LA VITA È SOGNO (?)

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 LA VITA È SOGNO (?)

Riflessioni su Calderon de la Barca

Ripubblico in questo inizio d’estate un mio articolo su vita e sogno, sul “mago prodigioso” e sul “gran teatro del mondo”.

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Il punto interrogativo, in questo caso più che mai, è necessario, ed anche prezioso. Un gancetto affilato che penetra nelle carni come una spilla, d’accordo, ma anche, a ben vedere, un amo con cui pescare qualcosa di cui nutrirsi. La domanda se la sono posti tutti, in qualche istante particolare o nel corso di una vita intera. Pedro Calderon de la Barca, nato a Madrid nel 1600, è noto ancora oggi anche e soprattutto per il testo in cui afferma che la vita altro che non è che un’entità illusoria, un sogno contraddetto dalla ragione. Lui, in realtà, di dubbi non sembra averne avuti. Ma l’affermazione contiene un’ipotesi. Il sogno è, di per sé, qualcosa di incerto, di irrazionale. Nessuno ne conosce bene i meccanismi, la natura e i confini. Quindi equiparare la vita al sogno, equivale, in un certo senso, a compiere l’operazione contraria. In quest’ottica, paradossalmente, l’affermazione di Garcia Lorca, autore di un testo in cui sostiene con uguale solennità che La vita non è sogno, non è troppo distante dall’assunto di base. Che dire? Ora più che mai siamo di fronte all’apoteosi dell’impalpabile. Il che, in fin dei conti, conferma e ribadisce il trionfo del teatro, la vita che si guarda allo specchio, e, nell’atto di guardarsi, rivive. O magari vive davvero. O smette di vivere, per iniziare a sognare. Chissà.

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         Nessuna umana certezza, anche stavolta. Che sia questo il bello, o almeno una delle componenti essenziali del gioco? Qualche certezza, almeno sul piano strettamente biografico, la si trova nelle vicende di questo autore spagnolo, Calderon de la Barca, distante anni luce dal panorama letterario attuale, eppure, tramite radici o echi che si diffondono all’interno di altre correnti e risonanze, è giunto in qualche modo fino a noi. Il suo esordio in qualità di drammaturgo risale al 1623, anno in cui propose al pubblico la commedia Amor, honor y poder. Ebbene sì, Amore, Onore e Potere. Personalmente a questo punto mi vengono in mente le facce di molti autori moderni di telenovelas, magari sudamericani, o di molti autori di discorsi politici, molto più nostrani, i quali, di fronte a tale mirabile titolo, si chiedono, sconsolati, come mai non è venuto in mente a loro. Battute a parte, il buon de la Barca, evidentemente già conosceva assai bene gli ingredienti giusti per attrarre l’attenzione popolare. Allo stesso tempo già iniziava a far lavorare sulla scena, facendoli interagire, i motori di base di quella commedia (tragicomica) che è la vita. Sogno o realtà che sia. Anche l’ambiente in cui opera l’autore spagnolo è emblematico. I suoi drammi sacri e profani venivano allestiti e rappresentati in occasione delle feste di corte e per l’inaugurazione del palazzo reale. Anche in questo caso la commistione tra arte e mondanità è assoluta, e diviene un elemento in più, quasi una componente tematica, un personaggio ulteriore, un’allegoria nell’allegoria che aggiunge al testo elementi di riflessione e significazione.

         Il linguaggio di Calderon de la Barca è ricco, sovrabbondante, lussureggiante: il trionfo del barocco, quello che esplodeva anche a livello architettonico, in colossali metafore di marmo e di pietra. E’ tuttavia a livello di contenuti e invenzioni sceniche che la fioritura appare più rigogliosa. Il teatro calderoniano contiene in nuce tutte le possibilità sceniche. E’ indicativo, in tal senso, il titolo di un suo lavoro, El gran teatro del mundo. Tutto diviene teatro, lo ingloba e ne viene assorbito. Rafforzando ulteriormente la visione di partenza, quella della natura onirica dell’esistere. C’è un pulsare incessante di vita nei lavori di Calderon. Un pullulare di spunti, azioni, ragionamenti, intrecci. Nel suo Il mago prodigioso del 1637, ci sono, per ammissione dello stesso Goethe, alcuni dei meccanismi che in seguito avrebbero dato origine al Faust.

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         È tuttavia La vita è sogno, dramma composto tra il 1631 e il 1634, il capolavoro indiscusso dell’autore madrileno. Della sottolineatura dell’essenza onirica dell’esperienza si è detto. L’elemento in più che l’autore inserisce e rende portante, fondamentale, è un altro: il sogno potrebbe condurre a prendere tutto con filosofica lievità, per non dire incuranza. L’intento calderoniano al contrario appare proprio quello di indicare che, nonostante tutto sia sogno, anzi, proprio per questa ragione, solo la coerente responsabilità umana nelle azioni può dare un significato non effimero all’esistenza. Difficile, certo. Da razionalizzare e, soprattutto, da mettere in pratica. Ma c’è una coerenza interna. L’ambiente e l’epoca in cui l’autore si trovò ad operare lo hanno influenzato in modo evidente, conducendolo ad una visione del mondo che, tuttavia, almeno per certi aspetti, conserva un suo senso. Non posso evitare neppure stavolta di dedicare un pensiero ai politici. Non sappiamo con certezza se la vita sia sogno o meno, d’accordo, ma la responsabilità, la coerenza, il rispetto dei diritti e delle necessità primarie dell’uomo, sono e restano sacre. Come tali andrebbero trattate. In ogni parte di questo Gran Teatro del Mondo.

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         È il caso tuttavia di tornare al nostro Calderon, il quale, ne La vita è sogno, raggiunge le vette più alte dell’elaborazione di intrecci barocchi, colpi di scena, invenzioni che si susseguono a ritmo serrato. La figura principale è quella del Principe Sigismondo, figlio di Basilio, re di Polonia, a cui è stato vaticinato un regno insanguinato dalla crudeltà dell’erede. Sigismondo quindi, fin dalla nascita, è escluso dalla vita di corte e chiuso in un castello. Pur con le necessarie distinzioni, non solo a livello di contenuto, viene fatto di pensare ad Amleto. Al termine di lunghe peripezie, tuttavia, al contrario di ciò che accade nel capolavoro shakespeariano, si ha la riconciliazione finale. Il principe implora dal padre il perdono per un tentativo di rivolta, un episodio in cui si è messo alla guida del popolo per tentare di conquistare il potere. Il padre perdona Sigismondo, il quale, nel momento in cui ammette le proprie colpe, ha l’impressione di aprire finalmente gli occhi, risvegliandosi. Ogni sogno umano può essere inizio di un risveglio, ogni risveglio l’inizio di un sogno, sembra volerci suggerire l’autore.

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         Per i contenuti, e per la morale di fondo, il testo di Calderon de la Barca rivela oggi tutti i suoi anni. E’ distante, si colloca in un’epoca lontana, non solo dal punto di vista cronologico. E’ un testo scritto con onestà da un uomo imbevuto dei principi che aveva assorbito. Uno che, di sicuro, non possedeva lo scarto necessario, il genio assoluto, quello di un Dante o di uno Shakespeare, per intenderci, per assimilare in sé l’ideologia e la morale del suo tempo, per poi lasciarsi tutto alle spalle, andando oltre. Andando ovunque, in ogni tempo, in ogni mente umana di qualsiasi momento storico.

         Tuttavia, se mettiamo da parte la dipendenza stretta dell’autore dai condizionamenti del suo ambiente, resta, anche oggi, un testo vivo, una sorta di albero strano, pieno di radici e di rami attorcigliati. Arabeschi che, ancora oggi, attraggono l’occhio, in qualche misura, portandolo a visualizzare, per analogia e non di rado per contrasto, allegorie, riflessioni, valutazioni sui percorsi e sui panorami del percorso esistenziale. Resta l’immagine di un teatro che rivela nel modo più evidente e a volte ingenuamente geniale la sua natura di favola colorata e confusa, specchio deformato, ma nemmeno troppo, della vita. Quella vita che, Calderon de la Barca continua a dircelo, è e rimane sostanzialmente sogno. L’ossimoro degli ossimori. Qualcuno potrebbe dire che se l’autore fosse vissuto oggi avrebbe scritto un testo dal titolo La vita è incubo. Forse è così. O forse no. Gli orrori non mancavano di certo neanche nella sua epoca, nel mondo che gli è toccato in sorte. Il trucco forse (e la necessità), è continuare a sognare, vedendo e immaginando architetture fisiche e mentali lussureggianti. Senza scordarci, magari, la responsabilità fondamentalmente umana di provare, nonostante tutto, a trasformare il sogno in realtà.

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Giacomo Leopardi, 29 giugno 1798

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In occasione della ricorrenza della nascita di Leopardi, ripubblico un articolo sui suoi luoghi, sognati e poi finalmente veduti, il mondo, la bellezza, e, in alcuni momenti, la felicità: vista, scritta, vissuta.

 Viaggi al centro dell’autoreA silviaIl giovane favolosoIvano MugnainiLeopardiLungarnoPisa

