“COME VI PIACE” di WILLIAM SHAKESPEARE

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“COME VI PIACE” DI SHAKESPEARE
 L’ARCADIA VISTA ALLO SPECCHIO
Come vi piace non è certo la più nota delle commedie di Shakespeare. Ma è conosciuta, rappresentata, letta e studiata quel tanto che basta per coglierne il fascino sottile, subdolo, verrebbe da dire: le complessità, i divertiti e bruschi cambiamenti di visione e prospettiva, le trappole farcite di cortesi florilegi accuratamente preparate dal buon William. Ancora efficacissime, pronte a scattare alla minima sollecitazione. Shakespeare ricevette in dono una consapevolezza linguistica che gli consentiva di padroneggiare le parole, versi alati o ruvida prosa, in modo da poter comprendere, nel senso più ampio del termine, il gusto, la capacità ricettiva, lo scandaglio emotivo, la contemplazione estetica (ed estatica) di un pubblico vastissimo. Dal contadinotto venuto a teatro per farsi due risate e guardarsi un paio di dame dagli abiti non esattamente casti, al Professore di Oxford che si mischia alla folla ed elucubra, tra uno schiamazzo e l’altro, individuando assonanze e consonanze, richiami intertestuali e compagnia bella. William aveva cibo a sufficienza per sfamare tutti. Per lasciare ciascuno alla fine, sazio, certo di aver avuto ciò che desiderava.
Come vi piace, opportunamente tradotto da qualcuno anche con Come vi pare, diventa quindi in un certo senso anche una specie di marchio di fabbrica, un motto, uno slogan. Se è questo che volete, sembra dirsi Shakespeare, questo avrete. Per me è lo stesso, l’importante è che siate contenti voi, e che riempiate i teatri, giorno dopo giorno. Questa è, almeno in parte, una potenziale chiave di lettura. Le porte letterarie shakespeariane tuttavia di chiavi ne richiedono numerose per sperare di vederle socchiudere. Il buon William sembra voler assecondare gusti e richieste, pare allinearsi a ciò che furoreggia, ciò che è in voga. Dal canto suo sembra addirittura dire “Io scrivo, così, perché sono drammaturgo, è il mio mestiere. Sono come un sarto, confeziono abiti su misura, a seconda delle esigenze e delle mode”. La frase è falsa, oltre che inventata. Niente di più lontano dalla realtà. Doveva mangiare, William, certo, come ogni padre di famiglia, o forse di famiglie. Ma ciò non gli impediva di fare, in realtà, come pareva a lui. Dando sempre l’impressione di servire la rispettabilissima platea, of course.
La commedia Come vi piace avrebbe potuto, anzi avrebbe dovuto, a regola, uniformarsi ai dettami della letteratura “pastorale”, l’Arcadia che faceva sognare e versare fiumi di inchiostro. L’intreccio avrebbe potuto essere complesso ma prevedibile, ed aprire la strada, anzi, un verde e profumato sentiero, verso l’atteso happy ending. Avrebbe accontentato tutti, o quasi. Di sicuro la maggioranza degli spettatori. Non avrebbe soddisfatto però uno spettatore particolare, il primo e l’ultimo: William Shakespeare da Stratford. Accade così allora che, alla fin fine, il primo e l’ultimo a divertirsi sia proprio l’autore. Anche a spese del suo pubblico. Lo schema di base della commedia pastorale era semplice nella sua intricatezza. Travestimenti, giochi, trucchi innocui e in gran parte giocosi, e poi via, l’agnizione, ognuno si rivela per quello che è, buoni e cattivi, belli e brutti, e finisce a tarallucci e vino, e dentro una mirabolante alcova. Shakespeare scardina il meccanismo. Dando la colpa con un ghigno sarcastico ai propri attori, quasi avessero fatto di testa loro, mostra che la vita, sia nella realtà che nella finzione, è più articolata, più ricca di sfumature. Perché tutto il mondo recita una commedia (e qui l’eco arriva nitida fino a Pirandello ed oltre), e la Fortuna svolge una parte determinante.
La scena è quella della foresta di Arden, luogo deputato, idilliaco per eccellenza. Una sede “ecologica” da contrapporre alla cruda vita sociale e cittadina. Ma anche nell’Arcadia si insinuano, non meno aspre, le contraddizioni, i contrasti, i dissidi. Shakespeare non sopportava l’esaltazione incondizionata del mondo pastorale. A lui, è il caso di dirlo, non pareva plausibile. Finisce allora per minarne le basi dall’interno, in modo velato, indiretto, e, per questo, più efficace. Tramite il linguaggio, arma primaria. Le miti principessine e le fanciulle in fiore, ed anche gli integerrimi eroi, cadono, non di rado, e con un certo gusto, nel linguaggio “osceno”. Mai fine a se stesso, con un verve ed un senso della misura assoluti. Si tratta però pur sempre di un elemento che va al di fuori del cliché. Anche l’esaltazione della campagna come paradiso in terra è sottoposta a occhiate e battute schiettamente ironiche. Meglio lasciare la campagna ai contadini, ci dice Shakespeare. Anzi, lo fa dire ai suoi saggi pazzi, siano essi raffinati ed eccentrici viaggiatori o buffoni di mestiere. Jaques, il personaggio dal nome francesizzante, è il signore che vive e pensa da filosofo. Divertendosi a “ragionare”, il che spesso equivale a camminare in direzione contraria rispetto alla folla. Il buffone invece è Touchstone, Pietra di Paragone. Già la traduzione del suo nome dice molto. Ricerca l’oro. Materiale prezioso e raro. Come la verità. Forse non la troverà mai. Ma già la ricerca lo eleva, di sicuro dal punto di vista morale e intellettuale. I personaggi “malinconici”, afflitti da quella sorta di malattia che li porta al morbo del pensiero, della ragione, erano un mezzo per mostrare l’altro lato della luna, quello oscuro, scomodo, avvolte da dense foschie. Un’altra eco, distante dai tempi e dai climi shakespeariani, ma forse neppure troppo, destinata a giungere fino a Freud, comincia a vibrare nell’aria.
L’ultimo è più gustoso scherzo di Shakespeare, lo specchio deformante più possente e grottesco, appare nel finale della commedia. Il gioco della luce e dell’ombra, del bianco e del nero, viene ribaltato, o, almeno, intessuto in nodi più complessi. Il duca cattivo in un primo momento è al potere, e quello buono in esilio. Situazione standard, si potrebbe dire, comunissima, quasi normale, nell’ambito teatrale e non solo. Accade però in Come vi piace che il cattivo diventi buono, e si faccia addirittura eremita. Lasciando il potere all’altro, che lascia la macchia, senza troppi rimpianti, per tornare a palazzo. La formula si ripete, a chiasmo, nei due figli dei duchi, Oliver e Orlando. Il cattivo Oliver diventa buono e sceglie il bosco. Quando però viene a sapere dell’eredità, si ricrede. Pungente e credibile, sul piano psicologico, anche questo retrofront. Nella parte conclusiva della pièce, le figlie dei duchi, Rosalinda e Celia (nome forse non casuale, quest’ultimo) sposeranno il nuovo buono e l’ex-cattivo. In un matrimonio collettivo stile giapponese, quasi, in grado di mettere in crisi anche il più solerte impiegato dell’Ufficio Anagrafe. Ma proprio dall’ambito che dovrebbe rinsaldare la pace e l’armonia, quello pastorale, emergono, emblematicamente, le prime insidie, le contraddizioni, le complicazioni amorose personificate dall’ulteriore coppia, quella di Silvio e Febe.

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Complicata, molto, la trama della commedia, e tuttavia solare, nella sua arguta sequenza di ombre e riflessi. Forse perché il linguaggio, è, come osservò Johnson, tra i più fluidi e vitali del repertorio shakespeariano. Una commedia un po’ fuori luogo e fuori epoca, Come vi piace, ma anche fuori dal tempo, con quella grazia e quel brio, a tratti serenamente taglienti, che ancora racchiude. Divertente, a suo modo. Forse perché l’autore si è divertito in prima persona, a prendere modelli e smontarli, rimettendoli insieme a suo piacimento. Si è anche divertito a giocare a mosca cieca con lo spettatore, e a prenderlo in giro, facendogli credere che il testo fosse stato scritto come piaceva a lui. In realtà è il contrario, si tratta di un esperimento letterario, giocoso e complicato come una partita a dama. Ma a noi, in fondo, piace anche così. Forse perché ci piace pensare che tutto sia come ci pare.

Ivano Mugnaini

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Profumo di elicriso

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Edizioni Divina Follia
Bergamo 2017

pp. 150
prezzo: € 15,00

 

Se è vero, come è vero, che un autore affida al titolo le chiavi d’ingresso della sua opera e del suo mondo, o almeno gli indizi per quella caccia al tesoro ininterrotta tra il significato e il significante, tra la metafora e l’interpretazione, non si può ignorare la scelta di Anna Moro di dare al proprio libro il nome di un fiore, aggiungendo inoltre un sottotitolo, “Come il colore del sole”, che non solo spiega il nome stesso, ma estende il discorso, aggiungendo una sfumatura, rendendo la prosa spontaneamente lirica.
Non ci sarebbe niente di strano in tutto questo se il suddetto libro contenesse la descrizione di sereni idilli campestri o le vicende di arcadiche e gioviali comunità rurali. In realtà nel paesino della Barbagia che fa da sfondo ai fatti narrati ha avuto luogo “una faida durata dieci anni. La vita di quella comunità è sconvolta, i morti sono tredici, l’ultimo dei quali è stato ucciso per essere stato testimone involontario di un omicidio e aver denunciato il bandito ai carabinieri”. Dal punto di vista cronologico, il romanzo si colloca in “una società di fine Ottocento caratterizzata da odio, vendette e omicidi”. Fin qui i dati di fatto, succintamente riassunti dagli stralci della quarta di copertina qui sopra riportati. Sarebbe stato più facile per l’autrice basarsi sul nocciolo duro, e aspro, della storia e chiamare il libro “La tredicesima vittima”, oppure “Una lunga scia di sangue”, un titolo del genere, insomma, di quelli che attraggono i cultori del poliziesco, del noir, del thriller e via dicendo. La scelta invece ha preso una direzione diversa, dettata al tempo stesso dalla memoria e dal cuore. Anna Moro ha voluto porre l’accento su quel colore giallo acceso che, ad un certo momento, vedi apparire in una landa brulla in apparenza ostile alla vita. Ha voluto dirsi, e dirci, che si sono fiori che, come la ginestra leopardiana, crescono alle pendici dei vulcani, sfidando il fuoco e l’aridità del terreno.
L’autrice ha scritto questo libro per rendere omaggio al ricordo di un suo parente, ultima vittima della sequenza di omicidi a cui si è fatto cenno. Ha voluto testimoniare il senso della sua vicenda esistenziale, il suo essere un momento di svolta tra il buio della violenza e quell’oro del sole che ancora splende, su tutto, nonostante tutto.
Il tono che l’autrice ha adottato, per scelta o per istinto, grazie alla sua indole naturale incline all’armonia, è determinante, conferisce alle pagine del racconto un sapore e una consistenza del tutto specifici e riconoscibili, come il profumo di un fiore appunto, che, in modo immediato, proustianamente, richiama alla mente memorie, sensazioni e il sapore di un’epoca e di una terra speciale, diversa dalle altre ma accomunata dalla ricerca di bellezza e di verità.
Ciascun capitolo è contraddistinto da un numero, anzi da due sequenze numeriche: la prima è quella che indica la successione cronologica delle varie parti del libro, la seconda è quella che potremmo definire diacronica, costituita dal riferimento, secco, ineludibile, all’anno in cui avvengono i fatti descritti nel capitolo specifico. È un modo per creare un nodo, un intreccio, tra il tempo della Storia e quello della memoria, tra il vissuto e il sentito, mandato a memoria, appunto, o, come direbbero gli anglofoni, learnt by heart. Si tratta a mio avviso di uno degli aspetti di maggior rilievo del libro: la capacità dell’autrice di scrivere “by heart”, ossia attivando il cuore, l’affetto, la partecipazione emotiva, senza però scordare il rigore aritmetico di quella sequenza di date, la dimensione esatta dei gesti, dei misfatti e delle azioni meritorie di uomini e donne vissute prima di noi. Ed è notevolmente interessante, sul piano narratologico ma direi anche psicologico, notare come quella insistenza sulla collocazione dei fatti in uno spazio preciso, passato, trascorso, non solo non rendono la narrazione “datata”, ma, semmai, al contrario, fanno sì che le vicende descritte, come cerchi nell’acqua, o meglio come i bagliori di un fuoco, si estendano nello spazio-tempo e arrivino fino a noi, aiutandoci a riflettere anche sul senso e sulla misura di certe scelte e sulla persistenza, in ogni epoca, di violenze e sopraffazioni, ma anche del coraggio di schierarsi, pagando a volte con la propria vita, sul fronte opposto.
Ho avuto modo di scrivere la prefazione per questo libro pubblicato nel 2017 da Edizioni Divinafollia. L’ho letto subito con interesse e mi ha colpito sia per la nitidezza del racconto sia per l’atteggiamento dell’autrice che ha più volte dichiarato di non avere velleità letterarie e di aver scritto il libro solo per onorare la memoria di un suo bisnonno. Cito qui qualche stralcio della prefazione, riportata anche nel mio sito: “Il romanzo contiene una passione forte ma lucida, adeguata alla descrizione dei tempi e della società descritti, la Sardegna di molti decenni fa. Come l’autrice stessa ha dichiarato,Profumo di elicriso è stato scritto per conservare la memoria di un episodio realmente accaduto a un suo bisnonno, ultima vittima di una lunga faida, ucciso per la sua sete di giustizia e di legalità quasi mai presenti in quello scorcio di secolo in Sardegna.
La narrazione nasce dunque da una motivazione personale fortissima. Ma riesce ad andare oltre, assumendo, senza forzature, senza vane pretese didattiche e senza tirate morali, un valore più ampio, universale, evidenziando tramite gesti e sentimenti autentici, l’eterno contrasto tra la bassezza e la volontà di elevarsi, tra la violenza e l’aspirazione ad un’esistenza più umana e armonica.”
Ribadisco qui e confermo quanto scrissi a suo tempo ma aggiungo un elemento in più: l’auspicio che Anna Moro voglia prendere di nuovo la penna in mano e scrivere un altro testo, dedicato ad una vicenda legata alla sua terra o di pura fantasia. Sì, perché leggere il suo libro è stato come passeggiare in un prato assolato dopo aver percorso, tra marciapiedi nevrotici, chilometri di strade cittadine. Si ritrova il tempo per cadenzare le sillabe e con esse i pensieri; si ritrova il sapore di una semplicità di sostanza, e la bellezza di sentimenti antichi ma non datati, non sbiaditi, come il colore di quel fiore di elicriso da cui siamo partiti e a cui torniamo.
Questo libro, per il ritmo cadenzato, per la deliberata scelta di non calcare i toni, evitando gli “effetti speciali” e lo “splatter”, schivando ogni sensazionalismo fine a se stesso, sembrerebbe adatto a lettori di età matura, per così dire. Eppure (anche questo un punto che ho già espresso altrove ma che desidero ribadire qui), mi piacerebbe che vi si approcciasse anche qualche lettore più giovane, magari grazie allo stimolo degli insegnanti o degli educatori. Sì, perché, al di là del diverso modo di vestire e di relazionarsi dei loro antenati, al di là delle apparenze esteriori, anche i giovani lettori potranno riconoscere quel conflitto senza fine, quella faida ininterrotta che miete vittime tra le persone più fragili, i deboli, i pacifici, i giusti.
“C’è una sorta di bullismo che si estende oltre le mura protette di tutte le scuole e investe ogni ambito, ogni terreno sociale. La violenza non ha luogo né tempo, cambia forma in modo camaleontico ma resta, nel profondo, la stessa, ostinatamente identica. Così come resta identico il desiderio di contrastarla, di opporsi, con armi diverse dalla sua, seguendo altre strade, praticando azioni diverse, ispirate da altri principi e altre motivazioni. Anna Moro ha voluto raccontare la storia dell’uomo che con la sua morte ha posto fine ad una faida che sembrava eterna”.
La narrazione è individuale e corale, il bene e il male si vivono qui all’interno di una comunità che non è solo coscienza collettiva ma anche in qualche misura sentire collettivo. Attenzione, siamo ben distanti, per fortuna, dall’esaltazione del buon tempo andato e dalle gioie della campagna, o della bontà di fondo di tutti gli abitanti dei piccoli centri. Siamo, semmai, all’interno di una narrazione il più possibile oggettiva, partecipata ma con un distacco, una membrana di salda e sobria ironia, che permette di vedere le cose come sono, la luce e le ombre dentro e fuori le persiane abbassate. Si parla anche di ferocia, di grettezza, di pettegolezzi, di menzogne, di piccole e grandi malvagità. Si parla dell’uomo, ad ogni latitudine. Tuttavia, è giusto ribadirlo, Anna Moro sa raccontare perfino la malvagità conservando un velo di dolcezza. Non è un atteggiamento accondiscendente né fragile. Tutt’altro: è semmai la forza di chi, pur conoscendo, vedendo e descrivendo il volto del male, sceglie di non specchiarvisi compiaciuta, sceglie di mantenere un sorriso che contraddistingua i tratti dell’umanità tracciando in modo netto la differenza con ciò che umano non è. Si può descrivere il buio della violenza e della ferocia insensata mantenendo vivo negli occhi il riflesso giallo oro di quel fiore che campeggia nel titolo e nella copertina del libro.
Un profumo gradevole, ricco di suggestioni e, a dispetto di tutto, denso di speranza. Anna Moro (lo confermo volentieri) con dedizione e passione per la parola, per il ricordo e per l’affetto, ha saputo rendere la propria voce simile a quella di un narratore onnisciente che osserva con disincanto i propri simili, in una sorta di coro. Ma a tratti lo sguardo ha saputo aprirsi in un guizzo o in un sorriso, breve, fulmineo, in grado di illustrare con efficacia la crudeltà e la solidarietà, la disperazione e la tenacia, la miseria contrapposta alla grandezza dell’animo.

