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La morte di Empedocle – note di lettura

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Franco Di Carlo La morte di Empedocle,

Edizioni Divinafollia, 2019
Molto è stato detto e scritto riguardo al recente libro di Franco Di Carlo La morte di Empedocle. Se ne occupati critici ed autori di spessore. Ne ho selezionati due, anche in virtù del loro speciale legame, professionale ma anche “empatico”, con l’autore di Genzano. Qui in calce troverete uno stralcio degli interventi dei due colleghi-amici di Franco: Cinzia Della Ciana e Giorgio Linguaglossa, con l’indicazione del link a cui potrete leggere gli articoli completi.
Nello spirito di questa rubrica, Letti sulla Luna, il cui intento è quello di indicare “oggetti terrestri” interessanti, spesso si tratta di libri, mi limiterò per quanto mi riguarda a fornire le coordinate essenziali e qualche mia impressione, da osservatore, consigliandovi di approfondire la conoscenza con i suddetti oggetti nel migliore, anzi, nell’unico modo possibile: cercandoli, e leggendoli (attività che è ancora possibile sulla terra, non è soggetta a restrizioni e, anzi, è consigliata).
“Non sono interessato alla poesia, / sono fatto di poesia e di nient’altro”, scrive Di Carlo. Ecco. Basterebbero questi due versi. Per tante cose. Una di ordine “pratico”: andare a cercare il libro e magari comprarlo. La seconda consiste nell’indicazione dell’impronta, dello stampo dei versi e dell’autore: la capacità di essere schietto, raccontandosi senza infingimenti, andando dritto all’essenza di ciò che davvero conta, i distinguo, le scelte, le condizioni innate e tuttavia rafforzate da anni di studio e dedizione assoluta e sincera.
Tertium non datur, sostenevano i latini. Invece qui un terzo elemento è concesso ed è rilevabile, ed è di natura “musicale” potremmo dire più che contenutistica (e qui Cinzia Della Ciana, poetessa legata alla musica, sarà contenta): si tratta del ritmo adottato, per volontà e/o per istinto da Di Carlo. Sintetizzando potremmo dire che si muove all’interno di una gamma di suoni, vibrazioni, assonanze e consonanze che oscillano tra classicità e modernità. O, meglio, è più esattamente, attualizzano, anche a livello di suoni, la classicità, ossia la capacità di dare peso ad ogni sillaba senza mai sovraccaricarla o renderla eccessiva, ridondante. “Gli dei camminano potenti – osserva l’autore – annunciano il barlume di una Mitica forma poetica”. Ogni scrittore e poeta, ma direi in termini più ampi ogni uomo, si sceglie un ritmo, una musica individuale. La propria colonna sonora esistenziale. E al ritmo di quella musica muove i suoi passi e fa muovere i propri pensieri, i gesti, le parole. Franco Di Carlo ha scelto una classicità attuale. Non attualizzata, è giusto specificarlo. La sua poesia è attuale perché si muove su cadenze che ricalcano la necessità della sostanza, della corporeità che si eleva alla ricerca di qualcosa che va oltre. Quell’essenza Mitica distingue l’effimero da ciò che permane. Questo aspetto è stato trattato anche da Silvia Denti nella nota introduttiva e da Andrea Matucci nella prefazione. Riguardo all’uso della rima Matucci opportunamente rileva che Di Carlo “ne libera talvolta la carica ironica nel ripetersi del distico baciato”, ma più spesso “ne sfrutta l’intensità sonora lavorando sui suoni della parola e sulle sue componenti germinative”.
Come suono, direi come canto, con la distribuzione accurata di musica e silenzio, vuoto e pieno, analogia e contrasto, si dipanano i versi di questo libro. Fin dai titoli dei vari componimenti, a tratti quasi ossimorici (“Nostalgia della morte”) oppure basati su “contrappunti” o accostamenti di natura pressoché sinestetica: (“Figure del desiderio”; “Sguardi notturni e suoni lontani”).
La poesia de “La morte di Empedocle” si muove tra estremi di sensi e parole, tra contrasti e inter-azioni profonde. Tra sintesi e distensione, alla ricerca del nucleo essenziale. Quello che nasce dalle parole e ad esse ritorna, come il canto di una fine che conclude un mondo e ne apre uno nuovo, ad esso strettamente correlato. “Duro e concreto il sentiero più arduo”, così si apre il componimento “Canto barocco” di pagina 20, che alla fine, con un procedimento che potremmo definire in senso ampio “paratattico” elenca “solitudini metafisiche e orrendo panico, / rive e foreste, campagne e deserti / cerchi cornici gironi e cieli concentrici”. Ma il libro, e la sua musica, è fatto anche di note più lievi, come a pagina 30, nella poesia “Fragile vana foglia”, il cui esordio è una descrizione che racchiude in sé, come certe liriche orientali, il senso di un istante che si estende oltre i confini temporali: “Sciolta nell’essere si confida col sole / l’erba viva”.
Moltissimo resta da dire di questo libro. Vari spunti ed elementi interessanti sono racchiusi negli stralci delle note di lettura di Della Ciana e Linguaglossa. Ma il consiglio da qui, dalla base lunare, resta quello di leggere i testi di persona sfogliando pagina per pagina, confrontando i propri ritmi, le proprie visioni e sensazioni con quelle dell’autore. Perché, come osserva lo stesso Di Carlo nella poesia “La conoscenza” di pagina 35, “Il poeta conosce modi e termini. / Li misura e rivela trattenendo la parola data. / Nulla perdendo. Afferma il mistero. / Compone il suo dire sgomento, / il suo canto nascosto e stupendo.”
       IM
 

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Il genius loci nella poesia di Franco Di Carlo.

Commento di Cinzia Della Ciana in occasione della presentazione del libro La Morte di Empedocle presso l’Enoteca Letteraria in Roma
Non si può capire la poesia di questa nuova silloge di Franco Di Carlo “La morte di Empedocle” (Edizioni Divinafollia, 2019) se non ci poniamo una domanda: da dove viene, dove è nato, dove vive ed è vissuto l’autore? Franco Di Carlo ha il privilegio di esser nato e di esser rimasto sempre a vivere a Genzano di Roma, un borgo incantevole che fa parte dell’area dei Castelli Romani. Cercherò di proiettarvi la vista di quei suoi luoghi al fine di trasportarvi in quei siti così suggestivi e carichi di peculiarità. Genzano si affaccia sul lago di Nemi e con la stessa Nemi, borgo fratello, fa da castone in corona sul cratere del lago. Un lago vulcanico che è un cono rovesciato e le cui superfici sono ricoperte di boschi e di arbusti mediterranei, colorate di verde intenso, quasi viscerale, un verde cupo palude che la sera vira al rosso amaranto. Un lago vulcanico, dunque, le cui acque di giorno sono atre, intrasparenti, oscure nel senso che non consentono di scorgere cosa vi sia sotto e tu quasi meccanico ti senti attratto e ti poni interrogativi su cosa nascondano. E la storia impera perché questo era il luogo di villeggiatura preferito dall’Imperatore Caligola che su quello specchio fece adagiare appositamente due preziosissime navi, come palazzi galleggianti per i suoi giochi e riti, poi affondate dagli oppositori e per secoli custodite dalle acque del lago. Acque che – mutuando la poesia di Ungaretti “Lago Luna Alba Notte” in “Sentimento del tempo” – al crepuscolo diventano quella “conca lucente/che trasporti alla foce del sole” e con la luna fanno tornare “colma di riflessi l’anima” e “acre la notte”. Una ripa scoscesa che come “impallidito livore rovina” (sempre mutuando la poesia ungarettiana), un imbuto che rimanda alla discesa ai regni ultraterreni e che è intersecato da quello specchio liquido giammai occhio, ma ombelico misterico che ti risucchia. Sì perché c’è un’aura di innegabile mistero che ti pervade quando arrivi sopra al lago di Nemi e cammini in una sorta di abbraccio da Genzano a Nemi. Due centri antichi che nascondono le loro tracce nella storia del loro nome, per entrambi legato a divinità lunari. Il toponimo Genzano secondo alcuni va riferita a Cynthia – termine usato per indicare la Luna (di cui Artemide era la divinità nella mitologia greca) – mentre Nemi da Nemus (letteralmente bosco) denominazione, spesso accompagnata da aggettivi o complementi di specificazione (“Nemus Dianae”,”Nemus Artemisium”, “Cynthiae fanum”), con cui era conosciuto il tempio di Diana che sorgeva sulle sponde del lago. E qui si ritorna al paesaggio. Alla divinità dei boschi e della caccia e della fertilità, era consacrato l’intero bosco circostante il lago, e tale culto è ancora oggi vivo se si pensa che adepti accendono candele su altari fra i resti dello scavo che mostra i fasti dell’antico tempio, gli imponenti nicchioni e i poderosi portici. Qui avverti ancora presenze divine, dietro i “fragili cespugli” di mirto avverti che si nasconde un fauno e ti pare di udire “celati bisbigli”, dietro le felci spunta una ninfa e passi di uomini e donne pervasi da danze e riti. Qui il bosco è selva e i lecci, le querce, l’alloro infatti pulsano per iniziati ai riti e ti pervade un senso di sacralità. Improvvisamente non sei in mezzo alla Natura, ma sei in mezzo alla storia che è “sacra”, ai miti, a ciò che non si rivela, all’esoterico inteso come sapere interno, come quegli insegnamenti che nell’antichità greca Pitagora e Aristotele impartivano ai soli discepoli atti a comprendere i segreti della natura. Sei in un universo dove avverti la correlazione dei quattro elementi fondamentali (aria, acqua, fuoco, terra) e la mescolanza di origine, nascita e morte. E non solo, perché qui l’aria punge la sera e dall’alto di Nemi godi il privilegio raro di tramonti che dal lago volano al mare in fronte. Oltre il cratere, infatti, si stende una fascia di piana che separa l’ombelico dalla vastità del mare che tutto abbacina e tutto risolve. Ecco in questi luoghi è nato, si è formato e ha scelto di vivere il Poeta Franco di Carlo, un poeta filosofo che è impregnato dal genius loci. In lui, come fu per Ungaretti all’epoca del soggiorno a Marino, il territorio si trasforma in paesaggio carico di suggestioni mitopoietiche, dove i miti, le leggende, i misteri, la storia, non si riducono a sterili forme retoriche, bensì a vitali archetipi, dei quali il poeta si nutre e con essi si fonde in una realtà primigenia.
( L’articolo completo si trova a questo link: https://cinziadellaciana.it/2019/07/28/la-morte-di-empedocle-lultimo-libro-di-poesie-di-franco-di-carlo/ )
 
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Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

