L’inciampo – recensione

Condividi...Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterPrint this pageEmail this to someone
Propongo qui una mia nota di lettura al recente libro di Daniela Pericone.
Chi fosse interessato a inviarmi suoi testi, editi o inediti, per letture editoriali o recensioni, mi contatti a questo recapito :  ivanomugnaini@gmail.com

COPERTINA L'INCIAMPO

Daniela Pericone, L’inciampo, L’Arcolaio edizioni, Forlì, 2015, pagg. 90, € 11

Nota di lettura di Ivano Mugnaini

Inutilmente la vita mi rincorre
la gara è breve ma la fatica è doppia
a ogni tappa è mia la vittoria
il passo sempre di uno sbaglio avanti
.

Questi riportati qui sopra sono alcuni versi che ho scelto tra i più significativi, a mio avviso, della raccolta L’inciampo di Daniela Pericone. A dire il vero avrei dovuto citarne molti, alcuni sparsi e racchiusi in contesti apparentemente e forse volutamente transitori, come tappe di un percorso che conduce a bagliori di visioni tanto brevi quanto intensi.

Ci sono molte parole chiave, nei versi riportati: “vita, gara, fatica, passo, sbaglio”. Sembra fuori dei confini semantici, e per questo spicca, il termine “vittoria”.

L’esplorazione del terreno esistenziale è condotta con sguardo attento e acuto, disincantato, sapendo che ogni sorriso comporta la conquista non di rado penosa dei domini del tempo e dello spazio. Con la consapevolezza che ogni passo è, insieme, gioia e dolore, volo e inciampo.

Sapendo che forse il solo volo possibile è quello brevissimo, tragico, ironico, salvifico a suo modo, che separa e unisce il desiderio dell’aria e l’asprezza del terreno.

“Uno sbaglio avanti” è uno dei molti ed efficaci casi in cui il linguaggio viene plasmato per esigenze di sintesi e per creare un ponte tra la sintassi e il sentire più profondo, per andare oltre il senso immediato, esprimendo in una manciata di sillabe un mondo, un microcosmo, individualità tanto assoluta da diventare paradossalmente universale.

Senza più ossa e nodi su nodi
alle dita e quegli occhi allacciati
allo specchio infestati di sonno
in abito di gala la menzogna.

La poetica della negazione si può percepire e rilevare nei versi sopra riportati, o meglio la poetica della sottrazione, una consistentissima assenza, una mancanza prepotente per urgenza e preponderanza. La montaliana consapevolezza del non possedere e del non poter dire appieno si innesta qui su un’ironia amara, rafforzata ancora una volta da adeguati spostamenti dell’asse semantica: quegli occhi che non sono soltanto colmi di sonno ma sono “infestati”, quasi a trasporre il tutto in un ambito patologico, un’infezione, un morbo. E, come eco distante ma in qualche modo percepibile, quel “è forse il sonno della morte men duro” riecheggia. Così come il topos di sempre, la maschera, la finzione, il niente, la menzogna rivestita con abiti di gala.

Continuando nella scia del parallelismo foscoliano dei Sepolcri, c’è anche qui un “pur”, un momento di svolta brusca, una sterzata energica che non nega quanto si è detto del dolore e dell’assurdo, della cadute costanti, della pena del corpo lacerato, ma, nella coerenza, mostra un sentiero di passi ulteriori:

tuttavia sempre alla superficie del gorgo
grazie all’impagabile restare assorti
e distanti a seguire indicibili traiettorie.
Conforto a questa riva che su tutto resiste.

Questa superficie essenziale e vitale che è reale profondità, fatta di distanze ossimoriche, nella pienezza di un conforto che non guarisce, non cura, ma, a dispetto di tutto, resiste e consente in qualche modo di resistere. Con le traiettorie indicibili, aree e terrene, che sono fatte di ricerca, di pensiero e di poesia.

Ivano Mugnaini

Qui sotto una selezione delle liriche:

Daniela Pericone

L’INCIAMPO

Poesie 2010-2015

L’arcolaio

Stratagemmi di danza

intorno ai fuochi

Tuttavia

rimango qui, qui

ritorno ripiegata come un foglio

su cui non cresce il tuo nome

ma flagra nell’aria in attesa

che qualcuno lo afferri per le ali

e lo inchiodi al muro come

un piccolo insetto crocifisso

dalle tue paure

e nel cuore della lotta

da tasche e tagli rotolano

ancora altri chiodi e altri sbagli

finché rimango qui

in assurda difesa

dietro questi occhiali

che mi fissano dallo specchio

ma non mi vedono.

2.

Inutilmente la vita mi rincorre

la gara è breve ma la fatica è doppia

a ogni tappa è mia la vittoria

il passo sempre di uno sbaglio avanti.

3.

Non chiedermi nulla, nulla

ho da dire, né altro m’attende se non

con poco sguardo

sentire quest’ora – ogni ora –

scorrere a balzi sui fianchi senza

sapere se sia polvere d’ossa

o tritume di stelle quel che

resta sospeso confuso al rosso

del fiato alla volpe dei capelli.

III

Di varchi e di bufere

1.

Io non ho soluzioni da dare

dovrei dire che quelle rimaste

siano solo risposte sbagliate

e tanto sapevo e sentivo

se annodavo un capestro ai capelli.

Eccomi ancora così

scolpita nel tempo a un’assenza

d’accordi, esiliata alla fonda

con un piede nell’acqua di mota

a parlarmi da sola, a ripetere

che va bene così, che pure una storia

maestosa sarebbe finita

ch’ogni cosa è in scadenza

- si perde la nota perfetta nell’aria insonora.

E seppure la ignori non posso evitare

una fitta infedele

- le risposte diventano schiuma

evanescenza di ipotesi, sentieri

che ridono ma non portano a niente

perché qui e ora e ancora

è un’altra la vita, un indizio

di luce inesplosa.

2.

Ora che tutto è chiaro

in questa selva di forme

se il vento distoglie

i corpi alle orme e le ombre

si accalcano in seno ai compagni

sotto le pietre affocate della rocca

e le sue caverne deliranti

s’intrama un rodio

di deserto che a folate assale

la sola strada tracciata

di sale che abrade i confini

al lentissimo cuore

alla sua linea stracciata.

3.

Lo scirocco è una guerra

d’aria che mastica sabbia in rivolta

si oppone alla fretta al moto apparente

della calca a quel correre sopra sotto

o solo in tondo senza arrivare mai a niente

casomai finendo in un tonfo

ma non al fondo soltanto intorno

in un giro inconcludente.

È allora che il vento interviene

strappa le redini all’auriga terrestre

e s’inturbina attorno a un groviglio

di sassi vuoti e di spini a quei sacchi

pieni d’ossa cavi di suono

privi di senno colmi di sonno.

4.

Alfine esultiamo

all’opera compiuta

dopo tarli di costante lavorio

è annullato ogni dolore

- l’abitudine distoglie anche il disprezzo

né distanza né ansia di rigetto

perfetta anestesia la monotonia

da non sentire amaro

persino l’abbandono quasi un refolo

breve scuotesse appena l’onda

- solo un conto che non torna

lento effetto secondario

se non schiuda più all’attesa

d’altro luogo d’altro ardore

divisa la memoria

irrisoria ogni traccia d’amore.

5.

Tutto quello che vale

resta dentro e ha mutato

fiumi interni e vie

dell’essere e ricordi.

Forse pure i versi

non hanno altre ambizioni

che innescare intermittenze

d’emersioni se anche tentino

arginare la cordata dei naufragi

confidando che

un mai più valga quanto

un chissà dove ancora quando.

6.

In guerra di lume e ombra

staglia dal fondo cupo la figura

verso l’occhio di chi la spoglia

si orienta d’obliquo il raggio

in modo che allo sguardo

splenda soltanto un volto

al centro del paesaggio

da rovine di tenebra

le parti lasciate in fosco.

Così si vive trascurando il buio

in un inganno di luce.

7.

Ancora intrusioni di malessenza

in queste case colate di negrezza

risvegli diroccati scalinate senza più appigli

balaustre divelte ballatoi su precipizi

ramaglie invelenite occhieggiano dalle rovine

sole insegne in rigoglio pentacoli maligni.

11.

Brindo alla fine del giorno

all’orlo del calendario

al crepuscolo che inganna

- non sai mai s’è d’alba o tramonto

brindo allo sguardo lungo

e alla vista corta

agli amori scartati

per difetto di fiato

all’impazienza dei vivi

al corteo di presunte ragioni

ai pretesti bugiardi

brindo alla luna di traverso

che fa urlare il semplice vero

pur se nessuno vuole sentire

e tacere nell’unico punto

in cui serve parola

alle virgole scambiate

di posto a stravolgere i piani

brindo alle vite mai avute

alle svolte mancate alle scelte

precise con gambe malcerte

alle mie forme plurali

furiose filanti inconcluse.

12.

Tenevo una quiete di temporali

in una buca scavata nelle tasche

ora mi gocciano dentro

mi prendono per mano

sono la gioia delle pietre.

Pericone

Daniela Pericone è nata nel 1961 a Reggio Calabria, dove vive. Scrive poesie, prose brevi, testi di critica letteraria. È autrice e interprete di letture sceniche e recital (Orfeo ed Euridice, Caravaggio). Collabora con enti e associazioni alla realizzazione di eventi culturali e reading. Ha pubblicato i libri di poesia: Passo di giaguaro (Ed. Il Gabbiano, 2000); Aria di ventura (Book Editore, 2005); Il caso e la ragione (Book Editore, 2010); L’inciampo (L’Arcolaio, 2015). Tra i premi ricevuti per la poesia edita e inedita, Città di Corciano, S. Domenichino, Lorenzo Montano, Antica Badia di S. Savino, Tra Secchia e Panaro, Francesco Graziano. È presente con poesie e recensioni in volumi antologici (tra gli ultimi, Pane Poesia, a cura di V. Guarracino, New Press Ed., 2015), riviste culturali (Poesia, L’immaginazione, Capoverso, ecc.), siti e blog letterari. È tra i redattori della rivista on line Carteggi Letterari – critica e dintorni

Pericone 2

OSTERIA NUMERO ZERO – racconto di un Ferragosto di periferia

Condividi...Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterPrint this pageEmail this to someone

Un vecchio racconto, anni Settanta. La periferia della periferia di Milano, e dell’umanità. Alla ricerca di un telefono a gettoni, di un bicchiere di vino bevibile, e, forse, la sorpresa della poesia.

———————————————————–

OSTERIA NUMERO ZERO

Martedì, quindici agosto. No, non c’erano dubbi, né concrete speranze di essermi sbagliato. Il mio efficientissimo strumento di tortura cronologica giapponese squittiva sibili elettronici da oltre dieci minuti. Tra i vari numerini gialli e quadrati che proiettava nella semioscurità della stanza c’erano un quindici e un otto che non mutavano come tutti gli altri. Restavano lì, fissi, immobili, e mi guardavano, sparandomi tra le pupille gonfie e intorpidite un immutabile interrogativo: « E adesso…? ». Dalla posizione sud-sud-est del letto, in cui mi avevano condotto i sussulti e i contorcimenti di un sonno sconfinato di cui non ricordavo più l’inizio, tenevo l’ordigno nipponico sotto tiro. L’alluce del piede destro fungeva da mirino. Se avessi voluto avrei potuto sciogliere le briglie ai tendini della gamba, e fracassare l’arnese, una volta per tutte, con un calibrato, orientalissimo colpo di karate. Ah, quale gratificante e beatificante contrappasso!

Non sarebbe servito a molto. Non potevo fare a pezzi con un identico calcio anche quell’altro scatolone, verniciato di giallo fosforescente e inchiodato lassù, in alto, dal quale colavano raggi bollenti che si infiltravano attraverso le fessure delle serrande. Fu così che usai il piede solo per compiere, come sempre, l’unico esercizio ginnico della giornata: allungamento dei muscoli del quadricipite, torsione laterale del piede, e schiacciamento del pomello della sveglia con il tallone. Il brutto cominciava dopo, appena terminato di appoggiare il medesimo piede sul pavimento della camera. Già, e adesso…? Che faccio?

Come una specie di Robinson Crusoe, naufrago sulle sponde desolate dell’isola di Ferragosto, decisi di procedere ad un rapido resoconto mentale dei « pro » e « contro » della situazione. Per ragioni di praticità iniziai dai pro: il fatto di aver rifiutato i canonici inviti mortadel-balneari di due o tre colleghi con tanto di moglie-canotto e figli-mosconi, e l’aver rinunciato a priori a seguire le peregrinazioni autostra-disco-sessual-velleitarie di un gruppuscolo di amici, mi poneva nell’idilliaca condizione di chi non deve lambiccarsi il cervello per ponderare e scegliere. Nessuna alternativa, nessun dubbio. Alé! Tutta gioia, tutto bene!

Lo squillo del telefono mi evitò, con mio enorme sollievo, di affrontare le lande sterminate dei « contro ». A tutt’oggi non ho ancora ben capito se la voce di Erica sia naturale e genuina, o se invece sia prodotta da un complesso sistema di sintetizzatori e amplificatori opportunamente piazzati all’interno del suo corpo soffice e opulento da luccicante bambola sintetica. Quel giorno però mi fece talmente piacere udirla, che non mi posi neppure per un attimo il rituale interrogativo. Mi limitai ad ascoltare, a ridacchiare ogni tanto, fuori tempo e fuori luogo, e a dire di sì, in continuazione. Quando riappesi mi resi conto che avevo appena accettato un invito a dir poco scomodo. Si trattava di partire dalle mie campagne, e percorrere, sotto il sole ottuso del primo pomeriggio, l’oceano di asfalto che mi separava da un punto sconosciuto, sperduto nel vasto arcipelago della periferia di Milano. Il tutto in cerca di quale isola, e di quale tesoro? La risposta sarebbe evidente, e del tutto scontata, se non si dovesse tener conto di un particolare. Io Erica la conoscevo da anni, e la conoscevo fin troppo bene. Anzi no, non la conoscevo abbastanza. Nonostante i periodici incontri ai party, alle ricorrenze varie e alle celebrazioni pagane e pallose di qualche comune amico, continuavamo ad essere due cordialissimi estranei, due punti interrogativi collocati alle estremità opposte di una riga bianca.

Le nostre rare e telegrafiche conversazioni avrebbero fatto la gioia di Beckett, di Kafka, e forse anche di qualche psicanalista ficcanaso e un po’ sadico. Non sono mai riuscito a capire se fosse lei a prendere in giro me o viceversa. Fatto sta che ogni singola volta che io, attratto dalla sua sfavillante carrozzeria metallizzata, entravo nella sua sfera d’azione, lei mi ascoltava ghignando ripetutamente in modo quasi impercettibile, poi, puntualmente, mi metteva KO con un’osservazione, o con una domandina tanto innocente quanto micidiale. Un congegno automatico nascosto dentro di me allora si ribellava, e mi catapultava nella spirale strangolante del sarcasmo corrosivo, che in breve trasformava il dialogo in un incontro di scherma, un continuo alternarsi di impeccabile etichetta e di sciabolate fulminee e rabbiose. Fin qui niente di male né di straordinario: per quel nobile sport ero già ottimamente allenato. Il grave è che le stoccate scambiate con Erica ad ogni riflessione a mente fredda mi lasciavano dei dubbi colossali. E se dopotutto con quel suo atteggiamento scostante non avesse voluto sfottere niente e nessuno? E se in fin dei conti quelle sue uscite da palmipede inacidito fossero state ispirate solamente da legittima indifferenza e sacrosanta noia? Sì, insomma, che diritto avevo di pretendere a tutti i costi di essere qualcosa di più interessante e piacevole di un cortometraggio bulgaro sulla vita dei salmoni dell’Alaska, per lei?

Non c’era dubbio. A ben pensarci il suo comportamento era sicuramente degno del più assoluto rispetto e della più profonda comprensione.

Anche quel giorno lontano, imprigionato tra le branchie dell’aria che annaspava in cerca di ossigeno, dovetti di nuovo ribadire questa solenne quanto vana conclusione. Certo, era tutto vero… ma. allora… la telefonata…? Mai e poi mai avrei pensato che lei, in quel particolarissimo giorno, avrebbe chiamato me.

Per quale ipercomplicata serie di circostanze si era ritrovata, anzi ridotta, a dover chiamare uno con il quale aveva rapporti tiepidi come iceberg? Lei, che nella mia immaginazione era perennemente circondata da stormi di calabroni in cerca di polline, forse era rimasta completamente sola, come una stella alpina tra rocce squamose e infuocate. Già, forse. Il nodo della questione era tutto in quel forse. Conoscendo il tipo non era del tutto da escludere la possibilità che mi facesse attraversare mezza Italia, per poi confessarmi candidamente, una volta arrivato a casa sua, che aveva bisogno di qualcuno con la macchina che la accompagnasse da un suo amico a Riccione.

