Profumo di elicriso – stralci della prefazione

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Pubblico qui alcuni stralci della mia nota ad un libro di recente uscita.

Il romanzo contiene una passione forte ma lucida, adeguata alla descrizione dei tempi e della società descritti, la Sardegna di alcuni decenni fa. Come l’autrice stessa ha dichiarato, Profumo di elicriso è stato scritto per conservare la memoria di un episodio realmente accaduto a un suo bisnonno, ultima vittima di una lunga faida, ucciso per la sua sete di giustizia e di legalità quasi mai presenti in quello scorcio di secolo in Sardegna.

La narrazione nasce dunque da una motivazione personale fortissima. Ma riesce ad andare oltre, assumendo, senza forzature, senza vane pretese didattiche e senza tirate morali, un valore più ampio, universale, evidenziando tramite gesti e sentimenti autentici, l’eterno contrasto tra la bassezza e la volontà di elevarsi, tra la violenza e l’aspirazione ad un’esistenza più umana e armonica.

Profumo di elicriso regala, anzi restituisce il gusto di una scrittura sobria ma non sterile e vuota, priva di acrobazie sintattiche e lessicali, numeri da circo ed effetti sbalorditivi, ma mai aliena all’emozione del racconto, la volontà e la necessità dell’affabulazione, qui ulteriormente accentuata dalla profonda motivazione personale, il desiderio di tener vivo il ricordo di un parente che è diventato simbolo della sete di pace e di giustizia di una famiglia. 

Il tono è sobrio, controllato, come se un narratore onnisciente osservasse con disincanto i propri simili, in una sorta di coro, una coscienza collettiva tipica dei piccoli centri a qualunque latitudine. Ma a tratti lo sguardo si apre in un guizzo o in un sorriso, breve, fulmineo, ma in grado di illustrare con efficacia la crudeltà e la solidarietà, la disperazione e la tenacia, la miseria contrapposta alla grandezza dell’animo.

 Alla pubblicazione del libro ho contributo in parte anch’io tramite la lettura, l’editing e la prefazione.

Chi volesse inviarmi in lettura manoscritti inediti di narrativa e poesia, o libri già editi, mi scriva a ivanomugnaini@gmail.com

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La poetessa dei “liberi ribelli” – Intervista a Dalila Hiaoui

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 Le risposte di Dalila Hiaoui alle mie domande sono piene di frasi che si aprono su altre frasi, altri tempi e modi, spiragli ampi e generosi, parentesi che chiudono epoche e aprono mondi nuovi, possibili. Sono dense di punti esclamativi simili a sorrisi, sguardi, gesti che richiamano l’attenzione oltre il limite della parola scritta, verso quella zona compresa tra realtà e immaginazione, fantasia e gesto  concreto.
L’intervista è piena di fascinosa, coinvolgente poesia. Alla fine risulta quasi percepibile, mangiabile, condivisibile con  gli occhi e con le mani, da un unico piatto con bordi colorati posto al centro di una tenda grande quanto il mondo. IM

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Rubrica A TU PER TU

La poetessa dei “liberi ribelli” – Intervista a  Dalila Hiaoui 

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1 -  Buongiorno Dalila e benvenuta.

Sei nata in Marocco e sei di origine berbera.

Quali influenze hanno avuto e hanno le tue radici sul tuo modo di essere e di esprimerti, nella vita e nell’arte? Qual è il rapporto dei berberi con la poesia, con il racconto, con quella che potremmo definire “l’affabulazione”? Quali legami ci sono tra la cultura scritta e la tradizione orale, tra la modernità e il passato?

Salve Ivano, sono molto lieta e anche grata di essere la tua ospite. Sono marocchina berbera, o, se vuoi, Amazigh, che vuol dire: i liberi ribelli. Sono nata a Marrakech che nella lingua amazigh antica vuol dire la sede, o anche la casa, di Dio. Ho vissuto nel nord del Marocco, esattamente nella città di Tetouan dove è diffusa la cultura andalusa, e nel profondo deserto del Marocco, a Dakhla, verso i confini con la Mauritania, un’area in cui è predominante la cultura Hassania. Queste sono le mie radici, ciò da cui ho avuto origine e che porto con me, anche oggi, anche nel cuore dell’Europa.

Roma è stata ed è un elemento determinante per costruire me stessa, ciò che sono, il mio modo di imparare, di pensare, di valutare, di comportarmi, essendo, allo stesso tempo, passato, presente e futuro.

Per quello che riguarda l’ultima parte della tua domanda sui legami che ci sono tra la cultura scritta e la tradizione orale, posso dire che l’arte con tutte le sue sfumature è la vera memoria dei popoli che non verrà mai cancellata: la cultura orale è la matrice di quella scritta, sia nei racconti sia nel canto. Nell’eterna Roma sto seguendo i passi del mio nonno amazigh Afulay che da voi è conosciuto con il nome Lucius Apuleius (127-170). Apuleio è considerato il primo romanziere dell’umanità e io sono felice e onorata di avere un simile precursore. Nei nostri percorsi di viaggiatori del mondo e della parola c’è una piccola differenza, tuttavia: Afulay detto Apuleius ha scritto il suo romanzo L’asino d’oro dopo il suo arrivo a Roma, mentre io sono arrivata avendo già nel bagaglio un romanzo di un certo successo nel mondo arabo e francofono e qualche poesia sulla tema della pace tra i popoli e le religioni. Nonostante i vari articoli che avevo già scritto e tutto quello che già avevo fatto nell’ambito della scrittura, anche narrativa, nel mio passaporto marocchino dell’epoca, era scritto poetessa sotto il mio nome. Quindi il mio paese di origine mi definiva già “poetessa”, una definizione impegnativa che però mi identifica, quasi un secondo nome, una strada, una meta, un modo di essere.

2 – Risiedi da tempo in Italia, a Roma. Al di là degli stereotipi e con serena e informale schiettezza, quali sono stati gli ostacoli che hai incontrato al tuo arrivo in Italia e quali sono gli aspetti che, ancora oggi, trovi difficilmente comprensibili, o almeno auspicabilmente modificabili dell’Italia?
Sul fronte opposto, cosa ti ha fatto amare l’Italia e di cosa sei grata al nostro paese?

Il vostro paese è anche il mio! È il luogo dove ho provato a volare con le mie ali, senza essere la moglie di tizio o la sorella di caio! Se Marrakech è mia madre, Roma è la mia madrina: mi ha abbracciata nel momento del bisogno di affetto, ha curato le mie ferite e mi ha fatto crescere. A Roma mi sento a casa, forse con un tocco di più di ordine e disciplina rispetto alla mia terra. Ma il tempo meteorologico non è tanto diverso dal mio paese di origine, così come la stessa è la cultura mediterranea e quasi gli stessi sono gli ingredienti della cucina e per questo non sono rimasta stupita vedendo lo stesso sorriso sulle labbra della gente, ascoltando la battuta pronta, o la domanda “Come va?” subito dopo il buongiorno del mattino. Nella mia adorata Roma ho scoperto il lato gentile e amichevole della gente già dal primo giorno, visto che non trovavo la strada per raggiungere il palazzo in cui si svolgeva il mio nuovo lavoro: alcuni hanno provato a indicarmi la strada usando il francese, lo spagnolo o l’inglese perché il mio italiano era limitatissimo. Alcuni hanno provato con i gesti e altri addirittura hanno lasciato i loro commerci e le loro occupazioni e mi hanno accompagnato per qualche tratto di strada per farmi arrivare a destinazione! In quel mio primo giorno romano, io che pensavo di essere venuta a Roma solo per qualche giorno o qualche settimana ho capito di aver raggiunto la mia meta finale e di essere nel posto giusto! E così l’Italia mi ha regalato amici e amiche più presenti nella mia vita e più vicini delle persone della mia stessa famiglia. Ti faccio anche una confessione: tornando a Roma dal funerale di mia nonna materna, sono andata dall’aeroporto direttamente all’agenzia immobiliare per cambiare la casa che avevo preso in affitto e prenderne una con un giardino! Anche un piccolo buco mi andava bene, mi bastava avere lo spazio sufficiente per mettere nel terreno quelle radici che avevo perso con la morte di mia madre e poi di sua madre cioè la mia adorata nonna. Così ho piantato dei piccoli alberi come quelli che abbiamo a Marrakech: arance, mandarini, fichi, albicocche, limoni, olivi, ciliegie, e una mimosa, in omaggio a tutte le donne!

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3 – Sei un osservatore interessante della realtà proprio per questo tuo percorso biografico, oltre che artistico, che ti ha consentito di vivere ruoli molto diversi, a volte in apparente contrasto. Conosci il mondo arabo e quello occidentale, la solitudine dello scrittore e i luoghi affollati, i salotti e i palazzi, le agenzie governative, le università e gli studi televisivi. Conosci persone di ogni classe e condizione sociale e umana.
Come vivi questa tua costante immersione in ambienti e contesti diversi? E come influenza il tuo modo di vivere, di scrivere e di percepire?
 
È il mio capitale! La mia ricchezza morale, mentale e spirituale. Ogni persona che ho incrociato nel percorso della mia vita ha avuto in qualche modo il ruolo del maestro per bene o il maestro chi ti fa estrarre le unghie e ti ispira la forza per evitare il pessimismo di certi momenti. Lo stesso discorso vale per ogni luogo in cui ho vissuto: per me è stata una vera scuola se non un’università! Di quei volti e quei luoghi è fatto l’inchiostro con cui scrivo, la mia poesia e la mia prosa!

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4 – Faccio anche a te una domanda a cui tengo molto e che ho già rivolto ad altri autori intervistati in precedenza: pensi che la letteratura, la poesia, la narrativa, la scrittura in senso ampio, possano essere solamente una specie di rifugio nella tempesta, o possano in qualche modo agire in modo effettivo, avere un ruolo per modificare il mondo, il modo di rapportarci gli uni con gli altri, di agire oltre che di pensare?
 
L’espressione “letteratura” in lingua araba vuol dire la massima educazione, la vetta dell’educazione, l’espressione “poesia” viene dalla radice verbale sentire, quindi solo chi ha bevuto dall’acqua santa della cultura può sinceramente cambiare il mondo e seminare la bellezza, l’amore e la pace dappertutto. Per questa ragione organizzo ogni tanto con amiche ed amici poeti e scrittori delle carovane di solidarietà a favore degli studenti del Marocco, e siamo riusciti anche a convincere amici ed amiche che operano al di fuori del campo letterario a contribuire alla creazione di librerie e spazi d’arte e cultura nelle scuole di montagna del Marocco. Il futuro con ali di pace e amore dobbiamo disegnarlo insieme anche nelle zone lontane e periferiche.

5 – La tua è una poesia impegnata in senso concreto, non di facciata.
Come concepisci il concetto di “impegno” anche nell’ottica del mondo attuale, tra squilibri, tensioni e conflitti, anche di mentalità e di visione del mondo, della politica e della religione?

