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Il lume della follia

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Prisco De Vivo, Il lume della follia, Oèdipus Edizioni, 2019
nota di lettura di Ivano Mugnaini
È quasi ossimorico il titolo della raccolta di Prisco de Vivo. La follia è pervicacemente associata, da secoli, al buio, all’oscurità. Si tende a dire “una mente offuscata dalla follia”. Ebbene, tramite i versi e le immagini, tramite l’interazione tra la parola e la dimensione visiva (intensa in senso ampio, anche come sguardo ulteriore, al di là delle barriere preconcette), De Vivo ci propone, anzi, ci conduce a vedere il lato luminoso della follia.
Nella sua visione di credente, inoltre, la luce non può non abbinarsi in modo immediato al concetto, anzi all’atto della fede. Fede intesa, appunto, come volontà di scardinare le barriere che impediscono l’autentica comprensione tra gli esseri umani.
«Quando citi le cose del mondo che ti limitavi a tenere nascoste, mi sono sentito ancora più trascinato dentro questa tua illuminante raccolta», ha scritto Paolo Ruffilli in una nota di lettura il cui testo riporto integralmente in calce a questo mio spazio introduttivo.
Le cose, quindi, la materialità da un lato e, sul fronte opposto, la luce, qualcosa di impalpabile che tuttavia si relaziona con l’oggettualità dando vita a quella dimensione complessa e fertile che rappresenta il terreno di espressione (e di lotta) per l’estrinsecazione del sé autentico, la libertà di essere noi stessi.
Per Prisco l’opzione è insita nel coraggio di guardare con la stessa intensità la bellezza e l’orrido, il bene e il male, intersecati, tra sublime e orrifico. L’arte è conciliazione tra ricerca di perfezione e consapevolezza dell’imperfezione. Il viaggio si compie nell’atto di rendere la perfezione più umana e l’imperfezione più percepibile, più osservabile, vicina a farsi specchio in cui ognuno può cogliere, andando oltre la superficie, i propri sogni più puri e i propri demoni, le ali e le rughe che stravolgono i volti.
Il libro si basa sull’alternanza o meglio sulla coesistenza tra le idee annotate sulla pagina e la materia viva, i grumi di colore. Al punto che anche le parole assumono consistenza quasi tattile, il rilievo nodoso della sofferenza ma anche dell’energia che mira a liberarsi, liberando se stessa e chi la genera, chi la possiede chi e ne è posseduto: «scordati di me / di te / delle tue ruvide mani / che in un lampo di radice / divennero / LUCE DI SANGUE».
Per rendere più autentica e intensa l’osservazione, l’occhio deve trovare la volontà e la forza di infrangere i vetri dei preconcetti per arrivare al nucleo essenziale: «Guardo in bocca ai malati che / rompevano con i denti / i vetri delle strade / dalle loro fauci / sbucano fiori di colore vermiglio».
Il libro di De Vivo possiede una solennità mai eccessiva, mai ridondante o teatrale. Non sono quadri di maniera, quelli che dipinge con le parole e con i pennelli. Ciò gli consente di ottenere un’espressione sincera, nella sacralità del dolore, che tuttavia non è descritto come oggetto intoccabile, ma, al contrario, è umanizzato. La disperazione, al di là di infiniti e tortuosi percorsi, può sfociare in uno spazio diverso: «Quando riuscirò a morire veramente / liberandomi dall’inferno, / delle colonne coclidi, / dal polistirolo dei farmaci / dalla dissenteria dell’anima».
L’impressione è che De Vivo abbia scritto questo libro con estrema sincerità, non per aggiungere un titolo alla sua bibliografia. Tale autenticità gli ha permesso di scrutare l’abisso senza perdersi, senza smarrire lo sguardo e la voce. Gli ha consentito, per quanto umanamente possibile, di giungere all’immedesimazione con il dolore più lacerante e vero, ma anche con la forza vitale e creativa, fuoco e lava di vulcano. Quella che, a dispetto di tutto, a tratti, magari in imprevedibili istanti, può condurre al punto più estremo al cui fondo c’è la rinascita, o meglio la nascita a vita vera.
        IM
de vivo cover

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UNA NOTA DI LETTURA A “IL LUME DELLA FOLLIA”
Punteggiate dai tuoi incisivi disegni, le tue intense poesie colpiscono e coinvolgono quasi a specchio sorprendente della situazione drammatica in cui adesso ci troviamo a vivere e con l’effetto che le tue presenze familiari trapassano in figure universali di ieri e di oggi.
E, quando citi le cose del mondo che ti limitavi a tenere nascoste, mi sono sentito ancora più trascinato dentro questa tua illuminante raccolta.
Colpito anche dal continuo intervenire tra le righe e in epigrafe di scrittori anche per me di riferimento.
                                                                                        Paolo Ruffilli
 

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NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA

Prisco De Vivo è pittore, scultore e poeta. È nato a Napoli nel 1971 e vive ad Avellino.  Ha pubblicato i volumi di poesie: Dell’amore del sangue e del ricordo (selezionato al Premio Pascoli 2005) (Il Laboratorio/Le edizioni, 2004, prefazione di Plinio Perilli e postfazione di Raffaele Piazza), Segni e parole (In una notte oscura e uggiosa) (Il Laboratorio/Le edizioni, 2006, lavoro di poesia/immagini a quattro mani con Raffaele Piazza), Dalla penultima soglia (Marcus edizioni, 2008, prefazione di Marcello Carlino), Ad Auschwitz (Il Laboratorio/le edizioni, 2009, prefazione di Enzo Rega e postfazione di Antonella  Cilento), ha ricevuto per la raccolta Il lume della follia il secondo posto del Premio Nazionale Minturnae XXIII edizione per l’inedito, 2009.

È stato incluso in varie antologie tra cui: Melodia della terra (Secondo Volume) 2006 (Crocetti editore, a cura di Plinio Perilli), Da Napoli, Verso Kairos editore, a cura di Antonio Spagnuolo e Stelvio Di Di Spigno) 2007 (Poeti e Pittori di [Secondo Tempo] 2013 Marcus Edizioni, a cura di Alessandro Carandente e Marcello Carlino).

Le recensioni sui suoi testi poetici e le sue poesie sono apparsi su: Poiesis, Risvolti, La Clessidra, Pagine, Gradiva, La Mosca di Milano, Secondo Tempo, Capoverso, Poesia, Repubblica, La Stampa, Il Mattino, Sinestesie, Zeta, Cenobio, Trimbi, Clandestino, Graphie, Poeti e Poesia, Frequenze Poetiche.

Ha collaborato a diversi periodici e riviste d’arte e letteratura, italiane e straniere, cartacee ed on-line, inoltre è stato presente a mostre di poesia visuale e recitals poetici.