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Ci sono luoghi che ti entrano dentro, e senza accorgertene, ti trasformano. Fu così anche per Leopardi che a Pisa si trovò a vivere un periodo del tutto nuovo, un’epoca diversa, sia a livello creativo che sul piano esistenziale.
“Ho qui in Pisa una certa strada deliziosa, che io chiamo Via delle Rimembranze: là vo a passeggiare quando voglio sognare ad occhi aperti”, scriveva il poeta.
Una distanza minima quella di Pisa rispetto a Firenze, la città dove risiedeva in precedenza, ma resta comunque grande la distanza tra il Leopardi fiorentino da quello pisano. La domanda, the question, è pertanto la seguente: fu la città di Pisa a trasformare il poeta, oppure, semplicemente, gli consentì di manifestare ciò che aveva sempre avuto dentro, una componente essenziale del suo modo di essere e di sentire, una sua natura alternativa, se non, addirittura, preponderante? Ai posteri l’ardua sentenza, avrebbe detto un illustre collega di Leopardi. Il problema è che noi, hic et nunc, ampiamente posteri, siamo anche ampiamente incerti riguardo ad una possibile risposta.
Parafrasando Montale potremmo dire che tutto ciò che sappiamo è quello che non abbiamo, quello che non è.
Di sicuro Leopardi non era e non è la figura deforme e monocorde stigmatizzata in molti libri scolastici in stile Bignami.
Non era e non è, Leopardi, il pessimista che esalta la fugace bellezza del sabato per poi ripiegarsi frustrato nel disincanto della domenica. Non è quello che gli adolescenti di oggi, con una definizione sbrigativa ma efficace, chiamerebbero un “gobbetto sfigato”.
Non era e non è, Leopardi, solamente l’omino chino sulle sudate carte o recluso nella biblioteca del padre già del tutto assimilata e metabolizzata in tenera età. Leopardi è questo, ma è anche e forse soprattutto un uomo vorace di vita, quella stessa vita che ha scrutato con occhio filosofico e rigoroso, senza mai però smettere di guardarla con profondo interesse e naturale curiosità.
È anche l’uomo che mentre traduce dal greco e dall’ebraico disegna vignette corredate da didascalie, volutamente infantili, dedicate alla saggezza popolare o a freddure dense di spirito lieve. È l’uomo di origine nobile che ascolta i rumori del villaggio, i suoni, i canti, la musica, percependo il lusso di una semplicità d’animo che a lui non è toccata in sorte ma di cui subisce la fascinazione. Lo stesso fascino enigmatico e vitale che percepisce nelle donne, da sempre corteggiate e inseguite per la loro sfuggente e imprescindibile malia.
Il poeta di Recanati era immerso nel passato ma anche estremamente attento al suo tempo, quello personale e quello dell’epoca storica in cui visse. Impegnato nella ricerca di un cambiamento, anche quello della nazione, afflitta da schiavitù, ingiustizie, squilibri e miserie rispetto a cui sarebbe bello poterci dire postumi.
Questa creatura complessa e multiforme, arrivò al momento giusto, nella giusta stagione, in una città che forse gli somigliava: radicata nel territorio ma anche punto d’incontro di viaggiatori, scrittori, filosofi, scienziati, fervida di salotti colti ma non ingessati, aperti alle idee nuove, anche rivoluzionarie. Città famosa per gli studi, ma ben lungi dall’essere un museo, avvolta semmai da una bellezza vibrante, come quella che scorre nell’alveo del fiume e nei viali che lo circondano come in un abbraccio, i Lungarni.
A Pisa Leopardi trova il modo di armonizzare la sua sete di vita con la sua necessità di dare ordine al suo patrimonio di ricordi ed emozioni. Trova stimoli ma anche lo spazio per riflettere ulteriormente, facendo nuovi progetti, nuove ipotesi di ponti tra sé e l’esistere.
Partendo da questo presupposto, si fa meno fatica a pensare che il passeggiatore trasognato di via delle Rimembranze sia lo stesso autore che definiva la vita come sventura e inganno. Si fa meno fatica a immaginare il sorriso del poeta lungo le strade che risuonano di voci.
Per Leopardi Pisa fu lo sbocciare di una primavera nel pieno dell’inverno. Egli vi arrivò nel novembre 1827 per sfuggire ai rigori dell’inverno fiorentino, e vi si trattenne fino al giugno ’28.
In una delle lettere inviate dalla città toscana alla sorella Paolina ebbe a scrivere: “Sono rimasto incantato di Pisa per il clima: se dura così, sarà una beatitudine. L’aspetto di Pisa mi piace assai più di quel di Firenze. Questo Lungarno è uno spettacolo così bello, così ampio, così magnifico, così gaio, così ridente, che innamora: non ho veduto niente di simile né a Firenze né a Milano né a Roma, veramente non so se in tutta l’Europa si trovino vedute di questa sorta. In certe ore del giorno quella contrada è piena di mondo, piena di carrozze e di pedoni; vi si sentono parlare dieci o venti lingue, vi brilla un sole bellissimo tra le dorature dei caffè, delle botteghe piene di galanterie, e nelle invetriate dei palazzi e delle case, tutte di bella architettura. Nel resto poi, Pisa è un misto di città grande e città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto così romantico, che non ho mai veduto altrettanto. A tutte le altre bellezze, si aggiunge la bella lingua. E poi vi si aggiunge che io, grazie a Dio, sto bene; che mangio con appetito” (12 novembre 1827).

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Non sarebbe pertanto un paradosso suggerire agli odierni amministratori della città di apporre una postilla all’iscrizione sul Lungarno dedicato a Leopardi sottolineando che a Pisa oltre che a ritrovare la vena ispiratrice il poeta ritrovò anche l’appetito. Perché in questa annotazione, apparentemente banale e prosaica, in realtà c’è moltissima poesia e la sintesi tra grandezza e umanità, natura eterea e carnalità.
In quest’epoca che tende a “smaterializzarci”, a ridurci a icone di smartphone, sorridiamo a nostra volta immaginando gli impulsi genuini di un uomo che aveva fatto della parola e del pensiero, del ragionamento poetico-filosofico, la sua essenza. Pisa gli conferma ciò che ha già insito: la sua fame di vita. Gli permette di osservare la bellezza senza essere soffocato dal gelo della riflessione. La mescolanza dell’urbano e del contadino, della Pisa mondana e della Pisa intimista, lo affascina e lo coinvolge. In questo clima potrà scrivere due delle sue più importanti composizioni, così apparentemente distanti l’una dall’altra, ma in fondo accomunate dal filo di un sentimento identico declinato in forme diverse, l’amore: “A Silvia” e “Risorgimento”.


Pisa dunque, come zona franca, opportunità rara e preziosa per il lusso di dialogare con il vero se stesso. Forse anche Leopardi avrebbe condiviso le parole scritte molti decenni dopo da Albert Camus: “ Solitudine e sete d’amare. Pisa, finalmente, viva e austera, coi suoi palazzi verdi e gialli, le sue cupole e, lungo l’Arno, la sua grazia. Città pudica e sensibile. E così vicina a me di notte nelle strade deserte che passeggiandovi solo, la mia voglia di lacrime finalmente si sfoga. Qualcosa di aperto in me incomincia a cicatrizzarsi”.
Con le parole di un altro scrittore, Gianni Rodari, si può arrivare forse ad una conclusione che, pur nella sua forzata semplicità, ci avvicina di un passo, come in una marcia infantile e sorridente a un’ipotesi: “Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio la torre di Pisa”. A Pisa Leopardi scopre che nell’errore della vita, così storta e asimmetrica, c’è la tenacia della bellezza e la bellezza di una tenacia che ha in sé qualcosa di semplice e arcano, ostinatamente ammaliante.
O magari siamo noi, proprio noi, a scoprire o riscoprire nelle nostre rispettive città, nelle nostre affollatissime solitudini, che ci sono “errori”, persone fuori da ogni schema, che contengono in sé tutta la complessità e la ricchezza della natura umana, persone non riducibili a formule univoche, connotate dalla sola costante di una cangiante ma ininterrotta ricerca di territori adatti alla bellezza e alla poesia.

Destinazioni libri – intervista

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Destinazioni libri – intervista

 

Alcune osservazioni su tennis, surf, Internet, ma anche su libri, autori, esordi, personaggi, generi, gusti letterari e “Lo specchio di Leonardo”.
Una mia chiacchierata sulla scrittura con Alessandra Monaco del blog Destinazione Libri 
https://destinazionelibri.com/2016/06/22/ivano-mugnaini/

Chiacchierare con alcuni autori è davvero un piacere e immediatamente si abbattono quelle barriere che forse possono esserci per il “non ci siamo mai visti”, non ci conosciamo. Forse la passione per quello che si fa, porta immediatamente a rilassarsi e parlare come se davvero ci si conosce da parecchio tempo.
Un autore, Ivano, presentatomi da Annalaura, lei dal fiuto raffinato per i buoni libri. Anche questa volta ha colto in pieno l’essenza e il messaggio di questo autore.
Questa la nostra chiacchierata…
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Foto Recanati

Ciao Ivano, benvenuto nel nostro blog, Destinazione libri. Inizierei subito chiedendoti di raccontarci qualche cosa di te, chi sei nella vita di tutti i giorni, cosa fai oltre a scrivere?
Ciao a te Alessandra. Ti ringrazio per l’ospitalità in questo spazio riservato ai libri e ai lettori, specie rara e preziosa, più del panda, che ormai è salvo, per fortuna. I lettori in Italia sono un gruppo tenace ma non numerosissimo, al contrario. Almeno non numeroso quanto dovrebbero e potrebbero essere. Quindi gli spazi come il tuo creano delle riserve in cui la specie dei lettori si conserva, e, fattore ancora più importante, si moltiplica.
Per fare bella figura rispondendo alla tua prima domanda potrei millantare attività mirabolanti, scalatore estremo, paracadutista d’alta quota, esploratore di giungle vergini. Non è così: quando non scrivo… passo altro tempo al computer, per traduzioni, collaborazioni editoriali, articoli, recensioni, e anche per divertimento. Oppure vado al cinema, frequento i miei pochissimi ma buoni amici e pratico sport poco avventurosi e poco originali, calcio, calcetto, tennis (anche se quest’ultimo più che farlo lo guardo in televisione: vedo Federer, faccio un confronto sulle capacità tecniche, e mi dico che è meglio tornare al computer a scrivere).

Quanti libri hai pubblicato?
Ho pubblicato le raccolte di racconti LA CASA GIALLA e L’ALGEBRA DELLA VITA, i romanzi IL MIELE DEI SERVI e LIMBO MINORE e i libri di poesie CONTROTEMPO, INADEGUATO ALL’ETERNO e IL TEMPO SALVATO. Il mio racconto DESAPARECIDOS è stato pubblicato da Marsilio e il mio racconto UN’ALBA è stato pubblicato da Marcos Y Marcos. Di recente pubblicazione i miei romanzi IL SANGUE DEI SOGNI e LO SPECCHIO DI LEONARDO, di cui parliamo qui oggi.

Di cosa parla il tuo libro, Lo specchio di Leonardo?
Senza entrare troppo nei dettagli e nello specifico della trama per non rovinare la sorpresa a chi lo vorrà leggere, posso dire che Lo specchio di Leonardo si colloca in quello spazio che unisce realtà e immaginazione, passato e presente. La vita di Leonardo da Vinci è descritta seguendo riferimenti esatti, sia sul piano biografico che per la cronologia dei suoi più noti capolavori di artista e scienziato. Ma, a fianco di questi dati di fatto, sovrapposta e intrecciata, si innesta una trama che ha come perno la scoperta casuale di un sosia, una replica in carne ed ossa, fedele e perfetta, del genio fiorentino. Un “doppio”, identico a lui come aspetto esteriore ma diversissimo come mentalità, carattere e visione del mondo. Da qui il “folle volo”: l’idea dello scambio di persona e dell’inversione dei ruoli. È questa l’invenzione più estrema di Leonardo: lasciare al proprio sosia il suo ruolo di savio e docile artista al servizio dei potenti e dei ricchi mecenati e fuggire via, verso la vita vera, la sensualità autenticamente sfrenata e gli studi liberi ed eretici.
Con conseguenze importanti, avventure e disavventure, illusioni e delusioni che si dipanano passo passo fino alla sorpresa finale.