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I PROMESSI (quasi) SPOSI

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Quel ramo del caseggiato di via Como che dà sulla Standa l’ho percorso almeno un milione di volte. Su e giù per le scale rischiando ogni volta i colpi di ramazza della portiera dati col manico con la perizia di Joe Di Maggio dei tempi d’oro. Ho giocato a pallone lì davanti, da bambino, a giornate intere, prendendo come pali di una porta immaginaria una Centoventotto Special parcheggiata lì dal settantasei e un cassonetto su cui i writers avevano scritto con un acrilico viola fuck the world. Raccolta differenziata antelitteram. Qui c’è poco di differenziato. Cemento, a tonnellate, negozi più squallidi di un garage usato come ripostiglio, una farmacia ogni cinquanta metri e un barbùn ogni venticinque.

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        Lucia l’ho conosciuta quando era ancora una ragazzina. Timida, sgraziata. I suoi occhi però sono grandi e profondi come un lago. Se li guardi bene li vedi attraversare da riflessi caldi di sole. Ci siamo conosciuti a scuola. Mi guardava e non mi guardava. Sembrava non cambiare mai espressione. Ma io sono testardo. Più testardo di lei. Ho continuato a guardarla e alla fine l’ho visto. Un accenno di sorriso: l’imbarazzo e la gioia di essere vista, pensata, amata. Le ho mandato un SMS. Non so neanche cosa ho scritto. Di sicuro so che devo aver fatto almeno una mezza dozzina di errori di ortografia su centoquaranta caratteri. Sono uno di periferia, io, un ignorante, un mezzo coatto. Pero c’ho messo il cuore. Quando ho sentito il suono del suo messaggio di risposta ho ringraziato la Provvidenza, e la TIM. Un po’ l’una e un po’ l’altra. Quel giorno ci siamo visti al parco. Non ha detto una parola, Lucia, e mi ha sì e no guardato una mezza volta, di sbieco, di striscio. Però, a sera, prima di tornare a casa, mi ha concesso di prenderle la mano nella mano.
        Don Rodrigo sta sempre davanti al bar tabacchi cartoleria ricevitoria della strada più trafficata del quartiere. Parcheggia lì davanti verso le undici di mattina la sua Mercedes nera modello zingaro benestante anni settanta, si siede a gambe larghe sulla sedia di plastica bianca e resta lì fino alle otto di sera. Fa due cose soltanto: con una mano dà ad intervalli regolari una rimestatina all’apparato da riproduzione, con quell’altra, quella piena di anelli da un etto e oltre, indica tutti quelli che passano. Vuole sapere tutto di tutti Rodrigo, chi sono, chi frequentano, che conto in banca hanno. Chiede informazioni su ognuno ai suoi scagnozzi. È sempre circondato da un gruppetto assortito di bravi ragazzi. Per comodità conviene chiamarli bravi, si risparmia. Don Rodrigo dice di essere spagnolo, di Valencia. Secondo il mio amico Cristoforo detto Christopher invece è calabrese di Vibo Valentia. Per la sua abitudine di aspirare le consonanti, tutte quante, con un rumore di risucchio che fa concorrenza a un lavandino. Eh sì, aspira Rodrigo, aspira spesso e volentieri. E, sempre secondo Chris, non solo le consonanti.

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        Per farla breve posso dirvi, cari miei venticinque lettori o giù di lì, che è successa la più antipatica delle cose: il calabro-spagnolo ha messo gli occhi addosso a Lucia. Sono certo che a lui personalmente non è mai piaciuta. A lui fanno sangue le tettone truccatissime e appariscenti modello Moira Orfei. Lucia è l’esatto contrario. Però sa bene, il maledetto, che una buona fetta della sua clientela sarebbe ottimamente disposta ad accettare l’articolo. Sa bene, l’infame, che, soprattutto su certi mercati esotici, la bianca esile e delicata riscuote grande successo.
        Ho parlato con Lucia. Abbiamo concluso che il solo modo per difenderci dagli assalti di Rodrigo e dei suoi tirapiedi è far capire a tutti che stiamo insieme, che siamo una coppia. Fidanzarci immediatamente, e, appena possibile, sposarci.
        Dire che Agnese, la madre di Lucia, non mi vede di buon occhio è dire poco. Mi odia, o, per dirla alla maniera di Aniello, un mio amico napoletano, mi schifa. In parte la capisco: ogni madre sogna il meglio per la propria figlia. E quello che posso offrire io al momento al meglio non somiglia neppure un po’. Cerco lavoro da mesi, da anni. Tutto ciò che ho trovato però, tramite una sottofiliale della Adecco, è un posto che non so neppure io di preciso cosa sia. Se a tutt’oggi qualcuno mi chiede se ho un lavoro oppure no, sono costretto a rispondere “non lo so”. Facendo la figura dello scemo, certo. Ma quello è il meno. A quello sono abituato. Ciò che faccio è più o meno questo: distribuisco volantini ed altra roba pubblicitaria. Quando va di lusso consegno anche qualche pacco a domicilio. Impazzisco a trovare case e appartamenti, non di rado suono i citofoni ma non mi fanno neppure entrare, e la benzina del motorino in ogni caso devo pagarmela da solo.
        Agnese mi considera un buono a nulla, scioperato e sciroccato. Dovendo scegliere tra me e Don Rodrigo sarebbe certamente molto incerta. Quasi un match alla pari. Alla fine però di sicuro preferirebbe lui. Almeno lui ha una Mercedes, si veste in gessato grigio dal lunedì alla domenica ed ha al collo una catena d’oro massiccio e un crocifisso di rubini color porpora. Inoltre, e questo fa la differenza, lui ha offerto a Lucia un futuro di ricchezza e prestigio: un futuro da modella.
        La sera in cui sono andato alla canonica di Don Abbondio per spiegargli la mia situazione e chiedergli un aiuto, ho avuto una conferma: non mi ha mai perdonato. Prima di tutto una colpa non mia, quella di venire da una famiglia che si è sempre vista poco o nulla alle messe e ai vespri. Poi, con memoria degna di un elefante, continua a rinfacciarmi una cosa: non aver voluto fare il chierichetto. Il fatto è che io di chierichetti ne conoscevo parecchi ed avevo ascoltato ciò che si dicevano. Servivano messa per potersi bere, dopo, in sacrestia, il vino rosso. Qualcuno si attaccava anche alle ostie. Quelle ancora da consacrare, per fortuna. E tutti o quasi aspettavano in gloria il momento d’oro, le benedizioni pasquali delle case. Le famiglie facevano a gara per offrire ai chierichetti biscotti e fette di torta. A me a sentire quei discorsi è venuto quasi il diabete. Mi è passata la voglia. Ho preferito starmene a casa mia a mangiare pane e salame, e, qualche volta, pane e Nutella.
        Don Abbondio non me l’ha mai perdonato. Un po’ capisco anche lui. Capisco lui che non capisce me. Voglio dire che, a ben pensarci, non ha torto: mi ha sempre visto poco, ha scambiato con me pochissime parole, e tutto quello che sa o crede di sapere l’ha sentito dagli altri. Chissà cosa gli avranno detto le sante donne e i fedelissimi della sua sacrestia. Nel migliore dei casi gli hanno sussurrato, a fin di bene, manco dirlo, che sono uno strano, uno che se ne sta per conto suo, uno che ha amicizie strampalate, parla con gli extracomunitari e con i gay, e, alla sua età, non è neppure fidanzato.
        C’è da capirlo, Don Abbondio. Non è neppure difficile intuire la sua reazione quando, a sorpresa, mi sono presentato all’uscio della sua ordinatissima canonica per dirgli che avevo necessità di sposarmi presto, anzi prestissimo, con la figlia di Agnese. Già, deve aver pensato, questo qua, un balordo, uno senza un lavoro fisso, si è messo in testa di far la vita comoda e di farsi i comodi suoi accasandosi con la figlia di una delle donne più ricche del quartiere. Una donna pia come Agnese, una che fa l’elemosina tutte le domeniche e ad ogni primavera dona una busta piena di maglie dismesse per i poveri. Chissà quali progetti si è messo in testa questo tipo qua, quali idee losche e strampalate. È un poco di buono questo, come si chiama… Remo, Renzo… non ha importanza. L’ho capito fin da quando era un bimbetto che è un ribelle, uno pericoloso. Eh, ma con me trova pane per i suoi denti! Sono un osso duro io. Un vaso di coccio, certo, ma di coccio robusto come il marmo.
        Sono uscito dalla canonica con le orecchie piene di latinorum e di italiano ancor più incomprensibile. Una cosa comunque l’ho capita: mi avrebbe sposato con Lucia solo se mi fossi ripresentato di fronte al suo cancello con le scarpe di Gucci, i pantaloni di Cavalli e la giacca di Versace. Solo questi tre Re Magi avrebbero potuto compiere il miracolo.
        L’immagine dell’abbigliamento stile Richard Gere in “Pretty Woman” mi fece venire in mente Gianguido Gherardelli, un mio compagno delle elementari attualmente avvocato di grido con tanto di studio a due passi da Via Montenapoleone. Solo lui avrebbe potuto consigliarmi dove e come trovare un posto che potesse darmi montagne di euro, bancomat superfornito e carte di credito come se piovesse. Non potevo presentarmi da Gianguido a mani vuote. Entrai in un negozio e comprai due grossi flaconi di gel a fissaggio totale. Un regalo consono al suo look. Durante il tragitto a piedi lungo la zona pedonale sbattevano l’uno contro l’altro, i flaconi, con un suono cupo e costante. Sembrava mi parlassero. “Che mi… ci vai a fare? Che mi… ci vai a fare?” – ripetevano. Erano gel siculi, saggi e sintetici. Avevano ragione loro. Fu gentile, Gianguido. Mi diede almeno una ventina di pacche sulla spalla, parlò dei tempi andati, di come eravamo pirla, di come cambiano le cose. Mi disse che mi trovava bene e che mi faceva un grosso in bocca al lupo, anzi un grande in culo alla balena. Chiamò la segretaria, si scusò e mi disse che aveva parecchio da fare.