Mentre toglievo dal parcheggio la mia eroica Renault Cinque anni settanta questo dubbio era una specie di chiodo conficcato tra i nervi del piede destro: una sorta di freno di emergenza che non ero in grado di disinserire. In ogni caso avevo ben poco da scegliere, e, inoltre, sentivo nelle orecchie anche il bisbiglio, debole ma persistente, di una speranzucola.

Fu così che ingranai una gracchiante prima e iniziai il pellegrinaggio. Il motore intonava rotonde note metalliche, ma io, conoscendo bene la capacità di tenuta alla distanza dell’orchestra, lo mantenevo costantemente su un prudente « allegretto ma non troppo ». Dopo alcune centinaia di chilometri, tuttavia, il caldo e la fretta di arrivare mi trasformarono in un Von Karajan inebriato da un interminabile crescendo. I cilindrici strumenti risposero divinamente per una decina di minuti, poi crollarono, distrutti, dando l’impressione di non essere in grado di concedere bis per un bel po’. Peccato, perché non eravamo troppo distanti dal gran finale con tanto di standing ovation.

Scendendo dalla macchina fumante riconobbi i tratti inconfondibili di una tipica periferia urbana, o, più esattamente, di una periferia della periferia, habitat di esclusiva creazione e pertinenza umana. Per un mirabile processo di osmosi il sole stillava nel cranio l’asfalto, che si liquefaceva, goccia a goccia, come un’enorme caramella al rabarbaro. Mossi i primi passi con molta cautela. Sembravo l’eroe di un film di fantascienza che sonda con la punta dei piedi il suolo di un pianeta sconosciuto per timore di essere risucchiato. Dovevo trovare un meccanico, o perlomeno un telefono… o il telefono di un meccanico…, qualsiasi cosa insomma, pur di evitare di evaporare del tutto, come temevo fosse già accaduto a gran parte del mio cervello.

Già, trovare qualcosa, o qualcuno. Facile a dirsi. Le finestre sbarrate, palpebre tumefatte di occhi di cemento, si rimpicciolivano ulteriormente al mio passaggio, e i palazziscuotevano le enormi fronti rugose, facendo segno di no. I rari negozi di quell’enorme dormitorio non erano semplicemente chiusi: si erano mimetizzati, ricoprendosi di una membrana grigia di polvere perfettamente intonata con lo strato di calce opaca, in lenta decomposizione, che ricopriva gli edifici circostanti.

Dopo aver superato una mezza dozzina di isolati, intravidi una cabina telefonica. Lì per lì feci finta di niente. Proseguii con disinvoltura, senza darle troppo peso, per timore di rompere l’incantesimo. Quando le giunsi a tiro mi catapultai all’interno. La cornetta c’era ancora, ma accanto al display, diligentemente fracassato, pulsava una flebile lucetta rossa, moribonda, anche lei. Tutt’intorno, in compenso, scritte multicolori di vario genere che avrebbero fornito materiale di ricerca ad almeno un paio di équipe di sociologi. Uscii fuori sorridendo. Il sole mi riconobbe, e mi accolse in un tenero abbraccio di kerosene a combustione immediata. Avanzai a passo lento, con lo sguardo di un bonzo, sereno e imperturbabile.

I vari edifici continuavano a riflettersi gli uni negli altri, come specchi assurdamente fedeli ad un infelice destino, o forse, più semplicemente, ero io che continuavo a girare attorno allo stesso isolato.

Decisi di cambiare direzione. Ciò mi avrebbe consentito, nel peggiore dei casi, di dare un po’ di sollievo alla mia nuca, bersagliata senza sosta da un infuocato spiedino da barbecue.

In un anfratto seminascosto, ai margini di una lama d’ombra proiettata al suolo dall’incrocio aereo di due colossi di cemento armato, intravidi una porta spalancata. Sopra di essa una specie di insegna. « Osteria », indicava una scritta dipinta a mano, con grafia stile seconda elementare, su un pezzo di compensato. Fuori dal locale, a testimoniare che il cartello non mentiva, una sedia di plastica e una di legno, sfondata. Tutt’intorno nessun’altra porta, finestra, veranda, terrazzo o balcone. Solo due muri smisurati di calce bianca che trasudavano pulviscolo riarso. Non c’erano alternative: o era un miraggio l’osteria, o era un’illusione ottica l’intera città. C’era un solo modo per sincerarsene, entrare. In condizioni normali avrei evitato persino di calpestare il marciapiede di un posto simile. Di normale però, quel pomeriggio, c’era ben poco; non escluso il sottoscritto.

Immobile, al centro di un pavimento di mattonelle grezze punteggiato da mucchietti di polvere lanosa frammista a segatura, presi a ruotare la testa a destra e a sinistra, alla ricerca del padrone del locale. Riuscii a contare attraverso le bocche spalancate le otturazioni di ogni singolo avventore. All’interno di un paio di dozzine di pupille scolorite dai grappini trovai solo il vuoto invece: un’attonita, inespressiva, concentratissima indifferenza. « Buon pomeriggio a tutti. Mi sapreste dire, per cortesia, dov’è il proprietario? Avrei bisogno di telefonare ad un meccanico. Ho la macchina in panne ». Solo quando il suddetto mirabile quesito era ormai volato via, quasi urlato, dal mio stomaco contratto, mi resi conto che forse, dato il luogo, era un tantino troppo formale.

Diversi attimi di silenzio assoluto, irreale, poi il sibilo, inconfondibile, di una risata soffocata. Nell’alveo delle mie vene, usurate dal calore, tracimò adrenalina in fiamme. Una voce quieta, molliccia come una brioche riciclata, spense l’incendio, almeno in parte.

« Sono io il padrone, signore. Ma il telefono non lo abbiamo » – bisbigliò un tipo massiccio alzandosi da una sedia e strisciando lento su un paio di sandali marroni in direzione del bancone.

« Come non lo avete?! ». Mi aggrappai all’ancora ciondolante di quegli occhi quasi-umani, deciso a non mollarla. Oppresse da una colossale riflessione, le palpebre del consolatore degli assetati si abbassarono sin quasi a serrarsi del tutto. Poi si illuminò di un’idea.

« Non serve a niente telefonare. Dove lo trova un meccanico oggi? Le faccio chiamare mio cognato, che è un mago coi motori, e tra cinque minuti riparte! ».

« La ringra… » – provai a dire, ma un urlo da Cheyenne mi bloccò.

Il figlio dell’oste, convocato d’urgenza, arrivò saltellando, facendo barcollare a più riprese il pavimento con due enormi anfibi grigioverdi.

La sua faccia, butterata e untuosa, era l’insegna più fedele ed espressiva del locale. Con ogni probabilità era il frutto di un rapporto illegittimo tra il padre e una michetta al salame. Ne fui del tutto sicuro quando lo fissai negli occhi, due palline di grasso circondato da un’esile pellicola lievemente più scura.

« Hai capito bene allora, eh! » – gridò l’oste. « Vai a chiamare Paolo e digli di sbrigarsi! Tutto chiaro, vero?! ».

I piedi cingolati del giovane Mercurio rimasero inchiodati al suolo per lunghi istanti, così come il suo sguardo. Quindi, d’un tratto, fissò il padre e sorrise, radioso, come un filosofo che ha appena intuito il senso profondo dei più arcani misteri della metafisica. Riacquistò gradualmente una serietà professionale, e partì a razzo, come un centometrista, seguendo però gli imprevedibili arabeschi di un galoppo azig-zag.

Mi sono messo proprio in buone mani, pensai, mentre il padre, posandomi un braccio sulle spalle, mi invitava a sedermi.

In qualità di ospite d’onore fui collocato al centro del tavolo posto di fronte al bancone. Occhi muti mi scrutavano da ogni lato. L’unica, paradossale consolazione era la tranquilla sfrontatezza di quegli sguardi. Mi squadravano fissi, senza sotterfugi, con calma e ponderazione. Avevano l’aspetto di chi è intento a usufruire di un suo inalienabile diritto. Mi adeguai, e cominciai a scrutare a mia volta. Le rughe sui volti sembravano incise dalle pale d’acciaio del ventilatore arrugginito, stile macelleria messicana, che sussultava ogni tanto, facendo traballare la trave del soffitto a cui era stato appeso. Sotto di esso si agitavano strani esseri mitologici: centauri con sedia impagliata al posto del cavallo, cupidi di ottantacinque anni, e bizzarri quadrumani con un arto saldato ad una carta da briscola, uno ad una nazionale senza filtro, e gli altri due alle tempie, per evitare che la testa cadesse a causa della noia, o di qualcos’altro, chissà.

Una cosa era chiara: quella fauna umana era il prodotto di quel luogo. La loro esistenza era regolata dalla saracinesca del locale. Il suo abbassamento provocava l’immediato dissolvimento delle molecole che evaporavano in sbuffi di tabacco o si scioglievano in minuscole gocce di vino, in attesa della riapertura mattutina.

« Come ti chiami? » – sibilò uno degli ectoplasmi.

Mentre mi guardavo intorno per tentare di intuire da quale direzione fosse giunta la voce, il mio apparato uditivo fu catturato dall’esca puntuta di un « Quanti anni hai? » scagliato dal lato opposto.

Rimasi a metà strada, a bocca spalancata, prima di essere colpito alla nuca da un perentorio « Che lavoro fai? ».

Per porre fine al ping-pong decisi di risponde a uno dei tre quesiti. Scelsi il più neutro: « Beh, io… insegno letteratura ».

Il buon Dante, lieto di trovarsi « sesto tra cotanto senno » accanto a Omero, Orazio, Ovidio, e compagnia bella, sarebbe senz’altro morto di invidia, vedendo e sentendo lo straordinario consesso di cesellatori di fioriti versi e ornata prosa da cui mi trovai circondato appena ebbi terminato di specificare la mia professione. In pochi istanti fui avviluppato da un groviglio inestricabile di massime, citazioni, commenti, allusioni e rimandi ad opere letterarie reali o inventate per l’occasione.

Un nanerottolo con la pelle grigiastra, barba rada e occhi vitrei e rossicci da leprotto febbricitante, prese a camminare avanti e indietro con la schiena ricurva e le mani protese in avanti, borbottando in continuazione: « È forse il sonno della morte men duro? ».

Il verso foscoliano, pur se trascinato fuori di contesto e violentato nel senso e nella funzione, assumeva, sulle labbra sbiadite di quel bizzarro personaggio, un’intensità e una solennità tali da parere creato esclusivamente per essere pronunciato da lui. Anzi, di più: sembrava che il senso profondo e reale di quel verso emergesse dalle occhiaie abissali che solcavano il volto, assolutamente mediocre e banale, dell’omuncolo infinitamente inquietante che faceva la spola tra un tavolo e l’altro, recidendo l’aria con l’acciaio di imprevedibili traiettorie.

« È forse il sonno della morte men duro? » – mugugnava con diverse modulazioni, rivolto ora a se stesso ora al primo che gli capitava a tiro.

Accompagnava immancabilmente le sue parole con un gesto minaccioso del dito, come a voler dare alla frase un senso autonomo e specifico, rendendola, in tal modo, una sorta di monito contro l’ozio e gli oziatori.

D’un tratto si bloccò e ghignò soddisfatto. Oltre i tavoli, in un angolo relativamente tranquillo, due tipi grassocci e paciosi russavano beatamente, con le braccia incrociate sulle pance che debordavano dalle livide canottiere di cotone. L’emulo del Foscolo si avvicinò a loro in modo furtivo, incurvandosi ulteriormente. Inserì la faccia nel bel mezzo dei due dormienti, a non più di cinque centimetri dalle loro placide guance, prese fiato, ed esplose il suo grido di battaglia.

I due spalancarono occhi, bocca e braccia, e balzarono in piedi. Nel loro volto si leggeva chiaro l’arduo responso: né il sonno né la morte erano duri abbastanza se paragonati al risveglio, soprattutto se la prima visione che si spalancava davanti agli occhi era quella della faccia stravolta e urlante del novello cantore dei Sepolcri.

Soddisfatto della lezione di saggezza che aveva impartito agli astanti, il funereo androide si placò, e si venne a piazzare dietro di me, con le manine artigliate alla spalliera della sedia.

Dov’è finito il figlio dell’oste? Cosa aspetta a tornare? – rimuginavo senza sosta dentro di me, mentre cercavo di far spuntare tra le labbra qualcosa che somigliasse a un sorriso.

Fecero tutti un ulteriore passo nella mia direzione. Le sedie strisciarono all’unisono sul pavimento sino a formare una doppia barriera di forma circolare.

« Viaggi da solo? » – chiese un tizio corpulento, con tono ironico. Avevo appena iniziato ad annuire che già aveva intercettato gli sguardi dei suoi amici, trasmettendo, anche con l’aiuto di alcune mossettine allusive, un inequivocabile messaggio. Nessuna espressione era mutata. Gli occhi, fissi su di me, contenevano solamente la solita sfrontata curiosità e la solita timida urgenza di comunicare qualcosa.

L’aitante umorista reagì al clamoroso fiasco della sua velenosa battuta inchiodandosi sugli angoli della bocca un vago, asprigno sorriso. Un minuto dopo dalle palpebre spalancate di quella maschera immutabile cominciarono a scendere delle gocce chiare. Pelle di cuoio stava piangendo. A dir poco ero sbalordito.

« Guardi che se è per la battuta di prima non si deve preoccupare. Non mi sono offeso » – mi affrettai a precisare, quasi fossi io a dovermi scusare. « Le assicuro che non c’è problema ».

Invece di placarsi prese a singhiozzare, sibilando alternativamente con il naso e con la bocca. Un po’ per la spossatezza, un po’ per la cacofonica rumorosità di quell’incredibile pianto, fui vinto da un incontenibile attacco di ilarità. Scoppiai a ridere senza ritegno, piegandomi in due sulla sedia quando le contrazioni dello stomaco diventavano insostenibili. A poco a poco riacquistai un contegno decente, anche se fui costretto a mordere varie altre volte un labbro inferiore non ancora del tutto domato. Venni fissato e analizzato con indicibile attenzione per lunghi istanti, come un alieno appena piombato già da qualche astronave uscita di rotta. Non un muscolo di quelle facce tradì una emozione intelligibile.

Quindi, improvvisamente, come in risposta ad un comando convenzionale, una risata collettiva, piena e sapida, fece tremolare i vetri malfermi delle finestre e svolazzare via la membrana d’aria stantia che sovrastava il tugurio.

Nelle pupille puntate su di me apparve qualcosa di nuovo, un riflesso di luce più nitida e sicura. I giocatori di carte e gli spettatori-commentatori arretrarono, riprendendo il loro posto ai tavoli, e l’usuale tono di voce di chi possiede montagne di tempo, e deve scalarle tutte.

Le carte tornarono ad essere posate e sbattute, con ritmi e gesti atavici, su tutti i tavoli, tranne uno, al quale venni ufficialmente convocato io per completare il quartetto di un solenne tressette.

« Da dove vieni? ». Stavolta il tono della domanda non invitava a frugare nelle tasche alla ricerca di una pistola. Alzai la testa verso il mio interlocutore e cominciai a parlare.

« Tu sei mio figlio! Sei uguale a mio figlio! » – mi confidò uno dei miei avversari tra un fante di fiori e un cinque di quadri.

Due tavoli più in là un vecchio cane stopposo e ingiallito raggomitolato ai piedi dell’assorto spettatore di un estenuato poker veniva alternativamente allontanato con un calcio e richiamato con una carezza.

Di fronte al balcone si stava svolgendo la cerimonia di esposizione della manica ricucita e rilavata di una camicia a scacchi rossi e viola. Lo sgargiante capo di abbigliamento fu sventolato con orgoglio, a più riprese, sotto il naso del proprietario del locale. Dopo la ventesima sfilata passata sotto silenzio, senza il minimo segno di ammirazione, il possessore del cimelio iniziò a lamentarsi a voce sempre più alta, accusando l’oste di dargli bicchieri più vuoti che pieni e di non fargli mai lo scontrino. Nessuna reazione. Ognuno continuò a fare ciò che stava facendo senza battere ciglio. Gli urli diminuirono di tono e di numero fino a ripiegarsi e a appiattirsi sul ripiano del bancone, così come la fronte del contestatore.

