Goliarda Sapienza e la scomoda arte dell’anticonformismo

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Ci sono libri e autori che non vengono piegati dalle leggi del tempo e del mondo. Restano ai margini per un certo periodo, può trattarsi di anni o addirittura di decenni, perché precorrono il sentire di un’epoca, e questo dono, prima di essere compreso, è un fardello, o perfino una colpa, agli occhi dei più.

Se oggi Goliarda Sapienza è nota e riconosciuta tra le scrittrici più significative del ‘900, si deve al passaparola e a quello spirito libero, quasi anarchico, di coloro che leggono senza pregiudizi, non certo ai paludati, prudenti e non di rado miopi membri dell’intellighenzia.

Parlare e scrivere di Goliarda Sapienza vuol dire capire le ragioni di un fenomeno letterario che è cresciuto in modo autonomo, con una progressione costante, tuttora in corso, e si è diffuso a macchia d’olio all’estero, dopo che per anni, in vita, la figura dell’autrice è passata sotto silenzio, snobbata se non ignorata dall’editoria italiana. La personalità singolare, la vita controversa e fuori dagli schemi e uno stile appassionato sono il marchio di una scrittura che ha trovato nel capolavoro L’Arte della Gioia una sintesi in grado di affascinare i lettori di vari paesi.

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Il mio personale excursus sulla figura di Goliarda Sapienza, scrittrice e poetessa ma anche attrice e sceneggiatrice, seguirà le tappe e il percorso di questi “viaggi al centro dell’autore”: prenderà le mosse dai luoghi che ne hanno segnato più profondamente la vita e l’opera, quelli con cui ha interagito, ricevendone vita e restituendola, strappando al silenzio e alla follia i segni dell’arte della gioia, e del dolore, riprodotti con una penna coraggiosa e sincera.

L’incipit de L’arte della gioia riassume perfettamente l’istinto e la deliberata ricerca della sincerità, il volto nudo delle cose: “Ed eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. Non ci sono né alberi né case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno. Affondo nel fango sino alle caviglie ma devo tirare, non so perché ma lo devo fare. Lasciamo questo mio primo ricordo così com’è: non mi va di fare supposizioni o d’inventare. Voglio dirvi quello che è stato senza alterare niente.”

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Goliarda Sapienza nasce il 10 maggio 1924 a Catania. La madre, Maria Giudice, è una sindacalista nota e impegnata, prima donna a dirigere la Camera del Lavoro di Torino, mentre il padre, il catanese Peppino Sapienza, è un avvocato dedito principalmente alle cause della povera gente. Sarà l’educazione anarchica del padre a segnare un’impronta profonda sul suo modo di guardare alla vita, lo sguardo intenso, l’angolazione sghemba, di taglio, sprazzo di luce su una ferita. Come le crepe sulla terra assolata, sulle pietre antiche e sugli umili sentieri della sua Sicilia, quasi imperturbabile al tempo, immersa in un sole pigro e possente, tra apatie e passioni, istantanei scatti felini e un’afa atavica. In un’epoca che gravava come un macigno su un popolo oppresso da un regime autoritario che si innestava su connivenze e oppressioni già profondamente radicate, Goliarda ebbe il modo, la sorte e il merito di ritagliarsi spazi di libertà, lontana dai vincoli sociali, svincolata persino dal frequentare la scuola per evitare qualsiasi forma di imposizione e di influenza del regime fascista.

Dentro i primi scritti di Goliarda, sullo sfondo, come un vulcano solo in apparenza immobile e spento, ma anche dentro, all’interno, nel nucleo caldo in espansione, c’è la Sicilia. Impregna e fa ardere i suoi primi versi, quelle diciotto poesie brevi in lingua siciliana oggi raccolte nella silloge Siciliane pubblicata da Angelo Scandurra. Si tratta di una “serie di fogli non inframmezzati da altri componimenti in italiano” nei quali Goliarda esprime il dolore per la morte della madre, testimoniando l’amore, il rimpianto, la rabbia, le luci e le ombre di un rapporto conflittuale e sofferto: anche lei, la madre, come la Sicilia, è il suolo imprescindibile delle radici da cui si fugge e a cui si ritorna, un desiderio di altrove che si porta dentro, ossimoro spaziale e logico, sete di vita e di espressione. Queste poesie rappresentano l’imprinting della giovane e atipica poetessa chiamata affettuosamente “Iuzza”. La sua identità è segnata dalla vita della sua Catania, dal quartiere Berrillo in cui ha vissuto, con i vicoli e i bassi intorno a via Pistone, tra il lavoro dei pupari e le loro storie di un passato mitizzato, reso attuale nel suo infantile eroismo affiancato alle vicende e ai sogni resi racconto tra dramma e ingenuità, come le pellicole del cinema Mirone in cui Goliarda trascorreva interi pomeriggi. C’è una frase di Goliarda Sapienza, che recita: «Palermo sull’isola assediata due volte, dai monti e al di là dei monti dal mare. Catania insonne di gelsomini, di stelle e occhi di bambini». La poesia della parola fa incontrare gli estremi, dissolve le distanze e per un istante le tramuta in un sensuale abbraccio.

Anche negli altri suoi testi, da “Filo di mezzogiorno”, a “Certezza del dubbio”, fino a ”Arte della gioia” eLettera aperta”, non c’è pagina che non abbia echi della sua terra.

Nel titolo del film documentario realizzato da Alessandro Aiello e Giuseppe Di Maio, “L’Anti Gattopardo. Catania racconta Goliarda Sapienza”, c’è una possibile chiave di lettura per penetrare all’interno del mondo complesso e poliedrico dell’autrice. Innanzitutto il suo essere “contro”, schierata sul fronte avverso: non per sfoggio, non per maniera o cliché, non per diventare essa stessa un personaggio ribelle da cinema o da teatrino dei pupi, una donzella che si agita e grida contro bellicosi e violenti spadaccini. L’opposizione di Goliarda al mondo era innata, genuina, vissuta con una specie di malinconia assolata, una gioia che è arte ma anche sole che abbronza, assorbito dalle pelle in modo spontaneo, una forza vitale che porta verso un luogo altro. Quasi senza rabbia, perché il gesto e il moto sono tanto naturali da non richiedere neppure di essere espressi con atteggiamenti esteriori.

