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Tableaux Florentins alla libreria Todo Modo

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Tableaux Florentins alla libreria Todo Modo

 

Incontro sui versi di Marguerite Yourcenar tradotti nel fascicolo 1/2018 della rivista “Gradiva”

Domani, martedì  8 gennaio, alla Libreria Todo Modo in via dei Fossi a Firenze, alle ore 18,30 ci sarà un importante evento letterario legato alla rivista GRADIVA.

Verrà presentata la traduzione in italiano (anteprima assoluta in Italia) dei celebri Tableaux Florentins della scrittrice Marguerite Yourcenar, a cura di Amalia Ciardi Duprè e Maria Francesca Gallifante usciti nel n. 53 della rivista GRADIVA.

L’attrice Anna Montinari leggerà i componimenti della Yourcenar.

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Libreria Todo Modo – Via de’ Fossi, 15 – Firenze

Evento Libreria Todo Modo

Come la vita. Caso, fortuna, destino da Pirandello a Woody Allen

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Come la vita.

Caso, fortuna, destino da Pirandello a Woody Allen 

Basterebbe il titolo di questo libro per interessare, attrarre, incuriosire. Gli ingredienti di partenza sono ottimi, e sono stati messi insieme, plasmati, amalgamati con cura, passione, competenza. Ne deriva un libro (lasciando da parte la scia delle metafore gastronomiche ma conservando il gusto dell’assaggio e di una lenta e accurata degustazione) assolutamente gradevole dalla prima all’ultima pagina. Ricco di sostanza, documentato, con note accurate e precise ma mai pedante, ridondante o macchinoso.

Ciò non significa che il libro non abbia un approccio assolutamente rigoroso e “scientifico”. Tutt’altro. L’apparato di dati, citazioni, rimandi e riferimenti intertestuali letterari e cinematografici è vasto, accurato, nitido e ricco.

C’è semmai, in più, o accanto, o comunque legato da tutto questo materiale raccolto e catalogato, un elemento ulteriore, viene fatto di dire ancora una volta un ingrediente, un sapore inconfondibile: il gusto di chi lavora con passione su qualcosa e per qualcosa che ama e che gli è congeniale. Donatella Boni ha realizzato questo suo saggio come un romanziere elabora e dà corpo ad una storia che gli sta a cuore: con sudore sempre accompagnato dal sorriso, quello di un collezionista che ha tra le mani l’oggetto del suo desiderio e della sua attenzione. Sa che vi vorrà enorme pazienza e moltissimo tempo a collocare ogni tassello nella giusta posizione. Ma mentre lo fa ha un volto radioso e quel sorriso, quell’ammirazione per i pensieri registrati in ogni pagina, per le riflessioni riportate e messe a confronto, traspare, viene trasmesso come per osmosi anche a chi legge, a chi esplora i mondi possibili e le argomentazione che il libro propone.

Tutto è ben catalogato, ordinato in capitoli e paragrafi come si sistemano nei cassetti oggetti a noi cari, trovati, cercati, incontrati lungo il cammino e conservati con cura nella memoria.

Come per la vita si adatta a vari tipi di lettori, ai neofiti e agli esperti. Non lascia per strada nessuno. Ciascuno, a seconda dei suoi gusti, delle letture, delle conoscenze, vi può trovare qualcosa di suo, confrontando la sua idea della sorte con la realtà che ha immaginato e vissuto, con la sorte individuale delle sue verità e dei suoi sogni.

Propongo qui di seguito il brano iniziale dell’Introduzione, alcuni brani e la scheda editoriale.

Sottolineando e confermando però che ogni pagina è interessante, contiene perle di citazioni su cui vale la pena riflettere mandandole a memoria. Possono servirci nelle varie circostanze del caso, della fortuna, del destino, tra rabbia e riso, disperazione e umorismo, nel dissidio ininterrotto tra il sognato e il cosiddetto “reale”.

Una cosa è certa: vale la pena cercare questo libro, leggerlo, tenerlo come utile e pregevole serbatoio di saggezze e insanie, materiale con cui erigere la sola certezza della vita, quella riguardante la linea di confine tra ragione e follia, caso e scelte esistenziali. Tanto esile, quella demarcazione, da apparire inconsistente se non del tutto inesistente. Saggiamente folle, come la vita. IM

* * * * * * *

La letteratura, come tutta l’arte, è la

confessione che la vita non basta.

(Fernando Pessoa)

Che fortuna, che sfortuna, era destino, il caso ha voluto, fatalità… chi di noi non ha esclamato queste parole, talora a sproposito? Fortuna, sfortuna, caso e destino in una attribuzione a volte immediata, a volte a posteriori, sono gli elementi che ordinano tutte le vite, quelle vere come quelle immaginarie.

