Frammenti di ipotesi

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  Pensando alla chiave rafforziamo la galera ?
Alcune personali ipotesi sui possibili Sì e sui possibili NO.
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Frammenti  di ipotesi

These fragments I have shored against my ruins, Questi frammenti che ho eretto a protezione delle mie rovine.
La traduzione del verso de La terra desolata di Eliot è libera. Ed è forse la sola cosa libera che posso permettermi in questi giorni di gabbie invisibili e inesorabili. O forse no. È libero, a suo modo, anche il pensiero che mi porta ad erigere con la mente frammenti di parole e di pensieri a protezione della mente stessa, e del corpo, ad essa inesorabilmente e mirabilmente collegato.
La prima decisione, da quando è iniziato il contagio e la quarantena, è stata strana: mettermi a rileggere, con l’aggravante della lettura in lingua originale, La peste di Camus. Strategia autolesionistica, la definirebbe qualcuno. È forse è vero. Eppure, in quelle parole crude e sincere, scelte con precisione chirurgica dallo scrittore-filosofo francese, ho trovato il veleno ma anche le gocce dell’antidoto.
“Quando si chiusero le porte alle nostre spalle – scrive Camus – un sentimento individuale come quello della separazione da un essere amato, all’improvviso, dopo le prime settimane, fu quello di tutto un popolo, e, assieme alla paura, divenne la sofferenza principale di questo lungo tempo d’esilio”. Dalla consapevolezza della condivisione di una condizione innaturale nasce la riflessione che porta con sé, in modo inconscio, il cambiamento.  “Il sentimento di cui nutrivamo la nostra vita, assunse un volto nuovo. Mariti e amanti che avevano immensa fiducia nelle loro compagne si scoprirono gelosi. Uomini che si ritenevano leggeri in amore ritrovarono la costanza. Figli che avevano vissuto accanto alle loro madri guardandole appena, misero tutta la loro inquietudine e il loro rimpianto nella piega del viso oppressa dal ricordo. Soffrivamo due volte, per la nostra sofferenza e per quella degli assenti, figli, spose, amanti”.
Eppure, ogni peste, reale o metaforica, ogni malattia, ogni ferita nella carne di un’epoca ha caratteristiche proprie, specifiche. Camus scrive: “Perfino la piccola soddisfazione di scrivere ci era negata. Tutta la corrispondenza era bloccata per timore che le lettere fossero veicolo d’infezione”. Oggi non è così. Le nostre gabbie, Internet, i messaggi, le chat, le immagini, le voci trasmesse via etere, possono diventare la chiave per uscire dalla gabbia dell’isolamento. Un fertile paradosso. A patto che si riesca a mutare di segno anche un’altra frase cardine de La peste: “Per settimane fummo ridotti a ricominciare senza tregua la medesima lettera, a ricopiare gli stessi appelli e le stesse raccomandazioni, fino al momento in cui le parole che erano uscite tutte vibranti dai nostri cuori si fecero prive di senso. Questo monologo sterile, questa conversazione arida, non sarebbe cessata con la fine dell’epidemia”.
Ecco, questo è il nodo da sciogliere, è questa la sfida. L’epidemia passerà, presto a tardi. Così come finirono, ad un certo punto, perfino i “quattro anni, undici mesi e due giorni” di pioggia di Cent’anni di solitudine. Quella pioggia che rese necessario “scavare canali per prosciugare la casa, e sbarazzarla dai rospi e dalle lumache, di modo che si potessero asciugare i pavimenti, e togliere i mattoni da sotto le gambe dei letti e camminare di nuovo con le scarpe”. Finirà anche questa pioggia invisibile fatta di paura, alienazione, solitudine. Ma finirà davvero solo se le mascherine che il contagio ci ha obbligato a indossare ci avranno insegnato a togliere le maschere che avevamo sul viso da sempre senza che nessuno ci obbligasse. Finirà se alla fine dell’incubo avremo imparato a sorridere con gli occhi. E, si sa, gli occhi riescono a sorridere solo se sorride anche il cuore. Finirà se capiremo, come ci suggeriva il drammaturgo che ha scritto e vissuto del Caos e della Follia, che “la vita non si spiega, si vive”; e che le cose minuscole per cui ci azzuffiamo se fossimo veramente compenetrati di quello che siamo, dovrebbero parerci miserie incalcolabili.
Ripartendo da queste consapevolezze, da questi frammenti eretti a proteggere le nostre pietre, possiamo provare, noi sommersi e noi salvati, a guarire dal male nuovo e passeggero e da altri, antichi, inveterati, che abbiamo lasciato penetrare da tempo all’interno delle nostre mura senza neppure provare a combattere.
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( Questo brano è stato letto in collegamento Facebook in occasione dell’iniziativa PAROLE DAGLI ARRESTI DOMICIARI a cura di Roberto Carracci ) .

 

 
 
 
 
 
 
 

La morte di Empedocle – note di lettura

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Franco Di Carlo La morte di Empedocle,

Edizioni Divinafollia, 2019
Molto è stato detto e scritto riguardo al recente libro di Franco Di Carlo La morte di Empedocle. Se ne occupati critici ed autori di spessore. Ne ho selezionati due, anche in virtù del loro speciale legame, professionale ma anche “empatico”, con l’autore di Genzano. Qui in calce troverete uno stralcio degli interventi dei due colleghi-amici di Franco: Cinzia Della Ciana e Giorgio Linguaglossa, con l’indicazione del link a cui potrete leggere gli articoli completi.
Nello spirito di questa rubrica, Letti sulla Luna, il cui intento è quello di indicare “oggetti terrestri” interessanti, spesso si tratta di libri, mi limiterò per quanto mi riguarda a fornire le coordinate essenziali e qualche mia impressione, da osservatore, consigliandovi di approfondire la conoscenza con i suddetti oggetti nel migliore, anzi, nell’unico modo possibile: cercandoli, e leggendoli (attività che è ancora possibile sulla terra, non è soggetta a restrizioni e, anzi, è consigliata).
“Non sono interessato alla poesia, / sono fatto di poesia e di nient’altro”, scrive Di Carlo. Ecco. Basterebbero questi due versi. Per tante cose. Una di ordine “pratico”: andare a cercare il libro e magari comprarlo. La seconda consiste nell’indicazione dell’impronta, dello stampo dei versi e dell’autore: la capacità di essere schietto, raccontandosi senza infingimenti, andando dritto all’essenza di ciò che davvero conta, i distinguo, le scelte, le condizioni innate e tuttavia rafforzate da anni di studio e dedizione assoluta e sincera.
Tertium non datur, sostenevano i latini. Invece qui un terzo elemento è concesso ed è rilevabile, ed è di natura “musicale” potremmo dire più che contenutistica (e qui Cinzia Della Ciana, poetessa legata alla musica, sarà contenta): si tratta del ritmo adottato, per volontà e/o per istinto da Di Carlo. Sintetizzando potremmo dire che si muove all’interno di una gamma di suoni, vibrazioni, assonanze e consonanze che oscillano tra classicità e modernità. O, meglio, è più esattamente, attualizzano, anche a livello di suoni, la classicità, ossia la capacità di dare peso ad ogni sillaba senza mai sovraccaricarla o renderla eccessiva, ridondante. “Gli dei camminano potenti – osserva l’autore – annunciano il barlume di una Mitica forma poetica”. Ogni scrittore e poeta, ma direi in termini più ampi ogni uomo, si sceglie un ritmo, una musica individuale. La propria colonna sonora esistenziale. E al ritmo di quella musica muove i suoi passi e fa muovere i propri pensieri, i gesti, le parole. Franco Di Carlo ha scelto una classicità attuale. Non attualizzata, è giusto specificarlo. La sua poesia è attuale perché si muove su cadenze che ricalcano la necessità della sostanza, della corporeità che si eleva alla ricerca di qualcosa che va oltre. Quell’essenza Mitica distingue l’effimero da ciò che permane. Questo aspetto è stato trattato anche da Silvia Denti nella nota introduttiva e da Andrea Matucci nella prefazione. Riguardo all’uso della rima Matucci opportunamente rileva che Di Carlo “ne libera talvolta la carica ironica nel ripetersi del distico baciato”, ma più spesso “ne sfrutta l’intensità sonora lavorando sui suoni della parola e sulle sue componenti germinative”.
Come suono, direi come canto, con la distribuzione accurata di musica e silenzio, vuoto e pieno, analogia e contrasto, si dipanano i versi di questo libro. Fin dai titoli dei vari componimenti, a tratti quasi ossimorici (“Nostalgia della morte”) oppure basati su “contrappunti” o accostamenti di natura pressoché sinestetica: (“Figure del desiderio”; “Sguardi notturni e suoni lontani”).
La poesia de “La morte di Empedocle” si muove tra estremi di sensi e parole, tra contrasti e inter-azioni profonde. Tra sintesi e distensione, alla ricerca del nucleo essenziale. Quello che nasce dalle parole e ad esse ritorna, come il canto di una fine che conclude un mondo e ne apre uno nuovo, ad esso strettamente correlato. “Duro e concreto il sentiero più arduo”, così si apre il componimento “Canto barocco” di pagina 20, che alla fine, con un procedimento che potremmo definire in senso ampio “paratattico” elenca “solitudini metafisiche e orrendo panico, / rive e foreste, campagne e deserti / cerchi cornici gironi e cieli concentrici”. Ma il libro, e la sua musica, è fatto anche di note più lievi, come a pagina 30, nella poesia “Fragile vana foglia”, il cui esordio è una descrizione che racchiude in sé, come certe liriche orientali, il senso di un istante che si estende oltre i confini temporali: “Sciolta nell’essere si confida col sole / l’erba viva”.
Moltissimo resta da dire di questo libro. Vari spunti ed elementi interessanti sono racchiusi negli stralci delle note di lettura di Della Ciana e Linguaglossa. Ma il consiglio da qui, dalla base lunare, resta quello di leggere i testi di persona sfogliando pagina per pagina, confrontando i propri ritmi, le proprie visioni e sensazioni con quelle dell’autore. Perché, come osserva lo stesso Di Carlo nella poesia “La conoscenza” di pagina 35, “Il poeta conosce modi e termini. / Li misura e rivela trattenendo la parola data. / Nulla perdendo. Afferma il mistero. / Compone il suo dire sgomento, / il suo canto nascosto e stupendo.”
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Il genius loci nella poesia di Franco Di Carlo.