Grazie di aver definito la mia poesia impegnata. È vero! Non ho mai scritto sin da piccola della fantastica chiarezza del cielo, del blu smeraldo del mare, del meraviglioso canto del canarino o del gioioso amore vissuto, o, nel mio caso dopo tutti questi anni, mai vissuto! Parlo del lato gioioso dell’amore, ovviamente, non dell’amore in se stesso. Non scrivo se non ho le lacrime agli occhi! Non scrivo se una scena di vita non mi ha colpito l’anima o ha colpito qualcuno, qualche altro essere umano. Non scrivo se non di qualcosa o di qualche luogo che mi è davvero caro. La poesia è uno specchio della società, e il mio dovere è di fare vedere alla società sia orientale che occidentale i diversissimi volti che vi sono riflessi e che non sono nella maggior parte dei casi piacevoli! Credo che tutti quanti abbiamo il dovere di difendere il diritto legittimo di vivere in un mondo d’amore, di equilibrio spirituale e mentale. Vale a dire vivere nella pace interiore, soprattutto. Da mia parte sto provando a volte tramite articoli o saggi oppure poesie scritte con l’inchiostro della critica e della denuncia sociale, con parole sussurrate oppure gridate a dire BASTA! Ho dedicato poesie alle suocere che rovinano i rapporti dei figli con le altre donne, ai figli adolescenti con tutte le loro problematiche con i genitori, ai turisti del piacere carnale, alla irresponsabilità degli uomini della nostra benedetta epoca, al velo, all’eredità, alla poligamia. Ho provato a parlare di tutto questo, di ciò che sento e vedo con i miei occhi di musulmana con la mente aperta; vale a dire musulmana che non dice Amen e così sia alle interpretazioni e alle spiegazioni degli altri, ma si fa, in modo autonomo, le sue ricerche personali ed accademiche. Non sono nata per fare il pappagallo! Sono nata per correre come la gazzella tra i campi di sapienza e a volte per volare come un’aquila!

6 – Ho trovato interessante (e questo si ricollega anche alla domanda precedente) il tuo vivere a tutto tondo il ruolo di poetessa e di comunicatrice, senza chiuderti nella proverbiale “torre d’avorio”. Mi ha colpito ad esempio anche la tua capacità di trasformare la cucina, i piatti tradizionali della tua terra d’origine, in un ponte, un modo per fare dialogare in modo vivo e gioviale culture e mondi diversi.
Cito volentieri, a questo proposito, un brano tratto da un post pubblicato su Arab News:

La mattina del fatidico pranzo – a base di piatti della tradizione, in teoria; un tripudio d’ingredienti cosmopoliti, nella pratica – ho trascorso un’ora e mezza sui mezzi pubblici romani, su e giù dal ventre fino alla superficie della nostra Madre Terra. Tra metropolitane ed autobus in cui i turisti fanno chiasso più degli studenti e dei lavoratori. E nonostante non ne potessi più, mi sono trovata a sorridere a quei visi. Proprio io che a lungo, per molte mattine, mi sono lamentata in tutte le lingue (anche quelle che non conosco!) del sovraffollamento, dei ritardi, del calpestarsi i piedi, dell’urtarsi, ora stavo sorridendo. Perché già fantasticavo di ciò che di lì a poco avrei vissuto: avrei scorto la gioia della festa sui visi delle mie amiche egiziane, siriane, palestinesi. Intorno a un pranzo all’insegna del light, a cui si addice d’essere servito in semplici piatti di plastica. E che ogni festa ti sia lieta, Eva che rappresenti tutte le donne, a cavallo della libertà lungo la distesa dell’uguaglianza.

Ti va di commentarlo, dicendoci anche qualcosa riguardo all’importanza dell’essere “light” e del dialogo multietnico?

È un progetto mio che forse vedrà la luce con un’amica specializzata nelle scienze alimentari. È un progetto per creare davvero un ponte di delizie tra le due sponde del mediterraneo visto che facciamo il bagno nello stesso mare e peschiamo lo stesso merluzzo usando lo stesso olio di oliva di pianura e lo stesso alloro e timo di montagna! Quasi tutti gli ingredienti si trovano e anche la volontà non manca. Quindi manca poco per godere delle bontà delle due rive con un tocco dietetico ragionevole! Amo cucinare e condividere i piacere della gola con i miei cari, ma amo di più semplificare un po’ le ricette, perché il ritmo della vita occidentale è molto veloce, e anche perché tengo presente le intolleranze, la glicemia, la pressione, il colesterolo e tutti gli altri gioielli che ci regala la vita prima o poi!

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7 – Insegni la lingua araba e con essa le tradizioni, il modo di vivere.
Ritieni che una maggiore conoscenza reciproca, fin dalle scuole elementari, potrebbe favorire il dialogo o è pura utopia?
 
Caro Ivano! La prima Università europea che ha aggiunto la lingua araba alla lista degli studi accademici è stata italiana. È accaduto nel 1600, e di preciso a Bologna, dopo che gli arabi erano stati cacciati da Granada in Andalusia. In seguito lo studio della lingua araba si è esteso a Napoli e ad altre città e altre prestigiose sedi accademiche. Dalla Sicilia i numeri arabi hanno raggiunto l’intera Europa e tutto l’occidente e con essi è giunta la nuova creazione dell’epoca, “lo zero”, in arabo “ssefr” poi per voi “cifra” e per i francesi “chiffres”. Quindi, che lo si voglia o no, l’Italia è stata la vela della nave dello scambio e del dialogo culturale storicamente e in Italia sento davvero un interesse molto vivo per le lingue straniere. Inoltre, come hai sottolineato nella domanda, è molto importante offrire ai bambini un orientamento bilingue. Un orientamento psicolinguistico moderno che risponda ai veri bisogni dei bambini. Io per esempio all’asilo avevo la mattina l‘arabo e il pomeriggio il francese, ed era vietato parlare in arabo durante il pomeriggio francofono così come era vietato parlare in francese o in dialetto durante la mattinata dell’arabo! Le lingue erano presenti anche durante il gioco o il canto e la terza lingua era in programma per il liceo. Adesso hanno la terza lingua, spesso l’inglese o lo spagnolo, già dalla scuola media. Quanto al berbero, si impara nelle zone montane del Marocco a partire dalla scuola elementare insieme all’arabo e al francese. Mi ricordo benissimo un discorso degli anni 80 di Re Hassan Secondo di cui mi è rimasto impresso nella memoria anche il tono non solo le parole: “Chi parla solo una lingua è un analfabeta nonostante i suoi diplomi!”. Però questo non vuol dire che siamo dei geni in Marocco oppure che il Marocco è il paradiso divino. C’è tanto da fare soprattutto nel campo dell’insegnamento perché è la base di tutto! A cosa servono greggi di pappagalli?
 

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8 – In qualche modo ricollegandoti a tutta la conversazione precedente, ci puoi parlare del tuo salotto letterario bilingue J’nan Argana.
Come è nato, come opera, e come lo consideri nell’ambito della cultura del dialogo di cui abbiamo parlato? Pensi che sia un esempio isolato o che possa fare da seme per favorire la nascita di realtà simili sia a Roma che in altre città?

J’nan Argana vuol dire il Paradiso di Argan. E l’argan come sapete è un albero che si trova solo in Marocco e ha la funzione di separare il deserto dalla pianura creando una cintura naturale per bloccare o limitare la sabbia che non smette di avanzare. L’argan è un frutto che dà un olio miracoloso con caratteristiche medicinali favolose e che si può ottenere solo tramite il lavoro delle mani delle donne berbere. Viene ancora oggi macinato con la pietra! Ho sempre avuto in mente di tenere salotti culturali e letterari, fin dai tempi di Marrakech, prima di spostarmi a Roma. Nei primi anni del mio soggiorno romano ero in fase di rinascita psicologicamente e culturalmente e dovevo ambientarmi e mettere radici. Poi, piano piano, mi sono sentita a casa, ma l’idea di creare un salotto letterario è rimasta a lungo un sogno nel cassetto. Nel 2011 i pipistrelli dell’odio e dell’ignoranza hanno colpito nel cuore della mia città natale, Marrakech, un caffè dove avevano luogo attività culturali anche con turisti stranieri che si chiamava “Argana”. In seguito a questo episodio con amici intellettuali marocchini e italiani abbiamo pensato di realizzare qualcosa per avvicinare i popoli, le culture, le etnie, ed è nato ARGANA. Abbiamo seminato l’amore e il dialogo invece dell’odio e della chiusura mentale. Tutto ciò si può creare ovunque, basta avere volontà e desiderio di condivisione! La cultura non ha confini geografici! 

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9 – Come ultima ma non ultima domanda, ti chiederei un bilancio della tua esperienza umana e artistica, e una previsione (anche se mi rendo conto che non è facile assumere il ruolo di indovini): pensi che ci siano spazi per poter vivere in un mondo in cui ci si comprende maggiormente, pur nelle differenze, nelle diversità, nelle specificità di ognuno?
Vorrei una risposta duplice, una con il cuore di poetessa, l’altro con la mente di studiosa e docente.

Oppure, ringraziandoti per le risposte a questa intervista date sia in qualità di poetessa e scrittrice che di divulgatrice e studiosa, vorrei una risposta libera, sincera, data con un ottimismo che conosce bene la realtà, ma anche la volontà e la speranza di poterla rendere più umana.
 
Amare, donare, sorridere, sognare, sopportare, non guardare dietro se non per vedere quanto è grande anzi gigante la nostra ombra, e per ultimo: vivere e lasciare vivere! Ecco le sette chiavi della mia vita! La luce del mio cammino di studio, di ragione e di poesia. La ricercatrice e la poetessa scrittrice sognatrice non si sono mai separate in me fin da quando avevo 15 anni! Vanno tanto d’accordo e non intervengo mai per separarle. Penso che le sette chiavi possano servire a qualsiasi persona per andare avanti e per affrontare ogni difficoltà!

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Dalila Hiaoui, poetessa-scrittrice, collabora con diversi giornali e riviste arabe e marocchine; è professoressa di lingua e cultura araba presso le agenzie delle Nazioni Unite. Di origine Amazigh (berbera), è nata a Marrakech e risiede a Roma. Ha pubblicato come “author, & co-author”, 19 libri tra poesie, romanzi in lingua araba, italiana, inglese, cinese, serba, albanese  e un manuale di arabo in 3 volumi in collaborazione con il Rettore dell’Università Internazionale Uni-Nettuno a Roma, con la quale ha realizzato anche i corsi televisivi: IMPARO LA LINGUA ARABA-IL TESORO DELLE LETTERE, (già in onda sui canali nazionali del Marocco, sui canali dell’Università, e su Rai 2 e 3, e il digitale terrestre dal 2010). Conduce da giugno 2013 il salotto letterario bilingue J’nan Argana.
 
Aggiungo volentieri una piccola ma significativa postilla integrativa alla nota biografica scritta dalla stessa autrice:

Posso aggiungere anche che sono una delle pochissime  scrittrici/poetesse di lingua araba ad avere intrapreso la strada del digitale, cioè, l’e-book, pensando all’ambiente, soprattutto! E sto lavorando a progetti simili con altre autrici ed altri autori, anche più giovani! Ho presentato nel 2016 a Fez in Marocco una delle poetesse più giovani del mondo, ha 13 anni, ed è semplicemente italiana. Vorrei che le opere dei piccoli autori che vivono tra le montagne, nel deserto, nei villaggi più lontani fossero a portata di mano di tutta la gente che creda ancora nell’amore, in Europa, in Asia, in Australia, e dappertutto nel mondo. Così ho adottato culturalmente i giovanissimi poeti e pittori delle montagne del Marocco. Sto lavorando con i loro professori alla pubblicazione delle loro opere in digitale e in cartaceo perché in alcuni paesi non è possibile comprare o scaricare l’e-book, forse per misure di sicurezza. Tutto il guadagno derivante da questa iniziativa sarà destinato ai piccoli autori e alle loro scuole, per coprire le spese di studio, gli occhiali da vista, e altro materiale e attrezzature scolastiche. Tutto questo senza chiedere nessun finanziamento a nessuna organizzazione! Sono sempre andata avanti da sola condividendo il frutto del mio sudore personale per un futuro migliore! 

Dalila Hiaoui 2

Ritratti impropri: Ayrton Senna, Diego Maradona, Roger Federer

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RITRATTI IMPROPRI

In questa rubrica proporrò, con cadenza irregolare, alcuni abbozzi di ritratto di uomini e donne del mondo dell’arte, in senso ampio, esteso.

Saranno ritratti impropri: basati non sulla conoscenza diretta né sulla presenza del modello. Saranno immagine di un’immagine, riflesso di un riflesso.

Eppure saranno reali, per me, perché questi uomini e queste donne sono riusciti a evocare in me, ciascuno a suo modo, ciò che rende questa vita in qualche modo vivibile e in qualche caso perfino intensa e gustosa: la passione.