Si è occupato di saggistica, scrivendo su poeti come: Pier Paolo Pasolini, Dario Bellezza, Camillo Capolongo, Guido Ceronetti, Rubina Giorgi. Nel 2020 ha pubblicato il volume di poesie e immagini Il lume della follia Oèdipus edizioni.

https://www.rivistaclandestino.com/guido-ceronetti-il-vetusto-e-geniale-maestro-del-pensiero-terribile/

http://frequenzepoetiche.altervista.org/prisco-de-vivo 

http://www.cinquecolonne.it//26/5/2019/poeti-in-Campania-prisco-de-vivo 

http://www.rivistaea.it/18/7/2018-la-promessa-di-orfeo/prisco-de-vivo

http://www.facebook.com/priscodevivo/

CONTATTI : info@priscodevivo.it

A SCUOLA DENTRO

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A scuola dentro - copertina
Susanna Barsotti, A scuola dentro, Edizioni DivinaFollia, 2020
nota di lettura di Ivano Mugnaini
Il “dentro” a cui fa riferimento il titolo del libro è il nucleo, ma anche lo snodo, il punto di connessione. Da lì si irradiano i vari volti, gli aspetti, i significati di questo testo. Andare a scuola dentro equivale ad una scelta che può essere letta in vari modi: portare l’insegnamento dentro, in qualità di docente, ma anche acquisire, attingere a sua volta, da quel luogo, conoscenza. Ciò va in direzione contraria rispetto al cosiddetto senso comune.
 “Li hanno messi dentro”, diciamo noi tutti quando commentiamo un arresto. È un modo semplice e sbrigativo per far sì che, dal punto linguistico, e quindi psicologico (e per estensione fisico) di snodi e di ponti non ce ne siamo più. “Li”, cioè “loro”, si contrappone in modo inequivocabile a “noi”. Loro da una parte e noi dall’altra; così come “dentro” è agli antipodi di “fuori”: c’è un muro, altissimo, di cemento, che separa un mondo non solo dalla consistenza fisica ma anche dall’idea dell’altro, dalla necessità e dalla volontà di immaginarlo come una realtà esistente.
Quel “dentro” è lo specchio, deformato, deformante, volutamente tenuto in stanze semibuie, delle nostre paure, delle debolezze, delle colpe, di quella parte della nostra umanità di cui pensiamo di doverci vergognare, un po’ come quei panni, anch’essi proverbiali, che non solo non laviamo in pubblico ma preferiamo lasciare nel fondo di qualche armadio accuratamente chiuso a chiave.  
«Quest’anno ho fatto la mia prima esperienza da insegnante presso il carcere Due Palazzi di Padova. Essendo ancora professionalmente immatura, sia in quanto docente, sia, a maggior ragione, in quanto docente nel contesto penitenziario, si è trattato di un’esperienza tanto faticosa, quanto formativa ed emozionante. Per questo ho deciso, ogni volta che tornavo dal lavoro, di raccogliere in un diario i ricordi, le riflessioni, i sedimenti umani che gli incontri mi lasciavano». 
Mi ha scritto queste informazioni, Susanna Barsotti in una mail alcuni mesi fa, e in un messaggio successivo ha aggiunto «il libro è cresciuto a dismisura e ha un taglio diaristico, dunque abbastanza autobiografico».
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Argila rebelă – La creta indocile

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La poesia tradotta si riplasma, assume nuove forme. Trattandosi di creta (indocile) tutto ciò è molto adeguato.
Ringrazio Mihaela Colin per l’attenta ed empatica lettura e per la selezione e traduzione di alcune mie poesie.
Non conosco la lingua rumena, ma è bello seguire passo passo il trasformarsi dei suoni e la crescita parallela dei versi in due lingue con radici condivise.
Grazie a Mihaela.
 
Buona lettura a tutti
e buon viaggio verso porti più sereni e assolati. IM
 

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cover front La creta indocile

La creta e i tempi indocili

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recensione de La creta indocile su La Voce di Mantova
“È proprio attraverso la scorrevolezza delle pagine […] che si percepiscono le parole e i versi del momento tragico e delicato che in questo momento storico stiamo vivendo, una sorta di sostanza labile, delicata e malleabile come la creta ma allo stesso tempo forte, quando si consolida e prende forma”, scrive Rosalba Le Favi nella sua recensione a La creta indocile su La Voce di Mantova.
Ho apprezzato il suo mettere fianco a fianco la creta e giorni indocili che stiamo vivendo.
Si tratta di essere duttili. Tenaci e allo stesso tempo “plasmabili”.
Restare noi e creare nuove forme. 
IM

La morte di Empedocle – note di lettura

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Franco Di Carlo La morte di Empedocle,

Edizioni Divinafollia, 2019
Molto è stato detto e scritto riguardo al recente libro di Franco Di Carlo La morte di Empedocle. Se ne occupati critici ed autori di spessore. Ne ho selezionati due, anche in virtù del loro speciale legame, professionale ma anche “empatico”, con l’autore di Genzano. Qui in calce troverete uno stralcio degli interventi dei due colleghi-amici di Franco: Cinzia Della Ciana e Giorgio Linguaglossa, con l’indicazione del link a cui potrete leggere gli articoli completi.
Nello spirito di questa rubrica, Letti sulla Luna, il cui intento è quello di indicare “oggetti terrestri” interessanti, spesso si tratta di libri, mi limiterò per quanto mi riguarda a fornire le coordinate essenziali e qualche mia impressione, da osservatore, consigliandovi di approfondire la conoscenza con i suddetti oggetti nel migliore, anzi, nell’unico modo possibile: cercandoli, e leggendoli (attività che è ancora possibile sulla terra, non è soggetta a restrizioni e, anzi, è consigliata).
“Non sono interessato alla poesia, / sono fatto di poesia e di nient’altro”, scrive Di Carlo. Ecco. Basterebbero questi due versi. Per tante cose. Una di ordine “pratico”: andare a cercare il libro e magari comprarlo. La seconda consiste nell’indicazione dell’impronta, dello stampo dei versi e dell’autore: la capacità di essere schietto, raccontandosi senza infingimenti, andando dritto all’essenza di ciò che davvero conta, i distinguo, le scelte, le condizioni innate e tuttavia rafforzate da anni di studio e dedizione assoluta e sincera.
Tertium non datur, sostenevano i latini. Invece qui un terzo elemento è concesso ed è rilevabile, ed è di natura “musicale” potremmo dire più che contenutistica (e qui Cinzia Della Ciana, poetessa legata alla musica, sarà contenta): si tratta del ritmo adottato, per volontà e/o per istinto da Di Carlo. Sintetizzando potremmo dire che si muove all’interno di una gamma di suoni, vibrazioni, assonanze e consonanze che oscillano tra classicità e modernità. O, meglio, è più esattamente, attualizzano, anche a livello di suoni, la classicità, ossia la capacità di dare peso ad ogni sillaba senza mai sovraccaricarla o renderla eccessiva, ridondante. “Gli dei camminano potenti – osserva l’autore – annunciano il barlume di una Mitica forma poetica”. Ogni scrittore e poeta, ma direi in termini più ampi ogni uomo, si sceglie un ritmo, una musica individuale. La propria colonna sonora esistenziale. E al ritmo di quella musica muove i suoi passi e fa muovere i propri pensieri, i gesti, le parole. Franco Di Carlo ha scelto una classicità attuale. Non attualizzata, è giusto specificarlo. La sua poesia è attuale perché si muove su cadenze che ricalcano la necessità della sostanza, della corporeità che si eleva alla ricerca di qualcosa che va oltre. Quell’essenza Mitica distingue l’effimero da ciò che permane. Questo aspetto è stato trattato anche da Silvia Denti nella nota introduttiva e da Andrea Matucci nella prefazione. Riguardo all’uso della rima Matucci opportunamente rileva che Di Carlo “ne libera talvolta la carica ironica nel ripetersi del distico baciato”, ma più spesso “ne sfrutta l’intensità sonora lavorando sui suoni della parola e sulle sue componenti germinative”.
Come suono, direi come canto, con la distribuzione accurata di musica e silenzio, vuoto e pieno, analogia e contrasto, si dipanano i versi di questo libro. Fin dai titoli dei vari componimenti, a tratti quasi ossimorici (“Nostalgia della morte”) oppure basati su “contrappunti” o accostamenti di natura pressoché sinestetica: (“Figure del desiderio”; “Sguardi notturni e suoni lontani”).
La poesia de “La morte di Empedocle” si muove tra estremi di sensi e parole, tra contrasti e inter-azioni profonde. Tra sintesi e distensione, alla ricerca del nucleo essenziale. Quello che nasce dalle parole e ad esse ritorna, come il canto di una fine che conclude un mondo e ne apre uno nuovo, ad esso strettamente correlato. “Duro e concreto il sentiero più arduo”, così si apre il componimento “Canto barocco” di pagina 20, che alla fine, con un procedimento che potremmo definire in senso ampio “paratattico” elenca “solitudini metafisiche e orrendo panico, / rive e foreste, campagne e deserti / cerchi cornici gironi e cieli concentrici”. Ma il libro, e la sua musica, è fatto anche di note più lievi, come a pagina 30, nella poesia “Fragile vana foglia”, il cui esordio è una descrizione che racchiude in sé, come certe liriche orientali, il senso di un istante che si estende oltre i confini temporali: “Sciolta nell’essere si confida col sole / l’erba viva”.
Moltissimo resta da dire di questo libro. Vari spunti ed elementi interessanti sono racchiusi negli stralci delle note di lettura di Della Ciana e Linguaglossa. Ma il consiglio da qui, dalla base lunare, resta quello di leggere i testi di persona sfogliando pagina per pagina, confrontando i propri ritmi, le proprie visioni e sensazioni con quelle dell’autore. Perché, come osserva lo stesso Di Carlo nella poesia “La conoscenza” di pagina 35, “Il poeta conosce modi e termini. / Li misura e rivela trattenendo la parola data. / Nulla perdendo. Afferma il mistero. / Compone il suo dire sgomento, / il suo canto nascosto e stupendo.”
       IM
 

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Il genius loci nella poesia di Franco Di Carlo.

