Ha pubblicato le raccolte di racconti La casa gialla e L’algebra della vita, i romanzi Il miele dei servi e Limbo minore e i libri di poesie Controtempo, Inadeguato all’eterno e Il tempo salvato. Il suo racconto Desaparecidos è stato pubblicato da Marsilio e il suo racconto lungo Un’alba è stato pubblicato da Marcos y Marcos. Di recente pubblicazione i romanzi Lo specchio di Leonardo e la raccolta di poesie La creta indocile. Tra i critici e scrittori che si sono occupati della sua attività letteraria: Vincenzo Consolo, Gina Lagorio, Giorgio Bàrberi Squarotti, Alberto Bevilacqua, Luigi Fontanella, Elio Pecora, Maria Luisa Spaziani, Giorgio Saviane.

*

Nota di lettura

Due sono le personae che agiscono in questo “discorso amoroso” di Ivano Mugnaini e sono, ovviamente, un Io e un Tu connotati secondo i parametri di definizione dei due generi, ma la voce “narrante” è quella maschile e dunque suo il punto di vista sulla relazione, spirituale e carnale, sulla dinamica derivante dal diverso modo di vedere e vivere la vita (“Dici di essere una strega”).
Si dipana così una sorta di emotivo report sui diversi comportamenti, stridenti tra loro, benché entrambi profondamente umani, segnati da una battagliera bontà di lei “strega” e insieme… ”guerriera bambina” (“L’argine”) e da una compiaciuta e forte sensualità di lui, colorata di ironia e intrisa della fragilità che è in ciascuno di noi. Due facce di una stessa medaglia, si direbbe.
L’amore è al centro – quello in cui gli amanti si immergono profondamente e tempestosamente fino ad assurgere a un Olimpo di dèi, quasi che l’amore rappresenti il cuore di tutto e che da lì tragga forza e linfa la vita, essendo l’estasi amorosa l’unica condizione “folle”, perché fuori dagli schemi, e al contempo estremamente reale, concessa in questo imperfetto e impagabile paradiso in cui ci è dato vivere. Una condizione in cui la natura leopardiana, impassibile, insieme a un reale esterno e volgare ci hanno relegati. E dunque si intende come la richiesta di amore non sia solo quella che unisce nell’amplesso, ma comprenda una più estesa richiesta di accettazione della fragilità dell’Altro, perché “conta la forza di conciliare la carne e il pensiero…il volo e la paura” (“Arte umanissima”).

Laura Cantelmo

I. Mugnaini     L. Cantelmo       Poesia

 

Le distrazioni del viaggio

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Il 30 novembre nell’ambito degli incontri letterari organizzati dall’Associazione AstrolabioCultura presieduto da Valeria Serofilli ho avuto modo di dialogare con Annalisa Ciampalini riguardo al suo libro Le distrazioni del viaggio. Ne sono nate domande, curiosità e interrogativi a cui Annalisa ha risposto in modo sempre originale, mai scontato, abbinando lucidità di visione e passione espositiva. Riporto qui di seguito le mie domande (anche quelle da un milione di euro, interessi compresi) e le risposte dell’autrice, sempre all’altezza.
Buona lettura, IM

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Risultati immagini per annalisa ciampalini le distrazioni del viaggio

Pisa 30 novembre 2018

Annalisa Ciampalini, Le distrazioni del viaggio, Samuele editore, 2018

1 ) La prima considerazione è di carattere fisico, spaziale, ma sappiamo che tutto nella scrittura ha un senso e risvolti tematici e simbolici.

Il tuo volume è condensato, l’impressione è che tu abbia voluto offrire il frutto di lunghe e accurate “decantazioni”.

È una tua caratteristica costante la scrittura sintetica, densa, deliberatamente racchiusa nell’arco di versi brevi, oppure è correlata alla genesi specifica di questo libro?

La scelta della concisione è legata anche ai tuoi studi, al tuo legame con la matematica o si tratta di percorsi paralleli senza punti di incontro?

I tuoi modelli letterari, infine, hanno influenzato questa tua caratteristica?

A: Sicuramente la mia formazione scientifica ha contribuito all’essenzialità del modo di esprimermi, a volte rintracciabile anche in prosa. I modelli letterari, ossia gli scrittori e i poeti che leggo con assiduità e che amo, credo influenzino soprattutto l’atmosfera dei miei componimenti piuttosto che la scelta del verso. Spesso di certi poeti mi affascinano il ritmo e la melodia che le parole formano e assieme a questo il sentimento di uno stato d’animo che pur non essendo mio, mi pare di sfiorare. È anche da simili stati emotivi che la mia poesia prende vita. In questa raccolta i componimenti sono più brevi rispetto ai precedenti, questo perché ho scelto di lasciare inespressa la connessione tra le esperienze terrene e quotidiane dell’individuo e la sua parte spirituale che in questo libro viene privilegiata.

 

2 ) L’esergo del libro, proprio di tutti i volumi della collana Scilla di Samuele editore, riporta versi di Paolo Ruffilli, con una sua personale variazione sul tema del “carpe diem”. Come ti collochi rispetto alla tradizione, sia quella classica che quella contemporanea? C’è un’influenza diretta o si tratta solo di spunti, di occasioni di riflessione?

 

A: L’editore Alessandro Canzian ha deciso di adottare i bei versi di Ruffilli come motto per la collana Scilla. Sono stati scelti con cognizione di causa, e io mi ci rispecchio in quanto credo che il concepimento di un verso sia un atto breve e raro, un attimo particolare in cui decidiamo di cogliere qualcosa che non ci appartiene del tutto e di farlo nostro. Ad ogni modo, nell’ultimo verso, Ruffilli riporta quasi per intero il paradigma del verbo carpere, e non possiamo non pensare ad Orazio. Sono affezionata alle Odi di Orazio che risuonano ancora dentro di me dopo averle lette al liceo rispettando la metrica latina. Orazio ci dona una riflessione esistenziale profonda, da cui deriva un’esortazione a vivere la gioia dell’attimo presente, senza che venga offuscata dall’incertezza e dalla preoccupazione per il futuro, in quanto niente possiamo sapere dei giorni a venire. Sono perfettamente d’accordo con questa visione della realtà. Non condivido invece l’idea di vivere solo per il presente, non ricordando il passato e non considerando i progetti per il futuro.

 

3 ) Ci sono riferimenti nel tuo libro ad ambiti di studio scientifico, a tratti psicanalitico, in particolare c’è uno scavo accurato del rapporto complesso tra l’io e il mondo esterno, gli altri, e l’indagine sulle “aree grigie dell’ignoto”. Ma ci sono, in modo indiretto ma percepibile, riferimenti anche ad altre arti: il rapporto tra luce e buio, tenebra e visione, ricordano, ad esempio, certi quadri di Caravaggio. Si tratta di semplici riferimenti casuali o sono fonti di ispirazione?

A: Caravaggio è un pittore che amo molto, che mi suggestiona profondamente e mi fa sognare. Non ho scritto nessuna poesia del libro pensando o guardando un’opera precisa di Caravaggio, ma sicuramente l’alternarsi del buio con la luce è un’immagine che mi ispira molto, mi dà il brivido necessario per scrivere. La luce della conoscenza, le aree grigie dell’ignoto, e il confine sempre mutevole tra queste due regioni che mai troveranno una netta separazione sono linfa vitale per i miei versi. E in Caravaggio la luce è piena e le tenebre profonde, troviamo passione e mistero che si lasciano guardare, che ci invitano a lanciare lo sguardo oltre i margini che delimitano l’opera.

 

4 ) “Le finestre al mattino / ci guardano, sognano il viaggio che faremo”, scrivi nella lirica di pagina 42.

Calderon de la Barca sosteneva che “la vita è sogno”. Alcuni secoli dopo Garcia Lorca replicava che “la vita non è sogno”. Tu come ti collochi? Da quale parte ti schieri?

A: Non sono portata a condividere pienamente l’affermazione di Calderon de la Barca, e non perché la consideri in assoluto eccessiva o errata, ma perché percepisco il sogno e la vita in modo profondamente diverso. I sogni non sottostanno alla pesantezza delle leggi fisiche, ad esempio, nei sogni certe cose possono trasformarsi inaspettatamente in altre senza che vi siano cause o conseguenze precise, in una leggerezza anomala. Io nella vita avverto pesantezza e gioia, l’inerzia che si oppone al mutamento, o il mutamento spiazzante che richiede fermezza d’animo e grande coraggio. Invece mi pare che il sogno abbia caratteristiche differenti, che si accordano con una levità non propria della vita. Ad ogni modo esiste l’immaginazione e tramite quella possiamo concepire la vita come vogliamo. Durante il tempo di lettura di una poesia, la vita può essere percepita nella modalità che più ci aggrada, adeguandoci alle sensazioni ispirate dai versi.

 

5 ) Nella prefazione al libro Monica Guerra osserva che “la lingua dei numeri non è mai esercizio scientifico nei versi di Annalisa Ciampalini, bensì metafora del vano”. Come consideri e come vivi il rapporto tra il mondo dei numeri e quello delle parole?

A: Nel mio modo di vedere vi è un profondo rapporto. Se come mondo dei numeri intendiamo la matematica, in essa, proprio come nella letteratura, l’immaginazione ha un ruolo fondamentale. La risoluzione di un esercizio significativo in matematica richiede una buona dose di immaginazione, la stessa materia prima che si impiega nella stesura di un romanzo, nella scrittura di un componimento poetico. Credo che l’immaginazione sia una delle facoltà più rilevanti del genere umano, quella cosa che permette alla mente di fare dei veri salti. La matematica, come la letteratura, le scienze e le arti in generale nascono anche grazie all’immaginazione. I vari ambiti differiscono per conoscenze, per tecnica, ma l’immaginazione è comune.

 

6 ) Il tema del paesaggio è centrale nel tuo libro.

Ma è un paesaggio, per fortuna, che non è mai solamente sfondo o occasione per realizzare dei quadretti di maniera o delle nature morte tramite i versi.

Quando e come accade, a tuo parere, che il paesaggio diventa specchio dell’uomo?

A: Credo che il paesaggio che ci circonda e l’essere umano stabiliscano una relazione fin dal loro primo incontro. La retina del neonato è in primo luogo impressionata dall’immagine materna e poi dalle altre figure significative che gli ruotano attorno. Il paesaggio non ha sembianze umane, ma ha un’immagine ben precisa che il bambino osserva quotidianamente. Immagino che fin dalla prima infanzia, quando la mente è molto attiva nello stabilire corrispondenze tra oggetti e nomi, e poi concetti, si cominci a dare un significato preciso al disegno del paesaggio. L’andamento della linea dell’orizzonte, la salita di una strada, la vista del mare possono assumere significati che corrispondono allo stato d’animo di una persona o ai pensieri. Credo che il motivo per cui il paesaggio ricorre molto spesso nelle poesie sia anche questo: già Leopardi nel suo Zibaldone ci dice in modo mirabile la corrispondenza tra un paesaggio e l’idea di indefinito. Quindi il paesaggio è specchio dell’uomo, inteso soprattutto come essere pensante e vivificato dalle emozioni.

 

7 ) Ci sono riferimenti nel libro a poeti come Bruno Galluccio (anche lui di formazione scientifica), e a Rainer Maria Rilke e torna in modo ricorrente Tomas Tranströmer che identica la mente come il luogo in cui il vuoto si congiunge con il pieno.

Una domanda da un milione di dollari (o euro): di cosa è possibile riempire il vuoto, nella poesia e nella vita? Ossia, cosa resta, alla fine di tutto?

A: È davvero una domanda da un milione di euro. Forse ognuno di noi è chiamato a trovare un senso per la propria vita, probabilmente vi sono individui che lo fanno senza nemmeno pensarci, quasi fosse un esercizio imposto ed eseguito meccanicamente. Una pratica spontanea, come respirare. Per altre persone risulta più difficile, e sebbene la vita sia piena di cose da fare resta sempre contaminata dal vuoto. La presenza del vuoto, all’interno di una vita, può anche essere accettata, vista come necessaria e non temuta. Nella poesia il vuoto può essere una condizione imprescindibile affinché si crei una scrittura piena di significato. La scrittura di Tranströmer, che tu hai citato e che io amo, prende spesso inizio da un’esperienza di vuoto, entità che per noi è invisibile. Ma la poesia, a volte, trova senso proprio quando vuol nominare l’invisibile, dare corpo all’immateriale.

