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La poetessa dei “liberi ribelli” – Intervista a Dalila Hiaoui

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 Le risposte di Dalila Hiaoui alle mie domande sono piene di frasi che si aprono su altre frasi, altri tempi e modi, spiragli ampi e generosi, parentesi che chiudono epoche e aprono mondi nuovi, possibili. Sono dense di punti esclamativi simili a sorrisi, sguardi, gesti che richiamano l’attenzione oltre il limite della parola scritta, verso quella zona compresa tra realtà e immaginazione, fantasia e gesto  concreto.
L’intervista è piena di fascinosa, coinvolgente poesia. Alla fine risulta quasi percepibile, mangiabile, condivisibile con  gli occhi e con le mani, da un unico piatto con bordi colorati posto al centro di una tenda grande quanto il mondo. IM

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Rubrica A TU PER TU

La poetessa dei “liberi ribelli” – Intervista a  Dalila Hiaoui 

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1 -  Buongiorno Dalila e benvenuta.

Sei nata in Marocco e sei di origine berbera.

Quali influenze hanno avuto e hanno le tue radici sul tuo modo di essere e di esprimerti, nella vita e nell’arte? Qual è il rapporto dei berberi con la poesia, con il racconto, con quella che potremmo definire “l’affabulazione”? Quali legami ci sono tra la cultura scritta e la tradizione orale, tra la modernità e il passato?

Salve Ivano, sono molto lieta e anche grata di essere la tua ospite. Sono marocchina berbera, o, se vuoi, Amazigh, che vuol dire: i liberi ribelli. Sono nata a Marrakech che nella lingua amazigh antica vuol dire la sede, o anche la casa, di Dio. Ho vissuto nel nord del Marocco, esattamente nella città di Tetouan dove è diffusa la cultura andalusa, e nel profondo deserto del Marocco, a Dakhla, verso i confini con la Mauritania, un’area in cui è predominante la cultura Hassania. Queste sono le mie radici, ciò da cui ho avuto origine e che porto con me, anche oggi, anche nel cuore dell’Europa.

Roma è stata ed è un elemento determinante per costruire me stessa, ciò che sono, il mio modo di imparare, di pensare, di valutare, di comportarmi, essendo, allo stesso tempo, passato, presente e futuro.

Per quello che riguarda l’ultima parte della tua domanda sui legami che ci sono tra la cultura scritta e la tradizione orale, posso dire che l’arte con tutte le sue sfumature è la vera memoria dei popoli che non verrà mai cancellata: la cultura orale è la matrice di quella scritta, sia nei racconti sia nel canto. Nell’eterna Roma sto seguendo i passi del mio nonno amazigh Afulay che da voi è conosciuto con il nome Lucius Apuleius (127-170). Apuleio è considerato il primo romanziere dell’umanità e io sono felice e onorata di avere un simile precursore. Nei nostri percorsi di viaggiatori del mondo e della parola c’è una piccola differenza, tuttavia: Afulay detto Apuleius ha scritto il suo romanzo L’asino d’oro dopo il suo arrivo a Roma, mentre io sono arrivata avendo già nel bagaglio un romanzo di un certo successo nel mondo arabo e francofono e qualche poesia sulla tema della pace tra i popoli e le religioni. Nonostante i vari articoli che avevo già scritto e tutto quello che già avevo fatto nell’ambito della scrittura, anche narrativa, nel mio passaporto marocchino dell’epoca, era scritto poetessa sotto il mio nome. Quindi il mio paese di origine mi definiva già “poetessa”, una definizione impegnativa che però mi identifica, quasi un secondo nome, una strada, una meta, un modo di essere.

2 – Risiedi da tempo in Italia, a Roma. Al di là degli stereotipi e con serena e informale schiettezza, quali sono stati gli ostacoli che hai incontrato al tuo arrivo in Italia e quali sono gli aspetti che, ancora oggi, trovi difficilmente comprensibili, o almeno auspicabilmente modificabili dell’Italia?
Sul fronte opposto, cosa ti ha fatto amare l’Italia e di cosa sei grata al nostro paese?

Il vostro paese è anche il mio! È il luogo dove ho provato a volare con le mie ali, senza essere la moglie di tizio o la sorella di caio! Se Marrakech è mia madre, Roma è la mia madrina: mi ha abbracciata nel momento del bisogno di affetto, ha curato le mie ferite e mi ha fatto crescere. A Roma mi sento a casa, forse con un tocco di più di ordine e disciplina rispetto alla mia terra. Ma il tempo meteorologico non è tanto diverso dal mio paese di origine, così come la stessa è la cultura mediterranea e quasi gli stessi sono gli ingredienti della cucina e per questo non sono rimasta stupita vedendo lo stesso sorriso sulle labbra della gente, ascoltando la battuta pronta, o la domanda “Come va?” subito dopo il buongiorno del mattino. Nella mia adorata Roma ho scoperto il lato gentile e amichevole della gente già dal primo giorno, visto che non trovavo la strada per raggiungere il palazzo in cui si svolgeva il mio nuovo lavoro: alcuni hanno provato a indicarmi la strada usando il francese, lo spagnolo o l’inglese perché il mio italiano era limitatissimo. Alcuni hanno provato con i gesti e altri addirittura hanno lasciato i loro commerci e le loro occupazioni e mi hanno accompagnato per qualche tratto di strada per farmi arrivare a destinazione! In quel mio primo giorno romano, io che pensavo di essere venuta a Roma solo per qualche giorno o qualche settimana ho capito di aver raggiunto la mia meta finale e di essere nel posto giusto! E così l’Italia mi ha regalato amici e amiche più presenti nella mia vita e più vicini delle persone della mia stessa famiglia. Ti faccio anche una confessione: tornando a Roma dal funerale di mia nonna materna, sono andata dall’aeroporto direttamente all’agenzia immobiliare per cambiare la casa che avevo preso in affitto e prenderne una con un giardino! Anche un piccolo buco mi andava bene, mi bastava avere lo spazio sufficiente per mettere nel terreno quelle radici che avevo perso con la morte di mia madre e poi di sua madre cioè la mia adorata nonna. Così ho piantato dei piccoli alberi come quelli che abbiamo a Marrakech: arance, mandarini, fichi, albicocche, limoni, olivi, ciliegie, e una mimosa, in omaggio a tutte le donne!

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3 – Sei un osservatore interessante della realtà proprio per questo tuo percorso biografico, oltre che artistico, che ti ha consentito di vivere ruoli molto diversi, a volte in apparente contrasto. Conosci il mondo arabo e quello occidentale, la solitudine dello scrittore e i luoghi affollati, i salotti e i palazzi, le agenzie governative, le università e gli studi televisivi. Conosci persone di ogni classe e condizione sociale e umana.
Come vivi questa tua costante immersione in ambienti e contesti diversi? E come influenza il tuo modo di vivere, di scrivere e di percepire?
 
È il mio capitale! La mia ricchezza morale, mentale e spirituale. Ogni persona che ho incrociato nel percorso della mia vita ha avuto in qualche modo il ruolo del maestro per bene o il maestro chi ti fa estrarre le unghie e ti ispira la forza per evitare il pessimismo di certi momenti. Lo stesso discorso vale per ogni luogo in cui ho vissuto: per me è stata una vera scuola se non un’università! Di quei volti e quei luoghi è fatto l’inchiostro con cui scrivo, la mia poesia e la mia prosa!

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4 – Faccio anche a te una domanda a cui tengo molto e che ho già rivolto ad altri autori intervistati in precedenza: pensi che la letteratura, la poesia, la narrativa, la scrittura in senso ampio, possano essere solamente una specie di rifugio nella tempesta, o possano in qualche modo agire in modo effettivo, avere un ruolo per modificare il mondo, il modo di rapportarci gli uni con gli altri, di agire oltre che di pensare?
 
L’espressione “letteratura” in lingua araba vuol dire la massima educazione, la vetta dell’educazione, l’espressione “poesia” viene dalla radice verbale sentire, quindi solo chi ha bevuto dall’acqua santa della cultura può sinceramente cambiare il mondo e seminare la bellezza, l’amore e la pace dappertutto. Per questa ragione organizzo ogni tanto con amiche ed amici poeti e scrittori delle carovane di solidarietà a favore degli studenti del Marocco, e siamo riusciti anche a convincere amici ed amiche che operano al di fuori del campo letterario a contribuire alla creazione di librerie e spazi d’arte e cultura nelle scuole di montagna del Marocco. Il futuro con ali di pace e amore dobbiamo disegnarlo insieme anche nelle zone lontane e periferiche.

5 – La tua è una poesia impegnata in senso concreto, non di facciata.
Come concepisci il concetto di “impegno” anche nell’ottica del mondo attuale, tra squilibri, tensioni e conflitti, anche di mentalità e di visione del mondo, della politica e della religione?

Grazie di aver definito la mia poesia impegnata. È vero! Non ho mai scritto sin da piccola della fantastica chiarezza del cielo, del blu smeraldo del mare, del meraviglioso canto del canarino o del gioioso amore vissuto, o, nel mio caso dopo tutti questi anni, mai vissuto! Parlo del lato gioioso dell’amore, ovviamente, non dell’amore in se stesso. Non scrivo se non ho le lacrime agli occhi! Non scrivo se una scena di vita non mi ha colpito l’anima o ha colpito qualcuno, qualche altro essere umano. Non scrivo se non di qualcosa o di qualche luogo che mi è davvero caro. La poesia è uno specchio della società, e il mio dovere è di fare vedere alla società sia orientale che occidentale i diversissimi volti che vi sono riflessi e che non sono nella maggior parte dei casi piacevoli! Credo che tutti quanti abbiamo il dovere di difendere il diritto legittimo di vivere in un mondo d’amore, di equilibrio spirituale e mentale. Vale a dire vivere nella pace interiore, soprattutto. Da mia parte sto provando a volte tramite articoli o saggi oppure poesie scritte con l’inchiostro della critica e della denuncia sociale, con parole sussurrate oppure gridate a dire BASTA! Ho dedicato poesie alle suocere che rovinano i rapporti dei figli con le altre donne, ai figli adolescenti con tutte le loro problematiche con i genitori, ai turisti del piacere carnale, alla irresponsabilità degli uomini della nostra benedetta epoca, al velo, all’eredità, alla poligamia. Ho provato a parlare di tutto questo, di ciò che sento e vedo con i miei occhi di musulmana con la mente aperta; vale a dire musulmana che non dice Amen e così sia alle interpretazioni e alle spiegazioni degli altri, ma si fa, in modo autonomo, le sue ricerche personali ed accademiche. Non sono nata per fare il pappagallo! Sono nata per correre come la gazzella tra i campi di sapienza e a volte per volare come un’aquila!

6 – Ho trovato interessante (e questo si ricollega anche alla domanda precedente) il tuo vivere a tutto tondo il ruolo di poetessa e di comunicatrice, senza chiuderti nella proverbiale “torre d’avorio”. Mi ha colpito ad esempio anche la tua capacità di trasformare la cucina, i piatti tradizionali della tua terra d’origine, in un ponte, un modo per fare dialogare in modo vivo e gioviale culture e mondi diversi.
Cito volentieri, a questo proposito, un brano tratto da un post pubblicato su Arab News:

La mattina del fatidico pranzo – a base di piatti della tradizione, in teoria; un tripudio d’ingredienti cosmopoliti, nella pratica – ho trascorso un’ora e mezza sui mezzi pubblici romani, su e giù dal ventre fino alla superficie della nostra Madre Terra. Tra metropolitane ed autobus in cui i turisti fanno chiasso più degli studenti e dei lavoratori. E nonostante non ne potessi più, mi sono trovata a sorridere a quei visi. Proprio io che a lungo, per molte mattine, mi sono lamentata in tutte le lingue (anche quelle che non conosco!) del sovraffollamento, dei ritardi, del calpestarsi i piedi, dell’urtarsi, ora stavo sorridendo. Perché già fantasticavo di ciò che di lì a poco avrei vissuto: avrei scorto la gioia della festa sui visi delle mie amiche egiziane, siriane, palestinesi. Intorno a un pranzo all’insegna del light, a cui si addice d’essere servito in semplici piatti di plastica. E che ogni festa ti sia lieta, Eva che rappresenti tutte le donne, a cavallo della libertà lungo la distesa dell’uguaglianza.

Ti va di commentarlo, dicendoci anche qualcosa riguardo all’importanza dell’essere “light” e del dialogo multietnico?

È un progetto mio che forse vedrà la luce con un’amica specializzata nelle scienze alimentari. È un progetto per creare davvero un ponte di delizie tra le due sponde del mediterraneo visto che facciamo il bagno nello stesso mare e peschiamo lo stesso merluzzo usando lo stesso olio di oliva di pianura e lo stesso alloro e timo di montagna! Quasi tutti gli ingredienti si trovano e anche la volontà non manca. Quindi manca poco per godere delle bontà delle due rive con un tocco dietetico ragionevole! Amo cucinare e condividere i piacere della gola con i miei cari, ma amo di più semplificare un po’ le ricette, perché il ritmo della vita occidentale è molto veloce, e anche perché tengo presente le intolleranze, la glicemia, la pressione, il colesterolo e tutti gli altri gioielli che ci regala la vita prima o poi!