Non per tutti questi personaggi nutro simpatia. Anzi, in fondo la nutro per pochi di loro. E anche in quel caso in forme e misure differenti.

Con ognuna ed ognuno di loro però sono in debito di emozioni, quelle che spesso derivano dal riconoscere l’affinità o la diversità, la differenza che distingue un ottimo artigiano da un artista. In loro ho intuito e intravisto la follia, esplicita o nascosta, nell’atteggiamento o nella maniacalità dell’applicazione e della concentrazione abbinata a quel mistero glorioso e micidiale che è il talento.

Sono in debito perché hanno saputo farmi guardare, anzi, vedere. Come in uno specchio in cui, in un gesto, un movimento, un colore, uno sfondo, percepiamo noi stessi, ciò che davvero siamo in questa specie di storia di cui non sappiamo niente, neppure se ci siamo davvero.

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Comincio volutamente dalla passione in apparenza più lieve: lo sport.

Quel poco che mi è rimasto nella mente. Quello che resiste agli anni, a questi tempi in cui un buon calciatore viene definito “un prospetto interessante” e in cui si presta più attenzione alle ipotesi del calciomercato che alla sostanza del gesto, alla volontà concreta, al sudore e al genio. Parlo di tre atleti, nel bene e nel male, con le loro doti e i loro difetti, i voli e tonfi clamorosi. Non so se siano i migliori in assoluto. Per me sì. Ma questo conta poco. Quello che conta è che hanno saputo restare presenti, nella memoria e nel sogno, mantenendo vivo ciò che più vale: la lotta al predominio del mediocre, la volontà di andare oltre, un passo più in là.

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AYRTON SENNA DA SILVA

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Appeso ad un’asse orizzontale solleva il proprio corpo a forza di braccia, decine di volte, sorridendo. Lo fa per le telecamere, per mostrare la sua forza, la sua perfetta forma. È appena tornato dalle vacanze. Le ha trascorse con una splendida modella di un metro e ottantacinque senza tacchi su un’isola tropicale affittata per loro due soltanto. C’è rimasto tre settimane. Nel frattempo i suoi colleghi piloti hanno provato le macchine su tutti i circuiti, con le varie combinazioni di carico, di carburante e di gomme e con tutti i climi. Si sono fatti un mazzo enorme, come dicono nei salotti di lusso, percorrendo migliaia di chilometri e cambiando aerei e alberghi come forsennati. Lui, Senna, si è spostato di duecento metri al giorno: dal bungalow, con annesse braccia e tette della modella, alla spiaggia.

Tre giorni prima della prima gara ufficiale della stagione, Senna si presenta alla conferenza stampa. Parla serenamente cinque o sei lingue, con accento brasiliano quel tanto che basta ma con una serietà che sa farsi teutonica. Si mette la tuta e sale su una macchina mai vista prima, mai provata prima. Dopo un giro di riscaldamento parte in progressione e fa segnare il miglior tempo. Migliore di quello di chi ha passato l’estate a sudare e imprecare cercando di limare un centesimo alla volta.

Scende, sorride, poi si fa riprendere di nuovo mentre fa i sollevamenti alla sbarra. Ti viene da dire che è sovrumano. Ma se guardi bene, ogni tendine, ogni muscolo è di cristallo. Attraverso quel vetro traspare una malinconia distante milioni di miglia dalla spiaggia di Copacabana. È la malinconia di chi convive nello stretto abitacolo con la morte, con la consapevolezza di essere chiamato a diventare un mito, controvoglia, dopo aver conquistato l’ennesima pole position, in una curva di una cittadina emiliana, il primo maggio, ai primissimi giri, con la macchina numero uno.

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DIEGO ARMANDO MARADONA

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Di ritratti ne ha avuti tanti, forse troppi. Aggiungerne uno è di certo follia. Ma è stata proprio la follia, la volontà di staccarsi dai prati polverosi ai margini di una metropoli vasta e desolata, a portarlo ad essere ciò che è stato, ciò che è. Maradona non consente mezze misure né colori neutri e sfumati: si ama o si odia. È stato una delle poche persone che è riuscito a mettere d’accordo me e mio padre. Cresciuto durante la guerra, mio padre girava per campi e paesi con il compito di procurarsi il cibo, per se stesso e per gli altri membri della numerosa famiglia. Si narra che un giorno fosse riuscito a rubare un filone di pane dalla bottega di un fornaio. Era ancora caldo, forse neppure completamente lievitato. Eppure la fame, l’attrazione, la passione, erano troppo grandi: lo mangiò tutto, pezzo dopo pezzo, prima di arrivare a casa. Si dice che rimase a letto per molte ore con un fortissimo mal di pancia. Senza mai smettere di sorridere. La gioia di aver avuto quel pane faceva passare ogni dolore. Ecco, Maradona è quella fame, quel pane e quel sorriso. Lo è stato il suo rapporto con il pallone, con il gioco del calcio, con la vita. Il mal di pancia è la realtà, quella che non voleva vedere: come le amicizie pericolose, gli spari ai giornalisti davanti al suo cancello, la ragazza che lo prende per mano e lo porta a fare l’antidoping e lui ride, sereno, come se non sapesse, come se non fosse lui. Eppure, vedere giocare lui dava emozione, a volte perfino commozione, come una musica di cui non tutti gli spartiti sono comprensibili eppure provoca uno slancio dentro, un guizzo, una specie di libertà.

Lionel Messi, il suo erede nella nazionale argentina, possiede statistiche superiori a Maradona in tutto e per tutto. Messi suscita ammirazione, è rapidissimo, efficientissimo, segna goal a raffica e vince palloni d’oro in serie. Messi suscita ammirazione, Maradona suscitava emozione. La differenza è questa. Una piccola, irrazionale pennellata. Ma forse sono solo io che sono invecchiato. Auguro a tutti i giovani la stessa rabbia e lo stesso stupore evocato dal piede sinistro del nanerottolo sovrappeso che disegnava magie.

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ROGER FEDERER

Roger Federer

Federer mi porta a fare inesorabilmente una cosa che non ho mai apprezzato e che mi è sempre sembrata riduttiva, fuori luogo. L’attività in cui, specialmente nel finale della sua carriera di cronista, si produceva Gianni Brera: l’etnoantropologia applicata alla sport. Ovviamente non è in discussione la grandezza di Brera, né come giornalista né come scrittore. Però, personalmente, mi ha sempre fatto ridere pensare che le caratteristiche di uno sportivo dovessero essere associate al luogo in cui è nato (magari per un caso), alla sua etnia o alle sue origini familiari.

Mi ha fatto ridere, ma, nel caso di Federer, lo ammetto, applico anch’io la tecnica di Brera. Roger Federer è figlio di uno svizzero e di una sudafricana. Due popoli che, esprimendo una sensazione personalissima più che una valutazione anche minimamente motivata o motivabile, non trovo particolarmente affini. Poco espressivi, piuttosto freddi, calcolatori, consci di una superiorità derivata da fattori indipendenti dal loro valore intrinseco, figli della storia e della geografia e forse anche della sopraffazione. Qui lo dico e qui mi scuso, anche per la contraddizione con la premessa. Ma tant’è: le sensazioni arrivano e non si possono contrastare.

Federer ha iniziato a giocare da bambino. Si dice che si sentissero dall’esterno dell’impianto sportivo le urla, le offese e gli improperi che rivolgeva ai suoi giovanissimi avversari. Tu sei una nullità – sbraitava – io sono fortissimo, sono il più forte e vincerò Wimbledon. La vita, si sa è molto giusta, e punisce sempre i superbi: Roger Federer Wimbledon lo ha vinto otto volte. Dei suoi compagni di gioco non è dato di sapere. La forza di Federer nasce da un’incredibile alchimia: al gelo delle sue origini è stato abbinato il fuoco di una passione feroce, assoluta. Quella che ha fatto sì che per infiniti anni abbia giocato ogni singolo punto come se fosse determinante non per la sua carriera ma per la sua stessa esistenza. Quello che lo ha portato a compiere gli stessi gesti, gli stessi viaggi, gli alberghi, la preparazione, le conferenze stampa, senza mai provare un istante di noia, senza desiderare altro. Quello che per Agassi era una galera per lui è il solo modo di essere, di esistere, la pura e semplice felicità. Ci sono giocatori che hanno il braccio tennistico, altri hanno polmoni, alcuni altri tattica e cervello. Lui, semplicemente, ha avuto tutto e tutto insieme. A tutto questo, per completare l’opera ha applicato l’antropologia ottimizzata: in campo mai uno spreco di energia, mai una superstizione inutile, mai un litigio che potesse distrarlo. E ad ogni istante una passione infinita per la sola vera inesorabile rivale della moglie Mirka: Mrs Pallina da Tennis. Federer non mi sta simpatico. Not at all, per dirla come a Wimbledon. Ricordo il modo crudele con cui irrise in televisione un giornalista che si era emozionato per avere l’opportunità di intervistarlo. Non mi sta simpatico, Federer. Ma poi lo vedo giocare. Confronto il suo modo di giocare con quello degli altri; e allora spero, anzi auspico. Auspico che possa giocare fino a centottantatre anni. E che il giorno del ritiro convochi una conferenza stampa in cui dichiari: “Il tennis mi diverte ancora. Ho deciso di giocare per un’altra stagione”.

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Libri, piedi, mani, migranti e cercatori di poesia

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John Fante in una lettera al suo editore che gli chiedeva se si considerasse uno scrittore di romanzi e racconti o di poesie gli rispose esattamente così: “I am ambidextrous”.
Venerdì prossimo 19 gennaio, alle ore 18.00, al Caffé dell’Ussero di Pisa, nell’ambito degli incontri di AstrolabioCultura, dialogherò con 
Luigi Fontanella del suo romanzo Il dio di New York e del suo volume di poemetti e racconti in versi Lo scialle rosso.

Sarà un’occasione per riflettere sulla vexata quaestio: è meglio essere “ambidestri” nel mondo della scrittura, o “fare” solo poesia o solo narrativa?

Sarà un’occasione per parlare di “Gradiva”, la ormai storica rivista letteraria edita da Fontanella, e gli amici presenti potranno proporre in lettura loro scritti, editi o inediti.

Ci sarà modo, in riferimento al romanzo Il dio di New York, di parlare del vario modo di essere “migranti” e sognatori, “cercatori” di poesia.

Ci sarà modo (e questa è pubblicità, mi rendo conto, neppure troppo subliminale) per parlare del Premio “Elogio alla follia”, della cui Giuria Luigi Fontanella fa parte, il cui bando di concorso che può essere consultato a questo link http://www.ivanomugnaini.it/elogio-alla-follia-concorso-le…/ .

Ci sarà tutto questo e anche di più.
Spero (se potrete e vorrete) che si sarete anche voi.

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Ghost chili, fantasia e immaginazione

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Ripubblico qui la gustosa e simpatica chiacchierata gastronomico-letteraria di qualche giorno fa uscita sul sito Readeat Libri da mangiare, a questo link: https://www.readeatlibridamangiare.it/cucina-letteraria/spizzichi-bocconi/2017/12/12/ivano-mugnaini/

È anche un’occasione per ricordare a chi vuole partecipare al Concorso Elogio alla follia, attualmente in corso, che non è necessario che le “pietanze” in forma di racconto o di poesia siano iperspeziate, con manciate di Trinidad Moruga Scorpion, Naga Viper, o  Ghost Chili. La quantità è libera, come la scelta degli ingredienti e dell’amalgama.

Basta che non si tratti del solito sacrosanto semolino. Basta che siano cucinate con molta passione, fantasia, divertimento, inventiva, con molta voglia di fare venire l’acquolina in bocca, a se stessi e ai commensali.