Dal paginone patinato appeso sopra lo scaffale dei liquori, la bomba di carne del mese, nuda e abbronzata, gettava intorno occhiate altezzose. Neppure il suo sorriso grandangolare a trentotto denti riusciva a celare completamente il suo sguardo di annoiata commiserazione. La sua straripante nudità era talmente vistosa, smaccata ed eccessiva, da renderla, paradossalmente, più eterea, lontana e intangibile di una Santa Teresa translucida di alabastro e sospiri.

Davanti ai miei occhi, pellegrini indugianti di fronte alle imponenti cupole dorate di quel santuario di pelle levigata, comparve un bicchiere. Con gesto pronto era stato inoltrato, da un tavolo vicino, il rosso liquido consolatore. Gesto generoso e più che apprezzabile, che dovevo in qualche modo onorare. Le impronte di unto e i residui scuri appiccicati sul fondo del bicchiere rendevano l’impresa non particolarmente agevole. Volti sorridenti attendevano che mi decidessi a bere per fare un brindisi. Sorridevo a mia volta, con lo sguardo sprofondato nel contenitore appoggiato sul tavolo. Con le dita prudentemente collocate sulla parte più pulita del vetro presi a far ruotare l’amaro calice. Per sfuggire all’imbarazzo mi affidai al linguaggio dei gesti: mimai un capogiro, poi un dolore di stomaco, ma più di tutto poté l’espressione degli occhi, che non riuscii a celare. Tutti tornarono a immergersi nelle usuali contese, gridando contro il compagno, reo di aver giocato briscola al momento sbagliato, e il bicchiere rimase lì, profondo e intatto come una palude misteriosa.

D’un tratto gli invariabili rumori di fondo del locale si modificarono, fino a fondersi in un boato di soddisfazione che accompagnò l’ingresso di una giacchettina lisa sovrastata da una sigaretta. Attorno al mozzicone le labbra biascicanti di un esserino filiforme che avanzava barcollando. Ogni suo passo era una scommessa con la forza di gravità, che riusciva a vincere, evitando di cadere, solo grazie a un’abbondante dose di fortuna e determinazione.

Fu accolto come un navigatore solitario al ritorno da una traversata oceanica. Calorose quanto imprudenti pacche sulle spalle misero in pericolo il suo miracoloso equilibrio. Il rachitico Magellano non fece una piega. Puntò verso il bancone con passo strascicato, e, con la stessa energia con cui un naufrago si aggrappa ad una sponda di terraferma, si incollò al bordo del bicchiere di vino che gli venne posto di fronte.

Al terzo quartino fu interrotto e scortato davanti al mio tavolo da un vociante corteo.

« Questo sì che è un grande artista… è un poeta! » – proclamarono solennemente gli araldi.

E beh… mi tocca… ormai sono in ballo – pensai – non c’è scampo, e sventolai un sorriso savio e comprensivo.

L’artista tuffò le labbra e la mente nel bicchiere che aveva trascinato con sé e scosse la testa per schernirsi, cercando di far capire a tutti che quel pomeriggio non era ispirato. Le lusinghe dei suoi ammiratori, ma soprattutto le facce serie di chi minacciava di strappargli il vino di mano, lo convinsero a cambiare idea.

Le dita ossute e giallognole si contorsero e si avvilupparono a lungo in modo innaturale attorno al bicchiere, prima che riuscisse a pronunciare una sola frase. Poi, con una voce non sua, più cupa, più penetrante, più intensa del suo traballante corpicino, iniziò a riversare nell’aria moribonda dell’osteria alchemici miscugli di parole. Non ero sicuro di comprendere esattamente ciò che stava dicendo, ma dentro di me sentivo colare, goccia a goccia, il liquido rosso che stringeva nella mano.

Tutto ciò che aveva, il poco sangue con cui era stato sbattuto giù sul mondo, oscillava al ritmo delle sue dita incerte e delle sue tremolanti rime. Attorno a lui alcuni dei suoi amici sghignazzavano rumorosamente. Altri lacrimavano in silenzio, pugnalati dalla lama di un rimpianto.

Sarà stato forse il caldo, o forse la comica disperazione che mi ispirava il sentirmi perduto per sempre tra le mura di quello stanzone, ma credo proprio di aver ingerito, per alcuni istanti, assieme al bicchiere di vino untuoso che avevo di fronte, anche qualche sorso di poesia. Vera, aspra, vivificante.

Il braccio dell’esile declamatore era ancora impegnato a ricamare nell’aria improbabili disegni, quando si vide agitarsi, alle sue spalle, una figura multicolore. Era il figlio dell’oste, di ritorno dalla sua vittoriosa missione. Paolo, il cognato meccanico, con la borsa marrone degli attrezzi nella mano e l’atteggiamento compito e professionale, era l’immagine dell’efficienza. Dava l’impressione di fare davvero miracoli con i motori: ripartire e giungere a destinazione non era più un miraggio. Senza aprire bocca mi fece segno di condurlo alla macchina. Appena il tempo di salutare tutti, più con lo sguardo che con le parole, poi mi ritrovai fuori, all’aperto.

Il sole, nitidamente spietato, era quello di sempre. Lungo il tragitto, approfittando di brevi istanti di distrazione del laconico meccanico, ogni tanto mi voltavo furtivamente all’indietro. No, l’osteria non si era mossa. Non era svanita, almeno per il momento. Era ancora là.

LO SPECCHIO, IL DOPPIO, LE MASCHERE

Condividi...Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterPrint this pageEmail this to someone
Trascrivo qui di seguito il saggio di Marco Righetti sul tema dello specchio, del doppio e delle maschere, ispirato dalla lettura del mio romanzo “Lo specchio di Leonardo”.
È stato pubblicato originariamente su Poetarum Silva, a questo link: https://poetarumsilva.com/2016/07/19/lo-specchio-il-doppio-le-maschere-di-marco-righetti/ .
Merita una lettura, a mio avviso, nonostante sia piuttosto lungo e corposo, per l’ampiezza e l’accuratezza del lavoro e per la ricchezza e la varietà delle citazioni e dei riferimenti intertestuali, letterari ed artistici.

Grazie a Marco, ad Anna Maria Curci per l’ attento e prezioso lavoro di editing svolto sul testo, e a Poetarum Silva per l’ospitalità.

**********************************

 

Lo specchio, il doppio, le maschere, saggio breve di Marco Righetti sul romanzo Lo specchio di Leonardo di Ivano Mugnaini.

cop_leonardo3 DEFINITIVAleonardo QUARTA  cop bordeaux (1) 2 (2)

 Lo spunto iniziale del romanzo è nato da un film-documentario, uno dei tanti dedicati a Leonardo da Vinci, alle sue scoperte, al suo inesauribile talento. Veniva mostrato Leonardo alle prese con gli specchi da lui studiati a lungo per scopi scientifici e militari. Mi sono interrogato, in quell’istante, sul rapporto del genio con la sua immagine. Ho provato ad immaginare il divario tra ciò che appariva al mondo, la sua eclatante gloria e la scintillante fama, e ciò che di intimo sentiva dentro di sé, nella sua interiorità autentica. Ho pensato al contrasto tra i suoi veri desideri e ciò che era costretto a realizzare in qualità di persona soggetta alle ambizioni dei potenti del suo tempo, signori, notabili, politicanti e ricchi mecenati. Non ultimo, ho pensato al contrasto tra il bianco e il nero, il buio e la luce, il bene e la malvagità che anche Leonardo, come ogni altro uomo, ospitava dentro di sé: il lato in ombra, i chiaroscuri e i contrasti più laceranti forzatamente nascosti per motivi di opportunità e per mantenere vivo il suo prestigio.
Ho pensato cosa avrebbe fatto Leonardo se si fosse trovato, per qualche accadimento favorevole, ad essere finalmente libero di agire secondo le sue più profonde e sincere inclinazioni. Come si sarebbe comportato, quali rivalse avrebbe cercato, quali piaceri e quali verità, anche nell’ambito più delicato e significativo, l’amore.
L’accadimento favorevole è l’incontro casuale con un suo sosia, una persona identica a lui per l’aspetto fisico ma diversissima come carattere, inclinazioni, modo di vedere e di pensare.
L’incontro inatteso con il suo “doppio”, Manrico, un copista ottuso e acuto, ingenuo e profondo, gli dà la possibilità di progettare per sé la più complessa delle opere, la vita, un’esistenza diversa, autentica. Leonardo decide di affidare al sosia il ruolo del genio saggio, conscio, adatto al ruolo e al mondo, per poter fuggire da sé dedicandosi finalmente alla scoperta della vera follia, le passioni, il sesso, la sincerità, il bene e il male. Il percorso di trasformazione è ritmato dai quadri più significativi di Leonardo, lasciati volutamente incompiuti oppure abbandonati per eccesso di coinvolgimento, un dialogo mai concluso, un dubbio mai risolto.
L’affresco de 
La Battaglia di Anghiari, innanzitutto, dipinto a fianco del rivale, Michelangelo, e lasciato a metà nel momento in cui, anche grazie a Manrico, scopre il senso reale di quella celebrazione di un massacro che gli era stata commissionata dal partito al potere.
Ma soprattutto il gesto del sosia, un atto di passione, anche schiettamente sessuale, fornirà la soluzione, e insieme un ulteriore elemento di dubbio, al quadro più amato e odiato, 
La Gioconda. Dopo una serie di prove e avventure in cui, ancora una volta, la montagna più alta da scalare si rivela la verità, la fedeltà nei confronti delle proprie idee e convinzioni, Leonardo si avvicina al proprio doppio, per poi distaccarsene, e alla fine avvicinarsi ancora, sentendo una beffarda, dolorosa affinità. A Manrico Leonardo rivela i suoi ricordi più oscuri e tormentati, le violenze, le colpe, i peccati, i torti commessi e subiti, gli attimi in cui è stato vittima e carnefice. A fianco di ogni passo, ogni svolta del sentiero, c’è la lotta per la comprensione di ciò che davvero conta: la bellezza, la dignità umana, il mistero del tempo, della bontà, dell’amore. Lo scontro vitale più aspro è quello tra la complessità e la linearità, i dettagli e la prospettiva, gli incontri e le memorie essenziali: uomini e donne conosciuti per caso e traditi per una vita intera, o il ricordo della madre, fonte per lui di un conflitto mai risolto.
Alla fine tuttavia il nodo da sciogliere, il vero resoconto, è quello con se stesso e con il proprio alter ego: nell’istante in cui Manrico lo tradisce, facendolo accusare di un grave crimine, Leonardo acquisisce paradossalmente la forza e la chiarezza della visione d’insieme, e riesce finalmente a trovare la chiave che risolve il mistero, tramutandolo in un’immagine speculare che si riflette e si moltiplica generando nuove forme, nuova vita.”