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7 – Insegni la lingua araba e con essa le tradizioni, il modo di vivere.
Ritieni che una maggiore conoscenza reciproca, fin dalle scuole elementari, potrebbe favorire il dialogo o è pura utopia?
 
Caro Ivano! La prima Università europea che ha aggiunto la lingua araba alla lista degli studi accademici è stata italiana. È accaduto nel 1600, e di preciso a Bologna, dopo che gli arabi erano stati cacciati da Granada in Andalusia. In seguito lo studio della lingua araba si è esteso a Napoli e ad altre città e altre prestigiose sedi accademiche. Dalla Sicilia i numeri arabi hanno raggiunto l’intera Europa e tutto l’occidente e con essi è giunta la nuova creazione dell’epoca, “lo zero”, in arabo “ssefr” poi per voi “cifra” e per i francesi “chiffres”. Quindi, che lo si voglia o no, l’Italia è stata la vela della nave dello scambio e del dialogo culturale storicamente e in Italia sento davvero un interesse molto vivo per le lingue straniere. Inoltre, come hai sottolineato nella domanda, è molto importante offrire ai bambini un orientamento bilingue. Un orientamento psicolinguistico moderno che risponda ai veri bisogni dei bambini. Io per esempio all’asilo avevo la mattina l‘arabo e il pomeriggio il francese, ed era vietato parlare in arabo durante il pomeriggio francofono così come era vietato parlare in francese o in dialetto durante la mattinata dell’arabo! Le lingue erano presenti anche durante il gioco o il canto e la terza lingua era in programma per il liceo. Adesso hanno la terza lingua, spesso l’inglese o lo spagnolo, già dalla scuola media. Quanto al berbero, si impara nelle zone montane del Marocco a partire dalla scuola elementare insieme all’arabo e al francese. Mi ricordo benissimo un discorso degli anni 80 di Re Hassan Secondo di cui mi è rimasto impresso nella memoria anche il tono non solo le parole: “Chi parla solo una lingua è un analfabeta nonostante i suoi diplomi!”. Però questo non vuol dire che siamo dei geni in Marocco oppure che il Marocco è il paradiso divino. C’è tanto da fare soprattutto nel campo dell’insegnamento perché è la base di tutto! A cosa servono greggi di pappagalli?
 

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8 – In qualche modo ricollegandoti a tutta la conversazione precedente, ci puoi parlare del tuo salotto letterario bilingue J’nan Argana.
Come è nato, come opera, e come lo consideri nell’ambito della cultura del dialogo di cui abbiamo parlato? Pensi che sia un esempio isolato o che possa fare da seme per favorire la nascita di realtà simili sia a Roma che in altre città?

J’nan Argana vuol dire il Paradiso di Argan. E l’argan come sapete è un albero che si trova solo in Marocco e ha la funzione di separare il deserto dalla pianura creando una cintura naturale per bloccare o limitare la sabbia che non smette di avanzare. L’argan è un frutto che dà un olio miracoloso con caratteristiche medicinali favolose e che si può ottenere solo tramite il lavoro delle mani delle donne berbere. Viene ancora oggi macinato con la pietra! Ho sempre avuto in mente di tenere salotti culturali e letterari, fin dai tempi di Marrakech, prima di spostarmi a Roma. Nei primi anni del mio soggiorno romano ero in fase di rinascita psicologicamente e culturalmente e dovevo ambientarmi e mettere radici. Poi, piano piano, mi sono sentita a casa, ma l’idea di creare un salotto letterario è rimasta a lungo un sogno nel cassetto. Nel 2011 i pipistrelli dell’odio e dell’ignoranza hanno colpito nel cuore della mia città natale, Marrakech, un caffè dove avevano luogo attività culturali anche con turisti stranieri che si chiamava “Argana”. In seguito a questo episodio con amici intellettuali marocchini e italiani abbiamo pensato di realizzare qualcosa per avvicinare i popoli, le culture, le etnie, ed è nato ARGANA. Abbiamo seminato l’amore e il dialogo invece dell’odio e della chiusura mentale. Tutto ciò si può creare ovunque, basta avere volontà e desiderio di condivisione! La cultura non ha confini geografici! 

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9 – Come ultima ma non ultima domanda, ti chiederei un bilancio della tua esperienza umana e artistica, e una previsione (anche se mi rendo conto che non è facile assumere il ruolo di indovini): pensi che ci siano spazi per poter vivere in un mondo in cui ci si comprende maggiormente, pur nelle differenze, nelle diversità, nelle specificità di ognuno?
Vorrei una risposta duplice, una con il cuore di poetessa, l’altro con la mente di studiosa e docente.

Oppure, ringraziandoti per le risposte a questa intervista date sia in qualità di poetessa e scrittrice che di divulgatrice e studiosa, vorrei una risposta libera, sincera, data con un ottimismo che conosce bene la realtà, ma anche la volontà e la speranza di poterla rendere più umana.
 
Amare, donare, sorridere, sognare, sopportare, non guardare dietro se non per vedere quanto è grande anzi gigante la nostra ombra, e per ultimo: vivere e lasciare vivere! Ecco le sette chiavi della mia vita! La luce del mio cammino di studio, di ragione e di poesia. La ricercatrice e la poetessa scrittrice sognatrice non si sono mai separate in me fin da quando avevo 15 anni! Vanno tanto d’accordo e non intervengo mai per separarle. Penso che le sette chiavi possano servire a qualsiasi persona per andare avanti e per affrontare ogni difficoltà!

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Dalila Hiaoui, poetessa-scrittrice, collabora con diversi giornali e riviste arabe e marocchine; è professoressa di lingua e cultura araba presso le agenzie delle Nazioni Unite. Di origine Amazigh (berbera), è nata a Marrakech e risiede a Roma. Ha pubblicato come “author, & co-author”, 19 libri tra poesie, romanzi in lingua araba, italiana, inglese, cinese, serba, albanese  e un manuale di arabo in 3 volumi in collaborazione con il Rettore dell’Università Internazionale Uni-Nettuno a Roma, con la quale ha realizzato anche i corsi televisivi: IMPARO LA LINGUA ARABA-IL TESORO DELLE LETTERE, (già in onda sui canali nazionali del Marocco, sui canali dell’Università, e su Rai 2 e 3, e il digitale terrestre dal 2010). Conduce da giugno 2013 il salotto letterario bilingue J’nan Argana.
 
Aggiungo volentieri una piccola ma significativa postilla integrativa alla nota biografica scritta dalla stessa autrice:

Posso aggiungere anche che sono una delle pochissime  scrittrici/poetesse di lingua araba ad avere intrapreso la strada del digitale, cioè, l’e-book, pensando all’ambiente, soprattutto! E sto lavorando a progetti simili con altre autrici ed altri autori, anche più giovani! Ho presentato nel 2016 a Fez in Marocco una delle poetesse più giovani del mondo, ha 13 anni, ed è semplicemente italiana. Vorrei che le opere dei piccoli autori che vivono tra le montagne, nel deserto, nei villaggi più lontani fossero a portata di mano di tutta la gente che creda ancora nell’amore, in Europa, in Asia, in Australia, e dappertutto nel mondo. Così ho adottato culturalmente i giovanissimi poeti e pittori delle montagne del Marocco. Sto lavorando con i loro professori alla pubblicazione delle loro opere in digitale e in cartaceo perché in alcuni paesi non è possibile comprare o scaricare l’e-book, forse per misure di sicurezza. Tutto il guadagno derivante da questa iniziativa sarà destinato ai piccoli autori e alle loro scuole, per coprire le spese di studio, gli occhiali da vista, e altro materiale e attrezzature scolastiche. Tutto questo senza chiedere nessun finanziamento a nessuna organizzazione! Sono sempre andata avanti da sola condividendo il frutto del mio sudore personale per un futuro migliore! 

Dalila Hiaoui 2

Il vangelo del boia

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Un thriller che è anche indagine psicologica, riflessione sul tramonto di un’epoca ed esplorazione della labile zona di confine tra bene e male.

Un mia recensione del libro “Il vangelo del boia”.

Con l’augurio di buona estate, IM

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Nicola Verde, Il vangelo del boia, Newton Compton editori, Roma, 2017

Il genere thriller ha come ingrediente principale, il rischio, l’azzardo. Anche per l’autore. Soprattutto per l’autore. La scelta di un protagonista come Mastro Titta, il boia della Roma papalina, poteva condurre il romanzo verso sentieri scoscesi, tra melma e rocce appuntite. Poteva tramutare l’adrenalina in una melma tutto sommato tranquillizzante, per assonanze con il personaggio incarnato (è il caso di dirlo) dall’ottimo Aldo Fabrizi che in Rugantino più che un boia appare un pacioso cuoco-filosofo che esalta la bellezza di una quieta vita coniugale. Oppure, sul fronte opposto, poteva incanalare la trama nello stretto ma frequentatissimo canyon dei romanzi sugli intrighi del Vaticano, tra sotterranei alla Gide, palazzi e segreti antichi e recenti. Nicola Verde ha saputo schivare entrambe le insidie.

Il vangelo del boia è un libro originale. Utilizza ingredienti autentici, genuini, ma li elabora con attenzione e cura, arrivando alla fine a farci respirare l’atmosfera che desidera, quella che ha immaginato e pensato. Forse è racchiusa in quest’ultimo vocabolo “pensato”, una delle possibili chiavi di interpretazione: la vita è descritta nel suo caotico debordare, tra battute in romanesco sbracate o laceranti, nel fluire pigro e feroce di una città che è allo stesso tempo metropoli e piccolo centro, enorme paese replicato in mille borgate, con i suoi scemi del villaggio, i polli da spennare e gli infami, le vittime e i carnefici, e la vita che passa, sbraita e sembra sempre uguale. È questo il punto: sembra uguale. Perché mentre la vita accade, qualcuno pensa, rimugina, sul presente, sul passato, su ciò che ha fatto è ciò che ha subito. Immaginando il romanzo come un palcoscenico, potremmo visualizzare un brulicare costante di folla in prima fila, e, un passo indietro e più in alto, i protagonisti, immersi nel flusso ma impegnati in una rappresentazione ulteriore, fatta di verità che riemergono, di inganni, di miserie e di potere, di sopraffazione e violenze. La vera arma del delitto qui è la mente, quella che riflette e tortura se stessa, fino a ridursi all’immobilità, offrendo in tal modo il collo nudo all’assassino. Il succo del romanzo è qui: arrivare a percepire, più che a comprendere, che il vero boia non sempre è colui che ha in mano la lama che recide il collo. A volte nella vita il carnefice è colui, o colei, che non ti aspetti. Chi non temi, o chi addirittura ami dal profondo, con tutto te stesso.

Il sangue del romanzo è nella consapevolezza che non di rado il vero boia siamo noi stessi, e le persone che più sentiamo vicine. E che anche il boia, per quanto anziano, solido, esperto, apparentemente inattaccabile, in realtà ha un collo fragile esposto agli inganni, all’ingiustizia, ai rimorsi, alla coscienza, la propria, e ai sotterfugi astuti e feroci da parte di chi considera affine e ama appassionatamente.

«Va bene», acconsentì alla fine, «non vi racconterò della mia famiglia, ma consentitemi di tornare indietro nel tempo, perché il destino la propria strada se la prepara con un certo anticipo, togliendo o seminando ostacoli, e possiamo dire che i semi di quell’incertezza che segnò la fine della mia carriera furono gettati molti anni prima… ma soprattutto», concluse con un filo di voce, «perché i fantasmi vengono sempre dal passato».

Il tempo, quindi, il passato, e i fantasmi mai morti, sempre striscianti e micidiali. Nicola Verde utilizza con gusto e in dosi abbondanti questo gioco crudele, a livello di panoramica e su scala più ridotta. Descrive innanzitutto una Roma che non c’è più, se non nella memoria e nel mito. La Roma ottocentesca, becera, ruffiana, ma anche fascinosa, carnale per scelta e spirituale per necessità, sempre vera e diretta, tra carezza e coltello, urla e risa più corpose, con la sola trasgressione della dolcezza, dell’amore. Roma eternamente vittima di un potere cupo e immobile e di un sacro mai innocente e candido. Quella Roma è, nel libro, uno dei protagonisti. Forse la testa che cade è la sua. Con un rumore sordo, quello a cui fa seguito un istante di sterminato silenzio. Il momento in cui ognuno, anche il più ignaro dei popolani, si rende conto che qualcosa di grande è accaduto: il tempo ha cambiato pagina e capitolo. La testa di un’epoca che sembrava senza fine è crollata al suolo. E niente sarà più come prima.