Come è nata l’idea di scrivere questo libro?
Lo spunto iniziale del romanzo è nato da un film-documentario, uno dei tanti dedicati a Leonardo da Vinci, alle sue scoperte, al suo inesauribile talento. Veniva mostrato alle prese con gli specchi da lui studiati a lungo per scopi scientifici e militari. Mi sono interrogato, in quell’istante, sul rapporto del genio con la sua immagine. Ho provato ad immaginare il divario tra ciò che appariva al mondo, la gloria e la fama, e ciò che sentiva dentro di sé. Ho pensato al contrasto tra i suoi veri desideri e ciò che era costretto a realizzare in qualità di persona soggetta alle ambizioni dei potenti del suo tempo, signori, notabili, politicanti e ricchi mecenati.
Ho pensato cosa avrebbe fatto se si fosse trovato, per qualche accadimento favorevole, ad essere finalmente libero di agire secondo le sue più profonde e sincere inclinazioni. Come si sarebbe comportato, quali rivalse avrebbe cercato, quali piaceri e quali verità, anche nell’ambito più delicato e significativo, l’amore.

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Come definiresti il tuo libro?
Un romanzo di fantasia unita all’approfondimento psicologico. La vicenda biografica, la storia (con la maiuscola e la minuscola) e l’arte si affiancano ad una vicenda frutto di pura immaginazione che può fornire spunti di riflessione sulla natura del genio ma soprattutto può dare la conferma che qualsiasi uomo, anche il più grande, ha difetti, imperfezioni, vizi, manie e desideri che lo rendono identico, nel profondo, a tutti gli altri.

Qual‘è stata la parte più difficile quando hai scritto il libro?
Forse far combaciare la parte inventata con la vicenda reale, con i dati concreti della biografia e delle opere di Leonardo. In questo mi sono stati di aiuto ottimi libri di storia dell’arte, biografici e di psicologia.


Il personaggio che ti ha dato più filo da torcere quando dovevi descriverlo?
Direi un paio: Lorenzo il Magnifico prima di tutto, modello di perfezione apparente, in grado di esercitare una strana forma di attrazione e repulsione. L’altro Jacopo Saltarelli, il giovane fiorentino che subisce un atto di violenza, un autentico stupro, da parte di un gruppo di aristocratici fiorentini di cui faceva parte anche Leonardo. In questo caso si trattava di descrivere la pena e l’ingiustizia senza cadere nella retorica. Anche qui mi sono basato su alcuni documenti, tra cui anche gli atti del processo conservati negli archivi fiorentini.


Ti trovi alla fine del tuo libro, dove finalmente metti il tuo ultimo punto: che sensazione provi? 
Da una parte di sollievo. Scrivere è anche una corsa, alternarsi di scatti da centometrista a cadenze costanti, da maratoneta. Quindi la parola fine dovrebbe essere una liberazione. Ma c’è di più, per fortuna: ci si affeziona ai personaggi e il distacco è anche una pena. Si preferisce un arrivederci ad un addio.

Il rapporto con i lettori per un autore è importante, com’è il tuo?
Finora buono. Con numerosi lettori si è creata una corrispondenza, un dialogo. Ci scriviamo, mi danno pareri, opinioni, a volte spunti ulteriori. In genere tutto ciò si crea grazie ad affinità elettive, un modo simile di vedere il mondo e la vita. Ma ho un buon rapporto anche con alcuni lettori “critici”, nel senso che non apprezzano del tutto, o per niente, il mio stile e i contenuti. Ci facciamo belle risate: loro propongono soluzioni alternative, io rispondo che sono interessanti. Poi continuo a fare di testa mia.
Però, battute a parte, leggo tutto, con interesse, qualsiasi commento e interazione sono graditi.
E, a questo proposito, se qualcuno che legge questo articolo (e/o il romanzo) e vuole contattarmi, mi farà molto piacere ricevere le sue impressioni.
I miei recapiti sono questi: il sito,  
http://www.ivanomugnaini.it (dove è possibile trovare molte informazioni e numerosi testi) e la mia mail, ivanomugnaini@gmail.com .


Che rapporto hai con i social? 
Buono, nel complesso buono. Ho molti “contatti”, anche se so che c’è una bella differenza tra “contatti” e “amici”. Anche se sui social ho conosciuto molte persone che poi sono diventate effettivamente amici importanti per me. Sui social c’è di tutto. È un mare che contiene pesci di ogni forma, tipo e comportamento. Saperlo aiuta ad orientarsi e a cercare il meglio. Che c’è. C’è anche molto di buono tra ondate insulse, se si sa filtrare e selezionare.
Quindi tornando alla domanda numero uno, posso dire che faccio anche un altro sport: il surf. Sulle onde di Internet, provando ad evitare squali e pesci palla velenosi, e cercando qualche specie affine.

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Ivano noi ci occupiamo di esordienti, ma tu leggi esordienti?
Li leggo. Anche abbastanza spesso. Avendo la fortuna di collaborare con alcuni editori, mi vengono inviati manoscritti di autori esordienti, giovani e meno giovani. Inoltre, qualche anno fa, ho organizzato un concorso per racconti e ho ricevuto numerosi testi inediti, di cui molti di autori nuovi.
In qualche occasione, nella quantità, in mezzo al mucchio, per così dire, si trovano delle prove molto convincenti. Se c’è talento spesso la prima prova è quella in cui l’entusiasmo si abbina ad una capacità tecnica già buona. Ne vengono fuori storie fresche, vive e originali. In alcuni casi, per quanto paradossale possa sembrare, la prova d’esordio di un autore è e rimane una delle più convincenti.

Scriveresti un genere completamente opposto da quello che hai scritto?
Non posso dire di avere un genere specifico. O meglio, spazio in vari ambiti, scrivo anche poesia, articoli e critica, e, per quanto riguarda la narrativa, ho scritto racconti di vario tono e contenuto. Più che un mio genere, posso dire di avere un mio modo di scrivere e raccontare, un taglio personale che mi è proprio. Non è escluso, quindi, che possa sperimentare anche ulteriori generi, mi piace esplorare. Alcune volte, per gioco o su sollecitazione di amici o di editori, mi sono avventurato in territori narrativi in cui non avrei mai pensato di entrare, e non mi sono trovato male.
Per il momento escludo solo il rosa, e lo splatter…
Ma mai dire mai… (Quest’ultimo “mai dire mai” però, per il momento, è una battuta).

Un libro che non leggeresti mai… cosa deve avere o cosa manca? 
Non so se c’è un libro che non leggerei mai. Almeno non in modo pregiudiziale, per così dire. Ciascun libro è un mondo, e a volte anche in quelli che orbitano in altre galassie si può trovare qualcosa. Meglio magari un libro con idee diverse dalle mie, come temi e stile, ma sincero e sentito, piuttosto che, magari, un libro ben confezionato ma vuoto. Preferisco un libro non perfetto ma autentico piuttosto che uno tornito e limato ma che non trasmette niente.
Direi quindi che non ho una regola prestabilita: dovrei vedere caso per caso.

Come definisci il tuo modo di scrivere?
Non è facile riassumerlo in una formula.
Posso dire che cerco sempre di raccontare qualcosa. Non amo ciò che è puramente descrittivo o estetizzante.
Tento, a volte, di inserire, quando la trama lo consente, anche qualche cadenza poetica nella narrativa. Come inserire un canzone, o un brano lirico, in una narrazione, in una sequenza di eventi in cui si rispecchia il senso, e a volte il mistero, dell’esistenza.

A quale pubblico sono destinati i tuoi libri?
Anche qui la risposta non è agevole. Non scrivo per un “target” specifico e predefinito. Credo e spero che i miei lettori siano vari e diversi l’uno dall’altro. Il mio non è un linguaggio lineare e minimale. Ma rifuggo anche dallo sfoggio di complicazione fine a se stessa. Recentemente in un concorso letterario europeo proprio Lo specchio di Leonardo è stato letto e premiato da alcuni degli studenti liceali più brillanti di varie scuole italiane. È stato bello vedere che i giovani, spesso ingiustamente considerati “leggeri” o impreparati, hanno apprezzato una storia non facile, basata sulla psicologia, sulla storia e sull’arte. Allo stesso modo le mie narrazioni sono apprezzate da persone di tutte le età: giovani, mature e in alcuni casi molto mature. In un’altra occasione, dopo aver letto un mio racconto scritto in prima persona ambientato in una casa di riposo, una lettrice ultraottantenne mi ha scritto complimentandosi con me perché alla mia età scrivevo ancora racconti. Ho provato a dirle che non ero un suo coetaneo (anche se speravo di diventarlo un giorno) e che avevo vari decenni di meno. Non c’è stato verso: per lei ero un ospite dell’ospizio che aveva scritto un racconto autobiografico. Va bene anche così.

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Cosa ti piacerebbe rimanga al lettore di questo libro?
Ogni lettore trova qualcosa di personale, a seconda delle sue esperienze, del suo mondo interiore.
Ho avuto vari riscontri, finora, e ognuno ha evidenziato aspetti diversi, tutti interessanti per me, in qualche caso sorprendenti, angolature che non avevo preso in considerazione, o comunque non nel modo che mi è stato comunicato.
In generale posso dire che spero che dopo aver completato la lettura del romanzo possa restare al lettore il senso del mistero della vita, l’eterno contrasto tra bene e male, bellezza e violenza, vita e morte. Tra uomini in lotta tra di loro, ma anche all’interno di ogni singolo individuo.

Quanto sei presente tu nei tuoi personaggi? 
Molto. Nonostante tutto, nonostante le maschere e i filtri, ogni personaggio, anche il più negativo, contiene, per analogia o per contrasto, qualcosa che ho visto o che ho vissuto, fuori, tra la gente, o dentro di me.


Stai pensando ad un prossimo libro? 
Ho a disposizione vari racconti inediti, che vorrei pubblicare.
Credo molto nel racconto, anche se purtroppo questo genere, amatissimo in molte altre nazioni, nel mondo anglosassone in particolare, ma non solo, in Italia non è molto apprezzato. O meglio, molti editori non lo considerano un genere prioritario.
Spero di trovare un editore disposto a scommettere sui miei racconti.
Se lo trovo, sarò lieto di parlarne qui, se vorrete.
C’è, inoltre, un altro progetto a cui tengo molto. È in cantiere e spero possa concretizzarsi entro quest’anno. Si tratta di un libro di articoli dedicati a grandi scrittori del Novecento e ai loro luoghi di nascita, di vita e lavoro e di “elezione”. I borghi, le città e gli angoli del mondo in cui sono nati, da cui hanno tratto ispirazione e che hanno scelto come loro patria ideale.
Il libro avrà come titolo “Viaggi al centro dell’autore” e conterrà articoli e saggi brevi pubblicati nella rubrica omonima nel mio sito, a questo link: 
http://www.ivanomugnaini.it/rubrica-viaggi-al-centro-dellautore/.
Sarà un’occasione per rileggere e riscoprire grandi autori della nostra letteratura attraverso le tracce che hanno lasciato nei luoghi che li hanno ospitati e ispirati.

viaggi

Quanto è importante la copertina per il tuo libro?
La copertina è l’immagine chiave, la vetrina su cui si affaccia il lettore.
Nella copertina de Lo specchio di Leonardo c’è un volto diviso a metà, metà Leonardo, metà Gioconda: il maschile e il femminile, la bellezza e il tormento della mente, la gioventù e l’avanzare dell’età. Conflitti fatali, ma anche un’attrazione arcana, potentissima.
La copertina contiene la chiave cifrata della sciarada, l’enigma che, pagina dopo pagina, viene mostrato, indagato e risolto nel libro.