Il documentario ripercorre le tappe e i luoghi della vita della scrittrice etnea, dagli inizi della sua carriera di attrice teatrale a quella cinematografica. Parla anche del passaggio dalla speranza di gloria alla miseria e al periodo trascorso in carcere per furto. Ad alcuni dei luoghi cardine della sua ispirazione di artista e di persona ho già fatto cenno: l’antico Laboratorio Puparo Insanguine e il cinema Mirone; ad essi si aggiunge Ognina, la baia dove andava a nuotare e infine la spiaggia della Plaia, dove a volte raccoglieva le reti con i pescatori. A volte piene, queste ultime, a differenza di quella simbolica della sua vita, segnata dalla ricerca di un successo e di un’affermazione mai raggiunti sia nel campo teatrale che in quello letterario.

Oltre la Sicilia, nel percorso esistenziale di Goliarda Sapienza c’è Roma. Vi arriva sedicenne insieme alla famiglia e vi trascorre mezzo secolo. Spinta dal padre che ne intuiva il talento artistico, si iscrive all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica. Per un periodo intraprende anche la carriera teatrale, conservando anche in questo ambito il legame con le radici grazie alla predilezione per i lavori pirandelliani. Lavorò sporadicamente anche nel cinema, dapprima con Alessandro Blasetti per poi limitarsi a piccole apparizioni, come in Senso di Luchino Visconti.

Nel mondo del cinema trova anche uno dei suoi più intensi legami sentimentali, quello con il regista Citto Maselli durato 18 anni. Negli ultimi anni della sua vita insegna recitazione presso il Centro Sperimentale di Cinematografia.

Dopo aver abbandonato la carriera di attrice sin dai primi anni ’60, iniziò a dedicarsi alla scrittura. Il suo primo romanzo, Lettera aperta, del 1967,, racconta l’infanzia catanese, seguito da Il filo di mezzogiorno (1969) resoconto della terapia psicanalitica con il medico messinese Ignazio Majore.

Nel 1980 finì in carcere, per un furto di oggetti in casa di amiche. Sempre in carcere continuò l’opera di scrittrice pubblicando però molto poco, fatta eccezione per alcune sue opere come L’università di Rebibbia e Le certezze del dubbio, pubblicato grazie all’incontro con il conterraneo poeta ed editore Beppe Costa, che si batté a lungo per lei. Costa tentò senza successo di farle assegnare il vitalizio della Legge Bacchelli, né riuscì a ottenere la ristampa delle sue opere. Sapienza riuscì comunque a pubblicare, con la sua casa editrice Pellicanolibri, Le certezze del dubbio, 1987, premiata successivamente in occasione del Premio Casalotti 1994.

I numerosi rifiuti editoriali non ne abbatterono la determinazione, portata avanti tra entusiasmi e forme gravi di depressione che la indussero per ben due volte al tentativo di suicidio. Alcuni versi di una sua poesia testimoniano la tenacia del passo pur nella consapevolezza degli ostacoli: “Vorrei al ritmo del verso/ abbandonarmi/ ma il tempo stringe/ e devo correre ancora.”

Per un’analisi critica di questi versi tratti dalla raccolta Ancestrale, così come per una lettura approfondita di vari spunti che in questi appunti di viaggio sono stati appena accennati, si consigliano saggi e articoli presenti in alcuni libri e anche in rete. Di particolare rilievo e interesse, per il lungo e pregevole lavoro dedicato alla figura e all’opera di Goliarda Sapienza, gli articoli di Fabio Michieli, tra cui https://poetarumsilva.com/2013/11/07/ancestrale-di-goliarda-sapienza-appunti-di-lettura-con-una-nota-impropriamente-filologica/ e di Alessandra Trevisan, tra i più qualificati studiosi dell’autrice. Si vedano ad esempio, riguardo alla Trevisan, i seguenti link: http://www.veneziatoday.it/eventi/goliarda-sapeinza-loggia-noale-12-aprile-2016.html e https://poetarumsilva.com/2016/02/18/voce-di-donna-voce-di-goliarda-sapienza-a-bologna-in-lettere/ (quest’ultimo riferimento riguarda uno spettacolo teatrale dedicato alla scrittrice siciliana e realizzato assieme ad Anna Toscano e Fabio Michieli). Per una panoramica dell’ampia e costante attenzione riservata da Poetarum Silva a Goliarda Sapienza è utile anche la lettura di questo recente articolo: https://poetarumsilva.com/2016/05/23/goliarda-sapienza-o-dellessere-outsider-2/ .

Goliarda Sapienza 3

Vorrei al ritmo del verso/ abbandonarmi/ ma il tempo stringe/ e devo correre ancora”, dicevamo, citando i versi emblematici di Ancestrale. Nell’ambito di questi contrasti, nella tenacia che parte da una sola certezza, quella del dubbio, riesce a portare a termine la sua opera più emblematica L’arte della gioia. Un titolo che rivela segni e significati: la gioia come arte, quindi come ricerca, tensione, aspirazione alla bellezza. Un luogo da conquistare più che un suolo di cui si possa vantare il possesso. In questo suo libro l’autrice trasfuse il suo senso di libertà e di rivolta contro qualsiasi convenzione . “Non sapevo che il buio non è nero. Che il giorno non è Bianco. Che la luce acceca. E il fermarsi è correre. Ancora di più”, dichiara, in alcuni suoi versi, adatti anche a parlare del suo libro, oltre che del suo modo di vedere e di pensare.

Il romanzo narra la storia di Modesta ciò che incontra sulla sua strada ma anche il coraggio di uscire dai sentieri già segnati per andare incontro a ciò che davvero sente e di cui ha bisogno, l’essenzialità ruvida e sublime di un’esistenza vissuta con sincera passione, nel bene e nel male.