 Perché il poeta di Genzano si occupa della «morte di Empedocle»?, di un fatto così lontano nel tempo che è diventato mito? C’è qualche rassomiglianza tra la situazione politica e sociale della Sicilia del quinto secolo avanti Cristo e la attuale? Empedocle nasce attorno al 490 a.C. ad Agrigento, da una famiglia ricca di parte democratica, posizione che condivise e sostenne, anche se, a parere di alcuni studiosi, non partecipò mai ad attività di governo della sua città; ma su questo ci sono opinioni divergenti, lo Zeller afferma che fu a capo della democrazia del suo paese; possiamo quindi presumere che in qualche modo egli abbia partecipato attivamente al governo della sua città ma con un ruolo super partes, in modo non diretto. Muore a 60 anni in esilio nel Peloponneso, probabilmente perché abbandonato dal favore popolare e allontanato da Agrigento, verosimilmente perché il suo progetto politico in favore del popolo fallì, con conseguente esilio decretato dagli ottimati. Penso che l’intendimento di Franco Di Carlo sia stato quello di mettersi idealmente e in immagine nei panni del filosofo greco, e di qui riprendere a tessere, attraversando i millenni, il filo di una meditazione poetica che si situa nel sottilissimo confine tra la meditazione filosofica e quella poetica.
La crisi dei nostri giorni richiede anche alla poesia di ripensare il proprio statuto di verità e di dicibilità, ecco la ragione per cui la poesia si snoda con un linguaggio suasorio e assertivo dove il locutore può argomentare in modo esaustivo e pacato come quando si parla in solitudine tra sé e sé, infatti le interrogazioni sono tutte rigorosamente implicite, il senso non abita in ciò che si dice ma in ciò che si evita di dire, in ciò che non può esser detto, in quanto il rispondere non si dice, dunque non enuncia il proprio senso; il rispondere lo afferma senza dire che lo afferma, in tal modo il senso è implicito e lo si esplicita se viene indicato ciò che è in questione nel rispondere, ma il rendere esplicito il senso equivarrebbe ad impiegare frasari aperti dove il locutore impiega le proposizioni per quello che sono: o interrogative o affermative, in modo dilemmatico e antinomico. È questo procedere nascostamente dilemmatico il rovello del discorso poetico di Di Carlo; quello che il poeta di Genzano chiama «Apparato Tecnico» è il pericolo che incombe sulla civiltà, e allora occorre riannodare i fili del pensiero poetante, ricominciare da Empedocle.
Ho scritto in altra precedente nota critica che Di Carlo “preferisce il lessico colloquiale, il tono basso, gli effetti contenuti al massimo, un passo regolare e simmetrico. Ovviamente, oggi non si dà più una materia cantabile e, tantomeno, un canto qualsivoglia o una parola salvifica da cui toccherebbe guardarsi come da un contagio della peste. E allora, non resta che affidarsi ad «un appello / al dialogo destinato a restare / Inespresso, una parola staccata / e lontana». La «Vicinanza nostalgica» è «la parola [che] nomina la cosa»; siamo ancora una volta all’interno di una poesia della problematicità del segno linguistico, ad una poesia teoretica che medita sul proprio farsi, sulle condizioni di esistenza della poesia nel mondo moderno, poiché la direzione da perseguire è l’esatto opposto di quella che vorrebbe inseguire lo svolgimento del «progresso», ma un «regresso» calcolato e meditato è la tesi di Di Carlo: «questo è il processo regresso da avviare sulla strada / del pensare, arrivare al luogo scelto / opposto a quello voluto dal progresso nell’Apparato Tecnico»”.
Ma il tono basso, il lessico intellettuale, i convenevoli stilistici di cui questa poesia non fa mistero, sono le sue medaglie al valor militare, sono il pegno che la poesia deve pagare per la povertà dell’epoca attuale. Di Carlo fa poesia mentre costruisce la sua meta poesia sulla poesia, opera una riflessione davanti allo specchio di un’altra riflessione, prende a prestito Empedocle e medita sulla problematica sopravvivenza della poesia nel mondo di oggi, sospesa a metà tra pensiero filosofico e pensiero poetico, ed opta decisamente per una poesia intellettuale intrisa di formalismi filosofici e di bizantinismi del pensiero; lambiccato ed elegante, Di Carlo procede con i suoi endecasillabi alla maniera di un filosofo presocratico. Lo dice in forma epigrafica già nel «Prologo»: «Dobbiamo metterci in cammino, forse un viaggio/ all’interno, verso un tacito discorso».
(l’articolo completo si trova qui:
https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/03/09/franco-di-carlo-poesie-da-la-morte-di-empedocle-divinafollia-2019-con-il-punto-di-vista-di-giorgio-linguaglossa/)
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Franco Di Carlo (Genzano di Roma, 1952), oltre a diversi volumi di critica (su Tasso, Leopardi, Verga, Ungaretti, Poesia abruzzese del ‘900, l’Ermetismo, Calvino, D. Maffìa, V. M. Rippo, Avanguardia e Sperimentalismo, il romanzo del secondo ‘900), saggi d’arte e musicali, ha pubblicato varie opere poetiche: Nel sogno e nella vita (1979), con prefazione di G: Bonaviri; Le stanze della memoria (1987), con prefazione di Lea Canducci e postfazione di D. Bellezza e E. Ragni: Il dono (1989), postfazione di G. Manacorda; inoltre, fra il 1990 e il 2001, numerose raccolte di poemetti: Tre poemetti; L’età della ragione; La Voce; Una Traccia; Interludi; L’invocazione; I suoni delle cose; I fantasmi; Il tramonto dell’essere; La luce discorde; nonché la silloge poetica Il nulla celeste (2002) con prefazione di G. Linguaglossa. Della sua attività letteraria si sono occupati molti critici, poeti e scrittori, tra cui: Bassani, Bigongiari, Luzi, Zanzotto, Pasolini, Sanguineti, Spagnoletti, Ramat, Barberi Squarotti, Bevilacqua, Spaziani, Siciliano, Raboni, Sapegno, Anceschi, Binni, Macrì, Asor Rosa, Pedullà, Petrocchi, Starobinski, Risi, De Santi, Pomilio, Petrucciani, E. Severino. Traduce da poeti antichi e moderni e ha pubblicato inediti di Parronchi, E. Fracassi, V. M. Rippo, M. Landi. Tra il 2003 e il 2015 vengono alla luce altre raccolte di poemetti, tra cui: Il pensiero poetante, La pietà della luce, Carme lustrale, La mutazione, Poesie per amore, Il progetto, La persuasione, Figure del desiderio, Il sentiero, Fonè, Gli occhi di Turner, Divina Mimesis, nonché la silloge Della Rivelazione (2013) con prefazione di R. Utzeri; è del 2019 La morte di Empedocle.

 

Profumo di elicriso

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Edizioni Divina Follia
Bergamo 2017

pp. 150
prezzo: € 15,00

 

Se è vero, come è vero, che un autore affida al titolo le chiavi d’ingresso della sua opera e del suo mondo, o almeno gli indizi per quella caccia al tesoro ininterrotta tra il significato e il significante, tra la metafora e l’interpretazione, non si può ignorare la scelta di Anna Moro di dare al proprio libro il nome di un fiore, aggiungendo inoltre un sottotitolo, “Come il colore del sole”, che non solo spiega il nome stesso, ma estende il discorso, aggiungendo una sfumatura, rendendo la prosa spontaneamente lirica.
Non ci sarebbe niente di strano in tutto questo se il suddetto libro contenesse la descrizione di sereni idilli campestri o le vicende di arcadiche e gioviali comunità rurali. In realtà nel paesino della Barbagia che fa da sfondo ai fatti narrati ha avuto luogo “una faida durata dieci anni. La vita di quella comunità è sconvolta, i morti sono tredici, l’ultimo dei quali è stato ucciso per essere stato testimone involontario di un omicidio e aver denunciato il bandito ai carabinieri”. Dal punto di vista cronologico, il romanzo si colloca in “una società di fine Ottocento caratterizzata da odio, vendette e omicidi”. Fin qui i dati di fatto, succintamente riassunti dagli stralci della quarta di copertina qui sopra riportati. Sarebbe stato più facile per l’autrice basarsi sul nocciolo duro, e aspro, della storia e chiamare il libro “La tredicesima vittima”, oppure “Una lunga scia di sangue”, un titolo del genere, insomma, di quelli che attraggono i cultori del poliziesco, del noir, del thriller e via dicendo. La scelta invece ha preso una direzione diversa, dettata al tempo stesso dalla memoria e dal cuore. Anna Moro ha voluto porre l’accento su quel colore giallo acceso che, ad un certo momento, vedi apparire in una landa brulla in apparenza ostile alla vita. Ha voluto dirsi, e dirci, che si sono fiori che, come la ginestra leopardiana, crescono alle pendici dei vulcani, sfidando il fuoco e l’aridità del terreno.
L’autrice ha scritto questo libro per rendere omaggio al ricordo di un suo parente, ultima vittima della sequenza di omicidi a cui si è fatto cenno. Ha voluto testimoniare il senso della sua vicenda esistenziale, il suo essere un momento di svolta tra il buio della violenza e quell’oro del sole che ancora splende, su tutto, nonostante tutto.
Il tono che l’autrice ha adottato, per scelta o per istinto, grazie alla sua indole naturale incline all’armonia, è determinante, conferisce alle pagine del racconto un sapore e una consistenza del tutto specifici e riconoscibili, come il profumo di un fiore appunto, che, in modo immediato, proustianamente, richiama alla mente memorie, sensazioni e il sapore di un’epoca e di una terra speciale, diversa dalle altre ma accomunata dalla ricerca di bellezza e di verità.
Ciascun capitolo è contraddistinto da un numero, anzi da due sequenze numeriche: la prima è quella che indica la successione cronologica delle varie parti del libro, la seconda è quella che potremmo definire diacronica, costituita dal riferimento, secco, ineludibile, all’anno in cui avvengono i fatti descritti nel capitolo specifico. È un modo per creare un nodo, un intreccio, tra il tempo della Storia e quello della memoria, tra il vissuto e il sentito, mandato a memoria, appunto, o, come direbbero gli anglofoni, learnt by heart. Si tratta a mio avviso di uno degli aspetti di maggior rilievo del libro: la capacità dell’autrice di scrivere “by heart”, ossia attivando il cuore, l’affetto, la partecipazione emotiva, senza però scordare il rigore aritmetico di quella sequenza di date, la dimensione esatta dei gesti, dei misfatti e delle azioni meritorie di uomini e donne vissute prima di noi. Ed è notevolmente interessante, sul piano narratologico ma direi anche psicologico, notare come quella insistenza sulla collocazione dei fatti in uno spazio preciso, passato, trascorso, non solo non rendono la narrazione “datata”, ma, semmai, al contrario, fanno sì che le vicende descritte, come cerchi nell’acqua, o meglio come i bagliori di un fuoco, si estendano nello spazio-tempo e arrivino fino a noi, aiutandoci a riflettere anche sul senso e sulla misura di certe scelte e sulla persistenza, in ogni epoca, di violenze e sopraffazioni, ma anche del coraggio di schierarsi, pagando a volte con la propria vita, sul fronte opposto.
Ho avuto modo di scrivere la prefazione per questo libro pubblicato nel 2017 da Edizioni Divinafollia. L’ho letto subito con interesse e mi ha colpito sia per la nitidezza del racconto sia per l’atteggiamento dell’autrice che ha più volte dichiarato di non avere velleità letterarie e di aver scritto il libro solo per onorare la memoria di un suo bisnonno. Cito qui qualche stralcio della prefazione, riportata anche nel mio sito: “Il romanzo contiene una passione forte ma lucida, adeguata alla descrizione dei tempi e della società descritti, la Sardegna di molti decenni fa. Come l’autrice stessa ha dichiarato,Profumo di elicriso è stato scritto per conservare la memoria di un episodio realmente accaduto a un suo bisnonno, ultima vittima di una lunga faida, ucciso per la sua sete di giustizia e di legalità quasi mai presenti in quello scorcio di secolo in Sardegna.
La narrazione nasce dunque da una motivazione personale fortissima. Ma riesce ad andare oltre, assumendo, senza forzature, senza vane pretese didattiche e senza tirate morali, un valore più ampio, universale, evidenziando tramite gesti e sentimenti autentici, l’eterno contrasto tra la bassezza e la volontà di elevarsi, tra la violenza e l’aspirazione ad un’esistenza più umana e armonica.”
Ribadisco qui e confermo quanto scrissi a suo tempo ma aggiungo un elemento in più: l’auspicio che Anna Moro voglia prendere di nuovo la penna in mano e scrivere un altro testo, dedicato ad una vicenda legata alla sua terra o di pura fantasia. Sì, perché leggere il suo libro è stato come passeggiare in un prato assolato dopo aver percorso, tra marciapiedi nevrotici, chilometri di strade cittadine. Si ritrova il tempo per cadenzare le sillabe e con esse i pensieri; si ritrova il sapore di una semplicità di sostanza, e la bellezza di sentimenti antichi ma non datati, non sbiaditi, come il colore di quel fiore di elicriso da cui siamo partiti e a cui torniamo.
Questo libro, per il ritmo cadenzato, per la deliberata scelta di non calcare i toni, evitando gli “effetti speciali” e lo “splatter”, schivando ogni sensazionalismo fine a se stesso, sembrerebbe adatto a lettori di età matura, per così dire. Eppure (anche questo un punto che ho già espresso altrove ma che desidero ribadire qui), mi piacerebbe che vi si approcciasse anche qualche lettore più giovane, magari grazie allo stimolo degli insegnanti o degli educatori. Sì, perché, al di là del diverso modo di vestire e di relazionarsi dei loro antenati, al di là delle apparenze esteriori, anche i giovani lettori potranno riconoscere quel conflitto senza fine, quella faida ininterrotta che miete vittime tra le persone più fragili, i deboli, i pacifici, i giusti.
“C’è una sorta di bullismo che si estende oltre le mura protette di tutte le scuole e investe ogni ambito, ogni terreno sociale. La violenza non ha luogo né tempo, cambia forma in modo camaleontico ma resta, nel profondo, la stessa, ostinatamente identica. Così come resta identico il desiderio di contrastarla, di opporsi, con armi diverse dalla sua, seguendo altre strade, praticando azioni diverse, ispirate da altri principi e altre motivazioni. Anna Moro ha voluto raccontare la storia dell’uomo che con la sua morte ha posto fine ad una faida che sembrava eterna”.
La narrazione è individuale e corale, il bene e il male si vivono qui all’interno di una comunità che non è solo coscienza collettiva ma anche in qualche misura sentire collettivo. Attenzione, siamo ben distanti, per fortuna, dall’esaltazione del buon tempo andato e dalle gioie della campagna, o della bontà di fondo di tutti gli abitanti dei piccoli centri. Siamo, semmai, all’interno di una narrazione il più possibile oggettiva, partecipata ma con un distacco, una membrana di salda e sobria ironia, che permette di vedere le cose come sono, la luce e le ombre dentro e fuori le persiane abbassate. Si parla anche di ferocia, di grettezza, di pettegolezzi, di menzogne, di piccole e grandi malvagità. Si parla dell’uomo, ad ogni latitudine. Tuttavia, è giusto ribadirlo, Anna Moro sa raccontare perfino la malvagità conservando un velo di dolcezza. Non è un atteggiamento accondiscendente né fragile. Tutt’altro: è semmai la forza di chi, pur conoscendo, vedendo e descrivendo il volto del male, sceglie di non specchiarvisi compiaciuta, sceglie di mantenere un sorriso che contraddistingua i tratti dell’umanità tracciando in modo netto la differenza con ciò che umano non è. Si può descrivere il buio della violenza e della ferocia insensata mantenendo vivo negli occhi il riflesso giallo oro di quel fiore che campeggia nel titolo e nella copertina del libro.
Un profumo gradevole, ricco di suggestioni e, a dispetto di tutto, denso di speranza. Anna Moro (lo confermo volentieri) con dedizione e passione per la parola, per il ricordo e per l’affetto, ha saputo rendere la propria voce simile a quella di un narratore onnisciente che osserva con disincanto i propri simili, in una sorta di coro. Ma a tratti lo sguardo ha saputo aprirsi in un guizzo o in un sorriso, breve, fulmineo, in grado di illustrare con efficacia la crudeltà e la solidarietà, la disperazione e la tenacia, la miseria contrapposta alla grandezza dell’animo.