 

8 ) Il titolo del libro è efficace e particolare.

Distrazioni è un vocabolo che racchiude in sé più significati. Quali ti sono più cari e quali hanno fatto sì che venisse scelto come parola cardine del tuo libro?

A: “Distrarmi dal mio viaggio/ appiattirmi lungo il tuo occhio”. Questi sono i versi che aprono la prima sezione della raccolta e che si intitola “Fuori da noi”. Distrazione indica, nel caso del titolo del libro, l’istante anomalo in cui l’ego perde forza e siamo inclini a vedere l’altra persona in modo diverso, quasi fosse parte di noi. Il termine viaggio è da interpretare come la sequenza degli istanti che formano una vita. Quindi il titolo del libro vuol dare significato a quei rarissimi momenti in cui ci distraiamo dalla nostra esistenza che perciò diventa fragile e indifesa, penetrabile da altre esistenze. Processo, questo, che può non verificarsi mai, oppure può avvenire spontaneamente, senza che vi sia una ricerca.

 

9 ) Nella poesia di pagina 20 si leggono questi versi: “il tuo pensiero lento / cerca un rumore bianco, / t’inchioda nell’ossessione di un ricordo”. Quello del tempo è il punto chiave, in poesia e non solo.

Qual è il tuo rapporto con il tempo? Come lo definisci e come lo vivi.

 A: Il mio modo di concepire il tempo è forse quello più scontato: un tempo lineare, con gli istanti posizionati su una semiretta, un tempo che non torna mai indietro, una serie di processi irreversibili. Ma alla fine non conta molto la definizione che ci sembra più razionale o la concezione astratta, l’importante è come si vive. Sono una persona ansiosa e il tempo non mi basta mai. Vorrei vivere più di una vita, assaporare i sentimenti degli altri, sentirne il gusto delle emozioni. Come dire: una vita è troppo poco. L’immaginazione, la scrittura, l’arte in generale e le persone reali mi aprono mondi sempre nuovi, mi aiutano a vivere con curiosità il tempo che passa. Poi c’è il tempo di lettura: la durata di lettura di una poesia o di un romanzo è un tempo che obbedisce a splendide leggi ignote.

 

10) A pagina 27 si parla di un dio che “tace sempre”. Che rapporto hai con il mistero di questo silenzio continuamente da interpretare?

A: Forse un silenzio assoluto non c’è mai stato, immagino che qualche rumore abbia sempre risuonato nell’universo. Certo è che il linguaggio dell’uomo, quello che usiamo in poesia, nasce dal silenzio; prima del suono della parola originale vi era silenzio. A volte chi scrive avverte l’urgenza di andare oltre la parola più usata, di ricercarne l’origine remota, quel suono inarticolato e breve al confine col silenzio e che a un certo punto iniziò a significare qualcosa. La poesia, poi, è anche il luogo del non detto: servono spazi bianchi e parole taciute affinché il lettore possa trovare un posto dove accomodarsi e iniziare a far parte del testo.

 

11 ) La tua poesia di pagina 48 evoca “la mente” e qualche verso dopo “un miracolo semplice di corpi caldi”. Tra carnalità e pensiero c’è uno iato, un divario, o sono parte di un tutto condiviso?

A: In questa raccolta la mente e il corpo sono divisi; divisi in quanto differenti e in quanto collocati in spazi diversi. La mente occupa gli spazi alti, il corpo è confinato a occupare i piani bassi a causa delle leggi fisiche a cui è soggetto, leggi che poi diventano anche simboli. La “casa rasoterra” è il luogo del corpo, un luogo in cui imperversa il tempo e l’usura, ma anche luogo di attesa, di tensione verso l’alto. Verso i pensieri che ci salvano e che sfioriamo appena.

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Annalisa Ciampalini è nata a Firenze nel 1968. Ama da sempre la poesia e la matematica, la musica e la natura. Nel 2008 ha pubblicato la raccolta L’istante si dilata con Ibiskos Editrice, nel 2014 la raccolta L’assenza edita da Ladolfi Editore. Suoi contributi appaiono su diverse antologie edite da Fara editore. Insieme a Giancarlo Stoccoro ha contribuito al libro Pierino Porcospino e l’analista selvaggio (ADV Publishing House 2016) volume che raccoglie testi di diversi autori. Il suo ultimo libro è Le distrazioni del viaggio (Samuele Ed. 2018)

 

 

Oltre la linea gialla – romanzo di Marisa Papa Ruggiero

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Pubblico qui di seguito la prefazione che ho scritto per il romanzo  di Marisa Papa Ruggiero di recente pubblicazione. 

Oltre la linea gialla è un libro interessante, fuori dagli schemi consolidati. Un’indagine attenta e appassionata sui “meandri del bene e del male, della mente e del corpo e di tutti quegli anfratti in chiaroscuro in cui le due dimensioni si incontrano, si scontrano e si stringono saldamente, uniti da un velo”.

I.M.

Oltre la linea gialla

di

Marisa Papa Ruggiero,

Edizioni Divinafollia, 2018

Prefazione di Ivano Mugnaini

 

Ci si meraviglia, a volte, del nostro allontanarci dalle cose che più ci appartengono e non si lasciano conoscere. Per non sentire le crude voci gridare il nostro nome da un pozzo senza fondo. Ci si meraviglia, ancora, di una cosa a cui non sappiamo dare nome, del nostro essere fuori da noi stessi, a cui non chiediamo più di tornare.

Brani come quello citato dimostrano il notevole livello di scavo e di indagine che sono connaturati a questo romanzo di Marisa Papa Ruggiero. Testimoniano il lavoro intenso sia a livello lessicale e strutturale sia nell’ambito dello studio psicologico. Il tutto si innesta nella trama con un amalgama frutto di elaborazione attenta che tuttavia non diventa macchinosa, ma, in virtù di un’immedesimazione empatica con i personaggi e le loro istanze, scorre fluida.

       La narrazione non è mai asfittica o incolore. La sinuosità della frase è sempre finalizzata alle curve e alle ellissi della vicenda narrata, possiede l’agilità e lo scatto consoni ad un racconto che fa della tensione conoscitiva e della vividezza delle passioni il proprio fulcro e la propria sostanza. La specificità del rapporto fondamentale di ogni storia raccontata, quello tra il narratore e la dimensione temporale in cui si colloca e ci trasporta, è, qui, anch’essa originale e specifica: la vicenda del pensiero sembra venire allo scoperto e prendere corpo e voce non per evocazione memoriale, ma, potremmo dire, per processi psichici che vengono fuori nell’immediato del momento emotivo e intuitivo dell’io.

        Al di là del piano presente, non a caso volutamente adottato dall’autrice nell’arco dell’intera storia, c’è quello (evidenziato dal corsivo) in cui il romanzo sembra dialogare con se stesso, come se la storia fosse a un certo punto evocata dalla scrittura. I corsivi non fanno riferimento ai ricordi ma rappresentano nella narrazione uno “sguardo interno” che illumina piani “virtuali”, ossia mentali, che prendono corpo nel momento della scrittura stessa, spostando la narrazione, con misura e gradualità, in direzione di un metaracconto, inserito, in certi punti, non per volontà esplicativa ma per intrinseca necessità. Questi piani “interni” sono uno dei meccanismi che maggiormente contribuiscono a conferire al racconto quella capacità di scavo e indagine ad ampio raggio a cui si è fatto cenno nel paragrafo iniziale.

 Le escursioni “interne” o interiori sono intarsi brevi, quasi in trance, come dettati da una volontà autonoma. Agiscono entro loro piani paralleli, come se la scrittura narrasse se stessa, per rispecchiarsi nell’enigma stesso, il centro focale di tutta la narrazione. Adeguata sintesi di questo meccanismo e del concetto ad esso legato si trova in questa densa definizione che cito: “una storia che non conosco […] si sta ribaltando nella mia”.

Questi “doppi piani” in cui ha luogo il processo cardine dell’intera vicenda, la forte identificazione dell’autrice con “l’altra, si trovano in modo evidente in alcune pagine chiave, in modo diffuso, anche se ve ne sono altri frammenti di minore estensione in altre parti del libro. Sta al lettore il compito di dare un’interpretazione autonoma sul rilievo narrativo, simbolico e psicologico di questi “intarsi”.

Sussiste in queste pagine la volontà di mostrare ed esplorare l’intera gamma delle sensazioni e delle pulsioni. Il mistero che è alla base della trama diventa in tal modo uno strumento, una bussola per addentrarsi in un universo altrettanto misterioso, quello dei meandri del bene e del male, della mente e del corpo e di tutti quegli anfratti in chiaroscuro in cui le due dimensioni di incontrano, si scontrano e si stringono saldamente, uniti da un velo:

Lei posò il bicchiere. Con estrema naturalezza si sollevò di poco dai cuscini e si sfilò con tranquilla lentezza un solo guanto guardando tutti e nessuno davanti a sé. Le bastò slacciare con due dita l’unico gancio del corpino damascato che i seni, a lungo trattenuti, esplosero. Li tenne nelle mani per qualche secondo, poi aprì le dita. I seni, d’un rosa perlaceo alla luce tremolante delle torce erano gonfi e sodi, perfetti. Con lentezza immerse la punta delle dita nel bicchiere del compagno e si inumidì le labbra rovesciando il capo sui cuscini. Finalmente attirò il giovane a sé e si sollevò le ampie gonne.

Nessuno si mosse. Sprofondata nell’erba, completamente vestita, assecondava con tranquilla noncuranza i movimenti rapidi e vigorosi del primo partner finché cessarono; poi, quelli lenti e profondi dell’altro.

L’intensa curiosità e sensualità, trasmesse in modo elegante, senza approssimazioni, sono il tratto distintivo e il valore aggiunto del romanzo. Il brano qui sopra citato è uno dei moltissimi esempi possibili di descrizione visiva, in cui lo sguardo, condotto ad alternare panoramiche e primi piani di impianto quasi cinematografico, si arricchisce anche di ulteriori segni e segnali, un universo visivo che diventa all’istante immedesimazione, immersione completa nei gesti e nelle azioni, negli stati d’animo pensati e percepiti. Come se l’espressione adeguata delle sensazioni, delle pulsioni, delle esitazioni e degli slanci, non fosse un qualcosa in più, un mero abbellimento esornativo ma fosse essenziale al pieno godimento estetico e carnale. Tale denso connubio richiama l’intera gamma sensoriale e rende il romanzo accattivante, sia a livello narrativo che percettivo.

Nel libro la trama e il mezzo per esprimerla, il linguaggio, sono intersecati in modo assolutamente coerente. Lo stile influenza il contenuto e lo determina. Non è irrilevante in quest’ottica il fatto che l’autrice provenga da una lunga pratica di pensiero poetico e da una ricerca spesa sul campo, pluridecennale, per la parola e lo studio ad essa inerente e correlato. L’aderenza tra parola e pensiero, cari da sempre a Marisa Papa, e, aggiungo, l’interesse per i filtri linguistici, per l’essenzialità più che per la descrizione eccessiva o ridondante, vengono, nelle pagine di questo romanzo, messe in atto e ulteriormente confermate.

        La linea gialla evocata nel titolo richiama in modo indiretto ma chiaro l’idea del confine, della barriera, topos della letteratura di ogni tempo e nella nostra epoca più che mai attuale, sia nel mondo virtuale che nella dimensione reale. Partendo da questi ingredienti e da questi dati di fatto, il romanzo gioca, con seria e appassionata costanza, a scardinare le regole e a mostrare come in una serie di rifrazioni progressive quanto le immagini e i ruoli, i volti e le maschere si sovrappongano. Torna e riemerge il caravaggesco rincorrersi delle luci e delle ombre, con i volti messi in evidenza nella loro imperfezione, umanissima, fragile e innocente ma anche avidamente perversa, assetata di scoperte, e, appunto, di passioni, altra parola chiave del tutto fondamentale.