Modesta è un personaggio che vive senza fuggire. Guarda in faccia le sfide, cercando continuamente un equilibrio tra corpo e pensiero e dimostrando in definitiva la propria individuale conquista di tale obiettivo.

Modesta è un paradossale quanto sincero alter ego (un nome quasi ossimorico, antitetico in un certo senso rispetto ai suoi nomi anagrafici, Goliarda e Sapienza). Identica a quella dell’autrice è però la volontà del personaggio di condurre le sue battaglie in modo coraggioso, al di là dei dogmi, senza Dio né padroni.

Dopo aver lottato per anni per veder pubblicato il suo romanzo, Goliarda Sapienza si rese conto che non ci sarebbe riuscita, se non molto tardi, quando ormai il suo percorso esistenziale era concluso. Ma trasforma questa apparente sconfitta in un preso di coscienza amara ma non vinta, una poetica della solitudine e del mistero del senso delle cose: “Ogni individuo ha il diritto al segreto e alla morte. È per questo che ho scritto, per chiedere a voi di ridarmi questo diritto […]. Vi chiedo solo questo: non cercate di spiegarvi la mia morte, non la sezionate, non la catalogate per vostra tranquillità, per paura della vostra morte, ma al massimo pensate – non lo dite forte, la parola tradisce – non lo dite forte ma pensate dentro di voi: è morta perché ha vissuto».

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Einaudi si sta occupando, ora, della pubblicazione degli scritti inediti lasciati dall’autrice, nello specifico il romanzo Io, Jean Gabin (2010) e una selezione di pensieri tratti dai diari raccolti nel volume Il vizio di parlare a me stessa (2011), e in La mia parte di gioia (2013).

Ciò che l’autrice ci lascia, utile e attuale, oggi più che mai, è la capacità e il bisogno , il coraggio e la volontà di restare lontana dagli stereotipi comodi e suadenti. L’arte della gioia ha detto qualcuno è un libro che “insegna a desiderare”. La gioia viene vista come un diritto, e tutto ciò è intrinsecamente rivoluzionario. Una delle pochissime utopie ancora vive, oggi più che mai. Tanto improbabile quanto vitale, nel senso stretto del termine. Un diritto quest’ultimo che troppo spesso si tende a negare o a limitare, per convenzioni religiose o ideologiche, o per vigliaccheria, ma che riemerge prepotentemente come una delle leve più importanti dell’agire umano.

È questo diritto-dovere che questa autrice atipica evoca, certa solo del dubbio, e, nonostante questo, o forse in virtù di questo, tanto più consapevole di ciò che dà forma e misura alle maglie larghe e a quelle strette della rete spietata e fascinosa che è il destino. Goliarda Sapienza ha compreso ciò che ha percepito. Ha pagato lo scotto di questa ispirazione inebriante, questa ondata di sensazioni che ti travolge mentre ti porta oltre i confini, al di là delle Colonne d’Ercole del già detto e del già stabilito, delle regole e dei paletti posti tra i diversi territori esistenziali degli individui. Tutto ciò che durante la sua vita le ha causato problemi, isolamento e frustrazione, la ha anche resa forte nella sua incoercibile autenticità. Ciò che in vita l’ha fatta additare come diversa, ora contribuisce a nutrire la curiosità dei lettori nei suoi confronti, la sete di abbeverarsi alla fonte della sua strana gioia e della sua arte alchemica e misteriosa. Perché probabilmente ogni lettore ha l’orrore di guardare negli occhi la gioia che acceca e rende folli, ma, osservandola nello specchio di chi ha osato cercarla al posto suo, vi trova il suo stesso sguardo e il viaggio nel mare tempestoso e mitico che ciascuno, in cuor suo, sogna di intraprendere.

Letture allo specchio (2): Maria Zimotti

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Due volti di donna Dama ermellino

In questo romanzo agile e corposo l’autore ci porta nel passato alternativo di un Leonardo da Vinci in crisi di identità. Nel 1498 Leonardo da Vinci è una star acclamata. Nel corso di un viaggio tempestoso, descritto con tratti che evocano fin dall’incipit l’angoscia esistenziale che lo accompagnerà per tutto il testo, incontra un suo sosia.

Il gioco del doppio è presto fatto. Grazie a questo stratagemma Leonardo entrerà in profondità dentro se stesso utilizzando il sosia come camera di compensazione delle sue confessioni più recondite coltivando l’illusione di poter essere finalmente libero dall’immagine di sé che il mondo conosce.

Come in uno specchio, i ruoli si confonderanno alimentando i dubbi, piuttosto che risolverli.

Il lettore si trova di fronte ad un testo colto ma scorrevole che può tendere all’universalità dello stile e del contenuto per l’utilizzo di un linguaggio moderno ma non anacronistico rispetto alle vicende narrate.

Tra i diversi aspetti da sottolineare rispetto ai molteplici spunti di riflessione offerti al lettore, una in particolare secondo me vale la pena evidenziare.

In un passaggio fondamentale del testo nel quale Leonardo da Vinci fa partecipe il suo sosia, Manrico, della sua impasse rispetto al perfezionamento di uno dei dipinti che diverrà poi il simbolo stesso della sua opera, ovvero La Gioconda, è descritto mirabilmente il processo della creazione artistica dal quale si evince come ciò che fa di un’opera d’arte un capolavoro, un “quadro che parla”, è l’espressione della sua carnalità che sovrasta i secoli intatta.

Perché leggere questo libro?

Viviamo in un’epoca di surplus di produzione di testi nella sola scelta dei quali le sinapsi vanno in tilt. Anche all’interno della pubblicazione di narrativa, a livello autoriale, molto probabilmente non solo per volontà degli autori, la letteratura è diventata autoreferenziale, persa più in discussioni sterili dell’ambiente letterario che nella vera connessione con il desiderio di dire, di dire parole nuove.