Commento di Cinzia Della Ciana in occasione della presentazione del libro La Morte di Empedocle presso l’Enoteca Letteraria in Roma
Non si può capire la poesia di questa nuova silloge di Franco Di Carlo “La morte di Empedocle” (Edizioni Divinafollia, 2019) se non ci poniamo una domanda: da dove viene, dove è nato, dove vive ed è vissuto l’autore? Franco Di Carlo ha il privilegio di esser nato e di esser rimasto sempre a vivere a Genzano di Roma, un borgo incantevole che fa parte dell’area dei Castelli Romani. Cercherò di proiettarvi la vista di quei suoi luoghi al fine di trasportarvi in quei siti così suggestivi e carichi di peculiarità. Genzano si affaccia sul lago di Nemi e con la stessa Nemi, borgo fratello, fa da castone in corona sul cratere del lago. Un lago vulcanico che è un cono rovesciato e le cui superfici sono ricoperte di boschi e di arbusti mediterranei, colorate di verde intenso, quasi viscerale, un verde cupo palude che la sera vira al rosso amaranto. Un lago vulcanico, dunque, le cui acque di giorno sono atre, intrasparenti, oscure nel senso che non consentono di scorgere cosa vi sia sotto e tu quasi meccanico ti senti attratto e ti poni interrogativi su cosa nascondano. E la storia impera perché questo era il luogo di villeggiatura preferito dall’Imperatore Caligola che su quello specchio fece adagiare appositamente due preziosissime navi, come palazzi galleggianti per i suoi giochi e riti, poi affondate dagli oppositori e per secoli custodite dalle acque del lago. Acque che – mutuando la poesia di Ungaretti “Lago Luna Alba Notte” in “Sentimento del tempo” – al crepuscolo diventano quella “conca lucente/che trasporti alla foce del sole” e con la luna fanno tornare “colma di riflessi l’anima” e “acre la notte”. Una ripa scoscesa che come “impallidito livore rovina” (sempre mutuando la poesia ungarettiana), un imbuto che rimanda alla discesa ai regni ultraterreni e che è intersecato da quello specchio liquido giammai occhio, ma ombelico misterico che ti risucchia. Sì perché c’è un’aura di innegabile mistero che ti pervade quando arrivi sopra al lago di Nemi e cammini in una sorta di abbraccio da Genzano a Nemi. Due centri antichi che nascondono le loro tracce nella storia del loro nome, per entrambi legato a divinità lunari. Il toponimo Genzano secondo alcuni va riferita a Cynthia – termine usato per indicare la Luna (di cui Artemide era la divinità nella mitologia greca) – mentre Nemi da Nemus (letteralmente bosco) denominazione, spesso accompagnata da aggettivi o complementi di specificazione (“Nemus Dianae”,”Nemus Artemisium”, “Cynthiae fanum”), con cui era conosciuto il tempio di Diana che sorgeva sulle sponde del lago. E qui si ritorna al paesaggio. Alla divinità dei boschi e della caccia e della fertilità, era consacrato l’intero bosco circostante il lago, e tale culto è ancora oggi vivo se si pensa che adepti accendono candele su altari fra i resti dello scavo che mostra i fasti dell’antico tempio, gli imponenti nicchioni e i poderosi portici. Qui avverti ancora presenze divine, dietro i “fragili cespugli” di mirto avverti che si nasconde un fauno e ti pare di udire “celati bisbigli”, dietro le felci spunta una ninfa e passi di uomini e donne pervasi da danze e riti. Qui il bosco è selva e i lecci, le querce, l’alloro infatti pulsano per iniziati ai riti e ti pervade un senso di sacralità. Improvvisamente non sei in mezzo alla Natura, ma sei in mezzo alla storia che è “sacra”, ai miti, a ciò che non si rivela, all’esoterico inteso come sapere interno, come quegli insegnamenti che nell’antichità greca Pitagora e Aristotele impartivano ai soli discepoli atti a comprendere i segreti della natura. Sei in un universo dove avverti la correlazione dei quattro elementi fondamentali (aria, acqua, fuoco, terra) e la mescolanza di origine, nascita e morte. E non solo, perché qui l’aria punge la sera e dall’alto di Nemi godi il privilegio raro di tramonti che dal lago volano al mare in fronte. Oltre il cratere, infatti, si stende una fascia di piana che separa l’ombelico dalla vastità del mare che tutto abbacina e tutto risolve. Ecco in questi luoghi è nato, si è formato e ha scelto di vivere il Poeta Franco di Carlo, un poeta filosofo che è impregnato dal genius loci. In lui, come fu per Ungaretti all’epoca del soggiorno a Marino, il territorio si trasforma in paesaggio carico di suggestioni mitopoietiche, dove i miti, le leggende, i misteri, la storia, non si riducono a sterili forme retoriche, bensì a vitali archetipi, dei quali il poeta si nutre e con essi si fonde in una realtà primigenia.
( L’articolo completo si trova a questo link: https://cinziadellaciana.it/2019/07/28/la-morte-di-empedocle-lultimo-libro-di-poesie-di-franco-di-carlo/ )
 
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Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