L’accostamento tra un destino individuale, quello del boia, e la sorte di un’intera città, o meglio di un intero mondo, è uno dei cardini del romanzo. Mastro Titta era un punto di riferimento per il popolo tutto, per gli equilibri fatti di favori, delazioni e ruffiane gerarchie. Era il quieto vivere, paradossale elemento rassicurante con una mannaia stretta tra le dita. Crolla il boia, vittima del suo passato, di un amore, di un inganno, e, simultaneamente, la lama del tempo si abbatte su un’epoca, su un microcosmo alieno ai cambiamenti, lento, pachidermico. La passione scalfisce il solidissimo boia e un’inattesa svolta muta gli orizzonti della Storia. Lo Stato della Chiesa è costretto a guardare se stesso nello specchio e a vedere per la prima volta le sue profondissime rughe. Proprio come Mastro Titta che, alla sua veneranda età, è obbligato a fermarsi e a riflettere sul suo passato, sulle ombre, sugli scheletri in un armadio che avrebbe dovuto essere vuoto e immacolato.

Con questi presupposti, su questo intreccio nell’intreccio, trama ulteriore che estende lo sguardo e avvince, Verde può gettare sul tavolo una ad una tutte le carte, i colpi di scena, e ognuno risulterà ben inserito nel meccanismo: l’assassinio di un gendarme, cadaveri senza testa (immagine dominante, metafora a trecentosessanta gradi), le sette sataniche, la segreteria vaticana, i giudici muti, sporchi e senza cuore, e, davvero non ultima, la donna fatale, nel senso stretto del termine, una femmina che cattura le immagini e i sensi, le passioni e le pulsioni, le grandezze e le miserie di un boia che diventa vittima pur restando carnefice.

Il boia della Roma santa e prostituta è vittima di una prostituta in combutta con la Santa Sede. Assieme a lui si tormenta e muore un uomo che per anni ha dato la morte ma che ha subito come ogni altro il fascino della passione, anche quella più torbida e carnale. Muore con lui una città ingenua e spietata, becera e sublime. Tutto il resto sarà modernità, rapida, non di rado dozzinale. Il boia che si ferma nell’atto di uccidere e riflette sul suo passato, ricorda quasi Cronos, il tempo che prova nostalgia, imperfetto, sporco di sangue e di sperma, ma ancora acceso di passione. L’alternarsi dello sguardo in questo romanzo ricalca procedimenti cinematografici: dalla visione d’insieme al piano americano, dalla carrellata al dettaglio. Si riesce a cogliere il legame stretto tra i destini individuali e i mondi che li ospitano, abbracciandoli o soffocandoli. Si entra nei meandri di una psicologia fatta di passione e crudeltà, carezza e ferita che lacera e mutila. La testa mozzata è il nucleo vivo e pulsante che separa e unisce il bene e il male, il passato e il presente, il becero e il sublime. E il boia siamo noi, in fondo: il passato che avremmo voluto mettere a tacere e che ci invece che ci blocca la mano a mezz’aria, obbligandoci a pensare, a riflettere su un mistero che è fatto della nostra stessa carne e della nostra stessa mente.

Ivano Mugnaini

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TRENO QUASI DIRETTO – reloaded

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TRENO QUASI DIRETTO

Piccola riproposizione di un racconto piuttosto domenicale e piuttosto folle

 

8 dicembre 2015, raccontiBolognacantareCassandra CrossingFirenzeFrankie Lane,HollywoodIvano MugnainiLiguriaMarlon BrandoRomatreno

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TRENO QUASI DIRETTO

ovvero

storia di tre donne che avevano sbagliato convoglio,

e ridevano, felici

 

tr-q-7

Le prime ore del pomeriggio di una domenica senza pretese. Novembre forse, o almeno novembre del cuore. Grigio ovunque, ma anche qualcosa di simile ad un baluginio. Né caldo né freddo; stagione che passa e striscia in punta di piedi per non disturbare. Nessun tepore estivo da rubare allo schermo delle foglie, nessun gelo da fuggire rannicchiando le vene e i pensieri. L’aria impalpabile della quiete, dell’armistizio.

Tempo e respiro da sondare, pigri, con la punta delle dita, per tentare di saggiarne la consistenza. Tempo e respiro da sondare, sì, ma con scarsa convinzione. Altro non è che spreco di energia. La quiete, a ben vedere, non può durare.Un treno più vuoto che pieno scivola lento. Solca la crosta di una campagna di giallo marzapane non perfettamente lievitato. Sui sedili gente dispersa assorta in tranquille disperazioni.

Il fascinoso intellettuale sfoggia un volume di saggistica fresco di stampa come un accessorio firmato da portare con solenne nonchalance. Non varia di un millimetro la postura della magra gambetta accavallata. Scorrono le pagine, ma resta di pallido marmo il ghigno del monumento al lettore ignoto.

Di fronte a lui, adorante, una giovane signorina speranzosa d’amore. Osservandola meglio, nelle pieghe vanamente camuffate della fronte, non è tanto speranzosa e non è giovane per niente.

Lì nei pressi, fianco a fianco con la valigetta di pelle, il manager della domenica. Giacca blu notte e cravatta intonata. Intonata al sospetto che la soffice seta lo stia elegantemente strangolando. Sfoglia le imponenti pagine della borsa di un giornale finanziario, ma forse anche lui preferirebbe avere accanto una borsetta assai più minuscola piena zeppa di trucchi, specchi e cianfrusaglie di poco conto.

Passa, con tutta la calma del caso, l’addetto al controllo biglietti. È cortese, informato, cordiale. Elargisce ad ognuno battute a iosa, mordicchiate però, a più riprese, dai dentini tenaci di un tagliente dialetto. È il tipo giusto al posto giusto. Il controllore ideale per un treno di scarso rilievo. Un lusso da poco. Moderato, popolare.

Fora il biglietto e le orecchie anche al passeggero seduto nel sedile d’angolo dello scompartimento. Lo stultus in fundo: uno scribacchino ambulante che da quando è entrato finge spudoratamente di guardare il panorama.

La polvere ristagna per diversi minuti sul fotogramma di una pellicola inceppata. Ciascuno continua a fare ciò che sta facendo. Il meno possibile. Guardare senza vedere e pensare senza sentire.

Ma ecco che, tre metri oltre la barriera di vetro che separa le due metà dell’interminabile scompartimento, accade qualcosa. Una risata. Un gorgoglio chiaro e vibrante di tre gole femminili. L’aria si scuote, si erge, allarga i pori, estende i tendini, e ascolta.

Le tre donne ridenti vanno al mare. Lo dicono, anzi lo cantano, liete, al gioviale bigliettaio. Con ironica cortesia l’omino azzurro fa notare che il treno, per quanto è dato di sapere, è diretto ovunque tranne che al mare.

Loro volevano, signore, il treno delle due e ventitre che va in riviera – sillaba lento masticando una risata. Volevano andare in Liguria, lo dice il loro biglietto… ma questo è il treno delle due e quattordici, stesso binario ma tutt’altro percorso. Questo convoglio, mie care signore, taglia dritto l’Italia come un colpo di coltello: la prima fermata è Bologna, poi Firenze, e infine Roma.

Mi spiace tanto, sono dolente, ma voi lo capite… non posso fermarlo né tantomeno farlo andare a ritroso. Non vi resta che arrivare a Bologna, farvi restituire i soldi del biglietto sbagliato, quindi ripartire verso la vostra meta.

Io, intanto… mi rincresce, ma… debbo compilarvi un nuovo biglietto, quello relativo alla tratta che stiamo attualmente percorrendo”.

Si guardano tra loro le tre donne. Pagano il tutto, sovrattassa compresa, senza fiatare. Si guardano, e scoppiano in una nuova risata. Un sussulto ritmato non troppo diverso dal precedente. Lo rende più cupo soltanto il tremolio di un’eco appena accennata di sarcasmo. Stille di umorismo che cadono a perpendicolo su una pozza d’acqua chiara. Ancora fresca. Pulsante.

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La signorina senza volto e senza età si alza in piedi, frattanto. Indugia per un attimo sterminato davanti alla gambetta anchilosata del divoratore di libri, e attende che sollevi lo sguardo dal fiero pasto. Lo saluta con la formalità di un anziano caporale, poi scompare. Richiude la porta senza un cigolio. Svanisce lasciandosi alle spalle profumo di glicini malinconici e polline sterile.

Lo scribacchino prova a scribacchiare. Ma l’occhio tende a chiudersi, ipnotizzato dal dondolio delle ferraglie.

Le tre Maddalene lo riaprono, in extremis, con una nuova raffica di risate. Placide, interminabili, e di nuovo zuccherose. Consapevolmente infantili. Hanno sconfitto la sorpresa e il disappunto con una fulminea battaglia. Hanno ripreso possesso assoluto della loro serenità, e con essa hanno catturato l’attenzione generale.

Viene fatto di pensare che si tratti di tre signore anziane. Decisamente distratte, un po’ arteriosclerotiche, e con una montagna di tempo da perdere.

Ma poi le vedi, finalmente. Le osservi scattare in piedi senza smettere di ridacchiare, e le segui con lo sguardo mentre sgusciano lievi una dopo l’altra verso la toilette. Tornano indietro rinfrescate e pettinate. Belle e procaci, o giù di lì. Tre donne al vertice della parabola della sensualità. Al culmine di una maturità carnosa e succulenta. La punta estrema del soffice prato che sovrasta il baratro del declino.

Altro che vecchie! A Roma direbbero che sono bbone. E non certo per indicarne le qualità morali. Iniziano ad alzarsi e a risedersi a turno con la scusa di prendere qualcosa dalle valigie, balzellano sui sedili e vanno avanti e indietro lungo i corridoi come ragazzine in gita scolastica.

C’è tempo e modo di scrutarle con più cura. Sono belle, sì, in un certo senso. Sono belle… ma solo a metà. È come se ognuna delle loro facce contenesse un pezzo stonato, fuori luogo e fuori misura. Montato male o a sproposito. Sotto i bei capelli cotonati sbuca un naso aquilino, un neo bitorzoluto, un’ombra viscida di peluria che vela, in controluce, un mento troppo marcato, da uomo.

Le serenissime viaggiatrici hanno un fascino tetro. Un aspetto quietamente micidiale che richiama qualcosa alla memoria. Qualcosa di poco rassicurante.

Non vorrei che in fondo fossero state loro, a ben pensarci, a prendere in giro quel buonuomo del bigliettaio. Ride bene chi ride ultimo – recita un noto detto popolare.

Sanno benissimo dove andare, loro! Sanno dove andare e cosa fare. E il treno che hanno preso è, in realtà, quello giusto. Quello giusto, sì, per il loro intento, per il loro disegno. Non lo hanno preso a caso, no. Lo hanno preso perché così era scritto.

Nel frattempo le tre ricamatrici di risate continuano a tessere la loro tela. Parlano, cantano, e cospirano, liete, alle nostre spalle. Per il momento tessono, ma…

 

Vorrei cambiare treno. Se fosse possibile, se fosse sensato, cambierei volentieri tragitto e destinazione. A costo di tornare al punto di partenza, o di puntare davvero, io sì, verso un punto qualunque del continente.

C’è una calma feroce su questo treno. Una pace mortale – starei per dire.

E la risata, ora, non è calda, non è tonda e non è chioccia. È schiettamente, nitidamente raggelante.

La sola gioia, il sospiro prolungato di sollievo, adesso, è l’uscita dal buio fitto di una galleria. Ed è una stretta metallica al cuore la visione di un cimitero che biancheggia nel verde dopo una curva. Non è certo un camposanto all’inglese immerso in un rigoglioso giardino. Qui c’è solo calce nuda: trappole in miniatura che impediscono ogni possibile fuga persino agli spiriti trapassati. Non mi sento davvero in vena di provare a scrivere elegie cimiteriali alla Thomas Gray. Al massimo potrei scarabocchiare, con mano tremolante, qualche abbozzo iperrealistico sul tema della paura.

Là fuori, da stazioncine aggrappate ai bordi di magri ruscelli, volti di pietra ci guardano passare. Facce aliene al calore del pianto ma anche all’ombra gelida del sadismo. Spettatori malgrado loro ci scrutano, sobri e impassibili, con gli occhi di chi osserva una nave di folli che solca l’orizzonte del proprio destino.

Ci vedono sfilare, rapidi e inermi, come i passeggeri della trappola d’acciaio di “Cassandra Crossing”, ma senza il lieto fine hollywoodiano.

Anzi, no. Ci guardano scorrere davanti alle loro pupille spalancate con la stessa espressione con cui si prende visione dei numeri di una statistica. Cifre nude e crude, dati di fatto ridotti a pura logica matematica: un numero ics di treni su un totale ipsilon di convogli che partono ogni giorno è destinato a… sì, insomma, è diretto verso… la fine.

Ecco, voilà: oggi è toccato a noi di entrare nella statistica. Abbiamo il privilegio di essere noi il numero ics.

Quale onore! Non ne sono degno però. No, non mi sento pronto per tale memorabile evento. Preferirei rimandare.

Guardo di nuovo il finestrino e la striscia di terra che scorre inesorabile sotto l’ombra del treno. I prati erbosi ce li siamo lasciati alle spalle. Ghiaia e zolle indurite punteggiate da lame di stoppie, ora. Nient’altro.

Vorrei saltare fuori. Lo vorrei con tutte le mie forze. Ma non sono abbastanza atletico per riuscire a morire in modo sufficientemente elegante.

Che fare? In quali vicoli angusti di pensieri rintanarsi, sempre sperando di non essere scovati, appiccicati al muro e dilaniati come sorci?