La domanda che non ti abbiamo fatto e che ti aspettavi? 
Sinceramente (e ti assicuro che non si tratta di un modo per schivare l’ostacolo) non c’è: le domande sono state varie, originali e mi hanno portato a parlare di molti punti chiave, di me e del romanzo.
Ti ringraziamo Ivano, per essere stato con noi, per averci dato la possibilità di parlare di te e presto ti rivedremo protagonista sempre in queste pagine, per parlare del tuo libro a cura di Annalaura, che come sempre ringrazio.
 
Buona lettura
Alessandra
 

Letture allo specchio 3 – Di Monaco, Gaddo Zanovello, Giudice

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PURELY COINCIDENTAL
Ho ricevuto varie “impressioni di lettura” su Lo specchio di Leonardo: positive, meno positive, positive nord-nord-ovest, per dirla con Amleto, con distinguo e chiaroscuri.
Vorrei pubblicarle tutte, perché ogni commentatrice e commentatore ha dedicato tempo e attenzione al libro. Lo farò, in varie fasi. Comincio pubblicandone alcune tra quelle che mi hanno maggiormente colpito. Il fatto che siano positive è, come dicono nei film, “purely coincidental”, puramente causale.
Battute a parte, tutti i commenti sul romanzo, di qualunque tipo, sono bene accolti, e, chi volesse, può scrivermi in proposito a: ivanomugnaini@gmail.com.

foto libro 1

GIOVANNI GUIDICE

Ho terminato oggi di leggere il romanzo Lo specchio di Leonardo.
L’ho letto attentamente, e devo dirLe che una delle cose che mi hanno più colpito (o meglio quella che mi ha più colpito in assoluto) è la Sua capacità di analisi introspettiva, che mi ha ricordato Dostoevskij. Il libro, inoltre, per la sua trama e il suo
‘taglio’, mi è parso originale. È stata una lettura davvero istruttiva per me, che ho apprezzato molto. Credo che si possa parlare veramente di un’opera pienamente riuscita e che si distingue tra le recenti uscite di narrativa.
E, aggiungo, anche il tema su cui s’incentra il libro, e i ‘sottotemi’, se così posso definirli, tutto spicca per originalità…

Con i più cordiali saluti e sincera stima,
Giovanni Giudice

Promo Leonardo con frase A

LUCIA GADDO ZANOVELLO

Gentile Ivano Mugnaini,
ho terminato proprio ora di leggere “Lo specchio di Leonardo” e desidero inviarle i miei complimenti più sentiti per il suo libro, che mi è piaciuto moltissimo e che rileggerò a lungo.
Questo mio vivo apprezzamento è dovuto non solo alla qualità della sua scrittura, ma anche al racconto che, assumendo i toni intimistici dell’autobiografia, psicologicamente avvicina le inquietudini del lettore a quelle profonde e profondamente motivate di Leonardo.
Tormenti che riguardano l’arte e le opere fondamentali che si incontrano e delle quali vengono date avvincenti angolazioni di lettura, ma che si riferiscono anche all’umanità del personaggio, la condotta del quale suscita quella pietà umana che ce lo avvicina e affratella.
L’interesse e la partecipazione al racconto proseguono poi in un crescendo, dal riferimento all’aneddoto dell’asino e la sua ombra, al fatto che, nel monumento, il cavallo sia indubbiamente più interessante del cavaliere, fino all’appassionante sdoppiamento con Manrico, nel tentativo, da parte di Leonardo, di trovare l’identificazione propria; impossibile, dato che si tratta del vano ‘tentativo di fuggire allo specchio con un altro specchio’.
Ho trovato particolarmente appassionanti le suggestioni, variamente diffuse nel romanzo, che riguardano le problematiche della sempre sfuggente identità, ma è avvicinandosi all’ultima parte del libro, dove si incontra la rivelazione che ‘la più autentica forma di rivolta è la bontà’, a p. 58, dove la bontà sembra quasi ‘chiedere scusa di esistere’ e ‘si identifica con la poesia’ come ‘la sola trasgressione possibile’, che si susseguono pagine, per me, anche filosoficamente, bellissime.
Ove si dice, ad esempio, che ‘la fine non è epilogo ma trasformazione’, che ‘la morte è vita’, che ‘la follia più autentica è la verità’ e mentre perdura ‘il mistero della sorte,’ perdura tuttavia anche il caparbio sforzo di ‘cercare di conciliare la nascita con l’epilogo’.
Imprevedibile e spiazzante risulta la scelta di Manrico, che tornato alle sue vesti semplici originarie, si scopre ormai irrimediabilmente insoddisfatto di sé e vuole diventare (artista) come Leonardo, tornare ad ‘essere’ Leonardo, nel momento stesso in cui Leonardo non è più quello di prima, ma è proprio qui che si comprende che ‘il cambiamento è tutto’ che ‘tutto torna e nulla è uguale a come dovrebbe essere’.
Infine Leonardo accetta la ‘compresenza’ di Manrico ed avviene il miracolo: ‘la morte ottiene di avere la similitudine del perfetto vivo’, perché in effetti è così per tutte le opere di Leonardo, come avviene in modo eccelso per la Gioconda, che è stata resa davvero dall’irriducibilità di Leonardo perfettamente ed eternamente viva.
Sono pienamente convinta della validità del suo romanzo, al quale auguro tutta la fortuna che merita.
Un carissimo saluto,
Lucia Gaddo Zanovello

Letture allo specchio 3
BARTOLOMEO DI MONACO

Il nucleo del suo libro è il percorso pieno di sofferenza che Leonardo fa alla ricerca di se stesso, ossia di ciò che nemmeno le sue opere riescono a rivelare; una ricerca affannosa e traumatica che lo porta perfino a desiderare di rifiutarsi. In realtà il suo specchio è il risultato di tanti specchi, ossia di tanti avvenimenti materiali che hanno costellato dolorosamente la sua vita: non solo il suo sosia Manrico, quindi, ma anche la madre che lo ha trascurato, la violenza sul giovane Jacopo Saltarelli, Cecco il beccaio, che è l’uomo che aspetta la morte, persino “la similitudine del perfetto vivo”, a cui si deve somigliare dopo la morte.
Vi è nella storia l’amara inquietudine che trovo nel “Ritratto di Dorian Gray”, di Oscar Wilde.
Il percorso interiore si intreccia con quello reale, ossia della vita vera vissuta dall’artista, un percorso che anima il racconto di personaggi storici e di opere d’arte che assumono nuova luce nel momento in cui li riguardiamo sollevando il velo del Leonardo insicuro ed inquieto, direi addirittura tragico, che la tua ipotesi mette a nudo.
Bella ed elegante la scrittura.
Un caro saluto,
Bartolomeo Di Monaco

L’esploratore

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Una mia esplorazione dei territori aspri e vitali del tempo e delle scelte.
Pubblicata originariamente su Poetarum Silva, https://poetarumsilva.com/2016/05/31/ivano-mugnaini-lesploratore/

I due più grandi tiranni

della terra: il tempo e il caso

 J.G. Herder

 

            Passando in treno di primo mattino davanti a file di case sbarrate da inferriate, cancelli, pilastri di granito e catene, bocche serrate da segreti e paure, Gianrico Efesti fu colto dal desiderio imperioso di scoprire dove si nascondessero la bellezza e la bontà, dove diavolo fossero finite. Prese a scrutare  le forme, i colori, le file di panni stesi ad asciugare, le macchine parcheggiate e i giocattoli lasciati nei giardini, cercando di ricavare da ogni segno una chiave, una risposta. Dopo diversi minuti di corsa affannosa dei vagoni e degli occhi,  stremato, si arrese. L’impresa era irrealizzabile. Troppi dati, frammentari, contraddittori. Si lasciò sprofondare di nuovo sul sedile, vinto. Ma in quello stesso attimo un sorriso inatteso gli percorse la faccia. Si accorse che solo la prospettiva era sbagliata: il progetto, di per sé, aveva un senso.

          Era possibile trovare ciò che cercava, sì, ma all’interno, nel treno su cui  correva e di cui era parte integrante. Uscì dallo scompartimento che occupava da solo, e si avventurò nel corridoio. Per fortuna il treno era di quelli all’antica, con file di scompartimenti chiusi da tendine come tante minuscole case. Era libero in tal modo dalla schiavitù numerica delle moderne Frecce, bianche o rosse che fossero, in ogni caso carrozzoni promiscui con i posti fissi prenotati in anticipo. Su quel treno era ancora possibile muoversi a piacimento e selezionare. Sbirciando attraverso i vetri ci si poteva scegliere i compagni di viaggio, facendo finta magari di essere appena saliti o dichiarando schiettamente di essere lì per farsi quattro chiacchiere.

          Vagò un po’, incerto, non del tutto convinto. Alla fine percepì, odorò e aspirò con foga la giusta atmosfera. Aprì la porta con un gesto fluido ed entrò sorridente. Guardò le facce dei passeggeri e gli venne in mente, nitida, immediata, una frase tratta da Il mio cuore messo a nudodi Baudelaire: “Esistono solo tre esseri rispettabili: il santo, il guerriero, il poeta. Sapere, uccidere, e creare”.

          Lì dentro, nel mirabile microcosmo in cui si era introdotto, i tre esseri speciali erano presenti. Lo testimoniava l’abbigliamento, ma anche le voci e i gesti. Nascosto da buffi occhialini con una montatura di metallo, il più giovane dei tre uomini lo sbirciava di tanto in tanto con un sorriso dolce. Sembrava invitarlo a inserirsi nella conversazione, a dire la sua con serenità. Accanto a lui un tipo dal fisico colossale vestito di verde mimetico faceva a pezzi ad ogni frase l’aria e le orecchie di chi lo ascoltava. Sembrava sfidare chiunque, non escluso se stesso, a contraddirlo, proponendo un’opinione che non fosse soltanto un’eco in tono minore della sua. Il più stralunato dei tre guardava alternativamente le sue scarpe e un punto indefinito perso nelle pianure. A tratti sembrava ascoltare i discorsi degli altri, ma gli occhi, sul più bello, tradivano lampi di luce e bagliori crepuscolari, ugualmente alieni.