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        Quella sera provai a telefonare a Lucia ma mi rispose la madre. Mi urlò di non disturbare più sua figlia, di trovarmi qualcun’altra, una adatta a me. Mi disse che Lucia sarebbe andata per molto tempo da una sua zia di Monza. Mettiti il cuore in pace, mi disse. Lucia non è per te, non è lo e non lo sarà mai.
        Durante tutto il periodo in cui Lucia è rimasta da sua zia abbiamo potuto comunicare solo tramite il computer. Ci scriviamo due e-mail al giorno. Il computer è quello della zia, ma chiude un occhio, fa finta di non vederla la nostra posta. La zia si chiama Gerry. Lei dice che Gerry sta per Gertrude, ma una volta Lucia mi ha scritto che il suo nome è Gerarda, l’ha sentita chiamare così da una sua amica d’infanzia. Si vergogna, Gerry, del suo vero nome. Anche se, a dirla tutta, a me non pare granché neppure Gertrude come nome. Non si vergogna invece, la zia Gerry, del suo passato di spogliarellista in un locale di lap-dance. È lì che ha conosciuto un ragazzo di Lugano, Egidio mi pare si chiamasse. Lo ha conosciuto quando era già sposata, con uno parecchio importante, tra l’altro. Si sono conosciuti e si sono innamorati. C’è chi dice che sia nato anche un bambino dalla loro storia. Poi Gerry è rimasta sola. Sola e seria. Non così seria però da proibire a me e Lucia di continuare a scriverci e ad inseguire il nostro sogno.
        Un paio di settimane fa, in un mattino che sembrava calmo, è successa la catastrofe. Ho aperto la posta ed ho scaricato tutti i messaggi. Ce n’era uno con un oggetto che mi ha fatto tremare il cuore di gioia: “I love you – Marry me”. Ho pensato subito a Lucia, L’ho aperto all’istante senza neppure guardare chi lo inviava. Era un virus, un verme affamato che mi ha divorato tutta la memoria. Computer bloccato, impossibile inviare o ricevere altri messaggi. Sono salito in macchina di corsa. Alla radio ho sentito che il contagio si era diffuso con rapidità impressionante. Una vera epidemia, una micidiale peste telematica. Gli hackers avevano fatto un ottimo lavoro, i computer cadevano uno dopo l’altro, febbricitanti, folli e alla fine morti, inservibili.

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        Parcheggiai in divieto di sosta nel bel mezzo della Zona a Traffico Limitato. Decine di altre macchine erano state lasciate lì come la mia, altre erano sulle strisce pedonali, altre ancora in tripla fila di fronte ai passi carrabili. Frotte di cittadini dagli occhi sbarrati e feroci puntavano dritti verso i negozi di elettronica. “Norton, Norton!”, urlavano. “Dateci il Norton o facciamo saltare tutto!”. Alcuni commessi erano stati sollevati per aria e rischiavano di essere scaraventati contro pile di scatoloni di hardware. Dovetti lottare per entrare. Feci a gomitate con un branco di clienti abituali di un Internet Cafè. Alla fine riuscii ad abbrancare un CD Rom con la versione più aggiornata dell’Universal Providential Firewall Judgement Day Antivirus.
        Tornando a casa incrociai un temporale estivo, un autentico uragano. Polverizzò la multa che, nonostante tutto, un vigile era riuscito a piazzare sotto al tergicristalli. Vedevo poco o nulla, ma ero emozionato, quasi felice.
        Volai su per le scale ed installai l’Antivirus. Funzionò, si dimostrò all’altezza delle attese. Aprii la posta e scoprii che anche Lucia era viva. Non era stata contagiata, poteva inviare e ricevere.
        Da quel giorno capimmo che bisognava agire, che dovevamo trovare il modo e il coraggio per incontrarci di nuovo. Gerry ci è venuta incontro. Ci ha capito e sostenuto. Non ha potuto consentirci di incontrarci a casa sua, questo no. Abita lì assieme ad altre signore molto serie e assai poco spiritose. Non avrebbero compreso e di sicuro avrebbero riferito tutto ad Agnese. Ha potuto chiudere un altro occhio invece, e ne è stata ben lieta, quando Lucia le ha chiesto di uscire con me la sera. Ha fatto finta di nulla. Ha sorriso però, con dolcezza e nostalgia, ogni volta che Lucia è salita sulla mia macchina e ci siamo salutati con un bacio.
        Abbiamo la macchina adesso, io e Lucia. La mia vecchia Peugeot 205 è tutto ciò che abbiamo. Lucia deve rientrare verso mezzanotte, e casa mia è troppo lontana. In più ci sono i miei genitori. La macchina è la nostra casa, la nostra camera. Lì siamo felici, in certi momenti. Parliamo poco, ma ci capiamo. Con le dita, con le carezze. Lucia rimane timida. Si spoglia malvolentieri, un po’ alla volta. Ogni sabato un millimetro in meno di gonna, un millimetro in più di pelle. Se continua così i pargoli li avremo all’incirca nel 2059.
        Io continuo a recapitare pubblicità e lettere a domicilio, lei continua ad essere una ragioniera diplomata col massimo dei voti in attesa di prima occupazione. Ci amiamo però. Questo è l’importante. Siamo uniti, un tutt’uno, dividiamo i giorni, il presente e la speranza di un futuro. Se oggi come oggi non fosse pericoloso affermarlo, direi che siamo “una famiglia di fatto”. Ci amiamo. È questo che conta.
        Il problema reale è che, alla fine di tutto, bisognerà cambiare il titolo di questa vicenda. I promessi (quasi) sposi, potrebbe essere la soluzione attuale. Sì, mi sa proprio che si dovrà cambiare il titolo della storia. E non solo quello. 

Ivano Mugnaini

Il Centauro esiste

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Il Centauro esiste: la poesia di Claudia Manuela Turco, tra immaginario e reale

Le parole con cui veniamo accolti sulla soglia d’ingresso di questo libro sono un’indicazione spaziale, le coordinate di un luogo, “Nella Vallata dei Mughetti”, e una dedica in lingua inglese “A Mughy, Lily of the Valley, from glen to glen”. È un esordio adeguato, lo si capisce leggendo il libro ma anche pensando ad altri lavori di Claudia Manuela Turco, alias Brina Maurer. Dire (e dirsi) che, a dispetto di tutto, esiste ancora in qualche luogo del mondo e del tempo una simile Vallata, non vuol dire chiamarsi fuori dagli slings and arrows of outrageous fortune, per dirla in modo amleticamente sintetico, né cercare un’Arcadia tanto bella quanto improbabile. Piuttosto, come una tenace Alice, significa sapere guardare al di là di tutti gli specchi, i trucchi, gli enigmi, gli inganni, i conigli e i cappellai, per cercare ancora lo stupore di ciò che è semplice e naturale, la meraviglia, immensa, che a volte è racchiusa nelle piccole cose.

Il titolo del libro, Il Centauro malato, è, di per sé, un segnale che non solo indica una strada ma conferisce il sapore e la sostanza di ciò che troveremo lungo il cammino. Mitologia, fantasia, immaginazione, ma anche realtà, dolore, e, dall’interazione di tutti gli elementi, la tenacia di volere scrivere di sé, tramite una poesia che si estende nell’arco di una vita intera. Il sottotitolo del libro è secco e sintetico: “Poesie 1998-2010”. Una parola e due cifre. Scorrono via in un fiato o con uno sguardo. Ma se si scrutano bene, danno il senso di un rapporto ininterrotto con il proprio fare ed essere poesia. Ossia tra l’immedesimazione costante e schietta, senza infingimenti, tra il proprio mondo e il mondo esterno, visto, percepito e registrato tramite lo strumento della parola.

Si inizia con una silloge scritta lo scorso millennio, nel 1999, quando imperava non solo il terrore dei bug in grado di bloccare i computer ma anche di qualcosa che fermasse qualcosa di ben più ampio, l’esistenza stessa del genere umano. Una paura atavica, eppure presente. Si inizia, quindi, e forse non è un caso, con una fine. Una fine potenziale, una sorta di bacillo del pensiero, una paura globale, diffusa come un contagio, una malattia. Ma la danza degli ossimori è tempistica e altrettanto puntuale. Il titolo della prima Sezione (o silloge) è “Frecce di luce”. Una possente, vitalistica sinestesia. Linguistica e tematica. La vita, nonostante tutto, sfreccia oltre, supera i confini, anche dei millenni. E, poiché nulla sembra casuale in questo libro e nelle tessere che ne compongono il mosaico, le prime parole sono una sorta di chiave ulteriore, per il passaggio specifico e per il volume nel suo insieme: “La scienza può spiegare il meccanismo che regola la natura/ ma non il fascino che essa emana”. Poco oltre, al lato opposto della stessa pagina, versi che, nell’atto di negare l’assunto, in realtà lo confermano, o confermandolo lo negano, aggiungendo una nota umanissima, schietta e rivelatrice: “Sorprendimi cuore/ lascia che io erri./ Non temo i tuoi tetri misteri”.

L’ho scritto in altre occasioni e lo confermo anche qui ed ora: Claudia Manuela Turco è un’autrice, che, nella sua scrittura, sa mostrare il suo cuore nudo, trova il coraggio di superare pudori e timidezze per poter esprimere davvero ciò che sente. Non per fare sfoggio di sé, atteggiamento contrario al suo modo di essere, ma, piuttosto, per mostrare ciò che sente, il suo schierarsi con ciò che ritiene giusto, pagando anche di persona per le cause in cui crede. “Poesia, raccontami!”, scrive a pagina 13. La frase può essere letta in due modi. Come un invito alla poesia a raccontare storie e mondi, oppure, sul versante opposto, come una richiesta alla poesia affinché faccia da tramite e le consenta (come niente altro può fare) di raccontare se stessa, ciò che davvero è, al di là di ogni filtro protettivo e di ogni maschera pirandelliana indossata per sopravvivere alle pressioni del vero.

Ma il punto, è giusto e opportuno ribadirlo, è che la sostanza di questo volume, così come accade per i vari libri della Turco, anche in prosa, non è mai fuga dal reale. Si tratta, piuttosto, di un paziente, accurato ed accorato lavorio interiore: un dialogo ininterrotto tra ciò che è esterno e ciò che è interiore, tra la pena e la tenacia del sogno. L’invocazione alla poesia perché possa raccontare e raccontarsi, prosegue immediatamente dopo con questi versi: “Solo in brevi sprazzi,/ affinché tu possa rendere sopportabile/ il dolore che nutre questa bellezza”.

Al di là del valore estetico di questi versi, in particolar modo dell’ultimo, ritengo si possa individuare qui un primo, essenziale, irrinunciabile, codice di accesso all’universo variegato di questo libro e più in generale della produzione dell’autrice. Da un lato il dolore dall’altro la bellezza. La disfida è questa. La posta in gioco è la vita, o meglio la “vivibilità”. Perché il dolore c’è, ineluttabile, in attesa come un sicario. Ma altrettanto presente è la bellezza. Si potrebbe dire che sono elementi antitetici. Oppure che la bellezza è la cura. Ma sarebbe troppo bello, o più esattamente troppo semplice. Perché l’errore è considerare la sfida simile ad una partita di tennis in cui ciascun contendente resta dal suo lato del campo. In realtà si tratta di qualcosa di molto più simile ad un incontro di boxe, in cui, dopo essersi massacrati di colpi fino a sfinirsi i due si trovano abbracciati, per non cadere a terra, e allora scoprono di essere fatti della stessa carne, le stesse ferite. Accade allora che, nel momento di quell’intuizione, “in uno spillo di luce/ ritrovi la vita, in un’ombra, un velo del cielo”.

Le armi, o più propriamente le medicine, sono arte e natura: “attraverso bifore e fughe d’archi/ scorgo/ un bosco rapito/ in un intenso sussurro”. Moltissime poesie di questo libro sono precedute inoltre da epigrafi tratte da poetesse e poeti cari all’autrice. In italiano e nel dialetto friulano. Non si tratta di abbellimenti estetici ma di vere e proprie occasioni di interazione, confronto e dialogo. Sono troppi gli esempi possibili per poterli citare o anche solo riassumere. Mi limito a citare la lirica “Appaganti vuoti avvolgenti” di pagina 40, in cui i versi di Raymond Carver ben si sposano con il desiderio dell’autrice di contrastare l’horror vacui, esaltando piuttosto la sensualità di una solitudine densa, pienissima.

A confermare ulteriormente l’interrelazione tra i testi del volume, non frammenti isolati ma parti di un organismo, si trova a pagina 43 proprio un riferimento all’orrore del vuoto: “Papaveri/ in verdeggianti ricordi,/ riempiono la mente/ di un anestetico horror vacui./ Ma vincono spigoli e archi rampanti./ Il lungo pianto di oggi/ varrà/ il breve sorriso di domani.”

“La strada è illuminata dal dolore anche di notte”, scrive Annenskij, riportato nell’epigrafe della poesia di pagina 54. Partendo da questa annotazione ineludibile, l’autrice traccia con segni secchi ed essenziali un ritratto del mondo, anzi della notte del mondo. “Mi allontano da tutto ciò”, aggiunge. E ancora una volta riesce a farlo solo su un magico puledro, la poesia, la sola che vive e fa sopravvivere. E il punto è se sia possibile o meno sovrapporre quel magico puledro con il Centauro del titolo. Forse no o forse sì. Ma ciò che conta è uscire dal labirinto salvando la carne dei pensieri.

