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Libri, piedi, mani, migranti e cercatori di poesia

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John Fante in una lettera al suo editore che gli chiedeva se si considerasse uno scrittore di romanzi e racconti o di poesie gli rispose esattamente così: “I am ambidextrous”.
Venerdì prossimo 19 gennaio, alle ore 18.00, al Caffé dell’Ussero di Pisa, nell’ambito degli incontri di AstrolabioCultura, dialogherò con 
Luigi Fontanella del suo romanzo Il dio di New York e del suo volume di poemetti e racconti in versi Lo scialle rosso.

Sarà un’occasione per riflettere sulla vexata quaestio: è meglio essere “ambidestri” nel mondo della scrittura, o “fare” solo poesia o solo narrativa?

Sarà un’occasione per parlare di “Gradiva”, la ormai storica rivista letteraria edita da Fontanella, e gli amici presenti potranno proporre in lettura loro scritti, editi o inediti.

Ci sarà modo, in riferimento al romanzo Il dio di New York, di parlare del vario modo di essere “migranti” e sognatori, “cercatori” di poesia.

Ci sarà modo (e questa è pubblicità, mi rendo conto, neppure troppo subliminale) per parlare del Premio “Elogio alla follia”, della cui Giuria Luigi Fontanella fa parte, il cui bando di concorso che può essere consultato a questo link http://www.ivanomugnaini.it/elogio-alla-follia-concorso-le…/ .

Ci sarà tutto questo e anche di più.
Spero (se potrete e vorrete) che si sarete anche voi.

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TRENO QUASI DIRETTO – reloaded

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TRENO QUASI DIRETTO

Piccola riproposizione di un racconto piuttosto domenicale e piuttosto folle

 

8 dicembre 2015, raccontiBolognacantareCassandra CrossingFirenzeFrankie Lane,HollywoodIvano MugnainiLiguriaMarlon BrandoRomatreno

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TRENO QUASI DIRETTO

ovvero

storia di tre donne che avevano sbagliato convoglio,

e ridevano, felici

 

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Le prime ore del pomeriggio di una domenica senza pretese. Novembre forse, o almeno novembre del cuore. Grigio ovunque, ma anche qualcosa di simile ad un baluginio. Né caldo né freddo; stagione che passa e striscia in punta di piedi per non disturbare. Nessun tepore estivo da rubare allo schermo delle foglie, nessun gelo da fuggire rannicchiando le vene e i pensieri. L’aria impalpabile della quiete, dell’armistizio.

Tempo e respiro da sondare, pigri, con la punta delle dita, per tentare di saggiarne la consistenza. Tempo e respiro da sondare, sì, ma con scarsa convinzione. Altro non è che spreco di energia. La quiete, a ben vedere, non può durare.Un treno più vuoto che pieno scivola lento. Solca la crosta di una campagna di giallo marzapane non perfettamente lievitato. Sui sedili gente dispersa assorta in tranquille disperazioni.

Il fascinoso intellettuale sfoggia un volume di saggistica fresco di stampa come un accessorio firmato da portare con solenne nonchalance. Non varia di un millimetro la postura della magra gambetta accavallata. Scorrono le pagine, ma resta di pallido marmo il ghigno del monumento al lettore ignoto.

Di fronte a lui, adorante, una giovane signorina speranzosa d’amore. Osservandola meglio, nelle pieghe vanamente camuffate della fronte, non è tanto speranzosa e non è giovane per niente.

Lì nei pressi, fianco a fianco con la valigetta di pelle, il manager della domenica. Giacca blu notte e cravatta intonata. Intonata al sospetto che la soffice seta lo stia elegantemente strangolando. Sfoglia le imponenti pagine della borsa di un giornale finanziario, ma forse anche lui preferirebbe avere accanto una borsetta assai più minuscola piena zeppa di trucchi, specchi e cianfrusaglie di poco conto.

Passa, con tutta la calma del caso, l’addetto al controllo biglietti. È cortese, informato, cordiale. Elargisce ad ognuno battute a iosa, mordicchiate però, a più riprese, dai dentini tenaci di un tagliente dialetto. È il tipo giusto al posto giusto. Il controllore ideale per un treno di scarso rilievo. Un lusso da poco. Moderato, popolare.

Fora il biglietto e le orecchie anche al passeggero seduto nel sedile d’angolo dello scompartimento. Lo stultus in fundo: uno scribacchino ambulante che da quando è entrato finge spudoratamente di guardare il panorama.

La polvere ristagna per diversi minuti sul fotogramma di una pellicola inceppata. Ciascuno continua a fare ciò che sta facendo. Il meno possibile. Guardare senza vedere e pensare senza sentire.

Ma ecco che, tre metri oltre la barriera di vetro che separa le due metà dell’interminabile scompartimento, accade qualcosa. Una risata. Un gorgoglio chiaro e vibrante di tre gole femminili. L’aria si scuote, si erge, allarga i pori, estende i tendini, e ascolta.

Le tre donne ridenti vanno al mare. Lo dicono, anzi lo cantano, liete, al gioviale bigliettaio. Con ironica cortesia l’omino azzurro fa notare che il treno, per quanto è dato di sapere, è diretto ovunque tranne che al mare.

Loro volevano, signore, il treno delle due e ventitre che va in riviera – sillaba lento masticando una risata. Volevano andare in Liguria, lo dice il loro biglietto… ma questo è il treno delle due e quattordici, stesso binario ma tutt’altro percorso. Questo convoglio, mie care signore, taglia dritto l’Italia come un colpo di coltello: la prima fermata è Bologna, poi Firenze, e infine Roma.

Mi spiace tanto, sono dolente, ma voi lo capite… non posso fermarlo né tantomeno farlo andare a ritroso. Non vi resta che arrivare a Bologna, farvi restituire i soldi del biglietto sbagliato, quindi ripartire verso la vostra meta.

Io, intanto… mi rincresce, ma… debbo compilarvi un nuovo biglietto, quello relativo alla tratta che stiamo attualmente percorrendo”.

Si guardano tra loro le tre donne. Pagano il tutto, sovrattassa compresa, senza fiatare. Si guardano, e scoppiano in una nuova risata. Un sussulto ritmato non troppo diverso dal precedente. Lo rende più cupo soltanto il tremolio di un’eco appena accennata di sarcasmo. Stille di umorismo che cadono a perpendicolo su una pozza d’acqua chiara. Ancora fresca. Pulsante.

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La signorina senza volto e senza età si alza in piedi, frattanto. Indugia per un attimo sterminato davanti alla gambetta anchilosata del divoratore di libri, e attende che sollevi lo sguardo dal fiero pasto. Lo saluta con la formalità di un anziano caporale, poi scompare. Richiude la porta senza un cigolio. Svanisce lasciandosi alle spalle profumo di glicini malinconici e polline sterile.

Lo scribacchino prova a scribacchiare. Ma l’occhio tende a chiudersi, ipnotizzato dal dondolio delle ferraglie.

Le tre Maddalene lo riaprono, in extremis, con una nuova raffica di risate. Placide, interminabili, e di nuovo zuccherose. Consapevolmente infantili. Hanno sconfitto la sorpresa e il disappunto con una fulminea battaglia. Hanno ripreso possesso assoluto della loro serenità, e con essa hanno catturato l’attenzione generale.

Viene fatto di pensare che si tratti di tre signore anziane. Decisamente distratte, un po’ arteriosclerotiche, e con una montagna di tempo da perdere.

Ma poi le vedi, finalmente. Le osservi scattare in piedi senza smettere di ridacchiare, e le segui con lo sguardo mentre sgusciano lievi una dopo l’altra verso la toilette. Tornano indietro rinfrescate e pettinate. Belle e procaci, o giù di lì. Tre donne al vertice della parabola della sensualità. Al culmine di una maturità carnosa e succulenta. La punta estrema del soffice prato che sovrasta il baratro del declino.

Altro che vecchie! A Roma direbbero che sono bbone. E non certo per indicarne le qualità morali. Iniziano ad alzarsi e a risedersi a turno con la scusa di prendere qualcosa dalle valigie, balzellano sui sedili e vanno avanti e indietro lungo i corridoi come ragazzine in gita scolastica.

C’è tempo e modo di scrutarle con più cura. Sono belle, sì, in un certo senso. Sono belle… ma solo a metà. È come se ognuna delle loro facce contenesse un pezzo stonato, fuori luogo e fuori misura. Montato male o a sproposito. Sotto i bei capelli cotonati sbuca un naso aquilino, un neo bitorzoluto, un’ombra viscida di peluria che vela, in controluce, un mento troppo marcato, da uomo.

Le serenissime viaggiatrici hanno un fascino tetro. Un aspetto quietamente micidiale che richiama qualcosa alla memoria. Qualcosa di poco rassicurante.

Non vorrei che in fondo fossero state loro, a ben pensarci, a prendere in giro quel buonuomo del bigliettaio. Ride bene chi ride ultimo – recita un noto detto popolare.

Sanno benissimo dove andare, loro! Sanno dove andare e cosa fare. E il treno che hanno preso è, in realtà, quello giusto. Quello giusto, sì, per il loro intento, per il loro disegno. Non lo hanno preso a caso, no. Lo hanno preso perché così era scritto.

Nel frattempo le tre ricamatrici di risate continuano a tessere la loro tela. Parlano, cantano, e cospirano, liete, alle nostre spalle. Per il momento tessono, ma…

 

Vorrei cambiare treno. Se fosse possibile, se fosse sensato, cambierei volentieri tragitto e destinazione. A costo di tornare al punto di partenza, o di puntare davvero, io sì, verso un punto qualunque del continente.

C’è una calma feroce su questo treno. Una pace mortale – starei per dire.

E la risata, ora, non è calda, non è tonda e non è chioccia. È schiettamente, nitidamente raggelante.

La sola gioia, il sospiro prolungato di sollievo, adesso, è l’uscita dal buio fitto di una galleria. Ed è una stretta metallica al cuore la visione di un cimitero che biancheggia nel verde dopo una curva. Non è certo un camposanto all’inglese immerso in un rigoglioso giardino. Qui c’è solo calce nuda: trappole in miniatura che impediscono ogni possibile fuga persino agli spiriti trapassati. Non mi sento davvero in vena di provare a scrivere elegie cimiteriali alla Thomas Gray. Al massimo potrei scarabocchiare, con mano tremolante, qualche abbozzo iperrealistico sul tema della paura.

Là fuori, da stazioncine aggrappate ai bordi di magri ruscelli, volti di pietra ci guardano passare. Facce aliene al calore del pianto ma anche all’ombra gelida del sadismo. Spettatori malgrado loro ci scrutano, sobri e impassibili, con gli occhi di chi osserva una nave di folli che solca l’orizzonte del proprio destino.

Ci vedono sfilare, rapidi e inermi, come i passeggeri della trappola d’acciaio di “Cassandra Crossing”, ma senza il lieto fine hollywoodiano.

Anzi, no. Ci guardano scorrere davanti alle loro pupille spalancate con la stessa espressione con cui si prende visione dei numeri di una statistica. Cifre nude e crude, dati di fatto ridotti a pura logica matematica: un numero ics di treni su un totale ipsilon di convogli che partono ogni giorno è destinato a… sì, insomma, è diretto verso… la fine.

Ecco, voilà: oggi è toccato a noi di entrare nella statistica. Abbiamo il privilegio di essere noi il numero ics.

Quale onore! Non ne sono degno però. No, non mi sento pronto per tale memorabile evento. Preferirei rimandare.

Guardo di nuovo il finestrino e la striscia di terra che scorre inesorabile sotto l’ombra del treno. I prati erbosi ce li siamo lasciati alle spalle. Ghiaia e zolle indurite punteggiate da lame di stoppie, ora. Nient’altro.

Vorrei saltare fuori. Lo vorrei con tutte le mie forze. Ma non sono abbastanza atletico per riuscire a morire in modo sufficientemente elegante.

Che fare? In quali vicoli angusti di pensieri rintanarsi, sempre sperando di non essere scovati, appiccicati al muro e dilaniati come sorci?

Non lo so. Tutto ciò che penso e sento ora è il battito parossistico del cuore che rimbomba nelle vene. Quasi una musica… una musica, a modo suo.

Cantare! Sì, cantare. A polmoni spalancati, con la speranza di assordare la mente. A squarciagola, con la bocca sbarrata. Dissolversi nell’urlo di un ritmo interno che martella dalla testa ai piedi. “Your eyes are the eyes/ of a woman in love,/ and, ho, how they give you away”.