Questa la densa, ammiccante, affabulante nota dell’autore, a corredo del suo romanzo. Il sorprendente, polisemico testo del Mugnaini fa subito piazza pulita di qualunque anche eventuale somiglianza a plot di facile accatto costruiti sul personaggio Leonardo, e mi riferisco anzitutto al popolarissimo e storicamente inattendibile Codice Da Vinci.
Lo specchio di Leonardo è un romanzo che non fa leva sulla tendenza mainstream a decomporre ed alterare la realtà storica in nome di ciò che il lettore si vuol sentir dire. Ciò non toglie che, dall’Anonimo Gaddiano, prima biografia nota di Leonardo, ai recenti Da Vinci’s Demons (nota serie televisiva statunitense che abilmente mescola elementi storici con altri fantastici), e Da Vinci innamorato, finzione teatrale del drammaturgo argentino Lázaro Droznes, la riflessione letteraria sul genio toscano e mondiale sia perenne fonte di interesse presso il pubblico. Il non-finito è insomma non solo quanto emerge dalla visione dei quadri leonardeschi, è piuttosto la stessa vita di Leonardo ad essere non-finita e a nutrire di curiosità il nostro stesso sentire davanti all’uomo Leonardo, alla sua interiorità, al suo mondo.
Il Leonardo di Mugnaini è figura accesa da dubbi, inquieta, scettica, non-finita, appunto. Al sommo pittore non basta più la tecnica del ritratto doppio per raccontare la sua vita. Per ritratti doppi si intendono quelli che alla rappresentazione di un volto abbinavano – sul retro del quadro o su un supporto esterno – un’altra immagine, un cartiglio, un’allegoria che chiarisse ulteriori aspetti dell’immagine principale, una sorta di ritratto in due puntate. Ed è quello che accade nel rovescio del celebre 
Ritratto di Ginevra Benci, opera di Leonardo, in cui il cartiglio (di cui peraltro non è affatto certa l’attribuzione) recita ‘Virtutem forma decorat’. L’interpretazione prevalente, ‘la bellezza adorna la virtù’, è un ritratto interiore che completa l’immagine dipinta: il percorso inaugurato dal ritratto di Ginevra aveva bisogno di un suo seguito narrativo, di una sorta di secondo tempo, a cui affidare il disvelamento di significati nascosti (e in ciò sta la ragione della sua collocazione coperta). Al Leonardo del romanzo non basta più il divino potere (della pittura) di creare la realtà e ingannare l’osservatore e attrarlo a sé. La pittura non riesce a garantirgli altro che fama e dipendenza dai committenti, annullando la sua vera natura, le sue inclinazioni. Si tratta anche qui di un percorso di disvelamento: questo testo, allora, è il secondo tempo dopo il Leonardo pubblico, il seguito, appunto, narrativo, che – da un punto di vista squisitamente romanzesco – spieghi, rispecchi e integri il ritratto consueto del genio vinciano.
L’invenzione narrativa di Mugnaini nasce dunque proprio qui, in quell’ampio imbuto buio dove precipitano le nostre supposizioni sull’uomo Leonardo e ci chiediamo chi veramente egli fu, quale il rapporto con gli altri, col mondo che lo circondava, con sé stesso. Fondamentale è quanto l’autore mette in bocca al suo protagonista, l’osservazione che ‘il mondo non ha nulla di geometrico, è un orrido gomitolo di ossa, tendini e sangue raggrumato, destini e pulsioni che si inseguono scalciando come muli. Dietro ogni aspetto di quest’epoca in cui mi è capitato di nascere e vivere c’è lo spettro della violenza, camuffata o palese: un’epoca in cui piccoli e grandi tiranni vestiti da signori liberali fanno il bello e il cattivo tempo, e su ogni pensiero non ortodosso vigila la mannaia subdola e spietata dell’Inquisizione Spagnola, mentre i papi uccidono i cardinali e i principi i padri e i fratelli. È, anche questa, l’età del dubbio.’
In queste coordinate, siamo nel 1498, si muove il romanzo. Nel Rinascimento la finzione non aveva ancora preso le distanze dalla realtà, era ammessa se palese, se così evidente da non generare dubbi sul rapporto col reale: nessuno avrebbe mai creduto verosimile il personaggio di Morgante (la prima edizione dell’omonimo poema comico del Pulci è del 1478) né maggior credibilità poteva avere il mezzo gigante Margutte. O si pensi alle invenzioni dell’
Orlando Furioso(mentre pare fosse solo frutto della fantasia di uno studioso settecentesco la sdegnata e celebre reazione del dedicatario del poema, il cardinale Ippolito d’Este: ‘Dove mai, Messer Lodovico, avete voi ritrovate tante corbellerie?’): invenzioni troppo comiche, assurde, caleidoscopiche per essere credibili come reali. Nelle arti figurative il discorso è parzialmente diverso: vi era infatti ben delineata la vocazione ad arricchire la rappresentazione con elementi architettonici che rendessero ambiguo il confine fra realtà e finzione (basti pensare ai finti pilastri e alle finte cornici dipinte da un Filippino Lippi, alla finta galleria prospettica del Bramante per la realizzazione di Santa Maria a Milano, alla Camera degli Sposi terminata dal Mantegna quando Leonardo aveva poco più di vent’anni, e in cui il Mantegna arriva a celare nel fogliame l’autoritratto). Nel Rinascimento l’imitazione della realtà si arricchisce dunque dell’inganno prospettico e illusionistico, è il trionfo del trompe-l’oeil.
Orbene il Leonardo narrato da Mugnaini esaspera il rapporto fra realtà e finzione a favore di quest’ultima. Non è solo la vertiginosa trasformazione del paesaggio di sfondo alla Gioconda, una sorta di tempo atmosferico in continua mutazione, è qualcos’altro. Fin dalle prime pagine scorgiamo il Nostro intento a servirsi dello specchio e della pittura per realizzare un ‘controgioco’ nascosto, ‘quadri che osservati allo specchio rivelassero salti mortali di simboli e parole, sciarade e indovinelli, tracce di rivolta riconoscibili ad un occhio attento come i gesti di un prigioniero che lancia al di là delle sbarre indicazioni cifrate per la propria fuga e quella degli altri’. Così la pittura diventa una sorta di metalinguaggio, una via attraverso cui Leonardo possa realizzare la sua metà nascosta, annientata per compiacere ai desideri bellici di Ludovico Sforza (si era presentato al duca di Milano come creatore di macchine per distruzione), tanto da ‘ruinare omni rocca nemica’ (come scrive il Leonardo storico nella lettera inviata al duca di Milano). Servendo i potenti, Leonardo ha nel contempo ‘annientato metà della sua anima, l’arte e la bellezza, soffocando in sé l’amore per l’umanità’.
La pittura dunque come specchio difforme dall’immagine riflessa, perché arricchito di ulteriori particolari tali da beffare i destinatari committenti del ritratto. Tale ‘controgioco’ è storicamente più che giustificato, e dunque è tanto più interessante ai nostri occhi di lettori, se si pensa che Lillian Schwartz invitò a riconoscere nella 
Gioconda l’immagine rovesciata di Leonardo, Digby Quested propose di adottare il metodo speculare per la migliore lettura di tutta la sua opera pittorica, mentre secondo Vittoria Haziel Leonardo avrebbe impresso il suo ritratto nel volto della Sindone di Torino. Fra l’altro è di questi giorni la scoperta che il genio di Anchiano avrebbe nascosto il suo profilo sotto l’ascella di una nobildonna milanese ritratta nel Codice Atlantico. Del resto che lui fosse abile a mascherare il reale, a camuffarlo, lo provano anche le sue qualità di scenografo, ingegnere teatrale e costumista per i festeggiamenti, i balletti di corte, gli allestimenti scenici (della Danae di Baldassarre Taccone e più tardi dell’Orfeo di Poliziano).
Leonardo, io narrante che parla a noi ma cerca la chiave per capire i fatti, non riesce a contenere la volontà di rivincita sull’apparenza, il suo desiderio di ingannare l’osservatore attraverso l’unico mezzo legittimo e non sindacabile, non punibile con l’uccisione violenta (viene citata la Congiura dei Pazzi), cioè l’intelligenza: sarebbe stato questo il suo ‘trionfo muto e immenso’, l’intelligenza come ’arma di creazione, non di distruzione, rivolta contro’ i potenti, e ‘non a loro favore’. Per tal via il Leonardo del romanzo partecipa a pieno titolo alla ridda di simboli e di codici di cui era costellata la pittura cinquecentesca, non diversamente dai codici filosofici che permettevano di celebrare l’amore casto di Bernardo Bembo per Ginevra Benci senza minimamente porre in dubbio il fatto che entrambi fossero legati in matrimonio ai rispettivi consorti. Di qui la valenza, tutta da riscoprire, dell’ermellino nel ritratto della dama che lo tiene in braccio, altro esempio di rispecchiamento del protagonista, e di riflessione sull’ambiguità della stessa dama.
L’intelligenza della pittura diventa qui espressione privilegiata per sovvertire i luoghi comuni, per rilanciare l’interpretazione del pittore. Non dimentichiamo che nel periodo storico considerato le forme di interpretazione del reale erano essenzialmente il ritratto e lo specchio, in campo figurativo, il dialogo in ambito letterario. Partendo da quest’ultimo, basti pensare agli 
Asolani, in forma di dialogo a più voci (editio princeps nel 1505) e più tardi alle Prose della volgar lingua, entrambi di Pietro Bembo (personalità cardine, emblematica di tutto il pensiero umanistico-rinascimentale, anche in merito all’annosa questione della lingua). Gli Asolani e le Prose hanno la forma di dialoghi (di chiara ascendenza platonica) ma sono essenzialmente un ritratto dell’autore, che – sul palcoscenico della letteratura – si specchia e si sdoppia, anzi si triplica nella prima opera e si quadruplica nella seconda, assumendo di volta in volta maschere diverse, e ciò per meglio chiarire il suo pensiero e illustrarlo alla ristretta cerchia del pubblico in grado di comprenderlo (anzi di leggerlo, visto che si tratta di opere in volgare); come a dire che gli attori sono 3 o 4 ma chi parla è sempre l’autore. Analogamente, nel medesimo periodo in ambito figurativo assistiamo allo sviluppo dell’autoritratto, e qui occorre subito premettere che proprio a cavallo fra ‘400 e ‘500 si afferma l’idea che ogni pittura, e soprattutto ogni ritratto, sia un autoritratto; già Cosimo de’ Medici affermava che ‘ogni dipintore dipigne sé’. Ed è proprio Leonardo – negli appunti riorganizzati come Trattato della pittura – a legare l’immagine dello specchio a quella dell’autoritratto: ‘L’ingegno del pittore vuol essere a similitudine dello specchio, il quale sempre si trasmuta nel colore di quella cosa ch’egli ha per obietto, e di tante similitudini si empie quante sono le cose che gli sono contrapposte’. Dunque la pittura è lo specchio attraverso cui guardare dentro di sé, superando la forma corporea e risalendo neoplatonicamente all’anima, la pittura-specchio è via per conoscersi e correggersi. Del resto la pittura ha un’origine interiore, prima c’è l’idea poi la sua realizzazione, tale per cui ‘chi pinge figura, se non può esser lei non la può porre’, dice il Leonardo storico (sulla scorta di un’immagine tratta direttamente dal Convivio dantesco), per cui ci deve essere comunanza fra la propria natura e quello che si ha in mente di dipingere, e il mezzo per realizzare questa comunanza è la trasformazione dell’io nell’oggetto del ritratto. Di qui però il rischio di riprodurre sui quadri i propri stessi difetti corporei e le proprie inclinazioni caratteriali, finendo col dipingere sempre la stessa immagine che si ha di sé. Fin qui, appunto, il Leonardo pervenutoci dai codici.
Ma è quello che accade al protagonista del testo, il quale deliberatamente mette se stesso nella rappresentazione dell’
Ultima Cena, fino a raggiungere il vero e proprio ritratto-specchio, quell’ultimo San Giovanni Battista in cui si identifica: ‘Guardai la tela con disperato amore. Una cosa era andata a segno, anche se in modo del tutto diverso rispetto ai progetti studiati e preparati fin nei minimi dettagli: volevo realizzare uno specchio, e c’ero riuscito. Guardavo Giovanni, spaurito e smembrato, e vedevo me stesso. Ma gli occhi, divisi da quel corpo sanguinolento, erano limpidi, quieti, a loro modo appagati’.
Dunque lo specchio è ‘il maestro dei pittori’ perché mostra la conformità, l’aderenza alla realtà: ‘Quella pittura è più laudabile la quale ha più conformità con la cosa imitata’ leggiamo nel Trattato citato. Ma la conformità non condurrà mai all’identità con la cosa ritratta, perché la pittura è sempre una finzione, un’immagine della realtà. Il fine della pittura diventa allora la bellezza, che sarà data dal rilievo che avrà l’immagine rappresentata, e dal suo movimento. Al Leonardo storico interessa soprattutto il movimento, fisico e interiore, quello appropriato agli ‘accidenti mentali’ del soggetto raffigurato. È quanto mette in atto il Leonardo di Mugnaini, attento a dare alle sue opere il movimento interiore, la visione dell’interiorità. È anche per questo, sembra suggerirci Mugnaini, che l’incompiutezza è una costante delle opere del maestro: ‘Resta inespresso e indefinito il gesto, la collocazione, la prospettiva da cui osservo dall’esterno e da dentro, dal corpo vivo del quadro, l’enigma della vita’. Ed è proprio in tale aderenza all’interiorità, e al velo con cui Leonardo la rappresenta e nello stesso tempo la cela, una delle ragioni dell’eternità e del mistero di Madonna Gioconda (e, più generalmente, dell’intera opera di Leonardo): ‘ciascuno vi trovava, con limpida convinzione, qualcosa di suo, un gesto, un’espressione, uno slancio dell’animo’, troviamo scritto nel romanzo.
In un altro importante passo del testo Leonardo parla della relazione fra pittura e poesia, ‘Così come la pittura è una poesia che si vede e non si sente, la poesia è pittura che si sente e non si vede.’ La correlazione fra le due arti, l’ ut pictura poesis, viene direttamente dal mondo classico, la troviamo in Simonide, poi nella 
Rhetorica ad Herennium, quindi viene formulata da Orazio nell’Ars poetica, verrà ripresa poi da Luciano e corre nel Rinascimento come un topos, fino a divenire una teoria umanistica della pittura. Poesia come specchio della pittura.
Ma più generalmente nel romanzo – al di là del richiamo contingente agli specchi per le macchine da guerra (e di là dallo studio sulla lavorazione degli specchi piani e concavi di cui il Leonardo storico si occuperà nell’ultimo soggiorno a Roma) – il tema dello specchio è lo scacco che Leonardo infligge a se stesso, pur di confrontarsi-scontrarsi-riappacificarsi con la sua immagine e con sé.
Ed è senza dubbio Manrico, il sosia ottuso e bravissimo, a costituire il più importante specchio, quello che permette a Leonardo di vedersi continuamente, di studiarsi, di odiarsi e di ritrovarsi. Siamo lontani dalla proiezione di sé in un fantasma frutto della propria schizofrenia, come nel 
Sosia dostoevskiano, o dai timori del protagonista del Compagno segreto di Conrad, che a un certo punto teme che il clandestino, e dunque il suo doppio, sia solo frutto della sua mente. Come in The Duel dello stesso Conrad, Manrico e Leonardo sono invece due figure ben concrete, opposte e complementari, l’uno è necessario all’altro, Manrico è l’altro Leonardo che misteriosamente svolge la migliore funzione dialettica nello sviluppo dei nodi irrisolti dell’uomo Leonardo. Manrico è l’inizio del nuovo Leonardo, dopo il Leonardo storico ‘non-finito’, è la possibilità per Leonardo di raggiungere la sua metà mancata, di realizzare il suo daimon (neoplatonicamente) o, più semplicemente come si esprime nel testo, il suo destino. L’ambivalenza Leonardo-Manrico colloca a pieno diritto il romanzo nell’area del doppio, tema vastissimo che con direttrici diversissime spazia dalla Elena della tragicommedia euripidea fino al recente L’uomo duplicato di Saramago, passando per decine di opere (che non sto qui a elencare, considerata l’economia di questo studio, e reperibili facilmente in qualunque testo specifico) fra cui Il fu Mattia Pascal e Uno, nessuno e centomila di Pirandello.
È un’intima necessità quella che vive il Leonardo di Mugnaini, il timore di scoprire la verità e il desiderio di raggiungerla. Di qui la cifra stilistica calibrata sul personaggio: l’intero romanzo è attraversato da coppie di termini antitetici che affermano un concetto, un’idea, una sensazione e le tolgono contemporaneamente ogni assolutezza, creando delle impasse logiche che attraggono lo stesso lettore in un gioco di specchi e spingono la vicenda principale verso il sottile limite tra sanità e follia, come espressamente avverte il protagonista.
È un Leonardo del tutto disincantato a sentire l’urgenza del motto, prima pindarico e poi di Ireneo di Lione, ‘Diventa ciò che sei’. Come il Giuliano dell’ 
Imperatore Giuliano di Ibsen, che si chiede cosa sia la felicità se non il vivere in conformità a se stesso, come Céline che nel Viaggio al termine della notte afferma che soffriamo perché cerchiamo a ogni costo di diventare noi stessi prima di morire, Leonardo sente il bisogno di essere fedele alle sue native inclinazioni di essere umano che vuole conoscere la vita senza gli onori e gli oneri impostigli dalla sua pubblica fama di creatore. Ma è un uomo che, anche in questa nuova, insospettata direzione, non si pacifica in quella che Márai chiama la virtù di assecondare se stesso, tutt’altro. A spingerlo nella tormentata ricerca del suo stesso ubi consistam è la constatazione di vivere una vita che non è la sua. Ecco perché appena vede ‘un altro’ sé, ‘stesso corpo, stessa faccia ed espressione’ concepisce all’istante il suo progetto, il ‘folle volo’. Ma a differenza dell’Ulisse dantesco, privo della rivelazione divina e tuttavia realizzatore della sua umanità, questo Leonardo è conscio dell’esistenza dell’anima, ma allora la sua follia è in rapporto al disegno di scindersi in due pur di giungere al grado di consapevolezza ultima su se stesso e su come gli altri lo vedono. L’immagine che si è lentamente costruito ha avuto il sopravvento ed è diventata lui stesso, la maschera ha imprigionato chi l’ha costruita, e ha cancellato ‘con una mano di bianco’ il suo passato, le sue passioni più vere. La follia di Leonardo è di voler usare Manrico per proiettarsi in uno specchio e osservare quello che accade, e il voler così comprendere gli altri in sé e sé negli altri. Ma è la stessa dinamica di attrazione e repulsione fra le due ‘metà’ di Leonardo, quella pubblica-Manrico, quella privata-Leonardo, a spingere i protagonisti verso lo smarrimento della lucidità. Come a dire che l’esigenza esistenziale che fa compiere a Leonardo il gran passo dello sdoppiamento viene poi clamorosamente smentita nei suoi effetti. È una situazione pirandelliana.
Torniamo a Manrico, che costituisce per Leonardo la grande occasione per liberarsi dal senso di piacere che lo coglie quando lacera i corpi caldi di animali e cristiani. Manrico è l’occasione per un atto di bontà o di cattiveria: ‘dare a uno sconosciuto, del tutto inadeguato, forse felice nella sua landa selvaggia, la possibilità di diventare un personaggio come Leonardo.’
Ma questa assegnazione di un ruolo a Manrico fa sì che Leonardo inizi a vedere nel sosia un pupazzo, una marionetta, mentre lui, finalmente privo di catene, ‘avrebbe viaggiato nel mondo della memoria e dentro di sé, applicandosi alla dissezione della sua mente e dei suoi desideri con i coltelli affilati del tempo e della sincerità’, ove il gioco di metafore, costante nel romanzo, costituisce un coefficiente di accelerazione, di sintesi e spinta verso intuizioni fulminanti: Manrico è anche una lente per scrutare il cuore degli altri, le falsità, i commenti velenosi.
In realtà lo sviluppo dei fatti non segue la direzione prevista. Come Vitangelo Moscarda (il protagonista di 
Uno, nessuno e centomila) Leonardo non accetta le maschere che gli altri gli hanno imposto, perché gli impediscono di vivere, di capire chi lui sia veramente. A differenza di Moscarda, però, Leonardo crede di sapere qualcosa del suo io vero, ma finirà per ingannarsi, perché appunto la dialettica dei ruoli in corso fra Leonardo e Manrico renderà l’io di entrambi in continua evoluzione, ed è questo uno dei punti di forza narrativa e psicologica del testo.
Come Mattia Pascal, è alla ricerca di un’identità esistenziale che tuttavia, per motivi legati alla situazione innescata, rimarrà costantemente frustrata. Come Mattia Pascal anche Leonardo si chiede chi sia lui nella nuova vita dopo lo sdoppiamento. E anche qui c’è il problema del nuovo aspetto che vuole darsi. Ma mentre Adriano Meis, a seguito della sua libertà assoluta, senza radici, scopre l’incertezza, la delusione, tanto da diventare ‘forestiero della vita’, perché la sua libertà illimitata gli impedisce di iniziare a vivere e gli suscita il rimpianto dei beni che non aveva goduto come Mattia, il nuovo Leonardo spiega al suo sosia che l’estraneità a se stesso la provava già prima di conoscerlo: già allora aveva addosso la pelle di un altro, si sentiva ‘un asino in cerca di ombre e strapiombi’, e qui ci vien da pensare al Lucio-asino nell’ Asino d’oro apuleiano che prega la luna di renderlo a se stesso.
La sostituzione di persona non dà infatti i risultati sperati, è così che Leonardo decide di seguire Manrico-Leonardo-pubblico a Milano, Mantova, Venezia in qualità di umile servitore. E a Venezia incontra una donna che odora di sabbia e mare e si abbandona a lei, si lascia sommergere da questo battesimo, e quasi come un novello Vitangelo Moscarda ‘diventa lei’, diventa l’esperienza stessa che sta vivendo, come pura coscienza senza più nome.
Intanto il rapporto con Manrico si fa più esigente. Il sosia, non solo specchio ma persona egli stesso reclama una somiglianza, un’identità maggiore: ecco che Leonardo gli confida l’episodio scabroso vissuto in gioventù, il suo rapporto carnale col giovane Saltarelli, pagina di grande maestria. Nel ritorno da Venezia in Toscana incontrano una donna che a Leonardo ricorda l’immagine delle persone a lui più care, e che tuttavia ha ‘una faccia peggiore della morte, un urlo scavato nella roccia’ (un’immagine vivida come la Vecchia del Giorgione, la Vecchia di Lodovico Carracci, o le streghe dipinte più tardi da un Frans Hals): è allora che, vedendosi vecchio anche lui, si rende conto che il tentativo di ‘portare fuori pista il mondo attraverso il trucco del doppio’ non è servito a nulla, che Manrico non è affatto uno specchio per vedere più nitidamente ma ‘un punto d’appoggio mite e rassicurante’ che lo distoglie dalle domande autentiche. Di qui la necessità di allontanarlo da sé per rinascere, ritrovarsi.
Nel viaggio di fuga da sé stesso e da Manrico incontra personaggi come Cecco il beccaio, Matteo e Giorgio, l’assassino mite, che gli rivelano ‘immagini di una verità che stride, urla, sogghigna’, il vero volto della vita nella morte, perché solo imparando a vivere si impara a morire (come dice il Leonardo storico). Allora l’unico frutto del suo sdoppiamento e della rabbia contro il mondo e se stesso, è la scoperta che la vera trasgressione del suo secolo è la bontà, che sorride e non giudica (e qui si fa evidente l’eco del celebre passo paolino nella 
prima Lettera ai Corinzi a proposito della carità) e che è a un passo dalla poesia: ‘La bontà è la poesia: disgraziata, testarda, indistruttibile; neppure tutti i marchingegni di morte e distruzione che ho ideato potrebbero abbatterla. La poesia è la bontà perché conosce perfettamente anche il suo opposto. Eppure, per una scelta che non ha alcuno scopo pratico, nessuna convenienza, nessun calcolo, si schiera dal lato del bersaglio.’ Subito dopo la bontà è la realtà del dolore ad emergere, la materia prima di cui Leonardo sente di essere costituito: se tradisse questo dolore si dissolverebbe.
A poco a poco il viaggio del Leonardo privato sta aggregando una realtà nuova, una diversa, progressiva coscienza di sé, e questo proprio nel momento in cui non usa nessuno specchio ma, semplicemente, attinge alla vita vera, alla memoria, al corso stesso dell’esistenza. Morta nel frattempo la madre, non gli resta allora altro che diventare se stesso, frantumare le maschere, quella concreta, cioè la faccia e l’abito mentale assunti, e quella fittizia, cioè l’immagine che ha collocato nella testa e nel corpo di Manrico. Il rispetto della morte e della vita gli impone ormai di trovare la follia più autentica, la verità. E la riflessione è immediata: ‘La mia immagine riflessa, il tentativo vano di sfuggire allo specchio tramite un altro specchio, era il fardello più gravoso, la prova di un fallimento. Dovevo liberarmi da quell’ombra che stava divorando a poco a poco la carne e la mente. Il gioco si era fatto letale, la beffa si ritorceva contro se stessa.’
Leonardo riaccompagna Manrico al suo villaggio, ma sono cambiati entrambi: Manrico ha un sogno in più, lui ha dentro di sé un’illusione in meno. ‘Era come se uno scialbo incubo si accingesse ad ingoiare i resti mortali di una fiaba in un immenso sbadiglio. Ringraziai Manrico, e quasi mi scusai con lui per avere fallito, per non essere riuscito a prolungare né a concretizzare il mio folle e magico progetto.’
Tornato nel suo studio fiorentino riprende a indagare morte e vita, ma assapora ancora una volta la certezza della sconfitta quando scopre di aver messo se stesso in ogni personaggio dell’affresco dell’
Ultima Cena (trasgredendo le raccomandazioni del Leonardo storico): è sempre Leonardo il carnefice e la vittima di se stesso, il doppio che lo mette in difficoltà ora è il suo altro io. Ma sorprendentemente torna il doppio autentico, anche Manrico ha subito quella che potremmo chiamare la ‘fascinazione del raddoppio’, secondo un processo moltiplicatore che ha felici possibilità narrative: Manrico gli confessa che è ‘come se il suo vero essere fosse rimasto a Firenze, immerso nella bellezza e nella vita, in cammino su una strada ancora da compiere.’ Ora vuole ‘diventare un artista, non rimanere un’immagine priva di sostanza.’ Manrico sente che il suo ‘originale’ è lì, con Leonardo. Il sosia vuole diventare Leonardo proprio quando quest’ultimo decide di non esserlo più. Per raggiungere lo scopo il copista orchestra un abile ricatto. A cui Leonardo cede, anche perché si rende conto che forse l’occasione è propizia, che si è servito male del suo sosia, usandolo come un fantoccio inanimato, e ognuno è rimasto ciò che era. ‘Le analogie e le diversità dovevano sommarsi, incrociarsi e scontrarsi, generando il fuoco di un nuovo modo di sentire.’
È qui che inizia forse la parte più toccante del lungo racconto, l’incontro dei due con Madonna Gioconda. Tutto l’episodio è presentato come il contatto non con un’immagine ma con una persona viva, c’è un serpeggiante erotismo nella descrizione, una palpabile attesa di qualcosa di terreno, di corporeo, che sta per avvenire. E come un epilogo imprescindibile si giunge al momento della vera e propria fecondazione di Gioconda ad opera di Manrico. ‘Aveva gioito quella notte, e goduto, sentendosi sporca, e immacolata. Manrico aveva fecondato la mia donna. Sorrideva, Gioconda, e sorrisi anch’io, percependo nella carne un dolore che sazia, che ti umilia e ti lascia sopra un pavimento gelido, ridotto a brandelli come uno straccio di antichi orgogli.’ D’altra parte che il ritratto di una donna potesse esercitare un fascino erotico lo dice espressamente il Leonardo storico nel 
Paragone delle arti nel citato Trattato.
Naturalmente Leonardo, amante tradito, incassa il colpo e mette Manrico con le spalle al muro: ‘Non sarà certo per qualche pennellata assestata con foga casuale che ti cederò il volto della donna che ho odiato e amato per un’esistenza intera. No, vecchio mio, Gioconda resta di Messer Leonardo, in qualità di legittima consorte e metà, oscura e chiarissima, pia e maledetta’.
I due personaggi ormai si somigliano sempre più, si capiscono al volo, hanno lo stesso ghigno. Il rapporto si infiamma. Con la scusa di lasciarlo ad imparare, Leonardo tiene praticamente Manrico segregato nella bottega, mentre lui va a raccogliere gli onori per il quadro. La novità è che Manrico è troppo bravo, ha del genio, e di fronte a questa verità Leonardo inorridisce. Eppure per l’attrazione inscindibile che lo lega al suo altro da sé, Leonardo carceriere del suo sosia si presenta a lui. Dunque è ancora con Manrico che si confida, gli rivela l’umiliazione nel vedere Michelangelo realizzare la Battaglia di Cascina, mentre la sua
 Battaglia di Anghiari rimane solo ‘un tremulo abbozzo’.  E Manrico passa al comando, diventa sempre più importante il suo ruolo, tanto che la sua energia è per Leonardo il più prezioso dei regali: gli fa percepire con chiarezza ciò che lui, Leonardo, è e ciò che non è.
Manrico è ormai immedesimato in Leonardo, al punto da desiderare di andare sulla pubblica piazza a confessare il misfatto commesso dal maestro in gioventù, non più per ricatto – come aveva fatto una prima volta – ma con sincera convinzione, assumendosi ‘il rimorso per ciò che non aveva commesso’. È un chiaro segno di squilibrio, di una follia che ormai contagia reciprocamente i due. Di fronte poi alla 
Madonna con Bambino dipinta da Leonardo è Manrico a sentirsi tradito, escluso dalla ricerca pittorica del maestro, è Manrico a provare gioia, dolore, risentimento feroce: ‘Mi odiò, con tutte le sue forze, ma con gli stessi occhi di quel fanciullo che ha dalla sua tutto il tempo che vuole per regalare spazio e fiato al disegno della sua vendetta.’ E Manrico consumerà la sua vendetta quando Leonardo lo metterà nuovamente alla porta, definitivamente, rivelandogli di averlo trattenuto in gabbia solo per il suo tornaconto.
Dopo l’ultima invenzione termina il testo, con le sue vedute prospettiche, i suoi percorsi, le sue densità sanguigne, vivide, le incursioni spiazzanti, le intuizioni, i giochi interiori, i conflitti irrisolti e quelli sorti nel corso della vicenda. La tensione si scioglie, i colori si depositano sulla tela della nostra pupilla per un coagulo definitivo: ‘tutto torna, e nulla è uguale a come dovrebbe essere’.