 Perché il poeta di Genzano si occupa della «morte di Empedocle»?, di un fatto così lontano nel tempo che è diventato mito? C’è qualche rassomiglianza tra la situazione politica e sociale della Sicilia del quinto secolo avanti Cristo e la attuale? Empedocle nasce attorno al 490 a.C. ad Agrigento, da una famiglia ricca di parte democratica, posizione che condivise e sostenne, anche se, a parere di alcuni studiosi, non partecipò mai ad attività di governo della sua città; ma su questo ci sono opinioni divergenti, lo Zeller afferma che fu a capo della democrazia del suo paese; possiamo quindi presumere che in qualche modo egli abbia partecipato attivamente al governo della sua città ma con un ruolo super partes, in modo non diretto. Muore a 60 anni in esilio nel Peloponneso, probabilmente perché abbandonato dal favore popolare e allontanato da Agrigento, verosimilmente perché il suo progetto politico in favore del popolo fallì, con conseguente esilio decretato dagli ottimati. Penso che l’intendimento di Franco Di Carlo sia stato quello di mettersi idealmente e in immagine nei panni del filosofo greco, e di qui riprendere a tessere, attraversando i millenni, il filo di una meditazione poetica che si situa nel sottilissimo confine tra la meditazione filosofica e quella poetica.
La crisi dei nostri giorni richiede anche alla poesia di ripensare il proprio statuto di verità e di dicibilità, ecco la ragione per cui la poesia si snoda con un linguaggio suasorio e assertivo dove il locutore può argomentare in modo esaustivo e pacato come quando si parla in solitudine tra sé e sé, infatti le interrogazioni sono tutte rigorosamente implicite, il senso non abita in ciò che si dice ma in ciò che si evita di dire, in ciò che non può esser detto, in quanto il rispondere non si dice, dunque non enuncia il proprio senso; il rispondere lo afferma senza dire che lo afferma, in tal modo il senso è implicito e lo si esplicita se viene indicato ciò che è in questione nel rispondere, ma il rendere esplicito il senso equivarrebbe ad impiegare frasari aperti dove il locutore impiega le proposizioni per quello che sono: o interrogative o affermative, in modo dilemmatico e antinomico. È questo procedere nascostamente dilemmatico il rovello del discorso poetico di Di Carlo; quello che il poeta di Genzano chiama «Apparato Tecnico» è il pericolo che incombe sulla civiltà, e allora occorre riannodare i fili del pensiero poetante, ricominciare da Empedocle.
Ho scritto in altra precedente nota critica che Di Carlo “preferisce il lessico colloquiale, il tono basso, gli effetti contenuti al massimo, un passo regolare e simmetrico. Ovviamente, oggi non si dà più una materia cantabile e, tantomeno, un canto qualsivoglia o una parola salvifica da cui toccherebbe guardarsi come da un contagio della peste. E allora, non resta che affidarsi ad «un appello / al dialogo destinato a restare / Inespresso, una parola staccata / e lontana». La «Vicinanza nostalgica» è «la parola [che] nomina la cosa»; siamo ancora una volta all’interno di una poesia della problematicità del segno linguistico, ad una poesia teoretica che medita sul proprio farsi, sulle condizioni di esistenza della poesia nel mondo moderno, poiché la direzione da perseguire è l’esatto opposto di quella che vorrebbe inseguire lo svolgimento del «progresso», ma un «regresso» calcolato e meditato è la tesi di Di Carlo: «questo è il processo regresso da avviare sulla strada / del pensare, arrivare al luogo scelto / opposto a quello voluto dal progresso nell’Apparato Tecnico»”.
Ma il tono basso, il lessico intellettuale, i convenevoli stilistici di cui questa poesia non fa mistero, sono le sue medaglie al valor militare, sono il pegno che la poesia deve pagare per la povertà dell’epoca attuale. Di Carlo fa poesia mentre costruisce la sua meta poesia sulla poesia, opera una riflessione davanti allo specchio di un’altra riflessione, prende a prestito Empedocle e medita sulla problematica sopravvivenza della poesia nel mondo di oggi, sospesa a metà tra pensiero filosofico e pensiero poetico, ed opta decisamente per una poesia intellettuale intrisa di formalismi filosofici e di bizantinismi del pensiero; lambiccato ed elegante, Di Carlo procede con i suoi endecasillabi alla maniera di un filosofo presocratico. Lo dice in forma epigrafica già nel «Prologo»: «Dobbiamo metterci in cammino, forse un viaggio/ all’interno, verso un tacito discorso».
(l’articolo completo si trova qui:
https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/03/09/franco-di-carlo-poesie-da-la-morte-di-empedocle-divinafollia-2019-con-il-punto-di-vista-di-giorgio-linguaglossa/)
Risultato immagini per la morte di empedocle libro

 

Franco Di Carlo (Genzano di Roma, 1952), oltre a diversi volumi di critica (su Tasso, Leopardi, Verga, Ungaretti, Poesia abruzzese del ‘900, l’Ermetismo, Calvino, D. Maffìa, V. M. Rippo, Avanguardia e Sperimentalismo, il romanzo del secondo ‘900), saggi d’arte e musicali, ha pubblicato varie opere poetiche: Nel sogno e nella vita (1979), con prefazione di G: Bonaviri; Le stanze della memoria (1987), con prefazione di Lea Canducci e postfazione di D. Bellezza e E. Ragni: Il dono (1989), postfazione di G. Manacorda; inoltre, fra il 1990 e il 2001, numerose raccolte di poemetti: Tre poemetti; L’età della ragione; La Voce; Una Traccia; Interludi; L’invocazione; I suoni delle cose; I fantasmi; Il tramonto dell’essere; La luce discorde; nonché la silloge poetica Il nulla celeste (2002) con prefazione di G. Linguaglossa. Della sua attività letteraria si sono occupati molti critici, poeti e scrittori, tra cui: Bassani, Bigongiari, Luzi, Zanzotto, Pasolini, Sanguineti, Spagnoletti, Ramat, Barberi Squarotti, Bevilacqua, Spaziani, Siciliano, Raboni, Sapegno, Anceschi, Binni, Macrì, Asor Rosa, Pedullà, Petrocchi, Starobinski, Risi, De Santi, Pomilio, Petrucciani, E. Severino. Traduce da poeti antichi e moderni e ha pubblicato inediti di Parronchi, E. Fracassi, V. M. Rippo, M. Landi. Tra il 2003 e il 2015 vengono alla luce altre raccolte di poemetti, tra cui: Il pensiero poetante, La pietà della luce, Carme lustrale, La mutazione, Poesie per amore, Il progetto, La persuasione, Figure del desiderio, Il sentiero, Fonè, Gli occhi di Turner, Divina Mimesis, nonché la silloge Della Rivelazione (2013) con prefazione di R. Utzeri; è del 2019 La morte di Empedocle.

 

Luoghi d’autore. A spasso con Calvino

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L’intento della rubrica Luoghi d’autore è descritto qui sotto: provare a vedere alcuni luoghi, borghi o città, reali o immaginari, con gli occhi di scrittori fondamentali del secolo scorso e non solo.
Le tappe fondamentali di questa “esplorazione” a metà strada tra documento e immaginazione, verranno ospitate dalla rivista L’Ottavo, a cura di Geraldine Meyer, che ringrazio per l’ospitalità.
Pubblico qui la prima “passeggiata” letteraria, quella con Italo Calvino. E vi invito a leggere l’articolo completo, assieme ad altri scritti in prosa e poesia, a questo link: 
https://www.lottavo.it/2020/03/luoghi-dautore-oggi-a-spasso-con-calvino/?fbclid=IwAR21c5ka0Q4ORwJsA_FcHn-kIgGEN6vJkkSuPwx3afBEa_WBXszePAXe-E0 
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Luoghi d’Autore  contiene esplorazioni, esercizi di lettura e rilettura, brevi ma appassionate escursioni “informali” in abiti lievi e colori accesi su fondamentali sentieri panoramici. Indaga sul  rapporto tra alcuni scrittori e poeti del Novecento e i loro luoghi di residenza ed elezione, le città e i borghi in cui hanno vissuto e lottato per il diritto di esistere e resistere, per la necessità, il fardello e il privilegio dell’espressione.