In questo testo, come anche in altri di Ivano Mugnaini, ci sono parole nuove perché antiche, perché di sempre, e vi è una stretta connessione con la poesia (non a caso un’altra pietra miliare del libro è una definizione della poesia che si può tranquillamente mettere tra i preferiti delle citazioni in tema) che inserisce, come del resto detto da altri, il brivido della poesia nella narrativa, che è una caratteristica della prosa di Mugnaini.

Scegliere testi come questo è addentrarsi nelle “vie traverse” della letteratura, la letteratura “che conta”, fatta di uomini e donne la cui scrittura è libera di esercitare la vera tensione emotiva, cercando di realizzare l’alchimia tra il contenuto e la forma offrendo al lettore prima di qualsiasi altra cosa uno stile che non è maniera ma genuina espressione e sperimentazione, aldilà delle mode.

Lo specchio di Leonardo – versione in inglese

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Qui di seguito le prime pagine della versione in inglese de LO SPECCHIO DI LEONARDO.
Here the first pages of the English version of LO SPECCHIO DI LEONARDO.
The novel in available, in e-book, also in English:  http://www.edizionieiffel.com
Info: info@edizionieiffel.com 

The mirror of Leonardo - imageLeonardo - La scapigliata

                  THE MIRROR OF LEONARDO

Novel

by

Ivano Mugnaini

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Leonardo _ Bacco 2

It was not an invention to change my life, nor a discovery: it was a game of chance. One afternoon in March 1498, while travelling from Florence to Milan, to the castle of the Duke Sforza, my master, a powerful storm forced me to pause in the middle of nowhere in the mountains of Mugello. The struggle between the sky and the ground was fierce, the water penetrated the air like a blade opening wounds of mud that flowed in dense and swirling streams. The violence of nature appeared to me a blind force, and made me feel a sharp weakness and insecurity, but also a power even greater than that which tore the sky with fire and the chest of men and beasts with fear. “Here we have to stop, Master, or else we drown,” barked Uberto, my coachman. Fat and slow, laughing with big cheeks and dull eyes. Already he was looking forward to the wine and the buttocks of some generous landlady. I envied and hated him. He was a man like me, but he was different: simple, suitable to the vulgar misery and to the rocky reality of the world. Sitting at the table of the tavern in the village where we had taken refuge to escape the storm and to eat something, almost hidden by my own shoulders, suddenly I saw him. I looked at him for a long time, sideways. It was incredible, yet clear, completely real. In the opposite corner of the room, intent on drinking and peering into the window lashed by rain, there was a local man, a peasant, a mountaineer looking identical to me. Another me, same body, same face and expression, a perfect replica. I recalled in swift succession dozens of dreams of escape, and finally conceived, at that precise moment, a project, a plan, a mad flight. If it worked I would be free, I could finally give me to the debauchery, the bestiality, the taste of nonsense, and I could devote myself passionately to the really heretic studies I always dreamed of. Thanks to that man, the doors of real love and sex would have opened to me, in an honest, absolute way, and would tighten the walls of my wickedness, the sense of pleasure that catches me while I tear with knives and fingers still warm and alive bodies of toads and lizards, with an identical desire to do it with men and women. Meanwhile, as if by miracle, as I thought all this I finally conceived a kindness, or perhaps, a further insult, the greatest evil of my life: to give to a stranger, inadequate and perhaps happy in his wilderness, the chance to turn into Leonardo da Vinci, artist, man of science and of the world, considered a genius.

I approached him with slow steps, like a cat that moves towards the prey being careful not to let it get away too soon. I sat at his table, beside him. He looked at me scared, with my same ecstatic disbelief. We gave us strength with two glasses of wine drunk in unison, in silence. I explained him who I was, and I proposed him, as soon as I saw the features of his face relax and become placid, to replace me for a certain period of time, benefiting of all the advantages and all the honours that would be given to him.

With a smile that opened uncertain, but gradually more and more lively and penetrating, he accepted my offer. Certainly he presaged clear in his mind the leap into the void, the abyss that swallows. But he realized that that extraordinary occasion, the bright chariot in the rain, would never more cross the stony road of his life. He realized that, if he would step upon it, it would lead him away from the mud and squalor of his life, to the city, the real life, whatever it were.

***

My double agreed, and I already saw him as the puppet whom I would have provided the information and drawings for minimal routine administrative activities, things apt to a surveyor or an architect, to keep alive my name and my figure, and I, finally free from the chains, would have travelled around the world, in the memory, and in me, in the industrious application of the careful dissection of my mind and my wishes with the sharp knives of time and sincerity. And, for once, I could see myself living, or, even better, observe how others saw me or believed to see me: the lies, the poisonous comments, the stabs just as I turned my back. I finally would have gazed calmly and with ease to the faces and hearts of others. Thinking also, with huge application, a proper vengeance, before dying: a decisive invention, a deadly Trojan horse for this sick world.

Arte e luoghi: una lettura

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Una bella lettura del mio libro a cura della redazione di Arte e luoghi che ringrazio.   IM

http://arteeluoghi.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2528:lo-specchio-di-leonardo&catid=67:libri&Itemid=61

Lo specchio di Leonardo

 

In libreria il nuovo romanzo di Ivano

Mugnaini ispirato alla vita di Leonardo da Vinci

Un titolo fortemente suggestivo. “Lo specchio di Leonardo” è il nuovo romanzo di Ivano Mugnaini, tra i più eclettici scrittori del panorama letterario italiano, uscito recentemente e in libreria e nei principali canali di distribuzione online.

Pubblicato dalla Eiffel edizioni, «lo spunto iniziale del romanzo – racconta lo stesso autore – è nato da un film-documentario, uno dei tanti dedicati a Leonardo da Vinci, alle sue scoperte, al suo inesauribile talento. Veniva mostrato Leonardo alle prese con gli specchi da lui studiati a lungo per scopi scientifici e militari. Mi sono interrogato, in quell’istante, sul rapporto del genio con la sua immagine.»

Come un fiume in piena, sono scaturiti da quelle immagini una serie di interrogativi che finivano tutti con l’indagare la personalità eclettica di Leonardo, il genio e il suo lato oscuro.