 

PAROLE NELL’ACQUA

Condividi...Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterPrint this pageEmail this to someone

“Here lies one whose name

was writ in water”.

Qui giace un uomo il cui nome

è stato scritto nell’acqua.

Frase tratta dall’epitaffio

riportato sulla lapide di

John Keats

m parole 2

Lo sconosciuto guardava gli oggetti lasciati nelle macchine parcheggiate. Camminava lento, la mattina presto, sempre e solo con la pioggia. “Cosa posso fare per ognuno?”. si chiedeva. “Quale biglietto lasciare? Quali parole? Un consiglio, un apprezzamento per la sensibilità, un aiuto per la vita?”.

La mia è un’ipotesi. Follia. Come la sua. Forse peggiore. Ma non posso fare a meno di chiedermi in che direzione si muove, verso quale senso. Per avere una risposta devo sperare nella pioggia giusta, nel ritmo, nelle frequenze adeguate. Lo incontro. Lui trova me. È capace di morbidi agguati.

I suoi vestiti sfuggono agli occhi, vi rientrano in un secondo momento: colori soffici, fuori tono, in armonia solo con loro stessi. Sembra parlare tutte le lingue e nessuna, la sua cantilena oscilla su cadenze che spaziano dallo slavo allo spagnolo. In una mano tiene una vecchia mappa della città, nell’altra stringe con timidezza una cassa di plastica utilizzata per trasportare le bottiglie d’acqua minerale. Il contenitore, vuoto, diventa una sedia, solida, leggera. Fluida e mobile, come l’acqua che gli dava uno scopo, una funzione. Acqua lui stesso, nella pioggia, con in mano un guscio di plastica che un tempo racchiudeva acqua. Un circolo perfetto, perenne.

mare parole

Ho bisogno di dargli un nome. La mente adora il superfluo. Potrei chiederlo direttamente a lui, come si chiama. Ma non sarebbe la stessa cosa. Mi mentirebbe, o risulterebbe banale, magari. Mi arrogo il diritto di battezzarlo io. Un appellativo bizzarro e solenne, su misura per lui, ecco cosa mi serve. Nuvolario, voilà. Perfetto. Almeno per me. Lui non è necessario che lo conosca. Nuvolario, miscuglio di assonanze fascinose: un capo indiano, un pilota di auto da corsa, un imperatore persiano. Tutto e niente. Lui soltanto.

Mi si avvicina di un altro passo, cerca con gli occhi il mio sguardo, e mi chiede informazioni su una strada. Mi porge la mappa della città e mi invita a indicargli il punto esatto. Mentre la apro mi sembra di cogliere un sorriso sarcastico. Ma forse mi sbaglio. Probabilmente è un riflesso, uno sprazzo di luce nel grigio del cielo. Ci sono tre vie che portano il nome che mi ha chiesto. Incredibile ma vero. Dislocate in punti estremamente distanti l’uno dall’altro. Glielo faccio notare, e lui allarga le braccia, serafico. Gli chiedo cosa deve fare di preciso, cosa cerca, una casa, un monumento, un ufficio, un palazzo… Sorride, senza aprire bocca.

Mi viene il sospetto che la richiesta di informazioni sia una scusa per parlare con persone che, per qualche sua personale ragione, o assenza di ragione, trova interessanti. Porre un quesito che presuppone tre possibili risposte, tutte ugualmente valide, e tutte identicamente errate, gli consente di non avere alcun obbligo. Né una meta precisa. Può girare continuamente con la consapevolezza del limite e delle potenzialità: dirigersi volta per volta verso un luogo che è sempre, allo stesso tempo, giusto e sbagliato. La schiavitù e la libertà.

Mi piace. Lo trovo affine. Non lo comprendo appieno, ma lo apprezzo. E’ un dubbio vivente che mi attrae. Sento di dover fare qualcosa per lui.

Qualche giorno dopo gli lascio un biglietto appiccicato con lo scotch sul contenitore di plastica posato sul suo marciapiede preferito.

“Viene la siccità e viene la piena/ sugli occhi e nella bocca,/ acqua morta e sabbia morta/ in gara di dominio./ Acqua e fuoco deridono/ il sacrificio che negammo./ Acqua e fuoco roderanno/ le fondamenta in rovina da noi dimenticate./ Questa è la morte dell’acqua e del fuoco”.

m parole 5

Parole per scuoterlo, per incitarlo al mutamento. Versi di Eliot, dalla poesia “Morte degli elementi”. Ma di questi particolari non ritengo necessario metterlo al corrente.

Mi risponde il mattino dopo. Noto un foglietto bianco sul parabrezza della mia macchina. Penso lì per lì a un divieto di sosta. Invece si tratta di qualcosa di molto più articolato.

“Il mio centro è tempo-presente/ e ovunque i miei rami s’allungano/ pendono nel buio/. Non so discernere cosa da cosa/ luogo da luogo/ né se l’io appartenga all’io, o non esista”.

Lui è più generoso di me. Mi rende nota la fonte, l’autore dei versi, Nat Scammacca. Quasi un implicito invito a informarmi, a scoprirne di più.

Il giorno seguente, contro ogni attesa, è lui a rilanciare. Un altro foglietto, colorato stavolta, sotto il medesimo tergicristalli.

“Non invano è passato il non-amore/ la fatica, il digiuno, la sazietà,/ del desiderio mai toccato”.

Mi rendo conto che non è più un gioco. O, almeno, non solo. Ho il dovere di rispondere.

“La città, con te, è diventata/ una città di mare./ Ma l’arsura della verità/ è un gelo senza fine”.

Tutto tace, per molti giorni. Sconfitti, entrambi, dall’inverno del silenzio. Poi, una sera, sotto le luci gialle dei lampioni, un nuovo rettangolo di carta e parole sul vetro della macchina.

“Sono unito al mondo da tutti i miei gesti, agli uomini da tutta la mia pietà e la mia riconoscenza. Fra questo diritto e questo rovescio del mondo, non voglio scegliere, non mi piace che si scelga”.

Ancora lui, tornato a me. Tramite le parole di Albert Camus. Splendide, come il suo coraggio di scriverle ed affidarmele. L’uomo dell’acqua è sulla strada giusta. Ce l’ho fatta. Il mio impegno è servito a qualcosa. Sta diventando fertile, la sua pioggia, vitale. Ora voglio, anzi devo salvarlo del tutto. Posso riuscirci, so come operare la metamorfosi definitiva.

Gli lascio un biglietto con dei numeri, stavolta: il cellulare di Carmela. E’ grande, lei. Io lo so bene, è stata la mia donna per anni. E’ possente, Carmela, e il suo amore è sempre totalizzante. Sa inglobare il mondo e chi le sta accanto. Rendendolo identico a sé.

Passano varie settimane, e nessuno più cammina per le strade guardando gli oggetti lasciati nelle macchine. Ho vinto. La trasformazione ha avuto luogo secondo le più rosee aspettative. L’uomo dell’acqua è sfociato nel mare ampio di Carmela. Ora posso dimenticarlo. Lo archivio con gioia e legittima soddisfazione nella memoria.

Questa mattina però, a sorpresa, un nuovo segno della sua presenza. Lui non ha dimenticato me. Un altro biglietto. Azzurro, stavolta.

“Ti ringrazio”, mi scrive. “Il tuo dono è stato immenso. Più grande di me, e di quanto meritassi. Ti ringrazio di cuore, e, come ricompensa, prendo da te la sola cosa che non ti serve”.