Commento di Cinzia Della Ciana in occasione della presentazione del libro La Morte di Empedocle presso l’Enoteca Letteraria in Roma
Non si può capire la poesia di questa nuova silloge di Franco Di Carlo “La morte di Empedocle” (Edizioni Divinafollia, 2019) se non ci poniamo una domanda: da dove viene, dove è nato, dove vive ed è vissuto l’autore? Franco Di Carlo ha il privilegio di esser nato e di esser rimasto sempre a vivere a Genzano di Roma, un borgo incantevole che fa parte dell’area dei Castelli Romani. Cercherò di proiettarvi la vista di quei suoi luoghi al fine di trasportarvi in quei siti così suggestivi e carichi di peculiarità. Genzano si affaccia sul lago di Nemi e con la stessa Nemi, borgo fratello, fa da castone in corona sul cratere del lago. Un lago vulcanico che è un cono rovesciato e le cui superfici sono ricoperte di boschi e di arbusti mediterranei, colorate di verde intenso, quasi viscerale, un verde cupo palude che la sera vira al rosso amaranto. Un lago vulcanico, dunque, le cui acque di giorno sono atre, intrasparenti, oscure nel senso che non consentono di scorgere cosa vi sia sotto e tu quasi meccanico ti senti attratto e ti poni interrogativi su cosa nascondano. E la storia impera perché questo era il luogo di villeggiatura preferito dall’Imperatore Caligola che su quello specchio fece adagiare appositamente due preziosissime navi, come palazzi galleggianti per i suoi giochi e riti, poi affondate dagli oppositori e per secoli custodite dalle acque del lago. Acque che – mutuando la poesia di Ungaretti “Lago Luna Alba Notte” in “Sentimento del tempo” – al crepuscolo diventano quella “conca lucente/che trasporti alla foce del sole” e con la luna fanno tornare “colma di riflessi l’anima” e “acre la notte”. Una ripa scoscesa che come “impallidito livore rovina” (sempre mutuando la poesia ungarettiana), un imbuto che rimanda alla discesa ai regni ultraterreni e che è intersecato da quello specchio liquido giammai occhio, ma ombelico misterico che ti risucchia. Sì perché c’è un’aura di innegabile mistero che ti pervade quando arrivi sopra al lago di Nemi e cammini in una sorta di abbraccio da Genzano a Nemi. Due centri antichi che nascondono le loro tracce nella storia del loro nome, per entrambi legato a divinità lunari. Il toponimo Genzano secondo alcuni va riferita a Cynthia – termine usato per indicare la Luna (di cui Artemide era la divinità nella mitologia greca) – mentre Nemi da Nemus (letteralmente bosco) denominazione, spesso accompagnata da aggettivi o complementi di specificazione (“Nemus Dianae”,”Nemus Artemisium”, “Cynthiae fanum”), con cui era conosciuto il tempio di Diana che sorgeva sulle sponde del lago. E qui si ritorna al paesaggio. Alla divinità dei boschi e della caccia e della fertilità, era consacrato l’intero bosco circostante il lago, e tale culto è ancora oggi vivo se si pensa che adepti accendono candele su altari fra i resti dello scavo che mostra i fasti dell’antico tempio, gli imponenti nicchioni e i poderosi portici. Qui avverti ancora presenze divine, dietro i “fragili cespugli” di mirto avverti che si nasconde un fauno e ti pare di udire “celati bisbigli”, dietro le felci spunta una ninfa e passi di uomini e donne pervasi da danze e riti. Qui il bosco è selva e i lecci, le querce, l’alloro infatti pulsano per iniziati ai riti e ti pervade un senso di sacralità. Improvvisamente non sei in mezzo alla Natura, ma sei in mezzo alla storia che è “sacra”, ai miti, a ciò che non si rivela, all’esoterico inteso come sapere interno, come quegli insegnamenti che nell’antichità greca Pitagora e Aristotele impartivano ai soli discepoli atti a comprendere i segreti della natura. Sei in un universo dove avverti la correlazione dei quattro elementi fondamentali (aria, acqua, fuoco, terra) e la mescolanza di origine, nascita e morte. E non solo, perché qui l’aria punge la sera e dall’alto di Nemi godi il privilegio raro di tramonti che dal lago volano al mare in fronte. Oltre il cratere, infatti, si stende una fascia di piana che separa l’ombelico dalla vastità del mare che tutto abbacina e tutto risolve. Ecco in questi luoghi è nato, si è formato e ha scelto di vivere il Poeta Franco di Carlo, un poeta filosofo che è impregnato dal genius loci. In lui, come fu per Ungaretti all’epoca del soggiorno a Marino, il territorio si trasforma in paesaggio carico di suggestioni mitopoietiche, dove i miti, le leggende, i misteri, la storia, non si riducono a sterili forme retoriche, bensì a vitali archetipi, dei quali il poeta si nutre e con essi si fonde in una realtà primigenia.
( L’articolo completo si trova a questo link: https://cinziadellaciana.it/2019/07/28/la-morte-di-empedocle-lultimo-libro-di-poesie-di-franco-di-carlo/ )
 
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Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