Rubrica a cura di Ivano Mugnaini

A spasso con Calvino: nei luoghi, oltre i luoghi fino dentro la realtà

Se una notte d’autunno un lettore….
Se una notte d’autunno un lettore si trovasse a pensare a Calvino, alla sua fama, alla sua controversa ma innegabile attualità, alle polemiche a tratti aspre e in altri casi leziose che ne fanno comunque oggetto di dibattito come se avesse pubblicato oggi stesso un nuovo libro… ebbene, il suddetto lettore si troverebbe, alla fine, a riflettere su delle nuove o vecchie cosmicomiche.

Italo Calvino (Foto da illibraio.it)

Calvino è stato un “pianista” della parola. Ha saputo adattarsi con elasticità alle esigenze, ai temi, alle corde e agli accordi del suo essere e a quelli del mondo. Ecco, probabilmente è questa una delle possibili parole chiave: mondo. In primis per l’internazionalità autentica, genetica, che gli era propria. Non solo per la nascita nella caraibica Cuba, ma soprattutto per la capacità di esplorare continenti, lingue e mentalità diverse e farle proprie. Estremamente ligure in questo, con un piede sulla terraferma e uno proteso verso il mare, calmo o in tempesta, limpido o denso e scuro. Ma Calvino è stato e ha scritto del mondo perché ha rifiutato di collocarsi nella proverbiale torre d’avorio. Ha percorso e abitato città reali, estremamente visibili, con quello sguardo attento e astuto da marinaio, tra sorriso ironico e amaro.
Di New York, Parigi, Roma e di mille altre luoghi visti e vissuti, ha colto il mito senza abdicare alla realtà, proponendo e rielaborando, mattone su mattone, una forma di verità che facesse pensare senza lacerare, conservando la capacità di spaziare tra presente e passato, tra la dimensione concreta e una giocosa, profondamente umana, filosoficamente infantile.
Di questi ossimori e questi paradossi si nutre la sua scrittura e l’attrazione che esercita. Talmente ampia da includere anche la sua controparte, le prese di posizione di alcuni detrattori che comunque fanno riferimento ai suoi testi, li analizzano e li dissezionano, dimostrando immancabilmente una conoscenza approfondita dei tessuti e delle arterie di quel corpo così multiforme. Calvino ha il dono e il castigo di generare giudizi divergenti. La mia esperienza personale non ha alcun rilievo sul piano statistico, chiaramente, ma può servire, almeno qui e ora, a confermare che i giudizi sullo scrittore molto di rado sono serenamente anodini. Un mio amico molto colto e preparato, formidabile bevitore poco santo e parecchio logorroico, non molte sere or sono mi ha bloccato al tavolo di una cena per oltre un paio d’ore per dirmi, tra le altre cose, che a suo avviso tutta la produzione di Calvino non vale niente (anche se lo ha detto in termini più coloriti, abbondanti di lettere zeta) e che si salva solamente “Se una notte d’inverno”, proprio in quanto testo atipico, quasi un non-romanzo, una specie di ibrido alla Frankenstein, oppure un divertissement, insomma una “roba strana”, fuori schema. Pochi giorni dopo, in virtù della logica dell’alternanza, una mia amica scrittrice e giornalista mi ribadiva con foga, al contrario, il suo amore, non per me ma per il suddetto Calvino. Più che di amore si trattava e si tratta di vera e propria fede, laica, d’accordo, ma del tutto assoluta, quasi integralista. La giornalista dalle grandi doti comunicative aveva creato addirittura un club, un Circolo Pickwick di giovani scrittori di belle speranze, i quali, ispirandosi allo stile e ai temi cari a Calvino, avevano scritto un’antologia di racconti dal titolo “La consistenza”, con un’eco lunga e appassionata che riportava alle Lezioni americane da lei idolatrate e recitate brano dopo brano come versetti biblici o coranici.
Tutto questo per ribadire che il viaggio di Calvino prosegue, con costanza, sempre di buona lena, e che la sua forza con ogni probabilità è in quella capacità di generare consistenza nell’inconsistenza e varietà nell’uniformità: giudizi contrapposti ma attenzione identica.
Una campionario ampio di pareri, soprattutto negativi, è stato raccolto e riportato in un recente articolo apparso sul Messaggero da Paolo Di Paolo.  L’articolo è ampio e dettagliato. Uno dei punti cardini è quello in cui Di Paolo sottolinea che agli scrittori vengono perdonati eccessi, follie e stranezze ma raramente o quasi mai viene perdonato il successo. Questa è una colpa che non viene redenta, se non in casi rarissimi di scrittori morti giovani, possibilmente santi o martiri di qualche idea, meglio ancora se suicidi.
Calvino invece il successo lo inseguì, lo rincorse e lo raggiunse. Gradualmente, iniziando con un passo cadenzato, poi adattando il ritmo al percorso e ai tempi. Una delle svolte fondamentali fu quella di accettare il consiglio dell’entourage della Einaudi: quello di passare dal realismo alla letteratura fantastica. Molti altri scrittori si sarebbero sdegnati, avrebbero eretto bunker e barricate a difesa della propria impostazione. Calvino accettò il consiglio e lo tramutò nella propria forza. Sembrava che attendesse da sempre questo snodo, o meglio lo accettò come parte di sé e continuò a raccontare ciò che sentiva suo tramite invenzioni di macchine narrative fatte di castelli, visconti, numeri e formule create ex novo, luoghi inesistenti e in realtà radicati in ciascuno, nel profondo. Un’abilità camaleontica di parlare di sé diventando uno dei suoi numerosi personaggi, oggetti e luoghi, tra Marcovaldo e Palomar.
Calvino nasce a Cuba, ma vi rimane solo fino all’età di due anni. Il tempo necessario per assorbire di quella zona del mondo e di quella dimensione della mente un senso di precarietà tenace, un’allegria malinconica e una sete di avventura, fatta di incontri, di gesti, ma soprattutto di parole, racconti veri e inventati, esagerati ed esatti, come accade sempre in quella parte di continente in cui la realtà ha la voglia e la forza di farsi magia.
Il padre, agronomo sanremese, docente di matematica e scienze, conduce Calvino in Italia all’età di due anni. Il giovane si trova così a metà strada tra il mare e terra, intesa anche come suolo, studiato e misurato con criterio scientifico, e dall’altra parte il mare, l’attrazione dell’altrove. Successivamente Calvino rivisitò varie volte Cuba in compagnia della moglie, la traduttrice argentina Ester Judith Singer, sposata nel 1964. In quell’occasione conobbe Ernesto “Che” Guevara a cui, dopo la sua morte in Bolivia, dedicò alcune pagine.
A fianco a Cuba, di fronte, in un dialogo anch’esso complesso e fertile, l’America.
Ai primi di novembre del 1959 il trentaseienne Italo Calvino parte per l’America. Definisce New York, «la più spettacolare visione che sia data di vedere su questa terra». Qui, più che mai, il viaggio non solo parla della persona ma è la persona. Nel corso dei due mesi trascorsi a New York, Calvino realizza il desiderio profondo dei suoi personaggi, quindi suo: osservare il mondo senza essere visto, presente ed estraneo, invisibile e tuttavia concreto, tangibile, non meramente onirico.
Osserva l’America come suo padre avrebbe osservato e misurato un terreno complesso e irregolare, pieno di contrasti, arido e fertile, ricco di meraviglie e di desolazioni. Dalle sue “osservazioni” scaturiranno i saggi raccolti nel libro Un ottimista in America, edito da Einaudi. Nella primavera del 1961 il libro è pronto, ma Calvino lo ferma in seconde bozze. Si rende conto che il libro è troppo avanti e soprattutto troppo distante dai luoghi comuni acquisiti in Italia tramite le pellicole hollywoodiane: “Forse – dice – dovremmo insegnare agli americani che cos’è l’America”.
Calvino si sente americano, perfettamente a suo agio in una terra di contrasti, in evoluzione costante.  È un uomo felice laggiù. Le lettere agli amici italiani sprizzano allegria. A Elsa Morante scrive: «New York mi ha assorbito come una pianta carnivora assorbe una mosca”. La fantasia nutre se stessa e divorandosi si rigenera, nuova, vitalissima. Quelle americane, ampie, dure, ma irrefrenabili nel brulicare di vita, sono il modello delle città invisibili, ognuna portatrice di un’idea, di un modello, di una potenzialità.
La Francia, inoltre, altro capitolo. A Parigi Calvino visse dal 1967 al 1980. È la città della sua maturità, il luogo dove prende atto e visione della presenza fisica, rilevabile tramite i cinque sensi, della leggerezza, altra parola chiave, e, più che mai, magica. Parigi è un racconto eternamente rivolto all’indietro, alla grandezza della storia e del passato ma con un piede etereo sospeso nell’aria, simile a quello di una ballerina della Folies Bergères, verso il futuro. La razionalità si inebria di effluvi di champagne e ne nasce l’umorismo, sensuale, in ogni possibile accezione.
In questa mappa ideale è utile fare sosta, con una passo indietro, anche a Torino, tappa significativa della sua giovinezza. Il capoluogo piementose rivela, nella sua geometrica precisione di strade e gesti, uno dei contrasti alla base anche della scrittura e del pensiero calviniano: la città ha un vigore e una linearità che “invitano alla logica, e attraverso la logica” aprono “la via alla follia”. Non è un caso, detto tra parentesi, che Torino sia la capitale italiana del mistero e dell’occulto.
Roma, invece, apparentemente più posata e domestica, in realtà in qualche modo provoca in Calvino un’ammirazione prudente. Soprattutto a causa di alcuni scrittori dell’ambiente letterario della capitale che a suo avviso vi soggiornavano solo nella speranza di assorbire una grandezza che era loro estranea.
A Roma lo scrittore trascorse gli ultimi cinque anni della sua vita, alloggiando in piazza Campo Marzio. Rileggendo alcune pagine di Palomar dedicate a Roma vi si intuiscono presagi di morte che paiono quasi assediare il protagonista in fuga dalla folla. Ne «L’ invasione degli storni», c’è un espediente narrativo e psicologico di geniale efficacia: la città eterna vista «con occhi da uccello». I secoli trascorsi e l’istante che fugge.
Calvino-Palomar evita di confrontarsi con la città reale. Guarda in alto, fuori dalle prospettive consuete e si chiede se “questo affollarsi del cielo ci ricorda che l’ equilibrio della natura è perduto? O perché il nostro senso di insicurezza proietta dovunque minacce di catastrofe?” Scriveva Pasolini: “le città che Calvino sogna, in infinite forme, nascono invariabilmente dallo scontro tra una città ideale e una città reale”. In quest’ottica, dunque, Roma, la più nota delle metropoli, quella in cui tutto, passato e presente è alla portata degli occhi, dei piedi e delle mani, in realtà è l’ultima, e la prima in ordine gerarchico, delle città invisibili incontrate ed evocate da Calvino. E se Calvino è visto come “scrittore freddo”, accusato di essere incapace di rendere il senso del tragico e del sacro, è proprio perché la sua visione assolutamente laica, priva di religiosità, lo spinge a rinunciare al lusso delle illusioni, quelle in cui indulgono coloro che esaltano un passato glorioso o un lontano futuro di redenzione. In Calvino non c’è illusione. La sola gioia possibile è quella di un reale reso mitico dall’energia presente e da una fantasia che non pretende di ammantarsi di vesti sacre o mistificatorie.
In questo breve excursus, ho tentato di tracciare alcune tappe del percorso umano e letterario di uno degli autori italiani più apprezzati e letti in tutto il mondo. Tentativo un po’ folle, vista la vastità e la varietà di spunti e tematiche che gli sono proprie. È stato quasi come ricercare i sentieri dei nidi di ragno, tanto per prendere a prestito il titolo del suo primo romanzo. Tentativo folle, e quindi in fondo compatibile con l’atteggiamento di un autore che ha saputo cercare la natura autentica dei luoghi e dei personaggi, proprio nell’atto di evidenziarne l’imprevedibile umana follia, fantasia, senza le barriere preconcette del prima e del dopo, del se e del mai.
Calvino ha cercato l’affermazione di sé e del proprio mestiere senza snaturarsi, senza rinunciare alla coerenza con ciò che credeva e ciò a cui non credeva, senza dogmi e costrizioni. Il suo successo non è una colpa né può essere visto come un limite. È la testimonianza che ciascun individuo è una città di parole e sogni, invisibili fino a quando non accettiamo il mistero del connubio del sorriso e del pensiero. Quel gioco per cui ogni vita è solo se stessa ed è parte di un mito e di un mistero. Calvino ricorda, con i suoi libri, ad ogni individuo rampante, dimezzato, cosmicomico, incessantemente viaggiante, che quel gioco va vissuto e raccontato, giorno per giorno. Perché la vita è un luogo che si trasforma istante per istante, nell’atto di viverlo, pensarlo e immaginarlo: “Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere”. Quindi, tornando al titolo e all’esordio: “Se una notte d’inverno un viaggiatore, fuori dall’abitato di Malbork […] in una rete di linee che s’intersecano illuminate dalla luna”, chiede ancora: “Quale storia, laggiù, attende la fine?”, la risposta, sempre diversa, sempre individuale e nuova, è nel racconto stesso.
 