Non lo so. Tutto ciò che penso e sento ora è il battito parossistico del cuore che rimbomba nelle vene. Quasi una musica… una musica, a modo suo.

Cantare! Sì, cantare. A polmoni spalancati, con la speranza di assordare la mente. A squarciagola, con la bocca sbarrata. Dissolversi nell’urlo di un ritmo interno che martella dalla testa ai piedi. “Your eyes are the eyes/ of a woman in love,/ and, ho, how they give you away”.

Cantare, sì, anche se non ricordo bene le parole. Cantare, come Marlon Brando nella colonna sonora di un film anni cinquanta. Quasi dolce, quasi tenero, quasi innamorato. Marlon Brando ancora nel fiore degli anni, poco obeso e molto vivo.

 

Cantare. Tutto qua. La cosa più vicina al respiro che riesco a immaginare. La sola che riesco a fare, adesso, appoggiato al sedile come una valigia colma di fragilissimo piombo. “… they say no moon / in the sky/ ever lent such a glow…”

 

Hanno sentito! Nonostante le labbra accuratamente serrate, nonostante le narici sigillate come un documento top secret, le tre vedove allegre hanno udito ogni sillaba, ogni nota.

A dieci file di sedili di distanza, al di là dello spesso separé di vetro, sentono tutto quanto. Sentono e cantano anche loro, in questo momento, la mia stessa canzone, la stessa identica strofa.

Prosegue per arcani, sconfinati minuti il quartetto per voce e mugolio orchestrato da un filo invisibile. Prosegue e oscilla, seguendo le vibrazioni dei vagoni sballottati dagli scambi.

Si alzano. Scivolano via… scendono. A sorpresa come erano comparse, svaniscono, d’un tratto, le tre fascinose viaggiatrici.

Il treno c’è ancora, e c’è ancora il binario. È ancora lì il dondolio testardo che ti scuote e ti culla come una nenia, una melodia rotonda che ti avvolge. Un velo, una corda, un riso, uno sguardo…“those eyes are the eyes/ of a woman in love…/and may they gaze, evermore,/ into mine,/ crazily gaze, evermore,/ into mine”.

 

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A Martian of the world and of the word

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We miss Flaiano. In these uncertain and confused times, in this autumn of the world between global crises and loss of identity, opportunism and new barbarism, we miss him. Flaiano were useful, now, to the whole world but above all to Italians, an ingenious and disenchanted people, still caught in the trap of considering cunning more important than intelligence.
With his wit and his irreverent humour, Flaiano would comfort us in his own way by saying “Come on, the best is past”, and laughing we might remind ourselves that the best must be imagined and constructed, not just waited.
Ennio Flaiano, writer, journalist, humorist, screenwriter, film critic and playwright, has given a precise picture of Italy and of the Italians in their multiple facets. Like a diamond cut, his writing, nuanced, dissected, whipped and mocked our vices and our virtues and did so in the name of a profound and highly personal faith in the word. “I believe only in the word. The word hurts, the word convinces, the word subsides. This, to me, is the meaning of writing. ”
For Flaiano the word is never just a sound or a graphic expression of a concept, it is first and foremost itself a show: comedy, tragedy, farce, a lie which contains innumerable truths. The word is a constant and yet always new and unpredictable performance, staged by the Nearly Stable Company of Life.
But in Flaiano the show of the word never means complacency. It is no coincidence then that he deliberately chose a tight angle to critically observe reality, a sort of border land located halfway between involvement and detachment, passion and humor. Thus he became the “Martian” that he described in his famous story. And his space ship is always subtracted to radar detection and hunting of any flock of ordinary well-meaning groups of people. He saves himself by flying over and detaching from those clichés that he always stigmatized.
“Man is a thinking animal, and thinking makes him soar above the surface. This is my faith. Maybe the only one. But it is enough for me to keep following the show of the world”, wrote Flaiano, and this statement contains a clear position and the confirmation that only the thought, once turned into word, gives us a clue, and a higher knowledge, or at least a free one, not conditioned by clichés.
Flaiano was born in Pescara, the city also of D’Annunzio. The same place can produce these two distant visions of the same circus of lights, shadow plays, sounds, noises, mysterious tunnels and glittering carousels. The same land of Abruzzo creates the bard, the soldier poet, the imaginative creator of verses and slogans, and, a few decades later, the rhetorical desecrator, the caustic man by the appearance of a traveling salesman able to undermine bombastic certainties. Both D’Annunzio and Flaiano share a voracious passion for the speech, a manic attraction and two very different and yet inimitable forms of acrobatics.

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In A Martian in Rome, Flaiano wrote: “The word is used to hide the thought, and thought to hide the truth. And the truth strikes those who dare to face her. ”
Better, then, to see truth already filtered by a screen, or from a side, like a movie that uses its fictitious nature to represent reality. Thus trying to make people laugh when it is appropriate to weep, and vice versa, or induce both, though saving themselves from the unbearable gaze of Medusa that annihilates and hides the thought. The first significant event in the life of Flaiano is already in itself a script, written by an author named ironic fate, with an immense sense of humor. He, Ennio Flaiano, the last of seven children of Cetteo Flaiano, arrives in Rome in 1922 traveling on a crowded train of fascists who flocked to the capital on the occasion of the fateful march. Evidently it was perhaps already written that he had to speak about that event, producing a series of anecdotes that photograph that specific era and yet immortalize human characters subtracted to any chronological connotation.
For Flaiano Rome was not only a chosen home city. It was also an inexhaustible source of ideas, gestures, biting sarcasm, harsh inventions and genius. A source from which to draw in small sips, just enough to appreciate the taste without absorbing poisons, small cunning, gossip, and the chatter of the great fashionable circles, carefully dodged.
He enrolled in architecture but did not complete his studies, consistent with that sense of solid and structured elusiveness, true to the nature that he himself admirably summed up with the phrase “With the feet strongly rooted on the clouds”, the motto of his whole existence, reported also on the tombstone placed on his home in Rome.

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The script, written by reality, continues when he moved to Viale delle Milizie sharing a room with Orfeo Tamburi. The words, even the names of the streets, seem to pursue his humour, that sentiment to the contrary innate in him. At that time he met among others Mario Pannunzio and Leo Longanesi and began collaborating with various magazines.
He joined the War of Ethiopia, and, even in this biographical event next real horror there will be room for memory and testimony. Years later will born from that experience, written in just over three months, the novel Time to Kill, winner of the first edition of the Premio Strega.
The comic and the tragic meet continously in his life. As his presence at the tables of Roman literary cafes but above all of the restaurants, real stages of fierce and brilliant jokes, testified in a sublime way, for example, by the faithful clients of the King of the Half Portion in C’eravamo tanto amati directed by Ettore Scola.

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Flaiano in those years married a teacher of mathematics, as if to give a measure to the flow of anarchist life, but the tragic face of life goes beyond any taxonomic classification, beyond formulas and equations: his daughter Luisa, born in 1942, a few months later shows the first signs of encephalopathy that seriously affected the whole of her existence.
The film world calls him, attraction and natural outlet, in a conflictual relationship, never resolved; this is the ideal place in which to act and set in motion his ideas and paradoxes and on the other end a place of vanity and compromises that he always refused. At first he worked as a film critic for several magazines before landing on the script.
He works with many of the most significant directors of the postwar period, but remains in the memory above all his long and fruitful partnership with Federico Fellini. Two similar characters and yet very different, Fellini and Flaiano, two shynesses comparing, two grumpinesses of different flavor and specific methods of attack and defense. But with the shared pleasure of portraying that side of the world that fascinates and horrifies, the grotesque scrutinized with amused and ferocious attention, perhaps to highlight the surreal side hidden in the depths of each of us and combining like in the melancholy and endless carousel of ” 8½ “.
Flaiano also worked as a journalist. In the sixties he began a period of travels and international relations, in Spain, in Paris (where he wrote for Louis Malle), and the United States (for an Oscar for “8½”), then again in Paris (where he writes a script taken from Proust’s Recherche for René Clément), in Prague and in Israel. He collaborated among others with Blasetti, Monicelli, Antonioni, Scola.

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The “bilocation of intelligence”, his way of grasping the ambivalence of the real, has allowed him to see the world without being incorporated, avoiding the approval mechanisms, the commonplace and the apparent golden world of the star system. His being in the reality and yet staying outside, has produced some of the finest screenplays of the Italian cinema of the fifties and sixties, and an endless series of aphorisms that still have the power to portray the character, the way of being and thinking of the Italians.
“The worst that can happen to a genius is to be understood,” wrote Flaiano. Well, I can not say if the Italians have understood his genius too much or too little. How to comment otherwise the news and images of “hard-working” employees who stamp the card in underwear and then go back to bed? Or the apartments rented by the City of Rome to the usual unknown (or known, friends and cousins ​​of other parents of the parents) to the price of a coffee a month? We miss Flaiano’s sharp and salacious criticism like a sailor misses the compass on a stormy sea.
We miss Flaiano. Not for a sloppy exaltation almost hagiographic or a nostalgic memory out of time, but for a solid acknowledgment: the absence of figures able to grasp his spirit and take his heritage. After all, as he himself had predicted, in our country exists a sort of “cult of lack of personality”, and in particular young people “have almost all the courage of the opinions of the others.”
Flaiano, although deeply disillusioned, showed us that you can enclose the world in a story, a sequence of images, or even in a sentence, in which as if by magic you can immediately grasp both sides of the moon. He could make us this gift because he was indeed a Martian coming from irony galaxies and dazed lucidity. He could give it to us because he was able to read reality without succumbing to the banality patina of which it is sometimes cloaked, using the word as a tool to dissect and reconstruct the world.
In these times everything flows quickly, and the highest thought is worth the externalization of a tweet. In this world where people don’t seem to read stories but they all make storytelling, Flaiano’s brilliant synthesis and lucid and visionary foresight would be necessary more than ever. But perhaps, being Flaiano always a step forward or a step to the side of reality, today, with his withering aphorisms, he would probably invite us to rediscover the deeper value of silence, of listening, of reflection.
And perhaps, since he was a genius indeed, once more he wouldn’t be understood.

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Un marziano del mondo e della parola

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Fln nvle
Ci manca Flaiano. Manca a questi tempi incerti e confusi, in questo autunno del mondo tra crisi globali e perdite d’identità, tra opportunismi e nuove barbarie, ma manca soprattutto agli italiani, un popolo ingegnoso e disincantato, forse troppo, tanto da scambiare ancora o troppo spesso la furbizia per intelligenza.
Con la sua arguzia e la sua dissacrante ironia, Flaiano ci avrebbe confortato a suo modo dicendoci “Coraggio, il meglio è passato”, e avremmo forse ricordato a noi stessi che il meglio va immaginato e costruito e non semplicemente aspettato.
Parlare di Ennio Flaiano, sceneggiatore, scrittore, giornalista, umorista, critico cinematografico e drammaturgo, è come raccontare l’Italia e gli italiani nelle loro molteplici sfaccettature. Come un diamante la sua scrittura ha tagliato, sviscerato, sferzato e irriso i nostri vizi e le nostre virtù e lo ha fatto in nome di una fede profonda e assolutamente personale nella parola. “Io credo soltanto nella parola. La parola ferisce, la parola convince, la parola placa. Questo, per me, è il senso dello scrivere”.
Per Flaiano la parola non è mai solo espressione sonora o grafica di un concetto, è prima di ogni altra cosa essa stessa spettacolo, commedia, tragedia, farsa, una menzogna che contiene innumerevoli verità. Rappresentazione costante e tuttavia sempre nuova e imprevedibile, allestita dalla Compagnia Quasi Stabile della Vita.
Ma in Flaiano lo spettacolo della parola non cede mai all’autocompiacimento. Non è un caso quindi che abbia volutamente scelto una posizione defilata per osservare criticamente la realtà, una sorta di terra di confine posta a metà strada tra il coinvolgimento e il distacco, la passione e l’umorismo. In tal modo si è rivelato egli stesso quel “marziano” che ha descritto nel suo famoso racconto. E la sua navicella, inafferrabile, si è sempre sottratta ai radar e ai caccia di qualsiasi stormo di ordinari benpensanti, sorvolando e distaccandosi da quei luoghi comuni che ha sempre stigmatizzato.

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«L’uomo è un animale pensante, e quando pensa non può essere che in alto. È questa la mia fede. Forse l’unica. Ma mi basta per seguire ancora con curiosità lo spettacolo del mondo», scriveva Flaiano. Questa affermazione contiene una netta presa di posizione e la conferma che solo il pensiero, una volta tramutato in parola, ci offre una chiave di lettura, e una conoscenza più elevata, o almeno più libera, non condizionata da cliché.
Flaiano nasce a Pescara, città anche di D’Annunzio, in grado di produrre questi due sguardi così distanti del medesimo circo del mondo fatto di luci, giochi d’ombra, suoni, rumori, tunnel misteriosi e caroselli rutilanti. La stessa terra d’Abruzzo genera il vate, il poeta soldato, l’immaginifico creatore di versi e slogan, e, qualche decennio dopo, l’antiretorico dissacratore, l’uomo della sintesi caustica, lo scrittore dall’aspetto di commesso viaggiatore che scardina le roboanti certezze. In comune una passione vorace per l’eloquio, un’attrazione maniacale e due diversissime e al tempo stesso inimitabili forme di funambolismo.