Il libro si nutre di ossimori e contrappunti. È indicativo in tal senso il titolo di una delle Sezioni, “Divagazioni intorno a Duetti solisti”. Nella poesia eponima si osserva che “Allo specchio/ compare sempre/ l’immagine dell’altro”. Una divagazione su uno dei temi fondamentali di tutta la filosofia, ma anche dell’arte e più un generale uno dei nodi fondamentali della mente di ciascun essere umano. Claudia Manuela Turco, coerente con il suo approccio di donna e di poetessa, non tenta di sciogliere il nodo. Ne percorre però, con intensa e accurata leggerezza, le traiettorie e le intersezioni. E tra le numerose variazioni sul tema, alcune si stagliano con la nitidezza di quadri giapponesi uniti a picassiane descrizione degli effetti delle battaglie: “La vita/ un battito d’ali bianche/ su una barricata di fucili.”

Tra i quadri del mondo, non come opera isolata, ma come parte dello stesso padiglione, in antitesi e allo stesso tempo in simbiosi, compare a pagina 122 una dedica-autoritratto, quasi alla Van Gogh: “Alle infanzie non vissute,/ e ai cani eterni bambini/ che mi hanno resa fanciulla per sempre/ pur non essendolo mai stata”. Di fronte a questo dipinto di parole, rimaniamo a guardare, e, poiché tutto qui è correlato, ripensiamo ai versi citati nel paragrafo precedente, quelli in cui si fa riferimento allo specchio e all’immagine dell’altro. Sì, perché, proprio nel punto del libro in cui l’autrice parla più schiettamente di sé, finisce per fornire un ritratto anche di ogni potenziale e reale lettore di questi suoi versi.

E allora diventano inesorabili, e assolutamente nel tempo e nel luogo giusto, i versi di Majakovskij. “prenderò il mio cuore/ per portarlo/ irrorato di lacrime/ come un cane/ che porta/ nella sua cuccia/ la zampa stritolata dal treno.” Eppure, e lo dice Munch, l’autore de L’Urlo, “la gioventù era una camera di malato/ e la vita una finestra radiosa illuminata dal sole”. Tra questi estremi si muovono i versi del libro. Non in linea retta ma con “Traiettorie vaganti”, citando il titolo della lirica di pagina 148, la cui epigrafe è tratta dai versi Marco Baiotto, compagno dell’autrice, “Se la musica è variazione di uno fratto effe/ non voglio saperlo/ distinguo da solo il rumore/ dalla melodia del fiume.”

Questo libro si muove tra riflessione e stupore, e ancora una volta il punto più intenso si trova nella fusione, non nella contrapposizione. Nella poesia di pagina 160 l’autrice, partendo dai versi di Montale, parla del profumo dei limoni. Da quella immagine che è anche aroma e polpa tangibile, nutrimento per gli occhi e per il corpo, arriva al punto di ispirazione ed esaltazione che le fa osservare e descrivere l’esplosione di “sorrisi/ incendi/ danze di parole”. La connessione tra i limoni e la poesia stessa (esplicitata nella pagina a fianco) è tutta in quello scarto, quel salto, quell’esplosione senza morte, forse, per qualche istante, perfino senza dolore.

Uno dei punti di forza del libro è nella varietà, nella gamma ampia e diversificata di accenti, toni e colori. A pagina 173 si parla di cicatrici nascoste: “il sangue ribolliva; la carne/ emanava odore di polvere da sparo”. Sembra poesia russa, Pasternak dei momenti del terrore, delle spade che recidono le braccia. Non molto oltre, a pagina 177: “Cielo di paillettes/ di pagliette/ cielo di squame luminescenti/ alabastro e rose blu”.

C’è poi, in questo ampio e suggestivo caleidoscopio, anche un omaggio a Maria Grazia Lenisa e alla sua Ragazza di Arthur, passione e femminilità che neppure la malattia e il dolore hanno sconfitto del tutto.

C’è “il mare che brucia le maschere” e c’è il rischio ma anche il privilegio della sincerità, quella a cui si è fatto cenno all’inizio e che ritorna, sempre vivida, capace di stupire e chiamare a sé.

Questo libro offre un panorama ampio della produzione poetica di un’autrice che ha saputo crearsi uno spazio espressivo riconoscibile ed autentico, una voce lontana dai cori e dalle nenie. Con lieve ma intensissima dolcezza e determinazione, prosegue il suo percorso di autrice coerente con se stessa e con ciò in cui crede. Anche in questo libro ha saputo esprimere il coraggio dell’autenticità, parlando del dolore e della malattia (anche del male di vivere) senza mai cedere alla tentazione del patetismo, conservando una forza che rifugge dalla violenza ma anche dalla tentazione della resa. Il Centauro, a dispetto di tutto, esiste, ed è vivo. Forse è un mito, o forse è realtà, o entrambe le cose insieme. Forse è il mistero, semplice e imperscrutabile, della vita e della poesia.

                                        Ivano Mugnaini

 

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BIOGRAFIA

Claudia Manuela Turco (Brina Maurer), è nata a Codroipo il 15 dicembre 1970. Poeta, romanziere, biografa e critico letterario, vive nella campagna friulana.

Il 22 febbraio 1996 ha conseguito, a pieni voti assoluti con lode, la laurea in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università di Udine. Da Margherita Azzi Visentini ha ereditato l’interesse per la Storia dei Giardini, da Guido Zucconi quello per l’Urbanistica e l’Architettura Contemporanea. Innamoratasi di Alfieri durante le lezioni di Clemente Mazzotta, attratta dalle eccezioni e dalle minoranze, scrive combattuta tra due fuochi: Vittorio dalle labbra verdi e Lord Byron.

Ha frequentato alcuni corsi di perfezionamento per insegnanti e di alta cultura presso l’Università di Udine e la Fondazione Giorgio Cini di Venezia ottenendo una borsa di studio, ha lavorato in un ufficio farmaceutico e in alcune gallerie d’arte. Il 22 marzo 2001 a Torino ha sposato il poeta Marco Baiotto.

CMT/BM ha collaborato con “Il Convivio” (ideando una traccia di manifesto letterario in forma di decalogo) e con molte altre riviste e siti Internet, scrivendo recensioni e approfondimenti critici (complessivamente circa 200 contributi, prevalentemente su autori italiani contemporanei ma anche su autori classici come Carducci e stranieri come Hŏ Kyun); in qualità di collaboratore redazionale del periodico “Literary” è diventata giornalista pubblicista ed è rimasta iscritta all’albo del Friuli Venezia Giulia per diversi anni.

Ella elabora progetti di ricerca letteraria volti a una originale provocazione della modernità. Costanti della sua poetica: il voler dar Voce a chi la cui Vita non gli appartiene, l’umanità degli animali (suo primo ed eterno amore, i cani), l’animalità dell’uomo, la dimensione di solitudine e malattia cui è condannato il diverso tra i diversi.

Il 25 giugno 2007 ha adottato Glenn, protagonista di un ciclo narrativo che supera le 1600 pagine, e il 1° agosto 2011 il cagnolino Mughetto, al quale ha dedicato un diario in forma di epistolario.

CMT/BM ha scritto più di 20 libri ed è presente nell’Atlante Letterario Italiano – Le biografie (Libraria Padovana Editrice) e nell’antologia on line  Italian Poetry curata da Mondadori, Einaudi, Aragno e Biblioteca dei Leoni (www.italian-poetry.org: “Claudia Manuela Turco”).

Sue poesie sono state tradotte in inglese americano e greco moderno.

Il circuito della memoria

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Barcellona, 3 settembre 1973.

Felice Gimondi vince il Campionato del Mondo. E io perdo una scommessa con mio padre.

Ma, guardando e  imparando, vinco qualcosa che vale molto di più.

Ciao Felice

Il circuito della memoria

Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa significa vederla, ora soltanto, per la prima volta