Ipotesi

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Ils m’ont alors ôté les menottes. Ils ont ouvert la porte et m’ont fait entrer dans le box des accusés. La salle était pleine à craquer. Malgré les stores, le soleil s’infiltrait par endroits et l’air était déjà étouffant. On avait laissé les vitres closes. C’est à ce moment que j’ai aperçu une rangée de visages devant moi. Tous me regardaient : j’ai compris que c’étaient les jurés. Mais je ne peux pas dire ce qui les distinguait les uns des autres. Je n’ai eu qu’une impression : j’étais devant une banquette de tramway et tous ces voyageurs anonymes épiaient le nouvel arrivant pour en apercevoir les ridicules. Je sais bien que c’était une idée niaise puisque ici ce n’était pas le ridicule qu’ils cherchaient, mais le crime. Cependant la différence n’est pas grande et c’est en tout cas l’idée qui m’est venue.

 

 §§§§§

 

Poi mi hanno tolto le manette. Hanno aperto la porta e mi ha fatto entrare nella gabbia
dell’accusato. La stanza era piena. Nonostante le serrande, il sole filtrava in alcuni punti e l’aria era già soffocante. Avevamo lasciato le finestre chiuse. Fu allora che vidi una schiera di facce di fronte a me. Tutti mi guardavano: l’ho capito, erano i giurati. Ma non posso dire cosa li distingua l’uno dall’altro. Ho avuto solo un’impressione: ero di fronte alla panchina di un tram e tutti questi viaggiatori anonimi stavano spiando il nuovo arrivato per coglierne il ridicolo. So che era un’idea stupida dato che qui non era il ridicolo che stavano cercando, ma il crimine. Tuttavia la differenza non è eccezionale ed è in tutto e per tutto l’idea che mi è venuta in mente.

Albert Camus, L’Étranger, 1942

Arte e Scienza – Antologia de “La Recherche”

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Una bella copertina e una bella iniziativa de LaRecherche a cura di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani.
Un modo per ritrovarsi in un volume assieme a cari amici e  per riproporre un mio racconto (che trascrivo qui in calce), un po’ scientifico e molto folle.
Per fortuna, per ora, di pura fantasia.IMNessuna descrizione della foto disponibile.
ARTE E SCIENZA: QUALE RAPPORTO?
[ L’arte della scienza, la scienza dell’arte ]

(disegno di copertina realizzato da Alessandra Magoga)

Al suo interno troverete l’arte e la scienza in 72 autori, a cura di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani.