Cantare, sì, anche se non ricordo bene le parole. Cantare, come Marlon Brando nella colonna sonora di un film anni cinquanta. Quasi dolce, quasi tenero, quasi innamorato. Marlon Brando ancora nel fiore degli anni, poco obeso e molto vivo.

 

Cantare. Tutto qua. La cosa più vicina al respiro che riesco a immaginare. La sola che riesco a fare, adesso, appoggiato al sedile come una valigia colma di fragilissimo piombo. “… they say no moon / in the sky/ ever lent such a glow…”

 

Hanno sentito! Nonostante le labbra accuratamente serrate, nonostante le narici sigillate come un documento top secret, le tre vedove allegre hanno udito ogni sillaba, ogni nota.

A dieci file di sedili di distanza, al di là dello spesso separé di vetro, sentono tutto quanto. Sentono e cantano anche loro, in questo momento, la mia stessa canzone, la stessa identica strofa.

Prosegue per arcani, sconfinati minuti il quartetto per voce e mugolio orchestrato da un filo invisibile. Prosegue e oscilla, seguendo le vibrazioni dei vagoni sballottati dagli scambi.

Si alzano. Scivolano via… scendono. A sorpresa come erano comparse, svaniscono, d’un tratto, le tre fascinose viaggiatrici.

Il treno c’è ancora, e c’è ancora il binario. È ancora lì il dondolio testardo che ti scuote e ti culla come una nenia, una melodia rotonda che ti avvolge. Un velo, una corda, un riso, uno sguardo…“those eyes are the eyes/ of a woman in love…/and may they gaze, evermore,/ into mine,/ crazily gaze, evermore,/ into mine”.

 

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OSTERIA NUMERO ZERO – racconto di un Ferragosto di periferia

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Un vecchio racconto, anni Settanta. La periferia della periferia di Milano, e dell’umanità. Alla ricerca di un telefono a gettoni, di un bicchiere di vino bevibile, e, forse, la sorpresa della poesia.

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OSTERIA NUMERO ZERO

Martedì, quindici agosto. No, non c’erano dubbi, né concrete speranze di essermi sbagliato. Il mio efficientissimo strumento di tortura cronologica giapponese squittiva sibili elettronici da oltre dieci minuti. Tra i vari numerini gialli e quadrati che proiettava nella semioscurità della stanza c’erano un quindici e un otto che non mutavano come tutti gli altri. Restavano lì, fissi, immobili, e mi guardavano, sparandomi tra le pupille gonfie e intorpidite un immutabile interrogativo: « E adesso…? ». Dalla posizione sud-sud-est del letto, in cui mi avevano condotto i sussulti e i contorcimenti di un sonno sconfinato di cui non ricordavo più l’inizio, tenevo l’ordigno nipponico sotto tiro. L’alluce del piede destro fungeva da mirino. Se avessi voluto avrei potuto sciogliere le briglie ai tendini della gamba, e fracassare l’arnese, una volta per tutte, con un calibrato, orientalissimo colpo di karate. Ah, quale gratificante e beatificante contrappasso!

Non sarebbe servito a molto. Non potevo fare a pezzi con un identico calcio anche quell’altro scatolone, verniciato di giallo fosforescente e inchiodato lassù, in alto, dal quale colavano raggi bollenti che si infiltravano attraverso le fessure delle serrande. Fu così che usai il piede solo per compiere, come sempre, l’unico esercizio ginnico della giornata: allungamento dei muscoli del quadricipite, torsione laterale del piede, e schiacciamento del pomello della sveglia con il tallone. Il brutto cominciava dopo, appena terminato di appoggiare il medesimo piede sul pavimento della camera. Già, e adesso…? Che faccio?

Come una specie di Robinson Crusoe, naufrago sulle sponde desolate dell’isola di Ferragosto, decisi di procedere ad un rapido resoconto mentale dei « pro » e « contro » della situazione. Per ragioni di praticità iniziai dai pro: il fatto di aver rifiutato i canonici inviti mortadel-balneari di due o tre colleghi con tanto di moglie-canotto e figli-mosconi, e l’aver rinunciato a priori a seguire le peregrinazioni autostra-disco-sessual-velleitarie di un gruppuscolo di amici, mi poneva nell’idilliaca condizione di chi non deve lambiccarsi il cervello per ponderare e scegliere. Nessuna alternativa, nessun dubbio. Alé! Tutta gioia, tutto bene!

Lo squillo del telefono mi evitò, con mio enorme sollievo, di affrontare le lande sterminate dei « contro ». A tutt’oggi non ho ancora ben capito se la voce di Erica sia naturale e genuina, o se invece sia prodotta da un complesso sistema di sintetizzatori e amplificatori opportunamente piazzati all’interno del suo corpo soffice e opulento da luccicante bambola sintetica. Quel giorno però mi fece talmente piacere udirla, che non mi posi neppure per un attimo il rituale interrogativo. Mi limitai ad ascoltare, a ridacchiare ogni tanto, fuori tempo e fuori luogo, e a dire di sì, in continuazione. Quando riappesi mi resi conto che avevo appena accettato un invito a dir poco scomodo. Si trattava di partire dalle mie campagne, e percorrere, sotto il sole ottuso del primo pomeriggio, l’oceano di asfalto che mi separava da un punto sconosciuto, sperduto nel vasto arcipelago della periferia di Milano. Il tutto in cerca di quale isola, e di quale tesoro? La risposta sarebbe evidente, e del tutto scontata, se non si dovesse tener conto di un particolare. Io Erica la conoscevo da anni, e la conoscevo fin troppo bene. Anzi no, non la conoscevo abbastanza. Nonostante i periodici incontri ai party, alle ricorrenze varie e alle celebrazioni pagane e pallose di qualche comune amico, continuavamo ad essere due cordialissimi estranei, due punti interrogativi collocati alle estremità opposte di una riga bianca.

Le nostre rare e telegrafiche conversazioni avrebbero fatto la gioia di Beckett, di Kafka, e forse anche di qualche psicanalista ficcanaso e un po’ sadico. Non sono mai riuscito a capire se fosse lei a prendere in giro me o viceversa. Fatto sta che ogni singola volta che io, attratto dalla sua sfavillante carrozzeria metallizzata, entravo nella sua sfera d’azione, lei mi ascoltava ghignando ripetutamente in modo quasi impercettibile, poi, puntualmente, mi metteva KO con un’osservazione, o con una domandina tanto innocente quanto micidiale. Un congegno automatico nascosto dentro di me allora si ribellava, e mi catapultava nella spirale strangolante del sarcasmo corrosivo, che in breve trasformava il dialogo in un incontro di scherma, un continuo alternarsi di impeccabile etichetta e di sciabolate fulminee e rabbiose. Fin qui niente di male né di straordinario: per quel nobile sport ero già ottimamente allenato. Il grave è che le stoccate scambiate con Erica ad ogni riflessione a mente fredda mi lasciavano dei dubbi colossali. E se dopotutto con quel suo atteggiamento scostante non avesse voluto sfottere niente e nessuno? E se in fin dei conti quelle sue uscite da palmipede inacidito fossero state ispirate solamente da legittima indifferenza e sacrosanta noia? Sì, insomma, che diritto avevo di pretendere a tutti i costi di essere qualcosa di più interessante e piacevole di un cortometraggio bulgaro sulla vita dei salmoni dell’Alaska, per lei?

Non c’era dubbio. A ben pensarci il suo comportamento era sicuramente degno del più assoluto rispetto e della più profonda comprensione.

Anche quel giorno lontano, imprigionato tra le branchie dell’aria che annaspava in cerca di ossigeno, dovetti di nuovo ribadire questa solenne quanto vana conclusione. Certo, era tutto vero… ma. allora… la telefonata…? Mai e poi mai avrei pensato che lei, in quel particolarissimo giorno, avrebbe chiamato me.

Per quale ipercomplicata serie di circostanze si era ritrovata, anzi ridotta, a dover chiamare uno con il quale aveva rapporti tiepidi come iceberg? Lei, che nella mia immaginazione era perennemente circondata da stormi di calabroni in cerca di polline, forse era rimasta completamente sola, come una stella alpina tra rocce squamose e infuocate. Già, forse. Il nodo della questione era tutto in quel forse. Conoscendo il tipo non era del tutto da escludere la possibilità che mi facesse attraversare mezza Italia, per poi confessarmi candidamente, una volta arrivato a casa sua, che aveva bisogno di qualcuno con la macchina che la accompagnasse da un suo amico a Riccione.

Mentre toglievo dal parcheggio la mia eroica Renault Cinque anni settanta questo dubbio era una specie di chiodo conficcato tra i nervi del piede destro: una sorta di freno di emergenza che non ero in grado di disinserire. In ogni caso avevo ben poco da scegliere, e, inoltre, sentivo nelle orecchie anche il bisbiglio, debole ma persistente, di una speranzucola.

Fu così che ingranai una gracchiante prima e iniziai il pellegrinaggio. Il motore intonava rotonde note metalliche, ma io, conoscendo bene la capacità di tenuta alla distanza dell’orchestra, lo mantenevo costantemente su un prudente « allegretto ma non troppo ». Dopo alcune centinaia di chilometri, tuttavia, il caldo e la fretta di arrivare mi trasformarono in un Von Karajan inebriato da un interminabile crescendo. I cilindrici strumenti risposero divinamente per una decina di minuti, poi crollarono, distrutti, dando l’impressione di non essere in grado di concedere bis per un bel po’. Peccato, perché non eravamo troppo distanti dal gran finale con tanto di standing ovation.

Scendendo dalla macchina fumante riconobbi i tratti inconfondibili di una tipica periferia urbana, o, più esattamente, di una periferia della periferia, habitat di esclusiva creazione e pertinenza umana. Per un mirabile processo di osmosi il sole stillava nel cranio l’asfalto, che si liquefaceva, goccia a goccia, come un’enorme caramella al rabarbaro. Mossi i primi passi con molta cautela. Sembravo l’eroe di un film di fantascienza che sonda con la punta dei piedi il suolo di un pianeta sconosciuto per timore di essere risucchiato. Dovevo trovare un meccanico, o perlomeno un telefono… o il telefono di un meccanico…, qualsiasi cosa insomma, pur di evitare di evaporare del tutto, come temevo fosse già accaduto a gran parte del mio cervello.

Già, trovare qualcosa, o qualcuno. Facile a dirsi. Le finestre sbarrate, palpebre tumefatte di occhi di cemento, si rimpicciolivano ulteriormente al mio passaggio, e i palazziscuotevano le enormi fronti rugose, facendo segno di no. I rari negozi di quell’enorme dormitorio non erano semplicemente chiusi: si erano mimetizzati, ricoprendosi di una membrana grigia di polvere perfettamente intonata con lo strato di calce opaca, in lenta decomposizione, che ricopriva gli edifici circostanti.

Dopo aver superato una mezza dozzina di isolati, intravidi una cabina telefonica. Lì per lì feci finta di niente. Proseguii con disinvoltura, senza darle troppo peso, per timore di rompere l’incantesimo. Quando le giunsi a tiro mi catapultai all’interno. La cornetta c’era ancora, ma accanto al display, diligentemente fracassato, pulsava una flebile lucetta rossa, moribonda, anche lei. Tutt’intorno, in compenso, scritte multicolori di vario genere che avrebbero fornito materiale di ricerca ad almeno un paio di équipe di sociologi. Uscii fuori sorridendo. Il sole mi riconobbe, e mi accolse in un tenero abbraccio di kerosene a combustione immediata. Avanzai a passo lento, con lo sguardo di un bonzo, sereno e imperturbabile.

I vari edifici continuavano a riflettersi gli uni negli altri, come specchi assurdamente fedeli ad un infelice destino, o forse, più semplicemente, ero io che continuavo a girare attorno allo stesso isolato.

Decisi di cambiare direzione. Ciò mi avrebbe consentito, nel peggiore dei casi, di dare un po’ di sollievo alla mia nuca, bersagliata senza sosta da un infuocato spiedino da barbecue.

In un anfratto seminascosto, ai margini di una lama d’ombra proiettata al suolo dall’incrocio aereo di due colossi di cemento armato, intravidi una porta spalancata. Sopra di essa una specie di insegna. « Osteria », indicava una scritta dipinta a mano, con grafia stile seconda elementare, su un pezzo di compensato. Fuori dal locale, a testimoniare che il cartello non mentiva, una sedia di plastica e una di legno, sfondata. Tutt’intorno nessun’altra porta, finestra, veranda, terrazzo o balcone. Solo due muri smisurati di calce bianca che trasudavano pulviscolo riarso. Non c’erano alternative: o era un miraggio l’osteria, o era un’illusione ottica l’intera città. C’era un solo modo per sincerarsene, entrare. In condizioni normali avrei evitato persino di calpestare il marciapiede di un posto simile. Di normale però, quel pomeriggio, c’era ben poco; non escluso il sottoscritto.