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Il Centauro esiste

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Il Centauro esiste: la poesia di Claudia Manuela Turco, tra immaginario e reale

Le parole con cui veniamo accolti sulla soglia d’ingresso di questo libro sono un’indicazione spaziale, le coordinate di un luogo, “Nella Vallata dei Mughetti”, e una dedica in lingua inglese “A Mughy, Lily of the Valley, from glen to glen”. È un esordio adeguato, lo si capisce leggendo il libro ma anche pensando ad altri lavori di Claudia Manuela Turco, alias Brina Maurer. Dire (e dirsi) che, a dispetto di tutto, esiste ancora in qualche luogo del mondo e del tempo una simile Vallata, non vuol dire chiamarsi fuori dagli slings and arrows of outrageous fortune, per dirla in modo amleticamente sintetico, né cercare un’Arcadia tanto bella quanto improbabile. Piuttosto, come una tenace Alice, significa sapere guardare al di là di tutti gli specchi, i trucchi, gli enigmi, gli inganni, i conigli e i cappellai, per cercare ancora lo stupore di ciò che è semplice e naturale, la meraviglia, immensa, che a volte è racchiusa nelle piccole cose.

Il titolo del libro, Il Centauro malato, è, di per sé, un segnale che non solo indica una strada ma conferisce il sapore e la sostanza di ciò che troveremo lungo il cammino. Mitologia, fantasia, immaginazione, ma anche realtà, dolore, e, dall’interazione di tutti gli elementi, la tenacia di volere scrivere di sé, tramite una poesia che si estende nell’arco di una vita intera. Il sottotitolo del libro è secco e sintetico: “Poesie 1998-2010”. Una parola e due cifre. Scorrono via in un fiato o con uno sguardo. Ma se si scrutano bene, danno il senso di un rapporto ininterrotto con il proprio fare ed essere poesia. Ossia tra l’immedesimazione costante e schietta, senza infingimenti, tra il proprio mondo e il mondo esterno, visto, percepito e registrato tramite lo strumento della parola.

Si inizia con una silloge scritta lo scorso millennio, nel 1999, quando imperava non solo il terrore dei bug in grado di bloccare i computer ma anche di qualcosa che fermasse qualcosa di ben più ampio, l’esistenza stessa del genere umano. Una paura atavica, eppure presente. Si inizia, quindi, e forse non è un caso, con una fine. Una fine potenziale, una sorta di bacillo del pensiero, una paura globale, diffusa come un contagio, una malattia. Ma la danza degli ossimori è tempistica e altrettanto puntuale. Il titolo della prima Sezione (o silloge) è “Frecce di luce”. Una possente, vitalistica sinestesia. Linguistica e tematica. La vita, nonostante tutto, sfreccia oltre, supera i confini, anche dei millenni. E, poiché nulla sembra casuale in questo libro e nelle tessere che ne compongono il mosaico, le prime parole sono una sorta di chiave ulteriore, per il passaggio specifico e per il volume nel suo insieme: “La scienza può spiegare il meccanismo che regola la natura/ ma non il fascino che essa emana”. Poco oltre, al lato opposto della stessa pagina, versi che, nell’atto di negare l’assunto, in realtà lo confermano, o confermandolo lo negano, aggiungendo una nota umanissima, schietta e rivelatrice: “Sorprendimi cuore/ lascia che io erri./ Non temo i tuoi tetri misteri”.

L’ho scritto in altre occasioni e lo confermo anche qui ed ora: Claudia Manuela Turco è un’autrice, che, nella sua scrittura, sa mostrare il suo cuore nudo, trova il coraggio di superare pudori e timidezze per poter esprimere davvero ciò che sente. Non per fare sfoggio di sé, atteggiamento contrario al suo modo di essere, ma, piuttosto, per mostrare ciò che sente, il suo schierarsi con ciò che ritiene giusto, pagando anche di persona per le cause in cui crede. “Poesia, raccontami!”, scrive a pagina 13. La frase può essere letta in due modi. Come un invito alla poesia a raccontare storie e mondi, oppure, sul versante opposto, come una richiesta alla poesia affinché faccia da tramite e le consenta (come niente altro può fare) di raccontare se stessa, ciò che davvero è, al di là di ogni filtro protettivo e di ogni maschera pirandelliana indossata per sopravvivere alle pressioni del vero.

Ma il punto, è giusto e opportuno ribadirlo, è che la sostanza di questo volume, così come accade per i vari libri della Turco, anche in prosa, non è mai fuga dal reale. Si tratta, piuttosto, di un paziente, accurato ed accorato lavorio interiore: un dialogo ininterrotto tra ciò che è esterno e ciò che è interiore, tra la pena e la tenacia del sogno. L’invocazione alla poesia perché possa raccontare e raccontarsi, prosegue immediatamente dopo con questi versi: “Solo in brevi sprazzi,/ affinché tu possa rendere sopportabile/ il dolore che nutre questa bellezza”.

Al di là del valore estetico di questi versi, in particolar modo dell’ultimo, ritengo si possa individuare qui un primo, essenziale, irrinunciabile, codice di accesso all’universo variegato di questo libro e più in generale della produzione dell’autrice. Da un lato il dolore dall’altro la bellezza. La disfida è questa. La posta in gioco è la vita, o meglio la “vivibilità”. Perché il dolore c’è, ineluttabile, in attesa come un sicario. Ma altrettanto presente è la bellezza. Si potrebbe dire che sono elementi antitetici. Oppure che la bellezza è la cura. Ma sarebbe troppo bello, o più esattamente troppo semplice. Perché l’errore è considerare la sfida simile ad una partita di tennis in cui ciascun contendente resta dal suo lato del campo. In realtà si tratta di qualcosa di molto più simile ad un incontro di boxe, in cui, dopo essersi massacrati di colpi fino a sfinirsi i due si trovano abbracciati, per non cadere a terra, e allora scoprono di essere fatti della stessa carne, le stesse ferite. Accade allora che, nel momento di quell’intuizione, “in uno spillo di luce/ ritrovi la vita, in un’ombra, un velo del cielo”.

Le armi, o più propriamente le medicine, sono arte e natura: “attraverso bifore e fughe d’archi/ scorgo/ un bosco rapito/ in un intenso sussurro”. Moltissime poesie di questo libro sono precedute inoltre da epigrafi tratte da poetesse e poeti cari all’autrice. In italiano e nel dialetto friulano. Non si tratta di abbellimenti estetici ma di vere e proprie occasioni di interazione, confronto e dialogo. Sono troppi gli esempi possibili per poterli citare o anche solo riassumere. Mi limito a citare la lirica “Appaganti vuoti avvolgenti” di pagina 40, in cui i versi di Raymond Carver ben si sposano con il desiderio dell’autrice di contrastare l’horror vacui, esaltando piuttosto la sensualità di una solitudine densa, pienissima.

A confermare ulteriormente l’interrelazione tra i testi del volume, non frammenti isolati ma parti di un organismo, si trova a pagina 43 proprio un riferimento all’orrore del vuoto: “Papaveri/ in verdeggianti ricordi,/ riempiono la mente/ di un anestetico horror vacui./ Ma vincono spigoli e archi rampanti./ Il lungo pianto di oggi/ varrà/ il breve sorriso di domani.”

“La strada è illuminata dal dolore anche di notte”, scrive Annenskij, riportato nell’epigrafe della poesia di pagina 54. Partendo da questa annotazione ineludibile, l’autrice traccia con segni secchi ed essenziali un ritratto del mondo, anzi della notte del mondo. “Mi allontano da tutto ciò”, aggiunge. E ancora una volta riesce a farlo solo su un magico puledro, la poesia, la sola che vive e fa sopravvivere. E il punto è se sia possibile o meno sovrapporre quel magico puledro con il Centauro del titolo. Forse no o forse sì. Ma ciò che conta è uscire dal labirinto salvando la carne dei pensieri.

Il libro si nutre di ossimori e contrappunti. È indicativo in tal senso il titolo di una delle Sezioni, “Divagazioni intorno a Duetti solisti”. Nella poesia eponima si osserva che “Allo specchio/ compare sempre/ l’immagine dell’altro”. Una divagazione su uno dei temi fondamentali di tutta la filosofia, ma anche dell’arte e più un generale uno dei nodi fondamentali della mente di ciascun essere umano. Claudia Manuela Turco, coerente con il suo approccio di donna e di poetessa, non tenta di sciogliere il nodo. Ne percorre però, con intensa e accurata leggerezza, le traiettorie e le intersezioni. E tra le numerose variazioni sul tema, alcune si stagliano con la nitidezza di quadri giapponesi uniti a picassiane descrizione degli effetti delle battaglie: “La vita/ un battito d’ali bianche/ su una barricata di fucili.”

Tra i quadri del mondo, non come opera isolata, ma come parte dello stesso padiglione, in antitesi e allo stesso tempo in simbiosi, compare a pagina 122 una dedica-autoritratto, quasi alla Van Gogh: “Alle infanzie non vissute,/ e ai cani eterni bambini/ che mi hanno resa fanciulla per sempre/ pur non essendolo mai stata”. Di fronte a questo dipinto di parole, rimaniamo a guardare, e, poiché tutto qui è correlato, ripensiamo ai versi citati nel paragrafo precedente, quelli in cui si fa riferimento allo specchio e all’immagine dell’altro. Sì, perché, proprio nel punto del libro in cui l’autrice parla più schiettamente di sé, finisce per fornire un ritratto anche di ogni potenziale e reale lettore di questi suoi versi.

E allora diventano inesorabili, e assolutamente nel tempo e nel luogo giusto, i versi di Majakovskij. “prenderò il mio cuore/ per portarlo/ irrorato di lacrime/ come un cane/ che porta/ nella sua cuccia/ la zampa stritolata dal treno.” Eppure, e lo dice Munch, l’autore de L’Urlo, “la gioventù era una camera di malato/ e la vita una finestra radiosa illuminata dal sole”. Tra questi estremi si muovono i versi del libro. Non in linea retta ma con “Traiettorie vaganti”, citando il titolo della lirica di pagina 148, la cui epigrafe è tratta dai versi Marco Baiotto, compagno dell’autrice, “Se la musica è variazione di uno fratto effe/ non voglio saperlo/ distinguo da solo il rumore/ dalla melodia del fiume.”

Questo libro si muove tra riflessione e stupore, e ancora una volta il punto più intenso si trova nella fusione, non nella contrapposizione. Nella poesia di pagina 160 l’autrice, partendo dai versi di Montale, parla del profumo dei limoni. Da quella immagine che è anche aroma e polpa tangibile, nutrimento per gli occhi e per il corpo, arriva al punto di ispirazione ed esaltazione che le fa osservare e descrivere l’esplosione di “sorrisi/ incendi/ danze di parole”. La connessione tra i limoni e la poesia stessa (esplicitata nella pagina a fianco) è tutta in quello scarto, quel salto, quell’esplosione senza morte, forse, per qualche istante, perfino senza dolore.

Uno dei punti di forza del libro è nella varietà, nella gamma ampia e diversificata di accenti, toni e colori. A pagina 173 si parla di cicatrici nascoste: “il sangue ribolliva; la carne/ emanava odore di polvere da sparo”. Sembra poesia russa, Pasternak dei momenti del terrore, delle spade che recidono le braccia. Non molto oltre, a pagina 177: “Cielo di paillettes/ di pagliette/ cielo di squame luminescenti/ alabastro e rose blu”.

C’è poi, in questo ampio e suggestivo caleidoscopio, anche un omaggio a Maria Grazia Lenisa e alla sua Ragazza di Arthur, passione e femminilità che neppure la malattia e il dolore hanno sconfitto del tutto.