L’antologia è liberamente e gratuitamente scaricabile da queste pagine:

https://www.larecherche.it/librolibero_ebook.asp?Id=245
http://www.ebook-larecherche.it/ebook.asp?Id=245

in formato pdf, epub e mobi per Kindle.

L’antologia è disponibile su amazon.it nel formato copertina flessibile, in due versioni, con interno in bianco e nero e con interno a colori; è possibile acquistare le copie da queste pagine (Il prezzo fissato è quello più basso possibile che amazon ci ha imposto):

Interno in bianco e nero (ISBN: 979-8613138517; € 8,32): https://www.amazon.it/Arte-scienza-quale-rapporto-dellarte/dp/B084QD65SZ/

Interno a colori (ISBN: 979-8612874157; € 37,44): https://www.amazon.it/Arte-scienza-quale-rapporto-dellarte/dp/B084QLDSHT/

Gli autori antologizzati:

Agostina Spagnuolo | Aldo Roda | Alessandra Magoga | Anna Maria Gargiulo | Annamaria Ferramosca | Annamaria Vanalesti | Antonio Spagnuolo | Brunello Gentile | Carmen De Stasio | Claudio Damiani | Corrado Calabrò | Davide Morelli | Denise Grasselli | Eliana Bassetti | Eliana Farotto | Enea Roversi | Enrico Meloni | Enzo Rega | Fabrizio Bregoli | Fernando Della Posta | Franca Colozzo | Francesco Bianconi | Francesca Farina | Francesco Rossi | Franco Buffoni | Gaetano Lo Castro | Giacomo Leronni | Giorgia Pellorca | Giovanna Iorio | Giulia Bellucci | Giuliano Brenna | Gualberto Alvino | Guglielmo Peralta | Irene Grandi | Irene Sabetta | Ivano Mugnaini | Laura Costantini | Loreta Salvatore | Luca Ariano | Lucianna Argentino | Luciano Nanni | Lucio Janniello | Luigi Cannillo | Manuel Paolino | Marcel Proust | Marcello Colozzo | Marco Furia | Maria Angeles Lonardi | Maria Grazia Maiorino | Maria Luperini | Maria Musik | Mariagrazia Dessi | Mariella Bettarini | Michele De Luca | Nicola Romano | Ornella Mamone Capria | Oronzo Liuzzi | Paolo Maggiani | Paolo Polvani | Pietro Rainero | Rita Stanzione | Roberto Maggiani | Roberto Mosi | Salvatore Solinas | Serena Rossi | Sergio Gallo | Silvia Favaretto | Simone Carunchio | Ugo Berardi | Valentina Ciurleo | Valentino Zeichen | Walter Mereu

     L’AMIGDALA

(racconto inserito nell’antologia Arte e Scienza)

            “L’amigdala è un’area del cervello, grande in media come una mandorla, fondamentale nei processi emotivi. Alcuni studi recenti hanno identificato in quest’area profonda del cervello i meccanismi chimici che scatenano, tra gli altri, il sentimento della paura. Non solo. La ricerca ha anche dimostrato che le connessioni tra le cellule nervose che compongono l’amigdala si consolidano di fronte ad una situazione di pericolo. Lo stesso accade per le passioni, l’invidia, l’ira, l’odio, l’amore. La corteccia cerebrale contiene solo i dati astratti, il ragionamento, la conoscenza. Tramite la corteccia si può avere solo un’idea, un “concetto”, delle passioni. È l’amigdala che cattura le esperienze ad alto tasso di emotività. Fornendo ad ogni stimolo il livello ottimale di attenzione, arricchendolo, e, infine, immagazzinandolo sotto forma di ricordo”.
            Ripeto a me stesso, in una sintesi estrema, come per un ulteriore e più probante esame, quanto ho appreso in anni di studio. La teoria, lo spartito mentale mandato a memoria. Oggi però, è davvero arrivato il momento: ho deciso di cambiare. Voglio, anzi devo mutare pelle come un bruco, uno sgusciante serpente. Da esecutore divento creatore. Scelgo io, d’ora in poi, i tempi e i modi, i toni e i colori. Desidero dare vita alla mia musica. Sopra e con un corpo umano.
            Io e Cosimo eravamo amici. Abbiamo fatto l’università assieme. Stessi drammi, stesse sciocchezze, lo slalom gigante tra professori equi e professori infami. Siamo diventati entrambi chirurghi. Colleghi, come nei sogni, nei progetti cullati per mesi e mesi. Colleghi, ma con sbocchi del tutto diversi. Io ora dirigo una clinica di lusso, lui è poco più che un medico della mutua.
            Siamo rimasti in contatto. Mi parla, Cosimo, mi racconta di sé. Senza più leggerezza, senza simpatia. «Un giorno ti batterò» – mi ha sussurrato l’ultima volta al telefono. Sentivo lo stridore degli incisivi nella morsa delle mandibole. «Le cose cambiano, vedrai. A vincere ci tengo. Da morire».
            Ho continuato a sperare che scherzasse. Poi ho riflettuto. Cosimo non scherza mai. Ha preso a tempestarmi di telefonate, a seguirmi con la macchina mattina e sera, a fissare per ore da un’apertura della siepe me e la mia famiglia.
            Ieri ho deciso di chiamare Giacomo. Il mio miglior amico, senza ombra di dubbio. Fratello gemello di Cosimo, due autentiche gocce d’acqua. Anche Giacomo ha studiato con noi, ed è divenuto fatalmente un chirurgo, abile e ambizioso. Con lui, con Giacomo, ho osato confidarmi. Gli ho detto di suo fratello, dei sentieri di follia su cui è incamminato. Gli ho prospettato la soluzione: “disinnescare” Cosimo. Nel solo modo possibile. Disattivando l’amigdala. Una volta scollegata la mandorla avvelenata, l’amato fratello ed amico sarebbe tornato un agnellino. Saggio e mite come un monaco di clausura.
            Con un solo, lentissimo gesto della testa, senza mai guardarmi negli occhi, Giacomo ha acconsentito.
            Ho fatto preparare una sala superattrezzata nei sotterranei della mia clinica. Volevo operarlo io Cosimo. Ma Giacomo mi ha implorato di lasciar fare a lui. Conosco bene l’amore che Giacomo prova per il fratello. Non ho potuto che dire di sì.
            Fa un caldo insopportabile. Forse perché da anni non sono più abituato ad assistere ad un’operazione da semplice spettatore. Giacomo appare calmo, rilassato. Direi persino divertito. Muove rapide e sicure le mani, ma l’intervento procede in modo per nulla ortodosso. Il bisturi tocca punti del cervello da evitare ad ogni costo. Cerco di bloccarlo, ma vengo spinto via da due energumeni che si è portato dietro con la qualifica di “assistenti”. Posso solo guardare. Fino in fondo.
            L’operazione è fallita. Condotta e completata in modo opposto rispetto a quanto stabilito. Solo alcuni punti della corteccia sono stati disattivati. L’amigdala è intatta. Intatta e pulsante. Il reattore nucleare delle passioni è più vivo che mai.
            L’operazione è stata un autentico fiasco. Dal mio punto di vista.
            Guardo meglio il braccio sinistro dell’uomo che ha appena posato il bisturi e si lava con cura le mani. Sotto il gomito c’è una cicatrice che non avevo notato. Inconfondibile. Di forma trapezoidale. L’ultimo rabbioso colpo di becco assestato da una poiana alle braccia torturatrici di Cosimo un attimo prima che le spezzasse le ali.
            L’uomo disteso sul lettino si risveglia gradualmente dall’anestesia. Ha negli occhi uno sguardo di odio infinito adesso. Identico a quello del fratello.
            Entrambi fissano, con interesse per nulla professionale, la mia giugulare che trema di impulsi parossistici.
            Negli ultimi istanti mi aggrappo ad un filo di ironia. L’operazione sbalorditiva, sebbene in maniera del tutto particolare, è avvenuta. Senza alcun intervento sui tessuti e sulle cellule, senza utilizzo diretto di bisturi o laser, la mia corteccia cerebrale è stata completamente scollegata. Resta solo lei ora, minuscola e trionfante: l’amigdala. Perla densa fremente di orrore.
            Sì, l’operazione è degna delle pagine di «Lancet» e del «New England Journal of Medicine». Avrebbe ottime prospettive anche in chiave Nobel. Peccato che nessuno, da questo momento in poi, potrà e vorrà documentarla.
                                                                                                       IM