                                                              C. Pavese, Il mestiere di vivere

 
Barcellona, metropoli vasta, fascinosa, capace di alternare esuberanze mediterranee a razionalità germaniche. Una rambla ti fa respirare miele e spezie come un vicolo di Casablanca, e, qualche metro oltre, ti si aprono di fronte prospettive di vetro e acciaio di grattacieli. Mi sento un po’ Don Chisciotte impegnato a sfidare i mulini a vento e un po’ Cristoforo Colombo pronto a sentire nel sibilo dell’aria l’eco di terre lontane. In realtà sono un turista per caso condotto qui dalla bizzarria degli scali di una compagnia aerea. Scaraventato qui come un bagaglio inviato a una destinazione sbagliata. Sballottato tra due estremi: da un lato la soddisfazione di poter girovagare per un pomeriggio intero in una città bellissima, dall’altro la fretta di arrivare alla mia meta reale, l’ansia di dare un peso e una ragione ad ogni passo.
Il settembre spagnolo è carezzevole e malinconico. Un flamenco lento, estenuato, si muove nella mente. Un ritornello immutabile orchestra i pensieri e mi porta, contro la mia stessa volontà, a mischiare presente e passato, desideri e ricordi.
Rivedo ora, nitida, una sequenza di immagini e suoni. Tre settembre 1973. Un televisore in bianco e nero, la voce cristallina di Adriano De Zan. L’essenza sonora del ciclismo, colta e popolare, impastata del fango della Parigi-Roubaix ma anche eterea, vibrante dell’ossigeno rarefatto delle vette dolomitiche. Tre settembre 1973, prova in linea del Campionato del Mondo. La sigla dell’Eurovisione mi attira come una calamita. Ho nove anni ma so già alla perfezione che quelle note hanno il potere di evocare magie, vittorie e sconfitte, il Messico, la Germania, il Brasile, Benvenuti, i pugni presi e dati, le braccia alzate al cielo e l’asciugamano gettato sul ring in segno di resa. Vittorie e sconfitte in grado di generare nuovi sogni.
Accanto a me, nel salotto della mia infanzia, è seduto mio padre. Giovane, forte, denti saldi e volto abbronzato. Sorride. Mi guarda e sorride, già pronto a un’immancabile sfida.
Partono i corridori. Inizio incerto, la confusione causata come sempre dalle nazioni meno esperte. Ma a Barcellona, nel Campionato Mondiale dell’anno 1973, il copione è scritto da un regista geniale e per nulla paziente. Dopo pochissimi giri, contro ogni pratica consolidata, contro ogni tattica studiata a tavolino, l’esito della gara è già deciso. I campioni delle squadre più forti sono da soli in fuga. Gli altri, dietro, non osano neppure sognare di abbozzare un inseguimento. Il mondiale dopo pochi chilometri è divenuto una lunga, lenta, torturante partita a scacchi. La scacchiera è circolare ed immensa, i giocatori sono quattro: Mercks, il cannibale, favorito sempre e comunque, il prototipo del vincente; Gimondi, bergamasco silenzioso capace di sorridere, abile a celare dentro di sé la fonte della sua voce e della sua forza; Maertens, il meno atteso, temibilissimo outsider, velenoso in caso di arrivo allo sprint; Ocaña, idolo del pubblico locale, spagnolo dalla schiena curva come un tornante dei Pirenei, costantemente a testa bassa come un toro sulla sabbia infuocata di un’arena.
Si studiano, i battistrada. Si conoscono a memoria ma non si perdono di vista un istante, cercano ognuno negli occhi degli altri una crepa, un’esitazione, un’incertezza. Una stilla in più che possa amplificare, facendo da specchio, la propria potenza, la sete di trionfo.
Sul divano del salotto, intanto, altri occhi si incrociano. Mi scruta mio padre, si gusta la mia agitazione. Lascia scorrere ancora qualche minuto, permette al silenzio di acquisire metri di vantaggio. Lo annulla immediatamente poi, in un sol colpo, facendo scattare fulminee le sue prime parole. Prevedibili, e tuttavia dirette allo stomaco, come un pugno, come una carezza.
– Sentiamo, chi vince secondo te? Lo guardo anch’io. Esito a rispondere. So che è un gioco, ma, come tutti i giochi autentici, estremamente serio. Vorrei dargli la risposta che si attende, quella che desidera. Alla fine però, ancora una volta, l’orgoglio prevale. So bene chi è il favorito, so che è bello vincere, qualsiasi cosa, e questo, nella mia mente di bambino, supera ogni barriera, cancella tutto il resto. Vorrei dire Gimondi, perché è italiano, perché è vicino a noi, parla la nostra lingua, ha la nostra espressione, la faccia simile a quelle che vedo nelle strade e nei bar del mio paese. Vorrei dire Gimondi ma dico Mercks, il belga che non perdona, che divora ogni traguardo, ogni avversario. Dico Mercks, anche se so che è il nemico da battere, l’uomo che non riesce a sopportare neppure mia madre, lei che di sport sa poco o nulla, abbastanza tuttavia per affermare che questo tipo che vince sempre le sta sullo stomaco. Ci penso, sento gli occhi di tutti su di me, la ruota dei secondi e dei minuti gira lenta.
– Mercks! Vince Mercks di sicuro! Alla fine la voce che mi esce dalla gola è quasi un grido. Urlo di battaglia che attraversa il terreno di un’infanzia che sta per sconfinare nell’adolescenza e cerca qualche metro di terreno solido su cui poggiare un fragile orgoglio. Mercks. Modello odiato ma vincente. Come mi sentivo io, in qualche modo. Contro tutto e tutti. Mercks, perché alla fine, ne ero certo, avrebbe vinto lui. Solo quello sarebbe rimasto. Mi sarei alzato con un sorriso ironico, quasi altrettanto bianco e saldo di quello di mio padre, avrei allargato le braccia con trionfale nonchalance, e mi sarei chiuso alle spalle la porta di camera mia. Avrei atteso la fine della sigla dell’Eurovisione, mi sarei infilato le cuffie e mi sarei gustato la rabbia ritmata di un po’ di rock acquistato clandestinamente, duro e graffiante come le pedalate del cannibale.
Il bianco e nero del televisore sfuma l’azione, pare quasi rallentarla. Sembra di assistere alla passeggiata di Armstrong sul suolo lunare. Si tratta invece del procedere cadenzato delle gambe, l’interminabile roteare. Si avvicinano al traguardo con la lentezza di una navicella che approccia metro dopo metro la meta di un satellite agognato per anni. Gimondi si piazza alla ruota di Mercks. Forse per provare a innervosirlo, forse per antica abitudine. Sorrido. La mia certezza sull’esito della gara è assoluta.
Commenta l’andamento della corsa, mio padre. Come un pugile mi lavora ai fianchi. Osserva i primi piani degli atleti. Sostiene che Ocaña è troppo teso, messo fuori combattimento dalla responsabilità di correre in casa. Maertens è forte, prosegue, ma non ha personalità a sufficienza per vincere una gara di questa importanza. Restano Mercks e Gimondi, conclude. Dopo la consueta pausa piazza l’affondo finale. Esclama, con un riso nasale, che sta meglio Gimondi. È più in forma secondo lui. Ne è certo. Pronto a scommetterci.
Provo a rispondere al riso con un contrattacco. Cerco di ghignare anch’io, ma la tensione accumulata fa sì che mi esca dalla gola un suono che vibra quasi di pianto. Rabbia, frustrazione, non ne ho idea. So solo che accetto la sfida. La accetto e rilancio: mi dichiaro sicuro che il belga vincerà per distacco.
– Quando vuole resta da solo. Per ora gioca come il gatto con il topo. Tra poco però vedrai che scatta e non lo prendono più. È il più forte di tutti.
Un sibilo, un sussurro. Non so neppure se queste parole le ho pronunciate realmente o le ho solo pensate, se ho lasciato che il loro senso e il loro suono percorresse senza tregua la mente.
De Zan inizia a riassumere l’andamento generale della gara e propone scenari possibili per il finale. Il traguardo, chilometro dopo chilometro, si avvicina, è ipotesi concreta ora, miraggio che, nella nebbia luminosa del televisore, assume consistenza. La telecamera indugia sui volti dei fuggitivi, li va a cercare uno per uno, spietatamente innocente, scava nelle speranze, nelle paure, nelle espressioni strette nella morsa di fatica e grinta, volontà e rassegnazione, agonismo e fatalismo. Ocaña è spento: un soldato pronto al sacrificio ma ignaro di vittoria. Maertens possiede il brio di chi non ha nulla da perdere, danza sui pedali come un ragazzo che torna a casa dopo ore di scuola. Mercks è una maschera impenetrabile. Serio, apparentemente sereno. Solo una goccia di sudore in più percorre la fronte liscia e bianca di squalo. Gimondi sorride ancora. L’angolo della bocca si allarga in un’ironia densa, concentrata. Scivola liscio sull’asfalto, leggero, compatto. Non molla un istante la scia del pescecane. La groppa del quieto cavallo dei Monti Orobici è diventata schiena guizzante di delfino.
La campana che annuncia l’inizio dell’ultimo giro sveglia me e i corridori da un torpore ipnotico. Inizia il valzer conclusivo. Ogni pedalata da questo momento in poi, ogni gesto, ogni pensiero, stabiliranno l’esatta distanza tra sogno e realtà. Il gruppo alle spalle è lontano, fuori portata, nessun pericolo di riaggancio in extremis. Il titolo andrà a uno degli uomini in fuga, a chi saprà staccarsi magari con uno scatto da finisseur. Chi saprà infilarsi nell’esile fessura lasciata aperta per un attimo dagli avversari e dal tempo. Provare l’assolo tuttavia è un azzardo. Ogni energia è preziosa in caso di arrivo in volata. Un tentativo solitario espone al vento e al ritorno rabbioso degli altri. È preferibile restare a ruota, giocare a difendersi, rintuzzare gli attacchi eventuali di chiunque osi uscire di traiettoria alzandosi sui pedali.
Danzano, i battistrada. Disegnano ampie volute sul grigio dell’asfalto. Dopo aver percorso decine di chilometri in linea retta, paiono divertirsi ora a dipingere arabeschi. Ogni giro soffice di manubrio è un’esca, un invito all’avversario che segue a tentare la fuga, a bruciarsi nel vento. Troppo esperti però, troppo consci ciascuno del valore degli altri. Solo qualche abbozzo, qualche breve scatto simulato per saggiare la qualità e l’intensità delle reazioni. Niente di più. Sarà la volata a decidere.
Mi giro di lato facendo attenzione a nascondere un sorriso compiaciuto. Pregusto la zampata finale. Non ricordo di avere mai visto Mercks lasciare un traguardo agli altri compagni di fuga. Neppure nelle gare di contorno, neanche nelle competizioni minori. Figuriamoci in un campionato del mondo. La volata di un gruppetto, meno di una manciata di corridori, è l’ideale per lui. Regolerà tutti anche stavolta. Mio padre tace. Il suo sguardo ora è più teso, meno strafottente. Prepara la volata anche lui. La sua bocca si serra, assume la forma arcuata della schiena di Gimondi, ne segue l’oscillare, le scosse, le contrazioni. Avvicino la poltrona al televisore quasi a voler sopravanzare anche in questo il mio avversario. Scatto verso il traguardo, come, tra breve, farà anche il cannibale.
Rettilineo finale. Largo, sconfinato. Entrano in azione le telecamere fisse. Dalla cucina, con incredibile tempismo, appare mia madre. Si piazza alle spalle di mio padre, una mano sul bracciolo e una sulla sua spalla. Mio padre si volta un istante verso di lei, con frasi concise le riassume la gara e la prepara alla conclusione imminente. Istanti di silenzio totale. Non un suono in casa né in strada. Non una macchina, una moto, un viandante che fischietta una canzone. Tacciono i gatti nel giardino di fronte. È muto perfino il vecchio frigorifero.
Parte Ocaña, la mossa della disperazione. Tentativo suicida di chi attende la pugnalata per poter giacere sereno con la malinconia della sconfitta. Controscatto di Maertens. Alla sua ruota il suo connazionale, Mercks, proprio lui. Maertens conferma di non avere timori reverenziali. Prosegue furioso lo scatto. Si stacca. Si stacca. Resta indietro, il cannibale. Inghiottito dall’asfalto, dalla fatica, dalla mancanza di ritmo, di potenza. Viene risucchiato, per forza di inerzia, perfino da Ocaña. Solo Gimondi tiene il passo di Maertens. Risponde ai guizzi con una progressione fluida, inesorabile. Sorride Gimondi, denti bianchi e saldi, nell’istante in cui supera il belga di slancio e taglia il traguardo per primo. Quietamente, immensamente trionfante.
Salta sulla poltrona mio padre. Un abbraccio caldo e fulmineo a mia madre, poi, di scatto, la testa rivolta verso di me. Inghiottito dalla poltrona, dalla sorpresa, dall’umiliazione, sento lacrime calde come sudore che mi scendono sulla faccia. Ride. Ride fragorosamente. Mia madre è sorpresa in un primo momento, poi, una volta scoperto il motivo del pianto, sorride ironica anche lei.
Sparisco rapido all’interno della mia camera. A ripercorrere i metri finali, a rimuginare il mistero di un colpo di pedale mancato, un verdetto che non ammette repliche.
Ora, scosso dalle ondate del ricordo, cammino da solo lungo questo viale. Lo immagino limitato da transenne, colmo, ai lati, di una folla festante. È qui che, oltre trent’anni fa, si è svolta la memorabile volata. Su questo asfalto, sulle rughe coperte adesso da un manto liscio, nuovo. Provo a visualizzare la direzione, le distanze. Cerco di stabilire in quale punto esatto fosse posto il traguardo. Impresa ardua.
Tutto è cambiato. Mancano punti di riferimento fondamentali. Tutto è cambiato. Il tempo, passista inesorabile, ci ha raggiunti e superati. Mio padre non è più robusto e abbronzato. Sorride, ora, con occhi quasi timidi che ammiccano alla fine, al traguardo cupo, senza abbracci di sole. È cambiata ogni cosa. Anche in me. Oggi so apprezzare la schiena salda e il passo regolare. So esaltare la capacità di Gimondi di essere campione nell’epoca di un mostro, gigante nell’era di un gigante. So apprezzare l’arte di restare alle spalle, eterno secondo, per poi, in un pomeriggio di settembre, trasformare le attese e le delusioni in un orizzonte iridato. So apprezzare il sorriso tenace del corridore, e il sorriso di affetto dell’uomo seduto a fianco a me sul divano. La forza del gioco, la sfida che invita a crescere, a lottare.
Forse non è troppo tardi. Se ci mettiamo d’accordo, se sappiamo parlarci, se ci diamo cambi regolari, possiamo riprenderlo. Possiamo riagganciare il tempo andato in fuga con un ghigno di sfida. Possiamo percorrere assieme ancora molti chilometri, sentire lo stesso vento sulla faccia, vedere insieme, con la coda dell’occhio, panorami illuminati da un riflesso di luce. Procedere ruota a ruota, spalla a spalla, senza rabbia, senza lacrime mute e sorrisi di acciaio tagliente. Riprendere il fuggitivo. Superarlo, guardarlo in faccia e sorridergli assieme mostrandogli di non temerlo più, di avere energia e volontà per reggere il passo.
Pedalare appaiati, io e lui, senza chiederci più chi sia Gimondi e chi Mercks, chi abbia torto e chi ragione, chi sia il primo e chi il secondo. Assieme, salite e discese, aria e respiro. Arrivando gradualmente ognuno al proprio traguardo, braccia alzate in segno di saluto. Senza prevaricazione, guardando la strada di fronte e, per qualche attimo, il cielo.
Verso il traguardo. La linea finale che, anche adesso, non trovo. Non riesco a individuarla, e, a ben pensare, è bello che sia così. Non c’è. Non c’è, su questo viale di Barcellona come sul rettilineo ideale della vita, alcun segno tangibile in grado di porre un limite al ricordo, all’affetto, alla memoria. Si può ripercorrere all’infinito il circuito del tempo, assaporando la malinconia, il dolore, la gioia, la volontà di cambiare, mutare il ritmo della pedalata. La sorpresa di una vicinanza riscoperta, rivissuta, ripartita di slancio con un sorriso placido, formidabile. Felice Gimondi che, contro ogni logica, contro ogni attesa, supera tutti e vince in volata.
 Felice Gimondi le grand tacticien toujours à l ' affût du bon moment pour attaquer

Il discepolo del serpente

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Ho avuto modo di tradurre nei mesi scorsi, per conto della Eiffel Edizioni , il romanzo Il discepolo del serpente, di Deborah Stevens.
Si tratta di un libro che spazia, con meccanismi narrativi originali e coinvolgenti, tra realtà e immaginazione.
Tutta la vicenda narrata è frutto della fantasia dell’autrice, eppure, in virtù di un’accurata e appassionata capacità descrittiva, la trama ci conduce sulle tracce di eventi costantemente sospesi sul filo sottile e tagliente che lega il passato al presente ed il presente ad un futuro minaccioso, ipotetico ma non per questo meno cupo e potenzialmente micidiale, proprio in virtù di quella verosimiglianza che l’autrice ha saputo e voluto racchiudere in ogni sua pagina.
I luoghi descritti sono quelli a noi ben noti: l’Italia delle meravigliose bellezze artistiche ma anche delle stanze oscure che celano misteri e giochi di potere, santità e corruzione.
Di questi contrasti si nutre questo thriller di un’autrice americana che con questo suo libro d’esordio ha già saputo guadagnarsi significativi riconoscimenti e l’attenzione della critica e del pubblico.
Oltre al fascino del mistero, svelato gradualmente e dopo innumerevoli peripezie, è interessante per noi lettori italiani anche osservare lo sguardo di una scrittrice che, pur vivendo oltreoceano, grazie alle sue radici italiane e grazie al suo amore per l’arte e la cultura italiana, sa illustrare i misteri e le trame criminose di casa nostra con un’ottica lucida ed esterna che è allo stesso tempo estremamente acuta e appassionata.   
Il libro è acquistabile sul sito della Eiffel edizioni

a questo link:

http://www.edizionieiffel.com/
Oppure tramite le seguenti modalità:
sul sito
- www.eiffelhouse.it
su
- Amazon.it ( per i lettori italiani)
- Amazon.com ( per i lettori di lingua italiana – Stati Uniti )
- Amazon.ca  ( per i lettori di lingua italiana – Canada )
su
- IBS ( Internet book shop spa) 

Si può inoltre richiedere nelle librerie fiduciarie indicate nel sito : www.edizionieiffel.com in primis e in tutte le altre librerie italiane.

È acquistabile infine anche in contrassegno formulando la richiesta e fornendo le relative informazioni a : info@edizionieiffel.com 
Il Discepolo del Serpente €19.00
Il Discepolo del Serpente

di Deborah Stevens

Il Discepolo del Serpente è un thriller della cospirazione: una strisciante insidia, ricorrente nei secoli, minaccia di prendere possesso della Chiesa Cattolica e di usarla per creare un Nuovo Ordine Mondiale. Pietro Romano, Gran Maestro della loggia massonica segreta nota come Propaganda Due, mette in azione il complotto per uccidere il papa e controllare i più potenti governi del mondo attraverso la Chiesa.

€ 19.00

copertina Il discepolo del serpente

Aletta Il discepolo del serpente

 

 

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Deborah Stevens è figlia di Albert, emigrante italiano che ha sposato Anna Bonderchuk, il cui padre è emigrato a sua volta dall’Europa orientale. Da ragazza sentiva spesso parlare italiano e russo. Cresciuta nei pressi di Detroit, ha frequentato la Michingan State University dove si è diplomata in arredamento d’interni. Dopo il college si è spostata a Traverse City, (Michingan) per vivere in una fattoria che produceva prevalentemente frutta. Dopo aver avuto il suo secondo figlio, si è trasferita con la famiglia nel Minnesota. Fin da piccola ha sempre coltivato il sogno di scrivere libri.  Mettendo da parte i dubbi iniziale, ha pubblicato il primo romanzo, Il discepolo del serpente, che ha vinto sei premi.