        Il romanzo è costruito con perizia, la trama è densa, i nodi richiamano altri nodi in un intreccio saldo, corposo. Ma come in ogni lavoro ben realizzato, il trucco non prevale, resta dietro, nella parte sottostante alla tela. Quello che emerge sono i grumi di colore e le ombre, la corposità non di rado ruvida dei destini, la tangibile concretezza della carne che si fa proiezione dei pensieri, dei desideri, dei dubbi, delle luci e del loro inesorabile contrario, ugualmente attraente, come un mistero di cui si cerca la soluzione, o almeno una soluzione possibile, compatibile con ciò che siamo e ciò che vogliamo.

Costruito con perizia lessicale e strutturale, il romanzo può ben richiamarsi, sotto certi aspetti, ad alcuni psico-thriller basati sulla descrizione visiva d’impianto cinematografico grazie all’impiego di “tagli” scenici, di “spaccati” caratteriali efficacemente essenziali, oltre che di inaspettate inquadrature d’ambiente dove è possibile intravedere, come in controluce, alcuni squarci della città cara all’autrice: Napoli.

        Il racconto, come detto, ama rendersi ricco, esondare, fare invadere l’alveo della trama da mille rivoli di materia e sostanza diversa. Il risultato è un insieme denso e cangiante, un fluido in cui scorrono richiami intertestuali mai casuali, mai privi di senso e di risvolti. La cultura dell’autrice non è messa in mostra per puro narcisismo. Ogni riferimento ha un senso, o meglio una varietà sfaccettata che allo stesso tempo amplia il raggio visivo e ci conduce in svariate direzioni, e, dal canto opposto, illumina a poco a poco il mistero che è alla base del percorso e della ricerca, permettendoci di avvicinarci alla verità, o meglio alle verità, ai riflessi che cogliamo al di sopra e al di sotto della superficie, là dove sussistono i pensieri e i desideri che davvero contano e incidono sul nostro vivere.

        Questo romanzo ci conferma, con libertà e rigore narrativo ottimamente abbinati, che niente è davvero come sembra e che per avvicinarci al luogo che cerchiamo e alla soluzione auspicata è necessario superare quella linea di demarcazione tra razionalità e immaginazione, realtà e fantasia, per giungere ad un luogo in cui dimora ciò che abbiamo perduto, quel nostro ego parallelo, il burattinaio di cui pensavamo di muovere i fili fino al momento in cui scopriamo che quei fili sono dentro di noi. Anzi, quei fili siamo noi. Accettando ciò ritroviamo finalmente la protagonista, Sara, e con lei “un altro piano della coscienza, su un altro schermo, da cui va prendendo forma una storia parallela ma sommersa che adesso emerge, imperiosa e tremenda, in tutta la sua vivida consapevolezza”. Questo romanzo ci conduce a percorrere, sulla pagina e dentro di noi, vicende “opposte e speculari”. La meta a cui si osa arrivare, aspra ma essenziale, è “l’inaspettato ritrovamento, tutto interiorizzato, di ciò che era perduto per sempre”.

                    Ivano Mugnaini

 RUGGIERO

Marisa Papa Ruggiero, scrittrice, artista verbo-visuale, studi di formazione artistica compiuti a Milano e a Napoli. Inizia il suo percorso di scrittura creativa alla fine degli anni 80 affiancandolo all’attività pittorica e didattica nei Licei della città di Napoli dove vive. Ha pubblicato una dozzina di libri di poesia, in prosa e alcune edizioni d’arte. Tra i titoli più recenti: Le verità bugiarde, 2009; Passaggi di confine, 2011; Di volo e di lava, 2013, Puntoacapo; Jochanaan, 2015, Ladolfi; Un intenso venire, 2017, Passigli; Se questo è il gioco, 2018, Eureka. Promotrice culturale, le sono attribuiti diversi premi e segnalazioni di merito. Collabora con interventi creativi e critici in riviste, in rassegne d’arte, in siti web. Suoi testi poetici sono stati rappresentati come eventi scenici in siti archeologici in Campania e in Sicilia. É tra i fondatori di alcune riviste letterarie, la più recente è Levania, edita a Napoli, di cui è redattrice. Il suo romanzo OLTRE LA LINEA GIALLA è attualmente in corso di stampa.

Il bianco e il nero – SOLFEGGI di Cinzia della Ciana – Alcune note sulle note e una recensione di Andrea Matucci

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La musica è pazienza e libertà. Permette di infrangere le regole nell’atto di rispettarle con dedizione assoluta. È passione ed eversione, verve irrefrenabile che passa attraverso la conoscenza e il rispetto di mille barriere di geometrie e algoritmi. È un occhio che osserva uno spartito con precisione maniacale e una mano che gioca ogni volta a scivolare di lato quel millimetro che basta a far sì che nulla sia come dovrebbe, o almeno che nulla sia uguale alla volta prima, all’esecuzione precedente. 
La musica nasce dal mondo, lo osserva, piange, ride e lo riproduce in forma di accordi, mai uguali, mai della stessa materia; eppure fedeli, forse in grado di dirci o di farci sentire, per qualche istante, ciò che davvero siamo.
Ridere delle follie del mondo. Questo, tra gli altri umanissimi miracoli, consente di fare la musica.
Cinzia Della Ciana spazia da anni tra poesia e narrativa. Con alcuni Leitmotif a lei cari. Uno di questi è il desiderio, la sete di ritmo, la volontà costante di dare misura e tempo a ciò che vede e ciò che sente. Sia al sublime che al comico e all’assurdo che quotidianamente incontra. Anche da questo desiderio nasce questo libro. Questi Solfeggi in cui la lievità si fa sostanza, senza mai giudizi asettici, senza pontificare, senza chiamarsi fuori. Come adeguatamente osserva Andrea Matucci nella recensione pubblicata qui di seguito “così come l’umile e monotono esercizio del solfeggio insegna a capire le più complesse composizioni musicali, così l’attenzione al nostro quotidiano smarrimento insegna a riconoscere lo spartito delle nostre abitudini”.
Il libro di Cinzia Della Ciana ha il dono di farci cogliere, come la musica da cui parte e che prende come spunto creativo, il momento esatto in cui siamo allo stesso tempo oggetto e soggetto della visione. Per dirla con alcune parole della prefazione di Andrea Scanzi, ci rende “pronti, ogni volta, a ripartire sempre da quel “mai più”. Senza aver imparato nulla, ma comunque rinfrancati inconsapevolmente dalla ciclicità di quei solfeggi. Come se, nel nostro spartito esistenziale, a risultare irrinunciabile non sia il successo bensì l’inciampo. Quello accettabile, quello recuperabile: quello per nulla tragico. E forse persino salvifico”.
I racconti di questi libro, sagaci ma mai feroci, ci conducono nei luoghi in cui guardiamo e ascoltiamo gli accordi stridenti e umanissimi di cui siamo protagonisti e spettatori. Con un piede sul palcoscenico della vita e una mano, tenace, sulla tastiera (del pianoforte o del computer) a tentare di trovare un senso, un accordo udibile e in qualche modo sensato, o, meglio, qualcosa che ci faccia stare bene quel tanto che basta a creare una fuga in armonia con la nostra pena e il nostro riso, con la ragione e anche con la follia, che, a tratti, ci salva. I.M.
 
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Cinzia Della Ciana, Solfeggi (o del misurarsi nello smarrimento che battute dello spartito quotidiano provocano), Arezzo, Helicon, 2018

Dopo il fortunato romanzo Acqua piena di acqua (Effigi 2016), Cinzia Della Ciana si conferma narratrice di rango, e di multiforme talento, con questi dodici racconti sulla ripetitività prevedibile, ma non per questo controllabile, della nostra vita quotidiana. Da qui il titolo: così come l’umile e monotono esercizio del solfeggio insegna a capire le più complesse composizioni musicali, così l’attenzione al nostro quotidiano smarrimento insegna a riconoscere lo spartito delle nostre abitudini. Sono, infatti, tutte situazioni e personaggi comuni: l’agente immobiliare alle prese con la tentazione di parcheggiare dove non deve, l’impiegato nel sogno di variare almeno una volta il suo pendolarismo, la casalinga al supermercato nell’ora sbagliata, e poi la riunione di condominio, il regalo riciclato, tante piccole situazioni della vita di tutti noi nelle quali ci inseriamo e continuiamo a inserirci pur sapendo in anticipo che il risultato sarà sempre lo stesso: noia, disagio, frustrazione, e infine voglia di dirsi “mai più!”, salvo ovviamente ricominciare il giorno dopo. Nonostante il proverbio, è difficile imparare dai propri errori, e a causa di questo rovesciamento circola dunque, nel porsi di questi personaggi, nei loro pensieri e nel loro linguaggio, un costante umorismo non di tipo teatrale e carnascialesco, ma quello un po’ all’inglese, così raro dalle nostre parti, che è quello che ci spinge all’immedesimazione e al sorriso di fronte alla costante delusione del nostro sentirci sempre unici, diversi, irripetibili: no, la vita, lo spartito della vita, ha le sue leggi, e non possiamo eliminarle o sovrastarle, ma solo pazientemente riconoscerle. Una lettura quindi piacevolissima, a tratti estremamente divertente, ma di un divertimento in qualche modo serio e razionale, in compagnia di una scrittrice che, come afferma Andrea Scanzi nella sua Prefazione, “sa dare con ironia e partecipazione i colori giusti a tutte le sfumature dello sconforto che avviluppa i protagonisti”.   

                                                                                           Andrea Matucci

ELOGIO ALLA FOLLIA – scadenza prorogata al 30 aprile

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ELOGIO ALLA FOLLIA

per poesie e racconti a tema libero

CONCORSO LETTERARIO NAZIONALE

Prima edizione

scadenza prorogata al 30 aprile 2018

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Il presente concorso si ispira al nome dell’Editrice Divinafollia, che pubblicherà in volume gli elaborati vincitori.

Se avete nel famoso cassetto (o anche altrove) uno scritto che avete sempre tenuto in disparte, quasi fosse radioattivo, tagliente o ustionante, se non avete mai osato farlo leggere a qualcuno, è il momento di recuperarlo, metterlo dentro un bel file ed inviarlo qui, a questo concorso.

Se non lo avete, prendete un foglio e una penna, oppure un computer e una tastiera, e date libero sfogo a ciò che più vi scalda, di amore o di rabbia, di sesso o di cervello, nella carne e nella mente, nella realtà e nell’immaginazione.

Cerchiamo testi da selezionare e li vogliamo sopra le righe, o attraverso le righe, asimmetrici, sghembi, di sbieco, insomma testi liberi per spunto, tema e forma espressiva. Ispirati da una sana, umanissima follia creativa.

Testi in versi o in prosa in cui la vostra vena ispiratrice è stata debordante, guidata da un’emozione febbrile, sincera e intensa, quella che non di rado consente di vedere oltre: gli stati d’animo, le pulsioni, i desideri, la gioia, la rabbia e mille altre sensazioni vibranti e prive di filtri protettivi.

La tematica è del tutto libera (il titolo del concorso non è vincolante e non indica un tema a a cui attenersi). Verranno accolti scritti di qualsiasi tenore espressivo. Verranno esclusi solamente gli elaborati con contenuti offensivi della dignità delle persone, denigratori o con discriminazioni razziali e sessuali.

Per il resto, il campo è libero; e la fantasia creativa sarà un ingrediente molto ricercato e apprezzato in fase di lettura e selezione.

NORME DI PARTECIPAZIONE

Il Concorso prevede la selezione di scritti poetici e narrativi.

Saranno accettati sia testi inediti che testi pubblicati on line o in antologie. Sono accettati inoltre poesie e brani di narrativa estratti da libri autopubblicati (self publishing).

Saranno invece esclusi testi precedentemente pubblicati in volume cartaceo dotato di codice ISBN.