 

 

Concorso di poesia e narrativa

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Per chi volesse cimentarsi, pubblico il comunicato (con indicato il link del regolamento) del Concorso Letterario di Poesia e Narrativa Maria Dicorato indetto da Pro(getto) Scena Edition, Associazione di cui fa parte tra gli altri la scrittrice e drammaturga (e cara amica) Chiara Rossi che mi ha segnalato e consigliato l’iniziativa.
In bocca al lupo (vivo e vegeto) a chi vorrà cimentarsi, un caro saluto e buone ispirazioni a tutti i “dedalonauti”. IM

 

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Comunicato

PREMIO INTERNAZIONALE DI POESIA E NARRATIVA MARIA DICORATO

I° edizione – scadenza 30 aprile

Premiazione presso Palazzo Cusani – via Brera 13/15 – Milano

Regolamento: http://www.progettoscena.it/progettoscenaedition_regolamento_dicorato/
 
Ha avuto avvio la I edizione del “Premio Internazionale di Poesia e Narrativa Maria Dicorato”. Il Premio è indetto da Pro(getto)scena Edition in ricordo di una personalità che ha operato nell’ambito della cultura e del sociale, ottenendo importanti riconoscimenti ed attestati, tra i quali l’”Ambrogino d’oro”: massima onorificenza concessa dal Comune di Milano.
 
Il Premio, che si rivolge a poeti e scrittori italiani e di nazionalità estera, ha il Patrocinio Culturale della “Camerata dei poeti di Firenze – Sezione Internazionale”. Il sodalizio intellettuale, nato nel 1930, è impegnato a promuovere, sviluppare e perseguire finalità culturali inerenti il campo artistico e letterario.
 
La Giuria, presieduta dal professor Hafez Haidar, scrittore, critico, Candidato al Premio Nobel per la Pace nel 2017 e due volte al Premio Nobel per la Letteratura, individuerà i vincitori per ogni sezione e assegnerà “Premi Speciali” ad opere giudicate di particolare interesse.
 
Il Premio si articola in otto sezioni e relative sottosezioni: (A. Poesia a tema libero; B. Poesia a tema dato: “La solidarietà, camminare insieme”; C. Fotopoesia a tema libero; D. Poetry Slam; E. Sezione Narrativa Edita; F. Sezione Narrativa breve inedita; G. Sezione Saggistica; H. Sezione Diritti Umani – Interculturalità. Regolamento e le modalità di partecipazione si trovano alla pagina http://www.progettoscena.it/progettoscenaedition_regolamento_dicorato/
 
I vincitori verranno avvisati tramite mail, saranno premiati pubblicamente durante la Manifestazione di Premiazione che si terrà presso Palazzo Cusani, via Brera 13/15 Milano.
Durante tale manifestazione verranno letti poesie e brani tratti dalle opere premiate. Si svolgerà inoltre una performance di “Poetry Slam”; i partecipanti avranno a loro disposizione un tempo massimo di tre minuti e si sfideranno davanti a un pubblico che ne decreterà il vincitore tramite votazione segreta.
 
Promozione Concorso
Chiara Redaelli
Per ulteriori informazioni scrivere a segreteria@progettoscenaedition.it

sipario

 
 

La verità dei topi

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   La verità dei topi  ha un titolo accattivante.
   In fondo siamo tutti un po’ roditori, anche quando sogniamo di essere aquile o farfalle o altri poetici e altisonanti animali. In fondo “rosichiamo” a volte, ma sappiamo anche rosicchiare, ossia sbocconcellare quello che di buono si trova oltre le lame della trappola pronta a scattare puntuale e inesorabile.
   Con Massimiliano Nuzzolo, autore del suddetto libro, ci scambiamo mail in cui parliamo di squadre ideali di cantori della Sanremo della Letteratura che potrebbero però trasformarsi in cantanti alla maniera dei protagonisti di “Amici miei” al concorso per cori di musica solenne, oppure, allo stesso tempo, membri di un’orchestra  di note realmente ispirate . Uno dei possibili dream team che abbiamo idealmente convocato era composto da Vian, Vonnegut, Pelevin, Marquez, Benni, Pennac, Robbins…
   Parlando de La verità dei topi, Massimiliano mi ha scritto che “Questo è un romanzo “surreale” e ad alto tasso di ironia.  So che conosci bene Camus e ciò che pensava dell’ironia. Chiudo il mio percorso tra gli esistenzialisti francesi in maniera irriverente con Boris Vian (il più “psichedelico” degli esistenzialisti), al quale è dedicato questo romanzo. Ma pure scomodo in qualche modo Kurt Vonnegut e Viktor Pelevin. La genesi di questo romanzo è stata lunga. La tessitura e gli incastri meticolosi un po’ alla maniera dei compositori e pittori fiamminghi”.
   Leggendo il libro gli ho dato (volentieri) ragione. Una delle chiavi possibili è in quella locuzione apparentemente interlocutoria utilizzata poco sopra: “allo stesso tempo”. Il romanzo è, allo stesso tempo, giocoso e di sostanza, divertito e serio (serioso no, altrimenti Vian ce le canta e ce le suona, in tutti i sensi).
   Si ride, nel romanzo di Nuzzolo, con un linguaggio che scorre fluido e credibile, ma, al contempo, quando meno te lo aspetti ti trovi a pensare che se viviamo, da bravi topi, in un mondo ribaltato e strampalato, allora in fondo ciò che è assurdo tanto assurdo non è. E  ciò che non è vero, ed appare magicamente fantastico, o infantilmente favolistico, in realtà è vero, è reale, e magari è già presente, solo che non lo vediamo, perché lo guardiamo dalla prospettiva sbagliata.
   Il romanzo di Nuzzolo diverte, ma tra un sorriso e una risata, si insinua, puntuale, il dentino acuminato del pensiero, ironico, e quindi più penetrante. Le domande ci sono tutte, anche quelle fondamentali. Anche il più amletico dei dubbi, ossia se sia meglio morire in un certo modo piuttosto che in un altro. La questione viene posta in termini molto netti e schietti. Non vi rovino la sorpresa. Come indizio vi dico solo che il sottoscritto, in quanto toscano, ha familiarità con uno dei termini dell’enigma, che tra l’altro si lega al titolo.
   In sostanza, il romanzo parla della parola attraverso il gioco e le regole della scrittura, e parla della vita attraverso lo specchio dell’ironia. Due ottime lenti.
   Si tratta di farsi topi, e in quanto topi, curiosi, e di leggerlo, scoprendo pagina per pagina i giochi e le trappole, la verità e il suo contrario. Che poi, magari, è la verità vera.  Ossia la fantasia. E la bellezza è in questo fertile e succoso dubbio.
                                                                                                            IM
 Viaggio, sogno e letteratura. “La verità dei topi” di Massimiliano Nuzzolo

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Premio Internazionale GRADIVA (2020) – settima edizione