C’è “il mare che brucia le maschere” e c’è il rischio ma anche il privilegio della sincerità, quella a cui si è fatto cenno all’inizio e che ritorna, sempre vivida, capace di stupire e chiamare a sé.

Questo libro offre un panorama ampio della produzione poetica di un’autrice che ha saputo crearsi uno spazio espressivo riconoscibile ed autentico, una voce lontana dai cori e dalle nenie. Con lieve ma intensissima dolcezza e determinazione, prosegue il suo percorso di autrice coerente con se stessa e con ciò in cui crede. Anche in questo libro ha saputo esprimere il coraggio dell’autenticità, parlando del dolore e della malattia (anche del male di vivere) senza mai cedere alla tentazione del patetismo, conservando una forza che rifugge dalla violenza ma anche dalla tentazione della resa. Il Centauro, a dispetto di tutto, esiste, ed è vivo. Forse è un mito, o forse è realtà, o entrambe le cose insieme. Forse è il mistero, semplice e imperscrutabile, della vita e della poesia.

                                        Ivano Mugnaini

 

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BIOGRAFIA

Claudia Manuela Turco (Brina Maurer), è nata a Codroipo il 15 dicembre 1970. Poeta, romanziere, biografa e critico letterario, vive nella campagna friulana.

Il 22 febbraio 1996 ha conseguito, a pieni voti assoluti con lode, la laurea in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università di Udine. Da Margherita Azzi Visentini ha ereditato l’interesse per la Storia dei Giardini, da Guido Zucconi quello per l’Urbanistica e l’Architettura Contemporanea. Innamoratasi di Alfieri durante le lezioni di Clemente Mazzotta, attratta dalle eccezioni e dalle minoranze, scrive combattuta tra due fuochi: Vittorio dalle labbra verdi e Lord Byron.

Ha frequentato alcuni corsi di perfezionamento per insegnanti e di alta cultura presso l’Università di Udine e la Fondazione Giorgio Cini di Venezia ottenendo una borsa di studio, ha lavorato in un ufficio farmaceutico e in alcune gallerie d’arte. Il 22 marzo 2001 a Torino ha sposato il poeta Marco Baiotto.

CMT/BM ha collaborato con “Il Convivio” (ideando una traccia di manifesto letterario in forma di decalogo) e con molte altre riviste e siti Internet, scrivendo recensioni e approfondimenti critici (complessivamente circa 200 contributi, prevalentemente su autori italiani contemporanei ma anche su autori classici come Carducci e stranieri come Hŏ Kyun); in qualità di collaboratore redazionale del periodico “Literary” è diventata giornalista pubblicista ed è rimasta iscritta all’albo del Friuli Venezia Giulia per diversi anni.

Ella elabora progetti di ricerca letteraria volti a una originale provocazione della modernità. Costanti della sua poetica: il voler dar Voce a chi la cui Vita non gli appartiene, l’umanità degli animali (suo primo ed eterno amore, i cani), l’animalità dell’uomo, la dimensione di solitudine e malattia cui è condannato il diverso tra i diversi.

Il 25 giugno 2007 ha adottato Glenn, protagonista di un ciclo narrativo che supera le 1600 pagine, e il 1° agosto 2011 il cagnolino Mughetto, al quale ha dedicato un diario in forma di epistolario.

CMT/BM ha scritto più di 20 libri ed è presente nell’Atlante Letterario Italiano – Le biografie (Libraria Padovana Editrice) e nell’antologia on line  Italian Poetry curata da Mondadori, Einaudi, Aragno e Biblioteca dei Leoni (www.italian-poetry.org: “Claudia Manuela Turco”).

Sue poesie sono state tradotte in inglese americano e greco moderno.

La parola e il sogno

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La parola e il sogno
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Ripubblico volentieri un articolo originariamente uscito su Carteggi Letterari, rivista on line a cui altrettanto volentieri collaboro, https://www.carteggiletterari.it/2019/06/12/sogniloqui-di-stefano-taccone-iod-edizioni-2018-recensione-di-ivano-mugnaini/
Parla di un agile ma interessante libro che con divertita e serissima lievità si avventura nel regno dell’onirico, del bizzarro, dell’improbabile ma assolutamente vero, o verosimile: la vita, o la sua immagine riflessa in uno specchio.
Buona lettura, se potete e volete.
Buona estate a tutte e a tutti, IM

 

SOGNILOQUI di Stefano Taccone, IOD Edizioni, 2018 – recensione

Esiste un tipo di narrativa che, sul modello della filosofia, ma anche della musica e di altri ambiti artistici che mettono in connessione la ragione e l’immaginazione, esplora le zone di confine e si nutre di contrasti, ambivalenze ed ossimori oggettivi e concettuali, in seguito ristrutturati e restituiti, mutati, trasformati nel senso e nell’essenza.
Ciascuno ha in mente modelli rappresentativi e in qualche modo emblematici di questa tendenza espressiva che spazia dalle arti figurative a quelle in apparenza disgiunte dalla materia tangibile. Nei racconti di questo suo recente volume, Stefano Taccone ha avuto il merito, o forse l’istinto, di seguire la propria strada, un sentiero autonomo e sui generis, nel senso migliore del termine. Ha dosato gli “ingredienti” di questa mistura senza seguire alla lettera le dosi indicate nelle ricette e senza preoccuparsi troppo dei tempi, delle quantità e delle indicazioni di massima contenute nei volumi di riferimento.
Il prodotto di tale “esperimento”, condotto con divertita ma attenta cura, è un volume agile e godibile, gradevolmente spiazzante, come certe facciate barocche, lievi e tuttavia solide, giocose e in qualche modo cupe e solenni, come la vita. L’impressione è che l’autore abbia scritto questo libro con un sorriso serissimo. Come uno studioso che cerca modi per stupire, o almeno per spiazzare il proprio referente, ma allo stesso tempo è concentrato affinché tutto, anche l’incredibile e l’assurdo, anzi, soprattutto l’incredibile e l’assurdo, risultino assolutamente credibili. Veri, o talmente fittizi da essere o sembrare (che differenza fa?) più veri del vero.
Il titolo, come spesso accade, è una potente calamita, e, in una certa maniera, una prima chiave, seppure anch’essa volutamente storta, sghemba, al punto che non si comprende bene quale sia il lato giusto, o se vi sia un solo modo per adoperarla, o nessuno, o tutti insieme. “Sogniloqui” è una parola complessa e composita, adeguata vetrina, questo è certo, per i racconti a cui fa da titolo. Sogni ed eloqui, o soliloqui, o semplicente “loqui”, ossia, forse, un modo con cui dare voce ai sogni, parlarne, o lasciarli parlare. I sogni, intrinsecamente irrazionali, sfuggenti, incoercibili, vengono messi a confronto, incasellati, incanalati tra le pareti del linguaggio che, di per sé, per poter avere un senso e una funzione deve al contrario seguire schemi, regole, codici univoci. Da questo attrito, da questo costante braccio di ferro tra le due istanze contrapposte, nasce il carattere bizzarro e tuttavia lineare delle tranches de vie descritte da Taccone.
Se fossero quadri, questi racconti, verrebbe fatto di pensare a Dalì, a quegli orologi molli, liquefatti, a quei numeri tanto precisi da rimanere leggibili anche dopo il dissolvimento dei colori e dei contorni. Identici in apparenza ma in un tempo altro, in una logica altra. Sarebbe interessante calcolare quante volte, nei racconti di Soliloqui, compaiono riferimenti, diretti o indiretti ai numeri, al calcolo di distanze, misure, quantità. Siamo di fronte ad una specie di aritmetica della follia, o della bizzarria, del sublime irrazionale che tuttavia pretende di essere misurato al millimetro, come per un vestito sartoriale, o per una solenne e sarcastica cassa da morto. E il funerale non si sa bene di chi sia: se della logica o della pazzia, del tempo, della pretesa dell’uomo di trovare un senso, una direzione, una formula riassuntiva e risolutoria del caos di cui è parte integrante ma forse neppure essenziale.
I numeri ci accompagnano passo dopo passo, come ombre ghignanti, dalla prima all’ultima pagina. Fin dal primo racconto, dal titolo umoristicamente raggelante, “Tagliatelle millimetrate”. Una vicenda in cui il protagonista ha come grido di battaglia “Misuro tutto!”. Lo confessa o forse se ne vanta, o, anche in questo caso, entrambe le cose simultaneamente. Forse è il personaggio che l’autore teme di essere o di diventare, oppure, semplicemente, come Dante, opportunamente citato nel racconto, è il primo adeguato Cerbero di se stesso che subisce la pena del contrappasso per la colpa ineluttabile dei suoi personalissimi “sogniloqui”.La letteratura si fa specchio di uno specchio che forse è la vita. E resta il dubbio, essenziale, fondamentale, riguardo alla deformazione di quella superficie riflettente. Se sia connaturata, ossia propria delle cose osservate, o se abbia origine nella mente e negli occhi di chi osserva il mondo, pensandolo, potremmo dire generandolo attraverso il pensiero.
Il pensiero e la parola. Il racconto iniziale del libro si conclude con “La prova è finita!”, e poco più oltre “Il supplizio è finito! Sospiro di sollievo!”. Vengono alla mente Pirandello, Beckett, e tutta la schiera di scrittori e drammaturghi che hanno usato la parola per esprimere lo scardinamento mentale e sociale, l’emergere dell’assurdo non come occasionale emergenza ma come condizione costante e immutabile. La parola dunque è supplizio, ma anche il solo modo per esprimere tale oppressione e forse perfino per uscirne, osando guardarsi vivere, avendo tale coraggio.
Il linguaggio utilizzato in questo libro riflette adeguatamente le antinomie a cui si è fatto cenno: a brani elegantemente fluidi e cadenzati fanno da contrappunto passaggi scabri, come se l’urgenza espressiva aggredisse i personaggi, le loro voci e i loro pensieri. L’umorismo aggiunge alla dicotomia ritmica quella del senso e del significato, la connotazione e la denotazione, il sentimento del contrario. Tutto, senza irriverenza, ma con giocosa serietà, entra nel vortice dell’umorismo:  ilterzo racconto ha per titolo “Girella cumana” e la Sibilla, a suo modo, sorride anche lei. Ed è interessante l’ingresso dell’arte figurativa nell’ambito della scrittura e della dimensione autobiografica nella finzione. Lo spunto e il mezzo sono le interazioni, i filtri e le modulazioni necessarie per rendere il tutto allo stesso tempo reale e fittizio, cronaca e metafora. “La scena a cui ho appena assistito – scrive Taccone – mi ricorda un’opera, Fermare il loop, realizzata da un mio amico artista – Luigi Urso, in arte Ur5o – quasi dieci anni fa per una mostra collettiva che curai a Milano”. Sia il titolo della mostra a cui si fa riferimento sia l’unione tra arte e vita risultano in qualche emblematici, o almeno ampiamente rappresentativi, non solo del sapore del racconto specifico ma dell’intero libro.
Molti racconti hanno un che di kafkiano, in senso ampio ma non meno aspro. Il racconto “Girella cumana” si chiude anch’esso con una fuga e con il sollievo che si prova quando tutto ha fine, quando l’incubo finisce: “Non mi resta che alzarmi del letto, prepararmi e scendere giù al palazzo, affinché possa mettere fine, forse, a tutta questa sequela di misteri”. Probabilmente la sequela di misteri è il succo del discorso, forse dell’esistenza stessa, la ricerca di un senso che senso non ha. Siamo già scarafaggi; e il processo, per cose che non conosciamo e che non sappiamo di avere commesso, non ha un inizio e neppure una fine. Ci si risveglia da un incubo e in realtà è lì che il vero incubo inizia.
Forse (ed è necessario sottolineare ancora una volta la natura ipotetica dell’affermazione), una chiave, una sintesi, uno squarcio interpretativo potenziale, è racchiuso nel secondo paragrafo del racconto “Rete negli occhi”. In una serie di domande e in una descrizione oggettiva: “Cosa è successo? Mi stropiccio gli occhi ma non va via! Quel piano ottico rimane intonso! Che fare? Ben presto mi accorgo che c’è anche una freccetta, come quella che azionerebbe un qualsiasi mouse da computer, e con la forza del pensiero posso portarla dove desidero”. Un efficace ritratto del nostro tempo, della condizione attuale. Nessuna risposta se non la possibilità di spostare il fulcro dell’informazione, o meglio della ricerca di informazione, quell’intertestualità che non di rado è immensa varietà senza alcun porto certo, interminabile viaggio circolare in un mare di mondi possibili tutti veri e tutti fittizi. Al punto che, poco più avanti, un paio di pagine oltre, la voce narrante ci confessa di non essere più certo neppure di avere una testa, delle braccia e delle mani. L’incubo è accorgerci di essere noi stessi una rete nella rete, soggetti a virus che, agevolmente, da informatici diventano fisiologici, attaccano direttamente i nostri tessuti, la nostra presunta essenza reale. E sempre di più, se noi assomigliamo ai nostri computer, le macchine assomigliano a noi. “Il suo portatile è stranissimo”, si osserva a pagina 39, e la sovrapposizione tra la persona e il personal computer è assoluta. I tessuti corporei e i circuiti diventano una cosa sola, arrivano a corrispondere.
Le soluzioni, o almeno le vie di fuga e di potenziale salvezza, sfociano nel mare immaginario, futuro e futuribile, di un’eventuale evacuazione collettiva, o nel rifugio estremo, quello della consapevolezza di essere sull’orlo di un baratro che è allo stesso tempo ecologico ed etico. La presa di coscienza che “Edenlandia” in realtà è un nome grottesco dato ad un potenziale Inferno può condurre ad una reazione salvifica, in senso stretto e in senso lato.
Una delle caratteristiche di maggior rilievo di questo libro è la capacità di far riflettere su temi importanti con una deliberata leggerezza, senza pedanterie e senza proporre panacee più o meno miracolose o miracolistiche. Taccone esplora il surreale per parlare del reale, il grottesco per far sì che dallo specchio, magari nel bel mezzo di un riso, ci compaia un’immagine del degrado in cui rischiamo di adagiarci, compiaciuti, ilari e smarriti. Questi racconti affabulano, spiazzano, deliberatamente, spostando il focus su dettagli e situazioni in apparenza irreali, o improbabili, dietro cui in realtà ci è dato di cogliere una concreta e autentica istantanea di ciò che siamo e che rischiamo sempre di più di diventare se non interrompiamo la tendenza, se non apriamo varchi differenti nella rete che tessiamo e dai cui siamo fagocitati, se non ricreiamo spazi vivibili, sia fisici che mentali, più autenticamente umani.
Non è un caso forse che le ultimissime parole del libro siano: “mantenere intatto il suo autentico significato: quello di un sacrificio compiuto per amore dell’umanità”. Tra realismo e fantasia, tra il sogno e il vero, in un realismo che si espande nei territori del grottesco ma resta sempre vivido e attuale, Taccone si pone, e ci pone, le domande che contano. Compie la scelta, tra diritto e necessità, di non rinunciare a temi essenziali e vitali, ad un “idealismo” che non è mai, qui, tediosa teoria né astratta utopia. Nei Sogniloqui sorridiamo, divaghiamo, ma, alla fine, cogliamola nostra autentica immagine.
Ivano Mugnaini