In ogni caso è richiesto che, all’atto dell’invio, gli autori siano in possesso dei diritti relativi agli elaborati da loro inviati. L’invio corrisponde ad un dichiarazione in tal senso.

LETTURA E SELEZIONE

Mano a mano che perverranno, alcuni dei testi migliori potranno essere inseriti, indipendentemente da quella che sarà la classifica finale del Concorso, nella rivista telematica DEDALUS: corsi, testi e contesti di volo letterario, http://www.ivanomugnainidedalus.wordpress.com . L’inserimento dovrà essere concordato tra la redazione e del sito e l’autrice o l’autore dell’elaborato selezionato. Verrà richiesta agli autori una dichiarazione in cui specificano che i testi sono inediti, di loro proprietà e liberi da vincoli editoriali.

Nel sito DEDALUS sono presenti, preceduti da un commento introduttivo, liriche, prose e interventi critici di alcune delle voci più significative del panorama letterario contemporaneo e di alcuni autori giovani o emergenti dotati di personalità e talento.

Il Concorso si articola in due Sezioni: POESIA e NARRATIVA.

Si partecipa alla Sezione Poesia con liriche oppure con brevi prose poetiche.

Si può inviare da una ad un massimo di tre poesie. La lunghezza massima è di 50 versi ciascuna. Si potranno inviare, in alternativa, da una a tre prose liriche. Ciascuna di esse dovrà essere contenuta in una sola cartella standard.

La Sezione Narrativa è riservata a scritti in prosa di qualunque tipo e genere (racconti, lettere, considerazioni, divagazioni, brani di diario e qualsiasi altro testo creativo scritto nella forma narrativa).

Per la sezione Narrativa potranno essere inviati da uno a tre elaborati. Ciascuno dovrà avere una lunghezza massima di dieci cartelle (pagine) standard ( usando preferibilmente i font Arial o Times New Roman).

È ammessa in casi specifici la partecipazione con elaborati di lunghezza maggiore alle dieci cartelle, purché il superamento sia contenuto in termini ragionevoli. Il Premio è Elogio alla Follia ma non siamo pronti a ricevere romanzi fiume stile Guerra e pace. Siamo invece disposti ad accettare racconti o brani di romanzo che per poter essere presentati in modo organico necessitano alcune cartelle in più del limite indicato.

* * * * *

Per entrambe le Sezioni del Premio è consentita agli autori la partecipazione con uno pseudonimo o con un nome d’arte.

In tal caso i concorrenti dovranno indicare se in caso di segnalazione o di vittoria vogliono essere indicati nel comunicato stampa con lo pseudonimo con cui hanno partecipato o con il loro nome anagrafico.

* * * * *

È consentita la partecipazione ad autori ed autrici di qualsiasi nazionalità.

È consentita la partecipazione con testi in lingua straniera o con testi in una delle lingue o dei dialetti regionali italiani.

In entrambi i casi sarà necessario affiancare al testo un’accurata traduzione in lingua italiana.

* * * * *

Gli scritti inviati saranno valutati da due Giurie specifiche, una per la Sezione Poesia e una per la Sezione Narrativa.

I componenti delle Giurie sono i seguenti.

Per la Sezione Poesia:

Maria Attanasio (poeta e narratora); Flaminia Cruciani (poeta e archeologa); Silvia Denti (scrittrice, critico letterario ed editrice); Anna Maria Ferramosca (poeta, biologa e critico letterario); Luigi Fontanella (scrittore, poeta, docente universitario, direttore della rivista Gradiva); Ivano Mugnaini (scrittore, poeta e critico letterario); Carlo Pasi (docente universitario e saggista); Valeria Serofilli (insegnante, poeta e presidente di AstrolabioCultura); Antonio Spagnuolo (poeta e critico letterario).

Per la Sezione Narrativa:

Daniela Carmosino (critico letterario e saggista); Marco Ciaurro (filosofo e scrittore); Caterina Davinio (scrittrice, poeta e saggista); Silvia Denti (scrittrice, critico letterario ed editrice); Gianluca Garrapa (scrittore, operatore psicoanalitico e poeta); Francesca Mazzucato (scrittrice e traduttrice); Ivano Mugnaini (scrittore, poeta e critico letterario); Caterina Verbaro (docente universitaria e saggista).

Le Giurie valuteranno tutti gli scritti pervenuti, ciascuna per la Sezione di pertinenza, e proporranno infine a Edizioni Divinafollia una rosa di Finalisti.

I lavori Vincitori (tre per ciascuna Sezione) saranno pubblicati gratuitamente da Divinafollia, con regolare contratto editoriale, in un volume che verrà adeguatamente pubblicizzato e distribuito nelle librerie e tramite i canali telematici.

Il volume sarà presentato con ampio risalto anche alla Fiere del Libro a cui l’Editrice partecipa, tra cui quella di Torino. Gli autori selezionati saranno invitati a presenziare alle presentazioni e incoraggiati ad organizzarne altre, nelle sedi a loro vicine, con il sostegno dell’Editrice. Il libro sarà inoltre pubblicizzato con la mailing-list dell’Editrice e tramite tutti i canali di informazione ritenuti utili ed efficaci.

Sia gli autori finalisti che altri autori i cui lavori saranno ritenuti dalla Giuria particolarmente interessanti e originali riceveranno dall’Editrice una proposta di pubblicazione a condizioni favorevoli.

MODALITÀ DI INVIO

Gli autori interessati devono inviare i loro testi entro il 30 aprile 2018 .

Ciascun elaborato o insieme di elaborati (con le caratteristiche sopra indicate a seconda della Sezione di appartenenza) dovrà essere inviato tramite un unico file in formato Word .doc oppure PDF, allegato ad un messaggio di posta elettronica indirizzato al seguente indirizzo: ivanomugnaini@gmail.com , indicando come oggetto del messaggio: “Concorso Elogio alla Follia 2018”.

Il file con cui vengono inviati gli elaborati deve essere nominato con la Sezione prescelta e con il titolo dell’elaborato o di uno degli elaborati inviati (esempio : Sezione-Poesia-Fantasie-.doc oppure .pdf).

I dati personali dell’autore (nome, recapito postale, telefono, cellulare e indirizzo di posta elettronica) dovranno essere riportati esclusivamente nel corpo del messaggio, non nel file degli elaborati che dovranno essere assolutamente anonimi e privi di qualsiasi segno atto a identificare l’autore.

Nel corpo del messaggio dovrà anche essere trascritta la seguente dichiarazione: “I testi sono di mia esclusiva creazione e proprietà. Autorizzo il trattamento dei miei dati personali ai sensi del decreto numero 196/2003 nell’ambito del Concorso ELOGIO ALLA FOLLIA – Descritture, divagazioni ossimoriche e variazioni sul tema della follia”.

È previsto un contributo spese di 15 € per la partecipazione a una delle due Sezioni previste (Poesia e Narrativa).

Nel caso in cui il concorrente desiderasse partecipare ad entrambe le Sezioni la quota è di €20.

La quota può essere pagata tramite ricarica della Carta Postepay numero 5333 171039936733 intestata a Ivano Mugnaini (codice fiscale MGNVNI64H12L833T), oppure tramite bonifico bancario: IBAN : IT58T0103024800000063126022 intestato a Ivano Mugnaini. Indicare in entrambi i casi come causale del versamento: “Iscrizione Concorso Elogio alla Follia 2018”.

È richiesto l’invio di una copia scannerizzata o di una fotografia della ricevuta del versamento nella mail con cui vengono inviati i testi.

La partecipazione al Concorso implica l’accettazione del presente regolamento in tutti i suoi punti.

Il corretto ricevimento del messaggio e del file con i testi e la ricevuta di versamento, e la conseguente iscrizione al Concorso, saranno comunicati via e-mail a tutti i concorrenti.

Per agevolare il compito delle Giurie si consiglia di non attendere la data prossima alla scadenza del Concorso, ma di inviare gli elaborati appena si ritiene di averli conclusi e adeguatamente riletti.

Il nome dei Vincitori sarà comunicato sul sito Dedalus, su diversi altri siti, blog e portali letterari e sul sito di Edizioni Divinafollia.

Non è prevista una cerimonia di premiazione tradizionale, con consegna di targhe e diplomi. I nomi dei vincitori e dei finalisti e le loro opere saranno ampiamente pubblicizzati, in rete e tramite gli organi di informazione che diffonderanno la notizia. Potrà essere previsto, inoltre, in una data e una sede che saranno comunicati al termine del Concorso, un incontro informale tra alcuni componenti delle due Giurie e i concorrenti premiati, finalisti e segnalati per l’originalità delle loro opere. In quell’occasione gli autori presenti potranno dare in lettura alle Giurie anche altri loro testi, manoscritti o editi. Ad alcuni autori potrà essere proposta la presentazione dei loro lavori, editi o inediti, in Caffè letterari (tra cui il Caffè dell’Ussero di Pisa) o in biblioteche.

Per maggiori informazioni, o per qualsiasi altra richiesta riguardante il Concorso, scrivete all’indirizzo e-mail: ivanomugnaini@gmail.com

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CHOPIN – Il buio e l’aurora

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Per la rubrica RITRATTI IMPROPRI, una follia primaverile: dare voce alla musica di Chopin, al suo Ultimo Notturno.
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CHOPIN- Il buio e l’aurora

L’uomo è un dio

quando sogna,

un mendicante

quando riflette

F. Hölderlin, Iperione

La mia corsa con la vita prosegue da sempre. Fin dal momento in cui ho percepito per la prima volta i suoni e le immagini. Ho iniziato a comporre da bambino. “Il nuovo Mozart”, mi chiamavano, “il talento più precoce dell’epoca”. Certo. Più precoce della gioventù. Non ho avuto il tempo di imparare a non imparare, la follia priva di scopo e utilità. Ora devo dare misura al mio amore per il buio. Tentare una sintesi tra verità e menzogna. Me lo impone il tempo, ancora lui. Devo scrivere il mio ultimo “Notturno”, la lettera di addio al mondo e a me stesso.

Non ho mai amato parlare di me. Ma devo raccontarmi, adesso, con parole che siano cristalline anche per gli altri. Rapide a svanire come un tramonto inghiottito dalla notte. Con qualcosa che resta: il senso, l’assenza di una logica, la bellezza che non sai afferrare anche se le corri incontro. È lei che viene da te, a sorpresa, a tradimento, dolorosa, lieve. La risposta. Forse.

Mi chiamo Fryderyk Chopin. La mia terra è la Polonia, anche se molti mi considerano francese. Molti, a dire il vero, mi considerano un’infinità di cose che non sono. Non è colpa loro. O, almeno, non è solo loro, la colpa. Una loro affermazione, comunque, la condivido. “Non somigli a nessuno”, mi ripetono. Ineccepibile. Posso assicurarvi che non è stata una scelta. Direi piuttosto una necessità. Ho dovuto staccare i contatti con il passato e il presente. Per inventare un suono solo mio. Ha ragione Schumann quando sostiene che la mia musica si riconosce perfino nelle pause, nell’alternanza di presenza e assenza, concreto e immaginario. Lì, in quegli spazi vuoti, ho stillato l’essenza: ciò che amo infinitamente e ciò che odio con tutto me stesso.

Ho avuto poche certezze. Ancora più raramente ho saputo renderle nitide. Avrei dato la vita per essere capace di lottare per ciò in cui credo. Per l’indipendenza del mio paese soggiogato dall’oppressione straniera, innanzitutto. Ma hanno ritenuto che fossi sprecato su un campo di battaglia o dietro una barricata. “Pensa quale perdita! Per la musica! Per l’arte!”. E così sono fuggito, di paese in paese, suonando e sorridendo senza tregua, strozzato da camicie inamidate e dai lacci della sconfitta, la viltà, l’esilio. Ho accettato un gioco che mi faceva comodo; mi uccideva in modo liscio, nel caldo delle stanze, nell’ovatta degli sguardi. Ho lasciato che il mio corpo si indebolisse progressivamente, le braccia sempre più esili, le spalle ossute, i polmoni consunti. Faceva chic, mi dava un contegno da vero artista. Soffrire, sì, ma in saloni di lusso con il caminetto acceso e i vassoi d’argento stracolmi di pasticcini profumati. Lontano dal fango e dal sangue, dal battito di piombo dei fucili che feriva l’aria delle trincee dove morivano i miei fratelli.