Immobile, al centro di un pavimento di mattonelle grezze punteggiato da mucchietti di polvere lanosa frammista a segatura, presi a ruotare la testa a destra e a sinistra, alla ricerca del padrone del locale. Riuscii a contare attraverso le bocche spalancate le otturazioni di ogni singolo avventore. All’interno di un paio di dozzine di pupille scolorite dai grappini trovai solo il vuoto invece: un’attonita, inespressiva, concentratissima indifferenza. « Buon pomeriggio a tutti. Mi sapreste dire, per cortesia, dov’è il proprietario? Avrei bisogno di telefonare ad un meccanico. Ho la macchina in panne ». Solo quando il suddetto mirabile quesito era ormai volato via, quasi urlato, dal mio stomaco contratto, mi resi conto che forse, dato il luogo, era un tantino troppo formale.

Diversi attimi di silenzio assoluto, irreale, poi il sibilo, inconfondibile, di una risata soffocata. Nell’alveo delle mie vene, usurate dal calore, tracimò adrenalina in fiamme. Una voce quieta, molliccia come una brioche riciclata, spense l’incendio, almeno in parte.

« Sono io il padrone, signore. Ma il telefono non lo abbiamo » – bisbigliò un tipo massiccio alzandosi da una sedia e strisciando lento su un paio di sandali marroni in direzione del bancone.

« Come non lo avete?! ». Mi aggrappai all’ancora ciondolante di quegli occhi quasi-umani, deciso a non mollarla. Oppresse da una colossale riflessione, le palpebre del consolatore degli assetati si abbassarono sin quasi a serrarsi del tutto. Poi si illuminò di un’idea.

« Non serve a niente telefonare. Dove lo trova un meccanico oggi? Le faccio chiamare mio cognato, che è un mago coi motori, e tra cinque minuti riparte! ».

« La ringra… » – provai a dire, ma un urlo da Cheyenne mi bloccò.

Il figlio dell’oste, convocato d’urgenza, arrivò saltellando, facendo barcollare a più riprese il pavimento con due enormi anfibi grigioverdi.

La sua faccia, butterata e untuosa, era l’insegna più fedele ed espressiva del locale. Con ogni probabilità era il frutto di un rapporto illegittimo tra il padre e una michetta al salame. Ne fui del tutto sicuro quando lo fissai negli occhi, due palline di grasso circondato da un’esile pellicola lievemente più scura.

« Hai capito bene allora, eh! » – gridò l’oste. « Vai a chiamare Paolo e digli di sbrigarsi! Tutto chiaro, vero?! ».

I piedi cingolati del giovane Mercurio rimasero inchiodati al suolo per lunghi istanti, così come il suo sguardo. Quindi, d’un tratto, fissò il padre e sorrise, radioso, come un filosofo che ha appena intuito il senso profondo dei più arcani misteri della metafisica. Riacquistò gradualmente una serietà professionale, e partì a razzo, come un centometrista, seguendo però gli imprevedibili arabeschi di un galoppo azig-zag.

Mi sono messo proprio in buone mani, pensai, mentre il padre, posandomi un braccio sulle spalle, mi invitava a sedermi.

In qualità di ospite d’onore fui collocato al centro del tavolo posto di fronte al bancone. Occhi muti mi scrutavano da ogni lato. L’unica, paradossale consolazione era la tranquilla sfrontatezza di quegli sguardi. Mi squadravano fissi, senza sotterfugi, con calma e ponderazione. Avevano l’aspetto di chi è intento a usufruire di un suo inalienabile diritto. Mi adeguai, e cominciai a scrutare a mia volta. Le rughe sui volti sembravano incise dalle pale d’acciaio del ventilatore arrugginito, stile macelleria messicana, che sussultava ogni tanto, facendo traballare la trave del soffitto a cui era stato appeso. Sotto di esso si agitavano strani esseri mitologici: centauri con sedia impagliata al posto del cavallo, cupidi di ottantacinque anni, e bizzarri quadrumani con un arto saldato ad una carta da briscola, uno ad una nazionale senza filtro, e gli altri due alle tempie, per evitare che la testa cadesse a causa della noia, o di qualcos’altro, chissà.

Una cosa era chiara: quella fauna umana era il prodotto di quel luogo. La loro esistenza era regolata dalla saracinesca del locale. Il suo abbassamento provocava l’immediato dissolvimento delle molecole che evaporavano in sbuffi di tabacco o si scioglievano in minuscole gocce di vino, in attesa della riapertura mattutina.

« Come ti chiami? » – sibilò uno degli ectoplasmi.

Mentre mi guardavo intorno per tentare di intuire da quale direzione fosse giunta la voce, il mio apparato uditivo fu catturato dall’esca puntuta di un « Quanti anni hai? » scagliato dal lato opposto.

Rimasi a metà strada, a bocca spalancata, prima di essere colpito alla nuca da un perentorio « Che lavoro fai? ».

Per porre fine al ping-pong decisi di risponde a uno dei tre quesiti. Scelsi il più neutro: « Beh, io… insegno letteratura ».

Il buon Dante, lieto di trovarsi « sesto tra cotanto senno » accanto a Omero, Orazio, Ovidio, e compagnia bella, sarebbe senz’altro morto di invidia, vedendo e sentendo lo straordinario consesso di cesellatori di fioriti versi e ornata prosa da cui mi trovai circondato appena ebbi terminato di specificare la mia professione. In pochi istanti fui avviluppato da un groviglio inestricabile di massime, citazioni, commenti, allusioni e rimandi ad opere letterarie reali o inventate per l’occasione.

Un nanerottolo con la pelle grigiastra, barba rada e occhi vitrei e rossicci da leprotto febbricitante, prese a camminare avanti e indietro con la schiena ricurva e le mani protese in avanti, borbottando in continuazione: « È forse il sonno della morte men duro? ».

Il verso foscoliano, pur se trascinato fuori di contesto e violentato nel senso e nella funzione, assumeva, sulle labbra sbiadite di quel bizzarro personaggio, un’intensità e una solennità tali da parere creato esclusivamente per essere pronunciato da lui. Anzi, di più: sembrava che il senso profondo e reale di quel verso emergesse dalle occhiaie abissali che solcavano il volto, assolutamente mediocre e banale, dell’omuncolo infinitamente inquietante che faceva la spola tra un tavolo e l’altro, recidendo l’aria con l’acciaio di imprevedibili traiettorie.

« È forse il sonno della morte men duro? » – mugugnava con diverse modulazioni, rivolto ora a se stesso ora al primo che gli capitava a tiro.

Accompagnava immancabilmente le sue parole con un gesto minaccioso del dito, come a voler dare alla frase un senso autonomo e specifico, rendendola, in tal modo, una sorta di monito contro l’ozio e gli oziatori.

D’un tratto si bloccò e ghignò soddisfatto. Oltre i tavoli, in un angolo relativamente tranquillo, due tipi grassocci e paciosi russavano beatamente, con le braccia incrociate sulle pance che debordavano dalle livide canottiere di cotone. L’emulo del Foscolo si avvicinò a loro in modo furtivo, incurvandosi ulteriormente. Inserì la faccia nel bel mezzo dei due dormienti, a non più di cinque centimetri dalle loro placide guance, prese fiato, ed esplose il suo grido di battaglia.

I due spalancarono occhi, bocca e braccia, e balzarono in piedi. Nel loro volto si leggeva chiaro l’arduo responso: né il sonno né la morte erano duri abbastanza se paragonati al risveglio, soprattutto se la prima visione che si spalancava davanti agli occhi era quella della faccia stravolta e urlante del novello cantore dei Sepolcri.

Soddisfatto della lezione di saggezza che aveva impartito agli astanti, il funereo androide si placò, e si venne a piazzare dietro di me, con le manine artigliate alla spalliera della sedia.

Dov’è finito il figlio dell’oste? Cosa aspetta a tornare? – rimuginavo senza sosta dentro di me, mentre cercavo di far spuntare tra le labbra qualcosa che somigliasse a un sorriso.

Fecero tutti un ulteriore passo nella mia direzione. Le sedie strisciarono all’unisono sul pavimento sino a formare una doppia barriera di forma circolare.

« Viaggi da solo? » – chiese un tizio corpulento, con tono ironico. Avevo appena iniziato ad annuire che già aveva intercettato gli sguardi dei suoi amici, trasmettendo, anche con l’aiuto di alcune mossettine allusive, un inequivocabile messaggio. Nessuna espressione era mutata. Gli occhi, fissi su di me, contenevano solamente la solita sfrontata curiosità e la solita timida urgenza di comunicare qualcosa.

L’aitante umorista reagì al clamoroso fiasco della sua velenosa battuta inchiodandosi sugli angoli della bocca un vago, asprigno sorriso. Un minuto dopo dalle palpebre spalancate di quella maschera immutabile cominciarono a scendere delle gocce chiare. Pelle di cuoio stava piangendo. A dir poco ero sbalordito.

« Guardi che se è per la battuta di prima non si deve preoccupare. Non mi sono offeso » – mi affrettai a precisare, quasi fossi io a dovermi scusare. « Le assicuro che non c’è problema ».

Invece di placarsi prese a singhiozzare, sibilando alternativamente con il naso e con la bocca. Un po’ per la spossatezza, un po’ per la cacofonica rumorosità di quell’incredibile pianto, fui vinto da un incontenibile attacco di ilarità. Scoppiai a ridere senza ritegno, piegandomi in due sulla sedia quando le contrazioni dello stomaco diventavano insostenibili. A poco a poco riacquistai un contegno decente, anche se fui costretto a mordere varie altre volte un labbro inferiore non ancora del tutto domato. Venni fissato e analizzato con indicibile attenzione per lunghi istanti, come un alieno appena piombato già da qualche astronave uscita di rotta. Non un muscolo di quelle facce tradì una emozione intelligibile.

Quindi, improvvisamente, come in risposta ad un comando convenzionale, una risata collettiva, piena e sapida, fece tremolare i vetri malfermi delle finestre e svolazzare via la membrana d’aria stantia che sovrastava il tugurio.

Nelle pupille puntate su di me apparve qualcosa di nuovo, un riflesso di luce più nitida e sicura. I giocatori di carte e gli spettatori-commentatori arretrarono, riprendendo il loro posto ai tavoli, e l’usuale tono di voce di chi possiede montagne di tempo, e deve scalarle tutte.

Le carte tornarono ad essere posate e sbattute, con ritmi e gesti atavici, su tutti i tavoli, tranne uno, al quale venni ufficialmente convocato io per completare il quartetto di un solenne tressette.

« Da dove vieni? ». Stavolta il tono della domanda non invitava a frugare nelle tasche alla ricerca di una pistola. Alzai la testa verso il mio interlocutore e cominciai a parlare.

« Tu sei mio figlio! Sei uguale a mio figlio! » – mi confidò uno dei miei avversari tra un fante di fiori e un cinque di quadri.

Due tavoli più in là un vecchio cane stopposo e ingiallito raggomitolato ai piedi dell’assorto spettatore di un estenuato poker veniva alternativamente allontanato con un calcio e richiamato con una carezza.

Di fronte al balcone si stava svolgendo la cerimonia di esposizione della manica ricucita e rilavata di una camicia a scacchi rossi e viola. Lo sgargiante capo di abbigliamento fu sventolato con orgoglio, a più riprese, sotto il naso del proprietario del locale. Dopo la ventesima sfilata passata sotto silenzio, senza il minimo segno di ammirazione, il possessore del cimelio iniziò a lamentarsi a voce sempre più alta, accusando l’oste di dargli bicchieri più vuoti che pieni e di non fargli mai lo scontrino. Nessuna reazione. Ognuno continuò a fare ciò che stava facendo senza battere ciglio. Gli urli diminuirono di tono e di numero fino a ripiegarsi e a appiattirsi sul ripiano del bancone, così come la fronte del contestatore.

Dal paginone patinato appeso sopra lo scaffale dei liquori, la bomba di carne del mese, nuda e abbronzata, gettava intorno occhiate altezzose. Neppure il suo sorriso grandangolare a trentotto denti riusciva a celare completamente il suo sguardo di annoiata commiserazione. La sua straripante nudità era talmente vistosa, smaccata ed eccessiva, da renderla, paradossalmente, più eterea, lontana e intangibile di una Santa Teresa translucida di alabastro e sospiri.