Attendiamo i vostri piatti . Il link del bando è questo:  http://www.ivanomugnaini.it/elogio-alla-follia-concorso-letterario/

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il Concorso letterario di Ivano Mugnaini

Ciao a tutti, la cucina letteraria di #readEat è felice di ritrovarvi nella sezione Spizzichi e bocconi,  una cena virtuale dove ogni protagonista del panorama editoriale si mostra un po’ di più e, soprattutto, mostra ai lettori un pezzettino del percorso che porta le idee a diventare libri. Questa settimana il mio paziente ospite è Ivano Mugnaini, non-purista e super addetto ai lavori, di cui ho potuto seguire e apprezzare il lavoro imparando sempre qualcosa!

Antipasto 
Tu fai un po’ di tutto, Ivano: curi testi, scrivi libri, scrivi per il teatro, componi versi. Vivi l’editoria tutto tondo, si può dire. Qual è stato il salto che ti ha portato dall’essere autore ad aiutare altri autori?

In effetti è vero, Ida, spazio in vari ambiti e settori. Sono interessato e incuriosito da molte espressioni e forme del mondo editoriale. Non sono un “purista”, e so che alcuni non apprezzano questo modo di unire e ibridare. Ma a me viene naturale, e ritengo che sia possibile mettere un po’ di poesia anche in un racconto, così come raccontare, e raccontarsi, tramite la poesia. Mi piace leggere anche gli altri, non solo gli autori noti ma anche le voci emergenti e originali. Molti con il tempo mi hanno detto che avevo colto ciò che volevano esprimere, il loro mondo, la loro voce più autentica. Questo mi ha portato a essere anche lettore dei testi altrui e a offrire servizi editoriali.

Primo
La poliedricità non è mai un male, almeno dal mio punto di vista. Mantiene umili, è una porta costantemente aperta sul confronto. E a proposito di confronti, ci parli un po’ del Concorso letterario “Elogio alla follia”?

Mi piace la tua definizione, quel riferimento alla porta che ci conduce a esplorare anche ciò che riteniamo a volte estraneo e che invece è parte di noi. Il collegamento con “Elogio alla follia” qui mi viene naturale e te ne parlo volentieri. Si tratta di un concorso letterario e l’idea mi è nata mettendo in collegamento la mia collaborazione con l’editore Divinafollia e la mia passione per il lato apparentemente in ombra del nostro agire e soprattutto del nostro pensare, sognare, immaginare.

Ho pensato di organizzare un concorso in cui si uscisse dai percorsi troppi battuti e in cui ciascuno potesse esprimere le sue idee più nascoste, le pulsioni, i desideri, gli appetiti, tanto per fare un riferimento adeguato al contesto del tuo blog. Non necessariamente scritture estreme ma spazi narrativi o poetici in cui si possa fare emergere ciò che spesso nascondiamo e che invece è alimento delle nostre fantasie più intense. Tutto ciò assieme al regolamento per la partecipazione si trova a questo link.

Secondo
Ecco, entriamo nel vivo di un concorso letterario. Sono in molti i lettori che hanno poca dimestichezza con la macchina organizzativa dietro il concorso. È lecito chiedere come si arriva a comporre una giuria?

Non solo è lecito, ma sono contento di questa tua domanda: sia perché mi permette di parlarti del meccanismo, almeno secondo la mia esperienza personale, sia perché mi consente di ringraziare chi (pur essendo molto impegnato) ha accettato di collaborare con me. Nel mio caso mi sono basato anche sul tema del concorso. Ho cercato autori e critici che nei loro lavori si fossero occupati del tema della follia, o che, in senso più ampio, abbiamo sempre privilegiato un tipo di creatività libera, priva di schemi preconfezionati. Altro criterio di selezione è stata la confidenza, l’affinità, l’amicizia: dovendo collaborare è bene farlo in armonia. Sono molto contento della Giuria del Concorso “Elogio alla follia”. Mi rendo conto che sono molto parte in causa, ma, oggettivamente, basandomi sulla lettura del curriculum dei giurati, posso dire che se potessi parteciperei al Concorso.

Contorno 
Leggo però sul tuo sito, che indipendentemente dal Concorso, vi sarà la possibilità per alcuni componimenti di essere pubblicati all’interno del tuo spazio web. Con un leggerissimo volo pindarico, mi chiedo se questo spazio coinvolga anche Viaggi al centro dell’autore, una sezione che, un po’ come Spizzichi e bocconi dà spazio agli altri scrittori, apre le porte per ulteriori tipi di confronto. Questo perché, immagino, il tuo sito è un portale sia per autori che vogliono richiedere i tuoi servizi, che per realtà editoriali con cui sei in contatto, che per semplici addetti ai lavori. Ciò che vedo è una persona che si impegna per mettere in contatto tra loro altre persone tramite un ‘ascolto’ iniziale. È un invito alla tanto famosa poliedricità?

Mi piace anche il contorno devo dire. Il pranzo è gustoso e nutriente, e il discorso della poliedricità ritorna, è un po’ un filo rosso, un Leitmotiv. Il mio sito in effetti è un po’ sui generis. C’è molto di mio, la mia biografia, ci sono racconti, ci sono brani del mio recente romanzo Lo specchio di Leonardo, dedicato alla figura immaginaria di un sosia di Leonardo da Vinci che permette al genio fiorentino di vivere finalmente una vita libera e folle. Come vedi tutto torna, anche il tema della follia. A breve metterò sul sito anche poesie tratte dal mio libro di prossima uscita, La creta indocile, edito da Oedipus di Salerno.

C’è molto di mio, nel sito, ma c’è molto spazio anche per altri, sia autori del passato come in ‘Viaggi al centro dell’autore’ sia autori dei nostri giorni come nella rubrica ‘A tu per tu’, in cui divento anch’io un intervistatore e faccio domande a personaggi non solo letterari ma anche di altri ambiti artistici. In effetti mi piacciono le interconnessioni tra autori, anche di diverse età e settori di attività e competenza. Credo che sia un modo per imparare e arricchirci a vicenda. In fondo cerchiamo tutti le stesse cose: bellezza, e un senso a questo strano viaggio su questo pianeta. E non importa se la meta non arriva. A volte la meta è il viaggio stesso.

Dolce
Da qui, una domanda che a questo punto mi sembra d’obbligo: “Elogio alla Follia”, in qualche futura edizione e sempre cavalcando l’onda della poliedricità, potrebbe abbracciare altri campi artistici, secondo te? Magari legati alla scrittura, ma tradotti in un progetto dalle diverse facce, capace di coinvolgere anche altri linguaggi. Quali credi sarebbero i rischi in un progetto simile?

La tua domanda diventa un suggerimento, a dirti il vero non ci avevo pensato. Direi che i rischi ci sono, ma del resto se non c’è rischio quando si parla di follia, non vedo dove potrebbe e dovrebbe essere! Battute a parte, credo proprio che alcuni incontri tra diverse espressioni artistiche siano molto fertili. Penserei tra gli altri a quello tra scrittura e arti figurative (pittura e non solo), ma anche a quello tra scrittura e musica. Oppure anche ad altri settori, anche con accostamenti più innovativi. Direi che potrebbe essere davvero un bel passo ulteriore, nel caso in cui il progetto di partenza, ossia il concorso letterario, dovesse avere successo e incontrare i gusti delle autrici e degli autori.

 

Tanto per digerire

Spero proprio che il Concorso abbia i mezzi necessari all’espansione, allora, e diventi un vero e proprio viaggio nell’arte a tutto tondo!
Intanto io ti ringrazio, Ivano, sei stato un ospite davvero squisito e probabilmente, potrei andare avanti a fare domande anche per un cenone di vigilia, visto che siamo in tema natalizio!

Avete sentito, autori?
Non siate timidi, o se vorrete esserlo, esplorate questa timidezza fino a scomporla del tutto, esasperate ogni vostro aspetto e buttatelo su carta!
Ivano Mugnaini e il suo “Elogio alla Follia” vi aspettano numerosi, e anche io sarò curiosa di leggere i futuri protagonisti di questa bellissima occasione!

 Ida Basile

ELOGIO ALLA FOLLIA – Concorso letterario

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ELOGIO ALLA FOLLIA

Descritture, divagazioni ossimoriche e variazioni sul tema della follia

CONCORSO LETTERARIO NAZIONALE

Prima edizione

scadenza:  31 marzo  2018

Il presente concorso si ispira al nome dell’Editrice Divinafollia, che pubblicherà in volume gli elaborati vincitori.

Se avete nel famoso cassetto (o anche altrove) uno scritto che avete sempre tenuto in disparte, quasi fosse radioattivo, tagliente o ustionante, se non avete mai osato farlo leggere a qualcuno, è il momento di recuperarlo, metterlo dentro un bel file ed inviarlo qui, a questo concorso.

Se non lo avete, prendete un foglio e una penna, oppure un computer e una tastiera, e date libero sfogo a ciò che più vi scalda, di amore o di rabbia, di sesso o di cervello, nella carne e nella mente, nella realtà e nell’immaginazione.

Cerchiamo testi da selezionare e li vogliamo sopra le righe, o attraverso le righe, asimmetrici, sghembi, di sbieco, insomma testi liberi per spunto, tema e forma espressiva. Ispirati da una sana, umanissima follia creativa.

Testi in versi o in prosa in cui la vostra vena ispiratrice è stata debordante, guidata da un’emozione febbrile, sincera e intensa, quella che non di rado consente di vedere oltre: gli stati d’animo, le pulsioni, i desideri, la gioia, la rabbia e mille altre sensazioni vibranti e prive di filtri protettivi.

La tematica è libera e verranno accolti scritti di qualsiasi tenore espressivo. Verranno esclusi solamente gli elaborati con contenuti offensivi della dignità delle persone, denigratori o con discriminazioni razziali e sessuali.

Per il resto, il campo è libero; e la follia creativa sarà un ingrediente molto ricercato e apprezzato in fase di lettura e selezione.

NORME DI PARTECIPAZIONE

Il Concorso prevede la selezione di scritti inerenti al tema oggetto del Concorso: ELOGIO ALLA FOLLIA – Descritture, divagazioni ossimoriche e variazioni sul tema della follia.

Saranno accettati sia testi inediti che testi pubblicati on line.

Saranno invece esclusi testi precedentemente pubblicati in volume cartaceo dotato di codice ISBN.

In ogni caso è richiesto che, all’atto dell’invio, gli autori siano in possesso dei diritti relativi agli elaborati da loro inviati. L’invio corrisponde ad un dichiarazione in tal senso.

LETTURA E SELEZIONE

Mano a mano che perverranno, alcuni dei testi migliori potranno essere inseriti, indipendentemente da quella che sarà la classifica finale del Concorso, nella rivista telematica DEDALUS: corsi, testi e contesti di volo letterario, http://www.ivanomugnainidedalus.wordpress.com . L’inserimento dovrà essere concordato tra la redazione e del sito e l’autrice o l’autore dell’elaborato selezionato. Verrà richiesta agli autori una dichiarazione in cui specificano che i testi sono inediti, di loro proprietà e liberi da vincoli editoriali.

Nel sito DEDALUS sono presenti, preceduti da un commento introduttivo, liriche, prose e interventi critici di alcune delle voci più significative del panorama letterario contemporaneo e di alcuni autori giovani o emergenti dotati di personalità e talento.

Il Concorso si articola in due Sezioni: POESIA e NARRATIVA.

Si partecipa alla Sezione Poesia con liriche oppure con brevi prose poetiche.

È richiesto l’invio di tre componimenti lirici. La lunghezza massima è di 50 versi ciascuno. Si potranno inviare, in alternativa, da una a tre prose liriche. Ciascuna di esse dovrà essere contenuta in una sola cartella standard.

La Sezione Narrativa è riservata a scritti in prosa di qualunque tipo e genere (racconti, lettere, considerazioni, divagazioni, brani di diario e qualsiasi altro testo creativo scritto nella forma narrativa).