Pinnacle Book Achievement Award, vincitore, categoria Thriller

Book Excellence Awards, Premio per l’eccellenza del libro

American Fiction Awards, vincitore, categoria Thriller religioso

Best Book Awards, finalista, categoria Fiction generale

Great Midwest Book Festival, menzione d’onore, categoria Fiction

International Book Award, Finalista, Categoria Fiction Religiosa

Ora, dopo aver completato il sequel di The Serpent’s Disciple, sta lavorando al terzo libro della serie. Ha altri progetti, tra cui anche un libro di saggistica.

Recours au Poeme – poesie da “La creta indocile” in versione bilingue

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Recours au Poeme – poesie da “La creta indocile” in versione bilingue

POSTATO IL 

Alcuni miei testi tratti dal libro “La creta indocile” sono stati tradotti in francese, una lingua che amo.
Qualcuno potrebbe obiettare che se mi avessero tradotto in un dialetto eschimese direi che è il mio dialetto preferito.
Vero!
Però il francese mi piace veramente.
Specialmente nella traduzione accurata ed empatica che Marilyne Bertoncini, che ringrazio molto, ha curato per Recours au Poeme

https://www.recoursaupoeme.fr/ivano-mugnaini-extraits-de-l…/

 

 

Accueil> Ivano Mugnaini, extraits de La Creta indocile

Ivano Mugnaini, extraits de La Creta indocile

Par Marilyne Bertoncini| 4 juin 2019|Catégories : Essais & Chroniques

Poèmes extraits de La Creta Indocile (L’argile indocile),
choix et traduction par Marilyne Bertoncini

 

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La speranza di settembre

Ora che sono finiti gli spunti antichi

e le idee adeguate annotate con cura

hanno ridisceso scale di ferro

senza ringhiera, ora che l’afa

lascia spazio alla sera, sarebbe tempo

di scrivere solo del tempo,

come un naufrago che si innamora

dell’acqua che lo strangola e si abbandona

a un abbraccio infinito.

Sarebbe tempo di percorrere le strade

dei perché lasciando a casa le borse

dei come, cercare una voce, una chiave

nelle ossa spezzate dei cani, nella carne

di ghignanti puttane. Sarebbe tempo,

se il tempo non fosse fragile, imperfetto,

regolato da cronografi tarati male, ancora

soggetti a salti e arresti, orgogli e terrori,

costretti a fare algebra dell’aritimetica,

sbagliando i teoremi più elementari,

contenti, in fondo, di fallire gli schemi,

le basi, le proporzioni, felici

di sprecare un’altra estate fingendo di studiare

o lavorare, per poi tornare

al primo giorno di scuola, assetati,

immutabilmente, finché sussiste

la speranza

di settembre

 

Espérance de septembre

 

Désormais finis les antiques goûters

et les bonnes idées notées soigneusement

ils ont redescendu des échelles de fer

privées de rampe, maintenant que la canicule

laisse sa place au soir, il serait temps

de n’écrire qu’à propos du temps,

comme un naufragé qui s’éprend

de l’eau qui l’étrangle et s’abandonne

à une étreinte infinie.

Il serait temps de parcourir les rues

des pourquoi laissant à la maison les sacs

des comments, chercher une voix, une clé

dans les os brisés des chiens, dans les chairs

de putains ricanantes. Il serait temps,

si le temps n’était fragile, imparfait,

réglé par des chronographes mal calibrés, encore

sujets à des sauts, des arrêts, orgueils et terreurs,

contraints à faire de l’algèbre avec l’arithmétique,

mélangeant les théorèmes les plus élémentaires,

satisfaits, au fond, de rater les projets,

les bases, les proportions, heureux

de gâcher un autre été à feindre d’étudier

ou de travailler, pour retourner ensuite

au premier jour de classe, bien mis,

immuablement, tant que demeure

l’espérance

de septembre.

 

Il non amore

 

Forse proprio quando comprendi meno

scorgi una fessura, ed è consolazione

sapere che niente si apre, nessuno

squarcio di luce ; di nuovo tace il corpo

e solo il tempo si muove assieme al sangue

intravisto in fotogrammi ingurgitati

assieme a un piatto di cibo che scordi

prima di averlo metabolizzato.

Tra foga e vomito, fame e apatia,

diventi silenzio che ti strozza senza rabbia,

passato che non sai scacciare.

E perdi il senso dello sguardo, la mano,

il sudore, la voce che si insinua nella gabbia

e la frantuma, bocca spalancata, schiuma

di folle che sa bene quanto sia amaro

il non amore.

 

 

Le désamour

 

Peut-être justement quand tu comprends le moins

surgit une fissure, c’est une consolation alors

de savoir que rien ne s’ouvre, aucun

rai de lumière : le corps de nouveau se taît

et seul le temps se meut avec le sang

entrevu dans des photogrammes avalés

avec un plat de nourriture que tu oublies

avant de l’avoir métabolisé.

Entre fougue et nausée, faim et apathie,

devenu silence qui t’étrangle sans colère,

passé que tu ne sais chasser.

Et tu perds le sens de la vue, la main,

la sueur, la voix qui s’insinue dans la cage

et la fracasse, bouche béante, écume

de folie qui sait combien amer

est le désamour.

 

Il grado zero

 

Arriva un momento in cui tutto ciò

che rimane è attesa, sospensione,

grado zero della vita. Diventa colpa,

allora, perfino muovere le dita goffe

della speranza, dirigere il cuore verso

l’idea di un cielo arioso, un morso

di pane, una briciola, un sorso residuo

di vino.

Ma più colpevole e più tenace è

l’udito, fisso sul legno della porta,

inchiodato, crocifisso, appeso

a un battito, un tocco ansioso,

incerto, furtivo : forse il tonfo,

l’incedere cieco del destino ;

forse il calore, sincero, di una mano.

 

 

Le degré zéro

 

Il arrive un moment dans lequel tout ce qui

reste est attente, suspens,

degré zéro de la vie. Et devient une faute,

alors, même bouger les doigts maladroits

de l’espérance, diriger le coeur vers

l’idée d’un ciel dégagé, une bouchée

de pain, une miette, le reste d’une gorgée

de vin.

Mais plus coupable et plus tenace

l’ouïe, fixée au bois de la porte,

clouée, crucifiée, suspendue

à un battement, un coup anxieux,

incertain, furtif : peut-être le bruit sourd,

l’aveugle démarche du destin :

peut-être la chaleur, sincère, d’une main.

 

 

 

Un raggio più tenace

 

Perfino l’aria, elemento vitale,

si fa scommessa, rischio,

peccato mortale. È il giorno

dell’attesa, sospende il battito

tra attrazione e paura. Andare

alla finestra, alla luce del sole, dovrebbe

essere impulso, palpito delle vene.

È diventato dubbio, riflessione :

il bilancio del dare e dell’avere,

la distanza tra il divano e il davanzale.

Si siede la pena al mio fianco, ed è

gentile, quasi gioviale. Mi copre

con un abbozzo di abbraccio la vista

del vetro assolato. Resto seduto,

comodo, stordito. Il gelo nella carne

è carezza, la stanchezza è dolce :

sapere di non volersi muovere,

restare alla portata delle sue dita.

Ma c’è un raggio più tenace, diretto

da trame arcane di mura e rami.

Arriva a toccare la gamba, l’avvolge,

la scalda, la sfiora. Riesco ad alzarmi,

a camminare, verso i voli del cuore.

 

 

 

 

Un rayon plus tenace

 

Même l’air, élément vital,

devient pari, risque,

péché mortel. C’est le jour

de l’attente, suspendu le battement

entre attraction et crainte. Aller

à la fenêtre, à la lumière du soleil devrait

être impulsion, palpitation des veines.

C’est devenu doute, réflexion :

le bilan du donner et avoir,

la distance entre divan et fenêtre.

La douleur s’assied à mon côté, elle est

gentille, presque joviale. Elle me couvre

d’une ébauche d’étreinte la vue

du verre ensoleillé. Je reste assis,

à l’aise, étourdi. Le gel dans ma chair

est caresse, la fatigue est douce :

savoir qu’on ne veut pas bouger,

rester à la portée de ses doigts.

Mais il y a un rayon plus tenace, venu

de trames archaïques de murs et de rameaux.

Il parvient à toucher la jambe, l’entoure,

la chauffe, l’effleure. Je parviens à me lever,

à marcher, vers les envols du coeur.

 

 

 

Folli e strani castori

 

Facendo due rapidi conti, se diamo

al cupo albergatore tutto il denaro

messo da parte per l’affitto mensile

della casa oggi lontana, e gli consegniamo

con gesto ilare e breve le nostre carte

di credito legate a conti correnti

già quasi sfiatati, potremmo restare

qui, sulle sponde di questo lago

incantevole e sperduto, per un totale

di giorni ventidue, stanza con balcone,

colazione e vista compresi nel prezzo.

Staremmo qui, abbracciati nel letto,

guardando il sole e il cielo, il mistero

che si insegue sfiorando il verde del bosco

e l’azzurro dell’acqua. Saremmo nuvole,

e coglieremmo forse in un istante

il codice del vento, la corrente che ferisce

e sostiene, l’aria muta che osserva e passa,

come un alito, un brivido, la vita.

L’ultimo giorno scivoleremmo silenziosi,

ancora abbracciati, dal fresco della camera

al profondo del lago. Solo un rapace ci vedrebbe,

e capirebbe il senso, il cammino, o forse

ci scambierebbe per folli e strani castori,

prima di virare, indifferente, verso

il suo tratto libero di cielo.

 

 

Castors étranges et fous

 

Faisons deux comptes rapides, si on donne

à l’aubergiste sombre tout l’argent

mis de côté pour le loyer mensuel

de la maison lointaine aujourd’hui, si on lui donne

d’un geste hilare et bref nos cartes

de crédit liées à des comptes courants

déjà presque épuisés, on pourrait rester

ici, sur les rives de ce lac

enchanteur et perdu, pour un total

de vingt-deux jours, chambre avec balcon,

collation et repas compris dans le forfait.

On resterait ici, embrassés dans le lit,

à regarder le soleil et le ciel, le mystère

qu’on poursuit effleurant le vert du bois

et l’azur de l’eau. On serait nuage,

et on saisirait peut-être en un instant

le code du vent, le courant qui blesse

et soutien, l’air muet qui observe et passe,

comme un souffle, un frisson, la vie.

Le dernier jour on glisserait silencieux,

toujours embrassés, de la fraîche chambre

au profond du lac. Seul un rapace nous verrait,

et comprendrait le sens, le cheminement, ou bien

nous prendrait pour des castors étranges et fous,

avant de virer, indifférent, vers

le bout de ciel où il est libre et seul.

 

 

 

 Un altro giorno

 

Ti amo quando sei semplice,

quando ti sai stupire per il sorriso

di un gatto, il riflesso di un raggio

di sole, un colore, le luci di Natale,

tutto ciò che io non so e non voglio

vedere. Perso nella mia ragione, resto

a bocca aperta ogni volta che il tuo sguardo

arriva là dove mai sarei potuto entrare,

senza di te, senza gli occhi e le mani

di una donna che ha la mia stessa età

e sa ancora essere bambina, sognando

i Re Magi e la Befana, la neve e il sole,

la stella e una fiaba di mille notti

indiane strette in un abbraccio senza fine.

Una bambina che al momento giusto

sa darmi lezioni di saggezza e di filosofia,

quando mi getto ad occhi chiusi tra i sassi

di un pensiero senza linfa. E non c’è

stella cometa che mi possa salvare

o indicare la strada. Solo il tuo corpo,

le tue dita, il tuo sguardo d’amore

che chiede al giorno solo un altro giorno,

e alla vita la nostra stessa vita.

 

 

Un autre jour

 

Je t’aime quand tu es simple

quand tu sais t’émerveiller du sourire

d’un chat, du reflet d’un rayon

de soleil, d’un couleur, des lumières de Noël,

de tout ce que je ne sais ni ne veux

voir. Perdu dans mes pensées raisonnables, je reste

bouche-bée chaque fois que ton regard

arrive là où jamais je n’aurais pu entrer,

sans toi, sans les yeux et les mains

d’une femme qui a mon âge

et sait encore être une enfant, rêvant

des Rois-Mages et de la Befana, la neige et le soleil,

l’étoile et une fable des mille et une nuits

indiennes serrées dans une étreinte infinie.

Une enfant qui au bon moment

sait me donner des leçons de sagesse et de philosophie,

quand je me jette aveuglément entre les cailloux

d’une pensée dépourvue de sève. Et il n’est

étoile comète qui me puisse sauver

ou indiquer la route. Seul ton corps,

tes doigts, ton regard amoureux

qui demande au jour seulement un autre jour,

et à la vie seulement notre vie.

 

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.

 

 

Marilyne Bertoncini

mm

Marilyne Bertoncini, co-responsable de la revue Recours au Poème, docteur en Littérature, spécialiste de Jean Giono, collabore avec des artistes, vit, écrit et traduit de l’anglais et de l’italien. Ses textes et photos sont également publiés dans des anthologies, diverses revues françaises et internationales, et sur son blog :   http://minotaura.unblog.fr.