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In Un marziano a Roma, Flaiano scrive: «La parola serve a nascondere il pensiero, il pensiero a nascondere la verità. E la verità fulmina chi osa guardarla in faccia.»
Meglio allora vederla già filtrata da uno schermo, la verità, o da una posizione laterale, come in un film che usa la sua natura fittizia per rappresentare la realtà. Cercando così di far ridere quando è il caso di piangere e viceversa, o indurre entrambe le cose, salvandosi però da quello sguardo insostenibile di Medusa che annienta e nasconde il pensiero. La prima vicenda significativa della vita di Flaiano è già di per sé una sceneggiatura, scritta da un ironico autore chiamato Destino, dotato di immenso senso dell’umorismo. Lui, Flaiano Ennio, ultimo dei sette figli di Cetteo Flaiano, arriva a Roma nel 1922 viaggiando su un treno affollato di fascisti che affluivano nella capitale in occasione della fatidica Marcia. Evidentemente era forse già scritto che ne dovesse parlare, producendo una serie di aneddoti che fotografano un’epoca e che immortalano tuttavia caratteri umani sottratti ad ogni connotazione cronologica.
Per Flaiano Roma oltre essere la sua città elettiva è stata soprattutto una fonte inesauribile di spunti, di gesti, di sarcasmo graffiante, di invenzioni becere e geniali. Una sorgente da cui attingere a piccoli sorsi, quanto basta per apprezzarne il gusto senza assorbirne i veleni, le piccole furberie, i pettegolezzi e il chiacchiericcio dei grandi salotti alla moda, schivati con cura.
Si iscrive ad architettura ma non completa gli studi, coerente con quel senso di solida e strutturata impalpabilità, fedele a quella sua natura che egli stesso sintetizzò mirabilmente con la frase “Con i piedi fortemente poggiati sulle nuvole”, motto della sua intera esistenza, riportata anche sulla lapide posta a futura memoria sulla sua casa romana.
La sceneggiatura non scritta, o scritta sul cemento della realtà, prosegue quando si stabilisce in Viale delle Milizie condividendo una stanza con il pittore Orfeo Tamburi. I nomi, le parole, perfino le targhe agli angoli delle strade, sembrano inseguire il suo umorismo, quel sentimento del contrario in lui innato. In quel periodo conosce tra gli altri Mario Pannunzio e Leo Longanesi e inizia a collaborare con varie riviste.
Partecipa alla Guerra d’Etiopia, e, anche in questo evento biografico accanto all’orrore reale ci sarà spazio per la memoria, per il ricordo e la testimonianza. Anni dopo ne nascerà, scritto in poco più di tre mesi, il romanzo Tempo di uccidere, vincitore della prima edizione del Premio Strega.
Il comico e il tragico si rincorrono nella sua vita, in un appuntamento immancabile. Come la sua presenza ai tavoli dei caffè letterari romani ma soprattutto delle trattorie, veri palcoscenici di battute feroci e geniali, testimoniate in modo sublime, ad esempio, dai fedeli avventori del Re della Mezza Porzione nel film C’eravamo tanto amati di Ettore Scola.

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Flaiano sposa in quegli anni un’insegnante di matematica, quasi a voler dare una misura al fluire anarcoide della vita, ma il volto tragico della vita va oltre ogni catalogazione tassonomica, oltre ogni formula ed equazione: la figlia Luisa, nata nel 1942, pochi mesi più tardi manifesta i primi segni di una encefalopatia che ne condizionerà gravemente l’intera esistenza.
Il mondo del cinema lo chiama a sé, attrazione e sbocco naturale, in un rapporto conflittuale, mai risolto; è questo il luogo ideale in cui far agire e mettere in moto le sue idee e i suoi paradossi e sul fronte opposto luogo di vanità e compromessi a lui alieni. In un primo momento lavora come critico cinematografico per diverse riviste per poi approdare alla sceneggiatura.

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Collabora con molti dei più significativi registi del dopoguerra, ma resta nella memoria soprattutto il suo lungo e fruttuoso sodalizio con Federico Fellini. Due personaggi simili e diversissimi, Fellini e Flaiano, due timidezze a confronto, due scontrosità di sapore differente e con specifiche modalità di difesa e di attacco. Ma con il gusto condiviso di ritrarre quel lato del mondo che affascina e inorridisce, il grottesco scrutato con attenzione divertita e feroce, forse per evidenziare il lato surreale nascosto nei meandri di ciascuno di noi come in quel malinconico e interminabile girotondo di “8½”.

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All’attività di sceneggiatore Flaiano affianca quella di giornalista. Negli anni sessanta inizia un periodo di viaggi e relazioni internazionali, in Spagna, a Parigi (dove scrive per Louis Malle), e negli Stati Uniti (per l’Oscar a “8½”), poi di nuovo a Parigi (dove scrive una sceneggiatura tratta dalla Recherche di Proust per René Clément), a Praga e in Israele. Collabora tra gli altri con Blasetti, Monicelli, Antonioni, Scola.
La “bilocazione dell’intelligenza”, quel suo modo di cogliere l’ambivalenza del reale, gli ha permesso di osservare il mondo senza esserne inglobato, rifuggendo dai meccanismi dell’omologazione, del luogo comune e dall’apparente mondo dorato dello star system. Questo suo essere dentro la realtà restandone fuori, ha prodotto alcune delle sceneggiature più significative del cinema italiano degli anni cinquanta e sessanta e una serie innumerevole di aforismi che ancora oggi hanno il potere di ritrarre l’indole, il modo di essere e di pensare degli italiani.
“Il peggio che può capitare ad un genio è di essere compreso”, scriveva Flaiano. Ebbene, non saprei dire se noi italiani il suo genio lo abbiamo compreso troppo o troppo poco. Come commentare altrimenti le notizie e le immagini dei “solerti” impiegati che timbrano il cartellino in mutande per poi tornarsene a letto? Oppure gli appartamenti concessi in affitto dal Comune di Roma ai soliti ignoti (o noti, cognati e cugini di altri noti) al prezzo di un caffè al mese? Una sua critica puntuale e salace manca come la bussola ad un marinaio nel mare in tempesta.
Ci manca Flaiano. Non per una sdolcinata esaltazione quasi agiografica o per un amarcord fuori tempo, ma per una concreta e solida presa d’atto: l’assenza oggi di figure che abbiano saputo coglierne lo spirito e riceverne l’eredità. Del resto, come egli stesso aveva preconizzato, nel nostro paese vige una sorta di “culto della mancanza di personalità”, e in particolare i giovani “hanno quasi tutti il coraggio delle opinioni altrui”.
Flaiano pur essendo stato un campione della disillusione ci ha mostrato che è possibile racchiudere il mondo in una storia, in un racconto, in una sequenza di immagini, o addirittura in una sola frase, in cui come per incanto è possibile cogliere immediatamente entrambe le facce della luna. Questo dono ha potuto farcelo in qualità di marziano, proveniente da galassie di ironia e stralunata lucidità. E ha potuto offrircelo perché era capace di leggere la realtà senza cedere alla patina di banalità di cui questa a volte si ammanta, utilizzando la parola come strumento per sezionare e ricomporre il mondo.
In questi tempi in cui tutto scorre velocemente, in cui il pensiero più alto vale l’esternazione di un tweet, in un mondo in cui non si scrivono più storie ma tutti fanno storytelling, risulta più che mai evidente la sua geniale capacità di sintesi e la sua lucida e visionaria lungimiranza. Ma forse, essendo Flaiano sempre un passo avanti o un passo di lato di fronte alla realtà, oggi, con un suo fulminante aforisma, ci avrebbe con ogni probabilità invitato a riscoprire il valore più profondo del silenzio, dell’ascolto, della riflessione.
E forse, anzi sicuramente, da genio qual’era, ancora una volta non sarebbe stato compreso.

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TRENO QUASI DIRETTO, storia di tre donne che avevano sbagliato treno

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Un altro vecchio racconto, che in questi giorni mi sembra essere tornato vivo, attuale.    IM

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TRENO QUASI DIRETTO

ovvero

storia di tre donne che avevano sbagliato convoglio,

e ridevano, felici

Le prime ore del pomeriggio di una domenica senza pretese. Novembre forse, o almeno novembre del cuore. Grigio ovunque, ma anche qualcosa di simile ad un baluginio. Né caldo né freddo; stagione che passa e striscia in punta di piedi per non disturbare. Nessun tepore estivo da rubare allo schermo delle foglie, nessun gelo da fuggire rannicchiando le vene e i pensieri. L’aria impalpabile della quiete, dell’armistizio.

Tempo e respiro da sondare, pigri, con la punta delle dita, per tentare di saggiarne la consistenza. Tempo e respiro da sondare, sì, ma con scarsa convinzione. Altro non è che spreco di energia. La quiete, a ben vedere, non può durare.Un treno più vuoto che pieno scivola lento. Solca la crosta di una campagna di giallo marzapane non perfettamente lievitato. Sui sedili gente dispersa assorta in tranquille disperazioni.

Il fascinoso intellettuale sfoggia un volume di saggistica fresco di stampa come un accessorio firmato da portare con solenne nonchalance. Non varia di un millimetro la postura della magra gambetta accavallata. Scorrono le pagine, ma resta di pallido marmo il ghigno del monumento al lettore ignoto.

Di fronte a lui, adorante, una giovane signorina speranzosa d’amore. Osservandola meglio, nelle pieghe vanamente camuffate della fronte, non è tanto speranzosa e non è giovane per niente.

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Lì nei pressi, fianco a fianco con la valigetta di pelle, il manager della domenica. Giacca blu notte e cravatta intonata. Intonata al sospetto che la soffice seta lo stia elegantemente strangolando. Sfoglia le imponenti pagine della borsa di un giornale finanziario, ma forse anche lui preferirebbe avere accanto una borsetta assai più minuscola piena zeppa di trucchi, specchi e cianfrusaglie di poco conto.

Passa, con tutta la calma del caso, l’addetto al controllo biglietti. È cortese, informato, cordiale. Elargisce ad ognuno battute a iosa, mordicchiate però, a più riprese, dai dentini tenaci di un tagliente dialetto. È il tipo giusto al posto giusto. Il controllore ideale per un treno di scarso rilievo. Un lusso da poco. Moderato, popolare.

Fora il biglietto e le orecchie anche al passeggero seduto nel sedile d’angolo dello scompartimento. Lo stultus in fundo: uno scribacchino ambulante che da quando è entrato finge spudoratamente di guardare il panorama.

La polvere ristagna per diversi minuti sul fotogramma di una pellicola inceppata. Ciascuno continua a fare ciò che sta facendo. Il meno possibile. Guardare senza vedere e pensare senza sentire.

Ma ecco che, tre metri oltre la barriera di vetro che separa le due metà dell’interminabile scompartimento, accade qualcosa. Una risata. Un gorgoglio chiaro e vibrante di tre gole femminili. L’aria si scuote, si erge, allarga i pori, estende i tendini, e ascolta.

Le tre donne ridenti vanno al mare. Lo dicono, anzi lo cantano, liete, al gioviale bigliettaio. Con ironica cortesia l’omino azzurro fa notare che il treno, per quanto è dato di sapere, è diretto ovunque tranne che al mare.

“Loro volevano, signore, il treno delle due e ventitre che va in riviera – sillaba lento masticando una risata. Volevano andare in Liguria, lo dice il loro biglietto… ma questo è il treno delle due e quattordici, stesso binario ma tutt’altro percorso. Questo convoglio, mie care signore, taglia dritto l’Italia come un colpo di coltello: la prima fermata è Bologna, poi Firenze, e infine Roma.

Mi spiace tanto, sono dolente, ma voi lo capite… non posso fermarlo né tantomeno farlo andare a ritroso. Non vi resta che arrivare a Bologna, farvi restituire i soldi del biglietto sbagliato, quindi ripartire verso la vostra meta.

Io, intanto… mi rincresce, ma… debbo compilarvi un nuovo biglietto, quello relativo alla tratta che stiamo attualmente percorrendo”.

Si guardano tra loro le tre donne. Pagano il tutto, sovrattassa compresa, senza fiatare. Si guardano, e scoppiano in una nuova risata. Un sussulto ritmato non troppo diverso dal precedente. Lo rende più cupo soltanto il tremolio di un’eco appena accennata di sarcasmo. Stille di umorismo che cadono a perpendicolo su una pozza d’acqua chiara. Ancora fresca. Pulsante.

La signorina senza volto e senza età si alza in piedi, frattanto. Indugia per un attimo sterminato davanti alla gambetta anchilosata del divoratore di libri, e attende che sollevi lo sguardo dal fiero pasto. Lo saluta con la formalità di un anziano caporale, poi scompare. Richiude la porta senza un cigolio. Svanisce lasciandosi alle spalle profumo di glicini malinconici e polline sterile.

Lo scribacchino prova a scribacchiare. Ma l’occhio tende a chiudersi, ipnotizzato dal dondolio delle ferraglie.