Davanti ai miei occhi, pellegrini indugianti di fronte alle imponenti cupole dorate di quel santuario di pelle levigata, comparve un bicchiere. Con gesto pronto era stato inoltrato, da un tavolo vicino, il rosso liquido consolatore. Gesto generoso e più che apprezzabile, che dovevo in qualche modo onorare. Le impronte di unto e i residui scuri appiccicati sul fondo del bicchiere rendevano l’impresa non particolarmente agevole. Volti sorridenti attendevano che mi decidessi a bere per fare un brindisi. Sorridevo a mia volta, con lo sguardo sprofondato nel contenitore appoggiato sul tavolo. Con le dita prudentemente collocate sulla parte più pulita del vetro presi a far ruotare l’amaro calice. Per sfuggire all’imbarazzo mi affidai al linguaggio dei gesti: mimai un capogiro, poi un dolore di stomaco, ma più di tutto poté l’espressione degli occhi, che non riuscii a celare. Tutti tornarono a immergersi nelle usuali contese, gridando contro il compagno, reo di aver giocato briscola al momento sbagliato, e il bicchiere rimase lì, profondo e intatto come una palude misteriosa.

D’un tratto gli invariabili rumori di fondo del locale si modificarono, fino a fondersi in un boato di soddisfazione che accompagnò l’ingresso di una giacchettina lisa sovrastata da una sigaretta. Attorno al mozzicone le labbra biascicanti di un esserino filiforme che avanzava barcollando. Ogni suo passo era una scommessa con la forza di gravità, che riusciva a vincere, evitando di cadere, solo grazie a un’abbondante dose di fortuna e determinazione.

Fu accolto come un navigatore solitario al ritorno da una traversata oceanica. Calorose quanto imprudenti pacche sulle spalle misero in pericolo il suo miracoloso equilibrio. Il rachitico Magellano non fece una piega. Puntò verso il bancone con passo strascicato, e, con la stessa energia con cui un naufrago si aggrappa ad una sponda di terraferma, si incollò al bordo del bicchiere di vino che gli venne posto di fronte.

Al terzo quartino fu interrotto e scortato davanti al mio tavolo da un vociante corteo.

« Questo sì che è un grande artista… è un poeta! » – proclamarono solennemente gli araldi.

E beh… mi tocca… ormai sono in ballo – pensai – non c’è scampo, e sventolai un sorriso savio e comprensivo.

L’artista tuffò le labbra e la mente nel bicchiere che aveva trascinato con sé e scosse la testa per schernirsi, cercando di far capire a tutti che quel pomeriggio non era ispirato. Le lusinghe dei suoi ammiratori, ma soprattutto le facce serie di chi minacciava di strappargli il vino di mano, lo convinsero a cambiare idea.

Le dita ossute e giallognole si contorsero e si avvilupparono a lungo in modo innaturale attorno al bicchiere, prima che riuscisse a pronunciare una sola frase. Poi, con una voce non sua, più cupa, più penetrante, più intensa del suo traballante corpicino, iniziò a riversare nell’aria moribonda dell’osteria alchemici miscugli di parole. Non ero sicuro di comprendere esattamente ciò che stava dicendo, ma dentro di me sentivo colare, goccia a goccia, il liquido rosso che stringeva nella mano.

Tutto ciò che aveva, il poco sangue con cui era stato sbattuto giù sul mondo, oscillava al ritmo delle sue dita incerte e delle sue tremolanti rime. Attorno a lui alcuni dei suoi amici sghignazzavano rumorosamente. Altri lacrimavano in silenzio, pugnalati dalla lama di un rimpianto.

Sarà stato forse il caldo, o forse la comica disperazione che mi ispirava il sentirmi perduto per sempre tra le mura di quello stanzone, ma credo proprio di aver ingerito, per alcuni istanti, assieme al bicchiere di vino untuoso che avevo di fronte, anche qualche sorso di poesia. Vera, aspra, vivificante.

Il braccio dell’esile declamatore era ancora impegnato a ricamare nell’aria improbabili disegni, quando si vide agitarsi, alle sue spalle, una figura multicolore. Era il figlio dell’oste, di ritorno dalla sua vittoriosa missione. Paolo, il cognato meccanico, con la borsa marrone degli attrezzi nella mano e l’atteggiamento compito e professionale, era l’immagine dell’efficienza. Dava l’impressione di fare davvero miracoli con i motori: ripartire e giungere a destinazione non era più un miraggio. Senza aprire bocca mi fece segno di condurlo alla macchina. Appena il tempo di salutare tutti, più con lo sguardo che con le parole, poi mi ritrovai fuori, all’aperto.

Il sole, nitidamente spietato, era quello di sempre. Lungo il tragitto, approfittando di brevi istanti di distrazione del laconico meccanico, ogni tanto mi voltavo furtivamente all’indietro. No, l’osteria non si era mossa. Non era svanita, almeno per il momento. Era ancora là.

PAROLE NELL’ACQUA

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“Here lies one whose name

was writ in water”.

Qui giace un uomo il cui nome

è stato scritto nell’acqua.

Frase tratta dall’epitaffio

riportato sulla lapide di

John Keats

m parole 2

Lo sconosciuto guardava gli oggetti lasciati nelle macchine parcheggiate. Camminava lento, la mattina presto, sempre e solo con la pioggia. “Cosa posso fare per ognuno?”. si chiedeva. “Quale biglietto lasciare? Quali parole? Un consiglio, un apprezzamento per la sensibilità, un aiuto per la vita?”.

La mia è un’ipotesi. Follia. Come la sua. Forse peggiore. Ma non posso fare a meno di chiedermi in che direzione si muove, verso quale senso. Per avere una risposta devo sperare nella pioggia giusta, nel ritmo, nelle frequenze adeguate. Lo incontro. Lui trova me. È capace di morbidi agguati.

I suoi vestiti sfuggono agli occhi, vi rientrano in un secondo momento: colori soffici, fuori tono, in armonia solo con loro stessi. Sembra parlare tutte le lingue e nessuna, la sua cantilena oscilla su cadenze che spaziano dallo slavo allo spagnolo. In una mano tiene una vecchia mappa della città, nell’altra stringe con timidezza una cassa di plastica utilizzata per trasportare le bottiglie d’acqua minerale. Il contenitore, vuoto, diventa una sedia, solida, leggera. Fluida e mobile, come l’acqua che gli dava uno scopo, una funzione. Acqua lui stesso, nella pioggia, con in mano un guscio di plastica che un tempo racchiudeva acqua. Un circolo perfetto, perenne.

mare parole

Ho bisogno di dargli un nome. La mente adora il superfluo. Potrei chiederlo direttamente a lui, come si chiama. Ma non sarebbe la stessa cosa. Mi mentirebbe, o risulterebbe banale, magari. Mi arrogo il diritto di battezzarlo io. Un appellativo bizzarro e solenne, su misura per lui, ecco cosa mi serve. Nuvolario, voilà. Perfetto. Almeno per me. Lui non è necessario che lo conosca. Nuvolario, miscuglio di assonanze fascinose: un capo indiano, un pilota di auto da corsa, un imperatore persiano. Tutto e niente. Lui soltanto.

Mi si avvicina di un altro passo, cerca con gli occhi il mio sguardo, e mi chiede informazioni su una strada. Mi porge la mappa della città e mi invita a indicargli il punto esatto. Mentre la apro mi sembra di cogliere un sorriso sarcastico. Ma forse mi sbaglio. Probabilmente è un riflesso, uno sprazzo di luce nel grigio del cielo. Ci sono tre vie che portano il nome che mi ha chiesto. Incredibile ma vero. Dislocate in punti estremamente distanti l’uno dall’altro. Glielo faccio notare, e lui allarga le braccia, serafico. Gli chiedo cosa deve fare di preciso, cosa cerca, una casa, un monumento, un ufficio, un palazzo… Sorride, senza aprire bocca.

Mi viene il sospetto che la richiesta di informazioni sia una scusa per parlare con persone che, per qualche sua personale ragione, o assenza di ragione, trova interessanti. Porre un quesito che presuppone tre possibili risposte, tutte ugualmente valide, e tutte identicamente errate, gli consente di non avere alcun obbligo. Né una meta precisa. Può girare continuamente con la consapevolezza del limite e delle potenzialità: dirigersi volta per volta verso un luogo che è sempre, allo stesso tempo, giusto e sbagliato. La schiavitù e la libertà.

Mi piace. Lo trovo affine. Non lo comprendo appieno, ma lo apprezzo. E’ un dubbio vivente che mi attrae. Sento di dover fare qualcosa per lui.

Qualche giorno dopo gli lascio un biglietto appiccicato con lo scotch sul contenitore di plastica posato sul suo marciapiede preferito.

“Viene la siccità e viene la piena/ sugli occhi e nella bocca,/ acqua morta e sabbia morta/ in gara di dominio./ Acqua e fuoco deridono/ il sacrificio che negammo./ Acqua e fuoco roderanno/ le fondamenta in rovina da noi dimenticate./ Questa è la morte dell’acqua e del fuoco”.

m parole 5

Parole per scuoterlo, per incitarlo al mutamento. Versi di Eliot, dalla poesia “Morte degli elementi”. Ma di questi particolari non ritengo necessario metterlo al corrente.

Mi risponde il mattino dopo. Noto un foglietto bianco sul parabrezza della mia macchina. Penso lì per lì a un divieto di sosta. Invece si tratta di qualcosa di molto più articolato.

“Il mio centro è tempo-presente/ e ovunque i miei rami s’allungano/ pendono nel buio/. Non so discernere cosa da cosa/ luogo da luogo/ né se l’io appartenga all’io, o non esista”.

Lui è più generoso di me. Mi rende nota la fonte, l’autore dei versi, Nat Scammacca. Quasi un implicito invito a informarmi, a scoprirne di più.

Il giorno seguente, contro ogni attesa, è lui a rilanciare. Un altro foglietto, colorato stavolta, sotto il medesimo tergicristalli.

“Non invano è passato il non-amore/ la fatica, il digiuno, la sazietà,/ del desiderio mai toccato”.

Mi rendo conto che non è più un gioco. O, almeno, non solo. Ho il dovere di rispondere.

“La città, con te, è diventata/ una città di mare./ Ma l’arsura della verità/ è un gelo senza fine”.

Tutto tace, per molti giorni. Sconfitti, entrambi, dall’inverno del silenzio. Poi, una sera, sotto le luci gialle dei lampioni, un nuovo rettangolo di carta e parole sul vetro della macchina.

“Sono unito al mondo da tutti i miei gesti, agli uomini da tutta la mia pietà e la mia riconoscenza. Fra questo diritto e questo rovescio del mondo, non voglio scegliere, non mi piace che si scelga”.

Ancora lui, tornato a me. Tramite le parole di Albert Camus. Splendide, come il suo coraggio di scriverle ed affidarmele. L’uomo dell’acqua è sulla strada giusta. Ce l’ho fatta. Il mio impegno è servito a qualcosa. Sta diventando fertile, la sua pioggia, vitale. Ora voglio, anzi devo salvarlo del tutto. Posso riuscirci, so come operare la metamorfosi definitiva.

Gli lascio un biglietto con dei numeri, stavolta: il cellulare di Carmela. E’ grande, lei. Io lo so bene, è stata la mia donna per anni. E’ possente, Carmela, e il suo amore è sempre totalizzante. Sa inglobare il mondo e chi le sta accanto. Rendendolo identico a sé.

Passano varie settimane, e nessuno più cammina per le strade guardando gli oggetti lasciati nelle macchine. Ho vinto. La trasformazione ha avuto luogo secondo le più rosee aspettative. L’uomo dell’acqua è sfociato nel mare ampio di Carmela. Ora posso dimenticarlo. Lo archivio con gioia e legittima soddisfazione nella memoria.

Questa mattina però, a sorpresa, un nuovo segno della sua presenza. Lui non ha dimenticato me. Un altro biglietto. Azzurro, stavolta.

“Ti ringrazio”, mi scrive. “Il tuo dono è stato immenso. Più grande di me, e di quanto meritassi. Ti ringrazio di cuore, e, come ricompensa, prendo da te la sola cosa che non ti serve”.

Non capisco. È normale, comunque. Sono abile, certo, ma per i miracoli non sono ancora attrezzato. L’amico della pioggia resta sostanzialmente un folle. Civilizzato e fidanzato, adesso, ma pur sempre tale. Un folle felice, grazie a me.