Non capisco. È normale, comunque. Sono abile, certo, ma per i miracoli non sono ancora attrezzato. L’amico della pioggia resta sostanzialmente un folle. Civilizzato e fidanzato, adesso, ma pur sempre tale. Un folle felice, grazie a me.

m parole 4

Comincio a capire qualcosa, di colpo, nel momento in cui, lanciato a tutta velocità lungo una discesa, premo il pedale del freno. È morbido, docile, inservibile. Piove, chiaramente. Il fiume è gonfio, rabbioso, al di là dell’esile parapetto posto ai bordi della curva al termine del rettilineo. Corre come il vento la mia macchina. Fluida, leggera. Stretta in un abbraccio solido e poderoso di aria ed acqua. Volo, inarrestabile, verso il mare. Lassù, nel cielo, ridono le nuvole.

m parole 6mare

Le smanie per la villeggiatura

Condividi...Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterPrint this pageEmail this to someone

Goldoni villegg

Tutt’altro che contemporanea, certo, ma ancora rappresentatissima, così come presente e viva è la stagione descritta, il tema e l’atmosfera: Le smanie per la villeggiatura, commedia di Carlo Goldoni del 1761. Il De Sanctis nella sua Storia della Letteratura Italiana (1870) sostiene che con Goldoni “la nuova letteratura fa la sua prima apparizione” grazie ad un autore che “cerca nel reale la sua base e studia dal vero la natura e l’uomo”.

Le smanie per la villeggiatura non piacque al pubblico dell’epoca. Chissà perché! La prima al Teatro San Luca registrò un buon successo, ma già alla terza rappresentazione gli spettatori erano scarsi. Goldoni difese la propria creatura, e con essa il proprio orgoglio, attribuendone la causa alle dimensioni del San Luca, teatro di grandi proporzioni e quindi poco adatto ad una commedia tutta d’interni. Il problema però era nei contenuti più che nelle forme e nelle dimensioni delle sale. Il pubblico borghese del tempo si sentì scrutato da occhi troppo attenti e penetranti, colto di sorpresa, nudo, o almeno nell’atto di coprire le pudende con abiti leggeri, quasi trasparenti. La verità. O perlomeno una verità, possibile, credibile, e, in quanto tale, scomoda.

gold 3

Leonardo, uno dei personaggi di maggior spessore della commedia, ci regala battute pungenti, ironiche e autoironiche, di una comicità, volontaria o meno, carica di risvolti emblematici. “È pur troppo vero, chi vuol figurare nel mondo convien che faccia quel che fanno gli altri”, osserva. E argomenta poco oltre, con grande trasporto: “Oh gran disgrazia invero! Un abito di meno è una disgrazia lacrimosa, intollerabile, estrema”.

Come dargli torto!

Goldoni si conferma, vale la pena ribadirlo, autore fintamente semplice, fintamente ingenuo, fintamente lieve. C’è, nel suo realismo, un’allegria malinconica, sprazzo di luce a metà tra alba e crepuscolo, che illumina con un sorriso le magagne, i vizi privati e le pubbliche virtù, le contraddizioni di quell’organismo complesso che è l’uomo. L’uomo nel suo habitat per nulla naturale: la società. Un po’ riserva, parco recintato, un po’ gabbia di zoo. Utile, necessaria, soffocante.

gold 2

Autore moderno il Goldoni, capace di dire cose che vanno al di là del tempo, delle parrucche incipriate, dei nei finti e dei nei reali dell’età in cui visse. Capace di piacere anche alle moderne sostenitrici dell’indipendenza femminile magari, per quel suo lungimirante coraggio, molto antelitteram, di mostrare che alla fine è la donna che decide dove si va in vacanza, con chi, come e perché. E, prima e dopo la villeggiatura, c’è il sospetto che sia ancora lei, la donna, a far girare la casa, gli ospiti, i familiari. Un po’ angelo del focolare e un po’ solida locandiera, abiti soffici con tanto di décolleté, ma la testa, e il suo contenuto, ben saldi, calibrati.

“L’innocente divertimento della campagna è divenuto a’ dì nostri una passione, una mania, un divertimento”, scrive lo stesso Goldoni nella nota introduttiva al testo. Con i tre ingredienti elencati, miscelati in modo ottimale, l’autore veneziano ha realizzato tre commedie di argomento “vacanziero”, di cui Le smanie è la più nota. Tra debiti, ambizioni, piccole e grandi tresche, invidie, livori, meschinità varie, si dipanano i preparativi per la partenza per la località di Montenero presso Livorno. Gli spettatori del tempo, come detto, non gradirono. Troppo nitido lo specchio. Permetteva di vedere le rughe e le cicatrici nonostante l’abbondante strato di cerone cosparso sulle facce.

Noi invece siamo spettatori moderni. A noi non capita certo di smaniare per prenotare, meglio se tramite Internet, un viaggio a Riccione invidiando il vicino di casa che parte per Porto Cervo. O viceversa. A noi no. Non capita a noi di mettere a rischio il bilancio familiare, come accade ai personaggi della commedia, con l’acquisto di un telefonino ultimo modello con suoneria dodecafonica e sveglia realizzata dal vivo dalla London Symphony Orchestra, in grado di scaldare anche, nel frattempo, un caffè macchiato zuccherato al punto giusto. Già, noi siamo un pubblico evoluto, smaliziato. Possiamo goderci Goldoni tranquillamente. Di sicuro vale la pena. Magari preparandoci per un puntatina veloce a Capri. Se ci riusciamo. Magari facendo un’ora e tre quarti di fila. Con un po’ di smania. Ma in fondo neppure troppa. Forse.

gold 5

Dalla parte del torto: L’Opera da Tre Soldi – Bertold Brecht

Condividi...Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterPrint this pageEmail this to someone

tre

Brecht

“Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati”. Con questo suo aforisma, a metà tra paradosso e verità, ironia e provocazione, Bertolt Brecht ci presenta forse un biglietto da visita ancora valido, in grado di identificare, nascondere, alludere, rivelare. Dalla parte del torto, certo. Come tutti quelli che non hanno timore a collocarsi nella schiera tutto sommato non troppo numerosa, o, almeno, non abbastanza, dei poeti-sognatori. Non quella dei cesellatori di fiorite rime, castelli svettanti di torri e guglie di auliche certezze. Di tali costruttori di amene rime ce ne sono legioni, eserciti interi. Meno numerosi, molto meno, sono coloro che scrivono opere da tre soldi, erette con la materia lieve di una sola convinzione: “Di tutte le cose sicure la più certa è il dubbio”.

Tramite un processo di “straniamento” che ci porta fuori da noi per poi ricondurci dentro, all’interno di confini più autentici, L’Opera da tre soldi ci rammenta, come già aveva fatto la Beggar’s Opera di John Gay, che in fondo “il re dei mendicanti” orchestra il lavoro, il nostro, come un affare qualsiasi. Illumina, tramite il cerchio di un faro di scena, la linea di demarcazione tra il criminale Mackie Messer, o il bandito Macheath, e i rispettabili borghesi. Una linea tanto netta quanto sfumata. Tutto alla fine viene inghiottito dall’ironico faro che si spalanca come la bocca stracolma di denti del pescecane evocato dalla canzone musicata da Kurt Weill. La differenza tra criminali e persone rispettabili sparisce del tutto. I soldi, l’ingordigia, l’avarizia, la fame e la sete di potere, rendono tutti uguali, cioè corrotti.

tre 2

Se tutti sono dalla parte del torto, allora tutti sono dalla parte del giusto, o, perlomeno, collocati tra ammassi di macerie e rifiuti socialmente accettabili. Di fronte a questa presa di coscienza, o meglio, perdita di coscienza, resta al poeta-sognatore una sola via: l’esilio, la fuga. Come in un gioco di scacchi di vitale importanza, se il torto si riveste di giustizia e cerca di inglobarti, non resta che spostarsi dal lato opposto. Quello del torto, appunto. Purché sia un torto personale, individuale. Quello che, tramite un altro fulminante e quanto mai attuale aforisma, Brecht dipinge con queste parole e questo concetto: “Per essere creativi non bisogna partire dalle buone vecchie cose, bensì dalle cattive nuove cose”. Per essere poeti, in sostanza, e sognatori, sulle tavole del palcoscenico e sulle strade della vita, è necessario staccarsi dalla logica consolidata e trionfante e battersi per il rinnovamento. Qualunque sia il prezzo da pagare. L’esilio da nazione a nazione, da città a città, o l’amore, aspro, essenziale, per il gusto della differenza, l’opposizione all’andazzo, alla pratica del siamo tutti colpevoli e tutti beatamente innocenti.

Tutto ciò, per nostra fortuna, ne L’Opera da tre soldi e altrove, Brecht ce lo dice in modo colorito, accattivante. Rifuggendo da prediche e piagnistei che, oltre a risultare intimamente contraddittori, sarebbero stati altresì assai poco “teatrabili”. Si canta e si balla sul palcoscenico di Brecht. L’autore fa tesoro della sua frequentazione ed amicizia con il celebre cabarettista Karl Valentin. La lotta, esistenziale e sociale, si può condurre anche tra visi truccati, fumo di sigaretta, musica assordante, risa, battute sconce miste a frammenti di verità, confessioni di fragilità e schegge di miseria. La vita come cabaret. Materiale buono non solo per i titoli delle canzoni ma anche come adeguato scenario, specchio deformante ma neppure troppo dell’esistenza vera. Quella da cui è difficile se non impossibile “straniarsi”.

tre 3

La vita che ti consente di entrare a vedere lo spettacolo, anzi a farne parte, senza neppure dover pagare tre soldi di biglietto. Quella che, comunque, puntualmente, poco dopo vorrebbe scritturarti per recitare in qualche scena, con o senza travestimento, una parte da mendicante. Di soldi, oppure di gloria, di rispetto, di dignità, di amore. Quella che ti svela il trucco ma ti consiglia, anzi ti impone, di far finta di non conoscerlo. Tuttavia, osserva ancora Brecht, “chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”. Ed allora, per evitare di essere complici del “re dei mendicanti”, per non cedere alla logica del “nessuno è colpevole” e del “nulla può cambiare sotto il sole”, è bene tornare a schierarsi dalla parte del torto, se il torto è l’errore di chi sogna qualcosa di altro, di non inquadrato. Il sorriso di chi continua a cercare la logica dell’illogico, la speranza di nuove scene, nuovi teatri. La convinzione tenace che, a volte, per evitare l’ostacolo dell’omologazione al collaudato e strangolante meccanismo, può risultare vero che “la linea più breve tra due punti può essere una linea curva”.

LA VITA È SOGNO (?)

Condividi...Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterPrint this pageEmail this to someone

 LA VITA È SOGNO (?)

Riflessioni su Calderon de la Barca

Ripubblico in questo inizio d’estate un mio articolo su vita e sogno, sul “mago prodigioso” e sul “gran teatro del mondo”.

v sgn 7

v sgn 8

Il punto interrogativo, in questo caso più che mai, è necessario, ed anche prezioso. Un gancetto affilato che penetra nelle carni come una spilla, d’accordo, ma anche, a ben vedere, un amo con cui pescare qualcosa di cui nutrirsi. La domanda se la sono posti tutti, in qualche istante particolare o nel corso di una vita intera. Pedro Calderon de la Barca, nato a Madrid nel 1600, è noto ancora oggi anche e soprattutto per il testo in cui afferma che la vita altro che non è che un’entità illusoria, un sogno contraddetto dalla ragione. Lui, in realtà, di dubbi non sembra averne avuti. Ma l’affermazione contiene un’ipotesi. Il sogno è, di per sé, qualcosa di incerto, di irrazionale. Nessuno ne conosce bene i meccanismi, la natura e i confini. Quindi equiparare la vita al sogno, equivale, in un certo senso, a compiere l’operazione contraria. In quest’ottica, paradossalmente, l’affermazione di Garcia Lorca, autore di un testo in cui sostiene con uguale solennità che La vita non è sogno, non è troppo distante dall’assunto di base. Che dire? Ora più che mai siamo di fronte all’apoteosi dell’impalpabile. Il che, in fin dei conti, conferma e ribadisce il trionfo del teatro, la vita che si guarda allo specchio, e, nell’atto di guardarsi, rivive. O magari vive davvero. O smette di vivere, per iniziare a sognare. Chissà.

v sgn 9

         Nessuna umana certezza, anche stavolta. Che sia questo il bello, o almeno una delle componenti essenziali del gioco? Qualche certezza, almeno sul piano strettamente biografico, la si trova nelle vicende di questo autore spagnolo, Calderon de la Barca, distante anni luce dal panorama letterario attuale, eppure, tramite radici o echi che si diffondono all’interno di altre correnti e risonanze, è giunto in qualche modo fino a noi. Il suo esordio in qualità di drammaturgo risale al 1623, anno in cui propose al pubblico la commedia Amor, honor y poder. Ebbene sì, Amore, Onore e Potere. Personalmente a questo punto mi vengono in mente le facce di molti autori moderni di telenovelas, magari sudamericani, o di molti autori di discorsi politici, molto più nostrani, i quali, di fronte a tale mirabile titolo, si chiedono, sconsolati, come mai non è venuto in mente a loro. Battute a parte, il buon de la Barca, evidentemente già conosceva assai bene gli ingredienti giusti per attrarre l’attenzione popolare. Allo stesso tempo già iniziava a far lavorare sulla scena, facendoli interagire, i motori di base di quella commedia (tragicomica) che è la vita. Sogno o realtà che sia. Anche l’ambiente in cui opera l’autore spagnolo è emblematico. I suoi drammi sacri e profani venivano allestiti e rappresentati in occasione delle feste di corte e per l’inaugurazione del palazzo reale. Anche in questo caso la commistione tra arte e mondanità è assoluta, e diviene un elemento in più, quasi una componente tematica, un personaggio ulteriore, un’allegoria nell’allegoria che aggiunge al testo elementi di riflessione e significazione.

         Il linguaggio di Calderon de la Barca è ricco, sovrabbondante, lussureggiante: il trionfo del barocco, quello che esplodeva anche a livello architettonico, in colossali metafore di marmo e di pietra. E’ tuttavia a livello di contenuti e invenzioni sceniche che la fioritura appare più rigogliosa. Il teatro calderoniano contiene in nuce tutte le possibilità sceniche. E’ indicativo, in tal senso, il titolo di un suo lavoro, El gran teatro del mundo. Tutto diviene teatro, lo ingloba e ne viene assorbito. Rafforzando ulteriormente la visione di partenza, quella della natura onirica dell’esistere. C’è un pulsare incessante di vita nei lavori di Calderon. Un pullulare di spunti, azioni, ragionamenti, intrecci. Nel suo Il mago prodigioso del 1637, ci sono, per ammissione dello stesso Goethe, alcuni dei meccanismi che in seguito avrebbero dato origine al Faust.

v sgn 4

         È tuttavia La vita è sogno, dramma composto tra il 1631 e il 1634, il capolavoro indiscusso dell’autore madrileno. Della sottolineatura dell’essenza onirica dell’esperienza si è detto. L’elemento in più che l’autore inserisce e rende portante, fondamentale, è un altro: il sogno potrebbe condurre a prendere tutto con filosofica lievità, per non dire incuranza. L’intento calderoniano al contrario appare proprio quello di indicare che, nonostante tutto sia sogno, anzi, proprio per questa ragione, solo la coerente responsabilità umana nelle azioni può dare un significato non effimero all’esistenza. Difficile, certo. Da razionalizzare e, soprattutto, da mettere in pratica. Ma c’è una coerenza interna. L’ambiente e l’epoca in cui l’autore si trovò ad operare lo hanno influenzato in modo evidente, conducendolo ad una visione del mondo che, tuttavia, almeno per certi aspetti, conserva un suo senso. Non posso evitare neppure stavolta di dedicare un pensiero ai politici. Non sappiamo con certezza se la vita sia sogno o meno, d’accordo, ma la responsabilità, la coerenza, il rispetto dei diritti e delle necessità primarie dell’uomo, sono e restano sacre. Come tali andrebbero trattate. In ogni parte di questo Gran Teatro del Mondo.

v sognv sgn 2

         È il caso tuttavia di tornare al nostro Calderon, il quale, ne La vita è sogno, raggiunge le vette più alte dell’elaborazione di intrecci barocchi, colpi di scena, invenzioni che si susseguono a ritmo serrato. La figura principale è quella del Principe Sigismondo, figlio di Basilio, re di Polonia, a cui è stato vaticinato un regno insanguinato dalla crudeltà dell’erede. Sigismondo quindi, fin dalla nascita, è escluso dalla vita di corte e chiuso in un castello. Pur con le necessarie distinzioni, non solo a livello di contenuto, viene fatto di pensare ad Amleto. Al termine di lunghe peripezie, tuttavia, al contrario di ciò che accade nel capolavoro shakespeariano, si ha la riconciliazione finale. Il principe implora dal padre il perdono per un tentativo di rivolta, un episodio in cui si è messo alla guida del popolo per tentare di conquistare il potere. Il padre perdona Sigismondo, il quale, nel momento in cui ammette le proprie colpe, ha l’impressione di aprire finalmente gli occhi, risvegliandosi. Ogni sogno umano può essere inizio di un risveglio, ogni risveglio l’inizio di un sogno, sembra volerci suggerire l’autore.

v sgn 6

         Per i contenuti, e per la morale di fondo, il testo di Calderon de la Barca rivela oggi tutti i suoi anni. E’ distante, si colloca in un’epoca lontana, non solo dal punto di vista cronologico. E’ un testo scritto con onestà da un uomo imbevuto dei principi che aveva assorbito. Uno che, di sicuro, non possedeva lo scarto necessario, il genio assoluto, quello di un Dante o di uno Shakespeare, per intenderci, per assimilare in sé l’ideologia e la morale del suo tempo, per poi lasciarsi tutto alle spalle, andando oltre. Andando ovunque, in ogni tempo, in ogni mente umana di qualsiasi momento storico.