 Perché il poeta di Genzano si occupa della «morte di Empedocle»?, di un fatto così lontano nel tempo che è diventato mito? C’è qualche rassomiglianza tra la situazione politica e sociale della Sicilia del quinto secolo avanti Cristo e la attuale? Empedocle nasce attorno al 490 a.C. ad Agrigento, da una famiglia ricca di parte democratica, posizione che condivise e sostenne, anche se, a parere di alcuni studiosi, non partecipò mai ad attività di governo della sua città; ma su questo ci sono opinioni divergenti, lo Zeller afferma che fu a capo della democrazia del suo paese; possiamo quindi presumere che in qualche modo egli abbia partecipato attivamente al governo della sua città ma con un ruolo super partes, in modo non diretto. Muore a 60 anni in esilio nel Peloponneso, probabilmente perché abbandonato dal favore popolare e allontanato da Agrigento, verosimilmente perché il suo progetto politico in favore del popolo fallì, con conseguente esilio decretato dagli ottimati. Penso che l’intendimento di Franco Di Carlo sia stato quello di mettersi idealmente e in immagine nei panni del filosofo greco, e di qui riprendere a tessere, attraversando i millenni, il filo di una meditazione poetica che si situa nel sottilissimo confine tra la meditazione filosofica e quella poetica.
La crisi dei nostri giorni richiede anche alla poesia di ripensare il proprio statuto di verità e di dicibilità, ecco la ragione per cui la poesia si snoda con un linguaggio suasorio e assertivo dove il locutore può argomentare in modo esaustivo e pacato come quando si parla in solitudine tra sé e sé, infatti le interrogazioni sono tutte rigorosamente implicite, il senso non abita in ciò che si dice ma in ciò che si evita di dire, in ciò che non può esser detto, in quanto il rispondere non si dice, dunque non enuncia il proprio senso; il rispondere lo afferma senza dire che lo afferma, in tal modo il senso è implicito e lo si esplicita se viene indicato ciò che è in questione nel rispondere, ma il rendere esplicito il senso equivarrebbe ad impiegare frasari aperti dove il locutore impiega le proposizioni per quello che sono: o interrogative o affermative, in modo dilemmatico e antinomico. È questo procedere nascostamente dilemmatico il rovello del discorso poetico di Di Carlo; quello che il poeta di Genzano chiama «Apparato Tecnico» è il pericolo che incombe sulla civiltà, e allora occorre riannodare i fili del pensiero poetante, ricominciare da Empedocle.
Ho scritto in altra precedente nota critica che Di Carlo “preferisce il lessico colloquiale, il tono basso, gli effetti contenuti al massimo, un passo regolare e simmetrico. Ovviamente, oggi non si dà più una materia cantabile e, tantomeno, un canto qualsivoglia o una parola salvifica da cui toccherebbe guardarsi come da un contagio della peste. E allora, non resta che affidarsi ad «un appello / al dialogo destinato a restare / Inespresso, una parola staccata / e lontana». La «Vicinanza nostalgica» è «la parola [che] nomina la cosa»; siamo ancora una volta all’interno di una poesia della problematicità del segno linguistico, ad una poesia teoretica che medita sul proprio farsi, sulle condizioni di esistenza della poesia nel mondo moderno, poiché la direzione da perseguire è l’esatto opposto di quella che vorrebbe inseguire lo svolgimento del «progresso», ma un «regresso» calcolato e meditato è la tesi di Di Carlo: «questo è il processo regresso da avviare sulla strada / del pensare, arrivare al luogo scelto / opposto a quello voluto dal progresso nell’Apparato Tecnico»”.
Ma il tono basso, il lessico intellettuale, i convenevoli stilistici di cui questa poesia non fa mistero, sono le sue medaglie al valor militare, sono il pegno che la poesia deve pagare per la povertà dell’epoca attuale. Di Carlo fa poesia mentre costruisce la sua meta poesia sulla poesia, opera una riflessione davanti allo specchio di un’altra riflessione, prende a prestito Empedocle e medita sulla problematica sopravvivenza della poesia nel mondo di oggi, sospesa a metà tra pensiero filosofico e pensiero poetico, ed opta decisamente per una poesia intellettuale intrisa di formalismi filosofici e di bizantinismi del pensiero; lambiccato ed elegante, Di Carlo procede con i suoi endecasillabi alla maniera di un filosofo presocratico. Lo dice in forma epigrafica già nel «Prologo»: «Dobbiamo metterci in cammino, forse un viaggio/ all’interno, verso un tacito discorso».
(l’articolo completo si trova qui:
https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/03/09/franco-di-carlo-poesie-da-la-morte-di-empedocle-divinafollia-2019-con-il-punto-di-vista-di-giorgio-linguaglossa/)
Risultato immagini per la morte di empedocle libro

 

Franco Di Carlo (Genzano di Roma, 1952), oltre a diversi volumi di critica (su Tasso, Leopardi, Verga, Ungaretti, Poesia abruzzese del ‘900, l’Ermetismo, Calvino, D. Maffìa, V. M. Rippo, Avanguardia e Sperimentalismo, il romanzo del secondo ‘900), saggi d’arte e musicali, ha pubblicato varie opere poetiche: Nel sogno e nella vita (1979), con prefazione di G: Bonaviri; Le stanze della memoria (1987), con prefazione di Lea Canducci e postfazione di D. Bellezza e E. Ragni: Il dono (1989), postfazione di G. Manacorda; inoltre, fra il 1990 e il 2001, numerose raccolte di poemetti: Tre poemetti; L’età della ragione; La Voce; Una Traccia; Interludi; L’invocazione; I suoni delle cose; I fantasmi; Il tramonto dell’essere; La luce discorde; nonché la silloge poetica Il nulla celeste (2002) con prefazione di G. Linguaglossa. Della sua attività letteraria si sono occupati molti critici, poeti e scrittori, tra cui: Bassani, Bigongiari, Luzi, Zanzotto, Pasolini, Sanguineti, Spagnoletti, Ramat, Barberi Squarotti, Bevilacqua, Spaziani, Siciliano, Raboni, Sapegno, Anceschi, Binni, Macrì, Asor Rosa, Pedullà, Petrocchi, Starobinski, Risi, De Santi, Pomilio, Petrucciani, E. Severino. Traduce da poeti antichi e moderni e ha pubblicato inediti di Parronchi, E. Fracassi, V. M. Rippo, M. Landi. Tra il 2003 e il 2015 vengono alla luce altre raccolte di poemetti, tra cui: Il pensiero poetante, La pietà della luce, Carme lustrale, La mutazione, Poesie per amore, Il progetto, La persuasione, Figure del desiderio, Il sentiero, Fonè, Gli occhi di Turner, Divina Mimesis, nonché la silloge Della Rivelazione (2013) con prefazione di R. Utzeri; è del 2019 La morte di Empedocle.

 

Arte e Scienza – Antologia de “La Recherche”

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Una bella copertina e una bella iniziativa de LaRecherche a cura di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani.
Un modo per ritrovarsi in un volume assieme a cari amici e  per riproporre un mio racconto (che trascrivo qui in calce), un po’ scientifico e molto folle.
Per fortuna, per ora, di pura fantasia.IMNessuna descrizione della foto disponibile.
ARTE E SCIENZA: QUALE RAPPORTO?
[ L’arte della scienza, la scienza dell’arte ]

(disegno di copertina realizzato da Alessandra Magoga)

Al suo interno troverete l’arte e la scienza in 72 autori, a cura di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani.

L’antologia è liberamente e gratuitamente scaricabile da queste pagine:

https://www.larecherche.it/librolibero_ebook.asp?Id=245
http://www.ebook-larecherche.it/ebook.asp?Id=245

in formato pdf, epub e mobi per Kindle.

L’antologia è disponibile su amazon.it nel formato copertina flessibile, in due versioni, con interno in bianco e nero e con interno a colori; è possibile acquistare le copie da queste pagine (Il prezzo fissato è quello più basso possibile che amazon ci ha imposto):

Interno in bianco e nero (ISBN: 979-8613138517; € 8,32): https://www.amazon.it/Arte-scienza-quale-rapporto-dellarte/dp/B084QD65SZ/

Interno a colori (ISBN: 979-8612874157; € 37,44): https://www.amazon.it/Arte-scienza-quale-rapporto-dellarte/dp/B084QLDSHT/

Gli autori antologizzati:

Agostina Spagnuolo | Aldo Roda | Alessandra Magoga | Anna Maria Gargiulo | Annamaria Ferramosca | Annamaria Vanalesti | Antonio Spagnuolo | Brunello Gentile | Carmen De Stasio | Claudio Damiani | Corrado Calabrò | Davide Morelli | Denise Grasselli | Eliana Bassetti | Eliana Farotto | Enea Roversi | Enrico Meloni | Enzo Rega | Fabrizio Bregoli | Fernando Della Posta | Franca Colozzo | Francesco Bianconi | Francesca Farina | Francesco Rossi | Franco Buffoni | Gaetano Lo Castro | Giacomo Leronni | Giorgia Pellorca | Giovanna Iorio | Giulia Bellucci | Giuliano Brenna | Gualberto Alvino | Guglielmo Peralta | Irene Grandi | Irene Sabetta | Ivano Mugnaini | Laura Costantini | Loreta Salvatore | Luca Ariano | Lucianna Argentino | Luciano Nanni | Lucio Janniello | Luigi Cannillo | Manuel Paolino | Marcel Proust | Marcello Colozzo | Marco Furia | Maria Angeles Lonardi | Maria Grazia Maiorino | Maria Luperini | Maria Musik | Mariagrazia Dessi | Mariella Bettarini | Michele De Luca | Nicola Romano | Ornella Mamone Capria | Oronzo Liuzzi | Paolo Maggiani | Paolo Polvani | Pietro Rainero | Rita Stanzione | Roberto Maggiani | Roberto Mosi | Salvatore Solinas | Serena Rossi | Sergio Gallo | Silvia Favaretto | Simone Carunchio | Ugo Berardi | Valentina Ciurleo | Valentino Zeichen | Walter Mereu