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Comincio a capire qualcosa, di colpo, nel momento in cui, lanciato a tutta velocità lungo una discesa, premo il pedale del freno. È morbido, docile, inservibile. Piove, chiaramente. Il fiume è gonfio, rabbioso, al di là dell’esile parapetto posto ai bordi della curva al termine del rettilineo. Corre come il vento la mia macchina. Fluida, leggera. Stretta in un abbraccio solido e poderoso di aria ed acqua. Volo, inarrestabile, verso il mare. Lassù, nel cielo, ridono le nuvole.

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Ciò che abbiamo tanto amato

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L’appiglio per ricordare Ettore Scola è debole, poco più di un pretesto: un suo film, neppure tra i più noti, a dire il vero, che ha praticamente lo stesso titolo di un mio racconto. Il film è Il mondo nuovo (La nuit de Varennes) del 1982, il racconto è Mondo nuovo. Anche il tema è diverso, come l’epoca storica e l’ambientazione. In sostanza, come direbbero a Livorno, “un ci ‘ombina nulla”, non c’entra niente. O forse sì. Perché Scola, senza mai pontificare, ci ha insegnato a guardare con occhio critico nei saloni dei palazzi illuminati a festa da infiniti specchi e candele, o sulle eleganti terrazze romane, e magari ci ha consigliato di tenere vivo un sorriso, anche e soprattutto quando ci vogliono far ricordare che siamo noi quelli brutti, sporchi e cattivi. Allora, soprattutto allora, è bene ricordarci con più forza che c’eravamo tanto amati, e, che, a dispetto di tutto, ciò che abbiamo tanto amato lo amiamo anche oggi.

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MONDO NUOVO

Quando vidi quel cartello pensai ad uno scherzo. Sulla mia solita strada piena di curve e prati stinti, coperti da un velo di gelo di notte e storditi di giorno dal sole e dal niente, spiccava un rettangolo colorato con su scritto “Mondo Nuovo – Inaugurazione”. Rallentai, tolsi il piede dall’acceleratore e la macchina si fermò davanti a quel prodigio di nome, incredula, anch’essa, come il cavallo di Don Chisciotte di fronte ai mulini a vento. Un cartello del genere a mezzo chilometro da casa mia equivaleva almeno a mezzo miracolo, o a tre quarti di presa in giro. Immaginai che si dovesse trattare di una specie di supermercato, un emporio di periferia colmo di oggetti inutili o di terza categoria, oppure, in alternativa, mi venne in mente una balera, una discoteca per tardoni adatti al liscio e alla mazurca ma con qualche rigurgito di rock o funky anni settanta. C’era un solo modo per scoprire se avevo colto nel segno. Di tempo ne avevo a quintali, a tonnellate; avrei potuto perfino fare una donazione, nel caso in cui qualcuno avesse avuto necessità di una trasfusione di noia. Mi avventurai lungo un vialetto asfaltato da poco. Le ruote giravano a meraviglia su quella superficie liscia e invitante, un po’ meno bene giravano le rotelle del mio cervello, poco fluidificate dall’entusiasmo.

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Giunto ad un parcheggio vasto e circolare, vidi spuntare come dal nulla una folla compatta e festante. Feci appena in tempo a spegnere il motore e già tre splendide hostess con un vestito succinto corredato da un paio di loghi del Mondo Nuovo International Group collocati in parti del corpo che era impossibile ignorare, mi avevano preso per mano e condotto, danzanti, in una saletta privata arredata con vasti e soffici divani rosa. Prima ancora che riuscissi ad aprire bocca, mi fu offerto il miele della casa. Era dolce e speziato, al punto che, dopo ogni sorso, ne avrei voluto di più. Ma sul più bello, quando lo sfizio si era fatto fame, le hostess si interruppero, e, con una faccia nuova, quella sì, nuova davvero, al punto che sembrarono d’un tratto invecchiate di trent’anni, mi dissero che per avere ulteriori benefici avrei dovuto sostenere un colloquio pubblico.

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Mi scortarono senza più danzare in un salone grigio e anonimo, un po’ palestra un po’ aula-bunker. Un tipo corpulento, vestito con un completo di Armani che non riusciva a celarne la struttura tozza da ex-buttafuori, mi disse che se volevo diventare socio effettivo del Club Mondo Nuovo, acquisendo in tal modo la disponibilità full-optional delle hostess e di tutti gli altri servizi personalizzati riservati agli iscritti, dovevo dimostrare di meritare tali privilegi.

“Tocca a te, in qualità di aspirante socio, dire come lo vorresti il Mondo Nuovo. Se sarai convincente, resterai qui ed avrai tutto ciò che desideri. Se non lo sarai… beh… lo scoprirai da solo”.

La fuga, perfino mentale, era impossibile. Decine di uomini e donne seduti sugli spalti di quella specie di teatro-arena attendevano nel più vivo e vibrante silenzio la mia richiesta. Mi sentivo come un naufrago di fronte al consiglio degli anziani di una tribù di cannibali di qualche atollo disperso nell’oceano, chiamato ad esprimere un parere che può fare la differenza tra essere eletto re e diventare il piatto del giorno. Sudavo freddo, ma cercavo di sorridere. Sapevo che la mimica facciale influenza in modo non trascurabile la ricezione del messaggio. Avrei dovuto evitare l’eccesso di retorica, ma, con uguale attenzione, avrei dovuto proporre richieste realistiche manifestando zelo e convinzione. Esitai, finché mi fu concesso, presi tutto il tempo che potevo per pensare e valutare, ma, alla fine, dovetti far uscire il fiato dalla gola.

“Io… vorrei… un Mondo Nuovo in cui non ci fosse dolore, rimpianto o nostalgia!”.

Un attimo di silenzio assoluto, interminabile. L’intero pianeta, vecchio e nuovo, pareva essere rimasto a bocca spalancata, l’occhio tondo, ottuso, sbalordito.

Poi, lentamente, in un crescendo che mi restituì il battito del cuore, un’ala dell’emisfero esplose in un applauso. Respirai, rinfrancato. Sulla mia faccia si dipinse l’espressione di un Clinton che già pensa alla Sala Ovale e alle rotondità di Monica Levinskj. Sorrisi, ma improvvisamente mi resi conto che i consenzienti erano tutti raggruppati ed isolati come un drappello di ultras allo stadio. Ed avevano un’altra caratteristica che li distingueva dagli altri: indossavano una casacca arancione stile carcere di Guantanamo.

Una squadra di tipi corpulenti vestiti come il Gran Cerimoniere avanzò verso di loro a passo marziale. Li bastonarono con cieca efficienza. I bersagli di quella burocratica furia non urlarono e non protestarono. Evidentemente nel Mondo Nuovo la pratica era diffusa.

Il portavoce ex-buttafuori mi si rivolse di nuovo con voce ancor più cadenzata e incalzante, modificata solo da un filo di sarcasmo.

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“Sapevamo che avresti commesso un errore. Il più comune e banale di tutti. Ci sei cascato anche tu, come decine di altri prima di te: non dovevi chiedere cosa il mondo nuovo può fare per te, ma cosa tu puoi fare per il Mondo Nuovo! Ci saresti piaciuto molto di più, credimi, se avessi domandato in quale modo potevi diventare più utile e più docile”.

Mi si avvicinò con lo stesso passo e la stessa faccia con cui i suoi omologhi avevano marciato in direzione di chi aveva applaudito il mio breve discorso. Senza smettere di fissarmi negli occhi, mi infilò una mano in tasca e prese il portafogli.

“Per aiutarti a cambiare, inserendoti a dovere nel Mondo Nuovo, dobbiamo conoscerti meglio”.

Estrasse i documenti d’identità e le carte di credito. Se le rigirò con gusto tra le dita, carezzandole quasi, valutandone la consistenza. Sorrise, estasiato, e fu in quel momento che esplose l’applauso convinto di tutto l’emisfero. Notai che i prigionieri mi avevano creato un varco, un corridoio che conduceva all’uscita. Approfittai dell’euforia generale e mi catapultai fuori. La mia macchina era ancora al suo posto; evidentemente era così vecchia e malmessa da non essere stata considerata appetibile per il Garage Multimarca. Era ancora in grado di muoversi, però. Sulla mia solita strada ritrovai i prati stinti, e il sole, ancora caldo. Vecchio, per fortuna, non ancora inglobato dalla Mondo Nuovo Srl. Ancora in grado di far sudare, penare, imprecare, e, magari, sognare.

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Il dono

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Un dono, atipico, poco “correct”, tra sogno e incubo, più incubo che sogno a dire il vero, se mi è concesso l’ossimoro.
 Buona lettura, e, senza alcun ossimoro stavolta, buon 2017 a tutte le visitatrici e i visitatori di questo angolo dell’immenso oceano del web.    IM

***

Il dono

Libertà va cercando, 

ch’è sì cara,

come sa chi per lei vita rifiuta

.                   Dante, Purgatorio, I, 70-2

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         Le sei e trenta della mattina di Natale. Mi hanno svegliato di soprassalto i vicini di casa. Erano già in piedi ad aprire i regali e a cantare a squarciagola “Jingle Bells”. Pur di non sentirli sono scappato fuori di corsa. Ho ancora il pigiama sotto i pantaloni. Sulle strade e nelle vene, il gelo. Cerco perlomeno il privilegio della solitudine: viaggiare in carreggiate vuote, quasi all’inglese, sulla corsia opposta rispetto al normale. Ci sono gli altri, però. Numerose macchine, lanciate in direzione contraria o analoga. Mi viene da chiedermi perché. Dove vanno? Con quale diritto invadono il mio spazio, la mia follia fuori tempo e fuori orario?

          Lo so, è assurdo. Ma non posso fare a meno di pensarlo. Così come non posso evitare di fuggire, ora. Lontano da tutti, ad ogni costo. Mi infilo in un dedalo di viuzze che non conosco. Ho tutto il tempo che voglio. E assolutamente nessun impegno o appuntamento. Mi ritrovo in una strada sterrata. Solchi sempre più profondi all’altezza delle ruote e sempre più alti l’erba e il pietrisco al centro. Non c’è uno spazio vuoto grande abbastanza per fare manovra. Vado avanti per chilometri. Dietro di me il nulla, una pianura desolata e sconosciuta. Costeggio la siepe di una villa enorme. Presagisco la presenza di una muta di cani da guardia. Mi si affiancano, puntuali, spalancando le fauci fin quasi a mordere la rete. Mi inseguono fino all’ingresso. Mi preparo a fare retromarcia nel vialetto antistante l’entrata, più velocemente possibile, per tornare indietro, sulla strada statale. Ma, contro ogni attesa, il cancello automatico mi si spalanca di fronte. Sarebbe una ragione di più per scappare rapido come un fulmine, se fossi lucido. Oggi però è un giorno speciale. Sarà la stanchezza, la follia generata dalle musiche e dalle campane, dallo spumante e dall’overdose di pandoro, ma decido di premere sull’acceleratore ed entro.

dono

       Guido tra muro e muro, nei vialetti minuscoli che separano le varie palazzine e le dependance. Sfioro la calce con gli specchietti. La tensione, paradossalmente, svanisce. Lascia il posto alla concentrazione, alla voglia di uscire dal labirinto. Mi ritrovo finalmente in un prato amplissimo, quasi un piazzale da luna-park senza giostre e baracconi. Rimango fermo. Il centro esatto di un gigantesco bersaglio. Immobile, sotto sguardi invisibili. Minuti di silenzio assoluto. Poi una voce, secca, poderosa, amplificata da un megafono. “Eccolo il regalo per te, amore!”. Chissà come e perché mi viene da pensare che le parole siano rivolte a me. Penso a uno scherzo, qualcosa di simile a una “Candid camera”. Invece, qualche attimo dopo, esce fuori un ragazzino di circa dieci anni, con una giacca elegante e un cravattino rosso. Tra le mani stringe un enorme fucile ad acqua giallo e viola. Il suo regalo sono io! D’altronde, si sa, oggi è Natale.

          Spruzza la macchina da ogni lato, urlando e sghignazzando. Dopo un po’ cambia espressione, guarda sconsolato verso le finestre della villa, e comincia a frignare: “Papi, non mi diverto così! Non mi piace. Mi annoio lo stesso, papino!”

          Riecheggia di nuovo il megafono.

          “Sì, Gerardo bello, tieni raggione. Tieni raggione, a papà. Vedrai che chisto ti piacerà!”.