Uno su tutti. Ma cosa scatta nella mente di un genio come Leonardo quando per circostanze assolutamente fortuite si imbatte nel proprio doppio, ossia in quello che sembra essere una copia esatta di se stesso?

Questa la genesi del romanzo di Ivano Mugnaini che in punta di inchiostro prova ad entrare nei meandri del pensiero di Leonardo e della sua anima tormentata provando ad intuirne desideri e comportamenti narrando, nelle novanta pagine del romanzo, il percorso di evoluzione e trasformazione, di complicità e rivalità che si innesta tra due persone in apparenza uguali ma agli antipodi per personalità e carattere.

Lo specchio di Leonardo è un romanzo sui generis, una biografia romanzata che attinge dalla storia con avvenimenti concreti e circostanziati per mettere in scena un sottile e complesso gioco dei ruoli che svelerà un finale sorprendente.

Copia di Ivano Mugnaini - foto

 

«Lo specchio di Leonardo non è un romanzo storico né aspira ad essere un thriller sensazionalistico – scrive nella prefazione Giuseppe Panella, docente di Estetica alla Scuola Normale di Pisa. È uno scavo in profondità nella mente di Leonardo supportato da una notevole ricostruzione del suo percorso biografico che non pretende, tuttavia, di rivelare verità storiche nuove o sorprendenti quanto di puntualizzare e di ricostruire ciò che è noto della dimensione umana del personaggio, tentando di farlo interagire con le proprie contraddizioni».

Nato a Viareggio, Ivano Mugnaini è autore di romanzi, racconti, recensioni e note critiche. Collabora con editori e riviste, tra cui anche “Arte e Luoghi” con la sua rubrica “Luoghi d’Autore” e ha curato la rubrica “ Panorami congeniali” sul sito Bompiani RCS. Tra le sue pubblicazioni la raccolta di racconti L’algebra della vita e il romanzo Limbo minore. Il suo racconto Desaparecidos è stato pubblicato da Marsilio mentre il romanzo breve Un’alba è stato pubblicato da Marcos Y Marcos. Scrive testi teatrali e cura il blog letterario “Dedalus”  e il suo sito .

red. Arte e Luoghi


 

Lo specchio di Leonardo di Ivano Mugnaini –     Edizioni Eiffel 2016

Disponibile in libreria ( in versione italiana) e in eBook ( in versione inglese)

oppure on line su AMAZON 

Per maggiori informazioni visita il sito www.ivanomugnaini.it e www.edizionieiffel.com .

Su Karenina.it, intervista su Lo specchio di Leonardo

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foto libro 1

 

http://kareninait.blogspot.it/2016/03/intervista-ivano-mugnaini-autore-del.html 

Copia di Ivano Mugnaini - foto

Intervista a Ivano Mugnaini, autore del romanzo “Lo specchio di Leonardo
Lo specchio di Leonardo, il tuo ultimo romanzo, si avventura nella vita di uno dei più noti protagonisti dell’arte dei tutti i tempi. Perché la scelta di un personaggio così ingombrante, già oggetto di tanta letteratura?
È vero, Leonardo da Vinci è un personaggio imponente, poliedrico, prepotentemente presente quasi in ogni ambito scientifico ed artistico, oltre che nell’immaginario collettivo. Finisce per sbalordire e spaventare. La sua grandezza ci chiama, volenti o nolenti, ad una sfida, una specie di braccio di ferro, a distanza certo, ma non meno accanito. Si cerca alla fine, istintivamente, di trovare una falla, un punto debole nella sua colossale struttura di uomo e pensatore. Si tende a dargli (e in fondo anche a darci) una dimensione pensabile, una fragilità, qualcosa che lo renda umano. E, di conseguenza, dotato di una grandezza ancora maggiore, visti gli straordinari risultati che ha raggiunto.
In effetti il personaggio di Leonardo è stato oggetto dell’attenzione di molti scrittori e saggisti in diverse epoche. Alcuni di loro sono elencati nella prefazione al mio libro scritta da Giuseppe Panella, in cui si sofferma in particolare su Paul Valéry e la sua Introduzione al metodo di Leonardo da Vinci, utilizzata come punto di partenza per un’ampia carrellata storica, filosofica e letteraria, basata su un’analisi freudiana di alcuni lavori, scritti e simboli della vita e dell’opera leonardesca.
Ho sentito anch’io l’impulso di scrivere di Leonardo, non certo per proporre verità nuove, ma per indagare, grazie ad un espediente narrativo, su quello che è il suo lato più nascosto e misterioso: quello di uomo, persona soggetta a desideri e manie, pulsioni e frustrazioni. Mi sono soffermato, facendo ricorso ad un’invenzione di pura fantasia, sul Leonardo in carne e ossa più che sul genio assoluto, inarrivabile e quasi impalpabile.
L’idea di partenza è quella che scatta nella mente di Leonardo nel momento esatto in cui vede il suo sosia: “Grazie a quell’uomo mi si sarebbero aperte le porte dell’amore e del sesso vero, sincero, assoluto, e si sarebbero serrate quelle della mia cattiveria, il senso di piacere che mi coglie mentre lacero con le lame e con le dita corpi ancora caldi e vivi di rospi e lucertole, con un’identica voglia di farlo anche con i cristiani. Intanto, come per miracolo, mentre pensavo tutto questo concepivo finalmente una bontà, o forse, per beffa ulteriore, la cattiveria più grande della mia vita: dare ad uno sconosciuto del tutto inadeguato, forse felice nella sua landa selvaggia, la possibilità di tramutarsi in Leonardo da Vinci, artista, uomo di scienza e di mondo, considerato un genio.”
Ma tra il progetto e la sua realizzazione c’è la realtà e l’universo mentale del protagonista. Il Leonardo di cui ho scritto è un essere complesso e umanamente tormentato che si descrive in questi termini: «Non avevano capito niente di me, anche per colpa mia. Non comprendevano che io dissezionavo uomini e animali morti, e ideavo macchine di legno e di ferro, ma non avevo mai compreso nulla in fondo delle menti, dei cervelli, delle anime, come le chiama la gente di chiesa. Osservavo da sempre ciò che è statico, regolato da leggi fisiche, sicure, neutre, impersonali. Mi vedevano, gli altri, come un semidio, eccelso, capace di prodigi, quasi onnipotente, senza sapere quanto mi fossero oscuri e alieni i gesti profondi, i moti interiori, le voglie e le necessità degli uomini che vivevano attorno e dentro di me. Non comprendevo loro in me e me in loro, perché non c’è regola né schema in questo campo, e ho fallito quando ho provato a indagarli, sempre, immancabilmente. Così come ho fallito quando ho guardato al sacro, al cielo».