     L’AMIGDALA

(racconto inserito nell’antologia Arte e Scienza)

            “L’amigdala è un’area del cervello, grande in media come una mandorla, fondamentale nei processi emotivi. Alcuni studi recenti hanno identificato in quest’area profonda del cervello i meccanismi chimici che scatenano, tra gli altri, il sentimento della paura. Non solo. La ricerca ha anche dimostrato che le connessioni tra le cellule nervose che compongono l’amigdala si consolidano di fronte ad una situazione di pericolo. Lo stesso accade per le passioni, l’invidia, l’ira, l’odio, l’amore. La corteccia cerebrale contiene solo i dati astratti, il ragionamento, la conoscenza. Tramite la corteccia si può avere solo un’idea, un “concetto”, delle passioni. È l’amigdala che cattura le esperienze ad alto tasso di emotività. Fornendo ad ogni stimolo il livello ottimale di attenzione, arricchendolo, e, infine, immagazzinandolo sotto forma di ricordo”.
            Ripeto a me stesso, in una sintesi estrema, come per un ulteriore e più probante esame, quanto ho appreso in anni di studio. La teoria, lo spartito mentale mandato a memoria. Oggi però, è davvero arrivato il momento: ho deciso di cambiare. Voglio, anzi devo mutare pelle come un bruco, uno sgusciante serpente. Da esecutore divento creatore. Scelgo io, d’ora in poi, i tempi e i modi, i toni e i colori. Desidero dare vita alla mia musica. Sopra e con un corpo umano.
            Io e Cosimo eravamo amici. Abbiamo fatto l’università assieme. Stessi drammi, stesse sciocchezze, lo slalom gigante tra professori equi e professori infami. Siamo diventati entrambi chirurghi. Colleghi, come nei sogni, nei progetti cullati per mesi e mesi. Colleghi, ma con sbocchi del tutto diversi. Io ora dirigo una clinica di lusso, lui è poco più che un medico della mutua.
            Siamo rimasti in contatto. Mi parla, Cosimo, mi racconta di sé. Senza più leggerezza, senza simpatia. «Un giorno ti batterò» – mi ha sussurrato l’ultima volta al telefono. Sentivo lo stridore degli incisivi nella morsa delle mandibole. «Le cose cambiano, vedrai. A vincere ci tengo. Da morire».
            Ho continuato a sperare che scherzasse. Poi ho riflettuto. Cosimo non scherza mai. Ha preso a tempestarmi di telefonate, a seguirmi con la macchina mattina e sera, a fissare per ore da un’apertura della siepe me e la mia famiglia.
            Ieri ho deciso di chiamare Giacomo. Il mio miglior amico, senza ombra di dubbio. Fratello gemello di Cosimo, due autentiche gocce d’acqua. Anche Giacomo ha studiato con noi, ed è divenuto fatalmente un chirurgo, abile e ambizioso. Con lui, con Giacomo, ho osato confidarmi. Gli ho detto di suo fratello, dei sentieri di follia su cui è incamminato. Gli ho prospettato la soluzione: “disinnescare” Cosimo. Nel solo modo possibile. Disattivando l’amigdala. Una volta scollegata la mandorla avvelenata, l’amato fratello ed amico sarebbe tornato un agnellino. Saggio e mite come un monaco di clausura.
            Con un solo, lentissimo gesto della testa, senza mai guardarmi negli occhi, Giacomo ha acconsentito.
            Ho fatto preparare una sala superattrezzata nei sotterranei della mia clinica. Volevo operarlo io Cosimo. Ma Giacomo mi ha implorato di lasciar fare a lui. Conosco bene l’amore che Giacomo prova per il fratello. Non ho potuto che dire di sì.
            Fa un caldo insopportabile. Forse perché da anni non sono più abituato ad assistere ad un’operazione da semplice spettatore. Giacomo appare calmo, rilassato. Direi persino divertito. Muove rapide e sicure le mani, ma l’intervento procede in modo per nulla ortodosso. Il bisturi tocca punti del cervello da evitare ad ogni costo. Cerco di bloccarlo, ma vengo spinto via da due energumeni che si è portato dietro con la qualifica di “assistenti”. Posso solo guardare. Fino in fondo.
            L’operazione è fallita. Condotta e completata in modo opposto rispetto a quanto stabilito. Solo alcuni punti della corteccia sono stati disattivati. L’amigdala è intatta. Intatta e pulsante. Il reattore nucleare delle passioni è più vivo che mai.
            L’operazione è stata un autentico fiasco. Dal mio punto di vista.
            Guardo meglio il braccio sinistro dell’uomo che ha appena posato il bisturi e si lava con cura le mani. Sotto il gomito c’è una cicatrice che non avevo notato. Inconfondibile. Di forma trapezoidale. L’ultimo rabbioso colpo di becco assestato da una poiana alle braccia torturatrici di Cosimo un attimo prima che le spezzasse le ali.
            L’uomo disteso sul lettino si risveglia gradualmente dall’anestesia. Ha negli occhi uno sguardo di odio infinito adesso. Identico a quello del fratello.
            Entrambi fissano, con interesse per nulla professionale, la mia giugulare che trema di impulsi parossistici.
            Negli ultimi istanti mi aggrappo ad un filo di ironia. L’operazione sbalorditiva, sebbene in maniera del tutto particolare, è avvenuta. Senza alcun intervento sui tessuti e sulle cellule, senza utilizzo diretto di bisturi o laser, la mia corteccia cerebrale è stata completamente scollegata. Resta solo lei ora, minuscola e trionfante: l’amigdala. Perla densa fremente di orrore.
            Sì, l’operazione è degna delle pagine di «Lancet» e del «New England Journal of Medicine». Avrebbe ottime prospettive anche in chiave Nobel. Peccato che nessuno, da questo momento in poi, potrà e vorrà documentarla.
                                                                                                       IM

 

 

LE PAROLE AGRE

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Qui di seguito la mia prefazione al libro LE PAROLE AGRE di Narda Fattori. I.M.
————————————
Narda Fattori, Le parole agre, L’Arcolaio editrice, 2011