 

La parola e il sogno

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La parola e il sogno
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Ripubblico volentieri un articolo originariamente uscito su Carteggi Letterari, rivista on line a cui altrettanto volentieri collaboro, https://www.carteggiletterari.it/2019/06/12/sogniloqui-di-stefano-taccone-iod-edizioni-2018-recensione-di-ivano-mugnaini/
Parla di un agile ma interessante libro che con divertita e serissima lievità si avventura nel regno dell’onirico, del bizzarro, dell’improbabile ma assolutamente vero, o verosimile: la vita, o la sua immagine riflessa in uno specchio.
Buona lettura, se potete e volete.
Buona estate a tutte e a tutti, IM

 

SOGNILOQUI di Stefano Taccone, IOD Edizioni, 2018 – recensione

Esiste un tipo di narrativa che, sul modello della filosofia, ma anche della musica e di altri ambiti artistici che mettono in connessione la ragione e l’immaginazione, esplora le zone di confine e si nutre di contrasti, ambivalenze ed ossimori oggettivi e concettuali, in seguito ristrutturati e restituiti, mutati, trasformati nel senso e nell’essenza.
Ciascuno ha in mente modelli rappresentativi e in qualche modo emblematici di questa tendenza espressiva che spazia dalle arti figurative a quelle in apparenza disgiunte dalla materia tangibile. Nei racconti di questo suo recente volume, Stefano Taccone ha avuto il merito, o forse l’istinto, di seguire la propria strada, un sentiero autonomo e sui generis, nel senso migliore del termine. Ha dosato gli “ingredienti” di questa mistura senza seguire alla lettera le dosi indicate nelle ricette e senza preoccuparsi troppo dei tempi, delle quantità e delle indicazioni di massima contenute nei volumi di riferimento.
Il prodotto di tale “esperimento”, condotto con divertita ma attenta cura, è un volume agile e godibile, gradevolmente spiazzante, come certe facciate barocche, lievi e tuttavia solide, giocose e in qualche modo cupe e solenni, come la vita. L’impressione è che l’autore abbia scritto questo libro con un sorriso serissimo. Come uno studioso che cerca modi per stupire, o almeno per spiazzare il proprio referente, ma allo stesso tempo è concentrato affinché tutto, anche l’incredibile e l’assurdo, anzi, soprattutto l’incredibile e l’assurdo, risultino assolutamente credibili. Veri, o talmente fittizi da essere o sembrare (che differenza fa?) più veri del vero.
Il titolo, come spesso accade, è una potente calamita, e, in una certa maniera, una prima chiave, seppure anch’essa volutamente storta, sghemba, al punto che non si comprende bene quale sia il lato giusto, o se vi sia un solo modo per adoperarla, o nessuno, o tutti insieme. “Sogniloqui” è una parola complessa e composita, adeguata vetrina, questo è certo, per i racconti a cui fa da titolo. Sogni ed eloqui, o soliloqui, o semplicente “loqui”, ossia, forse, un modo con cui dare voce ai sogni, parlarne, o lasciarli parlare. I sogni, intrinsecamente irrazionali, sfuggenti, incoercibili, vengono messi a confronto, incasellati, incanalati tra le pareti del linguaggio che, di per sé, per poter avere un senso e una funzione deve al contrario seguire schemi, regole, codici univoci. Da questo attrito, da questo costante braccio di ferro tra le due istanze contrapposte, nasce il carattere bizzarro e tuttavia lineare delle tranches de vie descritte da Taccone.
Se fossero quadri, questi racconti, verrebbe fatto di pensare a Dalì, a quegli orologi molli, liquefatti, a quei numeri tanto precisi da rimanere leggibili anche dopo il dissolvimento dei colori e dei contorni. Identici in apparenza ma in un tempo altro, in una logica altra. Sarebbe interessante calcolare quante volte, nei racconti di Soliloqui, compaiono riferimenti, diretti o indiretti ai numeri, al calcolo di distanze, misure, quantità. Siamo di fronte ad una specie di aritmetica della follia, o della bizzarria, del sublime irrazionale che tuttavia pretende di essere misurato al millimetro, come per un vestito sartoriale, o per una solenne e sarcastica cassa da morto. E il funerale non si sa bene di chi sia: se della logica o della pazzia, del tempo, della pretesa dell’uomo di trovare un senso, una direzione, una formula riassuntiva e risolutoria del caos di cui è parte integrante ma forse neppure essenziale.
I numeri ci accompagnano passo dopo passo, come ombre ghignanti, dalla prima all’ultima pagina. Fin dal primo racconto, dal titolo umoristicamente raggelante, “Tagliatelle millimetrate”. Una vicenda in cui il protagonista ha come grido di battaglia “Misuro tutto!”. Lo confessa o forse se ne vanta, o, anche in questo caso, entrambe le cose simultaneamente. Forse è il personaggio che l’autore teme di essere o di diventare, oppure, semplicemente, come Dante, opportunamente citato nel racconto, è il primo adeguato Cerbero di se stesso che subisce la pena del contrappasso per la colpa ineluttabile dei suoi personalissimi “sogniloqui”.La letteratura si fa specchio di uno specchio che forse è la vita. E resta il dubbio, essenziale, fondamentale, riguardo alla deformazione di quella superficie riflettente. Se sia connaturata, ossia propria delle cose osservate, o se abbia origine nella mente e negli occhi di chi osserva il mondo, pensandolo, potremmo dire generandolo attraverso il pensiero.
Il pensiero e la parola. Il racconto iniziale del libro si conclude con “La prova è finita!”, e poco più oltre “Il supplizio è finito! Sospiro di sollievo!”. Vengono alla mente Pirandello, Beckett, e tutta la schiera di scrittori e drammaturghi che hanno usato la parola per esprimere lo scardinamento mentale e sociale, l’emergere dell’assurdo non come occasionale emergenza ma come condizione costante e immutabile. La parola dunque è supplizio, ma anche il solo modo per esprimere tale oppressione e forse perfino per uscirne, osando guardarsi vivere, avendo tale coraggio.
Il linguaggio utilizzato in questo libro riflette adeguatamente le antinomie a cui si è fatto cenno: a brani elegantemente fluidi e cadenzati fanno da contrappunto passaggi scabri, come se l’urgenza espressiva aggredisse i personaggi, le loro voci e i loro pensieri. L’umorismo aggiunge alla dicotomia ritmica quella del senso e del significato, la connotazione e la denotazione, il sentimento del contrario. Tutto, senza irriverenza, ma con giocosa serietà, entra nel vortice dell’umorismo:  ilterzo racconto ha per titolo “Girella cumana” e la Sibilla, a suo modo, sorride anche lei. Ed è interessante l’ingresso dell’arte figurativa nell’ambito della scrittura e della dimensione autobiografica nella finzione. Lo spunto e il mezzo sono le interazioni, i filtri e le modulazioni necessarie per rendere il tutto allo stesso tempo reale e fittizio, cronaca e metafora. “La scena a cui ho appena assistito – scrive Taccone – mi ricorda un’opera, Fermare il loop, realizzata da un mio amico artista – Luigi Urso, in arte Ur5o – quasi dieci anni fa per una mostra collettiva che curai a Milano”. Sia il titolo della mostra a cui si fa riferimento sia l’unione tra arte e vita risultano in qualche emblematici, o almeno ampiamente rappresentativi, non solo del sapore del racconto specifico ma dell’intero libro.
Molti racconti hanno un che di kafkiano, in senso ampio ma non meno aspro. Il racconto “Girella cumana” si chiude anch’esso con una fuga e con il sollievo che si prova quando tutto ha fine, quando l’incubo finisce: “Non mi resta che alzarmi del letto, prepararmi e scendere giù al palazzo, affinché possa mettere fine, forse, a tutta questa sequela di misteri”. Probabilmente la sequela di misteri è il succo del discorso, forse dell’esistenza stessa, la ricerca di un senso che senso non ha. Siamo già scarafaggi; e il processo, per cose che non conosciamo e che non sappiamo di avere commesso, non ha un inizio e neppure una fine. Ci si risveglia da un incubo e in realtà è lì che il vero incubo inizia.
Forse (ed è necessario sottolineare ancora una volta la natura ipotetica dell’affermazione), una chiave, una sintesi, uno squarcio interpretativo potenziale, è racchiuso nel secondo paragrafo del racconto “Rete negli occhi”. In una serie di domande e in una descrizione oggettiva: “Cosa è successo? Mi stropiccio gli occhi ma non va via! Quel piano ottico rimane intonso! Che fare? Ben presto mi accorgo che c’è anche una freccetta, come quella che azionerebbe un qualsiasi mouse da computer, e con la forza del pensiero posso portarla dove desidero”. Un efficace ritratto del nostro tempo, della condizione attuale. Nessuna risposta se non la possibilità di spostare il fulcro dell’informazione, o meglio della ricerca di informazione, quell’intertestualità che non di rado è immensa varietà senza alcun porto certo, interminabile viaggio circolare in un mare di mondi possibili tutti veri e tutti fittizi. Al punto che, poco più avanti, un paio di pagine oltre, la voce narrante ci confessa di non essere più certo neppure di avere una testa, delle braccia e delle mani. L’incubo è accorgerci di essere noi stessi una rete nella rete, soggetti a virus che, agevolmente, da informatici diventano fisiologici, attaccano direttamente i nostri tessuti, la nostra presunta essenza reale. E sempre di più, se noi assomigliamo ai nostri computer, le macchine assomigliano a noi. “Il suo portatile è stranissimo”, si osserva a pagina 39, e la sovrapposizione tra la persona e il personal computer è assoluta. I tessuti corporei e i circuiti diventano una cosa sola, arrivano a corrispondere.
Le soluzioni, o almeno le vie di fuga e di potenziale salvezza, sfociano nel mare immaginario, futuro e futuribile, di un’eventuale evacuazione collettiva, o nel rifugio estremo, quello della consapevolezza di essere sull’orlo di un baratro che è allo stesso tempo ecologico ed etico. La presa di coscienza che “Edenlandia” in realtà è un nome grottesco dato ad un potenziale Inferno può condurre ad una reazione salvifica, in senso stretto e in senso lato.
Una delle caratteristiche di maggior rilievo di questo libro è la capacità di far riflettere su temi importanti con una deliberata leggerezza, senza pedanterie e senza proporre panacee più o meno miracolose o miracolistiche. Taccone esplora il surreale per parlare del reale, il grottesco per far sì che dallo specchio, magari nel bel mezzo di un riso, ci compaia un’immagine del degrado in cui rischiamo di adagiarci, compiaciuti, ilari e smarriti. Questi racconti affabulano, spiazzano, deliberatamente, spostando il focus su dettagli e situazioni in apparenza irreali, o improbabili, dietro cui in realtà ci è dato di cogliere una concreta e autentica istantanea di ciò che siamo e che rischiamo sempre di più di diventare se non interrompiamo la tendenza, se non apriamo varchi differenti nella rete che tessiamo e dai cui siamo fagocitati, se non ricreiamo spazi vivibili, sia fisici che mentali, più autenticamente umani.
Non è un caso forse che le ultimissime parole del libro siano: “mantenere intatto il suo autentico significato: quello di un sacrificio compiuto per amore dell’umanità”. Tra realismo e fantasia, tra il sogno e il vero, in un realismo che si espande nei territori del grottesco ma resta sempre vivido e attuale, Taccone si pone, e ci pone, le domande che contano. Compie la scelta, tra diritto e necessità, di non rinunciare a temi essenziali e vitali, ad un “idealismo” che non è mai, qui, tediosa teoria né astratta utopia. Nei Sogniloqui sorridiamo, divaghiamo, ma, alla fine, cogliamola nostra autentica immagine.
Ivano Mugnaini

 

Stefano Taccone (Napoli, 1981) è dottorato in Metodi e metodologie della ricerca archeologica e storico-artistica presso l’Università di Salerno. Dal 2013 al 2015 ha insegnato storia dell’arte contemporanea presso la RUFA – Rome University of Fine Arts. Ha pubblicato le monografie Hans Haacke. Il contesto politico come materiale (2010); La contestazione dell’arte (2013); La radicalità dell’avanguardia (2017). Ha curato il volume Contro l’infelicità. L’Internazionale Situazionista e la sua attualità(2014). Collabora stabilmente con le riviste “Segno” ed “OperaViva Magazine”. Sogniloqui è la sua prima raccolta di racconti.

PREMIO INTERNAZIONALE GRADIVA-MARINO (scadenza 30 aprile 2019

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Ripubblico qui di seguito il bando (nella versione corretta. Si prega di non tener conto delle versioni qui precedentemente pubblicate) del Premio Internazionale GRADIVA-MARINO, la cui scadenza è prevista il 30 aprile p.v., con un invito alla partecipazione ai poeti interessati.

Buona scrittura, buona partecipazione e buona primavera ispirata e creativa. 

I.M.

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PREMIO INTERNAZIONALE GRADIVA-MARINO (2019)

 

STATE UNIVERSITY OF NEW YORK

VI EDIZIONE DEL PREMIO INTERNAZIONALE GRADIVA (2019)

 

La casa editrice Gradiva Publications bandisce la sesta edizione del Premio Internazionale Gradiva. Al Premio si concorre con un libro di poesia italiana, pubblicato fra gennaio 2017 – aprile 2019. Sono esclusi e-books e plaquettes.  Sono altresì esclusi autori che siano membri della Direzione o Redazione della rivista “Gradiva”.   I libri partecipanti al Premio non saranno restituiti. Non è prevista alcuna quota di partecipazione. I partecipanti possono, se vogliono, facoltativamente sostenere, in forma di donazione spontanea e aperta, l’editrice Gradiva Publications, presieduta da Luigi Fontanella, i cui intenti sono quelli di promuovere e diffondere la poesia italiana nei Paesi anglofoni.  *

Al vincitore sarà assegnato un premio di $1000 (mille dollari), il rimborso al 50% delle spese di viaggio relative al biglietto aereo in classe economica), vitto e pernottamento per due notti presso il prestigioso Danford Hotel di Port Jefferson. Una selezione del libro sarà tradotta in inglese e uscirà nella rivista “Gradiva”, pubblicata e amministrata da Leo S. Olschki Editore.

Case editrici o singoli autori devono spedire una copia del loro libro ENTRO IL 30 APRILE 2019 (farà fede il timbro postale d’invio) a ciascuno dei membri della Giuria sotto elencati, con l’indicazione, su ogni copia, dell’indirizzo completo dell’Autore, telefono e email. Si prega di NON spedire i libri concorrenti per raccomandata.