          Si fiondano nella piazza due fuoristrada da cui escono scagnozzi in doppiopetto. Sostituiscono il mitra ad acqua di plastica con uno in acciaio verniciato di nero. Molto più realistico. Anzi, reale.

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          Mi fanno cenno di aprire il finestrino e uno di loro mi borbotta in un orecchio: “Gerardo si deve divertire! Adesso ti diamo cinque minuti di vantaggio, poi ti veniamo a cercare con le Land Rover. Nel parco della villa c’è un’uscita con uno sbocco verso l’esterno. Se sei fortunato la trovi e scappi in direzione della superstrada. Quello sarebbe il tuo Natale. Se non la trovi ti troviamo noi. E quello sarà il Natale di Gerardo. È bravo quanto noi a sparare. Si esercita fin da quando aveva cinque anni. Vai mò. Ah, dimenticavo: nella villa ci sono una ventina di uscite. Tutte sbarrate e invalicabili tranne una. L’estensione del parco è di un’infinità di ettari. È il quinto della regione per estensione. Vengono anche quelli del WWF, il sabato e la domenica, perché qui svernano diverse specie rare di uccelli migratori. Il padrone concede il permesso di ingresso per osservarli e studiarli. Eh sì, è proprio una gran brava persona. A proposito: i tuoi cinque minuti cominciano… ora! Buona fortuna! E buon Natale!”.

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          Metto in moto e ingrano le marce. Rapido, ma non frenetico. Sparisco alla vista, lontano dalle finestre. Le strade sterrate sono deserte, ora. Vuote. Completamente. Solo qualche cerbiatto mi osserva, e qualche poiana. L’uscita giusta la cerco, sì, ma senza particolare convinzione. Anzi, mi viene da pensare che se la trovassi mi dispiacerebbe, quasi. È bello girare a vuoto in questo silenzio, questo intrico di terra, erba e acqua, sotto alberi secolari. Non so quanto durerà, ma è proprio un gran bel regalo. Non solo per Gerardo. Anche per me.

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La verità nascosta

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Resta attuale, come tutta la vera letteratura, Cuore di tenebra di Conrad. Magari per ricordarci che “the inner truth is hidden – luckily, hidden.  But I felt it all the same.” La verità interiore è nascosta, per fortuna. Ma la sento ugualmente.

(il racconto è stato pubblicato su Il Cartello a questo link:

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LUCKILY, la verità nascosta

La luce rovina la carta. La fa scurire. La offusca.

Non è paradosso, di conseguenza, non è follia, leggere Cuore di tenebra nel buio. Sfogliare le pagine con dita frementi, come un bambino che divora di nascosto, sotto le coperte, le parole di un’orrida fiaba. Sfogliare le pagine per scoprire cosa e dove è la tenebra. Non è follia. O, se lo è, ne ho bisogno, ne ho sete e fame. È qui che sono giunto. A questo confine, questa desolata terra di nessuno, mi ha condotto la strada. Leggere al buio l’incubo in forma di metafora di Joseph Conrad. Per mantenere un minimo di luce, di contrasto: il bianco, il nero, la distinzione, lo scarto. Scacchiera di una partita senza inizio né fine. Difendiamoci. Salviamo il re e la regina, sacrifichiamo i pedoni. Difendiamoci. Da noi stessi. Visto che nessuno ci aiuta. Se davvero è così.

Leggere e ascoltare, ad occhi e orecchi spalancati, senza riuscire a smettere un solo istante, il vicino di casa. I rumori, i silenzi, gli assalti al mio corpo, reale, di carne e paure. Non l’ho mai visto. Non so se è bianco, nero, rosso, se è alto o basso, grasso o magro, se ha uno sguardo astuto o innocente. C’è, qui, in questa casa dalle finestre sbarrate, il progresso, la certezza della civilizzazione: il microonde, la radio-sveglia, il computer. La pazienza, santificata, esaltata in mille ore di lezioni. Già. Ma lui è là. Non si ferma. Mi scruta, logora come un dentista sadico e sarcastico. Tenace come un morso, un conato di vomito, senza la gioia di un respiro più ampio e pulito.

Ho provato a scrivere, a dare misura alla corsa affannata della mente, i ricordi, le immagini. Le parole però sono scure, selvagge. Ti scagliano contro frecce curaro al dal fitto della boscaglia. Sono nere, le parole. Anche se fingi che l’inchiostro sia azzurro, verde, viola. Chiare e certe sono solo le ipotesi, le scommesse. Il resto oscilla, vibra nell’aria impalpabile.

È là fuori. Avido senza audacia e crudele senza coraggio. Là, nei suoi territori, nelle sue fortificazioni. Incrollabile nell’etica del lavoro di demolizione. Strappa via da me l’avorio della gioia, la spinta a vivere. Lo accumula per pura ingordigia, senza altro scopo né funzione. Forse vuole sentirsi un dio. Lo tiene vivo tuttavia solo la più umana e misera delle condizioni: la meschinità dell’orgoglio, l’orgoglio della meschinità.

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Dovrei dialogare con lui. So che è questo che desidera. È ciò per cui sono stato chiamato. Scambiare con lui frasi e pensieri. Il senso del mio viaggio in fondo è questo. Salvare lui per salvare me. O viceversa. Resto inchiodato qui. Sfoglio una ad una le pagine, avvinto, avviluppato da una trama che non varia, priva di eventi e mutamenti , come un fiume limaccioso, acque morte, stagnanti. Neppure le frecciate degli indigeni che continuano a sibilare a un palmo dalle tempie sembrano vere. Solo il tragitto esiste. Il moto, reale o apparente che sia.

 Kurtz è un uomo notevole. Me lo hanno detto e confermato fino alla nausea. Certo. Tutti lo siamo. Ma notevoli per chi? Per quali occhi, quale logica? Du calme, du calme. Adieu. È questo l’accorato lasciapassare di tutti i saggi e tutti i dottori. E il mio viaggio può riprendere. Atto alla missione, abile arruolato, pronto a muovere verso un continente ancora da esplorare.

Devo prendere il suo posto. Sostituire Kurtz in tutto e per tutto, diventare il suo perfetto alter-ego. Il solo orrore di cui sono certo, sicuro, è questo: somigliargli. Arrivare ad essere simile, identico a lui. C’è un fascino nell’abominio. Ancora più forte però è il desiderio di scappare, fuggire lontano, dentro le proprie trincee.

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“Non voglio rassegnarmi ad essere cattivo/ tu sola puoi salvarmi/ tu sola e te lo scrivo”. Borbotto tra me e me questi brandelli di note tra riso e tensione. Anche una canzone può servire ora. Se solo sapessi a chi dedicarla. Io, Cyrano scalcagnato che non può vantarsi neppure di essere cadetto di Guascogna, cerco una musa, un’ispiratrice. Una Rossana ideale: la verità, la speranza, l’amore magari.

Lui è già fidanzato. Ha trovato qualcuno che lo accetta com’è. Anch’io, come Marlow, mentirei alla sua fidanzata se mi chiedesse di parlarle del suo amore. Inventerei una menzogna qualunque. Più benevola in fondo, dei denti acuminati della realtà. Kurtz è la solitudine, affermano. Ed è la solitudine che lo ha ridotto così. No. Lui è l’orrore che sconfina nel mio.

Bussa alla porta adesso. Agli stipiti di legno e di ferro di questa sera quieta e terrificante. È gelido l’appartamento, il marmo delle scale, il fruscio e il battere incalzante dei passi. Odori crudi, carne putrefatta. Persino i profumi più familiari, il caffè, le verdure, il dopobarba, trasudano linfa di morte.

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Vuole che io parli. Che dia fiato e respiro al mio orrore per lui. Che gridi il mio odio, nutrendolo, dandogli corpo. Dando corpo all’incubo. Per lui io sono il nemico. Vorrebbe che esclamassi lo stesso con identica linearità. Non ci riesco. Io, per salvarmi, continuo ad adorare la verità del mio silenzio. L’illusione, assurda e vitale, di non averlo mai visto né sentito.

Nego. Resto sordo e cieco. Anche al suo urlo e al coltello che avanza rapido nel buio. La lama poggiata sulle vene del collo.

La bugia più grande? Dire che Kurtz non esiste. O che esiste. Che differenza fa? Niente ha sostanza e dimensione nella tenebra assoluta. Niente. E il contrario di niente.

“Che ne è della menzogna?” – si chiedeva l’antropologo James Clifford. La domanda rimane, persiste. Anch’io, come Marlow, all’inizio ho provato schifo per la bugia, ed ora, alla fine di tutto, mi ritrovo a mentire per evitare la catastrofe. O almeno a riflettere, come Clifford, sul fascino esile e letale di un’affermazione: “I frutti puri impazziscono”.

Forse è poesia, forse logica, forse niente di tutto questo. Ancora una volta niente di niente. Il rebus è senza soluzione, resta oscuro il punto cardine, il cuore della questione: se la pazzia sia la sua essenza esclusiva, l’integrità della follia. A me, adesso, rimane il sangue delle vene del collo, ancora caldo, ancora vivo. E un pensiero, l’idea di sempre: “siamo tagliati fuori dalla comprensione di ciò che abbiamo intorno. Il significato non è all’interno. È fuori. Un alone di foschia reso visibile a tratti da spettrali riflessi lunari”.

La verità interiore è nascosta.

Luckily, luckily.

Per fortuna. Per fortuna.

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TRENO QUASI DIRETTO, storia di tre donne che avevano sbagliato treno

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Un altro vecchio racconto, che in questi giorni mi sembra essere tornato vivo, attuale.    IM

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TRENO QUASI DIRETTO

ovvero

storia di tre donne che avevano sbagliato convoglio,

e ridevano, felici

Le prime ore del pomeriggio di una domenica senza pretese. Novembre forse, o almeno novembre del cuore. Grigio ovunque, ma anche qualcosa di simile ad un baluginio. Né caldo né freddo; stagione che passa e striscia in punta di piedi per non disturbare. Nessun tepore estivo da rubare allo schermo delle foglie, nessun gelo da fuggire rannicchiando le vene e i pensieri. L’aria impalpabile della quiete, dell’armistizio.

Tempo e respiro da sondare, pigri, con la punta delle dita, per tentare di saggiarne la consistenza. Tempo e respiro da sondare, sì, ma con scarsa convinzione. Altro non è che spreco di energia. La quiete, a ben vedere, non può durare.Un treno più vuoto che pieno scivola lento. Solca la crosta di una campagna di giallo marzapane non perfettamente lievitato. Sui sedili gente dispersa assorta in tranquille disperazioni.

Il fascinoso intellettuale sfoggia un volume di saggistica fresco di stampa come un accessorio firmato da portare con solenne nonchalance. Non varia di un millimetro la postura della magra gambetta accavallata. Scorrono le pagine, ma resta di pallido marmo il ghigno del monumento al lettore ignoto.

Di fronte a lui, adorante, una giovane signorina speranzosa d’amore. Osservandola meglio, nelle pieghe vanamente camuffate della fronte, non è tanto speranzosa e non è giovane per niente.

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Lì nei pressi, fianco a fianco con la valigetta di pelle, il manager della domenica. Giacca blu notte e cravatta intonata. Intonata al sospetto che la soffice seta lo stia elegantemente strangolando. Sfoglia le imponenti pagine della borsa di un giornale finanziario, ma forse anche lui preferirebbe avere accanto una borsetta assai più minuscola piena zeppa di trucchi, specchi e cianfrusaglie di poco conto.

Passa, con tutta la calma del caso, l’addetto al controllo biglietti. È cortese, informato, cordiale. Elargisce ad ognuno battute a iosa, mordicchiate però, a più riprese, dai dentini tenaci di un tagliente dialetto. È il tipo giusto al posto giusto. Il controllore ideale per un treno di scarso rilievo. Un lusso da poco. Moderato, popolare.

Fora il biglietto e le orecchie anche al passeggero seduto nel sedile d’angolo dello scompartimento. Lo stultus in fundo: uno scribacchino ambulante che da quando è entrato finge spudoratamente di guardare il panorama.

La polvere ristagna per diversi minuti sul fotogramma di una pellicola inceppata. Ciascuno continua a fare ciò che sta facendo. Il meno possibile. Guardare senza vedere e pensare senza sentire.

Ma ecco che, tre metri oltre la barriera di vetro che separa le due metà dell’interminabile scompartimento, accade qualcosa. Una risata. Un gorgoglio chiaro e vibrante di tre gole femminili. L’aria si scuote, si erge, allarga i pori, estende i tendini, e ascolta.