prefazione di Ivano Mugnaini

Molti passaggi significativi dei libri pubblicati da Narda Fattori sono dedicati al rapporto tra realtà e scrittura, al senso del fare poesia, al peso e al valore della parola scritta. In questo recente libro edito dall’editrice L’arcolaio, l’autrice, giunta ad una maturità letteraria compiuta e in possesso di strumenti espressivi consolidati, fa di questa ricerca di senso il perno stesso del suo lavoro, modulando toni e accenti, ma sempre dimostrando un’urgenza autentica, una sete di comprensione, rivolta sia ai destini individuali che alle dinamiche sociali, che non ha niente di retorico e posticcio ma risponde piuttosto ad un’esigenza vitale, sul piano letterario e non solo. Il titolo del libro, Le parole agre, è netto, deciso, perentorio. Non ammette, in apparenza, alcuna incertezza o esitazione. Ma la poesia, la lettura, la ricezione di questo libro specifico e di ogni altro volume di versi degno di tale nome, impongono e consentono sempre il beneficio del dubbio, e la fertile ricchezza che ne deriva. Il titolo di questo libro è adeguato e consono, esprime bene il percorso, il cammino, l’esplorazione di ambienti e stati d’animo oscuri ed amari che l’autrice ha scelto di attraversare, con lucidità e coraggio, passo dopo passo. Ma il gusto, il sapore del libro, non è univoco né monocorde. Domina, certo, l’asprezza delle immagini e delle situazioni. Al suo fianco però, tenace, quasi tenuta in vita controvoglia, come qualcosa che ci esprime e ci sostenta quasi nostro malgrado, c’è, a volte, ostinata, riconoscibile al di là di ogni crepuscolo, una forma di speranza, una luce che emerge dall’ombra.
L’esergo del libro è tratto dalle Poesie di Marina Cvetaeva edite da Feltrinelli: “Non farò da cardine/ agli zeri? Non è balorda la bilancia?/ E perché fra tutti i reietti/ non c’è simile orfanezza al mondo?” Di per sé è un grido di crudo e quasi stupito dolore. I punti interrogativi posti al termine di ogni frase tuttavia, al culmine di ogni verso, scavano nel corpo e nella terra, e, assieme al sangue e al fango, fanno sgorgare acqua, la tenacia del vivere, nonostante tutto. Del resto, come osservava Bertold Brecht, “tra le cose sicure la più sicura è il dubbio”, e il compito della poesia è quello di porre gli interrogativi giusti, evidenziandone il valore essenziale.
Questa capacità di far convivere l’”orfanezza del mondo” con una salvifica ironia, sapida, cosciente, è una delle costanti della produzione letteraria di Narda Fattori. Alcuni suoi volumi precedenti rivelano, a partire dai titoli, questa deliberata e istintiva coesistenza: “E curo nel giardino la gramigna” Ibiskos editore, 1995, è l’esempio più esplicito, ma anche il più recente “Cronache disadorne”, edito dalla Joker nel 2007, mette in evidenza una tendenza all’understatement, l’arte del togliere peso ai fatti e agli eventi, senza tuttavia sottrarre nulla della loro sostanza. Rendendo tutto, la luce e il buio, il piacere e il dolore, più umani, più sostenibili.
La terra di origine di Narda Fattori, la Romagna, per la precisione quella parte della Romagna a metà strada tra erba e sabbia, tra i campi e la spiaggia, contribuisce a creare il tono, l’atmosfera, lo sguardo dominante di questo libro. Il mare Adriatico, costantemente di fronte, là davanti, ineluttabile, è, a ben vedere, uno specie di lago dal colore incerto, spesso deprimente, non particolarmente limpido né brillante. Una sospensione della vita, un mare adeguato all’inverno. Preso atto di questo, subentra la capacità di osservazione, la pazienza dell’occhio. A furia di guardare ed aspettare si coglie quel riflesso di sole che arriva da chi sa dove, su angolazioni magicamente arcane. Ed in quel momento il lago bruttino rivela la sua potenzialità di bellezza. Completa l’opera, affiancandosi allo sguardo, la voce. L’attesa si fa parola, si inventano storie, tra verità e leggenda, e la sabbia si fa dorata, calda, accogliente. L’occhio romagnolo, per scelta, fa della malinconia un ingrediente essenziale del vivere, quasi una forma sublime di allegria. Il ricordo si fa racconto, con la libertà di sognare passaggi di transatlantici o semplicemente una moto dall’enorme cilindrata che sfreccia per un istante più potente del tempo e dell’angoscia. Narda Fattori porta con sé, in ogni suo lavoro letterario, questo sua terra di nascita e di elezione, la sua vivacità ma anche la tendenza a dissacrare, a smantellare gli edifici del già detto, scavando sotto la superficie per vedere quale sia davvero il colore del mare e quale sia il destino dell’uomo, la sua misera libertà ma anche la sua testarda “allegria di naufragi”.
Il mondo romagnolo è punto di partenza, radice preziosa, anche se poi, con la forza della propria personalità e con il sano individualismo proprio di ogni artista, la Fattori si è costruita una cifra autonoma, una dimensione più adatta a contenere anche la propria sete di misura, e a volte di quella sobrietà che fa sì che le passioni si sposino anche con il ragionamento, il corpo con la mente, l’euforia con la consapevolezza dei mali del mondo, con la volontà tenace di provare ad estirparli.
Come per ogni vero poeta l’orizzonte dell’autrice è quello del mondo, la sfida della realtà sognata e vissuta, il confronto tra l’ideale e la contingenza delle cose, la contabilità delle ferite e delle ingiustizie a cui, questo sottolinea l’autrice, si rischia di adattarsi perché non si ha tempo né forza per sottrarci e ripulircene. Le storie, le vicende rese e raccontate in forma di parole di questo libro, parlano di persone reali o immaginarie, fino al punto in cui le due dimensioni si confondono, rafforzandosi a vicenda. “Io gioco con le parole e con le parole/ canto e rido e faccio convito/ ballo la loro musica sempre variata/ a volte bene accordata su ampio fiato/ o dura e aspra come colpi di maglio/ che batte il tempo sulla roccia e la scaglia/ per regalarla al mare che la fa duna”, recitano i versi della lirica posta all’inizio del libro. È un quadro di paesaggi geografici ed interiori, roccia e sabbia, mare e duna. “Io mi riempio la bocca di parole sensate/ che dal ventre sono risalite alle anse/ di un cervello sconvolto di sinapsi”, prosegue la poesia d’esordio. La riflessione sul senso dello scrivere a cui si è fatto cenno trova qui un’esemplificazione adeguata. Ed è emblematica anche la sensazione, adeguatamente suggerita dall’autrice, che quell’aggettivo “sensate” abbinato al vocabolo “parole”, alla materia indocile di cui ci nutriamo e di cui siamo a nostra volta cibo e mensa, sia acutamente e deliberatamente ironico. Come a voler confermare a se stessa e al lettore che il vero senso delle parole, forse il solo senso possibile, è quello di provare a dare misura a ciò che è intimamente indefinibile, costantemente mutevole e sfuggente. A ciò che parte dal vero, dolorosamente autentico come una fitta d’amore o di dolore, arriva a colpire il cuore, inarrestabile, tagliente, e una volta giunto al livello razionale, a quel “cervello sconvolto di sinapsi”, è già un’altra cosa, una cosa altra, aliena, inafferrabile.
“Dalle parole accovacciate sulle labbra/ resta un ritmo aspro e scordato”. Questi altri versi confermano l’attenzione che la parola, in questo libro, rivolge alla sua essenza, a quella ricerca di un ritmo consono, adeguato. E alla sconfitta, puntuale, quello sbocco in echi discordi, scordati, aspri. Senza tuttavia la resa definitiva. C’è, nella dolcezza testarda dei versi e dei vocaboli che Narda Fattori sceglie e da cui è chiamata in causa, in quelle parole che ancora sono “accovacciate sulle labbra”, la forza per una nuova ricerca, a dispetto della consapevolezza, della sempre più solida “cognizione del dolore”. Perché è profondamente radicata l’espressione attraverso la parola, il verso, il cammino esistenziale coincide con quello letterario, il moto degli anni, delle realtà e dei sogni, è diventato “Il verso del moto”, per citare il titolo di un altro volume della Fattori, edito da Moby Dick nel 2009. È una caratteristica costante, e apprezzabile, dell’autrice, quella volontà-necessità di tener viva la memoria di quel mondo più autentico, di matrice contadina, quello in cui “l’ulivo era per l’olio e l’olio per il pane/ col salice si intrecciavano i panieri”. A differenza di altri autori tuttavia non si ferma alla dimensione oleografica da quadro macchiaiolo o da stornello intonato sull’aia al tramonto. La Fattori accosta sempre alla descrizione la riflessione, il ragionamento, su ciò che resta e ciò che è andato, sull’asprezza odierna ma anche sul sudore e le lacrime che si nascondono dietro le cartoline in bianco e nero del tempo che fu. Mette in relazione i punti di contatto e gli abissi, i pieni e i vuoti, e, come imprescindibile filo rosso, si rivolge alla parola, quasi chiedendole di riavvolgere il nastro, rimettendo in rapporto consequenziale e dialogico mondi ormai separati. Con il coraggio di dire e di dirci che non è possibile, che di ogni epoca resta il suo unico e solitario mistero: “Le parole scendono in gola trafiggono/ laringe e faringe s’aggrumano/ nell’inespresso dire/ nella sola parola che non viene a me a dire”.
Ma la voce dell’autrice non è incline alla mestizia fine a se stessa. Con le armi dell’ironia, del ricordo affettuoso e vivido, e dell’attaccamento passionale a tutto ciò che dà senso alla vita, emerge anche la tensione agonistica, il contrasto deciso verso lo sgretolamento del tempo e delle verità: “Il silenzio raccoglie l’impazienza/ di un cielo che corre e non svolta/ e non temo le tempeste/ che rubano il fiato ma assecondate/ regalano viatici come vela maestra”. È un’immagine di genuina potenza, un invito da tenere a mente, quello ad assecondare le tempeste. Poesia tutt’altro che elegiaca, quindi, quella de Le parole agre. Conscia della pena e del dissolvimento, certo, ma ancora ben distante dalla resa.
La forza per lottare l’autrice la attinge, come detto, dalle radici: la propria terra, i propri affetti. Non è un caso forse che nel libro alcune delle parole più ricorrenti siano proprio “padre”, “figlio”, “cari”, “nido”, “bambini”, “ritorno”, e molti altri termini appartenenti a questo ambito semantico. Ma significativi punti di riferimento sono anche gli angoli che si trovano alla confluenza, di incontro e di scontro, tra termini antitetici e in apparenza contrapposti: “parola” e “silenzio”, innanzitutto, correlate a vita e morte, amore ed odio, memoria e oblio. “Trovano pace i miei morti”, esordiscono i versi di una lirica, “in catacombe di memorie/ o cari o indimenticati”. Mettendo in tal modo in relazione il tutto e il niente, e rafforzando la speranza, anzi la certezza che, malgrado tutto, la parola possa restare, dando dimensione al dolore e al lutto.
“Ai bar i vecchi non bevono più/ non hanno di che pagare/ dopo aver svuotato magre pensioni/ ai nipoti che si fanno di frega soldi/ e qualche soft drink/ e si spiaccicano come insetti/ sul parabrezza d’asfalto”. C’è in questi versi, aspri, adeguati ad incarnare il titolo del libro, una capacità di adattare lo sguardo ed il medium espressivo anche al mondo attuale, tanto rapido da sfuggire al suo stesso cuore. Da poeta attenta a ciò che la circonda, la Fattori guarda e annota, ritrae con uno schizzo preciso e amaro il tempo che è cambiato, le nuove miserie e le guerre camuffate da benessere. Confermando che la poesia non ama parlare solo della “vispa Teresa”, ma sa anche farsi cronaca disadorna, dolorosamente sincera, della realtà.
Eppure, per sopravvivere, nell’atto di esistere e di fare poesia, bisogna aggiungere all’osservazione il sogno e alla verità una dose adeguata di menzogna: “non mi è rimasto più nulla da cercare/ – io la mentitrice – tra queste piatte/ terre padane orlate da tonde cime”. Quasi un autoritratto, amaro e sapido, come i racconti in forma di versi di Tonino Guerra, tra frequentatori di cupe osterie e progetti di cieli stellati. “Io – la mentitrice – torno sempre/ sui luoghi dei miei misfatti/ torno sempre a cercare ori dove stanno serpi”. Versi rivelatori, ricchi di chiavi di lettura, di messaggi nella bottiglia. I misfatti, termine volutamente pesante, fa pensare a crimini, azioni che infrangono regole e leggi. Forse le leggi del tempo, quello che si crede scorra in linea retta, con un presente, un passato e un’ipotesi di futuro. Alla mentitrice però poco importa di questo filo, è in grado di intrecciarlo a piacimento, o almeno, nell’atto di immaginarlo, lo dipana in modo diverso, individuale. Ed è così che le serpi diventano ori, e viceversa. E si ritrova, nonostante la fatica dei giorni, qualcosa da cercare.
“Io non ho un nido non una tegola un tetto/ esposta alle burrasche alzo la testa”, scrive la Fattori in una delle liriche della parte conclusiva del libro. È un modo emblematico, adeguatamente complesso e suggestivo, di confermare, negandoli, alcuni dei punti di riferimento di questo libro e della sua poetica. In realtà il nido, la tegola e il tetto, ci sono, negli affetti più autentici, la propria gente, i vivi e i morti, i familiari, la terra vissuta e ricordata. Solo che, per poter conservare tali affetti difendendoli dagli attacchi di un tempo alieno, è necessario tramutarli, tramite la parola, tramite la poesia. Proteggendoli da un tempo ostile, difficile da comprendere, e dal dolore, da quel sapore agro che assale perfino le parole più amate. Ecco allora che, proprio nell’istante del dolore, è concesso, ed anzi necessario, alzare la testa, dire che è ancora viva l’idea della poesia, nella sua essenza astratta e corporea.
Le parole agre è un libro non banale, non scontato, che non cerca facili consensi. Esplora piuttosto, con energia autentica e sincera, quello spazio che unisce e separa il ricordo dal presente, l’idillio dalle contingenze amare di un’epoca rapida e brusca. Parla di nidi, con pascoliane assonanze (seppure con la vasta distanza che deriva dal vigoroso e sentito adattamento dei temi ai nostri tempi e alla loro cruda essenza), ma anche di guard rail d’asfalto su cui si sfracellano i corpi e gli anni. Senza retorica ma anche evitando di indulgere in dettagli sterili e truculenti. Riassume, tramite una poesia attenta, ben curata e adatta a rappresentare ritmi e sentimenti di diversa natura, quella sensazione ambivalente che ci avvicina di qualche passo in certi istanti alla comprensione del mistero, a quella “melodia che urge in gola al sorgere/ del sole e al suo svanire”.
IM