Le tre Maddalene lo riaprono, in extremis, con una nuova raffica di risate. Placide, interminabili, e di nuovo zuccherose. Consapevolmente infantili. Hanno sconfitto la sorpresa e il disappunto con una fulminea battaglia. Hanno ripreso possesso assoluto della loro serenità, e con essa hanno catturato l’attenzione generale.

Viene fatto di pensare che si tratti di tre signore anziane. Decisamente distratte, un po’ arteriosclerotiche, e con una montagna di tempo da perdere.

Ma poi le vedi, finalmente. Le osservi scattare in piedi senza smettere di ridacchiare, e le segui con lo sguardo mentre sgusciano lievi una dopo l’altra verso la toilette. Tornano indietro rinfrescate e pettinate. Belle e procaci, o giù di lì. Tre donne al vertice della parabola della sensualità. Al culmine di una maturità carnosa e succulenta. La punta estrema del soffice prato che sovrasta il baratro del declino.

Altro che vecchie! A Roma direbbero che sono bbone. E non certo per indicarne le qualità morali. Iniziano ad alzarsi e a risedersi a turno con la scusa di prendere qualcosa dalle valigie, balzellano sui sedili e vanno avanti e indietro lungo i corridoi come ragazzine in gita scolastica.

C’è tempo e modo di scrutarle con più cura. Sono belle, sì, in un certo senso. Sono belle… ma solo a metà. È come se ognuna delle loro facce contenesse un pezzo stonato, fuori luogo e fuori misura. Montato male o a sproposito. Sotto i bei capelli cotonati sbuca un naso aquilino, un neo bitorzoluto, un’ombra viscida di peluria che vela, in controluce, un mento troppo marcato, da uomo.

Le serenissime viaggiatrici hanno un fascino tetro. Un aspetto quietamente micidiale che richiama qualcosa alla memoria. Qualcosa di poco rassicurante.

Non vorrei che in fondo fossero state loro, a ben pensarci, a prendere in giro quel buonuomo del bigliettaio. Ride bene chi ride ultimo – recita un noto detto popolare.

Sanno benissimo dove andare, loro! Sanno dove andare e cosa fare. E il treno che hanno preso è, in realtà, quello giusto. Quello giusto, sì, per il loro intento, per il loro disegno. Non lo hanno preso a caso, no. Lo hanno preso perché così era scritto.

Nel frattempo le tre ricamatrici di risate continuano a tessere la loro tela. Parlano, cantano, e cospirano, liete, alle nostre spalle. Per il momento tessono, ma…

Vorrei cambiare treno. Se fosse possibile, se fosse sensato, cambierei volentieri tragitto e destinazione. A costo di tornare al punto di partenza, o di puntare davvero, io sì, verso un punto qualunque del continente.

C’è una calma feroce su questo treno. Una pace mortale – starei per dire.

E la risata, ora, non è calda, non è tonda e non è chioccia. È schiettamente, nitidamente raggelante.

La sola gioia, il sospiro prolungato di sollievo, adesso, è l’uscita dal buio fitto di una galleria. Ed è una stretta metallica al cuore la visione di un cimitero che biancheggia nel verde dopo una curva. Non è certo un camposanto all’inglese immerso in un rigoglioso giardino. Qui c’è solo calce nuda: trappole in miniatura che impediscono ogni possibile fuga persino agli spiriti trapassati. Non mi sento davvero in vena di provare a scrivere elegie cimiteriali alla Thomas Gray. Al massimo potrei scarabocchiare, con mano tremolante, qualche abbozzo iperrealistico sul tema della paura.

Là fuori, da stazioncine aggrappate ai bordi di magri ruscelli, volti di pietra ci guardano passare. Facce aliene al calore del pianto ma anche all’ombra gelida del sadismo. Spettatori malgrado loro ci scrutano, sobri e impassibili, con gli occhi di chi osserva una nave di folli che solca l’orizzonte del proprio destino.

Ci vedono sfilare, rapidi e inermi, come i passeggeri della trappola d’acciaio di “Cassandra Crossing”, ma senza il lieto fine hollywoodiano.

Anzi, no. Ci guardano scorrere davanti alle loro pupille spalancate con la stessa espressione con cui si prende visione dei numeri di una statistica. Cifre nude e crude, dati di fatto ridotti a pura logica matematica: un numero ics di treni su un totale ipsilon di convogli che partono ogni giorno è destinato a… sì, insomma, è diretto verso… la fine.

Ecco, voilà: oggi è toccato a noi di entrare nella statistica. Abbiamo il privilegio di essere noi il numero ics.

Quale onore! Non ne sono degno però. No, non mi sento pronto per tale memorabile evento. Preferirei rimandare.

Guardo di nuovo il finestrino e la striscia di terra che scorre inesorabile sotto l’ombra del treno. I prati erbosi ce li siamo lasciati alle spalle. Ghiaia e zolle indurite punteggiate da lame di stoppie, ora. Nient’altro.

Vorrei saltare fuori. Lo vorrei con tutte le mie forze. Ma non sono abbastanza atletico per riuscire a morire in modo sufficientemente elegante.

Che fare? In quali vicoli angusti di pensieri rintanarsi, sempre sperando di non essere scovati, appiccicati al muro e dilaniati come sorci?

Non lo so. Tutto ciò che penso e sento ora è il battito parossistico del cuore che rimbomba nelle vene. Quasi una musica… una musica, a modo suo.

Cantare! Sì, cantare. A polmoni spalancati, con la speranza di assordare la mente. A squarciagola, con la bocca sbarrata. Dissolversi nell’urlo di un ritmo interno che martella dalla testa ai piedi. “Your eyes are the eyes/ of a woman in love,/ and, ho, how they give you away”.

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Cantare, sì, anche se non ricordo bene le parole. Cantare, come Marlon Brando nella colonna sonora di un film anni cinquanta. Quasi dolce, quasi tenero, quasi innamorato. Marlon Brando ancora nel fiore degli anni, poco obeso e molto vivo.

Cantare. Tutto qua. La cosa più vicina al respiro che riesco a immaginare. La sola che riesco a fare, adesso, appoggiato al sedile come una valigia colma di fragilissimo piombo. “… they say no moon / in the sky/ ever lent such a glow…”

Hanno sentito! Nonostante le labbra accuratamente serrate, nonostante le narici sigillate come un documento top secret, le tre vedove allegre hanno udito ogni sillaba, ogni nota.

A dieci file di sedili di distanza, al di là dello spesso separé di vetro, sentono tutto quanto. Sentono e cantano anche loro, in questo momento, la mia stessa canzone, la stessa identica strofa.

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Prosegue per arcani, sconfinati minuti il quartetto per voce e mugolio orchestrato da un filo invisibile. Prosegue e oscilla, seguendo le vibrazioni dei vagoni sballottati dagli scambi.

Si alzano. Scivolano via… scendono. A sorpresa come erano comparse, svaniscono, d’un tratto, le tre fascinose viaggiatrici.

Il treno c’è ancora, e c’è ancora il binario. È ancora lì il dondolio testardo che ti scuote e ti culla come una nenia, una melodia rotonda che ti avvolge. Un velo, una corda, un riso, uno sguardo…“those eyes are the eyes/ of a woman in love…/and may they gaze, evermore,/ into mine,/ crazily gaze, evermore,/ into mine”.

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ARTE E LUOGHI – Festival Letteratura di Viaggio

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Ho già dato la notizia, ma l’articolo di “Arte e Luoghi” dedicato al Festival della Letteratura di Viaggio in cui sono stato premiato anch’io è molto gradito, gentile e ben fatto, e lo condivido qui, con un grazie ad Antonietta Fulvio.

www.arteeluoghi.it

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Viaggio al centro autore

Premio “InWebWeTravel  2015″ allo scrittore Ivano Mugnaini

Raccontare il mondo attraverso le parole. E non solo. Esplorare luoghi e culture attraverso l’arte della narrazione che passa dalla letteratura alla fotografia, geografia, musica, antropologia, disegno, giornalismo e storia. Tutto questo e tanto altro ancora è ogni anno il Festival della Letteratura di Viaggio. Promosso dalla Società Geografica Italiana, la rassegna promuove incontri con autori e artisti di fama internazionale, concerti, mostre e laboratori. Quest’anno tra gli ospiti lo scrittore Björn Larsson e  il musicista e compositore Nicola Piovani al quale è andato il prestigioso Premio “La Navicella d’Oro”.

La serata conclusiva del festival si è svolta lo scorso 26 settembre nella splendida Villa Celimontana alla presenza di un pubblico di editori, blogger, esperti del settore e appassionati di viaggi e ha visto attribuire, tra gli altri riconoscimenti, il premio premio “InWebWeTravel  2015″  – sezione Lazio – allo scrittore e poeta Ivano Mugnaini  per il racconto dedicato ad Alberto Moravia “Roma è davvero solo un fondale?” .

Un saggio scritto in occasione dell’anniversario della morte dello scrittore Alberto Moravia, ricordato attraverso i luoghi di una Roma interiorizzata che non è solo sfondo dei suoi romanzi ma “specchio della società e dei suoi profondi cambiamenti”.
Nato a Viareggio, Ivano Mugnaini si è laureato in Lettere Moderne all’Università di Pisa con una tesi sul teatro rinascimentale. Ha seguito corsi universitari e seminari post lauream di lingua, letteratura e traduzione presso le Università di Londra, Nottingham e Lipsia. Collabora con case editrici in qualità di redattore e curatore di note critiche nonché con diverse testate giornalistiche tra le quali anche la nostra “Arte e Luoghi”. L’articolo sopraccitato ha inaugurato, infatti, lo scorso anno la rubrica “Viaggi al centro dell’Autore” curata dallo stesso  Ivano a lui vanno le congratulazioni di tutta la redazione per la vittoria di un premio così prestigioso.

“Una vittoria che è una bella soddisfazione – ha commentato Ivano Mugnaini – perché premia un’idea diversa di letteratura di viaggio, fatta non solo del racconto di luoghi visitati ma dell’esplorazione di un autore attraverso i luoghi che lo hanno ispirato e ospitato.  ‘Viaggi al centro dell’Autore‘  è una rubrica in cui non si parla di viaggi  o di luoghi ma di scrittori, letterati e poeti che con la loro opera hanno impresso una traccia forte sul territorio, l’ambiente e il contesto che li ha ospitati o che essi hanno eletto come loro topos ideale, fonte di ispirazione e di ricerca”. Una ricerca che continua da oltre un anno e che ha regalato ai lettori dei saggi di straordinaria intensità, non ultimo quello dedicato a Italo Calvino. (an.fu.)

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Approfondimenti sulla rubrica Viaggi al centro dell’Autore di Ivano Mugnaini e sul sito ufficiale dell’autore

Viaggio rubrica Dedalus

Moravia e la sua Roma

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moravia

La prima esplorazione sulla Roma di Moravia che ha inaugurato la rubrica “Viaggi al centro dell’autore” è risultata vincitrice del premio ‪#‎InWebWeTravel‬ 2015 sezione Lazio nell’ambito del Festival della Letteratura di viaggio.‪ #‎LetteraturadiViaggio‬ .

Grazie alla giuria e a chi in questo progetto ha creduto fin dall’inizio…

 

In occasione dell’anniversario della morte di Alberto Moravia, avvenuta il 26 settembre 1990, mi accingo a ricordarlo riproponendo un mio articolo in cui parlo di Roma, di quella Roma vissuta ed interiorizzata dallo scrittore che ne fa non semplicemente lo sfondo dei suoi romanzi ma uno specchio della società e dei suoi profondi cambiamenti.

Da via Sgambati dove Moravia ebbe i natali in zona Pinciana alla sua casa a Lungotevere Vittoria. Per Moravia Roma è un misto di vitalità e decadimento, un humus letterario nel quale immergere le sue storie, i suoi personaggi, le contraddizioni di una società che si va progressivamente disgregando e corrompendo.

Così ebbe a scrivere Moravia su Roma: “Sono nato e vissuto a Roma e ho avuto sempre gli stessi problemi insoluti e insolubili nel mio rapporto con la città”.   «Una piccola città mediterranea, quasi più piena di monumenti che di case», una città che ha tentato sempre invano di trasformarsi in una vera capitale europea senza riuscirci poiché sempre un po’ provinciale.

Una città costretta dalla Storia ad assumere un ruolo internazionale senza essere mai in grado di staccarsi dalle radici antiche, fino a costituire un reticolo sconfinato di rioni e quartieri, quasi cittadine adiacenti, repliche infinite di un modello antico, un ibrido immenso.