Per la sezione Narrativa potranno essere inviati da uno a tre elaborati. Ciascuno dovrà avere una lunghezza massima di dieci cartelle standard (ogni cartella dovrà contenere 1800 battute, carattere 12, usando i font Arial o Times New Roman). 

È ammessa in casi specifici la partecipazione con elaborati di lunghezza maggiore alle dieci cartelle, purché il superamento sia contenuto in termini ragionevoli. Il Premio è Elogio alla Follia ma non siamo pronti a ricevere romanzi fiume stile Guerra e pace. Siamo invece disposti ad accettare racconti o brani di romanzo che per poter essere presentati in modo organico necessitano alcune cartelle in più del limite indicato.

* * * * *

Per entrambe le Sezioni del Premio è consentita agli autori la partecipazione con uno pseudonimo o con un nome d’arte.

In tal caso i concorrenti dovranno indicare se in caso di segnalazione o di vittoria vogliono essere indicati nel comunicato stampa con lo pseudonimo con cui hanno partecipato o con il loro nome anagrafico.

* * * * *

È consentita la partecipazione ad autori ed autrici di qualsiasi nazionalità.

È consentita la partecipazione con testi in lingua straniera o con testi in una delle lingue o dei dialetti regionali italiani.

In entrambi i casi sarà necessario affiancare al testo un’accurata traduzione in lingua italiana.

* * * * *

Gli scritti inviati saranno valutati da due Giurie specifiche, una per la Sezione Poesia e una per la Sezione Narrativa.

I componenti delle Giurie sono i seguenti.

Per la Sezione Poesia:

Maria Attanasio (poeta e narratora); Flaminia Cruciani (poeta e archeologa); Silvia Denti (scrittrice, critico letterario ed editrice); Anna Maria Ferramosca (poeta, biologa e critico letterario); Luigi Fontanella (scrittore, poeta, docente universitario, direttore della rivista Gradiva); Ivano Mugnaini (scrittore, poeta e critico letterario); Carlo Pasi (docente universitario e saggista); Valeria Serofilli (insegnante, poeta e presidente di AstrolabioCultura); Antonio Spagnuolo (poeta e critico letterario).

Per la Sezione Narrativa:

Daniela Carmosino (critico letterario e saggista); Marco Ciaurro (filosofo e scrittore); Caterina Davinio (scrittrice, poeta e saggista); Silvia Denti (scrittrice, critico letterario ed editrice); Gianluca Garrapa (scrittore, operatore psicoanalitico e poeta); Francesca Mazzucato (scrittrice e traduttrice); Ivano Mugnaini (scrittore, poeta e critico letterario); Caterina Verbaro (docente universitaria e saggista).

Le Giurie valuteranno tutti gli scritti pervenuti, ciascuna per la Sezione di pertinenza, e proporranno infine a Edizioni Divinafollia una rosa di Finalisti.

I lavori Vincitori (tre per ciascuna Sezione) saranno pubblicati gratuitamente da Divinafollia, con regolare contratto editoriale, in un volume che verrà adeguatamente pubblicizzato e distribuito nelle librerie e tramite i canali telematici.

Il volume sarà presentato con ampio risalto anche alla Fiere del Libro a cui l’Editrice partecipa, tra cui quella di Torino. Gli autori selezionati saranno invitati a presenziare alle presentazioni e incoraggiati ad organizzarne altre, nelle sedi a loro vicine, con il sostegno dell’Editrice. Il libro sarà inoltre pubblicizzato con la mailing-list dell’Editrice e tramite tutti i canali di informazione ritenuti utili ed efficaci.

Sia gli autori finalisti che altri autori i cui lavori saranno ritenuti dalla Giuria particolarmente interessanti e originali riceveranno dall’Editrice una proposta di pubblicazione a condizioni favorevoli.

MODALITÀ DI INVIO

Gli autori interessati devono inviare i loro testi entro il 31 marzo 2018 .

Ciascun elaborato o insieme di elaborati (con le caratteristiche sopra indicate a seconda della Sezione di appartenenza) dovrà essere inviato tramite un unico file in formato Word .doc, allegato ad un messaggio di posta elettronica indirizzato al seguente indirizzo: ivanomugnaini@gmail.com , indicando come oggetto del messaggio: “Concorso Elogio alla Follia 2018”.

Il file con cui vengono inviati gli elaborati deve essere nominato con la Sezione prescelta e con il titolo dell’elaborato o di uno degli elaborati inviati (esempio : Sezione-Poesia-Fantasie-notturne.doc).

I dati personali dell’autore (nome, recapito postale, telefono, cellulare e indirizzo di posta elettronica) dovranno essere riportati esclusivamente nel corpo del messaggio, non nel file degli elaborati che dovranno essere assolutamente anonimi e privi di qualsiasi segno atto a identificare l’autore.

Nel corpo del messaggio dovrà anche essere trascritta la seguente dichiarazione: “I testi sono di mia esclusiva creazione e proprietà. Autorizzo il trattamento dei miei dati personali ai sensi del decreto numero 196/2003 nell’ambito del Concorso ELOGIO ALLA FOLLIA – Descritture, divagazioni ossimoriche e variazioni sul tema della follia”.

È previsto un contributo spese di 15 € per la partecipazione a una delle due Sezioni previste (Poesia e Narrativa).

Nel caso in cui il concorrente desiderasse partecipare ad entrambe le Sezioni la quota è di €20.

La quota può essere pagata tramite ricarica della Carta Postepay numero 5333171039936733 intestata a Ivano Mugnaini (codice fiscale MGNVNI64H12L833T), oppure tramite bonifico bancario: IBAN : IT58T0103024800000063126022 intestato a Ivano Mugnaini. Indicare in entrambi i casi come causale del versamento: “Iscrizione Concorso Elogio alla Follia 2018”.

È richiesto l’invio di una copia scannerizzata o di una fotografia della ricevuta del versamento nella mail con cui vengono inviati i testi.

La partecipazione al Concorso implica l’accettazione del presente regolamento in tutti i suoi punti.

Il corretto ricevimento del messaggio e del file con i testi e la ricevuta di versamento, e la conseguente iscrizione al Concorso, saranno comunicati via e-mail a tutti i concorrenti.

Per agevolare il compito delle Giurie si consiglia di non attendere la data prossima alla scadenza del Concorso, ma di inviare gli elaborati appena si ritiene di averli conclusi e adeguatamente riletti.

Il nome dei Vincitori sarà comunicato sul sito Dedalus, su diversi altri siti, blog e portali letterari e sul sito di Edizioni Divinafollia.

Non è prevista una cerimonia di premiazione tradizionale, con consegna di targhe e diplomi. I nomi dei vincitori e dei finalisti e le loro opere saranno ampiamente pubblicizzati, in rete e tramite gli organi di informazione che diffonderanno la notizia. Potrà essere previsto, inoltre, in una data e una sede che saranno comunicati al termine del Concorso, un incontro informale tra alcuni componenti delle due Giurie e i concorrenti premiati, finalisti e segnalati per l’originalità delle loro opere. In quell’occasione gli autori presenti potranno dare in lettura alle Giurie anche altri loro testi, manoscritti o editi. Ad alcuni autori potrà essere proposta la presentazione dei loro lavori, editi o inediti, in Caffè letterari (tra cui il Caffè dell’Ussero di Pisa) o in biblioteche.

Per maggiori informazioni, o per qualsiasi altra richiesta riguardante il Concorso, scrivete all’indirizzo e-mail: ivanomugnaini@gmail.com

 

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Intervista a Demetrio Paolin e Giorgio Scianna – Festival Indipendentemente 2017

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Il Festival Indipendentemente, di cui scrivo qui sotto un succinto programma (per informazioni più dettagliate http://www.indipendentemente.eu/ ) ospita artisti, scrittori e musicisti che ragionano, anche attraverso le loro opere, sul tema della “consapevolezza”.

Ho avuto l’opportunità e il piacere di poter chiacchierare con due degli scrittori ospiti del Festival, Demetrio Paolin e Giorgio Scianna.

Abbiamo parlato di scrittura, del mondo in cui viviamo e dei mondi possibili, quelli a cui pensiamo e che immaginiamo.

Le mie domande hanno ricevuto risposte originali, mai banali. Mi hanno chiamato in causa, mi hanno spinto a guardare le cose da prospettive diverse, in alcuni casi, confermando o contrastando ciò che avevo pensato e visto, fornendo angolazioni basate su esperienze autentiche, di uomini oltre che di scrittori.

Il mio ringraziamento, quindi, a Giorgio e a Demetrio per la partecipazione autentica e per il dialogo.

Ogni lettore, non solo gli “addetti ai lavori”, vi potrà trovare qualcosa che lo riguarda: una riflessione sulla propria “in-dipendenza” e sul proprio modo individuale, unico e differente, di creare (e modificare giorno per giorno) la propria consapevolezza e il proprio modo di raccontare e di raccontarsi, dicendo ciò che siamo e ciò che non siamo, le passioni, le paure, le speranze. Tutto ciò che di umano continua a vivere e si continua a scrivere . IM

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Indipendentemente, il primo festival dell’Editoria e delle Arti si terrà nel Castello di Belgioioso a Pavia dal 6 all’8 ottobre. Indipendentemente è una manifestazione del tutto nuova che coinvolge il teatro, la musica, la storia dell’arte e l’editoria e vuole far dialogare tutte queste parti tra loro con un fine ben preciso: creare consapevolezza.

Numerosi gli autori ospiti: Silvia Ballestra,Raul Montanari, Ivano Porpora, Daniela Brogi, Francesca Mazzuccato, Giorgio Scianna, Demetrio Paolin, Francesco Muzzopappa, gli storici dell’arte Maria Elena Gorrini, Davide Zizza, Stefano Maggi, il comico e scrittore Stefano Vigilante e molti altri.

Venerdi 6 ottobre Ore 18:30, Sala dei Due Balconi: Conforme alla gloria (Voland), di Demetrio Paolin, con l’autore e la pubblicista, blogger, editor Chiara Solerio .

Domenica 8 ottobre ore 19 

Sala degli Affreschi: La regola dei pesci (Einaudi), di Giorgio Scianna, con l’autore e la scrittrice Silvia Longo

                                 * * * * * * *

SETTE DOMANDE A DEMETRIO PAOLIN

autore di CONFORME ALLA GLORIA, Voland, 2016

in occasione della sua partecipazione a Indipendentemente, il primo festival dell’Editoria e delle Arti in programma presso il Castello di Belgioioso a Pavia dal 6 all’8 ottobre.

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1) Il titolo del Festival di cui sei ospite è “Indipendentemente”.

A tuo avviso, quanto, come e a che prezzo si può essere indipendenti, oggi, come scrittori e come uomini?

Parto da un paradosso. Io sono ospite di questo festival perché negli anni ho sviluppato una seria e durevole, vorrei dire ossessiva, dipendenza dal mettere insieme le parole. Quindi io non sono indipendente, ma anzi dipendo totalmente da ciò che scrivo. È la stoffa di ciò che scrivo che mi porta a essere qui intervistato da te. Quella che tu chiami indipendenza è secondo me accettare che esiste qualcosa che a cui chiniamo il capo; a cui infine vinti ci arrendiamo. Per me questa cosa è la scrittura.

Quindi penso che l’unico modo per essere indipendenti sia in realtà cercare qualcosa da cui dipendere, qualcosa che definisca il nostro stare nel mondo. Quando scrivo, non mi chiedo cosa voglia da me il mercato, il mio editore potenziale, la mia agente, ma semplicemente mi metto a servizio della storia che ho pensato e quella scrivo. La scrivo al meglio, perché credo che sia importante, che sia etico fare un bel lavoro, ma io sono al servizio della storia e non di una idea di mercato, di marketing etc. etc… È molto semplice: a ogni parola ne segue una e una soltanto; e linsieme di queste forma una frase, che si trasforma in un periodo che diventa pagina. Il libro si scrive parola dopo parola: questa logica conseguenza sintattica è ciò a cui sono devoto, è ciò da cui dipendo, ed è ciò che mi rende indipendente.