Sono nato e vissuto in un’epoca di guerra, di sopraffazione. Liberare il mio popolo avrebbe significato liberare l’intera umanità. Liberare me. Me, in ogni uomo. Non ho mai amato la folla, questo è vero. Ma ho provato affetto per i singoli individui, per ciò che di grande e sacro si trova, a tratti, in ciascuno.

Ho amato le donne, immensamente. Diverse tra loro, ognuna un profumo, un angolo della bocca, un riso, concerto di divine sciocchezze e carnali verità. Un ghigno aspro e bambino che si apre in un abbraccio. Ferita e balsamo.

Maria, prima di tutto e di tutte. L’ho conosciuta nella splendida Dresda. Mi ha sorriso timida e sfrontata, lei, la più piccola delle sorelle Wodzinskj. “Troppo giovane per te”, mi dicevano. Ma non l’avevano ascoltata cantare, non l’avevano sentita, loro. Era l’eterno femminino, l’amore di sempre strappato con la fantasia alle dita del nulla. Maria, il mio dolore. Un fascicolo di lettere scritte con l’entusiasmo della gioventù. L’ingenuità che racchiude il solo senso concesso ad un uomo. Tutta la speranza di vita nel pensiero di lei. Ora quelle lettere le ho legate con un nastro su cui ho scritto due scarne parole: “My sorrow”, il mio dolore. Per follia ulteriore, o per un misero tentativo di fuga, le ho scritte in inglese. Come se esprimerle in una lingua non mia le rendesse meno vere, meno spietate. Un po’ come camuffare un violino con un contrabbasso. Tentativo vano, velleitario.

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Il vero è riemerso, con un colpo di tamburo sgraziato. I genitori di lei mi hanno respinto, non mi hanno ritenuto all’altezza di sposarla, di darle la felicità. La ragione ufficiale che hanno addotto è stata la gracilità del mio fisico e l’instabilità della mia salute. In realtà hanno saputo guardare più a fondo. Sono andati ben oltre le costole, le vene e il respiro. Hanno colto l’esilità della mia normalità: l’incapacità di stare in piedi, lontano dal pianoforte, nel vento gelido della vita vera.

Al termine della notte del mio dolore è comparsa lei, Aurore. Ricca, colta, matura. L’esatto opposto di Maria, accomunata al mio primo amore solo dal fascino lacerante, il potere di scrutarmi nella mente. Aurore Dupin, alias George Sand. Alias tutto e alias niente. Lei sola. Ineluttabile. Mi avrebbe amato, Aurore, senza il mio “talento”? La domanda è assurda, fuori logica, fuori spartito. È giusto chiedermi, semmai, cosa so io, cosa ho compreso di lei. La sua età, il suo nome, ogni cosa è incerta. Non il suo corpo, l’affetto ruvido e tenero che mi ha dato incondizionatamente.

Mi ha portato fuori da me. Nel sole, nell’aria, nell’umidità che mi hanno salvato, uccidendomi, e mi hanno ucciso, salvandomi. Nell’isola di Maiorca. Alla fine, nonostante le ottime intenzioni, si è rivelato il luogo meno adatto al mondo per me, per i miei polmoni minati dal male. Sono morto a poco a poco. Morto di vita, di risa, di abbracci leggeri e disperati fino a perdere il confine dei corpi, fino a non sapere più se stringevo Aurore, George, il bene, il male, me stesso, l’opposto di me. Ignoravo con ebbrezza infinita quale fosse l’ordine, il punto cardinale, verdetto di una bussola che non segnava alcun punto fisso. Lei era lì. L’oceano e l’isola della mia vita. Tutto il resto era silenzio. Ero libero. Anche di morire, certo. Facendo del mio corpo un pentagramma di linfa che freme. Non più solo l’idea, la scansione del tempo su frequenze impalpabili. Ero divenuto l’antipode, il contrario di me. E l’autentico me stesso. Una musica: carne e vibrazioni.

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Ho scordato l’amore per l’isolamento, le labbra della solitudine. Ho lasciato che a succhiarmi goccia a goccia il sangue fosse la donna che lo rendeva caldo, ustionante, grido fluido nelle vene. Ho smesso, con Aurore, di essere romanticamente spento, alloro su rovine fatiscenti. Ho potuto sussurrare, sbraitare, ascoltare frasi rosse e taglienti come lame su guance di passione. Ho composto, sulla carta e sulla pelle, slanci disperati e suadenti. Un vigore sfociato in violenze sane, avide di scorrere sempre e soltanto nell’alveo dell’amore. Mi sono sentito, con lei, un insieme di voci. Per questa ragione ho voluto servirmi raramente dell’orchestra nelle mie composizioni. Un pianoforte è tutto, contiene in sé gli estremi. Basta sfiorarlo o penetrarlo nel profondo. Aurore è stata il mio pianoforte. L’universo alla portata delle braccia.

Solo un poeta poteva essere in grado di comprendere, cogliere l’ossimoro, la miscela esplosiva di creazione e distruzione. Tale alchimia l’ha ritratta tramite le parole Charles Baudelaire. Ha colto l’arcano, il dettaglio e la prospettiva, definendo la mia musica “leggera e appassionata come un falco scintillante che volteggia sugli orrori dell’abisso”.

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Le note, il piano, il rimpianto e la felicità del ricordo di Maria. E ancora, dentro e al di sopra di tutto, Aurore, la luce del mio abisso. L’ho amata fino a odiarla. Disprezzandola con amore sconfinato, quando mi sfuggiva, si chiudeva nelle mura del suo egoismo, i suoi racconti, storie a me estranee. Ma perfino il suo egoismo era una forma d’amore. L’ho capito, adesso. Aurore mi ha strappato alla culla dei miei sogni, la vita perfetta e fatua che mi era toccata in sorte. Avrei voluto dirle ciò che merita, le frasi che cerco di pronunciare da sempre, quelle che mai, neppure ora, saprei dirle fissandola negli occhi. “Ti sei la porta del Paradiso. Per te rinuncerei alla fama, al genio, qualunque cosa sia. A tutto”. Forse riderebbe, si commuoverebbe, o magari mi farebbe tacere con un bacio più eloquente di ogni discorso. Con lei ho imparato ad apprezzare le cose semplici, il vino, le castagne, le danze del popolo, mazurche sanguigne accompagnate da stille di sudore che sa di abbracci, grappoli da spremere, farina da impastare con le mani.

Aurore è diventata la mia patria, lo confesso, non senza vergogna. Ho pagato. L’esilio è una morsa che stritola in silenzio. Spezza le ossa, soprattutto in certi momenti di serenità falsa, stranita. Lei è sempre al mio fianco. Dura, dolcissima. Mi ha strappato alle prigioni della mente portandomi nei confini della sua terra. A Nohant, nella Francia che per me è destino, sogno che torna a farsi terra. Là ho potuto comporre a ritmi folli, in una febbre che bruciava e faceva musica del dolore di un’impudica felicità. Ho scritto finché ho potuto, provando a tenere il passo del cuore. Alla fine l’inverno è tornato. Il figlio di Aurore, il suo amore legittimo, mi ha allontanato da Nohant. Ed ha richiamato la madre a sé, al suo mondo. Mi sono riaccostato alla mia patria polacca e alla patria finale, la meta di ogni viaggio, dando il mio ultimo concerto a Londra per i rifugiati polacchi. Il cerchio si è chiuso. La verità ha raggiunto il sogno. Hanno sincronizzato gli attacchi e gli accordi, il battere e il levare.

È tempo per me di tirare le fila, cogliere le Corrispondenze profonde. Mi permetto un ultimo Scherzo, un gioco estremo, quasi amichevole, con Madame La Morte. Proprio a lei dedicherò il mio Ultimo Notturno. Non perché lei rappresenti la fine ineluttabile del cammino. Anzi. Proprio perché, paradossalmente ma neppure troppo, il suo nulla non conclude, non risolve. Non perché io speri in sconti di pena o in prospettive ulteriori. Semplicemente perché, nonostante la sua presenza ingombrante, maldestra, l’uomo continua a volare, falco scintillante su paradisi e abissi.

Scriverò a lei, alla nera signora, la mia lettera finale. Per dirle che i miei ultimi componimenti saranno dedicati a “Le printemps” e a “Le souhaite d’une jeune fille”. Alla Primavera e al Desiderio di una Ragazza. Potrà avermi solo da vivo, la morte. E l’ultimissimo componimento sarà “Chant du Tombeau”. Anche la tomba sarà un Canto. Perché è vero, ancora una volta i poeti danno voce alla realtà più intensa e scomoda: “L’uomo è un dio quando sogna e un mendicante quando riflette”. Si può trovare l’alba anche nel buio, la luce nel Notturno più cupo.

Con la morte sarò sincero. Lo merita. Lei lo è di sicuro, schietta, diretta. Lo sarò anch’io. Finalmente me stesso. Mi scoverà, la sua mano ossuta, mi farà venire allo scoperto e mi trascinerà via. Solo in parte però. Resterà la musica, Maria, Aurore, la purezza, la passione. Con loro sono riuscito a dire cos’è un tramonto, la neve sulle colline, l’afa che toglie il fiato, il gelo e il tepore del sangue. Malinconie che corteggiano gioie fanciulle. E se anche non fossi riuscito a dirlo appieno, ad esprimerlo in modo compiuto, ho ancora note da intrecciare, un Notturno da completare. Capace di echeggiare dentro di me. La comprensione dell’ineffabile: una musica che sfida l’abisso. Ali fragili e tenaci spaziano nell’orizzonte oscuro e luminoso di un pianoforte.

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ESSERE GLI ALTRI – la parola, il gesto, lo sguardo

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Alessandra Corbetta, Essere gli altri, LietoColle edizioni, Faloppio, 2017

Potessi io/ essere il prato,/ non il tremore/ di questo filo derba. È questa l’epigrafe che si incontra nel libro di Alessandra Corbetta. È giusto, e direi necessario, accogliere questa voce e questo sguardo, questo approccio che è anche un biglietto da visita, un modo per dire sono questo, sento questo adesso, e forse sempre e da sempre. Le parole scelte da Alessandra e poste all’ingresso del suo mondo sono di Umberto Fiori e sono tratte dal libro Voi. La prima riflessione, anzi la prima sensazione che nasce, è quasi una rilevazione, una tracciatura, un fare il punto delle coordinate visive e mentali: gli occhi sono rivolti verso gli altri, verso realtà esterne. Una rarità, nel panorama della scrittura e anche della vita. Ma non è così semplice, e la bellezza della generosa semplicità si arricchisce di risvolti che diventano di per sé densi di filosofia e psicologia. Si pensa agli altri e si parla degli altri, anche in questo libro, partendo dall’io e a esso ritornando, in un’ineluttabile ring composition. Si parte da quel potessi io che infrange il silenzio e risuona netto, possente, sussurrato e roboante. Per poter essere gli altri bisogna in primo luogo essere se stessi, sapere incontrarsi e confrontarsi con le proprie radici, le corse e gli inciampi, le verità dette e quelle taciute, il volo e la paura. Alessandra Corbetta compie il tragitto con intensa leggerezza. Osa essere lineare e sincera. Mette davanti ai suoi e ai nostri occhi il coraggio di stupirsi ancora, con uno sguardo maturo e bambino, il gioco e la ferita, la caduta e la tenacia del rialzarsi e del ricominciare. In tal modo, scevra da orpelli e schermi, può guardare ed essere vista senza che nessuno sia costretto a indossare una maschera ulteriore sulla maschera naturale di ciascuna persona (con l’etimologia ineluttabile di quest’ultima parola, maschera e poi individuo, che viene in qualche modo resa vivibile, se non sconfitta).