 

Più biografia o autobiografia? Quanto hai messo di te stesso nel tuo personaggio di Leonardo e nel suo doppio?
Un mio professore del liceo mi ricordava che tutto, perfino i diari più segreti, sono scritti con l’intento di essere scoperti e letti da qualcuno. Altrimenti non ci si affiderebbe alla parola scritta. Lo stesso professore mi diceva anche che chiunque, scrivendo qualsiasi cosa, in fondo, che lo voglia o meno, finisce per parlare di sé. Credo che nelle parole di quel vecchio insegnante ci sia del vero: pur nelle enormi ed evidenti distanze, cronologiche, sociali, individuali e via dicendo, ho cercato di individuare un minimo comune denominatore tra le mie debolezze e aspirazioni e quelle del personaggio su cui è incentrato il libro. Ho cercato di compenetrare le ambivalenze e i compromessi che perfino un genio assoluto come Leonardo era costretto a subire per vivere: da un lato le angherie e i capricci del potere e sul fronte opposto il suo desiderio di autenticità e di libera espressione, sia delle pulsioni erotiche sia del pensiero.

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L’immagine riflessa nello specchio è per te metafora o pretesto per sviluppare un discorso sul doppio?
Direi che è entrambe le cose. Quello del “doppio”, del sosia, è uno dei topos più presenti nella letteratura di ogni tempo. Nel caso specifico del mio libro si tratta sia di una metafora della complessità della mente umana, sia di un meccanismo narrativo per fare emergere un alter ego dotato di una vita propria con cui Leonardo si deve confrontare, lottando prima per riconoscerlo come affine, poi per liberarsi dalla sua annichilente e straniante influenza. Ma ciò che conta è la consapevolezza che il protagonista assume: le due fasi, la fascinazione e il rigetto dell’altro lato del sé, non sono separate e distinte. Si intersecano e si sovrappongono in un meandro di sensazioni e desideri che costituiscono la miseria e la grandezza di ogni essere che lotta per la comprensione di ciò che va oltre la superficie. L’immagine riflessa del mio libro è un doppio che in un primo momento Leonardo vorrebbe solamente usare, un trucco, un espediente per fuggire da una società falsa e opprimente. All’inizio è una specie di fantoccio uguale a lui per l’aspetto fisico ma diversissimo come mentalità e modo di vedere il mondo. Gradualmente, mano e mano che gli accadimenti si dipanano, si arriva ad un ribaltamento di prospettiva: l’alter ego prende il sopravvento, lasciando aperta la domanda di fondo, ossia se esso rappresenti la parte meno nobile di Leonardo, quella becera e terrena, o se invece sia l’incarnazione dell’autenticità, della schiettezza, di un vitalismo vorace ma genuino.

Promo Leonardo con frase A

Qual è il rapporto con l’arte e la scienza che emerge dal tuo personaggio?
Anche in questo ambito la risposta è basata sulla duplicità, su una coesistenza e su un netto contrasto. Leonardo era sia un creatore di bellezza che di morte. Era un artista, pittore raffinato di soggetti sacri e profani, ma anche un ingegnere ideatore di congegni che venivano utilizzati nelle guerre, strutture architettoniche a difesa delle città e marchingegni utilizzati per attaccare ed uccidere i nemici. E non è un caso che uno degli snodi fondamentali del romanzo abbia luogo proprio nel momento in cui il protagonista si rende conto che perfino la sua arte pittorica, il suo sogno di bellezza, si allinea all’esaltazione di un massacro. Si accorge che l’affresco della battaglia di Anghiari, a lui commissionato dal partito al potere, altro che non è che la celebrazione di una carneficina. Da quel momento Leonardo si rifiuta di portare a termine il lavoro pittorico, mentre il suo alter ego lo esorta a proseguire. È la prima scintilla della scissione. E di questo moto dell’animo di Leonardo: “La mia vendetta, lo scherzo al destino, al potere becero sempre diverso e sempre uguale a se stesso, sarebbe stata, nel progetto e nel sogno, una beffa estrema: una burla serissima e feroce che forse qualcuno nei secoli avrebbe saputo cogliere e gustare. Avrebbe riso, ad anni di distanza, nel trionfo muto e immenso dell’intelligenza che non si arrende: sarebbe stata quella l’arma micidiale commissionata dai potenti del mondo. Un’arma di creazione, non di distruzione, rivolta contro di loro, non a loro favore.” Un’aspirazione soggetta, anch’essa, all’ironia della realtà.

immagine - la vita è sogno

 

E quale invece quello con l’amore?
Hai oggettivamente individuato i due punti cardine. L’amore è cura, passione, ricerca di una rinascita: “Come un naufrago mi aggrappai a lei, e fu gioia la sconfitta, l’abbandono ad un’acqua più sapida e possente che ti chiama a sé e ti sommerge, in un nuovo battesimo, carezza liquida che uccide e rigenera.”
Ma la sconfitta definitiva di Leonardo, la sua Caporetto interiore, per così dire, ha luogo proprio nell’istante in cui la sua donna, l’immagine femminile da lui idealizzata ma del tutto reale nella sua mente, la Gioconda, cede al suo alter ego, si concede anche carnalmente alla parte più sporca e prosaica del proprio essere. Dopo essersi negata a lui per anni, si lascia possedere e fecondare dal suo doppio. In quel frangente Leonardo ha perso tutti i suoi riferimenti esistenziali: la sua arte e la sua scienza sono asserviti al potere e alla volontà di distruzione, il suo amore più puro e apparentemente angelicato è perduto, prostituito e alla mercé dei più bassi istinti. Non può che prendere atto della rotta assoluta della sua esistenza. Ma, paradossalmente, nel momento in cui accetta il trionfo dell’altro da sé e si rifugia nella fuga dal mondo, si ritrova. O, almeno, orienta la sua vita verso direzioni e mete finalmente libere, non più schiave della logica, della gloria, della fama. Nel momento in cui si sente del tutto perduto, Leonardo ritrova se stesso e la volontà di inseguire nuovi progetti, nuove domande, senza più la pretesa di trovare risposte assolute. Ciò apre la strada ad un finale a sorpresa del romanzo. Un ribaltamento di fronte e di prospettiva che coinvolge il protagonista e il suo alter ego, i loro destini e le loro biografie, reali e immaginarie.