2) Lo scopo programmatico del Festival è “creare consapevolezza”.

Puoi darci una tua definizione di questo termine, e di ciò che, nel panorama e nella mentalità odierna, a livello politico, dell’informazione e del modo di vita, la favorisce e, sul fronte opposto, la ostacola?

Viviamo in un mondo in cui la paranoia e il complotto sono all’ordine del giorno, in cui per ogni dato fattuale esiste una contro narrazione, il più delle volte bislacca che si nutre dellignoranza. Io credo che sia necessario avere un atteggiamento di responsabilità nel raccontare le nostre storie, nell’esprimere i nostri giudizi. Creare consapevolezza è uno slogan bellissimo che ha un fondamento etico complesso. Lo scrittore non deve avere il vizio della superiorità, ma anzi si impegna ad acquisire il punto di vista “nemico” (mi sia concesso il termine). Essere consapevoli significa guardare con occhi completamente altri rispetto ai nostri. Io sono affascinato dalle motivazioni storiche psicologiche etiche dei carnefici non per crudeltà, per cinismo, ma perché assumendo il loro sguardo io posso dare a chi mi legge, a chi si attarda nelle pagine della mia storia, una narrazione consapevole, una narrazione responsabile di un fatto. Essere consapevoli vuol dire non fare generalizzazioni, e non fare semplificazioni. La consapevolezza usa una lingua lenta, che ha bisogno di tempo ed elaborazione, lontana dalla frenesia e dellequivoco del linguaggio spigliato dei social.

3) Hai provato anni fa, seppur brevemente, la strada della poesia, percorrendo alcuni passi in quella direzione. Quali differenze hai percepito con più forza ed evidenza tra la poesia e la narrativa? Ritieni che a dispetto di tali differenze sia possibile lasciare uno spiraglio alla poesia anche in ambito narrativo o è necessaria una separazione netta?

Non credo di essere un poeta.

Ho una competenza linguistica, so come si scrive un verso, ma non sono un poeta. Per questo motivo pur scrivendo versi non li raccolgo. Ho questo vezzo totalmente antieconomico dal punto vista della scrittura. Sul mio pc c’è un file nominato “cose_a_capo.rtf”. Quando scrivo una poesia, cancello quella precedente. E così da anni io ho sempre ununica manciata di versi e gli altri sono perduti. La poesia italiana negli ultimi ha prodotto testi molto belli e potenti. Mi vengono in mente Andrea De Alberti, Giovanna Frene, Gilda Policastro, Maria Grazia Calandrone, Andrea Ponso. Io non sono in grado di scrivere opere come le loro, ogni tanto mi servo dei versi nelle mie narrazioni o scrivo proprio dei piccoli racconti in versi, ma sono più una forma ibrida di racconto che non una poesia vera e propria.

4) Una vexata quaestio, o, meglio, un rompicapo molto nostrano: per quale ragione a tuo avviso il racconto come forma narrativa in Italia stenta a decollare mentre in altre nazioni è seguitissimo e molto amato sia dagli editori che dai lettori?

Penso agli anni 90, quando ho incominciato a leggere la nuova narrativa italiana, e ai libri, che hanno influenzato il mio apprendistato narrativo e mi viene da dire che erano quasi tutti libri di racconti, ad esempio i testi di Mozzi, di Nove, di Drago e di Voltolini. Il problema, io credo, non è il racconto come genere narrativo, ma il lavoro di post-produzione. Non basta, insomma, prendere 10 racconti e metterli insieme per dire ecco un libro di racconti. Un libro di racconti, non è una raccolta di racconti, prendi un volume come Fiction 2.0 o il Male Naturale di Mozzi e ci troverai un equilibro interno, una voce, una tessuto comune ovvero una sua organicità.

Io credo che la mancanza di questa tensione compositiva (nel senso proprio di orchestrazione) ha prodotto la disaffezione del pubblico per i racconti. Oggi, però, ci sono dei segnali positivi. Riviste come Effe – periodico di Altre narratività, Carie, Cadillac, blog come Cattedrale e case editrici come Racconti edizioni siano il segnale che forse sta tornando una attenzione reale verso questo tipo di narrazione.

5) Il tuo romanzo Conforme alla gloria esplora il confine tra ciò che è umano e il suo contrario, la negazione di tutto quello che ci rende esseri degni di tale nome. La cronaca, ormai da molti mesi, sembra fare da involontario ufficio marketing al tuo romanzo, ossia, fuori di metafora e al di là della battuta esorcizzante, ogni giorno purtroppo ci offre spunti e occasioni per riflettere sulla dicotomia a cui si è fatto cenno, ponendoci di fronte a nuovi disumani orrori. Come si colloca secondo te il nostro tempo nel contesto della struttura evolutiva del male? Siamo di fronte a forme nuove o è soltanto un modello atavico che si perpetua?

Io ho l’intima convinzione che la scrittura abbia a che fare con il vero, e il luogo centrale in cui il vero appare è appunto la riflessione sullumano e sul disumano. Conforme alla gloria, ma anche tutta la mia produzione precedente e ipotizzo quella futura se mai ci sarà, ha come punto nodale non tanto descrivere le differenze tra umano e disumano, ma i momenti di attrito tra queste due categorie: ora questa riflessione appunto è vecchia come il mondo, è forse uno degli archetipi narrativi fondanti di ogni letteratura. Io non credo che il male abbia una evoluzione, il male semplicemente è. Esiste e come esistente fa parte del nostro orizzonte umano e storico. Il fatto che il male abbia forme diverse, non è indicativo di un suo cambiamento, ma al massimo di una sua diversa percezione. Pensa a come si è modificato il nostro atteggiamento rispetto alle stragi dellIsis. Un tempo la timeline di Facebook, dopo un attentato, era per giorni piena di riflessioni, immagini, preghiere, improperi dibattiti sullargomento. Chi si ricorda che pochi giorni fa due donne sono state sgozzate in strada a Marsiglia?

Il compito dello scrittore è non eludere lo sguardo, e lo può fare in un unico modo: scrivendo una storia che per quanto terribile e oscena sia così bella e da costringere chi legge e rimanere lì nonostante il male che è presente nelle pagine, perché vuole arrivare al fondo.

6) A livello tecnico e di coinvolgimento emotivo quali differenze hai notato tra il resoconto dei fatti storici come saggista (come ad esempio in Una tragedia negata) e la narrazione basata sulla storia in qualità di romanziere?

L’attività di critico, e di critico letterario, mi piace perché è il tentativo di produrre senso e narrazione, partendo altri testi e altre opere. In questo senso il coinvolgimento emotivo è più razionale, è più misurato e sobrio (mi viene da dire). Fare critica è provare a collegare con fili lunghissimi e tesi, testi diversi per spirito scrittura e indole, ma in cui tu rivedi qualcosa di tuo. Ecco forse il momento più emotivamente alto nello scrivere un saggio è quando realizzi che nel disordine delle tue letture, c’è qualcosa che collega tutto. Il critico è la cosa più vicina ad un paranoico che io possa immaginare, cerca di trovare una sorta di visione dinsieme anche quando non c’è.

Scrivere un romanzo con una precisa connotazione storica è paradossalmente molto più semplice, lattenzione devi rivolgerla ai dettagli: conoscere bene gli usi e i costumi, conoscere le strade e i luoghi in cui ambienti la storia, i modi di dire e la moda del tempo. Poi il resto viene facile, almeno per me. In entrambi i casi il segreto è uno: studiare molto, leggere molto, prendere appunti, farsi schemi, specchietti. Nessun romanzo si scrive di getto, tanto meno un romanzo con ambientazione storica. Ora mi si dirà: ma lo scrittore X ha scritto il capolavoro mondiale Y in 30 giorni. La mia risposta è: X è un genio, noi no.

7) Sempre facendo riferimento a Conforme alla gloria e alla tua esperienza di uomo e di scrittore, intravedi in termini storici e sociali possibilità di miglioramento, o almeno semi di speranza? Credi che anche questa nostra epoca buia possa finire così come sono finite le pagine più nere di alcune efferate dittature? In termini più ampi, ritieni che la letteratura possa solo documentare scenari reali e mondi fittizi oppure debba tentare di influenzare il modo di pensare e di agire?

Io non credo nella magnifiche sorti e progressive. Non ci ho mai creduto, non ho mai avuto fiducia nel sole dellavvenire. Penso che invece di guardare in avanti dovremmo guardare alla tradizione. Se c’è una speranza è nella tradizione. Abbiamo scrittori grandissimi che non studiamo più, abbiamo una cultura che neppure sappiamo di possedere. Fate così, ad esempio, prendete la macchina e andate a Ascoli Piceno. Giratela, guardate lo stupendo romantico che è presente in questa città e ditemi poi chi lo sapeva? Chi immaginava tanta bellezza?

In senso più ampio. Io non credo che viviamo in un mondo così terribile, per quanto riguarda il nostro occidente. L’Italia non è una dittatura, è un luogo dove puoi dire e scrivere quello che ti pare senza finire in prigione e alla gogna. Che nel resto del mondo poi il livello di democrazia sia peggiore o in alcuni casi assente è vero, ma che la letteratura possa produrre un effetto rispetto a questo, mi spiace ma credo di no.

La letteratura non serve. La letteratura non cura, non redime, non salva, non produce rivoluzioni, non defenestra dittatori, non fa cadere regimi. La letteratura produce una storia, la racconta meglio che può e come può; la letteratura fa in modo che una persona abbia uno sguardo nuovo sul mondo; la letteratura non fa l’uomo nuovo, ma dà la possibilità di guardare ciò che gli sta intorno con una responsabilità e una consapevolezza diverse.

                                          * * * * * * *

SETTE DOMANDE A GIORGIO SCIANNA

autore di LA REGOLA DEI PESCI, Einaudi, 2017

in occasione della sua partecipazione a Indipendentemente, il primo festival dell’Editoria e delle Arti in programma presso il Castello di Belgioioso a Pavia dal 6 all’8 ottobre.

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1) Il titolo del Festival di cui sei ospite è “Indipendentemente”.

A tuo avviso, quanto, come e a che prezzo si può essere indipendenti, oggi, come scrittori e come uomini?

Oggi non vedo tanto il rischio di asservimenti politici o ideologici, a meno che non si operi in settori specifici. Il rischio è il pensiero dominante, quello ci condiziona tutti, in ogni momento. Oggi da Twitter, Instagram, Facebook sappiamo immediatamente cosa pensano su un tema determinato le persone che riteniamo simili a noi per valori, per affinità, per simpatia. Prima di esserci ancora fatti un’idea autonoma su un quesito elettorale, su un film, su un fatto di cronaca sappiamo già cosa pensano quelli del nostro ambiente di riferimento. E questa è una gabbia mentale. Avere un giudizio libero e personale diventa una conquista.

2) Lo scopo programmatico del Festival è “creare consapevolezza”.

Puoi darci una tua definizione di questo termine, e di ciò che, nel panorama e nella mentalità odierna, a livello politico, dell’informazione e del modo di vita, la favorisce e, sul fronte opposto, la ostacola?

La consapevolezza può nascere solo da un percorso individuale coerente costruito in base alle nostre aspettative e alle nostre capacità. Oggi ci sono palchi e piattaforme naturali e virtuali di ogni tipo (TV, ancora i social) che consentono di avere una visibilità immediata, di bruciare le tappe di questo percorso. A volte questo rappresenta un aiuto enorme perché consente di accorciare le distanze non solo col pubblico, coi lettori, con gli spettatori, ma anche con gli altri artisti. A volte diventa invece un rischio molto alto: si può essere portati a forzare percorsi, a interromperli oppure a inseguirli in maniera innaturale, alla ricerca di scorciatoie pericolose.