 

Stefano Taccone (Napoli, 1981) è dottorato in Metodi e metodologie della ricerca archeologica e storico-artistica presso l’Università di Salerno. Dal 2013 al 2015 ha insegnato storia dell’arte contemporanea presso la RUFA – Rome University of Fine Arts. Ha pubblicato le monografie Hans Haacke. Il contesto politico come materiale (2010); La contestazione dell’arte (2013); La radicalità dell’avanguardia (2017). Ha curato il volume Contro l’infelicità. L’Internazionale Situazionista e la sua attualità(2014). Collabora stabilmente con le riviste “Segno” ed “OperaViva Magazine”. Sogniloqui è la sua prima raccolta di racconti.

ESSERE GLI ALTRI – la parola, il gesto, lo sguardo

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Alessandra Corbetta, Essere gli altri, LietoColle edizioni, Faloppio, 2017

Potessi io/ essere il prato,/ non il tremore/ di questo filo derba. È questa l’epigrafe che si incontra nel libro di Alessandra Corbetta. È giusto, e direi necessario, accogliere questa voce e questo sguardo, questo approccio che è anche un biglietto da visita, un modo per dire sono questo, sento questo adesso, e forse sempre e da sempre. Le parole scelte da Alessandra e poste all’ingresso del suo mondo sono di Umberto Fiori e sono tratte dal libro Voi. La prima riflessione, anzi la prima sensazione che nasce, è quasi una rilevazione, una tracciatura, un fare il punto delle coordinate visive e mentali: gli occhi sono rivolti verso gli altri, verso realtà esterne. Una rarità, nel panorama della scrittura e anche della vita. Ma non è così semplice, e la bellezza della generosa semplicità si arricchisce di risvolti che diventano di per sé densi di filosofia e psicologia. Si pensa agli altri e si parla degli altri, anche in questo libro, partendo dall’io e a esso ritornando, in un’ineluttabile ring composition. Si parte da quel potessi io che infrange il silenzio e risuona netto, possente, sussurrato e roboante. Per poter essere gli altri bisogna in primo luogo essere se stessi, sapere incontrarsi e confrontarsi con le proprie radici, le corse e gli inciampi, le verità dette e quelle taciute, il volo e la paura. Alessandra Corbetta compie il tragitto con intensa leggerezza. Osa essere lineare e sincera. Mette davanti ai suoi e ai nostri occhi il coraggio di stupirsi ancora, con uno sguardo maturo e bambino, il gioco e la ferita, la caduta e la tenacia del rialzarsi e del ricominciare. In tal modo, scevra da orpelli e schermi, può guardare ed essere vista senza che nessuno sia costretto a indossare una maschera ulteriore sulla maschera naturale di ciascuna persona (con l’etimologia ineluttabile di quest’ultima parola, maschera e poi individuo, che viene in qualche modo resa vivibile, se non sconfitta).

L’epigrafe di cui si è detto è preceduta solo dalla dedica A mia mamma, la prima forma di poesia che ho incontrato. Si ricollega al coraggio di dire le proprie emozioni, di renderle parole senza armatura, senza imbottitura protettiva di retorica. Alessandra mostra ciò che sente agli altri, come omaggio estremo, come invito impegnativo ad essere una cosa sola, a dare e a ricevere quell’emozione primigenia a cui l’evoluzione sociale, sofisticata e snaturante, ci ha disabituati. Ci viene chiesto di giocare a carte scoperte, come i bambini, come i matti, come chi non ha paura di dire sono un uomo, sono una donna, ho un cuore. In questo gioco in apparenza semplice è racchiusa la più grande delle sfide, non solo letteraria, non solo del linguaggio. Qui è situata la frontiera che non si sa oltrepassare se non si cammina con passo leggero e consistente, sapendo che ogni vocabolo davvero sincero lascia una traccia e scava dentro.

Una volta chiariti con uno sguardo e un sorriso i termini del contatto e del contratto con chiunque voglia ascoltare e ascoltarsi, l’autrice può raccontarsi, descriversi in versi: “L’acqua sporca mi ha sommersa di piacere, che disgrazia vedere la bellezza./ Ma una goccia del ricordo di rugiada/ diventa pioggia di purezza/ nello specchio pulito dei tuoi occhi,/ in cui piange la mia felicità”. La prima poesia che incontriamo si intitola “Acqua sporca”. Il primo elemento di identificazione è l’acqua. Il “pensarsi liquidi”, la dimensione baumaniana, emerge di primo acchito, ci sfiora e ci avvolge. La modernità vissuta e subita, la propria essenza, la solidità, la consistenza o la ricerca di essa, sono fatte, in prima istanza, di acqua. Ed è acqua sporca. Ma tale condizione non è esclusivamente negativa. Essere impuri vuol dire non essere asettici. Significa contaminazione, esposizione al contatto con ciò che rende imperfetti ma vivi, in grado di generare altra vita, altre forma di esistenza che perpetuano il mistero crudele e sublime dell’esistere. L’amore, innanzitutto. Il piacere, il dolore, il ricordo e lo specchio di quegli occhi in cui vediamo allo stesso tempo l’oggetto dell’amore e il proprio soggetto, la fonte e l’origine. Le parole sono semplici: goccia, pioggia, occhi, felicità. Per istinto e per deliberata opzione Alessandra Corbetta sceglie di cercare il senso del tempo nelle cose, negli oggetti, in ciò che può essere guardato e sentito addosso, come una seconda pelle.

Questo libro è anche un diario, oltre che giornale di bordo e di viaggio della propria progressiva Bildung. Ci sono le annotazioni di incontri e di abbandoni, di volti incrociati un secondo oppure inseguiti per anni. E con i volti ci sono le parole, compagne di viaggio con cui ci si confronta, ci si rivela, tra riso e pianto, scoprendoci e scoprendole ogni volta diverse, nuove. “Le parole fatte/ di materiale vivente/ attraversano larte/ della mia umana pelle./ E sono felice.” Essere felice. Pochi poeti lo avrebbero detto in modo così nitido e lineare. Essere felici in poesia è quasi una colpa, una tendenza poco chic e poco politically correct. La poetessa Corbetta lo mette nero su bianco: sono felice. Ma attenzione, questo è tutt’altro che un libro ingenuo. Ogni istante di felicità passa per infinite ricerche, e ciò che attraversa l’arte spesso, anche qui, attraversa anche la pelle e la carne. Sono lame di rimpianti, di illusioni a lungo corteggiate e poi svanite, di amori rincorsi e diventati versi scritti sulle pagine di un quaderno di scuola fino a quando la scuola finisce ed inizia l’ora interminabile della matematica della vita.

Matematica e filosofia, arte e poesia: il dissidio mai risolto tra ciò che sogniamo e ciò su cui siamo chiamati a riflettere. Emblematica la poesia di pagina 21 e 22 in cui un incontro in treno descritto tramite una cronaca ironica e suadente, precisa e surreale, mette in risalto sia la capacità dell’autrice di registrare emozioni dense di risvolti simbolici sia alcuni degli ossimori esistenziali alla base del vivere, dello scrivere e del ragionare sulle emozioni: “Wittgenstein e Carnevali/ Lo conosce Carnevali?/ Dimenticato, ingiustamente… lo legga/. Mi parla, io la ringrazio/ Ma di cosa, si figuri!/ Legga, legga Carnevali./ Milano Centrale arriva,/ il cartello, la stazione, la fermata:/ la real che irrompe impropria nella vita./ Arrivederci! le dico, scenderà a Torino, ho sentito./ L’avvocato di Gozzano, chissà ma i suoi occhiali blu cobalto…”.

E qui viene fuori un volto nuovo, o meglio il completamento di quello sguardo e di quella dolcezza che su un treno ringrazia con umiltà uno sconosciuto che le detta la sua verità, che le impone un menu del pensare e del leggere, una ricetta. Il mistero è in quegli occhiali color cobalto, e in tutto il buono e il gelido che potenzialmente contengono. Sono gli occhi degli altri. Quelli che si vuole e che spesso si deve essere. Di sicuro vuole esserlo Alessandra, sente di desiderarlo, lo ha desiderato e se lo è prefissato come obiettivo. Allora è fatale, ineluttabile, accettare di guardare quel blu e accogliere dentro di sé la realtà che irrompe impropria nella vita. Sapendo che porterà dolore ma anche senso, un bagaglio pesante ma al cui interno c’è la ricchezza del tempo. Il trucco, se non la soluzione, è sapere riflettere sul tempo senza pretendere di essere e di avere logica: Piango senza senso,/ allasciutto dei tuoi occhi/ sapendo che del ritmo vitale/ nessuno è empio./ La discronia atroce/ delle esistenze fuoritempo.”

Torniamo, allora, al punto di partenza, alle considerazioni iniziali. A quel filo d’erba in un prato immenso percorso magari da un vento di cui non si conosce l’origine e la destinazione, l’inizio e la fine. Essere gli altri vuol dire confrontare la propria individualità con la minaccia della pluralità, con migliaia di contatti, gomito a gomito, pelle a pelle, senza alcuna certezza sulle traiettorie e le angolazioni, senza tornelli e metal detector, senza avere la possibilità di dare una sbirciata preventiva a passaporti e carte di identità. Eppure, afferma Alessandra: “C’è una fortuna nella moltitudine:/ tu non la vedi o non credi;/ ma cè una forza negli sprazzi/quando dellintero solo il ricordo è ammesso./ Forse per questo/ io amo stare dentro i frammenti: perdonami/ per questo tutto/ che non posso volere/ interamente”.

La ricchezza, in poesia, è fatta di contrasti, del sapere accogliere in sé un moto dell’animo e il suo contrario, la luce e il buio, la certezza, il dubbio, il frammento e la totalità. Ed è ancora una volta un atto di coraggio solo in apparenza semplice quel chiedere perdono per ciò che si è e per ciò che non si riesce a volere o a non volere. Per quell’umile e immensa ambizione che è insita nella generosità dell’amare. Ammettere di amare i frammenti, di essere un frammento, è il solo modo di urlare in un sussurro l’amore per il tutto, quella tensione verso un altro e un altrove che sono racchiusi in ogni stilla e in ogni granello, in ognuno di quei passi e di quelle parole, che, con enorme sacrificio, si fanno in direzione contraria alla nostra. L’inferno sono gli altri. La frase è notissima e risuona ancora. Alessandra Corbetta la conosce, anzi l’ha vissuta. Forse per questo vuole farsi frammento. Perché giungere alla frammentazione vuol dire poter ripartire, ristrutturare, in una totalità progressiva e mutevole che possiede la condanna ma anche il dono immenso dell’individualità. Essere gli altri vuol dire avere il coraggio di amare. Forse è questo il senso e la meta. Perché amare vuol dire ad ogni istante distruggere e ricostruire, annientarsi e rinascere. “Resta pure muto:/ il biglietto trovato nel libro scrive una storia/ che non avrà lettori./ Mantieni il tuo silenzio:/ l’esistenza esiste per ogni cosa che non è e non siamo./ Tu non dirlo: io ti amo.”