 

SAURO ALBISANI, c/o Liceo Classico “Dante”, via F. Puccinotti 55, 50129 Firenze, Italia.

LUIGI FONTANELLA,  Humanities Building, Room 2126, SBU, 100 Nicolls Rd., Stony Brook, New York 11794, USA.

IRENE MARCHEGIANI, 303 Mountain Ridge Dr., Mt. Sinai, New York 11766, USA.

ALESSANDRA PAGANARDI, Corso Lodi 37, 20135 Milano, Italia.

 

Presidente Onorario: Dr. Len Marino (senza diritto di voto a cui non va invito il libro).

Segreteria: Irene Marchegiani (con diritto di voto):  gradivasunysb@gmail.com

 

La Giuria selezionerà gradualmente i libri in concorso. Una successiva consultazione determinerà la cinquina finalista. Un’ultima votazione determinerà il libro vincitore del Premio. La cerimonia di premiazione avrà luogo durante la terza settimana di ottobre del 2019, presso il Center for Italian Studies della State University di New York, con sede a Stony Brook, e sarà comunicata all’autrice/autore, con l’obbligo di presenziare alla cerimonia. Per ulteriori informazioni, si prega contattare la segreteria via email.

La Giuria si riserva il diritto di non assegnare alcun premio, ove ritenesse non meritorio il materiale valutato, senza per questo essere oggetto di reclamo o denuncia.

 

* Per sostenere l’attività dell’editrice non-profit Gradiva Publications effettuare bonifico, come donazione spontanea, con spese bancarie a carico dell’ordinante,  presso Banco BPM, Sede Firenze 1606,  IBAN: IT55 T 05034 02813 000000010982, Swift: BAPPIT22, conto corrente intestato a Luigi Fontanella.  Spedire la ricevuta scannerizzata via email, oppure per via aerea all’indirizzo del Premio: Humanities Building, Room 2126, 100 Nicolls Rd., Stony Brook, New York 11794, USA.

 

Vincitori delle precedenti edizioni: Sauro Albisani (2013); Maurizio Cucchi (2014); Massimo Scrignoli (2015); Milo De Angelis (2016); Maria Attanasio (2017)

 

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Vincitori delle precedenti edizioni: Sauro Albisani (2013); Maurizio Cucchi (2014); Massimo Scrignoli (2015); Milo De Angelis (2016); Maria Attanasio (2017)

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Ninfe e soli feroci

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Anticipazioni sito Milanocosa - Ivano Mugnaini

 

Pubblicato il 1 febbraio 2019 su Anticipazioni da Adam Vaccaro

Anticipazioni
Vedi a: http://www.milanocosa.it/recensioni-e-segnalazioni/anticipazioni
Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa

*****

Ivano Mugnaini
Sette Inediti da
Ninfe e soli feroci

***
Con un commento di Laura Cantelmo

***

UNO SGUARDO ALTRO: salvifiche, umanissime follie
Il titolo, “Ninfe e soli feroci”, è provvisorio. Tuttavia già contiene alcuni dei punti cardine di questa raccolta, in particolare la riflessione, o meglio la descrizione delle sensazioni che derivano dall’accogliere, dentro, il pensiero della grandezza opposto alla miseria del tempo, il mito e la realtà, l’osservazione delle potenzialità del sogno messe a confronto con la ferocia del vero. E, a questo punto, subentra quello che avrebbe potuto essere un altro titolo provvisorio alternativo, “Umanissime follie”. La follia è intesa non come eversione fine a se stessa ma come sguardo e gesto che volutamente e potremmo dire lucidamente si distacca dalla pratica corrente e vincente, allontanandosi dalla sopraffazione comoda, dalle scorciatoie, dalla ragione che si schiera dalla parte della marea trionfante. La follia è uno sguardo altro, avulso, sghembo, coglie traiettorie non ortodosse e non ortogonali, lo spazio in cui, negli ambiti che davvero contano, ciò che è umano si conserva, cerca di salvare e di salvarsi, in attesa di tempi altri, o comunque di luoghi del mondo e della mente non omologati in cui ci si possa ancora sentire parte di qualcosa che va oltre i grafici e le statistiche. Uno spazio differente, da cercare nei gesti e nelle parole, nel fare e nel pensare, costi quel che costi.

Ivano Mugnaini

*

Dici di essere una strega

Dici di essere una strega,
tu che hai il terrazzo pulito,
un inverno spazzato dal vento
e la tua fede nell’uomo,
il credo saldo e le immagini
di mani giallo sole
e azzurro cielo.
Non ti bruceranno. No,
non andrai sul rogo, mia
tonda e candida Savonarola.
Ci andrò io, muto e a capo basso,
per non far vedere il mio sorriso
mentre porto nella mente
un pensiero toccato con le dita:
il rosario di carne del tuo seno,
e la tua voce, parole folli e buone
che sai dire anche in mezzo
al casino e al dolore.
Porterò tra la legna ardente
il sogno e il sugo
delle tue labbra
e il ricordo di una lunga e sconcia
colazione sulla tua pancia calda.

***
Arte umanissima

Bisogna amare qualcuno
che ti abbia visto cadere
rovinosamente dalle scale
senza ridere, senza tremare,
senza odio, senza disprezzo,
senza commiserazione.
Sapendo che è normale;
è arte umanissima
toccare il marmo e il granito
con la schiena. La spina, elastica,
calca lo iato tra la materia
e il niente, il vuoto e il pieno.
Non conta come, dopo,
è messo il corpo, le ossa,
la postura.
Conta la forza di conciliare
la carne e il pensiero,
l’io e l’altro,
il vetro e il riflesso,
il caso, il destino,
il volo e la paura.

* * *

L’argine

Abbiamo camminato lungo l’argine
di un fiume ignoto, acqua, fango,
polvere, passi lenti, muti.
Non sappiamo dove finisce.
Dopo un ponte fatiscente
c’è solo altra strada,
altro cammino.
Abbiamo incontrato una capra
legata ad un palo.
Io ho piegato il capo, tu ti sei fermata
e le hai parlato.
Hai urlato contro quella corda
di ferro, il cerchio interminabile
dei suoi passi, il dislivello
che la rende zoppa, claudicante.
Non la dimentichi, quella capra,
progetti di liberarla, spezzando
la catena. Io faccio il saggio
e ti dico che non si può e che se anche
si potesse non ne varrebbe la pena.
Ma mentre guardo i tuoi occhi di eterna
guerriera bambina
ti amo più di sempre e la mia
catena di ferro e rancore
cade al suolo.
Posso correre
verso i prati della radura.
Posso credere che esiste
ancora il sole,
l’odore della primavera.

* * *

Ninfe e soli feroci

Le foglie d’erba, non retoriche,
non whitmaniane, ci vedono
e non ci guardano. Non giudicano
i cambi di partito, le querce, gli olivi,
le palme da dattero, l’olio, le scissioni,
noi e le nostre menti, i corpi
e i desideri, gli amori di ieri
e di sempre, le miserie vomitate
di sabato sera su un tavolo
di birra e di Cif Ammoniacal.
Ridono di noi, senza ferocia,
con panica compassione,
le greggi lente sugli antichi tratturi.
Hanno conosciuto, loro, guerre e amori
combattuti col cuore, ninfe e soli feroci,
orgasmi che hanno fatto tremare i boschi
e gli orchi nelle grotte muschiose di tufo.
Hanno sentito gridare e godere la terra
aperta in un sisma di sangue e di linfa
chiara di sacre puttane, amate con gusto
da satiri figli del Tempo, ignari di lattice
e plastiche colorate.
Ora, qui, in questa specie di vita che è
tutto ciò che ho, mi muovo lungo questa
strada di steli verdi stinti, solitudini
e silenzi infranti, di schianto, da un’ombra
di vita e di morte che mi cammina accanto.

* * *

Per nessuna ragione

Abbiamo creato la nostra divinità,
nei nostri abbracci infiniti nel buio.
Abbiamo generato il dio che ci genera,
nostro padre e nostro figlio, il nostro
spirito per niente santo.
Se in qualche luogo del cosmo ci sono
altri dei, forse adesso ridono di noi,
del nostro misero, imperfetto paradiso
da pagare ogni mattina con una tassa
e una manciata di monete versate
una ad una alla portinaia davanti
a cui passiamo con le mani piene
di buste di spazzatura, cibi in scatola
da gettare con vergogna come scorie nucleari.
Eppure, ora, per nessuna ragione cambierei
la nostra stanza di pochi metri quadri
con le galassie immense e innumerevoli,
mai baratterei le nostre ore rubate
a freddi inverni con l’eternità
di un’impassibile estate.

* * *

Quasi ciechi

Sarebbe bello essere quasi ciechi come te,
amico mio inventore di misure
spaziali e visure di edifici di storie ancora
da costruire. Sarebbe bello, ogni tanto,
trovare i gradini con i piedi e i corpi
con le dita scegliendo dagli odori.
Bello sarebbe un buio profumato di mistero
antico, ombre che nessun trillare
di cellulare può tramutare in poliuretano.
Essere ciechi e sordi. Parlare soltanto
tra di noi, durante le solenni cerimonie
sacre e profane di amiche in comune
che chiami puttane ma con un moto
così intenso di affetto e desiderio
che resto quieto e serio come di fronte
al discorso di un saggio asceta tibetano.
Ma se fossimo del tutto ciechi e sordi
non avremmo visto entrare nel salone
rinascimentale l’assessora alla cultura,
le sue spalle nude abbronzate da far morire
Rubens e Tiziano, fargli mozzare una mano
per la frustrazione di non poter accarezzare
la sua pelle vera sulla tela nuda del reale.
Io l’ho vista, tu l’hai intravista con il tuo
magico occhiale. Ci ha fregato entrambi,
inesorabile. La bellezza cancella ogni proposito,
tramuta il non essere in respiro, il silenzio
in fiato accelerato, la paura in fame e riso,
l’afa in vibrante frescura.

* * *

Io sono te

Io non ho te. Io sono te.
Non ti ho. Ti vivo. Vivo
quando sono il tuo respiro.
Non sono padrone di niente,
neppure del tempo avuto
in sorte, del corpo
che tengo vivo mentre lui
nasce ogni giorno e muore,
corre verso la morte a braccia
distese.
Sono padrone del pensiero
che mi unisce a te, ed è
lo stesso amplesso a occhi
chiusi che lega le nostre braccia,
le dita, la mente, i cuori, a dispetto
del niente che incalza e preme
sui muri divisori.
Il nostro battere all’unisono
conferma la tenace
consistenza
dell’inesistenza.

* * *
Notizia biobibliografica
Ivano Mugnaini è nato a Viareggio e si è laureato a Pisa. È autore di romanzi, racconti, poesia e saggistica. Scrive per alcune riviste tra cui “Nuova Prosa”, “Gradiva”, “Il Grandevetro”, “Italian Poetry Review”, “Doppiozero”, “L’ Immaginazione” e altre. È curatore di recensioni, editing e traduzioni, sia per alcune case editrici che come freelance. Cura il blog letterario “DEDALUS: corsi, testi e contesti di volo letterario”, www.ivanomugnainidedalus.wordpress.com e il sito www.ivanomugnaini.it .
Ha collaborato con diverse associazioni culturali. Ha presentato sue prose e liriche all’interno di manifestazioni e rassegne artistico-letterarie tra cui “Versinguerra” e “Bunker Poetico”, all’interno della Biennale d’Arte di Venezia.
Ha pubblicato le raccolte di racconti La casa gialla e L’algebra della vita, i romanzi Il miele dei servi e Limbo minore e i libri di poesie Controtempo, Inadeguato all’eterno e Il tempo salvato. Il suo racconto Desaparecidos è stato pubblicato da Marsilio e il suo racconto lungo Un’alba è stato pubblicato da Marcos y Marcos. Di recente pubblicazione i romanzi Lo specchio di Leonardo e la raccolta di poesie La creta indocile. Tra i critici e scrittori che si sono occupati della sua attività letteraria: Vincenzo Consolo, Gina Lagorio, Giorgio Bàrberi Squarotti, Alberto Bevilacqua, Luigi Fontanella, Elio Pecora, Maria Luisa Spaziani, Giorgio Saviane.

*

Nota di lettura

Due sono le personae che agiscono in questo “discorso amoroso” di Ivano Mugnaini e sono, ovviamente, un Io e un Tu connotati secondo i parametri di definizione dei due generi, ma la voce “narrante” è quella maschile e dunque suo il punto di vista sulla relazione, spirituale e carnale, sulla dinamica derivante dal diverso modo di vedere e vivere la vita (“Dici di essere una strega”).
Si dipana così una sorta di emotivo report sui diversi comportamenti, stridenti tra loro, benché entrambi profondamente umani, segnati da una battagliera bontà di lei “strega” e insieme… ”guerriera bambina” (“L’argine”) e da una compiaciuta e forte sensualità di lui, colorata di ironia e intrisa della fragilità che è in ciascuno di noi. Due facce di una stessa medaglia, si direbbe.
L’amore è al centro – quello in cui gli amanti si immergono profondamente e tempestosamente fino ad assurgere a un Olimpo di dèi, quasi che l’amore rappresenti il cuore di tutto e che da lì tragga forza e linfa la vita, essendo l’estasi amorosa l’unica condizione “folle”, perché fuori dagli schemi, e al contempo estremamente reale, concessa in questo imperfetto e impagabile paradiso in cui ci è dato vivere. Una condizione in cui la natura leopardiana, impassibile, insieme a un reale esterno e volgare ci hanno relegati. E dunque si intende come la richiesta di amore non sia solo quella che unisce nell’amplesso, ma comprenda una più estesa richiesta di accettazione della fragilità dell’Altro, perché “conta la forza di conciliare la carne e il pensiero…il volo e la paura” (“Arte umanissima”).

Laura Cantelmo

I. Mugnaini     L. Cantelmo       Poesia