          Mentre Gianrico lo osservava cercando di sintonizzarsi sui suoi ritmi, la porta dello scompartimento si aprì. Una giovane donna scivolò all’interno senza un rumore e si sistemò sul sedile su cui aveva lasciato una minuscola borsetta. Un istante dopo era già immersa in una rivista di moda che sfogliava con mano ferma, rigida come gli occhi. Gianrico la osservò a lungo, con prudenza, con attenzione, come un ragazzo che ruba pomi dorati da un giardino privato con tanto di recinzione metallica. La immaginò nel bagno del treno, intenta a detergere un velo di sudore dalle carni profumate.

          Si sentì pervaso da un calore dolce. Eccitazione, desiderio e orgoglio percorrevano con dita carezzevoli il corpo e la mente. Dopo aver attraversato giungle di dubbi, in quell’istante aveva di fronte il panorama umano che aveva cercato: la bellezza e la bontà, la soave lettrice e l’uomo dagli occhi traboccanti di gentilezza. Sentiva ancora su di sé lo sguardo del giovanotto con gli occhiali. Ora che più che mai sembrava incoraggiarlo, spingerlo con delicata urgenza ad esprimersi rivelando ciò che aveva dentro. La bontà lo spingeva in direzione della bellezza.

          I timori si dissolsero e Gianrico trovò la forza di manifestarsi con una domanda entusiasticamente galante rivolta all’appassionata di moda. Lei alzò la testa, finalmente. Lo scrutò con uno sguardo di disprezzo agro e profondo, con lineamenti tozzi, così gelidamente inespressivi da farla somigliare ad un’iguana sibilante con tanto di lingua scagliosa. Si ritrasse, Gianrico, incollandosi allo schienale. Ma era troppo tardi. Il giovanotto dagli occhiali di metallo, vista insidiata da tali avances quella che evidentemente era o considerava la sua compagna, si scagliò, schiumante di rabbia, verso di lui. Il colosso, con un tono di voce pacato e con la quiete possente della faccia, mitigò la furia dell’innamorato offeso. Il poeta nel frattempo, con ironica apatia, tra divertimento e dolore annotava mentalmente ciò che vedeva e sentiva. Adirato, soprattutto con se stesso, per l’incapacità di abituarsi a tali scene. Ma forse anche contento, nel profondo, di quell’ostinata inettitudine.

          Gianrico intanto, come Orlando aggredito dallo sguardo di un’improbabile Angelica e dall’ira di uno dei suoi spasimanti, colse l’attimo favorevole, e, con nobile viso e rapido piede, si diede alla fuga. Decise di tornare allo scompartimento da cui era partito. Lo riconobbe dal fondo del corridoio, e gli parve bello, come un solido, solitario maniero. Nell’istante esatto in cui si apprestava a entrare, la porta si aprì e ne uscì una splendida donna con la valigia in mano. Gli sorrise, radiosa, poi si avviò, morbida, verso il fondo del corridoio. Sarebbe scesa alla prossima stazione, tra meno di un minuto. Gianrico guardò finché poté le caviglie sottili e la pelle abbronzata. Nello scompartimento era rimasto solo il suo profumo, nella mente di Gianrico una trentina di secondi per decidere se rimettersi a sedere e respirare a pieni polmoni o se invece afferrare la sua valigia e correre verso la stazione di quella città di cui conosceva a mala pena il nome.

          Non sappiamo cosa fece Gianrico. I fotogrammi del film della sua storia molto breve e poco eroica si interrompono qui. Ci piace comunque pensare che, avendo natura e ambizioni da esploratore, il fascino del sole e delle ombre di quel borgo tra il mare e la pianura lo abbia attratto a sé. Inglobandolo come una macchia lievemente più scura, una pennellata rapida posta al margine di un quadro, lungo un sentiero di polvere e sabbia. Forse per caso.

Goliarda Sapienza e la scomoda arte dell’anticonformismo

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Goliarda_Sapienza 2

Ci sono libri e autori che non vengono piegati dalle leggi del tempo e del mondo. Restano ai margini per un certo periodo, può trattarsi di anni o addirittura di decenni, perché precorrono il sentire di un’epoca, e questo dono, prima di essere compreso, è un fardello, o perfino una colpa, agli occhi dei più.

Se oggi Goliarda Sapienza è nota e riconosciuta tra le scrittrici più significative del ‘900, si deve al passaparola e a quello spirito libero, quasi anarchico, di coloro che leggono senza pregiudizi, non certo ai paludati, prudenti e non di rado miopi membri dell’intellighenzia.

Parlare e scrivere di Goliarda Sapienza vuol dire capire le ragioni di un fenomeno letterario che è cresciuto in modo autonomo, con una progressione costante, tuttora in corso, e si è diffuso a macchia d’olio all’estero, dopo che per anni, in vita, la figura dell’autrice è passata sotto silenzio, snobbata se non ignorata dall’editoria italiana. La personalità singolare, la vita controversa e fuori dagli schemi e uno stile appassionato sono il marchio di una scrittura che ha trovato nel capolavoro L’Arte della Gioia una sintesi in grado di affascinare i lettori di vari paesi.

Goliarda Sapienza 5

Il mio personale excursus sulla figura di Goliarda Sapienza, scrittrice e poetessa ma anche attrice e sceneggiatrice, seguirà le tappe e il percorso di questi “viaggi al centro dell’autore”: prenderà le mosse dai luoghi che ne hanno segnato più profondamente la vita e l’opera, quelli con cui ha interagito, ricevendone vita e restituendola, strappando al silenzio e alla follia i segni dell’arte della gioia, e del dolore, riprodotti con una penna coraggiosa e sincera.

L’incipit de L’arte della gioia riassume perfettamente l’istinto e la deliberata ricerca della sincerità, il volto nudo delle cose: “Ed eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. Non ci sono né alberi né case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno. Affondo nel fango sino alle caviglie ma devo tirare, non so perché ma lo devo fare. Lasciamo questo mio primo ricordo così com’è: non mi va di fare supposizioni o d’inventare. Voglio dirvi quello che è stato senza alterare niente.”

Goliarda Sapienza 4


Goliarda Sapienza nasce il 10 maggio 1924 a Catania. La madre, Maria Giudice, è una sindacalista nota e impegnata, prima donna a dirigere la Camera del Lavoro di Torino, mentre il padre, il catanese Peppino Sapienza, è un avvocato dedito principalmente alle cause della povera gente. Sarà l’educazione anarchica del padre a segnare un’impronta profonda sul suo modo di guardare alla vita, lo sguardo intenso, l’angolazione sghemba, di taglio, sprazzo di luce su una ferita. Come le crepe sulla terra assolata, sulle pietre antiche e sugli umili sentieri della sua Sicilia, quasi imperturbabile al tempo, immersa in un sole pigro e possente, tra apatie e passioni, istantanei scatti felini e un’afa atavica. In un’epoca che gravava come un macigno su un popolo oppresso da un regime autoritario che si innestava su connivenze e oppressioni già profondamente radicate, Goliarda ebbe il modo, la sorte e il merito di ritagliarsi spazi di libertà, lontana dai vincoli sociali, svincolata persino dal frequentare la scuola per evitare qualsiasi forma di imposizione e di influenza del regime fascista.

Dentro i primi scritti di Goliarda, sullo sfondo, come un vulcano solo in apparenza immobile e spento, ma anche dentro, all’interno, nel nucleo caldo in espansione, c’è la Sicilia. Impregna e fa ardere i suoi primi versi, quelle diciotto poesie brevi in lingua siciliana oggi raccolte nella silloge Siciliane pubblicata da Angelo Scandurra. Si tratta di una “serie di fogli non inframmezzati da altri componimenti in italiano” nei quali Goliarda esprime il dolore per la morte della madre, testimoniando l’amore, il rimpianto, la rabbia, le luci e le ombre di un rapporto conflittuale e sofferto: anche lei, la madre, come la Sicilia, è il suolo imprescindibile delle radici da cui si fugge e a cui si ritorna, un desiderio di altrove che si porta dentro, ossimoro spaziale e logico, sete di vita e di espressione. Queste poesie rappresentano l’imprinting della giovane e atipica poetessa chiamata affettuosamente “Iuzza”. La sua identità è segnata dalla vita della sua Catania, dal quartiere Berrillo in cui ha vissuto, con i vicoli e i bassi intorno a via Pistone, tra il lavoro dei pupari e le loro storie di un passato mitizzato, reso attuale nel suo infantile eroismo affiancato alle vicende e ai sogni resi racconto tra dramma e ingenuità, come le pellicole del cinema Mirone in cui Goliarda trascorreva interi pomeriggi. C’è una frase di Goliarda Sapienza, che recita: «Palermo sull’isola assediata due volte, dai monti e al di là dei monti dal mare. Catania insonne di gelsomini, di stelle e occhi di bambini». La poesia della parola fa incontrare gli estremi, dissolve le distanze e per un istante le tramuta in un sensuale abbraccio.

Anche negli altri suoi testi, da “Filo di mezzogiorno”, a “Certezza del dubbio”, fino a ”Arte della gioia” eLettera aperta”, non c’è pagina che non abbia echi della sua terra.

Nel titolo del film documentario realizzato da Alessandro Aiello e Giuseppe Di Maio, “L’Anti Gattopardo. Catania racconta Goliarda Sapienza”, c’è una possibile chiave di lettura per penetrare all’interno del mondo complesso e poliedrico dell’autrice. Innanzitutto il suo essere “contro”, schierata sul fronte avverso: non per sfoggio, non per maniera o cliché, non per diventare essa stessa un personaggio ribelle da cinema o da teatrino dei pupi, una donzella che si agita e grida contro bellicosi e violenti spadaccini. L’opposizione di Goliarda al mondo era innata, genuina, vissuta con una specie di malinconia assolata, una gioia che è arte ma anche sole che abbronza, assorbito dalle pelle in modo spontaneo, una forza vitale che porta verso un luogo altro. Quasi senza rabbia, perché il gesto e il moto sono tanto naturali da non richiedere neppure di essere espressi con atteggiamenti esteriori.