Questo libro non è naïf. È frutto di anni di esercizio di assimilazione e registrazione della sfera emotiva, di annotazione di stati d’animo, in un crescendo, un perfezionamento progressivo della qualità dell’ascolto e della visione. Ed è un work in progress, un passo ulteriore di un cammino che conduce e condurrà ad un linguaggio più asciutto. Ma, ed è questo l’auspicio, senza perdere quella coraggiosa naturalezza, quel senso di meraviglia che non teme di mostrarsi, che non smette di dire e di dirci di osare, di provare a sentire ciò che ancora, e a dispetto di tutto, al di là di ogni orrore e timore, di ogni paura e distanza, ci rende autenticamente umani.

Ivano Mugnaini

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Alessandra Corbetta nasce a Erba il 4 dicembre 1988.

Consegue la maturità classica al liceo Alessandro Volta di Como nel luglio 2007 e nel settembre 2010 la laurea triennale in Economia e Amministrazione d’impresa presso l’Università degli Studi dell’Insubria, sede di Como, con la tesi “LA CANCELLAZIONE DELLE SOCIETÀ DI CAPITALI DAL REGISTRO DELLE IMPRESE”, curata dalla professoressa Ilaria Capelli.

Nel settembre 2012 arriva la laurea magistrale in Comunicazione per l’impresa, i Media e le Organizzazioni complesse, con curriculum in Organizzazione di eventi, dopo la discussione della tesi “FACEBOOK E LA FOTOGRAFIA: SCATTI DI IDENTITÀ SU NUOVE RELAZIONI FRAGILI” seguita dalla professoressa Chiara Giaccardi, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Milano.

Nel periodo post lauream Alessandra si dedica a una serie di corsi formativi con i quali intende migliorare la sua preparazione: accanto a quelli di lingua inglese, frequenta un corso in ICT4DEVIS (Information and communication technology for devis) presso l’Università degli studi dell’Insubria, sede Di Como, un corso di alta formazione in scrittura creativa all’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Milano e infine, un corso singolo di Sociologia presso l’Università degli Studi dell’Insubria, sede di Varese, dove avviene l’incontro con il professor Lelio Demichelis.

Nel settembre 2014 ha frequentato la Summer School in Web Communication per la cultura, presso l’Univesità Cattolica del Sacro Cuore, sede di Milano .

Alessandra partecipa costantemente a concorsi letterari, soprattutto di stampo poetico, dove viene spesso segnalata e grazie ai quali ha potuto pubblicare diverse sue poesie (tra gli altri, Concorso Letterario Europeo Wilde; Premio Internazionale Alda Merini; Concorso Letterario Nazionale Labirinti di Parole; Premio Internazionale di Poesia e Narrativa Europa in Versi; Premio Clemente Rebora; Premio Il Sublime; Premio Ossi di Seppia).

Da novembre 2015 è socia sostenitrice della Casa della Poesia di Como, con la quale collabora per l’organizzazione di eventi artistico-culturali tra cui Il Festival Internazionale Europa in Versi; Alessandra coordina i Social Media dell’Associazione e per la stessa ha creato il sito internet www.lacasadellapoesiadicomo.com che gestisce.

Ha collaborato con la rivista culturale online Alfabeta2.

Dall’ottobre 2014 è writing consultant presso l’azienda TTY CREO dove si occupa della realizzazione di manuali tecnici, divulgativi e di brochure relativi a servizi e software dell’azienda; cura e gestisce la comunicazione istituzionale e pubblicitaria su riviste di settore e tiene di corsi di formazione sulla comunicazione aziendale e telefonica.

Ha frequentato con successo il corso di formazione online in Scrittura Pubblicitaria, diretto dalla scuola di Editoria Digitale Flower-ed a ottobre 2015.

Da gennaio 2016 è iscritta al Diploma di Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa, presso l’Istituto di Scienze dell’uomo di Rimini.

A settembre 2016, dopo aver vinto la prima edizione del Premio Letterario Parole Magiche -sezione Poesia-, ha pubblicato con la casa editrice Flower-ed​, la sua monografia poetica “L’amore non ha via”.

A novembre 2016 è uscito il suo primo romanzo, Oltre Enrico (Cronistoria di un Amore sul finale) per Silele Edizioni.

Da febbraio 2017 è Dottore di ricerca in Sociologia della Comunicazione e dei Media, dopo la discussione della tesi dal titolo “TRA RAPPRESENTAZIONE VISUALE DEL CORPO E NARRAZIONE DEL Sé: PRATICHE DI SELF-PRESENTATION E IMMAGINI DEGLI UTENTI DI FACEBOOK”, seguita dal Professor Giovanni Boccia Artieri presso l’università Carlo Bo di Urbino.

A marzo 2017 ha concluso il corso di formazione online in Scrittura Creativa, diretto dalla scuola di Editoria Digitale Flower-ed.

A settembre 2017, invece, ha ottenuto il diploma per il Master in Social Media Communication della Sole 24 Ore Business School, Milano.

 Per Lieto Colle è appena uscita la sua nuova antologia poetica Essere gli altri.

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Il tuo nemico – una recensione

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Se amate il minimalismo non leggete questo libro. Se amate narrazioni comode, rilassanti neppure. Questo libro si rivolge a coloro che sono pronti a mettersi in gioco e chiamarsi in causa.

Il succo del romanzo, o meglio il nodo, è correlato all’incontro-scontro tra democrazia e cibernetica, tra la società “reale” e i territori ancora in gran parte inesplorati del virtuale.

 Gregorio, il protagonista del romanzo, è uno dei tanti diversi di cui dovrebbe essere fatto un mondo di uguali. La sua diversità sta nel fatto di non accettare “the way of the world”, il mondo e la strada che ha preso e in cui, con corridoi di cemento e di asfalto in apparenza lisci e comodi, vuole portarci. Una delle domande che si pone e che ci pone questo libro è chi ci ha condotto su questa strada, come e perché.”

Ripropongo qui nel mio sito alcuni stralci della mia recensione a questo romanzo di cui vi consiglio la lettura.

La recensione è stata pubblicata originariamente a questo link: http://www.zestletteraturasostenibile.com/il-tuo-nemico-michele-vaccari/ dove è possibile leggerla in versione integrale. IM

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Michele Vaccari
Editore: Frassinelli
Anno edizione: 2017
Pagine: 290 p. , Rilegato
  • EAN: 9788893420204

Il poliedrico e multiforme teatro della vita: un romanzo di mari, amori e misteri.

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Una mia lettura del romanzo originale, lussureggiante e “debordante” di Guido Mina di Sospiro recentemente pubblicato da Ponte alle Grazie.
La recensione è uscita originariamente sul sito di Anita Likmeta, con cui collaboro per la sezione Letteratura e cultura, a questo link  https://anita.tv/2017/05/04/il-poliedrico-e-multiforme-teatro-della-vita-un-romanzo-di-mari-amori-e-misteri/ .
Buona lettura e buone avventure a tutti i naviganti. IM

 

 

 

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Mina di Sospiro gioca con le parole, con il loro mistero, con il senso e l’assenza di senso, con la vita, fatta di codici astratti e di carne palpabile e danzante, folle e assetata, a volte perfino saggiamente folle. È attratto da tutto ciò che porta e indossa la vita, sopra e sottovento, sopra e sotto i vestiti, i gesti, i sorrisi ammiccanti, l’invito a esplorare i confini e a fare un passo oltre. La vita lo incuriosisce, lo attira, gli pone di fronte uno spettacolo variegato fatto di contrasti e chiaroscuri, il sublime e il becero, il pensiero e il salto ad occhi chiusi in un vortice o in un baratro.

 

E allora lo scrittore la osserva, la corteggia, la fa bere e la fa parlare. Ha la conferma di quanto lieve e complessa sia, la vita, e che il suo significato è una sciarada con troppe soluzioni, o forse con nessuna, o entrambe le cose assieme. Non ha bisogno del re scozzese shakespeariano per confermare e confermarci quanto la vita sia “a tale told by an idiot”. Lo sa, ne ha preso atto da tempo, ma non si è fermato, non ha rinunciato a mettere le vele al vento. Anzi, si è ripetuto, come Hölderlin, che “l’uomo è un dio quando sogna, un mendicante quando riflette”. Ma non è sceso neppure a questo porto. Con la forza dell’istinto e di un possente vitalismo ha compreso che mischiando le due componenti in giuste dosi l’uomo può essere meno misero quando pensa e meno asceticamente incorporeo quando sogna. Basta rendere vivo il sogno, aggiungendo una porzione di follia, di avventura, di sudore, di adrenalina, di paura e attrazione: tramite un viaggio, un’esplorazione, una sfida, quindi, ancora, un gioco.

 

Sempre sapendo, con un sorriso, che non c’è niente di più intrigante e divertente del gioco, e, al tempo stesso, non c’è niente di più serio. E che il gioco non è mai gratuito, impone attenzione, coinvolgimento assoluto, per capirne le regole sancite e soprattutto quelle nascoste, le più importanti. Alla fine, bisogna essere anche disposti a perdere, a capire che non c’è niente da capire, come cantavamo negli Anni Settanta, oppure che tutto ciò che si deve comprendere è che non tutto può essere compreso, è questo è il più secco e il più dolce dei colpi di vento. La narrazione di Mina di Sospiro vive di accostamenti e contrasti. Unisce oggetti, azioni e idee come un artista materico, e non si lascia abbattere se non combaciano gli angoli, anzi, ne esulta. Sconfina con gusto, deborda e ci trascina con forza gioiosa ed esuberante a bordo di una fantasia onnivora, poliedrica, multiforme, un teatro nel teatro della vita. Il susseguirsi delle scene, delle azioni, degli spunti e degli stimoli è rapido, incalzante. L’autore mette in pratica ciò che ha scritto in suo fortunato libro sul ping pong e sulla metafisica che ne è alla base; o, meglio, applica alla scrittura anche di questa polimorfa creatura letteraria l’istinto e la ragione del gioco da lui preferito: la necessità di correre e pensare allo stesso tempo. Fino a far coincidere le due istanze, senza distinguerle, senza separarle dalla naturalezza del respiro. Perché quell’istante di riflessione fuori tempo e fuori luogo farebbe cadere a terra la pallina e con essa la magia folle della passione che tutto assorbe, dell’affabulazione che rende tutto credibile, irreale nella realtà a cui scegliamo di dare corpo.

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Racconto di pirati, a tratti di moderna cappa e spada, tra malviventi e personaggi ambigui, bizzarri e disperati, ma senza resa né tregua, il romanzo è mille cose insieme, mille generi, toni, rimandi e allusioni, senza compiacimento, senza ammiccamenti. Quindi, è soprattutto anzi unicamente se stesso, un pezzo unico, originale. Non da collocare in qualche museo o catalogo ma da porre costantemente in un flusso, sia esso quello della lettura che della fantasia. Romanzo on the road, sulla strada del mare, ha bisogno di moto costante, non può sostare. Racchiude posti e volti inventati e al contempo è un documento ricco di riferimenti a luoghi esistenti, il Jackson Memorial, Palm Beach, la Florida, le Antille, i Caraibi, Cuba e mille altri luoghi collocati a metà strada tra il mare e il mito. Tra le righe, ma anche dentro, nelle pieghe più sensibili, è il resoconto di un mondo che siede sulle sdraio a strisce multicolori in luoghi di lusso tra il sole e l’ombra densa di sotterfugi e intrighi, la zona morta, ma brulicante di umanità, tra legalità e crimine, disperazione, fantasia e il sogno costante di un altrove risolutivo, una mossa a sorpresa che cambia le carte e rovescia i tavoli. 

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Il destino, lo si sa, si nutre di logiche sbalestrate. Nella seconda parte del libro Mina di Sospiro lo fa condurre da una nave senza timone, ricca di assonanze e richiami fascinosi: “Durante questa unica e irripetibile settimana astrale, gli eventi di ogni giorno saranno influenzati e talvolta addirittura decretati dalle divinità pagane. Quali? Quelle della mitologia latina e sassone, le due culture che hanno colonizzato il nuovo mondo e che evidentemente presiedono alla pari sul mar dei Caraibi. Le stesse divinità, infine, che hanno ispirato il nome dei giorni della settimana, sia nelle lingue d’origine latina, fra le quali lo spagnolo, che in quelle d’origine sassone, fra le quali l’inglese”. Un escamotage accattivante, del tutto coerente con lo spirito e l’animo che orientano il romanzo: lo scambio costante di colpi d’approccio e di schiacciate fulminee e secche tra il caso e l’uomo, tra il rischio, la pena e il piacere di non sapere mai se saremo sopravvento o sottovento, con la sola certezza del mutare costante. Consapevoli solo che, per dirla con le parole di una delle epigrafi del libro: “Non ci sarà sortita. Tu sei dentro e la fortezza è pari all’universo dove non è diritto né rovescio né muro esterno né segreto centro”. (Jorge Luis Borges, Labirinto).