Alessia e Mirta

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Raffaele Piazza, Alessia e Mirta, Ibiskos editore, 2019
Nel libro di Raffaele Piazza la dimensione temporale, sia a livello sincronico che diacronico, ha un ruolo fondamentale. Questo libro nasce da un progetto e da un’ispirazione che abbraccia l’arco di vari anni ed ha come “radice” la raccolta Alessia, edita on line nel 2014 da Rosso Venexiano. Un’elaborazione lunga e complessa, quindi, una sorta di sedimentazione di idee, pensieri e sensazioni, ha dato vita al libro attuale, che contiene il nucleo di un binomio caro all’autore. Alessia e Mirta è concepito come un diario di istanti reali ma anche e soprattutto di sensazioni, impressioni, ricordi incisi nella carne della memoria e nella memoria della carne. Piazza si conferma anche in questo libro coerente con l’esplorazione del mondo attraverso le figure femminili conosciute, amate, incontrate sulle strade del mondo e fermate nel loro senso sublime e aspro sulla carta, per strapparle all’oblio, pur sapendo che il loro mistero resterà irrisolto.
Sono le stagioni con il loro scorrere a scandire il ritmo delle liriche, ma, accanto a loro, quasi a fare da argine e da barriera protettiva, gli oggetti, quelli che appartengono alle protagoniste della raccolta. Gli oggetti, una dimensione materiale che diventa metaforica in modo immediato, naturale, e quindi più intensa. Gli oggetti che appartengono a loro e a cui loro appartengono, dando loro fascino, nel momento in cui i loro gesti diventano ammalianti nella loro apparente quotidianità:
Nel folto della vita
ad angolo con il mondo
ragazza Alessia nel
negozietto di intima
biancheria entra sottesa
ad una vita intera.
Arrossisce Alessia ragazza
davanti al commesso
e calze nere autoreggenti
chiede pensando a lui
ansia a stellarla e al piacere
da provare pensa.
€ 4 paga Alessia e pensa
agli slip neri che gli piacciono
tanto quando glieli toglie.
Poi a studiare la vita ragazza
Alessia torna.
L’atto del lavorio paziente e appassionato, quasi specchio del fare poesia con i versi e con la pratica quotidiana, è un modo per conservare un progetto di bellezza strappandolo all’azione annichilente del tempo, del destino, della morte, del suicidio, della malinconia e di quel male invisibile e strisciante che mina e corrode i rapporti tra le persone, perfino l’amore.
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La parola e l’abbandono