Il documentario ripercorre le tappe e i luoghi della vita della scrittrice etnea, dagli inizi della sua carriera di attrice teatrale a quella cinematografica. Parla anche del passaggio dalla speranza di gloria alla miseria e al periodo trascorso in carcere per furto. Ad alcuni dei luoghi cardine della sua ispirazione di artista e di persona ho già fatto cenno: l’antico Laboratorio Puparo Insanguine e il cinema Mirone; ad essi si aggiunge Ognina, la baia dove andava a nuotare e infine la spiaggia della Plaia, dove a volte raccoglieva le reti con i pescatori. A volte piene, queste ultime, a differenza di quella simbolica della sua vita, segnata dalla ricerca di un successo e di un’affermazione mai raggiunti sia nel campo teatrale che in quello letterario.

Oltre la Sicilia, nel percorso esistenziale di Goliarda Sapienza c’è Roma. Vi arriva sedicenne insieme alla famiglia e vi trascorre mezzo secolo. Spinta dal padre che ne intuiva il talento artistico, si iscrive all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica. Per un periodo intraprende anche la carriera teatrale, conservando anche in questo ambito il legame con le radici grazie alla predilezione per i lavori pirandelliani. Lavorò sporadicamente anche nel cinema, dapprima con Alessandro Blasetti per poi limitarsi a piccole apparizioni, come in Senso di Luchino Visconti.

Nel mondo del cinema trova anche uno dei suoi più intensi legami sentimentali, quello con il regista Citto Maselli durato 18 anni. Negli ultimi anni della sua vita insegna recitazione presso il Centro Sperimentale di Cinematografia.

Dopo aver abbandonato la carriera di attrice sin dai primi anni ’60, iniziò a dedicarsi alla scrittura. Il suo primo romanzo, Lettera aperta, del 1967,, racconta l’infanzia catanese, seguito da Il filo di mezzogiorno (1969) resoconto della terapia psicanalitica con il medico messinese Ignazio Majore.

Nel 1980 finì in carcere, per un furto di oggetti in casa di amiche. Sempre in carcere continuò l’opera di scrittrice pubblicando però molto poco, fatta eccezione per alcune sue opere come L’università di Rebibbia e Le certezze del dubbio, pubblicato grazie all’incontro con il conterraneo poeta ed editore Beppe Costa, che si batté a lungo per lei. Costa tentò senza successo di farle assegnare il vitalizio della Legge Bacchelli, né riuscì a ottenere la ristampa delle sue opere. Sapienza riuscì comunque a pubblicare, con la sua casa editrice Pellicanolibri, Le certezze del dubbio, 1987, premiata successivamente in occasione del Premio Casalotti 1994.

I numerosi rifiuti editoriali non ne abbatterono la determinazione, portata avanti tra entusiasmi e forme gravi di depressione che la indussero per ben due volte al tentativo di suicidio. Alcuni versi di una sua poesia testimoniano la tenacia del passo pur nella consapevolezza degli ostacoli: “Vorrei al ritmo del verso/ abbandonarmi/ ma il tempo stringe/ e devo correre ancora.”

Per un’analisi critica di questi versi tratti dalla raccolta Ancestrale, così come per una lettura approfondita di vari spunti che in questi appunti di viaggio sono stati appena accennati, si consigliano saggi e articoli presenti in alcuni libri e anche in rete. Di particolare rilievo e interesse, per il lungo e pregevole lavoro dedicato alla figura e all’opera di Goliarda Sapienza, gli articoli di Fabio Michieli, tra cui https://poetarumsilva.com/2013/11/07/ancestrale-di-goliarda-sapienza-appunti-di-lettura-con-una-nota-impropriamente-filologica/ e di Alessandra Trevisan, tra i più qualificati studiosi dell’autrice. Si vedano ad esempio, riguardo alla Trevisan, i seguenti link: http://www.veneziatoday.it/eventi/goliarda-sapeinza-loggia-noale-12-aprile-2016.html e https://poetarumsilva.com/2016/02/18/voce-di-donna-voce-di-goliarda-sapienza-a-bologna-in-lettere/ (quest’ultimo riferimento riguarda uno spettacolo teatrale dedicato alla scrittrice siciliana e realizzato assieme ad Anna Toscano e Fabio Michieli). Per una panoramica dell’ampia e costante attenzione riservata da Poetarum Silva a Goliarda Sapienza è utile anche la lettura di questo recente articolo: https://poetarumsilva.com/2016/05/23/goliarda-sapienza-o-dellessere-outsider-2/ .

Goliarda Sapienza 3

Vorrei al ritmo del verso/ abbandonarmi/ ma il tempo stringe/ e devo correre ancora”, dicevamo, citando i versi emblematici di Ancestrale. Nell’ambito di questi contrasti, nella tenacia che parte da una sola certezza, quella del dubbio, riesce a portare a termine la sua opera più emblematica L’arte della gioia. Un titolo che rivela segni e significati: la gioia come arte, quindi come ricerca, tensione, aspirazione alla bellezza. Un luogo da conquistare più che un suolo di cui si possa vantare il possesso. In questo suo libro l’autrice trasfuse il suo senso di libertà e di rivolta contro qualsiasi convenzione . “Non sapevo che il buio non è nero. Che il giorno non è Bianco. Che la luce acceca. E il fermarsi è correre. Ancora di più”, dichiara, in alcuni suoi versi, adatti anche a parlare del suo libro, oltre che del suo modo di vedere e di pensare.

Il romanzo narra la storia di Modesta ciò che incontra sulla sua strada ma anche il coraggio di uscire dai sentieri già segnati per andare incontro a ciò che davvero sente e di cui ha bisogno, l’essenzialità ruvida e sublime di un’esistenza vissuta con sincera passione, nel bene e nel male.

Modesta è un personaggio che vive senza fuggire. Guarda in faccia le sfide, cercando continuamente un equilibrio tra corpo e pensiero e dimostrando in definitiva la propria individuale conquista di tale obiettivo.

Modesta è un paradossale quanto sincero alter ego (un nome quasi ossimorico, antitetico in un certo senso rispetto ai suoi nomi anagrafici, Goliarda e Sapienza). Identica a quella dell’autrice è però la volontà del personaggio di condurre le sue battaglie in modo coraggioso, al di là dei dogmi, senza Dio né padroni.

Dopo aver lottato per anni per veder pubblicato il suo romanzo, Goliarda Sapienza si rese conto che non ci sarebbe riuscita, se non molto tardi, quando ormai il suo percorso esistenziale era concluso. Ma trasforma questa apparente sconfitta in un preso di coscienza amara ma non vinta, una poetica della solitudine e del mistero del senso delle cose: “Ogni individuo ha il diritto al segreto e alla morte. È per questo che ho scritto, per chiedere a voi di ridarmi questo diritto […]. Vi chiedo solo questo: non cercate di spiegarvi la mia morte, non la sezionate, non la catalogate per vostra tranquillità, per paura della vostra morte, ma al massimo pensate – non lo dite forte, la parola tradisce – non lo dite forte ma pensate dentro di voi: è morta perché ha vissuto».

Goliarda_Sapienza

Einaudi si sta occupando, ora, della pubblicazione degli scritti inediti lasciati dall’autrice, nello specifico il romanzo Io, Jean Gabin (2010) e una selezione di pensieri tratti dai diari raccolti nel volume Il vizio di parlare a me stessa (2011), e in La mia parte di gioia (2013).

Ciò che l’autrice ci lascia, utile e attuale, oggi più che mai, è la capacità e il bisogno , il coraggio e la volontà di restare lontana dagli stereotipi comodi e suadenti. L’arte della gioia ha detto qualcuno è un libro che “insegna a desiderare”. La gioia viene vista come un diritto, e tutto ciò è intrinsecamente rivoluzionario. Una delle pochissime utopie ancora vive, oggi più che mai. Tanto improbabile quanto vitale, nel senso stretto del termine. Un diritto quest’ultimo che troppo spesso si tende a negare o a limitare, per convenzioni religiose o ideologiche, o per vigliaccheria, ma che riemerge prepotentemente come una delle leve più importanti dell’agire umano.

È questo diritto-dovere che questa autrice atipica evoca, certa solo del dubbio, e, nonostante questo, o forse in virtù di questo, tanto più consapevole di ciò che dà forma e misura alle maglie larghe e a quelle strette della rete spietata e fascinosa che è il destino. Goliarda Sapienza ha compreso ciò che ha percepito. Ha pagato lo scotto di questa ispirazione inebriante, questa ondata di sensazioni che ti travolge mentre ti porta oltre i confini, al di là delle Colonne d’Ercole del già detto e del già stabilito, delle regole e dei paletti posti tra i diversi territori esistenziali degli individui. Tutto ciò che durante la sua vita le ha causato problemi, isolamento e frustrazione, la ha anche resa forte nella sua incoercibile autenticità. Ciò che in vita l’ha fatta additare come diversa, ora contribuisce a nutrire la curiosità dei lettori nei suoi confronti, la sete di abbeverarsi alla fonte della sua strana gioia e della sua arte alchemica e misteriosa. Perché probabilmente ogni lettore ha l’orrore di guardare negli occhi la gioia che acceca e rende folli, ma, osservandola nello specchio di chi ha osato cercarla al posto suo, vi trova il suo stesso sguardo e il viaggio nel mare tempestoso e mitico che ciascuno, in cuor suo, sogna di intraprendere.

Letture allo specchio (2): Maria Zimotti

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Due volti di donna Dama ermellino

In questo romanzo agile e corposo l’autore ci porta nel passato alternativo di un Leonardo da Vinci in crisi di identità. Nel 1498 Leonardo da Vinci è una star acclamata. Nel corso di un viaggio tempestoso, descritto con tratti che evocano fin dall’incipit l’angoscia esistenziale che lo accompagnerà per tutto il testo, incontra un suo sosia.

Il gioco del doppio è presto fatto. Grazie a questo stratagemma Leonardo entrerà in profondità dentro se stesso utilizzando il sosia come camera di compensazione delle sue confessioni più recondite coltivando l’illusione di poter essere finalmente libero dall’immagine di sé che il mondo conosce.

Come in uno specchio, i ruoli si confonderanno alimentando i dubbi, piuttosto che risolverli.

Il lettore si trova di fronte ad un testo colto ma scorrevole che può tendere all’universalità dello stile e del contenuto per l’utilizzo di un linguaggio moderno ma non anacronistico rispetto alle vicende narrate.

Tra i diversi aspetti da sottolineare rispetto ai molteplici spunti di riflessione offerti al lettore, una in particolare secondo me vale la pena evidenziare.

In un passaggio fondamentale del testo nel quale Leonardo da Vinci fa partecipe il suo sosia, Manrico, della sua impasse rispetto al perfezionamento di uno dei dipinti che diverrà poi il simbolo stesso della sua opera, ovvero La Gioconda, è descritto mirabilmente il processo della creazione artistica dal quale si evince come ciò che fa di un’opera d’arte un capolavoro, un “quadro che parla”, è l’espressione della sua carnalità che sovrasta i secoli intatta.