         Tuttavia, se mettiamo da parte la dipendenza stretta dell’autore dai condizionamenti del suo ambiente, resta, anche oggi, un testo vivo, una sorta di albero strano, pieno di radici e di rami attorcigliati. Arabeschi che, ancora oggi, attraggono l’occhio, in qualche misura, portandolo a visualizzare, per analogia e non di rado per contrasto, allegorie, riflessioni, valutazioni sui percorsi e sui panorami del percorso esistenziale. Resta l’immagine di un teatro che rivela nel modo più evidente e a volte ingenuamente geniale la sua natura di favola colorata e confusa, specchio deformato, ma nemmeno troppo, della vita. Quella vita che, Calderon de la Barca continua a dircelo, è e rimane sostanzialmente sogno. L’ossimoro degli ossimori. Qualcuno potrebbe dire che se l’autore fosse vissuto oggi avrebbe scritto un testo dal titolo La vita è incubo. Forse è così. O forse no. Gli orrori non mancavano di certo neanche nella sua epoca, nel mondo che gli è toccato in sorte. Il trucco forse (e la necessità), è continuare a sognare, vedendo e immaginando architetture fisiche e mentali lussureggianti. Senza scordarci, magari, la responsabilità fondamentalmente umana di provare, nonostante tutto, a trasformare il sogno in realtà.

v sgn 5

Giacomo Leopardi, 29 giugno 1798

Condividi...Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterPrint this pageEmail this to someone

In occasione della ricorrenza della nascita di Leopardi, ripubblico un articolo sui suoi luoghi, sognati e poi finalmente veduti, il mondo, la bellezza, e, in alcuni momenti, la felicità: vista, scritta, vissuta.

 Viaggi al centro dell’autoreA silviaIl giovane favolosoIvano MugnainiLeopardiLungarnoPisa

Giacomo_Leopardileopardi 2


Ci sono luoghi che ti entrano dentro, e senza accorgertene, ti trasformano. Fu così anche per Leopardi che a Pisa si trovò a vivere un periodo del tutto nuovo, un’epoca diversa, sia a livello creativo che sul piano esistenziale.
“Ho qui in Pisa una certa strada deliziosa, che io chiamo Via delle Rimembranze: là vo a passeggiare quando voglio sognare ad occhi aperti”, scriveva il poeta.
Una distanza minima quella di Pisa rispetto a Firenze, la città dove risiedeva in precedenza, ma resta comunque grande la distanza tra il Leopardi fiorentino da quello pisano. La domanda, the question, è pertanto la seguente: fu la città di Pisa a trasformare il poeta, oppure, semplicemente, gli consentì di manifestare ciò che aveva sempre avuto dentro, una componente essenziale del suo modo di essere e di sentire, una sua natura alternativa, se non, addirittura, preponderante? Ai posteri l’ardua sentenza, avrebbe detto un illustre collega di Leopardi. Il problema è che noi, hic et nunc, ampiamente posteri, siamo anche ampiamente incerti riguardo ad una possibile risposta.
Parafrasando Montale potremmo dire che tutto ciò che sappiamo è quello che non abbiamo, quello che non è.
Di sicuro Leopardi non era e non è la figura deforme e monocorde stigmatizzata in molti libri scolastici in stile Bignami.
Non era e non è, Leopardi, il pessimista che esalta la fugace bellezza del sabato per poi ripiegarsi frustrato nel disincanto della domenica. Non è quello che gli adolescenti di oggi, con una definizione sbrigativa ma efficace, chiamerebbero un “gobbetto sfigato”.
Non era e non è, Leopardi, solamente l’omino chino sulle sudate carte o recluso nella biblioteca del padre già del tutto assimilata e metabolizzata in tenera età. Leopardi è questo, ma è anche e forse soprattutto un uomo vorace di vita, quella stessa vita che ha scrutato con occhio filosofico e rigoroso, senza mai però smettere di guardarla con profondo interesse e naturale curiosità.
È anche l’uomo che mentre traduce dal greco e dall’ebraico disegna vignette corredate da didascalie, volutamente infantili, dedicate alla saggezza popolare o a freddure dense di spirito lieve. È l’uomo di origine nobile che ascolta i rumori del villaggio, i suoni, i canti, la musica, percependo il lusso di una semplicità d’animo che a lui non è toccata in sorte ma di cui subisce la fascinazione. Lo stesso fascino enigmatico e vitale che percepisce nelle donne, da sempre corteggiate e inseguite per la loro sfuggente e imprescindibile malia.
Il poeta di Recanati era immerso nel passato ma anche estremamente attento al suo tempo, quello personale e quello dell’epoca storica in cui visse. Impegnato nella ricerca di un cambiamento, anche quello della nazione, afflitta da schiavitù, ingiustizie, squilibri e miserie rispetto a cui sarebbe bello poterci dire postumi.
Questa creatura complessa e multiforme, arrivò al momento giusto, nella giusta stagione, in una città che forse gli somigliava: radicata nel territorio ma anche punto d’incontro di viaggiatori, scrittori, filosofi, scienziati, fervida di salotti colti ma non ingessati, aperti alle idee nuove, anche rivoluzionarie. Città famosa per gli studi, ma ben lungi dall’essere un museo, avvolta semmai da una bellezza vibrante, come quella che scorre nell’alveo del fiume e nei viali che lo circondano come in un abbraccio, i Lungarni.
A Pisa Leopardi trova il modo di armonizzare la sua sete di vita con la sua necessità di dare ordine al suo patrimonio di ricordi ed emozioni. Trova stimoli ma anche lo spazio per riflettere ulteriormente, facendo nuovi progetti, nuove ipotesi di ponti tra sé e l’esistere.
Partendo da questo presupposto, si fa meno fatica a pensare che il passeggiatore trasognato di via delle Rimembranze sia lo stesso autore che definiva la vita come sventura e inganno. Si fa meno fatica a immaginare il sorriso del poeta lungo le strade che risuonano di voci.
Per Leopardi Pisa fu lo sbocciare di una primavera nel pieno dell’inverno. Egli vi arrivò nel novembre 1827 per sfuggire ai rigori dell’inverno fiorentino, e vi si trattenne fino al giugno ’28.
In una delle lettere inviate dalla città toscana alla sorella Paolina ebbe a scrivere: “Sono rimasto incantato di Pisa per il clima: se dura così, sarà una beatitudine. L’aspetto di Pisa mi piace assai più di quel di Firenze. Questo Lungarno è uno spettacolo così bello, così ampio, così magnifico, così gaio, così ridente, che innamora: non ho veduto niente di simile né a Firenze né a Milano né a Roma, veramente non so se in tutta l’Europa si trovino vedute di questa sorta. In certe ore del giorno quella contrada è piena di mondo, piena di carrozze e di pedoni; vi si sentono parlare dieci o venti lingue, vi brilla un sole bellissimo tra le dorature dei caffè, delle botteghe piene di galanterie, e nelle invetriate dei palazzi e delle case, tutte di bella architettura. Nel resto poi, Pisa è un misto di città grande e città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto così romantico, che non ho mai veduto altrettanto. A tutte le altre bellezze, si aggiunge la bella lingua. E poi vi si aggiunge che io, grazie a Dio, sto bene; che mangio con appetito” (12 novembre 1827).

leopardi 3
Non sarebbe pertanto un paradosso suggerire agli odierni amministratori della città di apporre una postilla all’iscrizione sul Lungarno dedicato a Leopardi sottolineando che a Pisa oltre che a ritrovare la vena ispiratrice il poeta ritrovò anche l’appetito. Perché in questa annotazione, apparentemente banale e prosaica, in realtà c’è moltissima poesia e la sintesi tra grandezza e umanità, natura eterea e carnalità.
In quest’epoca che tende a “smaterializzarci”, a ridurci a icone di smartphone, sorridiamo a nostra volta immaginando gli impulsi genuini di un uomo che aveva fatto della parola e del pensiero, del ragionamento poetico-filosofico, la sua essenza. Pisa gli conferma ciò che ha già insito: la sua fame di vita. Gli permette di osservare la bellezza senza essere soffocato dal gelo della riflessione. La mescolanza dell’urbano e del contadino, della Pisa mondana e della Pisa intimista, lo affascina e lo coinvolge. In questo clima potrà scrivere due delle sue più importanti composizioni, così apparentemente distanti l’una dall’altra, ma in fondo accomunate dal filo di un sentimento identico declinato in forme diverse, l’amore: “A Silvia” e “Risorgimento”.


Pisa dunque, come zona franca, opportunità rara e preziosa per il lusso di dialogare con il vero se stesso. Forse anche Leopardi avrebbe condiviso le parole scritte molti decenni dopo da Albert Camus: “ Solitudine e sete d’amare. Pisa, finalmente, viva e austera, coi suoi palazzi verdi e gialli, le sue cupole e, lungo l’Arno, la sua grazia. Città pudica e sensibile. E così vicina a me di notte nelle strade deserte che passeggiandovi solo, la mia voglia di lacrime finalmente si sfoga. Qualcosa di aperto in me incomincia a cicatrizzarsi”.
Con le parole di un altro scrittore, Gianni Rodari, si può arrivare forse ad una conclusione che, pur nella sua forzata semplicità, ci avvicina di un passo, come in una marcia infantile e sorridente a un’ipotesi: “Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio la torre di Pisa”. A Pisa Leopardi scopre che nell’errore della vita, così storta e asimmetrica, c’è la tenacia della bellezza e la bellezza di una tenacia che ha in sé qualcosa di semplice e arcano, ostinatamente ammaliante.
O magari siamo noi, proprio noi, a scoprire o riscoprire nelle nostre rispettive città, nelle nostre affollatissime solitudini, che ci sono “errori”, persone fuori da ogni schema, che contengono in sé tutta la complessità e la ricchezza della natura umana, persone non riducibili a formule univoche, connotate dalla sola costante di una cangiante ma ininterrotta ricerca di territori adatti alla bellezza e alla poesia.

Destinazioni libri – intervista

Condividi...Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterPrint this pageEmail this to someone
Destinazioni libri – intervista

 

Alcune osservazioni su tennis, surf, Internet, ma anche su libri, autori, esordi, personaggi, generi, gusti letterari e “Lo specchio di Leonardo”.
Una mia chiacchierata sulla scrittura con Alessandra Monaco del blog Destinazione Libri 
https://destinazionelibri.com/2016/06/22/ivano-mugnaini/

Chiacchierare con alcuni autori è davvero un piacere e immediatamente si abbattono quelle barriere che forse possono esserci per il “non ci siamo mai visti”, non ci conosciamo. Forse la passione per quello che si fa, porta immediatamente a rilassarsi e parlare come se davvero ci si conosce da parecchio tempo.
Un autore, Ivano, presentatomi da Annalaura, lei dal fiuto raffinato per i buoni libri. Anche questa volta ha colto in pieno l’essenza e il messaggio di questo autore.
Questa la nostra chiacchierata…
****************************************

Foto Recanati

Ciao Ivano, benvenuto nel nostro blog, Destinazione libri. Inizierei subito chiedendoti di raccontarci qualche cosa di te, chi sei nella vita di tutti i giorni, cosa fai oltre a scrivere?
Ciao a te Alessandra. Ti ringrazio per l’ospitalità in questo spazio riservato ai libri e ai lettori, specie rara e preziosa, più del panda, che ormai è salvo, per fortuna. I lettori in Italia sono un gruppo tenace ma non numerosissimo, al contrario. Almeno non numeroso quanto dovrebbero e potrebbero essere. Quindi gli spazi come il tuo creano delle riserve in cui la specie dei lettori si conserva, e, fattore ancora più importante, si moltiplica.
Per fare bella figura rispondendo alla tua prima domanda potrei millantare attività mirabolanti, scalatore estremo, paracadutista d’alta quota, esploratore di giungle vergini. Non è così: quando non scrivo… passo altro tempo al computer, per traduzioni, collaborazioni editoriali, articoli, recensioni, e anche per divertimento. Oppure vado al cinema, frequento i miei pochissimi ma buoni amici e pratico sport poco avventurosi e poco originali, calcio, calcetto, tennis (anche se quest’ultimo più che farlo lo guardo in televisione: vedo Federer, faccio un confronto sulle capacità tecniche, e mi dico che è meglio tornare al computer a scrivere).

Quanti libri hai pubblicato?
Ho pubblicato le raccolte di racconti LA CASA GIALLA e L’ALGEBRA DELLA VITA, i romanzi IL MIELE DEI SERVI e LIMBO MINORE e i libri di poesie CONTROTEMPO, INADEGUATO ALL’ETERNO e IL TEMPO SALVATO. Il mio racconto DESAPARECIDOS è stato pubblicato da Marsilio e il mio racconto UN’ALBA è stato pubblicato da Marcos Y Marcos. Di recente pubblicazione i miei romanzi IL SANGUE DEI SOGNI e LO SPECCHIO DI LEONARDO, di cui parliamo qui oggi.

Di cosa parla il tuo libro, Lo specchio di Leonardo?
Senza entrare troppo nei dettagli e nello specifico della trama per non rovinare la sorpresa a chi lo vorrà leggere, posso dire che Lo specchio di Leonardo si colloca in quello spazio che unisce realtà e immaginazione, passato e presente. La vita di Leonardo da Vinci è descritta seguendo riferimenti esatti, sia sul piano biografico che per la cronologia dei suoi più noti capolavori di artista e scienziato. Ma, a fianco di questi dati di fatto, sovrapposta e intrecciata, si innesta una trama che ha come perno la scoperta casuale di un sosia, una replica in carne ed ossa, fedele e perfetta, del genio fiorentino. Un “doppio”, identico a lui come aspetto esteriore ma diversissimo come mentalità, carattere e visione del mondo. Da qui il “folle volo”: l’idea dello scambio di persona e dell’inversione dei ruoli. È questa l’invenzione più estrema di Leonardo: lasciare al proprio sosia il suo ruolo di savio e docile artista al servizio dei potenti e dei ricchi mecenati e fuggire via, verso la vita vera, la sensualità autenticamente sfrenata e gli studi liberi ed eretici.
Con conseguenze importanti, avventure e disavventure, illusioni e delusioni che si dipanano passo passo fino alla sorpresa finale.

Come è nata l’idea di scrivere questo libro?
Lo spunto iniziale del romanzo è nato da un film-documentario, uno dei tanti dedicati a Leonardo da Vinci, alle sue scoperte, al suo inesauribile talento. Veniva mostrato alle prese con gli specchi da lui studiati a lungo per scopi scientifici e militari. Mi sono interrogato, in quell’istante, sul rapporto del genio con la sua immagine. Ho provato ad immaginare il divario tra ciò che appariva al mondo, la gloria e la fama, e ciò che sentiva dentro di sé. Ho pensato al contrasto tra i suoi veri desideri e ciò che era costretto a realizzare in qualità di persona soggetta alle ambizioni dei potenti del suo tempo, signori, notabili, politicanti e ricchi mecenati.
Ho pensato cosa avrebbe fatto se si fosse trovato, per qualche accadimento favorevole, ad essere finalmente libero di agire secondo le sue più profonde e sincere inclinazioni. Come si sarebbe comportato, quali rivalse avrebbe cercato, quali piaceri e quali verità, anche nell’ambito più delicato e significativo, l’amore.

cop_leonardo3 DEFINITIVA

Come definiresti il tuo libro?
Un romanzo di fantasia unita all’approfondimento psicologico. La vicenda biografica, la storia (con la maiuscola e la minuscola) e l’arte si affiancano ad una vicenda frutto di pura immaginazione che può fornire spunti di riflessione sulla natura del genio ma soprattutto può dare la conferma che qualsiasi uomo, anche il più grande, ha difetti, imperfezioni, vizi, manie e desideri che lo rendono identico, nel profondo, a tutti gli altri.