Le tre donne ridenti vanno al mare. Lo dicono, anzi lo cantano, liete, al gioviale bigliettaio. Con ironica cortesia l’omino azzurro fa notare che il treno, per quanto è dato di sapere, è diretto ovunque tranne che al mare.

“Loro volevano, signore, il treno delle due e ventitre che va in riviera – sillaba lento masticando una risata. Volevano andare in Liguria, lo dice il loro biglietto… ma questo è il treno delle due e quattordici, stesso binario ma tutt’altro percorso. Questo convoglio, mie care signore, taglia dritto l’Italia come un colpo di coltello: la prima fermata è Bologna, poi Firenze, e infine Roma.

Mi spiace tanto, sono dolente, ma voi lo capite… non posso fermarlo né tantomeno farlo andare a ritroso. Non vi resta che arrivare a Bologna, farvi restituire i soldi del biglietto sbagliato, quindi ripartire verso la vostra meta.

Io, intanto… mi rincresce, ma… debbo compilarvi un nuovo biglietto, quello relativo alla tratta che stiamo attualmente percorrendo”.

Si guardano tra loro le tre donne. Pagano il tutto, sovrattassa compresa, senza fiatare. Si guardano, e scoppiano in una nuova risata. Un sussulto ritmato non troppo diverso dal precedente. Lo rende più cupo soltanto il tremolio di un’eco appena accennata di sarcasmo. Stille di umorismo che cadono a perpendicolo su una pozza d’acqua chiara. Ancora fresca. Pulsante.

La signorina senza volto e senza età si alza in piedi, frattanto. Indugia per un attimo sterminato davanti alla gambetta anchilosata del divoratore di libri, e attende che sollevi lo sguardo dal fiero pasto. Lo saluta con la formalità di un anziano caporale, poi scompare. Richiude la porta senza un cigolio. Svanisce lasciandosi alle spalle profumo di glicini malinconici e polline sterile.

Lo scribacchino prova a scribacchiare. Ma l’occhio tende a chiudersi, ipnotizzato dal dondolio delle ferraglie.

Le tre Maddalene lo riaprono, in extremis, con una nuova raffica di risate. Placide, interminabili, e di nuovo zuccherose. Consapevolmente infantili. Hanno sconfitto la sorpresa e il disappunto con una fulminea battaglia. Hanno ripreso possesso assoluto della loro serenità, e con essa hanno catturato l’attenzione generale.

Viene fatto di pensare che si tratti di tre signore anziane. Decisamente distratte, un po’ arteriosclerotiche, e con una montagna di tempo da perdere.

Ma poi le vedi, finalmente. Le osservi scattare in piedi senza smettere di ridacchiare, e le segui con lo sguardo mentre sgusciano lievi una dopo l’altra verso la toilette. Tornano indietro rinfrescate e pettinate. Belle e procaci, o giù di lì. Tre donne al vertice della parabola della sensualità. Al culmine di una maturità carnosa e succulenta. La punta estrema del soffice prato che sovrasta il baratro del declino.

Altro che vecchie! A Roma direbbero che sono bbone. E non certo per indicarne le qualità morali. Iniziano ad alzarsi e a risedersi a turno con la scusa di prendere qualcosa dalle valigie, balzellano sui sedili e vanno avanti e indietro lungo i corridoi come ragazzine in gita scolastica.

C’è tempo e modo di scrutarle con più cura. Sono belle, sì, in un certo senso. Sono belle… ma solo a metà. È come se ognuna delle loro facce contenesse un pezzo stonato, fuori luogo e fuori misura. Montato male o a sproposito. Sotto i bei capelli cotonati sbuca un naso aquilino, un neo bitorzoluto, un’ombra viscida di peluria che vela, in controluce, un mento troppo marcato, da uomo.

Le serenissime viaggiatrici hanno un fascino tetro. Un aspetto quietamente micidiale che richiama qualcosa alla memoria. Qualcosa di poco rassicurante.

Non vorrei che in fondo fossero state loro, a ben pensarci, a prendere in giro quel buonuomo del bigliettaio. Ride bene chi ride ultimo – recita un noto detto popolare.

Sanno benissimo dove andare, loro! Sanno dove andare e cosa fare. E il treno che hanno preso è, in realtà, quello giusto. Quello giusto, sì, per il loro intento, per il loro disegno. Non lo hanno preso a caso, no. Lo hanno preso perché così era scritto.

Nel frattempo le tre ricamatrici di risate continuano a tessere la loro tela. Parlano, cantano, e cospirano, liete, alle nostre spalle. Per il momento tessono, ma…

Vorrei cambiare treno. Se fosse possibile, se fosse sensato, cambierei volentieri tragitto e destinazione. A costo di tornare al punto di partenza, o di puntare davvero, io sì, verso un punto qualunque del continente.

C’è una calma feroce su questo treno. Una pace mortale – starei per dire.

E la risata, ora, non è calda, non è tonda e non è chioccia. È schiettamente, nitidamente raggelante.

La sola gioia, il sospiro prolungato di sollievo, adesso, è l’uscita dal buio fitto di una galleria. Ed è una stretta metallica al cuore la visione di un cimitero che biancheggia nel verde dopo una curva. Non è certo un camposanto all’inglese immerso in un rigoglioso giardino. Qui c’è solo calce nuda: trappole in miniatura che impediscono ogni possibile fuga persino agli spiriti trapassati. Non mi sento davvero in vena di provare a scrivere elegie cimiteriali alla Thomas Gray. Al massimo potrei scarabocchiare, con mano tremolante, qualche abbozzo iperrealistico sul tema della paura.

Là fuori, da stazioncine aggrappate ai bordi di magri ruscelli, volti di pietra ci guardano passare. Facce aliene al calore del pianto ma anche all’ombra gelida del sadismo. Spettatori malgrado loro ci scrutano, sobri e impassibili, con gli occhi di chi osserva una nave di folli che solca l’orizzonte del proprio destino.

Ci vedono sfilare, rapidi e inermi, come i passeggeri della trappola d’acciaio di “Cassandra Crossing”, ma senza il lieto fine hollywoodiano.

Anzi, no. Ci guardano scorrere davanti alle loro pupille spalancate con la stessa espressione con cui si prende visione dei numeri di una statistica. Cifre nude e crude, dati di fatto ridotti a pura logica matematica: un numero ics di treni su un totale ipsilon di convogli che partono ogni giorno è destinato a… sì, insomma, è diretto verso… la fine.

Ecco, voilà: oggi è toccato a noi di entrare nella statistica. Abbiamo il privilegio di essere noi il numero ics.

Quale onore! Non ne sono degno però. No, non mi sento pronto per tale memorabile evento. Preferirei rimandare.

Guardo di nuovo il finestrino e la striscia di terra che scorre inesorabile sotto l’ombra del treno. I prati erbosi ce li siamo lasciati alle spalle. Ghiaia e zolle indurite punteggiate da lame di stoppie, ora. Nient’altro.

Vorrei saltare fuori. Lo vorrei con tutte le mie forze. Ma non sono abbastanza atletico per riuscire a morire in modo sufficientemente elegante.

Che fare? In quali vicoli angusti di pensieri rintanarsi, sempre sperando di non essere scovati, appiccicati al muro e dilaniati come sorci?

Non lo so. Tutto ciò che penso e sento ora è il battito parossistico del cuore che rimbomba nelle vene. Quasi una musica… una musica, a modo suo.

Cantare! Sì, cantare. A polmoni spalancati, con la speranza di assordare la mente. A squarciagola, con la bocca sbarrata. Dissolversi nell’urlo di un ritmo interno che martella dalla testa ai piedi. “Your eyes are the eyes/ of a woman in love,/ and, ho, how they give you away”.

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Cantare, sì, anche se non ricordo bene le parole. Cantare, come Marlon Brando nella colonna sonora di un film anni cinquanta. Quasi dolce, quasi tenero, quasi innamorato. Marlon Brando ancora nel fiore degli anni, poco obeso e molto vivo.

Cantare. Tutto qua. La cosa più vicina al respiro che riesco a immaginare. La sola che riesco a fare, adesso, appoggiato al sedile come una valigia colma di fragilissimo piombo. “… they say no moon / in the sky/ ever lent such a glow…”

Hanno sentito! Nonostante le labbra accuratamente serrate, nonostante le narici sigillate come un documento top secret, le tre vedove allegre hanno udito ogni sillaba, ogni nota.

A dieci file di sedili di distanza, al di là dello spesso separé di vetro, sentono tutto quanto. Sentono e cantano anche loro, in questo momento, la mia stessa canzone, la stessa identica strofa.

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Prosegue per arcani, sconfinati minuti il quartetto per voce e mugolio orchestrato da un filo invisibile. Prosegue e oscilla, seguendo le vibrazioni dei vagoni sballottati dagli scambi.

Si alzano. Scivolano via… scendono. A sorpresa come erano comparse, svaniscono, d’un tratto, le tre fascinose viaggiatrici.

Il treno c’è ancora, e c’è ancora il binario. È ancora lì il dondolio testardo che ti scuote e ti culla come una nenia, una melodia rotonda che ti avvolge. Un velo, una corda, un riso, uno sguardo…“those eyes are the eyes/ of a woman in love…/and may they gaze, evermore,/ into mine,/ crazily gaze, evermore,/ into mine”.

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LA VARIABILE IMPAZZITA

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Un vecchio racconto, un ricordo sempre nuovo

LA  VARIABILE  IMPAZZITA

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La vita sarebbe più sopportabile se ci fosse uniformità nella sofferenza. Ma esiste la variabile impazzita di una potenziale felicità.

Non so neppure chi l’abbia detta questa frase, non so nemmeno se la ricordo con esattezza. A volte dubito persino di averne compreso il senso, ammesso che ne abbia uno. Eppure, nonostante ciò, quelle sillabe squinternate mi ruotano nel cervello come schiere di vecchi ubriachi che ballonzolano gli uni attorno agli altri. Bocche e occhi squarciati da un riso più agro del pianto.

Ma tacciono, adesso. Non li sento e non li vedo. Vedo la pelle delle sue gambe. Immobili, distese l’una a fianco all’altra, accoppiate in un abbraccio casto e sensualissimo. Una preghiera di carne rivolta ad occhi frementi di squame.

Dorme. Da quando siamo partiti si lascia cullare serena dal rollio dell’acqua. Il sole gelido del porto di Liverpool ce lo siamo lasciati alle spalle. Dall’oblò della cabina ora penetrano raggi più caldi. Puntiamo verso sud, verso la Francia, la douce France. È il nostro primo viaggio insieme. Quando era vivo suo marito partivano ogni estate per crociere transoceaniche. E io attendevo per settimane il suo ritorno lustrando ogni angolo della sua camera, lo specchio, i cassetti, il divano, il letto… Lord Windinghall è morto tre anni fa. Da allora lei ha smesso di sorridere. Parla con se stessa, risale all’indietro il fiume della memoria, oppure corre in avanti, sull’erba morbida di prati inesistenti. Parla di cose che non sono, non hanno forma né misura, se non nella sua mente e sulle sue splendide labbra.

I parenti l’hanno abbandonata uno dopo l’altro. Non così i creditori. In breve tempo le hanno sottratto ogni suo bene, le fattorie, i terreni, le scuderie… Le hanno lasciato solo la casa. Forse per rispetto dell’antica nobiltà del casato, o forse perché i vecchi solai, le mura e i tetti necessitano di restauri che costerebbero svariati milioni. Io sono rimasto con lei. Dello stipendio posso fare a meno. Faccio il maggiordomo da quando avevo ventisette anni e ho accumulato soldi a sufficienza per acquistare e impacchettare con coccarde dorate le pazzie senili che scelgo io, o che scelgono me. Se la dimora di Chesterhill mi crollerà addosso sbriciolandosi pezzo su pezzo, beh, sarà il lenzuolo sotto il quale mi sdraierò placido. Con lei al mio fianco.

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Parliamo di rado da quando siamo rimasti soli nella casa. Io continuo a fare il maggiordomo, spolvero, riordino, apparecchio la tavola. La guardo più spesso rispetto al passato, questo sì. Guardo le sue spalle soffici e la sua faccia serena. La ascolto fantasticare per ore, libera dalle barriere del tempo e della ragione. La ascolto e la proteggo, sfiorandole la nuca e le guance, quando i suoi sogni si trasformano in incubi.

Due settimane fa, mentre la rincuoravo dopo una crisi di pianto, mi ha guardato negli occhi, si è stretta a me, e mi ha urlato che voleva fuggire dalla casa, almeno per un po’. Fuggire via, lontano.