L’epigrafe di cui si è detto è preceduta solo dalla dedica A mia mamma, la prima forma di poesia che ho incontrato. Si ricollega al coraggio di dire le proprie emozioni, di renderle parole senza armatura, senza imbottitura protettiva di retorica. Alessandra mostra ciò che sente agli altri, come omaggio estremo, come invito impegnativo ad essere una cosa sola, a dare e a ricevere quell’emozione primigenia a cui l’evoluzione sociale, sofisticata e snaturante, ci ha disabituati. Ci viene chiesto di giocare a carte scoperte, come i bambini, come i matti, come chi non ha paura di dire sono un uomo, sono una donna, ho un cuore. In questo gioco in apparenza semplice è racchiusa la più grande delle sfide, non solo letteraria, non solo del linguaggio. Qui è situata la frontiera che non si sa oltrepassare se non si cammina con passo leggero e consistente, sapendo che ogni vocabolo davvero sincero lascia una traccia e scava dentro.

Una volta chiariti con uno sguardo e un sorriso i termini del contatto e del contratto con chiunque voglia ascoltare e ascoltarsi, l’autrice può raccontarsi, descriversi in versi: “L’acqua sporca mi ha sommersa di piacere, che disgrazia vedere la bellezza./ Ma una goccia del ricordo di rugiada/ diventa pioggia di purezza/ nello specchio pulito dei tuoi occhi,/ in cui piange la mia felicità”. La prima poesia che incontriamo si intitola “Acqua sporca”. Il primo elemento di identificazione è l’acqua. Il “pensarsi liquidi”, la dimensione baumaniana, emerge di primo acchito, ci sfiora e ci avvolge. La modernità vissuta e subita, la propria essenza, la solidità, la consistenza o la ricerca di essa, sono fatte, in prima istanza, di acqua. Ed è acqua sporca. Ma tale condizione non è esclusivamente negativa. Essere impuri vuol dire non essere asettici. Significa contaminazione, esposizione al contatto con ciò che rende imperfetti ma vivi, in grado di generare altra vita, altre forma di esistenza che perpetuano il mistero crudele e sublime dell’esistere. L’amore, innanzitutto. Il piacere, il dolore, il ricordo e lo specchio di quegli occhi in cui vediamo allo stesso tempo l’oggetto dell’amore e il proprio soggetto, la fonte e l’origine. Le parole sono semplici: goccia, pioggia, occhi, felicità. Per istinto e per deliberata opzione Alessandra Corbetta sceglie di cercare il senso del tempo nelle cose, negli oggetti, in ciò che può essere guardato e sentito addosso, come una seconda pelle.

Questo libro è anche un diario, oltre che giornale di bordo e di viaggio della propria progressiva Bildung. Ci sono le annotazioni di incontri e di abbandoni, di volti incrociati un secondo oppure inseguiti per anni. E con i volti ci sono le parole, compagne di viaggio con cui ci si confronta, ci si rivela, tra riso e pianto, scoprendoci e scoprendole ogni volta diverse, nuove. “Le parole fatte/ di materiale vivente/ attraversano larte/ della mia umana pelle./ E sono felice.” Essere felice. Pochi poeti lo avrebbero detto in modo così nitido e lineare. Essere felici in poesia è quasi una colpa, una tendenza poco chic e poco politically correct. La poetessa Corbetta lo mette nero su bianco: sono felice. Ma attenzione, questo è tutt’altro che un libro ingenuo. Ogni istante di felicità passa per infinite ricerche, e ciò che attraversa l’arte spesso, anche qui, attraversa anche la pelle e la carne. Sono lame di rimpianti, di illusioni a lungo corteggiate e poi svanite, di amori rincorsi e diventati versi scritti sulle pagine di un quaderno di scuola fino a quando la scuola finisce ed inizia l’ora interminabile della matematica della vita.

Matematica e filosofia, arte e poesia: il dissidio mai risolto tra ciò che sogniamo e ciò su cui siamo chiamati a riflettere. Emblematica la poesia di pagina 21 e 22 in cui un incontro in treno descritto tramite una cronaca ironica e suadente, precisa e surreale, mette in risalto sia la capacità dell’autrice di registrare emozioni dense di risvolti simbolici sia alcuni degli ossimori esistenziali alla base del vivere, dello scrivere e del ragionare sulle emozioni: “Wittgenstein e Carnevali/ Lo conosce Carnevali?/ Dimenticato, ingiustamente… lo legga/. Mi parla, io la ringrazio/ Ma di cosa, si figuri!/ Legga, legga Carnevali./ Milano Centrale arriva,/ il cartello, la stazione, la fermata:/ la real che irrompe impropria nella vita./ Arrivederci! le dico, scenderà a Torino, ho sentito./ L’avvocato di Gozzano, chissà ma i suoi occhiali blu cobalto…”.

E qui viene fuori un volto nuovo, o meglio il completamento di quello sguardo e di quella dolcezza che su un treno ringrazia con umiltà uno sconosciuto che le detta la sua verità, che le impone un menu del pensare e del leggere, una ricetta. Il mistero è in quegli occhiali color cobalto, e in tutto il buono e il gelido che potenzialmente contengono. Sono gli occhi degli altri. Quelli che si vuole e che spesso si deve essere. Di sicuro vuole esserlo Alessandra, sente di desiderarlo, lo ha desiderato e se lo è prefissato come obiettivo. Allora è fatale, ineluttabile, accettare di guardare quel blu e accogliere dentro di sé la realtà che irrompe impropria nella vita. Sapendo che porterà dolore ma anche senso, un bagaglio pesante ma al cui interno c’è la ricchezza del tempo. Il trucco, se non la soluzione, è sapere riflettere sul tempo senza pretendere di essere e di avere logica: Piango senza senso,/ allasciutto dei tuoi occhi/ sapendo che del ritmo vitale/ nessuno è empio./ La discronia atroce/ delle esistenze fuoritempo.”

Torniamo, allora, al punto di partenza, alle considerazioni iniziali. A quel filo d’erba in un prato immenso percorso magari da un vento di cui non si conosce l’origine e la destinazione, l’inizio e la fine. Essere gli altri vuol dire confrontare la propria individualità con la minaccia della pluralità, con migliaia di contatti, gomito a gomito, pelle a pelle, senza alcuna certezza sulle traiettorie e le angolazioni, senza tornelli e metal detector, senza avere la possibilità di dare una sbirciata preventiva a passaporti e carte di identità. Eppure, afferma Alessandra: “C’è una fortuna nella moltitudine:/ tu non la vedi o non credi;/ ma cè una forza negli sprazzi/quando dellintero solo il ricordo è ammesso./ Forse per questo/ io amo stare dentro i frammenti: perdonami/ per questo tutto/ che non posso volere/ interamente”.

La ricchezza, in poesia, è fatta di contrasti, del sapere accogliere in sé un moto dell’animo e il suo contrario, la luce e il buio, la certezza, il dubbio, il frammento e la totalità. Ed è ancora una volta un atto di coraggio solo in apparenza semplice quel chiedere perdono per ciò che si è e per ciò che non si riesce a volere o a non volere. Per quell’umile e immensa ambizione che è insita nella generosità dell’amare. Ammettere di amare i frammenti, di essere un frammento, è il solo modo di urlare in un sussurro l’amore per il tutto, quella tensione verso un altro e un altrove che sono racchiusi in ogni stilla e in ogni granello, in ognuno di quei passi e di quelle parole, che, con enorme sacrificio, si fanno in direzione contraria alla nostra. L’inferno sono gli altri. La frase è notissima e risuona ancora. Alessandra Corbetta la conosce, anzi l’ha vissuta. Forse per questo vuole farsi frammento. Perché giungere alla frammentazione vuol dire poter ripartire, ristrutturare, in una totalità progressiva e mutevole che possiede la condanna ma anche il dono immenso dell’individualità. Essere gli altri vuol dire avere il coraggio di amare. Forse è questo il senso e la meta. Perché amare vuol dire ad ogni istante distruggere e ricostruire, annientarsi e rinascere. “Resta pure muto:/ il biglietto trovato nel libro scrive una storia/ che non avrà lettori./ Mantieni il tuo silenzio:/ l’esistenza esiste per ogni cosa che non è e non siamo./ Tu non dirlo: io ti amo.”

Questo libro non è naïf. È frutto di anni di esercizio di assimilazione e registrazione della sfera emotiva, di annotazione di stati d’animo, in un crescendo, un perfezionamento progressivo della qualità dell’ascolto e della visione. Ed è un work in progress, un passo ulteriore di un cammino che conduce e condurrà ad un linguaggio più asciutto. Ma, ed è questo l’auspicio, senza perdere quella coraggiosa naturalezza, quel senso di meraviglia che non teme di mostrarsi, che non smette di dire e di dirci di osare, di provare a sentire ciò che ancora, e a dispetto di tutto, al di là di ogni orrore e timore, di ogni paura e distanza, ci rende autenticamente umani.

Ivano Mugnaini

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Alessandra Corbetta nasce a Erba il 4 dicembre 1988.

Consegue la maturità classica al liceo Alessandro Volta di Como nel luglio 2007 e nel settembre 2010 la laurea triennale in Economia e Amministrazione d’impresa presso l’Università degli Studi dell’Insubria, sede di Como, con la tesi “LA CANCELLAZIONE DELLE SOCIETÀ DI CAPITALI DAL REGISTRO DELLE IMPRESE”, curata dalla professoressa Ilaria Capelli.

Nel settembre 2012 arriva la laurea magistrale in Comunicazione per l’impresa, i Media e le Organizzazioni complesse, con curriculum in Organizzazione di eventi, dopo la discussione della tesi “FACEBOOK E LA FOTOGRAFIA: SCATTI DI IDENTITÀ SU NUOVE RELAZIONI FRAGILI” seguita dalla professoressa Chiara Giaccardi, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Milano.

Nel periodo post lauream Alessandra si dedica a una serie di corsi formativi con i quali intende migliorare la sua preparazione: accanto a quelli di lingua inglese, frequenta un corso in ICT4DEVIS (Information and communication technology for devis) presso l’Università degli studi dell’Insubria, sede Di Como, un corso di alta formazione in scrittura creativa all’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Milano e infine, un corso singolo di Sociologia presso l’Università degli Studi dell’Insubria, sede di Varese, dove avviene l’incontro con il professor Lelio Demichelis.

Nel settembre 2014 ha frequentato la Summer School in Web Communication per la cultura, presso l’Univesità Cattolica del Sacro Cuore, sede di Milano .

Alessandra partecipa costantemente a concorsi letterari, soprattutto di stampo poetico, dove viene spesso segnalata e grazie ai quali ha potuto pubblicare diverse sue poesie (tra gli altri, Concorso Letterario Europeo Wilde; Premio Internazionale Alda Merini; Concorso Letterario Nazionale Labirinti di Parole; Premio Internazionale di Poesia e Narrativa Europa in Versi; Premio Clemente Rebora; Premio Il Sublime; Premio Ossi di Seppia).

Da novembre 2015 è socia sostenitrice della Casa della Poesia di Como, con la quale collabora per l’organizzazione di eventi artistico-culturali tra cui Il Festival Internazionale Europa in Versi; Alessandra coordina i Social Media dell’Associazione e per la stessa ha creato il sito internet www.lacasadellapoesiadicomo.com che gestisce.

Ha collaborato con la rivista culturale online Alfabeta2.

Dall’ottobre 2014 è writing consultant presso l’azienda TTY CREO dove si occupa della realizzazione di manuali tecnici, divulgativi e di brochure relativi a servizi e software dell’azienda; cura e gestisce la comunicazione istituzionale e pubblicitaria su riviste di settore e tiene di corsi di formazione sulla comunicazione aziendale e telefonica.

Ha frequentato con successo il corso di formazione online in Scrittura Pubblicitaria, diretto dalla scuola di Editoria Digitale Flower-ed a ottobre 2015.

Da gennaio 2016 è iscritta al Diploma di Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa, presso l’Istituto di Scienze dell’uomo di Rimini.

A settembre 2016, dopo aver vinto la prima edizione del Premio Letterario Parole Magiche -sezione Poesia-, ha pubblicato con la casa editrice Flower-ed​, la sua monografia poetica “L’amore non ha via”.