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Questo romanzo ci chiede una cosa difficile ed esaltante: lasciarsi andare alla corrente. Chiudere gli occhi e abbandonarsi alle onde, oppure spalancarli, ma lasciando spazio a ciò che non si vede immediatamente, a quel senso di mistero che è, la trama ce lo indicherà gradualmente, un oro che non si può afferrare con le dita, ma che non per questo è privo di peso, anzi, contiene in sé il peso del tempo e dello spazio di tutti i secoli e tutti i sogni che abbiamo fatto e che ancora saremo in grado di fare. La narrazione sui generis di Mina di Sospiro ha un potere straniante, ci porta in un luogo che non c’è ma che, improvvisamente, con un sorriso, riconosciamo come nostro: un posto dove siamo già stati, o, più esattamente, dove abbiamo immaginato di andare, e, quindi, dove siamo stati veramente. Il romanzo ci fa lo stesso effetto che Christopher Foley, uno dei personaggi del libro, esercita su Ruth, una delle partecipanti alla spedizione: “Era venuta a sapere di lui indirettamente, investigando la storia del Belize e della  barriera corallina che Chris aveva aiutato certi oceanografi a esplorare. Da quanto aveva sentito e in seguito letto su di lui, l’aveva colpita come un essere umano tanto illogico che, prima ancora d’averlo conosciuto, ne era già stranamente attratta. ≪Un tuffo nell’irrazionale≫  pensò mentre si convinceva della bontà della propria decisione, ≪ecco cosa fa per me. Ci sarà da divertirsi≫”.

 

Andare per salti

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Una mia nota di lettura sul libro Andare per salti di Annamaria Ferramosca.

La nota è già stata pubblicata in versione integrale, comprendente anche una selezione di testi scelti dalla stessa autrice, sul portale Viadellebelledonne, a questo link https://viadellebelledonne.wordpress.com/2017/05/05/andare-per-salti-di-annamaria-ferramosca/ .

L’invito, ai dedalonauti interessati è quello di sempre: incuriosirsi, leggere, cercare il libro e altre belle cose. Le stesse che auspico per tutti voi. IM

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Andare per salti presuppone la volontà e la necessità di staccarsi dal suolo, seppure per un breve tratto. Implica un volo, uno spazio ed un tempo in cui si perde il contatto con il terreno. Annamaria Ferramosca ha percepito nei versi di questo volume un moto interno, una dinamica del sentire, ma, coerentemente con quanto ha scritto nei suoi libri precedenti e soprattutto in piena concordanza con il suo modo di percepire e di vedere, ha corretto il tiro, lo ha ampliato e modulato. Andare per salti è composto da tre sezioni: la prima, eponima, ricalca il titolo del libro, la seconda prosegue con “Per tumulti” e l’ultima va ”Per spazi inaccessibili”. Si ha l’impressione di una progressiva volontà di recuperare il legame con la superficie terrestre, imperfetta, pietrosa ma imprescindibile. Il tumulto richiama l’effetto di un sommovimento tellurico. Un terremoto, sia del suolo che del cuore. Gli spazi inaccessibili sono quelli intricati di una giungla, una boscaglia, non certo quelli sgombri ed eterei del cielo. La Ferramosca, anche in questo libro, percorre con coerenza i cerchi e le curve del percorso letterario ed esistenziale che le è proprio. Cammina in punta di piedi ma con forza e tenacia sul filo esile e vitale sospeso tra il corporeo e l’incorporeo, il carnale e l’etereo, tra la paura e la necessità di sporcarsi le mani con la sabbia e con il fango, con il sudore e con il sangue, con la feroce attrazione dell’imperfezione.
In quest’ottica, partendo da questa prospettiva, anche il linguaggio va adattato, ristrutturato e rimodellato, reso strumento duttile e duplice, atto a tracciare sottili linee azzurre nell’etere ma anche all’occorrenza lettere rosse, dense di sangue, piene della goffa e umanissima sostanza del dolore. “Questa sera ruota la vena/ dell’universo e io esco, come vedi,/ dalla mia pietra per parlarti ancora/ della vita, di me e di te, della tua vita/ che osservo dai grandi notturni”. Sono questi i versi, tratti da Incontri e agguati di Milo De Angelis, scelti dall’autrice, con una cura e un’attenzione che non è difficile immaginare, come epigrafe, come stanza d’ingresso per questo suo libro. Esco dalla mia pietra, recita uno dei versi. Da una pietra si esce come, in quale modo, con quale forza e quale strumento? Annamaria Ferramosca in questo libro sembra dirci che dalla pietra si può uscire vivi, senza essere diventati pietra noi stessi, almeno non del tutto. Si esce, forse, se si è capaci di comprendere che non c’è una sola vita da raccontare. C’è anche la vita altrui da dire, da rendere verso, parola. Dalla pietra di una tomba che è già realtà all’atto del nascere ci si salva parlando agli altri della propria vita e della loro, simultaneamente, cercando di andare oltre il confine, superandolo con il tumulto di un cuore che si spezza e rischia di spegnersi da un attimo all’altro ma che, nonostante questo, non smette di camminare e sorridere, a dispetto di tutto, esplorando e rendendo propri gli spazi inaccessibili del significato, di un significato possibile, giusto o sbagliato ma umano, il luogo dove il senso diventa sentimento. “Schizzo via dalla giunglamercato/ obliquando rallento prendo fiato/ rispondo alla domanda muta/ del venditore ambulante/ – è da un po’ che mi fissa perplesso -/ sai la fine mi tiene d’occhio e voglio/ andare senza direzione/ come un bambino fare splash nelle pozzanghere/ se vuoi se hai tempo appena/ il tiglio smette di gocciolare/ ti racconto una stupida vita/ come stupisce come istupidisce”. In questi versi della lirica d’esordio del libro l’autrice, con i mezzi, gli utensili a lei più cari, tesse un filo che unisce passato e presente, la sua produzione precedente e questo suo libro attuale, lo specchio del momento. Un collage tra parole che vengono agglutinate, come in “giunglamercato”, conservando ciascuna un proprio senso che tuttavia diventa nuovo nell’attimo dell’accostarsi, nel gusto mai spento della voluttà del dire. Stesso discorso per i vocaboli creati ex novo, come con i pezzi di un Lego colorato e dalle infinite possibilità, come nel caso di “obliquando”. Ma il gioco della Ferramosca è sempre serissimo, nella forma e nella sostanza. Viene fatto di immaginare un taglio dolce ma severo perfino nel sorriso che le si apre sulla bocca quando fa “splash nelle pozzanghere”. È una delle caratteristiche che rendono riconoscibile la poetica dell’autrice: la serietà nel gioco e la giocosità nella serietà. La commedia della vita che racconta con i suoi versi alterna, potremmo dire “obliqua”, attimi di levità in cui tuttavia non smette di percepire che il mondo è storto, sbilenco, fuori asse, e istanti di ragionamento che non vuole mai rendere del tutto agri. L’ironia, in questo libro, ha sempre un fondo di amarezza per la deriva umana, osservata, percepita, descritta.
Questo libro è, in parte, una sorta di canto notturno della Ferramosca, scritto con la percezione di una ferita, con la minaccia di un buio incombente. Ma l’autrice anche qui, perfino nella penombra del corpo e dei pensieri, riesce a non dimenticare le voci altrui, e la sua “bambina delle meraviglie” che dorme, serena. Comprende, e ci fa comprendere, che la bambina è altra da sé, vive una vita propria, indipendente da lei. Ha il suo luminoso tempo dell’infanzia, Nicole, e avrà un futuro anche quando non potrà e non potremo più guardarla, proteggerla con lo sguardo e con i pensieri. La bambina è altra da sé ma è anche lei, Annamaria Ferramosca, in grado di conservare uno spiraglio di stupore, e la forza di un salto, illogico e salvifico, perfino al di sopra del “terribile che infuria”, del “solito sgomento” che rende illusoria la speranza.
Il trucco è semplice, tutto sommato: dimenticare, volutamente, ricordarsi di scordare lo “zaino zavorra”. Sapendo che dentro quello zaino c’è tutto ciò che conta e che in realtà quello che c’è conta poco o niente. Non contano le “de-finizioni”, ciò che pone termine alle potenzialità infinite dell’essere e dell’esprimere. Non conta ciò che minaccia e chiama a sé, nel mistero dell’oltre. Non contano perché la bambina è ancora splendidamente “irrubata” dal mondo, è un luogo del tempo in cui il tempo stesso non può arrivare, non può irrompere e non può infrangere. Questo è il fuoco del libro, l’essenza, il succo spremuto da giorni di ascolto e visione, di paura e di attesa. Ed ha un sapore lieve al palato, nonostante la speranza che si fa sempre più esile, che parla come una Sibilla chiusa in un’ampolla. “Nessuno è reale piove sempre/ nella pioggia sbavano i segni/ ma le pagine accidenti quelle sono/ insperate di bellezza/ disperante bellezza irraggiungibile”, scrive. In questo gioco oscillante di ossimori, quasi danza su un filo sospeso, c’è il richiamo mai spento, determinante, imprescindibile: quello di Nicole, la bambina, alunna e maestra, la sua luminosa infanzia, intatta e intangibile, e ci siamo che, pensandola, amandola, salviamo lei in noi e noi in lei.
Da qui, da questa fragile solidità acquisita con un moto d’affetto assoluto, può finire il salto e iniziare il tumulto. La seconda sezione del libro si apre con una danza, un movimento del corpo che si disegna nell’aria con il suo legame attraverso i passi, con la terra: “Tu non lo sai ma questa tua danzaturbine/ ha parole paradossali d’invito ‘nturcinate”. Il turbine sconvolge, scompagina, descrive e genera forme nuove: il coraggio di affidare al corpo la libertà di creare ancora, nonostante tutto, ancora una volta. Il paradosso è sempre fertile, per sua natura, per la capacità di mettere a contatto materie diverse, entità e respiri. Ne deriva un amplesso, corporeo e astratto, etereo e sanguigno, in grado di rendere le parole ‘nturcinate’, intrecciate, avviluppate fino a smarrire il discrimine, l’io e il tu, il presente e un tempo indefinito, la coscienza e il sogno. Da qui, la scena d’amore, nasce, erompe, come “le onde-salento che lampeggiano” e “il soffio greco del timo sullo scoglio”, con la consapevolezza di avere già i piedi nella corrente. La solidità si è fatta fluida, scorre, e ad ogni istante muta. Non è tuttavia morte per acqua alla Eliot. Semmai qui, nell’ebbrezza del tumulto, è vita per acqua, eros esistenziale, dialogo intimo di braccia, occhi, dita, parole.
Fortificati, consci e smarriti quanto basta, possiamo intraprendere l’esplorazione dei luoghi inaccessibili, ultima tappa del viaggio. Ma il tragitto è sempre circolare, ci si muove sempre in circoli, cerchi, Circles, circonferenze e sfere: la tappa finale è anche la prima. Ci si rivolge ad un destinatario ben identificato e al contempo indefinito. Si parla, in questa sezione, ma in fondo in ciascuna pagina di questo libro, della fine personificata che incombe: “Procedi per allusioni/ per sotterfugi sottili ti sottrai/ e intanto lievita/ questa bella estate di frutti e led/ ora so di aver vissuto solo per stanarti/ un’intera vita a decrittare invano/ i cartelli che pianti sulle svolte/ le scritte pallide le frasi/ lasciate qua e là smozzicate/ (per discrezione o forse/ per una più veloce eutanasia) ma/ sai bene quanto intollerabile sia/ conoscere i dettagli del viaggio”.
Un consuntivo, una sorta di giornale di viaggio, un diario di bordo scritto per se stessa e per chi lo leggerà, dopo, in un tempo ancora da venire e definire. Lo è nello specifico la sezione conclusiva del libro ma anche l’intero libro, nella sua sfaccettata unitarietà. Annamaria Ferramosca in questo suo Andare per salti ha scritto un sobrio, addolorato e gioioso inno alla vita, insieme ad un ascolto dell’effimero che siamo. La forza di questo libro è nella capacità di scrivere di sé senza egotismo, senza pretendere di essere il Nord magnetico e la stella polare. L’autrice parla di sé rispondendo al silenzio di un venditore ambulante con il racconto della sua vita. Parla di sé smarrendosi in una danza o nell’ebbrezza di frasi fulminee scambiate sullo schermo di un computer. Parla di sé osservando la bellezza di una fanciulla che prosegue da sola il suo cammino portando però con sé frasi, discorsi, pensieri e sogni che ha raccolto da lei in modo spontaneo, immediato, naturale come il ciclo delle stagioni.
Al lettore, alla fine, viene spontaneo dire che l’attività del decrittare cartelli sulle svolte e frasi smozzicate non è stata inutile. Non è stato invano, il salto, il tumulto, la ricerca costante, ininterrotta. Il fascino, del libro, e della poesia in termini più ampi, è quello di sapere cantare il viaggio, le luci e le ombre, le danze e gli inciampi, senza conoscerne i dettagli. Dando voce e canto al mistero che ci finisce e ci dà vita. Se troviamo, chissà dove, chissà come, la forza di non smettere di saltare con la forza visionaria e danzare con la forza umana, vitale. Anche nel buio.