Qual‘è stata la parte più difficile quando hai scritto il libro?
Forse far combaciare la parte inventata con la vicenda reale, con i dati concreti della biografia e delle opere di Leonardo. In questo mi sono stati di aiuto ottimi libri di storia dell’arte, biografici e di psicologia.


Il personaggio che ti ha dato più filo da torcere quando dovevi descriverlo?
Direi un paio: Lorenzo il Magnifico prima di tutto, modello di perfezione apparente, in grado di esercitare una strana forma di attrazione e repulsione. L’altro Jacopo Saltarelli, il giovane fiorentino che subisce un atto di violenza, un autentico stupro, da parte di un gruppo di aristocratici fiorentini di cui faceva parte anche Leonardo. In questo caso si trattava di descrivere la pena e l’ingiustizia senza cadere nella retorica. Anche qui mi sono basato su alcuni documenti, tra cui anche gli atti del processo conservati negli archivi fiorentini.


Ti trovi alla fine del tuo libro, dove finalmente metti il tuo ultimo punto: che sensazione provi? 
Da una parte di sollievo. Scrivere è anche una corsa, alternarsi di scatti da centometrista a cadenze costanti, da maratoneta. Quindi la parola fine dovrebbe essere una liberazione. Ma c’è di più, per fortuna: ci si affeziona ai personaggi e il distacco è anche una pena. Si preferisce un arrivederci ad un addio.

Il rapporto con i lettori per un autore è importante, com’è il tuo?
Finora buono. Con numerosi lettori si è creata una corrispondenza, un dialogo. Ci scriviamo, mi danno pareri, opinioni, a volte spunti ulteriori. In genere tutto ciò si crea grazie ad affinità elettive, un modo simile di vedere il mondo e la vita. Ma ho un buon rapporto anche con alcuni lettori “critici”, nel senso che non apprezzano del tutto, o per niente, il mio stile e i contenuti. Ci facciamo belle risate: loro propongono soluzioni alternative, io rispondo che sono interessanti. Poi continuo a fare di testa mia.
Però, battute a parte, leggo tutto, con interesse, qualsiasi commento e interazione sono graditi.
E, a questo proposito, se qualcuno che legge questo articolo (e/o il romanzo) e vuole contattarmi, mi farà molto piacere ricevere le sue impressioni.
I miei recapiti sono questi: il sito,  
http://www.ivanomugnaini.it (dove è possibile trovare molte informazioni e numerosi testi) e la mia mail, ivanomugnaini@gmail.com .


Che rapporto hai con i social? 
Buono, nel complesso buono. Ho molti “contatti”, anche se so che c’è una bella differenza tra “contatti” e “amici”. Anche se sui social ho conosciuto molte persone che poi sono diventate effettivamente amici importanti per me. Sui social c’è di tutto. È un mare che contiene pesci di ogni forma, tipo e comportamento. Saperlo aiuta ad orientarsi e a cercare il meglio. Che c’è. C’è anche molto di buono tra ondate insulse, se si sa filtrare e selezionare.
Quindi tornando alla domanda numero uno, posso dire che faccio anche un altro sport: il surf. Sulle onde di Internet, provando ad evitare squali e pesci palla velenosi, e cercando qualche specie affine.

surfIsurf evening

Ivano noi ci occupiamo di esordienti, ma tu leggi esordienti?
Li leggo. Anche abbastanza spesso. Avendo la fortuna di collaborare con alcuni editori, mi vengono inviati manoscritti di autori esordienti, giovani e meno giovani. Inoltre, qualche anno fa, ho organizzato un concorso per racconti e ho ricevuto numerosi testi inediti, di cui molti di autori nuovi.
In qualche occasione, nella quantità, in mezzo al mucchio, per così dire, si trovano delle prove molto convincenti. Se c’è talento spesso la prima prova è quella in cui l’entusiasmo si abbina ad una capacità tecnica già buona. Ne vengono fuori storie fresche, vive e originali. In alcuni casi, per quanto paradossale possa sembrare, la prova d’esordio di un autore è e rimane una delle più convincenti.

Scriveresti un genere completamente opposto da quello che hai scritto?
Non posso dire di avere un genere specifico. O meglio, spazio in vari ambiti, scrivo anche poesia, articoli e critica, e, per quanto riguarda la narrativa, ho scritto racconti di vario tono e contenuto. Più che un mio genere, posso dire di avere un mio modo di scrivere e raccontare, un taglio personale che mi è proprio. Non è escluso, quindi, che possa sperimentare anche ulteriori generi, mi piace esplorare. Alcune volte, per gioco o su sollecitazione di amici o di editori, mi sono avventurato in territori narrativi in cui non avrei mai pensato di entrare, e non mi sono trovato male.
Per il momento escludo solo il rosa, e lo splatter…
Ma mai dire mai… (Quest’ultimo “mai dire mai” però, per il momento, è una battuta).

Un libro che non leggeresti mai… cosa deve avere o cosa manca? 
Non so se c’è un libro che non leggerei mai. Almeno non in modo pregiudiziale, per così dire. Ciascun libro è un mondo, e a volte anche in quelli che orbitano in altre galassie si può trovare qualcosa. Meglio magari un libro con idee diverse dalle mie, come temi e stile, ma sincero e sentito, piuttosto che, magari, un libro ben confezionato ma vuoto. Preferisco un libro non perfetto ma autentico piuttosto che uno tornito e limato ma che non trasmette niente.
Direi quindi che non ho una regola prestabilita: dovrei vedere caso per caso.

Come definisci il tuo modo di scrivere?
Non è facile riassumerlo in una formula.
Posso dire che cerco sempre di raccontare qualcosa. Non amo ciò che è puramente descrittivo o estetizzante.
Tento, a volte, di inserire, quando la trama lo consente, anche qualche cadenza poetica nella narrativa. Come inserire un canzone, o un brano lirico, in una narrazione, in una sequenza di eventi in cui si rispecchia il senso, e a volte il mistero, dell’esistenza.

A quale pubblico sono destinati i tuoi libri?
Anche qui la risposta non è agevole. Non scrivo per un “target” specifico e predefinito. Credo e spero che i miei lettori siano vari e diversi l’uno dall’altro. Il mio non è un linguaggio lineare e minimale. Ma rifuggo anche dallo sfoggio di complicazione fine a se stessa. Recentemente in un concorso letterario europeo proprio Lo specchio di Leonardo è stato letto e premiato da alcuni degli studenti liceali più brillanti di varie scuole italiane. È stato bello vedere che i giovani, spesso ingiustamente considerati “leggeri” o impreparati, hanno apprezzato una storia non facile, basata sulla psicologia, sulla storia e sull’arte. Allo stesso modo le mie narrazioni sono apprezzate da persone di tutte le età: giovani, mature e in alcuni casi molto mature. In un’altra occasione, dopo aver letto un mio racconto scritto in prima persona ambientato in una casa di riposo, una lettrice ultraottantenne mi ha scritto complimentandosi con me perché alla mia età scrivevo ancora racconti. Ho provato a dirle che non ero un suo coetaneo (anche se speravo di diventarlo un giorno) e che avevo vari decenni di meno. Non c’è stato verso: per lei ero un ospite dell’ospizio che aveva scritto un racconto autobiografico. Va bene anche così.

libri

Cosa ti piacerebbe rimanga al lettore di questo libro?
Ogni lettore trova qualcosa di personale, a seconda delle sue esperienze, del suo mondo interiore.
Ho avuto vari riscontri, finora, e ognuno ha evidenziato aspetti diversi, tutti interessanti per me, in qualche caso sorprendenti, angolature che non avevo preso in considerazione, o comunque non nel modo che mi è stato comunicato.
In generale posso dire che spero che dopo aver completato la lettura del romanzo possa restare al lettore il senso del mistero della vita, l’eterno contrasto tra bene e male, bellezza e violenza, vita e morte. Tra uomini in lotta tra di loro, ma anche all’interno di ogni singolo individuo.

Quanto sei presente tu nei tuoi personaggi? 
Molto. Nonostante tutto, nonostante le maschere e i filtri, ogni personaggio, anche il più negativo, contiene, per analogia o per contrasto, qualcosa che ho visto o che ho vissuto, fuori, tra la gente, o dentro di me.


Stai pensando ad un prossimo libro? 
Ho a disposizione vari racconti inediti, che vorrei pubblicare.
Credo molto nel racconto, anche se purtroppo questo genere, amatissimo in molte altre nazioni, nel mondo anglosassone in particolare, ma non solo, in Italia non è molto apprezzato. O meglio, molti editori non lo considerano un genere prioritario.
Spero di trovare un editore disposto a scommettere sui miei racconti.
Se lo trovo, sarò lieto di parlarne qui, se vorrete.
C’è, inoltre, un altro progetto a cui tengo molto. È in cantiere e spero possa concretizzarsi entro quest’anno. Si tratta di un libro di articoli dedicati a grandi scrittori del Novecento e ai loro luoghi di nascita, di vita e lavoro e di “elezione”. I borghi, le città e gli angoli del mondo in cui sono nati, da cui hanno tratto ispirazione e che hanno scelto come loro patria ideale.
Il libro avrà come titolo “Viaggi al centro dell’autore” e conterrà articoli e saggi brevi pubblicati nella rubrica omonima nel mio sito, a questo link: 
http://www.ivanomugnaini.it/rubrica-viaggi-al-centro-dellautore/.
Sarà un’occasione per rileggere e riscoprire grandi autori della nostra letteratura attraverso le tracce che hanno lasciato nei luoghi che li hanno ospitati e ispirati.

viaggi

Quanto è importante la copertina per il tuo libro?
La copertina è l’immagine chiave, la vetrina su cui si affaccia il lettore.
Nella copertina de Lo specchio di Leonardo c’è un volto diviso a metà, metà Leonardo, metà Gioconda: il maschile e il femminile, la bellezza e il tormento della mente, la gioventù e l’avanzare dell’età. Conflitti fatali, ma anche un’attrazione arcana, potentissima.
La copertina contiene la chiave cifrata della sciarada, l’enigma che, pagina dopo pagina, viene mostrato, indagato e risolto nel libro.

La domanda che non ti abbiamo fatto e che ti aspettavi? 
Sinceramente (e ti assicuro che non si tratta di un modo per schivare l’ostacolo) non c’è: le domande sono state varie, originali e mi hanno portato a parlare di molti punti chiave, di me e del romanzo.
Ti ringraziamo Ivano, per essere stato con noi, per averci dato la possibilità di parlare di te e presto ti rivedremo protagonista sempre in queste pagine, per parlare del tuo libro a cura di Annalaura, che come sempre ringrazio.
 
Buona lettura
Alessandra
 

Letture allo specchio 3 – Di Monaco, Gaddo Zanovello, Giudice

Condividi...Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterPrint this pageEmail this to someone
PURELY COINCIDENTAL
Ho ricevuto varie “impressioni di lettura” su Lo specchio di Leonardo: positive, meno positive, positive nord-nord-ovest, per dirla con Amleto, con distinguo e chiaroscuri.
Vorrei pubblicarle tutte, perché ogni commentatrice e commentatore ha dedicato tempo e attenzione al libro. Lo farò, in varie fasi. Comincio pubblicandone alcune tra quelle che mi hanno maggiormente colpito. Il fatto che siano positive è, come dicono nei film, “purely coincidental”, puramente causale.
Battute a parte, tutti i commenti sul romanzo, di qualunque tipo, sono bene accolti, e, chi volesse, può scrivermi in proposito a: ivanomugnaini@gmail.com.

foto libro 1

GIOVANNI GUIDICE

Ho terminato oggi di leggere il romanzo Lo specchio di Leonardo.
L’ho letto attentamente, e devo dirLe che una delle cose che mi hanno più colpito (o meglio quella che mi ha più colpito in assoluto) è la Sua capacità di analisi introspettiva, che mi ha ricordato Dostoevskij. Il libro, inoltre, per la sua trama e il suo
‘taglio’, mi è parso originale. È stata una lettura davvero istruttiva per me, che ho apprezzato molto. Credo che si possa parlare veramente di un’opera pienamente riuscita e che si distingue tra le recenti uscite di narrativa.
E, aggiungo, anche il tema su cui s’incentra il libro, e i ‘sottotemi’, se così posso definirli, tutto spicca per originalità…

Con i più cordiali saluti e sincera stima,
Giovanni Giudice

Promo Leonardo con frase A

LUCIA GADDO ZANOVELLO

Gentile Ivano Mugnaini,
ho terminato proprio ora di leggere “Lo specchio di Leonardo” e desidero inviarle i miei complimenti più sentiti per il suo libro, che mi è piaciuto moltissimo e che rileggerò a lungo.
Questo mio vivo apprezzamento è dovuto non solo alla qualità della sua scrittura, ma anche al racconto che, assumendo i toni intimistici dell’autobiografia, psicologicamente avvicina le inquietudini del lettore a quelle profonde e profondamente motivate di Leonardo.
Tormenti che riguardano l’arte e le opere fondamentali che si incontrano e delle quali vengono date avvincenti angolazioni di lettura, ma che si riferiscono anche all’umanità del personaggio, la condotta del quale suscita quella pietà umana che ce lo avvicina e affratella.
L’interesse e la partecipazione al racconto proseguono poi in un crescendo, dal riferimento all’aneddoto dell’asino e la sua ombra, al fatto che, nel monumento, il cavallo sia indubbiamente più interessante del cavaliere, fino all’appassionante sdoppiamento con Manrico, nel tentativo, da parte di Leonardo, di trovare l’identificazione propria; impossibile, dato che si tratta del vano ‘tentativo di fuggire allo specchio con un altro specchio’.
Ho trovato particolarmente appassionanti le suggestioni, variamente diffuse nel romanzo, che riguardano le problematiche della sempre sfuggente identità, ma è avvicinandosi all’ultima parte del libro, dove si incontra la rivelazione che ‘la più autentica forma di rivolta è la bontà’, a p. 58, dove la bontà sembra quasi ‘chiedere scusa di esistere’ e ‘si identifica con la poesia’ come ‘la sola trasgressione possibile’, che si susseguono pagine, per me, anche filosoficamente, bellissime.
Ove si dice, ad esempio, che ‘la fine non è epilogo ma trasformazione’, che ‘la morte è vita’, che ‘la follia più autentica è la verità’ e mentre perdura ‘il mistero della sorte,’ perdura tuttavia anche il caparbio sforzo di ‘cercare di conciliare la nascita con l’epilogo’.
Imprevedibile e spiazzante risulta la scelta di Manrico, che tornato alle sue vesti semplici originarie, si scopre ormai irrimediabilmente insoddisfatto di sé e vuole diventare (artista) come Leonardo, tornare ad ‘essere’ Leonardo, nel momento stesso in cui Leonardo non è più quello di prima, ma è proprio qui che si comprende che ‘il cambiamento è tutto’ che ‘tutto torna e nulla è uguale a come dovrebbe essere’.
Infine Leonardo accetta la ‘compresenza’ di Manrico ed avviene il miracolo: ‘la morte ottiene di avere la similitudine del perfetto vivo’, perché in effetti è così per tutte le opere di Leonardo, come avviene in modo eccelso per la Gioconda, che è stata resa davvero dall’irriducibilità di Leonardo perfettamente ed eternamente viva.
Sono pienamente convinta della validità del suo romanzo, al quale auguro tutta la fortuna che merita.
Un carissimo saluto,
Lucia Gaddo Zanovello

Letture allo specchio 3
BARTOLOMEO DI MONACO

Il nucleo del suo libro è il percorso pieno di sofferenza che Leonardo fa alla ricerca di se stesso, ossia di ciò che nemmeno le sue opere riescono a rivelare; una ricerca affannosa e traumatica che lo porta perfino a desiderare di rifiutarsi. In realtà il suo specchio è il risultato di tanti specchi, ossia di tanti avvenimenti materiali che hanno costellato dolorosamente la sua vita: non solo il suo sosia Manrico, quindi, ma anche la madre che lo ha trascurato, la violenza sul giovane Jacopo Saltarelli, Cecco il beccaio, che è l’uomo che aspetta la morte, persino “la similitudine del perfetto vivo”, a cui si deve somigliare dopo la morte.
Vi è nella storia l’amara inquietudine che trovo nel “Ritratto di Dorian Gray”, di Oscar Wilde.
Il percorso interiore si intreccia con quello reale, ossia della vita vera vissuta dall’artista, un percorso che anima il racconto di personaggi storici e di opere d’arte che assumono nuova luce nel momento in cui li riguardiamo sollevando il velo del Leonardo insicuro ed inquieto, direi addirittura tragico, che la tua ipotesi mette a nudo.
Bella ed elegante la scrittura.
Un caro saluto,
Bartolomeo Di Monaco