  È stupenda quando guarda il mare, quando si lascia sfiorare la faccia da un sole giovane e ignoto. Ci sono io vicino a lei. Niente e nessuno le farà del male in questo nostro viaggio.

Ho pensato a lei per anni, sin dal giorno in cui Lord Windinghall la sposò e la presentò al personale di servizio schierato in fila nel giardino della villa. L’ho amata subito. Ho amato il suo sorriso fragile, la sua repulsione per i riti della mondanità, il suo raccogliersi con lo sguardo tra le dita di un bambino o tra i petali di un fiore fino a smarrirsi e rinascere.

Non ho mai amato nessun’altra. Il sogno di lei avrebbe reso ipocrita il mio rapporto con le altre donne. Ho vissuto per anni in compagnia del desiderio di lei. Ogni giorno e ogni notte. L’ho stretto tra le braccia e protetto dalle pieghe e dalla polvere del tempo. I camerieri e le sguattere non hanno compreso niente di tutto ciò. Non potevano comprendere. Risolini soffocati e fulminei gesti sarcastici hanno accompagnato inesorabili i miei passi, il mio apparire e scomparire dalle stanze e dai corridoi della villa.

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Si sta addormentando di nuovo. Il moto placido delle onde tracima dentro le sue palpebre fino a chiuderle. Cerca la posizione ideale come un bambino che si rannicchia nella culla. Il letto della cabina cigola leggermente. Ma è un suono tenero adesso. Tenero e breve. Non come il graffio insistito che ho ascoltato per intere nottate mentre faceva l’amore con suo marito nel letto d’ottone della loro camera. Un gracchiare metallico che proseguiva identico a se stesso per poi accelerare e spegnersi in un grido sommesso. La gola spalancata di una vittima soffocata da un cuscino. Ma al mattino la gola di lei non era solcata da piaghe e cicatrici. Era liscia e salda, percorsa soltanto dalle vibrazioni del suo canto, dalle note appagate della sua felicità. Notte dopo notte io scivolavo furtivo fino al salotto per strappare al buio i riflessi vermigli di una bottiglia di brandy e la speranza di udire un suono diverso, una parola di odio, di disprezzo. Sillabe agre di distacco che per me avrebbero spalancato nuove porte. Ma così non è stato. Ha amato suo marito fino all’ultimo istante. Solo dopo la sua morte si è lasciata corteggiare dagli altri suoi tenaci spasimanti: il sogno, l’irreale, il delirio quieto che sguscia via alla morsa del vero e del logico. Vaga con la mente, ora, su sentieri impalpabili noti solo a lei.

“Alzheimer!” – esclamò platealmente il medico da cui la condussi, diversi mesi fa. Il suo grido è ancora conficcato nelle mie orecchie. “Sfasamento mentale, distorsione dei dati concreti del mondo esteriore in favore di immagini e eventi puramente illusori, immaginari. Sì sì, nessun dubbio, è proprio Alzheimer” – concluse lo specialista, aspirando la acca in modo tale da farmi capire che lui, oltre ad essere un luminare della sua disciplina, aveva anche un’ottima confidenza con la lingua tedesca. Non mostrai ammirazione per le sue doti né sorpresa per la diagnosi. Mi aspettavo tale responso.

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Il battere sobrio di una mano sulla porta della cabina mi strappa ai miei pensieri. Faccio cenno al giovane cameriere di non fare rumore. Posa il vassoio con la colazione sul tavolo, raccoglie la mancia e si allontana in punta di piedi. Rigiro lo zucchero nella tazzina con estrema lentezza, ma il ticchettio del cucchiaino dischiude di nuovo gli occhi di lei. Mi guarda e sorride, è di splendido umore. Parla e ride euforica come non faceva da tempo. Mi dice che quando saremo a Parigi vuole visitare tutta la città, ogni palazzo, ogni museo, e, in particolare, le chiese e i santuari. È molto religiosa, lei. Io sorrido e annuisco. Camminare al suo fianco sarà la mia festa solenne, il mio inno alla vita.

“Pensi che guarirò, Philip?” – sussurra all’improvviso alzando lo sguardo dalla tazzina di caffè che stava bevendo a piccolissimi sorsi.

“Certo signora, starà magnificamente. L’aria di mare le fa benissimo. Se mi permette di dirglielo… lei è bellissima stamattina”.

Rimane immobile per infiniti istanti. Mi scruta in silenzio. Gli occhi le si spalancano a poco a poco di luce e dalle labbra escono le note di una canzone. Canta a pieni polmoni, con voce da soprano, come faceva da giovane. Intona l’aria di un’opera italiana, la sua preferita. Non riesco a comprendere le parole, ma il suono penetra fulmineo in ogni vena, in ogni stilla di sangue. Raggiunge tutti gli angoli del corpo, ma si sofferma e si condensa soprattutto nei testicoli. Pulsa e freme lì, all’interno, violento e fluido, incontrastabile. Eccitazione e imbarazzo si fondono in un crogiolo di sudore. Lei si accorge di tutto ma non smette di cantare. Mi sfiora la fronte e la bocca con le dita. Le labbra si serrano in un bacio che dà al via al canto prolungato dei nostri corpi nudi, stretti nei liberi accordi custoditi per anni nei recessi più intimi della mente.

Lei è lucida. Dice parole solide e sensate, ricorda alla perfezione ogni istante passato e riconosce il senso esatto di ogni attimo che trascorre lieve, qui ed ora, su questo letto candido, su questo cuscino madido di sudore.

Lo psichiatra poliglotta è un incompetente. Incompetente, megalomane e anche ladro. Sì, oltretutto è anche un ladro. Andiamo al suo studio ogni giovedì, io e lei, da almeno tre anni. E lui, inesorabile, si becca sessanta sterline a visita. E le domande le fa solamente a me, per giunta. A lei non chiede mai nulla. Sta lì lei, mi accarezza, mi dice di stare tranquillo, tutto qua. Oppure resta addirittura fuori. Sì, il più delle volte lei resta fuori, in anticamera.

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NOMI CONCRETI E NOMI ASTRATTI – la grammatica del mondo

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Un racconto su scuola, vita, grammatica, realtà, cose che si imparano senza comprenderle, e cose si comprendono nel momento in cui, finalmente, si vivono.

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NOMI CONCRETI E NOMI ASTRATTI

La professoressa Annarita Canipaletti, solerte, infervorata, sicura di sé e della logica stringente della propria materia, insegnò a Sergio Venanzi e all’intera 2a D della Scuola Media “Vincenzo Gioberti” a suddividere le parole in due categorie: nomi concreti e nomi astratti. “Se ci si riferisce a qualcosa che risulta percepibile tramite i cinque sensi, e il vocabolo che lo esprime è dotato di plurale, abbiamo un nome concreto; in caso contrario avremo un nome astratto”. Sergio ebbe problemi: quella distinzione per lui era ambigua e sfuggente. La nebbia è percepibile? E il cielo? E la gente ha un plurale? Si intestardì, comprese che in quella difficoltà c’era sostanza, forse addirittura la chiave per la lettura e l’analisi della grammatica del mondo.

Finì per fissarsi, divenne maniaco di quell’attività tassonomica. I suoi compagni giocavano con le playstation e lui passava il tempo a guardare la vita che gli passava di fronte provando a dividere tutto in nomi astratti e nomi concreti.

“Paura” è un nome astratto – diceva a se stesso – “violenza” è un nome astratto, ma il sangue sulla faccia del mio amico Livio, preso a pugni da un branco di infami per rubargli il cellulare, è concreto. E’ vero, “i sangui” non esistono, c’è solo il singolare del termine sangue, ciascuno ha un suo sangue individuale.

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“Barbone” è astratto; nessuno pare percepirlo, forse per evitarne l’odore e il pensiero. Barbone è schifo, e schifo è nome astratto. Quindi non c’è orrore se una mattina trovo sul marciapiede davanti al mio palazzo un barbone pestato e bruciato dai teppisti per passare il tempo. L’orrore è astratto, non ha plurale; quindi non esiste, si può accettare, forse.

“Solitudine” è un nome astratto, si diceva ancora Sergio, rinfrancato dalla certezza di aver colto nel segno. Non c’è il plurale di solitudine, sarebbe comico oltre che contraddittorio. Un attimo dopo cambiò espressione: non era del tutto convinto che la solitudine non fosse percepibile con i cinque sensi. Di certo qualcosa di concreto gli accadeva dentro ogni giorno, anche nelle aule e nei corridoi affollati, come se la mente e lo stomaco gli si strappassero e un senso di ribrezzo gli riempisse la gola come miele marcio.

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Giulia era concreta. Sergio avrebbe voluto sfiorarla con le dita e sentire il profumo dei suoi capelli. Il profumo era un nome astratto, ma per quel nulla Sergio avrebbe dato tutto ciò che aveva, compreso il diario su cui aveva stilato, accanto alle cose fatte e non fatte, alle lezioni studiate e non studiate, la lista concreta dei suoi sogni.

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Giulia era bella, attraente, già formata e procace. Fu preda di uno dei bulletti della 5a F. La prese con sé e le fece provare il gusto di sentirsi grande, il sesso e il fumo. Un nome astratto che la rese persa, verde come l’erba ma senza sole.

“Rabbia” è un nome astratto. Non sai da dove nasce né dove siano i suoi confini. Una mattina Sergio si rese conto che tutto il suo mondo, la compilazione infinitamente paziente del bianco e del nero, del vero e del falso, del piacere stillato goccia a goccia da mattinate lunghe come una lezione di matematica con il rischio costante di essere chiamato alla lavagna, non tornava. Non c’era più modo di trovare un punto di appoggio, una sensazione solida e carezzevole che gli desse la forza di alzarsi dal letto. Di alzarsi come un essere vivente concreto, dotato di una pluralità di sensazioni e desideri e speranze e prospettive, non come un automa destinato a ripetere azioni e gesti di plastica e metallo.

“Scuola” è un nome astratto o concreto? Certo, ci sono le pareti e i banchi e le lavagne e i vetri e i cessi e le finestre e le ringhiere, ma, a ben pensare, è più un concetto che un’entità, provò a riflettere Sergio. La scuola è ciò che ci insegnano, è il modo in cui lo fanno, è un’idea, un insieme di regole e concetti, una tradizione che prosegue da secoli, identica a se stessa anche se i tempi cambiano e cambiano i vestiti, gli zaini, i mezzi di trasporto, i capelli e le idee sopra e dentro la testa. Esistono le scuole, edifici diversi, palazzi moderni o che cadono a pezzi, ma in fondo l’attività è identica ovunque, eterna, invariabile.

C’era un solo modo per sciogliere il nodo dei nodi dando un’etichetta definitiva alla fonte di ogni dubbio, al luogo esatto in cui era nata la passione per la suddivisione del mondo in categorie contrapposte. Se si brucia un nome astratto non succede niente: la noia, la tensione, l’oppressione, se ne infischiano delle fiamme; restano intatte, inalterate. Se la scuola è un concetto astratto, resisterà, si disse Sergio mentre acquistava al distributore due taniche di benzina. In caso contrario, diventerà cenere. Ma, nel profondo, sarà felice, lei, la scuola, e con lei la professoressa Annarita Canipaletti, il suo simbolo: resterà cenere, ma sarà trionfante. Io avrò risolto l’equazione e imparato la lezione, finalmente. Avrò sciolto l’enigma, e svolto il compito per cui io, allievo, nome concreto, forse, sono chiamato ad esistere.

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Sergio avrebbe davvero voluto effettuare l’esperimento sulla decrepita Scuola Gioberti. Ma il riso e la pigrizia, nomi sicuramente astratti, e di certo possenti, lo fermarono. Usò la benzina per farne dono al suo amico Carlo, diciottenne, in possesso di una patente di guida quasi concreta. Insieme fecero un giro follemente astratto sulle colline finché ci fu carburante. Da lassù tutto, perfino la scuola, aveva una dimensione diversa, come l’aria, quella luce che entrava dal parabrezza fin dentro le braccia e il cuore, come quella sensazione di non aver compreso nessuna distinzione, in fondo, nessuna categoria. Ma tanto era sabato, e con una spinta concreta e con l’aiuto di qualche generosa discesa, potevano raggiungere l’unico distributore aperto in quelle viuzze di campagna, e, mettendo insieme anche le monete da dieci centesimi, potevano riempire il serbatoio quel tanto che bastava per arrivare, forse, al piu astratto e al più concreto dei nomi: il mare.

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