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Il titolo del libro di Mauro Germani, quasi ossimorico, ci offre una prima indicazione su una delle caratteristiche più rilevanti, sia del volume specifico che della poetica dell’autore: la capacità di guardare il mondo e se stesso, la realtà e il pensiero, con uno sguardo sincero in grado di cogliere e descrivere anche il lato in ombra, the dark side of the world, potremmo dire. Non per il gusto del piangersi addosso o allo scopo di esaltare, per contrasto, ipotetiche ed improbabili Arcadie o mondi perfetti, tanto distanti quanto inconsistenti. Per la necessità, semmai, di una documentazione precisa, compilata in modo razionale e partecipato (altro ossimoro chiave). Questo libro ha anche il sapore e la consistenza di un diario di viaggio, un giornale di bordo su cui vengono annotati i resoconti, il bilancio del dare e dell’avere.
Come ha opportunamente indicato anche Marco Molinari nella recensione al libro pubblicata su “L’Eco di Mantova” di cui qui sotto viene riportato uno stralcio, il fulcro del libro sono le riflessioni, gli aforismi e le massime che Germani ha raccolto in un trentennio, e “che hanno al centro il rapporto stretto fra vita e poesia, i contributi dei grandi autori che ha amorevolmente coltivato e, soprattutto, un’etica della scrittura che per lui è stata importante quanto forse lo stesso fare poetico”.
Progetto condotto con rigore, senza mai dimenticare tuttavia, è giusto sottolinearlo, la possibilità (necessaria) di conciliare la consistenza con la “leggerezza”, a tratti perfino con l’ironia. Sì, perché l’interrogativo, the question, avrebbe detto il Principe di Danimarca, non è di poco conto: si tratta di stabilire, o almeno di chiederci, se, considerata La solitudine della parola (è il titolo di una delle sezioni) e presa coscienza dell’ineluttabile abbandono a cui perfino la parola è soggetta, abbia senso scrivere. Non solo, se abbia senso vivere, con la parola e per la parola, per quella “cosa” indefinita e onnicomprensiva chiamata poesia.
La risposta, come spesso accade, non esiste, se non nel moto, nel viaggio, nella dimensione diacronica, quindi nel racconto in versi di ciò che si è visto, incontrato, amorevolmente raccolto o necessariamente respinto. Il viaggio di Germani avviene lungo le sponde di un disincanto che non sfocia nella resa, nella sconfitta incondizionata. La salvezza è in quello sguardo a cui si è fatto cenno, sincero e schietto, senza sconti e senza prospettive alterate artificiosamente. E la salvezza è nella consapevolezza di non essersi lasciati “snaturare”, di aver conservato viva, ad ogni costo, l’essenza. “These fragments I have shored against my ruins”, scriveva Eliot. La terra è desolata, Germani lo sa bene e lo dice con chiarezza. La parola è sola e l’abbandono è inevitabile. Ma si può conservare una Pompei interiore, ripercorrere le strade dei passi e delle idee condivise con qualche compagno di viaggio affine. E si può annotare, facendo ricorso ancora ai versi, un riassunto che non conclude, un pessimismo consapevole che non cede alle tentazioni contrapposte: il compromesso con un ottimismo di maniera, e, dal canto opposto, un patetismo fine a se stesso.
La bellezza residua, ciò che di degno persiste, non è la malinconia agrodolce della sconfitta, non è un amarcord sbiadito e falsato. È, semmai, qualcosa di più ampio, strutturato e strutturale: anche a livello geometrico, potremmo dire. Se il titolo del libro è ossimorico, la “forma”, la ripartizione delle componenti è circolare. L’analisi di Germani parte da un interrogativo e ad esso ritorna. Ma all’interno del circuito idealmente tracciato permane, se non una risposta, una chiarificazione, un elemento di valutazione aggiuntivo, non imposto, non dimostrato, non dato come certo e acquisito. Alcuni frammenti rivelano una luce più marcata, quasi un percorso luminoso che ci accompagna lungo il cammino delle pagine. Ne cito tre, ma invito il lettore a leggerle tutte, ad individuarle, anzi, ad individuare le sue, perché ogni lettore, ogni referente ideale e reale troverà di certo un percorso autonomo. “Il bene esiste, ma è in ostaggio del male”. E ancora, poco oltre, “La vera angoscia è inesprimibile, non ha linguaggio”. Terza delle tante “luci guida” individuabili: “La follia abita il mondo, che ne è la causa prima”.
Questo libro di Germani è scritto con cura e lentezza. Valutando il peso di ogni parola, e, inoltre, considerando volta per volta la corrispondenza di quel valore, quell’indicazione filosofico-numerica, con le variabili fondamentali del tempo, sia quello del mondo che quello individuale. Il tempo e la sua dimensione plurale. Questo libro va letto con altrettanta cura, cogliendo lo spessore di ogni frase e di ogni accento e confrontandolo con i nostri personali bilanci interiori. Solo in questo modo di potrà stabilire se lo sbocco, l’uscita, la risposta non risposta che ognuno di noi troverà corrisponde a quella indicata da Germani nell’anello conclusivo del suo libro, con lucida e appassionata partecipazione: “Chi raccoglierà le parole abbandonate della poesia? […] Le parole aspettano nell’ombra, escono dalle loro tombe di carta, vogliono risorgere per un po’, sconfinare, prima di sparire per sempre nell’oblio”.   
IM

 

Mauro Germani, La parola e l’abbandono, L’arcolaio, 2019

 

“[…] È appena uscito il suo ultimo lavoro, La parola e l’abbandono edito da L’arcolaio, riflessioni, aforismi, massime, raccolte in un trentennio, che hanno al centro il rapporto stretto fra vita e poesia, i contributi dei grandi autori che ha amorevolmente coltivato e, soprattutto, un’etica della scrittura che per lui è stata importante quanto forse lo stesso fare poetico. Questo imperativo morale si è riassunto in una ricerca inflessibile di una parola sincera, che non ha altri scopi al di fuori dell’opera, che deve dire tutto, anche oltre quello che il poeta conosce, e, infine, non arretrare davanti alla verità, pure se scomoda o drammatica. […]”
Marco Molinari in “La Voce di Mantova”, 2 luglio 2019
 
Mauro Germani è nato a Milano nel 1954. Nel 1988 ha fondato la rivista “Margo”, che ha diretto fino al 1992. Ha pubblicato saggi, poesie e recensioni su numerose riviste, tra le quali “Anterem”, “La clessidra”, “Atelier”, “Poesia”, “QuiLibri”. Ha pubblicato alcuni libri di narrativa e diverse raccolte poetiche: l’ultima, in ordine di tempo, è Voce interrotta (Italic Pequod, 2016), preceduta da Terra estrema (L’arcolaio, 2011), Livorno (L’arcolaio, 2008; ristampa 2013) e Luce del volto (Campanotto, 2002). In ambito critico ha curato il volume L’attesa e l’ignoto. L’opera multiforme di Dino Buzzati (L’arcolaio, 2012). Nel 2013 ha pubblicato  Giorgio Gaber. Il teatro del pensiero (Zona) e nel 2014 Margini della parola. Note di lettura su autori classici e contemporanei (La Vita Felice). La sua ultima pubblicazione è il libro di aforismi La parola e l’abbandono (L’arcolaio, 2019).
Gestisce il blog margo: http://www.maurogermani.blogspot.com