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Secondo te in quale direzione va la narrativa oggi?
Moltissime sono le strade, i percorsi, i fiumi e i torrenti carsici. Ci sono libri di assoluto valore ma c’è anche una quantità di prodotti editoriali, nel senso stretto del termine, ossia di libri costruiti e confezionati su misura, come una merce di qualsiasi altro genere, per attrarre lettori e favorire le vendite. Ciò è del tutto legittimo, niente da obiettare. Ma temo che l’appiattimento e l’omologazione dei gusti possano avere un effetto boomerang. È un fenomeno che si può mettere in parallelo, ad esempio, con ciò che accade nel mondo della cinematografia e della televisione e in vari altri ambiti artistici. A fianco di alcuni lavori ideati e portati a termine con originalità c’è una marea di materiale “di plastica”, facile da realizzare e da commercializzare ma di scarso valore intrinseco. Trovo che alla lunga possa rivelarsi autolesionistico condurre volutamente il pubblico verso crinali friabili e inconsistenti. L’illusione di aumentare per qualche euro in più l’audience dei lettori, così come quella degli spettatori, porta e porterà sempre di più ad un’attenzione di breve durata e progressivamente ad un rifiuto, un rigetto.
Sarebbe auspicabile, come già accade in alcuni paesi, anche europei, che anche in Italia si realizzassero concorsi letterari ed artistici veri e seri, con l’intento di fornire ai talenti, che ci sono, la possibilità di esprimersi, di ricercare, di realizzare con i giusti mezzi le loro idee e i loro progetti. Ciò avrebbe un positivo effetto a catena anche sul pubblico. Perché, alla fine, la qualità paga, anche nei termini finanziari tanto cari alle industrie e alle società. I lettori non sono stolti come qualcuno vorrebbe fare intendere. Sanno distinguere e discernere. E se un lavoro artistico stimola la loro mente e li coinvolge viene premiato, anche e soprattutto se contiene elementi di riflessione e simbolici, mai pedanti, questo è sottinteso, ma del tutto stimolanti. La “complicazione” non è da demonizzare, tutt’altro: è sempre gratificante.

 

 

LETTURE ALLO SPECCHIO (1)

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Letture allo specchio 1

Questa sezione del mio sito ho deciso di chiamarla LETTURE ALLO SPECCHIO, anche se sarebbe più giusto dire LETTURE DELLO SPECCHIO, ossia de Lo specchio di Leonardo, il mio romanzo uscito da qualche settimana.

Pubblicherò di volta in volta le impressioni sul libro scritte da critici, da scrittori, da poeti, ma anche da lettori che hanno voluto condividere con me le loro emozioni, i loro dubbi, le domande, le risposte e il loro punto di vista.

Comincio con Annamaria Ferramosca, http://www.annamariaferramosca.it/ . Una poetessa che ha scritto numerosi libri di poesia di rilievo e che a volte “sconfina” nell’ambito della critica commentando alcuni testi e alcuni libri. Sono molto lieto che il mio romanzo sia stato oggetto di “sconfinamento” da parte di Annamaria.

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Letture allo specchio 3Letture allo specchio 2

LETTURE ALLO SPECCHIO

ANNAMARIA FERRAMOSCA

Sento che, quando accade di leggere qualcosa di originale e per giunta scritto in modo da lasciarti incollata alle pagine fino alla fine, sfidando le ore piccole, il sonno e la stanchezza, beh, è proprio questo il momento di diffondere il titolo del libro. Un romanzo breve, Assolutamente- Da- Leggere, che fantastica sul genio e sull’ interiorità di Leonardo avanzando un’ipotesi affascinante sugli enigmi delle sue opere.
Sto parlando de LO SPECCHIO DI LEONARDO di Ivano Mugnaini– Edizioni Eiffel 2016.
Ma ecco cosa mi sono sentita di scrivere, a caldo, appena dopo aver finito di leggere questo incredibile romanzo:
Trovo che Mugnaini abbia raggiunto in questo romanzo l’acme della sua arte, quella capacità di analisi del profondo che lo distingue da ogni altro narratore contemporaneo che io conosca. E la modalità narrativa, con il suo andamento serrato e insieme così scorrevole, con il sapiente ricorso ad una sorta di preavviso di ciò che sta per succedere, credo sia efficacissima nel tenere avvinto – quasi in ipnosi- il lettore alla pagina.
Qui un Leonardo inedito, come ben analizza Panella nella prefazione, si autodescrive nel sottile rovello della sua ricerca spirituale, lungo i meandri dei suoi conflitti interiori, dei compromessi, nel dissidio tra le insopprimibili umane pulsioni e l’inseguimento della propria salvezza-verità. E il tema del doppio è la soluzione geniale per far emergere i nascondigli della parte più profonda e autentica dell’artista (e di tutti noi), quella liberissima e folle, anche perversa, e insieme mettere a fuoco il percorso di sofferenza psicologica necessario per raggiungere, se c’è, una salvezza che forse coinciderà solo con la morte, grande rivelatrice.
Notevole poi è l’intreccio delle varie opere leonardesche con le motivazioni del loro farsi e della loro incompletezza, del loro abbandono. Il culmine della narrazione è poi nella inaspettata soluzione dell’enigma della più nota opera, la Gioconda – si legga il libro per scoprirlo! – e pure nell’aprire ad una visione lucida delle atrocità umane, in cui vedo un aggancio stringente all’attualità: la battaglia di Anghiari come una Guernica che continua oggi nelle stragi dell’insensatezza terroristica.
Sono molto felice di aver letto questo romanzo, e spero che partecipi a Premi di rilievo.
Annamaria Ferramosca

Lo specchio di Leonardo di Ivano Mugnaini – Disponibile in libreria ( in versione italiana) e in eBook ( in versione inglese),oppure on line su AMAZON o su IBS. Per maggiori informazioni visita il sito www.ivanomugnaini.it  e www.edizionieiffel.com .