Morante 3

Ma forse proprio per questa natura ambigua, accattivante e straniante, gentile e spietata, rozza e raffinata, Moravia trova a Roma lo spazio ideale, lo specchio per la sua stessa indole, umana e letteraria. Lo scrittore Alberto Pincherle era allo stesso tempo aristocratico e immerso nella carnalità, o almeno nel desiderio della carnalità, come un gourmet cerebrale e combattuto che non tocca gli oggetti ma si inebria in segreto di odori e profumi, senza confessarlo neppure a se stesso. Pincherle, mezzo marchigiano e mezzo veneto, per metà nordico e per metà dell’Italia centrale, con una voglia di solarità contrastata da uno Stato Pontificio ancora presente a dispetto dei secoli, trova a Roma l’oggetto ideale per il suo amore e il suo odio. Perché si può odiare solo ciò che si ama profondamente, ciò che ci assomiglia, e quindi ci spaventa, nell’atto stesso di attrarci in modo irresistibile. Moravia, costretto a fare i conti con la sua origine borghese, vissuta come privilegio e colpa, messa a confronto in modo ineluttabile con la radice schiettamente popolare del suo amico-collega Pasolini, a Roma, negli ambienti della sinistra fedele ai dettami ideologici, vive da straniero, come il protagonista del romanzo di Camus, alla ricerca di una verità autentica che sfugge continuamente. Non gli resta allora che utilizzare le armi che ha a disposizione, la parola, la scrittura, la fuga e il ritorno.

Moravia ridisegna la città nei suoi libri e nei suoi scritti. Non per trasformarla in un’improbabile Arcadia moderna. Per tramutarla, piuttosto, in un luogo vivibile, per lui e per tutti gli esseri complessi e multiformi, gli stranieri che necessitano radici e gli indifferenti che provano, a ben vedere e sentire, profonde passioni. Riscrive la toponomastica della città, ma in modo che ogni luogo reale sia riconoscibile. In pratica allontana la donna amata ma senza lasciarla uscire dal raggio del suo abbraccio e del suo sguardo.

Lo stesso avviene anche con le sue innumerevoli fughe, i viaggi all’estero, lunghi, infiniti, in luoghi esotici veri, difficili, non da cartolina illustrata. L’India, la Cina, l’Africa, luoghi fertili di umanità sofferente e vitalissima. Distanti, dal suo mondo, dal suo elegante Lungotevere Vittoria.

Eppure, l’eterno ritorno, una volta ritrovata la macchina da scrivere, è quello nei luoghi angusti della città eterna. Moravia rifugge i grandi spazi, ha bisogno di concepire storie che si svolgono tra le stanze di un appartamento, i corridoi, le stanze da letto. Si immerge nelle vastità del mondo per poi ritornare a pensare ai microappartamenti romani, là dove si svolgono guerre invisibili e micidiali, là dove l’umanità combatte le battaglie evolutive, quelle per la sopravvivenza, quelle della resistenza all’assurdo, alla pressione annichilente dei rapporti interpersonali, a quella noia invisibile e strisciante che avvelena la voglia di vivere.

La Roma di Moravia non è mai quella da dépliant turistico ma neppure quella dei quartieri degradati,  con il cemento grigio e grezzo che divora prati periferici.

moravia Trastevere

La sua Roma è allo stesso tempo un’idea e un ascensore reale, di metallo, che conduce ad una casa reale, borghese, con tutto il bene e tutto il male che può contenere, sia l’abitazione borghese che la parola che la definisce.

Per questa ragione Moravia e Roma sono un binomio così forte, perché è una simbiosi autentica, fatta di attrazione e paura. Roma è l’amante imperfetta da cui lo scrittore e l’uomo Moravia si staccano per poi ritornare, nel momento stesso in cui si accorge di non essersene mai allontanato veramente, neppure a migliaia di chilometri di distanza.

Roma è l’amante che cambia con gli anni, restando alla fine se stessa. Quella che si vorrebbe vedere mutare veramente, lasciando dietro di sé le meschinità, le minuscole e becere ruberie, le furbizie da poco e gli intrallazzi autolesionistici. L’amante che si spera possa cambiare dentro, e invece muta solo pelle, diventando solo ricoperta di plastica dai colori fosforescenti. Dentro, rimane la stessa. Ma tutto ciò non cambia l’amore nei suoi confronti. Non lo muta di segno né di intensità. Perché quella imperfezione, quel mutamento fittizio e sofferto, è lo specchio delle contraddizioni che Moravia sente e percepisce intensamente in ciò che vive e ciò che scrive.

Per Alberto Moravia Roma è il luogo dove ritornare dai suoi continui viaggi che lo videro protagonista fino agli ultimissimi anni di vita.

I viaggi gli permisero di sperimentare il cosmopolitismo, di confrontarsi, di conoscere grandi personalità politiche quali Nehru, Tito, Arafat, Ceausescu e Castro e che egli seppe far rivivere in molti articoli e libri ad essi dedicati.

La vita romana di Moravia si muove per il centro tra le case di via Sgambati al quartiere Pinciano, via dell’Oca a Ripetta e quella ultima sul Lungotevere della Vittoria. Difficile da inquadrare tanto è distante la Roma dei salotti da quella delle vecchie borgate o delle attuali zone dormitorio. La città  è un arcipelago e il punto di vista di Moravia è necessariamente parziale. Eppure, proprio per questa ambivalenza intrinseca, il suo modo di narrare, il suo approccio con la materia descritta nei suoi libri, forniscono una delle rare immagini in grado di riassumere in un’unica cornice i volti contrapposti, le diverse nature, gli errori e gli orrori, le debolezze e gli slanci, sia della sua specifica città di elezione sia, in un contesto più ampio, di tutti gli esseri che, tra città e borghi, mura soffocanti e progetti di orizzonti, provano a tramutare la noia in vita e il disprezzo in attenzione.

Roma, anche grazie a Moravia, rimane un sentimento che ti lega senza alcuna catena. Non una destinazione, un’icona, un topos, ma parte integrante di chi la vive e l’ha scelta, volente o nolente, come suo “fondale”.

 Ivano Mugnaini

Questo specifico articolo, così come molti altri saggi e testi che ho scritto da un anno a questa parte, sono stati ispirati, coordinati e realizzati grazie alla collaborazione di un’autrice che mi ha chiesto di rimanere anonima finché non sarà portato a termine il progetto editoriale connesso e a cui va la mia gratitudine.

VIAGGIO AL CENTRO DELL’AUTORE

Un viaggio è un’opportunità unica per conoscere, scoprire, stupirsi, apprendere ma anche un modo per ricordare, per non dimenticare. In questa rubrica, non parlerò di viaggi o di luoghi ma di scrittori, letterati e poeti che con la loro opera hanno impresso una traccia forte sul territorio, l’ambiente ed il contesto che li ha ospitati o che essi hanno eletto come loro topos ideale, fonte di ispirazione e di ricerca.

Il misterioso fascino di una donna “fuori moda”: Elsa Morante

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“Ci muovevamo sperduti, come attraverso un fragore prorompente, che ci urtava, ci avvicinava e ci separava, vietandoci d’incontrarci mai.”
La frase sopra riportata può essere considerata una sintesi emblematica della scrittura della Morante nonché uno spaccato dei diversi punti di vista tormentati che caratterizzano i suoi lavori. E’ un’autrice nella cui produzione i motivi autobiografici, come vedremo, sono sempre significativi e rivelatori. La mia chiave di lettura cerca di indagare come e quanto le vicende personali dell’autrice si intersechino con le vicende e gli eventi del mondo e in quale misura riescano a farsene specchio.
Di sicuro la Morante è stata ed è una scrittrice complessa. Per scelta e per istinto ha coltivato forti elementi di ambiguità, in particolare l’androginia, che rende problematica la cifra realistica dei romanzi. La lotta fra immaginario e reale è il tema chiave, il nodo da sciogliere.
Leggendo le pagine della Morante si percepisce netta un’enorme ansia espressiva. Ciò la conduce ad un’adesione a modelli narrativi consolidati appartenenti alla tradizione, ma, nei suoi esiti migliori, li oltrepassa, li supera in virtù di un sentire dolorosamente netto e di un senso dell’oppressione mentale e morale del tutto sinceri e moderni.
Partendo da questi punti di riferimento si può tentare di intraprendere questo nuovo viaggio letterario. La Morante spazia tra filastrocche e favole per bambini, poesie e racconti brevi ma anche alcuni dei più celebri, e in gran parte amari, romanzi italiani del ‘900: Menzogna e sortilegio, L’isola di Arturo, La Storia, Aracoeli. Ebbene, nelle pagine dei suoi romanzi, nei contorni di isole, paesaggi e personaggi, nelle pieghe di esistenze in bilico sopraffatte dalla Storia, si scorge il profilo di una donna libera, sopra le righe e fuori dagli schemi, capace di sfuggire sistematicamente stereotipi ed etichette preconfezionate. Forse davvero “una grande solitaria”, come la definì Franco Fortini. Ma soprattutto una scrittrice che ha saputo lasciare un segno pur prescindendo dall’identificazione con le correnti letterarie del suo tempo.
Le sue opere non sono solo la trasposizione del suo pensiero ma il frutto dei conflitti interiori e delle vicende personali e storiche in cui si trovò a vivere.
La prima tappa del percorso che tentiamo di tracciare non può che essere Roma, la sua città natale. Figlia naturale d’una maestra ebrea e di un impiegato delle poste, alla nascita fu riconosciuta da Augusto Morante, sorvegliante in un istituto di correzione giovanile. Trascorre la sua infanzia a Testaccio, in questa famiglia insolita dai segreti ingombranti. Inizia a scrivere filastrocche e favole per bambini, poesie e racconti brevi che a partire dal 1933 e fino all’inizio della seconda guerra mondiale, furono via via pubblicati su varie riviste tra cui il “Corriere dei piccoli” e “Oggi”. Pubblicava usando spesso, come si è accennato, pseudonimi maschili: Antonio Carrera e Lorenzo Diodati. Già da qui l’ambiguità che caratterizza la sua carriera letteraria e quel suo piglio di farsi chiamare “scrittore”, quella voglia di essere ricondotta ad un universale rispetto alla specificità di una letteratura femminile.
Fu costretta a confrontarsi fin dall’adolescenza con luoghi e situazioni che la indussero ad esplorare  i lati oscuri della psiche. Tali esperienze la porteranno ad affermare anni dopo, quando era già una scrittrice affermata, che “bisogna scrivere solo libri che cambiano il mondo”. Cambiare il mondo per cambiare se stessa.
Nel 1936, grazie al pittore Giuseppe Capogrossi, Elsa Morante conosce Alberto Moravia con cui si sposa nel 1941, anno in cui pubblica con Garzanti sua prima raccolta di racconti, Il gioco segreto.
Filo conduttore dei racconti sono le trasformazioni e le metamorfosi dei personaggi: il gioco, serissimo e lieve, consiste nella sopravvivenza dell’umanità.
Assieme al marito Moravia frequenta alcuni intellettuali e artisti di assoluto rilievo tra cui Pier Paolo Pasolini, Umberto Saba, Attilio Bertolucci, Giorgio Bassani, Sandro Penna, Enzo Siciliano. Ma, come spesso accade nella sua vicenda esistenziale gli estremi coincidono e si sovrappongono: la fase dell’incontro corrisponde a quella della fuga. Durante la seconda guerra mondiale, per sfuggire alle rappresaglie dei nazisti, la Morante e Moravia si rifugiarono vicino a Fondi, un paesino in provincia di Latina.
Qui la Morante inizia la stesura di Menzogna e sortilegio ma questa difficile esperienza sarà anche alla base della successiva scrittura de La Storia.
Nel 1957 pubblica L’Isola di Arturo, nato e scritto totalmente a Procida, con cui vince il Premio Strega. E’ la storia della difficile maturazione di un ragazzo che vive quasi segregato nel paesaggio immobile dell’isola di Procida, accanto all’imponente presenza del penitenziario.
Dal romanzo scaturirà cinque anni dopo il film di Damiano Damiani. Il romanzo ha la struttura di una fiaba ma anche qui la realtà fa sentire la sua presenza e la sua voce. Il materiale letterario della scrittrice si nutre di se stesso, di letteratura, il romanzo si innerva in altri infiniti romanzi meravigliosi immaginati da Arturo, una metaesistenza basata su una vasta metaletteratura.
Per poter finalmente parlare del capolavoro della Morante, La storia, è necessario fare un passo indietro, tornando al periodo dell’esilio a Fondi, circondata e minacciata dalla violenza del mondo. Nel borgo in provincia di Latina, in quello che lei stessa definirà “una specie di porcile” lei e Moravia daranno vita a due delle loro opere più significative. A Fondi Moravia concepì La ciociara proprio mentre la sua compagna maturava il disegno di quello che sarà poi il suo punto di arrivo, La storia.
La Morante, iniziando il processo creativo che la porta a realizzare il suo libro più significativo, si scopre in grado finalmente di rovesciare il cannocchiale. Dal microcosmo passa al macrocosmo, abbandona l’isola ed abbraccia il mare aperto, con la sua globale fascinazione e crudeltà.
La storia è il romanzo della Morante. Tutto il resto del suo mondo appare in qualche modo preparatorio, propedeutico. Ne La storia trovano compimento gli anni e le esperienze, le poesie imperfette e i lavori di formazione, le isole utopiche dissolte dalle deflagrazioni della guerra e della verità. Ma nel suo romanzo più significativo il “realismo magico” trova il compimento nella forza della sincerità: gli umili, i vinti, quelli che la scrittrice ama e dalla cui parte si schiera, non prevalgono, non possono sperare in nessun successo, rivalsa o provvidenza. I promessi sposi sono lontani, fondamenta possenti ma ricoperte dalla macerie degli anni e degli eventi. I vinti vengono sballottati sugli scogli, e non c’è più alcuna isola di miti generosi e assolati che possa accoglierli.
Nel periodo del rifugio in quello che venne poi definito, una sorta di porcile, vicino a Fondi Elsa Morante trova la dimensione giusta, la compenetrazione con il mondo contadino che accoglie e protegge lei e Moravia senza pretendere niente in cambio. Con il trascorrere degli anni trasferirà e collocherà le emozioni percepite a Fondi nell’ambito a lei più naturale, la città di Roma, con i quartieri che conosce a menadito, con il modo di vivere, di pensare e di reagire alle sciagure che ha radici antiche e a cui lei aggiunge nuova vita e attualità.
Inizia a guardare le cose come sono. Senza tentare di edulcorare la ferocia con la fiaba né di contaminare la bellezza della resistenza con la retorica.
Uscito nel ’74, negli anni delle ideologie e delle avanguardie, “la storia” della Morante si allontana dai canoni stilistici del tempo confermando la sua originalità, la sua natura di atipica e vorace autodidatta. Disorienta ma indaga su vicende di dolore e riscatto in cui tutti si possono riconoscere.
Questo suo essere una voce fuori dal coro e dalle correnti le valse non poche ostilità dividendo la critica, indipendentemente dal significativo riscontro di pubblico del libro. Alcuni le rimproverarono di non essere al passo con i tempi, di aver conservato una struttura narrativa ancora ottocentesca. Altri la esaltarono considerandola in grado di attraversare territori letterari diversificati vivificandoli, dando loro un’impronta nuova. Ai due estremi contrapposti si collocano coloro che la considerarono segnata da un populismo di maniera e chi al contrario apprezzò la sua capacità di dare voce ad una passionale coralità.
La figura di Elsa Morante continua ancora oggi a dividere.
Dopo trionfi e delusioni, fughe e ritorni, il motto della Morante, la sua stella polare, “bisogna scrivere solo libri che cambiano il mondo” trova compimento puntuale nell’atto del suo tradimento: La storia è un libro che cambia il mondo nel momento esatto in cui smette di volerlo cambiare e inizia a raccontarlo così com’è, tra sangue e sogno, fiaba e massacro.
Ancora oggi, nonostante le schiere di lettori, le innumerevoli edizioni e riedizioni, i convegni e i dibattiti a lei dedicati, Elsa Morante resta una figura a se stante, aliena dalle correnti e dagli schemi prestabiliti. Il costante collocarsi fuori moda da parte della scrittrice, la rende complesso e controverso oggetto di studio e di valutazione, ma, sul fronte opposto, la strappa alle mode effimere e contingenti. Diceva a proposito di moda una che certamente se ne intendeva, Madame Coco Chanel: ” La moda passa ma lo stile resta”. Nel caso di Elsa Morante è stato proprio così. La forza della sua narrativa risiede ancora oggi nella complessità che rifiuta, per scelta e per istinto, soluzioni univoche e rassicuranti.