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STATE UNIVERSITY OF NEW YORK @ STONY BROOK
SETTIMA EDIZIONE DEL PREMIO INTERNAZIONALE GRADIVA (2020)
La casa editrice Gradiva Publications bandisce la settima edizione del Premio Internazionale Gradiva. Al Premio, sponsorizzato dall’editrice, dal Center for Italian Studies della Stony Brook University e da donazioni private, si concorre con un libro singolo di poesia in lingua italiana, pubblicato fra gennaio 2018 – aprile 2020. Sono escluse antologie e plaquettes.  Alla partecipazione sono esclusi membri della Direzione-Redazione della rivista “Gradiva”.   I libri concorrenti non saranno restituiti. Non è prevista alcuna quota di partecipazione. I partecipanti possono, se vogliono, facoltativamente sostenere in forma di donazione spontanea e aperta, la non-profit Gradiva Publications, i cui intenti sono quelli di promuovere e diffondere scolasticamente la poesia italiana nei Paesi anglofoni.  *
 
Al vincitore sarà assegnato un premio di $1000 (mille dollari), il rimborso al 50% delle spese di viaggio relative unicamente al biglietto aereo in classe economica dalla città italiana di partenza al Kennedy Airport, l’alloggio per due notti presso l’Hilton Garden Hotel della State University di N.Y. e il cenone finale.  Case editrici o singoli autori devono spedire una copia del loro libro ENTRO IL 15 APRILE 2020 (farà fede il timbro postale) a ciascuno dei membri della Giuria, sotto elencati, in ordine alfabetico, con l’indicazione dell’indirizzo, telefono e email di ogni partecipante al Premio.
Si prega NON spedire i libri per raccomandata.
 
ALESSANDRO CARRERA, Modern & Classical Languages, University of Houston, 3553 Cullen Blvd, Room 612, Houston, Texas 77204-3006, USA. 
MAURIZIO CUCCHI, via De Amicis 57, 20123 Milano
LUIGI FONTANELLA, Humanities Building, Room 2126, SUNY, 100 Nicolls Rd., Stony Brook, New York 11794, USA.
IRENE MARCHEGIANI, 303 Mountain Ridge Dr., Mt. Sinai, New York 11766, USA.
ALESSANDRA PAGANARDI, Corso Lodi 37, 20135 Milano, Italia.
 
Presidente Onorario: Dr. Len Marino (senza diritto di voto a cui non va inviato il libro).
Segreteria del Premio: Irene Marchegiani :  gradivasunysb@gmail.com
 
La Giuria selezionerà gradualmente i libri in concorso. Una successiva consultazione determinerà la cinquina finalista. Un’ultima votazione determinerà il libro vincitore del Premio. La cerimonia di premiazione avrà luogo durante il mese di ottobre del 2020, presso il Center for Italian Studies della State University di New York, con sede a Stony Brook, e sarà comunicata all’autrice/autore, con l’obbligo di presenziare alla cerimonia pena il decadimento pecuniario del Premio. Per ulteriori informazioni, si prega contattare la segreteria via email: gradivasunysb@gmail.com   
La Giuria si riserva il diritto di non assegnare alcun premio, ove ritenesse non meritorio o non idoneo il materiale valutato, senza per questo essere oggetto di reclamo o denuncia.
 
* Per sostenere l’attività dell’editrice non-profit Gradiva Publications effettuare bonifico, come donazione spontanea, con spese bancarie a carico dell’ordinante, presso Banco BPM, Sede Firenze 1606, IBAN: IT55 T 05034 02813 000000010982, Swift: BAPPIT22, conto corrente intestato a Luigi Fontanella, che ne rende conto all’Amministrazione di Gradiva Publications.  Spedire la ricevuta scannerizzata via email, oppure per via aerea all’indirizzo amministrativo del Premio: 303 Mountain Ridge Drive, Mt. Sinai, New York 11766, USA.
 
Vincitori delle precedenti edizioni: Sauro Albisani (2013); Maurizio Cucchi (2014); Massimo Scrignoli (2015); Milo De Angelis (2016); Maria Attanasio (2017); Alba Donati (2019). Nel 2018 il Premio non è stato assegnato.
 

 

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Promemoria. Mare e luce

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L'immagine può contenere: 1 persona, con sorriso, oceano, cielo, spazio all'aperto e acqua
Ieri è scomparsa improvvisamente Vivetta Valacca.
Era una persona molto seria ma mai seriosa, colta ma mai pedante.
Mi piace ricordarla con questa foto. In quel suo luogo di elezione in cui sorrideva come chi ha trovato la collocazione ideale per il suo corpo, la mente, i pensieri e le ispirazioni. Quasi un anticipo di paradiso.
Lei, così credente, aveva trovato affinità con me, straniero ovunque, che invece ho soltanto le rocce dei dubbi e nessuna isola di certezza. Mi aveva invitato in questo suo luogo di elezione, un privilegio che riservava a pochi. Era come essere invitati all’interno delle stanze più intime della sua poesia. Lei avrebbe detto anima.
Altro piccolo promemoria personale: ricordarsi di essere grati subito, all’istante. Esprimere immediatamente ciò che si deve e si vuole esprimere.
Piccola grande consolazione: guardare il mare e sapere che la poesia rimane.

La luce dell'anima - Zeit Los brennt dieses Licht hier

 

La luce dell’anima 

di Dieter Schlesak e Vivetta Valacca
 nota di lettura di Ivano Mugnaini
Il connubio tra spiritualità e dimensione corporea spesso è di difficile attuazione, nella vita come nell’ambito della scrittura. Spesso le due componenti stridono, o sgomitano, come corridori in un lungo rush finale, per conquistare il traguardo di un predominio in cui l’uno annichilisce l’altro, o comunque lo comprime, lo snatura.
    In questo libro Vivetta Valacca e Dieter Schlesak sono riusciti a coordinare, armonizzare e sintonizzare le due “istanze”, grazie ad un’armonia non forzata, non fittizia, trovata nel profondo, non pianificata ai fini del libro, e quindi credibile, percepibile.
    La sacralità vera passa, necessariamente, attraverso il corpo, strumento ma anche strada, percorso verso qualcosa che è allo stesso tempo qui ed altrove, come la luce di cui parla il libro.
    Qualcosa che brucia, come indica la versione tedesca del titolo, e quindi riplasma, rinnova.
    Un libro intenso, quasi un canto prolungato a due voci, distinte eppure sincroniche e in sintonia reale.
    Poesia lirica e intensa, ma, come indica anche Tonelli nell’introduzione, conscia anche delle realtà del mondo. Amore non come fuga, quindi, non come Arcadia improbabile e asettica. Amore come ricerca, tensione verso ciò che ancora può essere salvato, salvandoci. La parola, il corpo, la mente, la luce e l’ombra. La vita.
 
 

L’étranger en Romagne

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Avevo già preparato il refrain esorcizzante: “A Gatteo c’erano quattro gatti”.
Ma non c’è stato bisogno. A Gatteo di gatti ce n’erano ben più di quattro e mi sono trovato, ancora una volta, molto bene.
Quindi, doverosamente, e anche molto volentieri, ringrazio chi ha organizzato con estrema cura la chiacchierata sui miei libri in terra romagnola.
In primis, Antonella Brighi, che ha concepito l’idea del mio viaggio, ha provveduto a orchestrare le cose e gli inviti, mi ha fatto visitare il suo paese e quello di suo marito Verter (senza dolori) che mi ha fatto un gradito corso accelerato di gastronomia romagnola.
Un grazie a Loretta Buda che ha efficacemente aiutato Antonella e a Gilberto Bugli, il quale ha letto, emozionandosi ed emozionandoci, alcuni testi di Narda Fattori.
Davvero non ultimo, grazie a Bruno Bartoletti, per la lettura generosa e partecipata dei miei libri. Ha aperto, con le sue domande, con le sue considerazioni e con citazioni di autori fondamentali, prospettive sempre interessanti e mai banali.
Una breve ma sentita considerazione di fondo: la Romagna mi sembra sia ancora, a tutt’oggi, una terra aperta al sorriso.
Anche nei confronti di un étranger, comme moi.

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