LucaniArt Magazine su Lo specchio di Leonardo

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Lo specchio di Leonardo Ivano Mugnaini

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Un romanzo breve, solido e ben costruito, una scrittura limpida e affascinante sui temi dell’adattamento e la ricerca dei valori assoluti

Si terrà proprio in questi giorni a Matera una mostra su Le macchine di Leonardo” che annoto nell’agenda, per una visita prima della chiusura. Trovo sempre affascinante, seppure a volte strumentalizzata e abusata (come quella di Pasolini), quella del genio fiorentino, di cui leggo ancora in un trafiletto dell’Espresso del 3 marzo di un doppio omaggio di Valentina Fortichiari con un’autobiografia e un romanzo al pittore rinascimentale. Una cascata di iniziative, discussioni, libri. Recentemente anche una mostra a Londra. Ho scritto questo trafiletto per aggiungere e segnalare ai lettori di LucaniArt un altro bellissimo libro su Leonardo, uscito recentemente per le edizioni Eiffel e che ho appena terminato di leggere. Si tratta di un romanzo breve dello scrittore toscano Ivano Mugnaini dal titolo Lo specchio di Leonardo”, di cui avevo già apprezzato la vena poetica e letto svariati racconti e articoli di critica e riflessione, pubblicati direttamente sul suo blog personale all’indirizzo http://www.ivanomugnaini.it/ .
“Lo specchio di Leonardo” è uno di quei libri che si leggono d’un d’un fiato, ti prendono e ti restano dentro. La trama è avvincente e originale, ed esplora il mondo interiore del pittore nelle sue mille sfaccettature, con i suoi conflitti e il suo bisogno di libertà e fughe. Un bisogno primordiale di certezze e di risposte, che porterà il genio fiorentino allo scambio di se stesso con un sosia, in un gioco di specchi e di maschere intrigante e tormentato, in cui si frammischiano sentimenti torbidi e aspirazioni al bene, passioni e confessioni, insoddisfazioni e solitudine. Sia la narrazione in prima persona, sia la tematica forte e prevalente dell’inconscio, lo rendono di impatto diretto ed immediato, un aspetto che consente sicuramente riconoscimento ed identificazione nel lettore. Il linguaggio di matrice kafkiana è solido e sicuro, in equilibro perfetto tra verità ed invenzione, una sonda sempre vigile e coerente sull’opacità del reale e sui sotterranei imprevedibili dell’animo umano. Da leggere.

Maria Pina Ciancio

http://www.edizionieiffel.com/ 

“Lo specchio di Leonardo”, in libreria e on line

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Promo Leonardo con frase A

Il mio romanzo LO SPECCHIO DI LEONARDO, da OGGI è ordinabile nelle migliori LIBRERIE (e anche nelle altre!), sul SITO DELLA CASA EDITRICE http://www.edizionieiffel.com, nonché su SU AMAZON, http://www.amazon.it/Lo-specchio-Leonardo-Edi…/…/ref=sr_1_3…  o su IBS http://www.ibs.it/code/9788895447247/mugnaini-ivano/specchio-di-leonardo.html .

Vi invito a scoprire come il genio di Leonardo portò a termine la sua più grande invenzione.

 

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Un uomo e un personaggio

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Eco

“Quando tutti gli archetipi irrompono senza decenza si raggiungono profondità omeriche. Due cliché fanno ridere. Cento commuovono. Perché si avverte oscuramente che i cliché stanno parlando tra di loro e celebrano una festa di ritrovamento”.
Queste parole sono di Umberto Eco, uno piuttosto noto anche qui in America. Non sono sicuro di averne colto il significato in tutto e per tutto. Però so che mi piacciono. Mi sembra che vadano a pennello anche per ‘Casablanca’. Inoltre, come potete ben capire, quando si parla di ritrovamenti io mi sento perfettamente a mio agio. Sono e rimango trovarobe, in fin dei conti. Mi piace scoprirle, perderle o fingere di perderle per poi fingere di ritrovarle o ritrovarle veramente.”
Sono le parole di un mio racconto, “Suonala ancora Sam”, scritto anni fa per il sito della Bompiani “Speaker’s Corner” su sollecitazione di una mia amica che lavorava nell’ufficio stampa della BUR. La mia amica Umberto Eco lo aveva conosciuto di persona. Io no. O forse sì. Avevo conosciuto, pur senza incontrarlo mai, la sua autorevolezza umana, quel sorriso costante di chi si diverte a studiare e cercare di capire, quel sorriso tenace di chi non cede agli accordi beceri e alle miserie del mondo della cultura e della vita in genere. E, anche se lui probabilmente ne avrebbe riso, mi ero sentito in diritto di inserirlo in un mio racconto. Perché il dono di alcuni è quello di essere persone e allo stesso tempo personaggi. Come uno dei protagonisti di Guerra e Pace, o come Dylan Dog, come Achab, come Guglielmo da Baskerville. Un fumetto, un’icona, un simbolo, una persona che sai che è lì, a fare da barriera all’assurdo, al nulla, alla retorica della politica che con insulsaggini preconfezionate ci avvelena e ci affama, anche spiritualmente.
Umberto Eco era un uomo ed un personaggio.
E i personaggi non muoiono mai.

http://www.ivanomugnaini.it/suonala-ancora-sam/

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