3) Il tuo saggio Narrativa italiana oggi è del 2011. A sei anni di distanza come sono mutate le istantanee e in che direzione si sono spostati i confini?

Per fortuna l’evoluzione è continua: nuovi autori sono entrati, nuove suggestioni e nuovi temi si sono imposti. Credo che l’impalcatura di quella fotografia però regga ancora. Se la riprendessi oggi mi piacerebbe parlare di tecnologia, di realtà virtuale, degli impatti sugli schemi della narrazione delle nuove scoperte.

4) Nel 2014 per Einaudi hai pubblicato il tuo terzo romanzo, Qualcosa c’inventeremo. Prendendo il titolo come spunto, ritieni che a livello narrativo, ma anche individuale e sociale, si possa creare, forgiare, inventare ex novo?

Si dice spesso che tutto è già stato scritto e che si possono solo declinare storie note in modo personale. Non sono sicuro che sia così, non solo perché la cronaca è una sfida continua ed è importante trovare il modo di rappresentarla, ma anche perché i mezzi e gli strumenti narrativi sono in divenire. Le serie tv negli ultimi anni hanno messo in discussione tanti di noi.

5) La regola dei pesci, il tuo romanzo di recente uscita, ha un titolo fascinoso, surreale e in qualche misura ossimorico. Puoi dirci come è nato il titolo e se è frutto di un’intuizione immediata oppure il risultato di ripensamenti e aggiustamenti progressivi?

La regola dei pesci si riferisce a quel fenomeno noto in etologia come “schooling”. Si ha quando un banco di pesci si muove tutto insieme sembrando un corpo unico; è un comportamento difensivo che serve per ingannare i predatori impedendo loro di aggredire il singolo pesce. Nel romanzo il branco ha spesso una valenza negativa, quella a cui ci ha abituato la cronaca di entità deresponsabilizzante che ci fa fare in gruppo cose che non faremmo mai da soli. Il titolo ci è venuto in mente negli ultimi giorni e ci ha convinto perché coglieva l”idea del gruppo – che nel romanzo è importante, è quasi un personaggio – ma dando per una volta al branco un valore positivo: quando uno dei ragazzi è completamente scarico, in una crisi profonda, si lascia andare appoggiandosi agli altri, fidandosi del loro movimento che va nella direzione giusta.

6) Facendo ancora riferimento al tuo romanzo, ritieni che oggi si sia tutti più che mai muti come pesci (a dispetto del proliferare di svariati e sempre più rapidi mezzi di comunicazione)? Oppure credi che ci sia la possibilità di dirci, anche tra diverse generazioni, sono qui, sono fatto in questo modo, aiutatemi, aiutiamoci?

Qui mi interessava il silenzio degli adolescenti, troppo diffuso. C’è difficoltà di dialogo tra coetanei, ma è verso gli adulti che il silenzio diventa spesso impenetrabile, anche quando c’è un rapporto di affetto vero. In parte è fisiologica incomprensione generazionale, ricerca della parola e del confronto soprattutto con gli altri ragazzi, ma temo ci sia di più. Noi adulti abbiamo smarrito la capacità di parlare di futuro, perché anche per noi è nebuloso è incerto. Così siamo diventati interlocutori poco credibili proprio sulle cose che a loro interessano di più.

7) Come si colloca La regola dei pesci nel complesso della tua produzione narrativa? È un punto di svolta o è la naturale prosecuzione del discorso e del percorso da te intrapresi?

Con “Qualcosa c’inventeremo” era iniziato un dialogo sugli adolescenti, con gli adolescenti, un cammino anche fisico che mi ha portato a incontrare migliaia di ragazzi nelle scuole di tutta Italia. “La regola dei pesci” è partito da lì, dalla voglia di riprendere un percorso nel tentativo di esplorare un mondo – quello degli adolescenti di oggi – che io continuo a vedere molto giudicato ma poco conosciuto e soprattutto poco raccontato dall’interno.

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Come la vita. Caso, fortuna, destino da Pirandello a Woody Allen

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Come la vita.

Caso, fortuna, destino da Pirandello a Woody Allen 

Basterebbe il titolo di questo libro per interessare, attrarre, incuriosire. Gli ingredienti di partenza sono ottimi, e sono stati messi insieme, plasmati, amalgamati con cura, passione, competenza. Ne deriva un libro (lasciando da parte la scia delle metafore gastronomiche ma conservando il gusto dell’assaggio e di una lenta e accurata degustazione) assolutamente gradevole dalla prima all’ultima pagina. Ricco di sostanza, documentato, con note accurate e precise ma mai pedante, ridondante o macchinoso.

Ciò non significa che il libro non abbia un approccio assolutamente rigoroso e “scientifico”. Tutt’altro. L’apparato di dati, citazioni, rimandi e riferimenti intertestuali letterari e cinematografici è vasto, accurato, nitido e ricco.

C’è semmai, in più, o accanto, o comunque legato da tutto questo materiale raccolto e catalogato, un elemento ulteriore, viene fatto di dire ancora una volta un ingrediente, un sapore inconfondibile: il gusto di chi lavora con passione su qualcosa e per qualcosa che ama e che gli è congeniale. Donatella Boni ha realizzato questo suo saggio come un romanziere elabora e dà corpo ad una storia che gli sta a cuore: con sudore sempre accompagnato dal sorriso, quello di un collezionista che ha tra le mani l’oggetto del suo desiderio e della sua attenzione. Sa che vi vorrà enorme pazienza e moltissimo tempo a collocare ogni tassello nella giusta posizione. Ma mentre lo fa ha un volto radioso e quel sorriso, quell’ammirazione per i pensieri registrati in ogni pagina, per le riflessioni riportate e messe a confronto, traspare, viene trasmesso come per osmosi anche a chi legge, a chi esplora i mondi possibili e le argomentazione che il libro propone.

Tutto è ben catalogato, ordinato in capitoli e paragrafi come si sistemano nei cassetti oggetti a noi cari, trovati, cercati, incontrati lungo il cammino e conservati con cura nella memoria.

Come per la vita si adatta a vari tipi di lettori, ai neofiti e agli esperti. Non lascia per strada nessuno. Ciascuno, a seconda dei suoi gusti, delle letture, delle conoscenze, vi può trovare qualcosa di suo, confrontando la sua idea della sorte con la realtà che ha immaginato e vissuto, con la sorte individuale delle sue verità e dei suoi sogni.

Propongo qui di seguito il brano iniziale dell’Introduzione, alcuni brani e la scheda editoriale.

Sottolineando e confermando però che ogni pagina è interessante, contiene perle di citazioni su cui vale la pena riflettere mandandole a memoria. Possono servirci nelle varie circostanze del caso, della fortuna, del destino, tra rabbia e riso, disperazione e umorismo, nel dissidio ininterrotto tra il sognato e il cosiddetto “reale”.

Una cosa è certa: vale la pena cercare questo libro, leggerlo, tenerlo come utile e pregevole serbatoio di saggezze e insanie, materiale con cui erigere la sola certezza della vita, quella riguardante la linea di confine tra ragione e follia, caso e scelte esistenziali. Tanto esile, quella demarcazione, da apparire inconsistente se non del tutto inesistente. Saggiamente folle, come la vita. IM

* * * * * * *

La letteratura, come tutta l’arte, è la

confessione che la vita non basta.

(Fernando Pessoa)

Che fortuna, che sfortuna, era destino, il caso ha voluto, fatalità… chi di noi non ha esclamato queste parole, talora a sproposito? Fortuna, sfortuna, caso e destino in una attribuzione a volte immediata, a volte a posteriori, sono gli elementi che ordinano tutte le vite, quelle vere come quelle immaginarie.

È da qui che voglio iniziare: da come la mia idea di lavorare sulle costanti che compongono o scompongono qualunque avventura abbia sollecitato in amici e conoscenti il desiderio immediato e quasi compulsivo di dire la loro: “È un argomento interessante, pensa che proprio parlando di destino ti potrei raccontare quel che mi è capitato…”. Così ho compreso che non stavo solo scrivendo un saggio letterario, ma un regesto di possibilità diversamente concatenabili sull’esistenza, tratto non dalla vita, ma dalle opere di narrazione che la descrivono, alcune tanto avvincenti e ben costruite da essere, appunto, come la vita.

Personalmente ho sempre cercato nei libri risposte, spunti e suggestioni per meglio comprendere le esperienze della quotidianità. La narrativa è stata per me una specie di realtà virtuale, un luogo fantastico dove conoscere mondi diversi nel nostro stesso mondo, senza rischi se non quello di fare le ore piccole e di avere gli occhi rossi, immedesimandomi nell’uno o nell’altro personaggio. Ho spesso riflettuto sulla sottile alchimia tra caso, fortuna, destino e libera scelta nella vita delle persone, reali o inventate, argomento che da qualche tempo si è fatto più insistente nei miei pensieri e al quale dedico questo scritto.

Capitolo 1

VENTO, PIUME E CIOCCOLATINI:

DEFINIZIONI ED IMMAGINI

Ripugna allo spirito umano accettare la

propria esistenza dalle mani della sorte,

esser null’altro che il prodotto caduco di

circostanze alle quali nessun dio presieda,

soprattutto non egli stesso.

(Marguerite Yourcenar)

Ad elaborare una delle più celebri riflessioni sulle dinamiche tra fortuna e virtù fu senz’altro Niccolò Machiavelli. La questione è oggetto di diversi passi del Principe, trattato in cui si afferma che “Coloro e’ quali solamente per fortuna diventano di privati principi, con poca fatica diventano, ma con assai si mantengano” (Machiavelli, 1981: 32). Vale a dire che circostanze positive aiutano, ma la mutevole fortuna non garantisce il mantenimento dei risultati, fine per il quale è necessaria la virtù, definibile come energia, intelligenza, previdenza e capacità di volgere a proprio vantaggio gli eventi. Chi possiede queste doti non teme le avversità; gli ostacoli gli permettono anzi di mettere in luce e di utilizzare il proprio talento, come avvenne a Mosè, liberatore del suo popolo dalla schiavitù in Egitto: “Sanza quella occasione, la virtù dell’animo loro si sarebbe spenta, e sanza quella virtù la occasione sarebbe venuta invano” (Machiavelli, 1981: 29). Sembra tutto molto facile nel lucido disegno di Machiavelli, ma la sua parola non fu certo l’ultima e, dopo di lui, innumerevoli filosofi e scrittori si posero il medesimo problema.

Solo pochi integralisti affermano che tutto avvenga solo per caso o che, al contrario, tutto sia già scritto e non valga pertanto mai la pena di lottare. Si trova invece spesso chi, ispirandosi all’antico detto faber est suae quisque fortunae, sostiene il primato della volontà e dell’iniziativa personale, cadendo talvolta in inevitabili momenti di delusione e frustrazione nel vano tentativo di controllare, pianificare e schematizzare la vita. Tutti, in modo diverso, cercano una via per la felicità ed è tendenza comune quella di voler risalire ad una origine, ad una responsabilità per ciò che accade.

In sintesi mi pare suggestiva una riflessione di Jacopo Fo:

Cos’è la vita? Per quanto si possa studiare la realtà scientificamente è difficile che si giunga un giorno a svelare l’ultimo segreto: perché il mondo esiste? La risposta dovremo comunque cercarla altrove, nella nostra mente, nel nostro corpo o nel nostro cuore. Tutta la nostra vita è dominata da questo qualche cosa che fa crescere le maree e il ventre delle donne, combina incontri straordinari, salvataggi impossibili, tramonti e prodigi di ogni genere. Cosa fa riuscire le imprese impossibili? Cosa ispira gli artisti? Cosa fa nascere gli amori? Cosa rende possibile camminare sul fuoco, sopravvivere a una caduta dal sesto piano, mangiare un gelato? Chiamatelo Dio, Caso, Fortuna, Energia, Natura, Non Senso, Mistero. C’è comunque un’inspiegabile magia nell’universo. Capita, a volte di riuscire a sentirne la forza, la direzione. Intuire come si sta muovendo. Chiunque sia riuscito a realizzare un sogno sa che c’è un sottile legame tra il desiderio e la sua realizzazione.