A novembre 2016 è uscito il suo primo romanzo, Oltre Enrico (Cronistoria di un Amore sul finale) per Silele Edizioni.

Da febbraio 2017 è Dottore di ricerca in Sociologia della Comunicazione e dei Media, dopo la discussione della tesi dal titolo “TRA RAPPRESENTAZIONE VISUALE DEL CORPO E NARRAZIONE DEL Sé: PRATICHE DI SELF-PRESENTATION E IMMAGINI DEGLI UTENTI DI FACEBOOK”, seguita dal Professor Giovanni Boccia Artieri presso l’università Carlo Bo di Urbino.

A marzo 2017 ha concluso il corso di formazione online in Scrittura Creativa, diretto dalla scuola di Editoria Digitale Flower-ed.

A settembre 2017, invece, ha ottenuto il diploma per il Master in Social Media Communication della Sole 24 Ore Business School, Milano.

 Per Lieto Colle è appena uscita la sua nuova antologia poetica Essere gli altri.

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Profumo di elicriso – stralci della prefazione

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Pubblico qui alcuni stralci della mia nota ad un libro di recente uscita.

Il romanzo contiene una passione forte ma lucida, adeguata alla descrizione dei tempi e della società descritti, la Sardegna di alcuni decenni fa. Come l’autrice stessa ha dichiarato, Profumo di elicriso è stato scritto per conservare la memoria di un episodio realmente accaduto a un suo bisnonno, ultima vittima di una lunga faida, ucciso per la sua sete di giustizia e di legalità quasi mai presenti in quello scorcio di secolo in Sardegna.

La narrazione nasce dunque da una motivazione personale fortissima. Ma riesce ad andare oltre, assumendo, senza forzature, senza vane pretese didattiche e senza tirate morali, un valore più ampio, universale, evidenziando tramite gesti e sentimenti autentici, l’eterno contrasto tra la bassezza e la volontà di elevarsi, tra la violenza e l’aspirazione ad un’esistenza più umana e armonica.

Profumo di elicriso regala, anzi restituisce il gusto di una scrittura sobria ma non sterile e vuota, priva di acrobazie sintattiche e lessicali, numeri da circo ed effetti sbalorditivi, ma mai aliena all’emozione del racconto, la volontà e la necessità dell’affabulazione, qui ulteriormente accentuata dalla profonda motivazione personale, il desiderio di tener vivo il ricordo di un parente che è diventato simbolo della sete di pace e di giustizia di una famiglia. 

Il tono è sobrio, controllato, come se un narratore onnisciente osservasse con disincanto i propri simili, in una sorta di coro, una coscienza collettiva tipica dei piccoli centri a qualunque latitudine. Ma a tratti lo sguardo si apre in un guizzo o in un sorriso, breve, fulmineo, ma in grado di illustrare con efficacia la crudeltà e la solidarietà, la disperazione e la tenacia, la miseria contrapposta alla grandezza dell’animo.

 Alla pubblicazione del libro ho contributo in parte anch’io tramite la lettura, l’editing e la prefazione.

Chi volesse inviarmi in lettura manoscritti inediti di narrativa e poesia, o libri già editi, mi scriva a ivanomugnaini@gmail.com

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La poetessa dei “liberi ribelli” – Intervista a Dalila Hiaoui

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 Le risposte di Dalila Hiaoui alle mie domande sono piene di frasi che si aprono su altre frasi, altri tempi e modi, spiragli ampi e generosi, parentesi che chiudono epoche e aprono mondi nuovi, possibili. Sono dense di punti esclamativi simili a sorrisi, sguardi, gesti che richiamano l’attenzione oltre il limite della parola scritta, verso quella zona compresa tra realtà e immaginazione, fantasia e gesto  concreto.
L’intervista è piena di fascinosa, coinvolgente poesia. Alla fine risulta quasi percepibile, mangiabile, condivisibile con  gli occhi e con le mani, da un unico piatto con bordi colorati posto al centro di una tenda grande quanto il mondo. IM

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Rubrica A TU PER TU

La poetessa dei “liberi ribelli” – Intervista a  Dalila Hiaoui 

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1 -  Buongiorno Dalila e benvenuta.

Sei nata in Marocco e sei di origine berbera.

Quali influenze hanno avuto e hanno le tue radici sul tuo modo di essere e di esprimerti, nella vita e nell’arte? Qual è il rapporto dei berberi con la poesia, con il racconto, con quella che potremmo definire “l’affabulazione”? Quali legami ci sono tra la cultura scritta e la tradizione orale, tra la modernità e il passato?

Salve Ivano, sono molto lieta e anche grata di essere la tua ospite. Sono marocchina berbera, o, se vuoi, Amazigh, che vuol dire: i liberi ribelli. Sono nata a Marrakech che nella lingua amazigh antica vuol dire la sede, o anche la casa, di Dio. Ho vissuto nel nord del Marocco, esattamente nella città di Tetouan dove è diffusa la cultura andalusa, e nel profondo deserto del Marocco, a Dakhla, verso i confini con la Mauritania, un’area in cui è predominante la cultura Hassania. Queste sono le mie radici, ciò da cui ho avuto origine e che porto con me, anche oggi, anche nel cuore dell’Europa.

Roma è stata ed è un elemento determinante per costruire me stessa, ciò che sono, il mio modo di imparare, di pensare, di valutare, di comportarmi, essendo, allo stesso tempo, passato, presente e futuro.

Per quello che riguarda l’ultima parte della tua domanda sui legami che ci sono tra la cultura scritta e la tradizione orale, posso dire che l’arte con tutte le sue sfumature è la vera memoria dei popoli che non verrà mai cancellata: la cultura orale è la matrice di quella scritta, sia nei racconti sia nel canto. Nell’eterna Roma sto seguendo i passi del mio nonno amazigh Afulay che da voi è conosciuto con il nome Lucius Apuleius (127-170). Apuleio è considerato il primo romanziere dell’umanità e io sono felice e onorata di avere un simile precursore. Nei nostri percorsi di viaggiatori del mondo e della parola c’è una piccola differenza, tuttavia: Afulay detto Apuleius ha scritto il suo romanzo L’asino d’oro dopo il suo arrivo a Roma, mentre io sono arrivata avendo già nel bagaglio un romanzo di un certo successo nel mondo arabo e francofono e qualche poesia sulla tema della pace tra i popoli e le religioni. Nonostante i vari articoli che avevo già scritto e tutto quello che già avevo fatto nell’ambito della scrittura, anche narrativa, nel mio passaporto marocchino dell’epoca, era scritto poetessa sotto il mio nome. Quindi il mio paese di origine mi definiva già “poetessa”, una definizione impegnativa che però mi identifica, quasi un secondo nome, una strada, una meta, un modo di essere.

2 – Risiedi da tempo in Italia, a Roma. Al di là degli stereotipi e con serena e informale schiettezza, quali sono stati gli ostacoli che hai incontrato al tuo arrivo in Italia e quali sono gli aspetti che, ancora oggi, trovi difficilmente comprensibili, o almeno auspicabilmente modificabili dell’Italia?
Sul fronte opposto, cosa ti ha fatto amare l’Italia e di cosa sei grata al nostro paese?

Il vostro paese è anche il mio! È il luogo dove ho provato a volare con le mie ali, senza essere la moglie di tizio o la sorella di caio! Se Marrakech è mia madre, Roma è la mia madrina: mi ha abbracciata nel momento del bisogno di affetto, ha curato le mie ferite e mi ha fatto crescere. A Roma mi sento a casa, forse con un tocco di più di ordine e disciplina rispetto alla mia terra. Ma il tempo meteorologico non è tanto diverso dal mio paese di origine, così come la stessa è la cultura mediterranea e quasi gli stessi sono gli ingredienti della cucina e per questo non sono rimasta stupita vedendo lo stesso sorriso sulle labbra della gente, ascoltando la battuta pronta, o la domanda “Come va?” subito dopo il buongiorno del mattino. Nella mia adorata Roma ho scoperto il lato gentile e amichevole della gente già dal primo giorno, visto che non trovavo la strada per raggiungere il palazzo in cui si svolgeva il mio nuovo lavoro: alcuni hanno provato a indicarmi la strada usando il francese, lo spagnolo o l’inglese perché il mio italiano era limitatissimo. Alcuni hanno provato con i gesti e altri addirittura hanno lasciato i loro commerci e le loro occupazioni e mi hanno accompagnato per qualche tratto di strada per farmi arrivare a destinazione! In quel mio primo giorno romano, io che pensavo di essere venuta a Roma solo per qualche giorno o qualche settimana ho capito di aver raggiunto la mia meta finale e di essere nel posto giusto! E così l’Italia mi ha regalato amici e amiche più presenti nella mia vita e più vicini delle persone della mia stessa famiglia. Ti faccio anche una confessione: tornando a Roma dal funerale di mia nonna materna, sono andata dall’aeroporto direttamente all’agenzia immobiliare per cambiare la casa che avevo preso in affitto e prenderne una con un giardino! Anche un piccolo buco mi andava bene, mi bastava avere lo spazio sufficiente per mettere nel terreno quelle radici che avevo perso con la morte di mia madre e poi di sua madre cioè la mia adorata nonna. Così ho piantato dei piccoli alberi come quelli che abbiamo a Marrakech: arance, mandarini, fichi, albicocche, limoni, olivi, ciliegie, e una mimosa, in omaggio a tutte le donne!

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3 – Sei un osservatore interessante della realtà proprio per questo tuo percorso biografico, oltre che artistico, che ti ha consentito di vivere ruoli molto diversi, a volte in apparente contrasto. Conosci il mondo arabo e quello occidentale, la solitudine dello scrittore e i luoghi affollati, i salotti e i palazzi, le agenzie governative, le università e gli studi televisivi. Conosci persone di ogni classe e condizione sociale e umana.
Come vivi questa tua costante immersione in ambienti e contesti diversi? E come influenza il tuo modo di vivere, di scrivere e di percepire?
 
È il mio capitale! La mia ricchezza morale, mentale e spirituale. Ogni persona che ho incrociato nel percorso della mia vita ha avuto in qualche modo il ruolo del maestro per bene o il maestro chi ti fa estrarre le unghie e ti ispira la forza per evitare il pessimismo di certi momenti. Lo stesso discorso vale per ogni luogo in cui ho vissuto: per me è stata una vera scuola se non un’università! Di quei volti e quei luoghi è fatto l’inchiostro con cui scrivo, la mia poesia e la mia prosa!

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4 – Faccio anche a te una domanda a cui tengo molto e che ho già rivolto ad altri autori intervistati in precedenza: pensi che la letteratura, la poesia, la narrativa, la scrittura in senso ampio, possano essere solamente una specie di rifugio nella tempesta, o possano in qualche modo agire in modo effettivo, avere un ruolo per modificare il mondo, il modo di rapportarci gli uni con gli altri, di agire oltre che di pensare?
 
L’espressione “letteratura” in lingua araba vuol dire la massima educazione, la vetta dell’educazione, l’espressione “poesia” viene dalla radice verbale sentire, quindi solo chi ha bevuto dall’acqua santa della cultura può sinceramente cambiare il mondo e seminare la bellezza, l’amore e la pace dappertutto. Per questa ragione organizzo ogni tanto con amiche ed amici poeti e scrittori delle carovane di solidarietà a favore degli studenti del Marocco, e siamo riusciti anche a convincere amici ed amiche che operano al di fuori del campo letterario a contribuire alla creazione di librerie e spazi d’arte e cultura nelle scuole di montagna del Marocco. Il futuro con ali di pace e amore dobbiamo disegnarlo insieme anche nelle zone lontane e periferiche.

5 – La tua è una poesia impegnata in senso concreto, non di facciata.
Come concepisci il concetto di “impegno” anche nell’ottica del mondo attuale, tra squilibri, tensioni e conflitti, anche di mentalità e di visione del mondo, della politica e della religione?