Ivano Mugnaini

Andare per salti
Annamaria Ferramosca, Andare per Salti – Casa Editrice Arcipelago Itaca di Osimo (An), 2017
Introduzione di Caterina Davinio.
2a edizione Premio “Arcipelago itaca” per una Raccolta inedita di versi.
Pagg. 80, € uro 13,00 – ISBN 978-88-99429-16-4

Annamaria Ferramosca

nata a Tricase (Lecce), vive a Roma. Fa parte della redazione del poesia2punto0 portale, Dove e ideatrice e curatrice della rubrica Poesia Condivisa. Ha all’attivo collaborazioni E Contributi creativi e Critici con varie riviste e siti di Settore. Vincitrice del Premio Guido Gozzano e del Premio Astrolabio e recentemente del Premio Arcipelago Itaca, e finalista ai Premi Camaiore, LericiPea, Pascoli, Lorenzo Montano. Ha Pubblicato in poesia: Andare per salti, Arcipelago Itaca 2017, trittici – Poesie Il segno e la Parola, DotcomPress 2016, Ciclica, La Vita Felice 2014, Altri Segni, Altri Circles– Selected 1990-200 8, collana Poeti Italiani Contemporanei Tradotti , Chelsea Editions, NY 2009, Curve di Livello a le, Marsilio 2006, Pasodoble, Empiria 2006, la Poesia Anima Mundi, Puntoacapo 2011, Porte / Doors, Edizioni del Leone 2002 Il Versante Vero, Fermenti 1999. Ha curato la versione italiana del poetica libro del poeta rumeno Gheorghe Vidican 3D-Poesie 2003-2013, Edizioni CFR 2015 e’ voce ampiamente antologizzata e inclusa nell’Archivio della voce dei Poeti, Multimedia, Firenze. Testi Suoi sono stati Tradotti, Oltre Che in inglese, in francese, Tedesco, Greco, albanese, russo, rumeno. Suo sito Personale: http://www.annamariaferramosca.it

L’inciampo – recensione

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Propongo qui una mia nota di lettura al recente libro di Daniela Pericone.
Chi fosse interessato a inviarmi suoi testi, editi o inediti, per letture editoriali o recensioni, mi contatti a questo recapito :  ivanomugnaini@gmail.com

COPERTINA L'INCIAMPO

Daniela Pericone, L’inciampo, L’Arcolaio edizioni, Forlì, 2015, pagg. 90, € 11

Nota di lettura di Ivano Mugnaini

Inutilmente la vita mi rincorre
la gara è breve ma la fatica è doppia
a ogni tappa è mia la vittoria
il passo sempre di uno sbaglio avanti
.

Questi riportati qui sopra sono alcuni versi che ho scelto tra i più significativi, a mio avviso, della raccolta L’inciampo di Daniela Pericone. A dire il vero avrei dovuto citarne molti, alcuni sparsi e racchiusi in contesti apparentemente e forse volutamente transitori, come tappe di un percorso che conduce a bagliori di visioni tanto brevi quanto intensi.

Ci sono molte parole chiave, nei versi riportati: “vita, gara, fatica, passo, sbaglio”. Sembra fuori dei confini semantici, e per questo spicca, il termine “vittoria”.

L’esplorazione del terreno esistenziale è condotta con sguardo attento e acuto, disincantato, sapendo che ogni sorriso comporta la conquista non di rado penosa dei domini del tempo e dello spazio. Con la consapevolezza che ogni passo è, insieme, gioia e dolore, volo e inciampo.

Sapendo che forse il solo volo possibile è quello brevissimo, tragico, ironico, salvifico a suo modo, che separa e unisce il desiderio dell’aria e l’asprezza del terreno.

“Uno sbaglio avanti” è uno dei molti ed efficaci casi in cui il linguaggio viene plasmato per esigenze di sintesi e per creare un ponte tra la sintassi e il sentire più profondo, per andare oltre il senso immediato, esprimendo in una manciata di sillabe un mondo, un microcosmo, individualità tanto assoluta da diventare paradossalmente universale.

Senza più ossa e nodi su nodi
alle dita e quegli occhi allacciati
allo specchio infestati di sonno
in abito di gala la menzogna.

La poetica della negazione si può percepire e rilevare nei versi sopra riportati, o meglio la poetica della sottrazione, una consistentissima assenza, una mancanza prepotente per urgenza e preponderanza. La montaliana consapevolezza del non possedere e del non poter dire appieno si innesta qui su un’ironia amara, rafforzata ancora una volta da adeguati spostamenti dell’asse semantica: quegli occhi che non sono soltanto colmi di sonno ma sono “infestati”, quasi a trasporre il tutto in un ambito patologico, un’infezione, un morbo. E, come eco distante ma in qualche modo percepibile, quel “è forse il sonno della morte men duro” riecheggia. Così come il topos di sempre, la maschera, la finzione, il niente, la menzogna rivestita con abiti di gala.

Continuando nella scia del parallelismo foscoliano dei Sepolcri, c’è anche qui un “pur”, un momento di svolta brusca, una sterzata energica che non nega quanto si è detto del dolore e dell’assurdo, della cadute costanti, della pena del corpo lacerato, ma, nella coerenza, mostra un sentiero di passi ulteriori:

tuttavia sempre alla superficie del gorgo
grazie all’impagabile restare assorti
e distanti a seguire indicibili traiettorie.
Conforto a questa riva che su tutto resiste.

Questa superficie essenziale e vitale che è reale profondità, fatta di distanze ossimoriche, nella pienezza di un conforto che non guarisce, non cura, ma, a dispetto di tutto, resiste e consente in qualche modo di resistere. Con le traiettorie indicibili, aree e terrene, che sono fatte di ricerca, di pensiero e di poesia.

Ivano Mugnaini

Qui sotto una selezione delle liriche:

Daniela Pericone

L’INCIAMPO

Poesie 2010-2015

L’arcolaio

Stratagemmi di danza

intorno ai fuochi

Tuttavia

rimango qui, qui

ritorno ripiegata come un foglio

su cui non cresce il tuo nome

ma flagra nell’aria in attesa

che qualcuno lo afferri per le ali

e lo inchiodi al muro come

un piccolo insetto crocifisso

dalle tue paure

e nel cuore della lotta

da tasche e tagli rotolano

ancora altri chiodi e altri sbagli

finché rimango qui

in assurda difesa

dietro questi occhiali

che mi fissano dallo specchio

ma non mi vedono.

2.

Inutilmente la vita mi rincorre

la gara è breve ma la fatica è doppia

a ogni tappa è mia la vittoria

il passo sempre di uno sbaglio avanti.

3.

Non chiedermi nulla, nulla

ho da dire, né altro m’attende se non

con poco sguardo

sentire quest’ora – ogni ora –

scorrere a balzi sui fianchi senza

sapere se sia polvere d’ossa

o tritume di stelle quel che

resta sospeso confuso al rosso

del fiato alla volpe dei capelli.

III

Di varchi e di bufere

1.

Io non ho soluzioni da dare

dovrei dire che quelle rimaste

siano solo risposte sbagliate

e tanto sapevo e sentivo

se annodavo un capestro ai capelli.

Eccomi ancora così

scolpita nel tempo a un’assenza

d’accordi, esiliata alla fonda

con un piede nell’acqua di mota

a parlarmi da sola, a ripetere

che va bene così, che pure una storia

maestosa sarebbe finita

ch’ogni cosa è in scadenza

- si perde la nota perfetta nell’aria insonora.

E seppure la ignori non posso evitare

una fitta infedele

- le risposte diventano schiuma

evanescenza di ipotesi, sentieri

che ridono ma non portano a niente

perché qui e ora e ancora

è un’altra la vita, un indizio

di luce inesplosa.

2.

Ora che tutto è chiaro

in questa selva di forme

se il vento distoglie

i corpi alle orme e le ombre

si accalcano in seno ai compagni

sotto le pietre affocate della rocca

e le sue caverne deliranti

s’intrama un rodio

di deserto che a folate assale

la sola strada tracciata

di sale che abrade i confini

al lentissimo cuore

alla sua linea stracciata.

3.

Lo scirocco è una guerra

d’aria che mastica sabbia in rivolta

si oppone alla fretta al moto apparente

della calca a quel correre sopra sotto

o solo in tondo senza arrivare mai a niente

casomai finendo in un tonfo

ma non al fondo soltanto intorno

in un giro inconcludente.

È allora che il vento interviene

strappa le redini all’auriga terrestre

e s’inturbina attorno a un groviglio

di sassi vuoti e di spini a quei sacchi

pieni d’ossa cavi di suono

privi di senno colmi di sonno.

4.

Alfine esultiamo

all’opera compiuta

dopo tarli di costante lavorio

è annullato ogni dolore

- l’abitudine distoglie anche il disprezzo

né distanza né ansia di rigetto

perfetta anestesia la monotonia

da non sentire amaro

persino l’abbandono quasi un refolo

breve scuotesse appena l’onda

- solo un conto che non torna

lento effetto secondario

se non schiuda più all’attesa

d’altro luogo d’altro ardore

divisa la memoria

irrisoria ogni traccia d’amore.

5.

Tutto quello che vale

resta dentro e ha mutato

fiumi interni e vie

dell’essere e ricordi.

Forse pure i versi

non hanno altre ambizioni

che innescare intermittenze

d’emersioni se anche tentino

arginare la cordata dei naufragi

confidando che

un mai più valga quanto

un chissà dove ancora quando.

6.

In guerra di lume e ombra

staglia dal fondo cupo la figura

verso l’occhio di chi la spoglia

si orienta d’obliquo il raggio

in modo che allo sguardo

splenda soltanto un volto

al centro del paesaggio

da rovine di tenebra

le parti lasciate in fosco.

Così si vive trascurando il buio

in un inganno di luce.

7.

Ancora intrusioni di malessenza

in queste case colate di negrezza

risvegli diroccati scalinate senza più appigli

balaustre divelte ballatoi su precipizi

ramaglie invelenite occhieggiano dalle rovine

sole insegne in rigoglio pentacoli maligni.

11.

Brindo alla fine del giorno

all’orlo del calendario

al crepuscolo che inganna

- non sai mai s’è d’alba o tramonto

brindo allo sguardo lungo

e alla vista corta

agli amori scartati

per difetto di fiato

all’impazienza dei vivi

al corteo di presunte ragioni

ai pretesti bugiardi

brindo alla luna di traverso

che fa urlare il semplice vero

pur se nessuno vuole sentire

e tacere nell’unico punto

in cui serve parola

alle virgole scambiate

di posto a stravolgere i piani

brindo alle vite mai avute

alle svolte mancate alle scelte

precise con gambe malcerte

alle mie forme plurali

furiose filanti inconcluse.

12.

Tenevo una quiete di temporali

in una buca scavata nelle tasche

ora mi gocciano dentro

mi prendono per mano

sono la gioia delle pietre.

Pericone

Daniela Pericone è nata nel 1961 a Reggio Calabria, dove vive. Scrive poesie, prose brevi, testi di critica letteraria. È autrice e interprete di letture sceniche e recital (Orfeo ed Euridice, Caravaggio). Collabora con enti e associazioni alla realizzazione di eventi culturali e reading. Ha pubblicato i libri di poesia: Passo di giaguaro (Ed. Il Gabbiano, 2000); Aria di ventura (Book Editore, 2005); Il caso e la ragione (Book Editore, 2010); L’inciampo (L’Arcolaio, 2015). Tra i premi ricevuti per la poesia edita e inedita, Città di Corciano, S. Domenichino, Lorenzo Montano, Antica Badia di S. Savino, Tra Secchia e Panaro, Francesco Graziano. È presente con poesie e recensioni in volumi antologici (tra gli ultimi, Pane Poesia, a cura di V. Guarracino, New Press Ed., 2015), riviste culturali (Poesia, L’immaginazione, Capoverso, ecc.), siti e blog letterari. È tra i redattori della rivista on line Carteggi Letterari – critica e dintorni

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