1.3 Fortuna e sfortuna

Il termine serendipità indica “la capacità o fortuna di fare per caso inattese e felici scoperte (specialmente in campo scientifico) mentre si sta cercando altro”, tipicamente riassunta nella formula “si scava per piantare un albero e si trova un tesoro”. Senza alcun merito, quindi, si superano le proprie aspettative. Ha una connotazione generalmente positiva; è nota anche una definizione differente che si trova in un dialogo tra William Holden e Audrey Hepburn contenuto nel film Paris – When it Sizzles (Insieme a Parigi, 1964): “the ability to find pleasure, excitement and happiness in anything that occurs… No matter how unexpected”; in questa seconda definizione una parte di merito c’è, e riguarda l’atteggiamento personale di fronte agli eventi.

L’unione di caso e felicità si trova anche nella fortuna, mentre il corrispondente negativo è la sfortuna. Iniziamo ora a parlarne prendendo spunto da una affermazione dello psicologo Paolo Legrenzi, che ritengo esprima bene, pur non essendo particolarmente innovativa, un concetto fondamentale: Tendiamo a sottostimare il contributo del caso nella vita perché l’idea che molti eventi sfuggano al nostro controllo ci mette a disagio. Preferiamo cercare schemi e nessi causali, anche se inesistenti. E vogliamo un “colpevole”, perché ci aiuta a farcene una ragione. Così finiamo per prendercela con una fantomatica entità chiamata sfortuna su cui scaricare la responsabilità di disastri o sconfitte (Legrenzi, cit. in Cipolloni, 2015: 40).

Presso i latini il termine Fortuna, oltre ad indicare una dea bendata (quindi cieca) e a corrispondere ad un’ampia iconografia, era anche “vox media”, ovvero utile per riferirsi sia al bene che al male. Nel tempo è invece prevalsa l’idea di identificare con il termine fortuna una forza positiva, con la parola sfortuna un influsso negativo. Di derivazione classica è la sua “incostanza” (Cicerone la descrive con l’immagine di una ruota), ovvero il fatto di essere mutevole e variabile. A differenza del caso, che è neutro, la fortuna e la sfortuna ai nostri giorni sono quindi ben connotate e continuano ad avere molte caratteristiche tipiche e rituali dedicati.

La parola tedesca Glück e quella francese bonheur significano sia fortuna che felicità. È quindi fortunata è la circostanza che “porta bene” (l’etimo di “fortuna” è legato alla radice del verbo latino ferre, che significa appunto “portare”), anche se gli effetti si vedono a distanza di tempo ad esempio una grossa vincita al gioco può avere alla lunga esiti nefasti, come dire che il “colpo di fortuna” va poi gestito nel giusto modo o può condurre a conseguenze imponderabili.

5.2 L’incontro

In Les stratégies fatales Jean Baudrillard scrive che “Pour qu’il y ait hasard […] il faut qu’il y ait coïncidence, que deux séries se croisent, que deux événements, deux individus, deux particules se rencontrent” (Baudrillard, 1983: 162).

La parola “incontro” porta con sé l’idea di un movimento frontale in direzione di altri, di un dinamismo nello spazio; in questo paragrafo mi occuperò solo della modalità involontaria di questo evento, designando come “appuntamento” l’evento prestabilito (se ne parlerà successivamente, nell’ambito del destino). L’incontro così inteso, evidentemente, è frutto del caso e motore di avventure quasi imprescindibile fin dai tempi del romanzo picaresco, spesso con il cronotopo della strada. Parallelamente un personaggio restato completamente solo (come Henry Bemis in “Time Enough at Last”) faticherebbe a riempire lo spazio di un romanzo o la trama di un film; per superare questa impasse solitamente si inseriscono come interlocutori degli oggetti inanimati – il pallone Wilson per il naufrago nel film Cast Away (2000) – o si ricorre all’espediente del sogno. Nel film Gravity (2013) una astronauta è l’unica superstite di una passeggiata spaziale; rifugiatasi in una navicella guasta e decisa a suicidarsi durante una allucinazione dialoga con un ex compagno morto (una delle vittime della missione) che le dà il giusto suggerimento per salvarsi e per riconsiderare l’intera sua esistenza. A parte l’inizio, la visione suddetta ed un fallito contatto radio, questo film è una felice eccezione: ha una trama che tiene nonostante la presenza di una sola protagonista, alla quale si nega ogni incontro fino alla fine (nell’ultima scena, dopo un rocambolesco atterraggio,

la vediamo rialzarsi e camminare da sola su una spiaggia).

L’incontro e il caso è il titolo di un già menzionato saggio di Romano Luperini, nel quale ho trovato particolarmente interessante l’analisi della novella “Die Vollendung der Liebe” (“Il compimento dell’amore”, 1911) di Robert Musil: un viaggio in treno ed una esperienza di adulterio offrono ad una donna, in apparenza stabile ed innamorata del marito l’occasione per ritrovare degli aspetti di sé sepolti nel passato, per scoprire di non essere mai uscita dal flusso delle possibilità, sempre in agguato per sviare in modo inatteso un percorso che si crede destinato a durare per sempre.

Perché ci sia il caso bisogna che ci sia coincidenza, che due serie si intersechino, che due eventi, due individui, due particelle si incontrino” (Baudrillard, 1984: 131).

Scheda editoriale

Ci sono tanti modi di raccontare: oralmente, per iscritto, nei film, nei serial televisivi, ma in tutte le narrazioni accade qualcosa, fatti che cambiano il corso degli avvenimenti: fortunati, sfortunati, casuali, predestinati. Questo saggio si concentra appunto su tali momenti che rappresentano le svolte, gli scambi, i crocevia del meccanismo narrativo e delle vicende dei personaggi. Come nella vita, alternative improvvise o meditate, conclamate o silenziose accendono e regolano le storie che più ci coinvolgono. “Quanti di noi in momenti di scelte che stavano ritenendo nodali non avrebbero voluto potersi almeno sdoppiare per vivere questa vita e quell’altra, usare quei (troppi o pochi) talenti di cui si sentivano dotati per fare questa o quella professione? Dividersi, segmentarsi per poi ritrovare l’altra parte di sé dopo trent’anni e sapere se è lei che ha fatto la scelta migliore o peggiore. Così dallo Spencer Brydon del jamesiano The Jolly Corner (1908) si può arrivare allo Ts’ui Pên del borgesiano El jardín de senderos que se bifurcan (1941), nel quale il dotto cinese scrive ossessivamente in un romanzo smisurato, labirintico, tutti i possibili sviluppi degli innumerevoli avvenimenti con cui l’eroe della sua narrazione è chiamato a confrontarsi. È forse questo, più che quello di Brydon alle prese con un suo singolo fantasma, il caso (o il destino?) dell’uomo del Novecento e più ancora di oggi, riflesso e smarrito nell’infinito caleidoscopio di consumi e avatar che Internet gli propone”. (dalla prefazione di Stefano Tani)

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Donatella Boni lavora all’Università di Verona. È autrice di Geografia del desiderio (Capri, La Conchiglia, 2003) e di Discorsi dell’altro mondo (Verona, Ombre Corte, 2009)

Quello che è successo a Joana

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Quello che è successo a Joana | Valério Romão,
traduzione di Vincenzo Barca,
Caravan edizioni, Roma, 2017

Uno stralcio della mia recensione a Quello che è successo a Joana di  Valério Romão.
Un romanzo coraggioso, giocato sul ritmo, sulla necessità di una lettura che corre, travolge, coinvolge, senza sconti, senza vie di fuga. 
La recensione completa è a questo link: http://www.zestletteraturasostenibile.com/quello-che-e-successo-a-joana-valerio-romao/ 

           *  *  *  *  *  *  *

La trama racconta l’attesa spasmodica di un figlio. La ragione di una vita. Quando la realtà sembra avverare il desiderio per un errore umano o per una pugnalata della sorte il sogno diventa incubo, e la ragione si tramuta in follia.

Il libro di Romão ci trasporta in un luogo in cui siamo già stati, anche senza averlo mai visto: l’affastellarsi di idee e oggetti si mescola ai desideri, alle speranze, alle disillusioni, alla pulsioni, alle manie. Ci introduce senza preamboli in quella zona brulicante e intricata che potremmo definire “poesia”; caotica, sincopata, tra ricorse e frenate, slanci e abissi di dubbi e timori. Ci conduce dentro i giorni, normali e fatali, di una donna, di una coppia, di individui con un loro mondo, i loro problemi specifici, personalissimi, eppure in grado di rappresentare quel gioco ininterrotto di esaltazione, attesa, depressione, tonfo nel baratro e risalita.

Romão non indulge mai in questo romanzo nelle cadenze malinconiche del fado. C’è il dolore, c’è la malinconia, la pena, ma non c’è mai la resa incondizionata né il gusto dello struggimento che lacera. I personaggi, la protagonista Joana in particolar modo, si difendono con le unghie e con i denti. Ogni arma lecita è utilizzata, e, quando non basta, pur di non cedere si ricorre anche ad armi non convenzionali. L’erotismo, innanzitutto, agito o pensato, reso esso stesso proiezione del desiderio mentale più assoluto e totalizzante: «Joana, si sdraia a poco a poco al capezzale del letto e le dita della sua mano sinistra tracciano piccoli cerchi, con cautela, per via della fede d’oro con dentro la scritta per sempre […]non se la toglie perché, non essendo preparata all’eternità, lo è ancora meno a riconoscere l’errore».

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Valério Romão (1974) è uno scrittore,  drammaturgo e traduttore. Si è laureato in Filosofia e ha lavorato come informatico.  È stato selezionato tre volte al concorso nazionale dei Giovani Creatori (2000, 2001, 2002). È stato anche uno dei rappresentanti portoghesi alla Biennale dei giovani creatori d’Europa e del Mediterraneo in Bosnia-Erzegovina nel 2001. Dopo un lungo interregno editoriale, ha lanciato per Abysmo i romanzi “Autismo” (2012) e “O da Joana “(2013), i primi due volumi della trilogia” Paternità fallite “. Ha visto le sue storie pubblicate nelle edizioni portoghese, inglese e svedese della rivista Granta. Ha pubblicato la pièce “The Mala” (Guillotine) e il racconto “Coltelli” (Società delle Isole, 2013), “Da Família” (Abysmo, 2014) e “Dieci ragioni per aspirare a essere un gatto” 2015.  In francese è stato tradotto il suo romanzo “Autisme”. L’editore è Chandeigne. Ha pubblicato su Granta, Revista Egoísta o Somos Somos Livros ed è cronista del quotidiano Hoje Macau.

 

UTTERANCE – Agenzia di traduzioni

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Un bellissimo sito realizzato da Daniela Scalia. Vetrina e strumento di lavoro di un gruppo di traduttori di cui sono contento di far parte:

Utterance

https://www.utterancetraduzioni.com

Utterance – agenzia di traduzioni è una realtà che nasce nel 2017 quale risultato della sinergia tra un gruppo di professionisti del settore linguistico e traduttologico. Il nostro core business è la traduzione a tutto tondo, sia tecnica che commerciale e letteraria nelle seguenti lingue: italiano, inglese, tedesco,francese, spagnolo, portoghese, russo e polacco. Utterance garantisce servizi di grande qualità a prezzi altamente competitivi, un mix di difficile reperimento di questi tempi. Siamo un team di addetti al mestiere qualificati ed affidabili, che conoscono il valore del vostro lavoro e che non vi chiederanno mai cifre illogiche e sproporzionate. Rispettiamo il vostro tempo, le vostre esigenze ed il vostro denaro.

Utterance is… The uttermost expression of translation