Grazie di aver definito la mia poesia impegnata. È vero! Non ho mai scritto sin da piccola della fantastica chiarezza del cielo, del blu smeraldo del mare, del meraviglioso canto del canarino o del gioioso amore vissuto, o, nel mio caso dopo tutti questi anni, mai vissuto! Parlo del lato gioioso dell’amore, ovviamente, non dell’amore in se stesso. Non scrivo se non ho le lacrime agli occhi! Non scrivo se una scena di vita non mi ha colpito l’anima o ha colpito qualcuno, qualche altro essere umano. Non scrivo se non di qualcosa o di qualche luogo che mi è davvero caro. La poesia è uno specchio della società, e il mio dovere è di fare vedere alla società sia orientale che occidentale i diversissimi volti che vi sono riflessi e che non sono nella maggior parte dei casi piacevoli! Credo che tutti quanti abbiamo il dovere di difendere il diritto legittimo di vivere in un mondo d’amore, di equilibrio spirituale e mentale. Vale a dire vivere nella pace interiore, soprattutto. Da mia parte sto provando a volte tramite articoli o saggi oppure poesie scritte con l’inchiostro della critica e della denuncia sociale, con parole sussurrate oppure gridate a dire BASTA! Ho dedicato poesie alle suocere che rovinano i rapporti dei figli con le altre donne, ai figli adolescenti con tutte le loro problematiche con i genitori, ai turisti del piacere carnale, alla irresponsabilità degli uomini della nostra benedetta epoca, al velo, all’eredità, alla poligamia. Ho provato a parlare di tutto questo, di ciò che sento e vedo con i miei occhi di musulmana con la mente aperta; vale a dire musulmana che non dice Amen e così sia alle interpretazioni e alle spiegazioni degli altri, ma si fa, in modo autonomo, le sue ricerche personali ed accademiche. Non sono nata per fare il pappagallo! Sono nata per correre come la gazzella tra i campi di sapienza e a volte per volare come un’aquila!

6 – Ho trovato interessante (e questo si ricollega anche alla domanda precedente) il tuo vivere a tutto tondo il ruolo di poetessa e di comunicatrice, senza chiuderti nella proverbiale “torre d’avorio”. Mi ha colpito ad esempio anche la tua capacità di trasformare la cucina, i piatti tradizionali della tua terra d’origine, in un ponte, un modo per fare dialogare in modo vivo e gioviale culture e mondi diversi.
Cito volentieri, a questo proposito, un brano tratto da un post pubblicato su Arab News:

La mattina del fatidico pranzo – a base di piatti della tradizione, in teoria; un tripudio d’ingredienti cosmopoliti, nella pratica – ho trascorso un’ora e mezza sui mezzi pubblici romani, su e giù dal ventre fino alla superficie della nostra Madre Terra. Tra metropolitane ed autobus in cui i turisti fanno chiasso più degli studenti e dei lavoratori. E nonostante non ne potessi più, mi sono trovata a sorridere a quei visi. Proprio io che a lungo, per molte mattine, mi sono lamentata in tutte le lingue (anche quelle che non conosco!) del sovraffollamento, dei ritardi, del calpestarsi i piedi, dell’urtarsi, ora stavo sorridendo. Perché già fantasticavo di ciò che di lì a poco avrei vissuto: avrei scorto la gioia della festa sui visi delle mie amiche egiziane, siriane, palestinesi. Intorno a un pranzo all’insegna del light, a cui si addice d’essere servito in semplici piatti di plastica. E che ogni festa ti sia lieta, Eva che rappresenti tutte le donne, a cavallo della libertà lungo la distesa dell’uguaglianza.

Ti va di commentarlo, dicendoci anche qualcosa riguardo all’importanza dell’essere “light” e del dialogo multietnico?

È un progetto mio che forse vedrà la luce con un’amica specializzata nelle scienze alimentari. È un progetto per creare davvero un ponte di delizie tra le due sponde del mediterraneo visto che facciamo il bagno nello stesso mare e peschiamo lo stesso merluzzo usando lo stesso olio di oliva di pianura e lo stesso alloro e timo di montagna! Quasi tutti gli ingredienti si trovano e anche la volontà non manca. Quindi manca poco per godere delle bontà delle due rive con un tocco dietetico ragionevole! Amo cucinare e condividere i piacere della gola con i miei cari, ma amo di più semplificare un po’ le ricette, perché il ritmo della vita occidentale è molto veloce, e anche perché tengo presente le intolleranze, la glicemia, la pressione, il colesterolo e tutti gli altri gioielli che ci regala la vita prima o poi!

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7 – Insegni la lingua araba e con essa le tradizioni, il modo di vivere.
Ritieni che una maggiore conoscenza reciproca, fin dalle scuole elementari, potrebbe favorire il dialogo o è pura utopia?
 
Caro Ivano! La prima Università europea che ha aggiunto la lingua araba alla lista degli studi accademici è stata italiana. È accaduto nel 1600, e di preciso a Bologna, dopo che gli arabi erano stati cacciati da Granada in Andalusia. In seguito lo studio della lingua araba si è esteso a Napoli e ad altre città e altre prestigiose sedi accademiche. Dalla Sicilia i numeri arabi hanno raggiunto l’intera Europa e tutto l’occidente e con essi è giunta la nuova creazione dell’epoca, “lo zero”, in arabo “ssefr” poi per voi “cifra” e per i francesi “chiffres”. Quindi, che lo si voglia o no, l’Italia è stata la vela della nave dello scambio e del dialogo culturale storicamente e in Italia sento davvero un interesse molto vivo per le lingue straniere. Inoltre, come hai sottolineato nella domanda, è molto importante offrire ai bambini un orientamento bilingue. Un orientamento psicolinguistico moderno che risponda ai veri bisogni dei bambini. Io per esempio all’asilo avevo la mattina l‘arabo e il pomeriggio il francese, ed era vietato parlare in arabo durante il pomeriggio francofono così come era vietato parlare in francese o in dialetto durante la mattinata dell’arabo! Le lingue erano presenti anche durante il gioco o il canto e la terza lingua era in programma per il liceo. Adesso hanno la terza lingua, spesso l’inglese o lo spagnolo, già dalla scuola media. Quanto al berbero, si impara nelle zone montane del Marocco a partire dalla scuola elementare insieme all’arabo e al francese. Mi ricordo benissimo un discorso degli anni 80 di Re Hassan Secondo di cui mi è rimasto impresso nella memoria anche il tono non solo le parole: “Chi parla solo una lingua è un analfabeta nonostante i suoi diplomi!”. Però questo non vuol dire che siamo dei geni in Marocco oppure che il Marocco è il paradiso divino. C’è tanto da fare soprattutto nel campo dell’insegnamento perché è la base di tutto! A cosa servono greggi di pappagalli?
 

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8 – In qualche modo ricollegandoti a tutta la conversazione precedente, ci puoi parlare del tuo salotto letterario bilingue J’nan Argana.
Come è nato, come opera, e come lo consideri nell’ambito della cultura del dialogo di cui abbiamo parlato? Pensi che sia un esempio isolato o che possa fare da seme per favorire la nascita di realtà simili sia a Roma che in altre città?

J’nan Argana vuol dire il Paradiso di Argan. E l’argan come sapete è un albero che si trova solo in Marocco e ha la funzione di separare il deserto dalla pianura creando una cintura naturale per bloccare o limitare la sabbia che non smette di avanzare. L’argan è un frutto che dà un olio miracoloso con caratteristiche medicinali favolose e che si può ottenere solo tramite il lavoro delle mani delle donne berbere. Viene ancora oggi macinato con la pietra! Ho sempre avuto in mente di tenere salotti culturali e letterari, fin dai tempi di Marrakech, prima di spostarmi a Roma. Nei primi anni del mio soggiorno romano ero in fase di rinascita psicologicamente e culturalmente e dovevo ambientarmi e mettere radici. Poi, piano piano, mi sono sentita a casa, ma l’idea di creare un salotto letterario è rimasta a lungo un sogno nel cassetto. Nel 2011 i pipistrelli dell’odio e dell’ignoranza hanno colpito nel cuore della mia città natale, Marrakech, un caffè dove avevano luogo attività culturali anche con turisti stranieri che si chiamava “Argana”. In seguito a questo episodio con amici intellettuali marocchini e italiani abbiamo pensato di realizzare qualcosa per avvicinare i popoli, le culture, le etnie, ed è nato ARGANA. Abbiamo seminato l’amore e il dialogo invece dell’odio e della chiusura mentale. Tutto ciò si può creare ovunque, basta avere volontà e desiderio di condivisione! La cultura non ha confini geografici! 

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9 – Come ultima ma non ultima domanda, ti chiederei un bilancio della tua esperienza umana e artistica, e una previsione (anche se mi rendo conto che non è facile assumere il ruolo di indovini): pensi che ci siano spazi per poter vivere in un mondo in cui ci si comprende maggiormente, pur nelle differenze, nelle diversità, nelle specificità di ognuno?
Vorrei una risposta duplice, una con il cuore di poetessa, l’altro con la mente di studiosa e docente.

Oppure, ringraziandoti per le risposte a questa intervista date sia in qualità di poetessa e scrittrice che di divulgatrice e studiosa, vorrei una risposta libera, sincera, data con un ottimismo che conosce bene la realtà, ma anche la volontà e la speranza di poterla rendere più umana.
 
Amare, donare, sorridere, sognare, sopportare, non guardare dietro se non per vedere quanto è grande anzi gigante la nostra ombra, e per ultimo: vivere e lasciare vivere! Ecco le sette chiavi della mia vita! La luce del mio cammino di studio, di ragione e di poesia. La ricercatrice e la poetessa scrittrice sognatrice non si sono mai separate in me fin da quando avevo 15 anni! Vanno tanto d’accordo e non intervengo mai per separarle. Penso che le sette chiavi possano servire a qualsiasi persona per andare avanti e per affrontare ogni difficoltà!

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Dalila Hiaoui, poetessa-scrittrice, collabora con diversi giornali e riviste arabe e marocchine; è professoressa di lingua e cultura araba presso le agenzie delle Nazioni Unite. Di origine Amazigh (berbera), è nata a Marrakech e risiede a Roma. Ha pubblicato come “author, & co-author”, 19 libri tra poesie, romanzi in lingua araba, italiana, inglese, cinese, serba, albanese  e un manuale di arabo in 3 volumi in collaborazione con il Rettore dell’Università Internazionale Uni-Nettuno a Roma, con la quale ha realizzato anche i corsi televisivi: IMPARO LA LINGUA ARABA-IL TESORO DELLE LETTERE, (già in onda sui canali nazionali del Marocco, sui canali dell’Università, e su Rai 2 e 3, e il digitale terrestre dal 2010). Conduce da giugno 2013 il salotto letterario bilingue J’nan Argana.
 
Aggiungo volentieri una piccola ma significativa postilla integrativa alla nota biografica scritta dalla stessa autrice:

Posso aggiungere anche che sono una delle pochissime  scrittrici/poetesse di lingua araba ad avere intrapreso la strada del digitale, cioè, l’e-book, pensando all’ambiente, soprattutto! E sto lavorando a progetti simili con altre autrici ed altri autori, anche più giovani! Ho presentato nel 2016 a Fez in Marocco una delle poetesse più giovani del mondo, ha 13 anni, ed è semplicemente italiana. Vorrei che le opere dei piccoli autori che vivono tra le montagne, nel deserto, nei villaggi più lontani fossero a portata di mano di tutta la gente che creda ancora nell’amore, in Europa, in Asia, in Australia, e dappertutto nel mondo. Così ho adottato culturalmente i giovanissimi poeti e pittori delle montagne del Marocco. Sto lavorando con i loro professori alla pubblicazione delle loro opere in digitale e in cartaceo perché in alcuni paesi non è possibile comprare o scaricare l’e-book, forse per misure di sicurezza. Tutto il guadagno derivante da questa iniziativa sarà destinato ai piccoli autori e alle loro scuole, per coprire le spese di studio, gli occhiali da vista, e altro materiale e attrezzature scolastiche. Tutto questo senza chiedere nessun finanziamento a nessuna organizzazione! Sono sempre andata avanti da sola condividendo il frutto del mio sudore personale per un futuro migliore! 

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