TUTTO È RELATIVO TRANNE IL CAOS

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Omaggio al “figlio del Caos” a 80 anni dal Premio Nobel

Tornare periodicamente a parlare di Pirandello è in qualche modo fatale, non solo come ora in occasione di un significativo anniversario. Lo è in ogni stagione così come è ricorrente interrogarsi sul senso della vita nella misura breve dell’esistenza individuale e in quella più ampia del percorso dell’umanità. Con il ghigno dell’uomo dal fiore in bocca, l’autore gioca con gli opposti, spingendo i suoi personaggi fino al parossismo, facendo perdere i confini tra vittima e carnefice, realtà e finzione, attraendo il lettore/spettatore in un vortice, un gioco di specchi che stordisce e ipnotizza.
E allora “ben ritrovato Don Luigi. Baciamo le mani”, come direbbero i suoi conterranei. Pirandello sebbene profondamente radicato nella sua terra, ha saputo spaziare, andare oltre, fino ai confini geografici e metaforici, là dove la mente incontra la verità e scorge la pazzia.
Nato a Caos, una borgata di Girgenti, l’odierna Agrigento, ebbe a dire dei suoi natali: “Io son figlio del Caos; e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in una nostra campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco denominato, in forma dialettale, Càvusu dagli abitanti di Girgenti, corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco Kaos”.
La contrada Caos, immersa nella macchia mediterranea, “luogo dove avvengono i naufragi”, assurge a paradigma del disordine, della casualità, quasi a prefigurare quelli che saranno i temi dominanti dei suoi lavori, la perdita degli assoluti, la frammentazione della personalità, il relativismo psicologico e conoscitivo che permea le relazioni umane e che fa dire ad uno dei suoi più noti personaggi “Per me, io sono colei che mi si crede.”
Pirandello inizia i suoi studi universitari a Palermo per poi trasferirsi a Roma dove si dedica agli studi di filologia romanza. Anche a seguito di un conflitto con il rettore dell’ateneo capitolino si reca in Germania, a Bonn, dove si laurea nel marzo 1891 con una dissertazione in tedesco di fonetica e morfologia della parlata di Girgenti. Ancora una volta le radici si intersecano a terreni inesplorati, il passato si protende verso il futuro, la memoria crea e prefigura ipotesi nuove. Lo scrittore siciliano si colloca tra due estremi, il Mediterraneo e il Nord Europa, la passionalità siciliana e la ragione germanica. Ben conscio che entrambe le coordinate sono già di per sé ibride e oscillanti, accolgono nel profondo il loro opposto.
Dopo questo “esilio” teutonico, vennero i decenni romani. Stabilitosi a Roma nel 1893 e introdotto da Luigi Capuana negli ambienti giornalistici e letterari, si dedicò a un’intensa attività pubblicistica e saggistica culminata nel fondamentale saggio L’Umorismo del 1908.
Il tracollo dell’impresa paterna in cui erano stati investiti tutti i beni della famiglia ebbe gravi ripercussioni sulla sua vita, soprattutto per l’acuirsi dei disturbi nervosi della moglie Antonietta di cui nel 1919 si rese necessario il ricovero definitivo in una clinica.
Dal 1915 fu il teatro ad assorbire tutte le attenzioni di Pirandello. Divenne direttore del Teatro d’Arte di Roma (1925-28) e creò una propria compagnia, chiamandovi come prima attrice Marta Abba, con la quale intrecciò un’intensa relazione.
In Pirandello l’influenza delle vicende personali ha un enorme rilievo sull’opera letteraria. In modo specifico il disagio, inteso come squilibrio, privazione, difficoltà a ritagliarsi un ruolo sociale definito e appagante, fa sì che molti dei suoi personaggi, pur nelle differenze sociali, abbiano in comune il fatto di essere estranei, tormentati, costantemente ai margini, oscillanti tra rassegnazione e ribellione, ragione e follia.
Non è un caso, nell’ottica di questa tensione costante vissuta sia in prima persona che di riflesso, che Pirandello, per sfuggire alla morsa delle antinomie esistenziali, amasse trascorrere lunghi periodi dell’anno nella quiete di Soriano del Cimino, in provincia di Viterbo, una cittadina ricca di storia immersa nei boschi: la memoria resa più docile dalla natura. In particolare rimase affascinato dalla quiete di un castagneto nella località di Pian della Britta. Pirandello ambientò a Soriano nel Cimino, citando luoghi, località e personaggi realmente esistiti, anche due tra le sue più celebri novelle, “Rondone e Rondinella” e “Tomassino ed il filo d’erba”.
Frequentò anche Arsoli, soprattutto d’estate. Amava dissetarsi con una gassosa. Il sapore della semplicità in un minuscolo paese che definiva con ironico affetto “La piccola Parigi”.
Nel sole della pace campestre Pirandello si disseta con un pensiero lieve, quasi rassicurante. Ma nel sole accecante che tutto sovrasta, il pensiero insegue una realtà altra, aspra e complessa.
Pur prendendo le mosse dal verismo di scuola siciliana di Capuana e Verga, Pirandello concentra la sua attenzione sulle contrapposizioni esistenti nei personaggi e nelle trame, tra essere e apparire, tra forma (maschera) e vita (autenticità).
L’inquietudine propria dell’uomo che invano cerca di ribellarsi agli schemi di una società priva d’ideali, il dissidio interiore creato dall’impossibilità di comunicare, produce personaggi e vicende avvolte dal caos.
Numerose opere pirandelliane indagano sul rapporto tra realtà e finzione. Tra queste una meno conosciuta ma notevolmente emblematica è senz’altro “All’uscita”, atto unico scritto nel 1916, inserito nella raccolta Maschere nude.
I cardini del testo sono quelli cari all’autore: l’interazione tra teatro e vita, tra la filosofia che prova a dichiarare solenni verità in seguito puntualmente sgretolate dalla realtà. L’effetto ineluttabile è un riso ironico e autoironico, il sentimento del contrario, un filo di illusione tenuto stretto tra le dita. Cardini fragili, soggetti a schianti e corrosioni. Ma pur sempre i soli che abbiamo.
La scena in cui si dipanano i dialoghi è quanto mai allegorica: un cimitero di campagna, avvolto da una nebbia grottesca, tragicomica. Una foschia che fa venire in mente Dante, ma anche Fellini, e perfino certi fotogrammi di alcuni film di Totò, attore a tratti pirandelliano, a suo modo, forse senza volerlo.
In questa atmosfera spettrale si muovono i protagonisti, dei fantasmi appunto: un placido borghese, etichettato come L’Uomo grasso, e, sul fronte opposto, l’intellettuale, ovviamente tormentato, denominato Il Filosofo. Quest’ultima figura è una maschera nuda e trasparente dello stesso Pirandello. Una delle occasioni in cui uno scrittore sente il bisogno di far uscire da sé le parole e le idee che ospita all’interno e che premono, scalpitano, urlano. All’uscita dalle tombe le anime trapassate si ritrovano in una condizione identica a quella vissuta e sofferta sulla terra: l’attesa. Ogni riferimento all’assurdo, sia teatrale che esistenziale, da Godot ai morti ciarlieri di Lee Masters, è volutamente palese. Che fare, dunque? Resta l’arte tutta umana della ricerca di un senso, anche nel buio, a tentoni.
Pirandello svolge un ruolo di anticipatore, aprendo la strada ad alcune delle maggiori innovazioni a livello letterario e non solo. Prefigura la rivoluzione che verrà poi sviluppata da Bertolt Brecht: i personaggi scavano in loro stessi e si raccontano in modo oggettivo, come se si osservassero dall’esterno. Tutto ciò allontana il personaggio dallo schema in voga per secoli, si estrania dall’adesione totale al ruolo, si osserva vivere. Si guarda dentro, scoprendo suo malgrado che “Nulla atterrisce più di uno specchio una coscienza non tranquilla” e scoprendo che “Nulla è più complicato della sincerità” (da Novelle per un anno). La seconda innovazione fondamentale di Pirandello consiste nell’aver portato sulle scene il senso di solitudine proprio dell’uomo moderno e l’incomunicabilità con i suoi simili: “La vera solitudine è in un luogo che vive per sé e che per voi non ha traccia né voce e dove dunque l’estraneo siete voi” (Da Uno, nessuno e centomila).
La pazzia è il rischio che corrono le figure pirandelliane, sospese tra ricerca di consistenza ed il loro intimo squilibrio. Questa ansia costante, riflessione senza tregua sul senso del vivere, li conduce inesorabilmente ad un esasperato cerebralismo. Ma la forza dell’arte pirandelliana è proprio nella sua totale identificazione con le sue “maschere nude”, con la loro addolorata ricerca di una sincerità necessaria e impossibile, in ogni caso lacerante.
Uno degli esempi più noti in quest’ottica si trova nei Sei Personaggi in cerca d’autore i cui protagonisti, “contrariati nei loro disegni, frodati nelle loro speranze”, cercano un autore per rappresentare un dramma a tinte fosche. Da questa ricerca e dalla relativa attesa scaturisce una commedia, una farsa amara che si realizza a tradimento, nell’atto del parlare, del dire, nello spazio occupato pensando a come dovrebbe essere.
Ma la grandezza di Pirandello, la sua portata innovativa va ricercata ben oltre la motivazione con cui gli fu attribuito il premio Nobel nel 1934 ossia “Per lo schietto e geniale rinnovamento nell’arte scenica e drammatica”. Le opere di Pirandello infatti hanno avuto un’influenza sulla narrativa, la filosofia, la psicologia e non ultimo l’arte cinematografica. Si pensi al tema dell’incomunicabilità e dell’alienazione sviluppato da Bergman e Antonioni, alla continuità tra sogno e vita nei film dello stesso Bergman e Luis Buñuel, alla molteplicità dei punti di vista che ispira Akira Kurosawa o al camaleontismo raccontato da Woody Allen con Zelig.
Continua a riflettere e a far riflettere, Pirandello, esplorando da ogni possibile angolazione il sentiero che unisce e separa la verità e il suo contrario, il ponte sull’abisso del caos esistenziale, il fluire inarrestabile il cui solo senso sicuro è la costante mutevolezza.

Ivano Mugnaini