Perché leggere questo libro?

Viviamo in un’epoca di surplus di produzione di testi nella sola scelta dei quali le sinapsi vanno in tilt. Anche all’interno della pubblicazione di narrativa, a livello autoriale, molto probabilmente non solo per volontà degli autori, la letteratura è diventata autoreferenziale, persa più in discussioni sterili dell’ambiente letterario che nella vera connessione con il desiderio di dire, di dire parole nuove.

In questo testo, come anche in altri di Ivano Mugnaini, ci sono parole nuove perché antiche, perché di sempre, e vi è una stretta connessione con la poesia (non a caso un’altra pietra miliare del libro è una definizione della poesia che si può tranquillamente mettere tra i preferiti delle citazioni in tema) che inserisce, come del resto detto da altri, il brivido della poesia nella narrativa, che è una caratteristica della prosa di Mugnaini.

Scegliere testi come questo è addentrarsi nelle “vie traverse” della letteratura, la letteratura “che conta”, fatta di uomini e donne la cui scrittura è libera di esercitare la vera tensione emotiva, cercando di realizzare l’alchimia tra il contenuto e la forma offrendo al lettore prima di qualsiasi altra cosa uno stile che non è maniera ma genuina espressione e sperimentazione, aldilà delle mode.

Lo specchio di Leonardo – versione in inglese

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Qui di seguito le prime pagine della versione in inglese de LO SPECCHIO DI LEONARDO.
Here the first pages of the English version of LO SPECCHIO DI LEONARDO.
The novel in available, in e-book, also in English:  http://www.edizionieiffel.com
Info: info@edizionieiffel.com 

The mirror of Leonardo - imageLeonardo - La scapigliata

                  THE MIRROR OF LEONARDO

Novel

by

Ivano Mugnaini

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Leonardo _ Bacco 2

It was not an invention to change my life, nor a discovery: it was a game of chance. One afternoon in March 1498, while travelling from Florence to Milan, to the castle of the Duke Sforza, my master, a powerful storm forced me to pause in the middle of nowhere in the mountains of Mugello. The struggle between the sky and the ground was fierce, the water penetrated the air like a blade opening wounds of mud that flowed in dense and swirling streams. The violence of nature appeared to me a blind force, and made me feel a sharp weakness and insecurity, but also a power even greater than that which tore the sky with fire and the chest of men and beasts with fear. “Here we have to stop, Master, or else we drown,” barked Uberto, my coachman. Fat and slow, laughing with big cheeks and dull eyes. Already he was looking forward to the wine and the buttocks of some generous landlady. I envied and hated him. He was a man like me, but he was different: simple, suitable to the vulgar misery and to the rocky reality of the world. Sitting at the table of the tavern in the village where we had taken refuge to escape the storm and to eat something, almost hidden by my own shoulders, suddenly I saw him. I looked at him for a long time, sideways. It was incredible, yet clear, completely real. In the opposite corner of the room, intent on drinking and peering into the window lashed by rain, there was a local man, a peasant, a mountaineer looking identical to me. Another me, same body, same face and expression, a perfect replica. I recalled in swift succession dozens of dreams of escape, and finally conceived, at that precise moment, a project, a plan, a mad flight. If it worked I would be free, I could finally give me to the debauchery, the bestiality, the taste of nonsense, and I could devote myself passionately to the really heretic studies I always dreamed of. Thanks to that man, the doors of real love and sex would have opened to me, in an honest, absolute way, and would tighten the walls of my wickedness, the sense of pleasure that catches me while I tear with knives and fingers still warm and alive bodies of toads and lizards, with an identical desire to do it with men and women. Meanwhile, as if by miracle, as I thought all this I finally conceived a kindness, or perhaps, a further insult, the greatest evil of my life: to give to a stranger, inadequate and perhaps happy in his wilderness, the chance to turn into Leonardo da Vinci, artist, man of science and of the world, considered a genius.

I approached him with slow steps, like a cat that moves towards the prey being careful not to let it get away too soon. I sat at his table, beside him. He looked at me scared, with my same ecstatic disbelief. We gave us strength with two glasses of wine drunk in unison, in silence. I explained him who I was, and I proposed him, as soon as I saw the features of his face relax and become placid, to replace me for a certain period of time, benefiting of all the advantages and all the honours that would be given to him.

With a smile that opened uncertain, but gradually more and more lively and penetrating, he accepted my offer. Certainly he presaged clear in his mind the leap into the void, the abyss that swallows. But he realized that that extraordinary occasion, the bright chariot in the rain, would never more cross the stony road of his life. He realized that, if he would step upon it, it would lead him away from the mud and squalor of his life, to the city, the real life, whatever it were.

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My double agreed, and I already saw him as the puppet whom I would have provided the information and drawings for minimal routine administrative activities, things apt to a surveyor or an architect, to keep alive my name and my figure, and I, finally free from the chains, would have travelled around the world, in the memory, and in me, in the industrious application of the careful dissection of my mind and my wishes with the sharp knives of time and sincerity. And, for once, I could see myself living, or, even better, observe how others saw me or believed to see me: the lies, the poisonous comments, the stabs just as I turned my back. I finally would have gazed calmly and with ease to the faces and hearts of others. Thinking also, with huge application, a proper vengeance, before dying: a decisive invention, a deadly Trojan horse for this sick world.

Arte e luoghi: una lettura

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Una bella lettura del mio libro a cura della redazione di Arte e luoghi che ringrazio.   IM

http://arteeluoghi.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2528:lo-specchio-di-leonardo&catid=67:libri&Itemid=61

Lo specchio di Leonardo

 

In libreria il nuovo romanzo di Ivano

Mugnaini ispirato alla vita di Leonardo da Vinci

Un titolo fortemente suggestivo. “Lo specchio di Leonardo” è il nuovo romanzo di Ivano Mugnaini, tra i più eclettici scrittori del panorama letterario italiano, uscito recentemente e in libreria e nei principali canali di distribuzione online.

Pubblicato dalla Eiffel edizioni, «lo spunto iniziale del romanzo – racconta lo stesso autore – è nato da un film-documentario, uno dei tanti dedicati a Leonardo da Vinci, alle sue scoperte, al suo inesauribile talento. Veniva mostrato Leonardo alle prese con gli specchi da lui studiati a lungo per scopi scientifici e militari. Mi sono interrogato, in quell’istante, sul rapporto del genio con la sua immagine.»

Come un fiume in piena, sono scaturiti da quelle immagini una serie di interrogativi che finivano tutti con l’indagare la personalità eclettica di Leonardo, il genio e il suo lato oscuro.

Uno su tutti. Ma cosa scatta nella mente di un genio come Leonardo quando per circostanze assolutamente fortuite si imbatte nel proprio doppio, ossia in quello che sembra essere una copia esatta di se stesso?

Questa la genesi del romanzo di Ivano Mugnaini che in punta di inchiostro prova ad entrare nei meandri del pensiero di Leonardo e della sua anima tormentata provando ad intuirne desideri e comportamenti narrando, nelle novanta pagine del romanzo, il percorso di evoluzione e trasformazione, di complicità e rivalità che si innesta tra due persone in apparenza uguali ma agli antipodi per personalità e carattere.

Lo specchio di Leonardo è un romanzo sui generis, una biografia romanzata che attinge dalla storia con avvenimenti concreti e circostanziati per mettere in scena un sottile e complesso gioco dei ruoli che svelerà un finale sorprendente.

Copia di Ivano Mugnaini - foto

 

«Lo specchio di Leonardo non è un romanzo storico né aspira ad essere un thriller sensazionalistico – scrive nella prefazione Giuseppe Panella, docente di Estetica alla Scuola Normale di Pisa. È uno scavo in profondità nella mente di Leonardo supportato da una notevole ricostruzione del suo percorso biografico che non pretende, tuttavia, di rivelare verità storiche nuove o sorprendenti quanto di puntualizzare e di ricostruire ciò che è noto della dimensione umana del personaggio, tentando di farlo interagire con le proprie contraddizioni».

Nato a Viareggio, Ivano Mugnaini è autore di romanzi, racconti, recensioni e note critiche. Collabora con editori e riviste, tra cui anche “Arte e Luoghi” con la sua rubrica “Luoghi d’Autore” e ha curato la rubrica “ Panorami congeniali” sul sito Bompiani RCS. Tra le sue pubblicazioni la raccolta di racconti L’algebra della vita e il romanzo Limbo minore. Il suo racconto Desaparecidos è stato pubblicato da Marsilio mentre il romanzo breve Un’alba è stato pubblicato da Marcos Y Marcos. Scrive testi teatrali e cura il blog letterario “Dedalus”  e il suo sito .

red. Arte e Luoghi


 

Lo specchio di Leonardo di Ivano Mugnaini –     Edizioni Eiffel 2016

Disponibile in libreria ( in versione italiana) e in eBook ( in versione inglese)

oppure on line su AMAZON 

Per maggiori informazioni visita il sito www.ivanomugnaini.it e www.edizionieiffel.com .

Su Karenina.it, intervista su Lo specchio di Leonardo

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foto libro 1

 