È da qui che voglio iniziare: da come la mia idea di lavorare sulle costanti che compongono o scompongono qualunque avventura abbia sollecitato in amici e conoscenti il desiderio immediato e quasi compulsivo di dire la loro: “È un argomento interessante, pensa che proprio parlando di destino ti potrei raccontare quel che mi è capitato…”. Così ho compreso che non stavo solo scrivendo un saggio letterario, ma un regesto di possibilità diversamente concatenabili sull’esistenza, tratto non dalla vita, ma dalle opere di narrazione che la descrivono, alcune tanto avvincenti e ben costruite da essere, appunto, come la vita.

Personalmente ho sempre cercato nei libri risposte, spunti e suggestioni per meglio comprendere le esperienze della quotidianità. La narrativa è stata per me una specie di realtà virtuale, un luogo fantastico dove conoscere mondi diversi nel nostro stesso mondo, senza rischi se non quello di fare le ore piccole e di avere gli occhi rossi, immedesimandomi nell’uno o nell’altro personaggio. Ho spesso riflettuto sulla sottile alchimia tra caso, fortuna, destino e libera scelta nella vita delle persone, reali o inventate, argomento che da qualche tempo si è fatto più insistente nei miei pensieri e al quale dedico questo scritto.

Capitolo 1

VENTO, PIUME E CIOCCOLATINI:

DEFINIZIONI ED IMMAGINI

Ripugna allo spirito umano accettare la

propria esistenza dalle mani della sorte,

esser null’altro che il prodotto caduco di

circostanze alle quali nessun dio presieda,

soprattutto non egli stesso.

(Marguerite Yourcenar)

Ad elaborare una delle più celebri riflessioni sulle dinamiche tra fortuna e virtù fu senz’altro Niccolò Machiavelli. La questione è oggetto di diversi passi del Principe, trattato in cui si afferma che “Coloro e’ quali solamente per fortuna diventano di privati principi, con poca fatica diventano, ma con assai si mantengano” (Machiavelli, 1981: 32). Vale a dire che circostanze positive aiutano, ma la mutevole fortuna non garantisce il mantenimento dei risultati, fine per il quale è necessaria la virtù, definibile come energia, intelligenza, previdenza e capacità di volgere a proprio vantaggio gli eventi. Chi possiede queste doti non teme le avversità; gli ostacoli gli permettono anzi di mettere in luce e di utilizzare il proprio talento, come avvenne a Mosè, liberatore del suo popolo dalla schiavitù in Egitto: “Sanza quella occasione, la virtù dell’animo loro si sarebbe spenta, e sanza quella virtù la occasione sarebbe venuta invano” (Machiavelli, 1981: 29). Sembra tutto molto facile nel lucido disegno di Machiavelli, ma la sua parola non fu certo l’ultima e, dopo di lui, innumerevoli filosofi e scrittori si posero il medesimo problema.

Solo pochi integralisti affermano che tutto avvenga solo per caso o che, al contrario, tutto sia già scritto e non valga pertanto mai la pena di lottare. Si trova invece spesso chi, ispirandosi all’antico detto faber est suae quisque fortunae, sostiene il primato della volontà e dell’iniziativa personale, cadendo talvolta in inevitabili momenti di delusione e frustrazione nel vano tentativo di controllare, pianificare e schematizzare la vita. Tutti, in modo diverso, cercano una via per la felicità ed è tendenza comune quella di voler risalire ad una origine, ad una responsabilità per ciò che accade.

In sintesi mi pare suggestiva una riflessione di Jacopo Fo:

Cos’è la vita? Per quanto si possa studiare la realtà scientificamente è difficile che si giunga un giorno a svelare l’ultimo segreto: perché il mondo esiste? La risposta dovremo comunque cercarla altrove, nella nostra mente, nel nostro corpo o nel nostro cuore. Tutta la nostra vita è dominata da questo qualche cosa che fa crescere le maree e il ventre delle donne, combina incontri straordinari, salvataggi impossibili, tramonti e prodigi di ogni genere. Cosa fa riuscire le imprese impossibili? Cosa ispira gli artisti? Cosa fa nascere gli amori? Cosa rende possibile camminare sul fuoco, sopravvivere a una caduta dal sesto piano, mangiare un gelato? Chiamatelo Dio, Caso, Fortuna, Energia, Natura, Non Senso, Mistero. C’è comunque un’inspiegabile magia nell’universo. Capita, a volte di riuscire a sentirne la forza, la direzione. Intuire come si sta muovendo. Chiunque sia riuscito a realizzare un sogno sa che c’è un sottile legame tra il desiderio e la sua realizzazione.

1.3 Fortuna e sfortuna

Il termine serendipità indica “la capacità o fortuna di fare per caso inattese e felici scoperte (specialmente in campo scientifico) mentre si sta cercando altro”, tipicamente riassunta nella formula “si scava per piantare un albero e si trova un tesoro”. Senza alcun merito, quindi, si superano le proprie aspettative. Ha una connotazione generalmente positiva; è nota anche una definizione differente che si trova in un dialogo tra William Holden e Audrey Hepburn contenuto nel film Paris – When it Sizzles (Insieme a Parigi, 1964): “the ability to find pleasure, excitement and happiness in anything that occurs… No matter how unexpected”; in questa seconda definizione una parte di merito c’è, e riguarda l’atteggiamento personale di fronte agli eventi.