http://kareninait.blogspot.it/2016/03/intervista-ivano-mugnaini-autore-del.html 

Copia di Ivano Mugnaini - foto

Intervista a Ivano Mugnaini, autore del romanzo “Lo specchio di Leonardo
Lo specchio di Leonardo, il tuo ultimo romanzo, si avventura nella vita di uno dei più noti protagonisti dell’arte dei tutti i tempi. Perché la scelta di un personaggio così ingombrante, già oggetto di tanta letteratura?
È vero, Leonardo da Vinci è un personaggio imponente, poliedrico, prepotentemente presente quasi in ogni ambito scientifico ed artistico, oltre che nell’immaginario collettivo. Finisce per sbalordire e spaventare. La sua grandezza ci chiama, volenti o nolenti, ad una sfida, una specie di braccio di ferro, a distanza certo, ma non meno accanito. Si cerca alla fine, istintivamente, di trovare una falla, un punto debole nella sua colossale struttura di uomo e pensatore. Si tende a dargli (e in fondo anche a darci) una dimensione pensabile, una fragilità, qualcosa che lo renda umano. E, di conseguenza, dotato di una grandezza ancora maggiore, visti gli straordinari risultati che ha raggiunto.
In effetti il personaggio di Leonardo è stato oggetto dell’attenzione di molti scrittori e saggisti in diverse epoche. Alcuni di loro sono elencati nella prefazione al mio libro scritta da Giuseppe Panella, in cui si sofferma in particolare su Paul Valéry e la sua Introduzione al metodo di Leonardo da Vinci, utilizzata come punto di partenza per un’ampia carrellata storica, filosofica e letteraria, basata su un’analisi freudiana di alcuni lavori, scritti e simboli della vita e dell’opera leonardesca.
Ho sentito anch’io l’impulso di scrivere di Leonardo, non certo per proporre verità nuove, ma per indagare, grazie ad un espediente narrativo, su quello che è il suo lato più nascosto e misterioso: quello di uomo, persona soggetta a desideri e manie, pulsioni e frustrazioni. Mi sono soffermato, facendo ricorso ad un’invenzione di pura fantasia, sul Leonardo in carne e ossa più che sul genio assoluto, inarrivabile e quasi impalpabile.
L’idea di partenza è quella che scatta nella mente di Leonardo nel momento esatto in cui vede il suo sosia: “Grazie a quell’uomo mi si sarebbero aperte le porte dell’amore e del sesso vero, sincero, assoluto, e si sarebbero serrate quelle della mia cattiveria, il senso di piacere che mi coglie mentre lacero con le lame e con le dita corpi ancora caldi e vivi di rospi e lucertole, con un’identica voglia di farlo anche con i cristiani. Intanto, come per miracolo, mentre pensavo tutto questo concepivo finalmente una bontà, o forse, per beffa ulteriore, la cattiveria più grande della mia vita: dare ad uno sconosciuto del tutto inadeguato, forse felice nella sua landa selvaggia, la possibilità di tramutarsi in Leonardo da Vinci, artista, uomo di scienza e di mondo, considerato un genio.”
Ma tra il progetto e la sua realizzazione c’è la realtà e l’universo mentale del protagonista. Il Leonardo di cui ho scritto è un essere complesso e umanamente tormentato che si descrive in questi termini: «Non avevano capito niente di me, anche per colpa mia. Non comprendevano che io dissezionavo uomini e animali morti, e ideavo macchine di legno e di ferro, ma non avevo mai compreso nulla in fondo delle menti, dei cervelli, delle anime, come le chiama la gente di chiesa. Osservavo da sempre ciò che è statico, regolato da leggi fisiche, sicure, neutre, impersonali. Mi vedevano, gli altri, come un semidio, eccelso, capace di prodigi, quasi onnipotente, senza sapere quanto mi fossero oscuri e alieni i gesti profondi, i moti interiori, le voglie e le necessità degli uomini che vivevano attorno e dentro di me. Non comprendevo loro in me e me in loro, perché non c’è regola né schema in questo campo, e ho fallito quando ho provato a indagarli, sempre, immancabilmente. Così come ho fallito quando ho guardato al sacro, al cielo».

 

Più biografia o autobiografia? Quanto hai messo di te stesso nel tuo personaggio di Leonardo e nel suo doppio?
Un mio professore del liceo mi ricordava che tutto, perfino i diari più segreti, sono scritti con l’intento di essere scoperti e letti da qualcuno. Altrimenti non ci si affiderebbe alla parola scritta. Lo stesso professore mi diceva anche che chiunque, scrivendo qualsiasi cosa, in fondo, che lo voglia o meno, finisce per parlare di sé. Credo che nelle parole di quel vecchio insegnante ci sia del vero: pur nelle enormi ed evidenti distanze, cronologiche, sociali, individuali e via dicendo, ho cercato di individuare un minimo comune denominatore tra le mie debolezze e aspirazioni e quelle del personaggio su cui è incentrato il libro. Ho cercato di compenetrare le ambivalenze e i compromessi che perfino un genio assoluto come Leonardo era costretto a subire per vivere: da un lato le angherie e i capricci del potere e sul fronte opposto il suo desiderio di autenticità e di libera espressione, sia delle pulsioni erotiche sia del pensiero.

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L’immagine riflessa nello specchio è per te metafora o pretesto per sviluppare un discorso sul doppio?
Direi che è entrambe le cose. Quello del “doppio”, del sosia, è uno dei topos più presenti nella letteratura di ogni tempo. Nel caso specifico del mio libro si tratta sia di una metafora della complessità della mente umana, sia di un meccanismo narrativo per fare emergere un alter ego dotato di una vita propria con cui Leonardo si deve confrontare, lottando prima per riconoscerlo come affine, poi per liberarsi dalla sua annichilente e straniante influenza. Ma ciò che conta è la consapevolezza che il protagonista assume: le due fasi, la fascinazione e il rigetto dell’altro lato del sé, non sono separate e distinte. Si intersecano e si sovrappongono in un meandro di sensazioni e desideri che costituiscono la miseria e la grandezza di ogni essere che lotta per la comprensione di ciò che va oltre la superficie. L’immagine riflessa del mio libro è un doppio che in un primo momento Leonardo vorrebbe solamente usare, un trucco, un espediente per fuggire da una società falsa e opprimente. All’inizio è una specie di fantoccio uguale a lui per l’aspetto fisico ma diversissimo come mentalità e modo di vedere il mondo. Gradualmente, mano e mano che gli accadimenti si dipanano, si arriva ad un ribaltamento di prospettiva: l’alter ego prende il sopravvento, lasciando aperta la domanda di fondo, ossia se esso rappresenti la parte meno nobile di Leonardo, quella becera e terrena, o se invece sia l’incarnazione dell’autenticità, della schiettezza, di un vitalismo vorace ma genuino.

Promo Leonardo con frase A

Qual è il rapporto con l’arte e la scienza che emerge dal tuo personaggio?
Anche in questo ambito la risposta è basata sulla duplicità, su una coesistenza e su un netto contrasto. Leonardo era sia un creatore di bellezza che di morte. Era un artista, pittore raffinato di soggetti sacri e profani, ma anche un ingegnere ideatore di congegni che venivano utilizzati nelle guerre, strutture architettoniche a difesa delle città e marchingegni utilizzati per attaccare ed uccidere i nemici. E non è un caso che uno degli snodi fondamentali del romanzo abbia luogo proprio nel momento in cui il protagonista si rende conto che perfino la sua arte pittorica, il suo sogno di bellezza, si allinea all’esaltazione di un massacro. Si accorge che l’affresco della battaglia di Anghiari, a lui commissionato dal partito al potere, altro che non è che la celebrazione di una carneficina. Da quel momento Leonardo si rifiuta di portare a termine il lavoro pittorico, mentre il suo alter ego lo esorta a proseguire. È la prima scintilla della scissione. E di questo moto dell’animo di Leonardo: “La mia vendetta, lo scherzo al destino, al potere becero sempre diverso e sempre uguale a se stesso, sarebbe stata, nel progetto e nel sogno, una beffa estrema: una burla serissima e feroce che forse qualcuno nei secoli avrebbe saputo cogliere e gustare. Avrebbe riso, ad anni di distanza, nel trionfo muto e immenso dell’intelligenza che non si arrende: sarebbe stata quella l’arma micidiale commissionata dai potenti del mondo. Un’arma di creazione, non di distruzione, rivolta contro di loro, non a loro favore.” Un’aspirazione soggetta, anch’essa, all’ironia della realtà.

immagine - la vita è sogno

 

E quale invece quello con l’amore?
Hai oggettivamente individuato i due punti cardine. L’amore è cura, passione, ricerca di una rinascita: “Come un naufrago mi aggrappai a lei, e fu gioia la sconfitta, l’abbandono ad un’acqua più sapida e possente che ti chiama a sé e ti sommerge, in un nuovo battesimo, carezza liquida che uccide e rigenera.”
Ma la sconfitta definitiva di Leonardo, la sua Caporetto interiore, per così dire, ha luogo proprio nell’istante in cui la sua donna, l’immagine femminile da lui idealizzata ma del tutto reale nella sua mente, la Gioconda, cede al suo alter ego, si concede anche carnalmente alla parte più sporca e prosaica del proprio essere. Dopo essersi negata a lui per anni, si lascia possedere e fecondare dal suo doppio. In quel frangente Leonardo ha perso tutti i suoi riferimenti esistenziali: la sua arte e la sua scienza sono asserviti al potere e alla volontà di distruzione, il suo amore più puro e apparentemente angelicato è perduto, prostituito e alla mercé dei più bassi istinti. Non può che prendere atto della rotta assoluta della sua esistenza. Ma, paradossalmente, nel momento in cui accetta il trionfo dell’altro da sé e si rifugia nella fuga dal mondo, si ritrova. O, almeno, orienta la sua vita verso direzioni e mete finalmente libere, non più schiave della logica, della gloria, della fama. Nel momento in cui si sente del tutto perduto, Leonardo ritrova se stesso e la volontà di inseguire nuovi progetti, nuove domande, senza più la pretesa di trovare risposte assolute. Ciò apre la strada ad un finale a sorpresa del romanzo. Un ribaltamento di fronte e di prospettiva che coinvolge il protagonista e il suo alter ego, i loro destini e le loro biografie, reali e immaginarie.

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Secondo te in quale direzione va la narrativa oggi?
Moltissime sono le strade, i percorsi, i fiumi e i torrenti carsici. Ci sono libri di assoluto valore ma c’è anche una quantità di prodotti editoriali, nel senso stretto del termine, ossia di libri costruiti e confezionati su misura, come una merce di qualsiasi altro genere, per attrarre lettori e favorire le vendite. Ciò è del tutto legittimo, niente da obiettare. Ma temo che l’appiattimento e l’omologazione dei gusti possano avere un effetto boomerang. È un fenomeno che si può mettere in parallelo, ad esempio, con ciò che accade nel mondo della cinematografia e della televisione e in vari altri ambiti artistici. A fianco di alcuni lavori ideati e portati a termine con originalità c’è una marea di materiale “di plastica”, facile da realizzare e da commercializzare ma di scarso valore intrinseco. Trovo che alla lunga possa rivelarsi autolesionistico condurre volutamente il pubblico verso crinali friabili e inconsistenti. L’illusione di aumentare per qualche euro in più l’audience dei lettori, così come quella degli spettatori, porta e porterà sempre di più ad un’attenzione di breve durata e progressivamente ad un rifiuto, un rigetto.
Sarebbe auspicabile, come già accade in alcuni paesi, anche europei, che anche in Italia si realizzassero concorsi letterari ed artistici veri e seri, con l’intento di fornire ai talenti, che ci sono, la possibilità di esprimersi, di ricercare, di realizzare con i giusti mezzi le loro idee e i loro progetti. Ciò avrebbe un positivo effetto a catena anche sul pubblico. Perché, alla fine, la qualità paga, anche nei termini finanziari tanto cari alle industrie e alle società. I lettori non sono stolti come qualcuno vorrebbe fare intendere. Sanno distinguere e discernere. E se un lavoro artistico stimola la loro mente e li coinvolge viene premiato, anche e soprattutto se contiene elementi di riflessione e simbolici, mai pedanti, questo è sottinteso, ma del tutto stimolanti. La “complicazione” non è da demonizzare, tutt’altro: è sempre gratificante.