L’unione di caso e felicità si trova anche nella fortuna, mentre il corrispondente negativo è la sfortuna. Iniziamo ora a parlarne prendendo spunto da una affermazione dello psicologo Paolo Legrenzi, che ritengo esprima bene, pur non essendo particolarmente innovativa, un concetto fondamentale: Tendiamo a sottostimare il contributo del caso nella vita perché l’idea che molti eventi sfuggano al nostro controllo ci mette a disagio. Preferiamo cercare schemi e nessi causali, anche se inesistenti. E vogliamo un “colpevole”, perché ci aiuta a farcene una ragione. Così finiamo per prendercela con una fantomatica entità chiamata sfortuna su cui scaricare la responsabilità di disastri o sconfitte (Legrenzi, cit. in Cipolloni, 2015: 40).

Presso i latini il termine Fortuna, oltre ad indicare una dea bendata (quindi cieca) e a corrispondere ad un’ampia iconografia, era anche “vox media”, ovvero utile per riferirsi sia al bene che al male. Nel tempo è invece prevalsa l’idea di identificare con il termine fortuna una forza positiva, con la parola sfortuna un influsso negativo. Di derivazione classica è la sua “incostanza” (Cicerone la descrive con l’immagine di una ruota), ovvero il fatto di essere mutevole e variabile. A differenza del caso, che è neutro, la fortuna e la sfortuna ai nostri giorni sono quindi ben connotate e continuano ad avere molte caratteristiche tipiche e rituali dedicati.

La parola tedesca Glück e quella francese bonheur significano sia fortuna che felicità. È quindi fortunata è la circostanza che “porta bene” (l’etimo di “fortuna” è legato alla radice del verbo latino ferre, che significa appunto “portare”), anche se gli effetti si vedono a distanza di tempo ad esempio una grossa vincita al gioco può avere alla lunga esiti nefasti, come dire che il “colpo di fortuna” va poi gestito nel giusto modo o può condurre a conseguenze imponderabili.

5.2 L’incontro

In Les stratégies fatales Jean Baudrillard scrive che “Pour qu’il y ait hasard […] il faut qu’il y ait coïncidence, que deux séries se croisent, que deux événements, deux individus, deux particules se rencontrent” (Baudrillard, 1983: 162).

La parola “incontro” porta con sé l’idea di un movimento frontale in direzione di altri, di un dinamismo nello spazio; in questo paragrafo mi occuperò solo della modalità involontaria di questo evento, designando come “appuntamento” l’evento prestabilito (se ne parlerà successivamente, nell’ambito del destino). L’incontro così inteso, evidentemente, è frutto del caso e motore di avventure quasi imprescindibile fin dai tempi del romanzo picaresco, spesso con il cronotopo della strada. Parallelamente un personaggio restato completamente solo (come Henry Bemis in “Time Enough at Last”) faticherebbe a riempire lo spazio di un romanzo o la trama di un film; per superare questa impasse solitamente si inseriscono come interlocutori degli oggetti inanimati – il pallone Wilson per il naufrago nel film Cast Away (2000) – o si ricorre all’espediente del sogno. Nel film Gravity (2013) una astronauta è l’unica superstite di una passeggiata spaziale; rifugiatasi in una navicella guasta e decisa a suicidarsi durante una allucinazione dialoga con un ex compagno morto (una delle vittime della missione) che le dà il giusto suggerimento per salvarsi e per riconsiderare l’intera sua esistenza. A parte l’inizio, la visione suddetta ed un fallito contatto radio, questo film è una felice eccezione: ha una trama che tiene nonostante la presenza di una sola protagonista, alla quale si nega ogni incontro fino alla fine (nell’ultima scena, dopo un rocambolesco atterraggio,

la vediamo rialzarsi e camminare da sola su una spiaggia).

L’incontro e il caso è il titolo di un già menzionato saggio di Romano Luperini, nel quale ho trovato particolarmente interessante l’analisi della novella “Die Vollendung der Liebe” (“Il compimento dell’amore”, 1911) di Robert Musil: un viaggio in treno ed una esperienza di adulterio offrono ad una donna, in apparenza stabile ed innamorata del marito l’occasione per ritrovare degli aspetti di sé sepolti nel passato, per scoprire di non essere mai uscita dal flusso delle possibilità, sempre in agguato per sviare in modo inatteso un percorso che si crede destinato a durare per sempre.

Perché ci sia il caso bisogna che ci sia coincidenza, che due serie si intersechino, che due eventi, due individui, due particelle si incontrino” (Baudrillard, 1984: 131).

Scheda editoriale

Ci sono tanti modi di raccontare: oralmente, per iscritto, nei film, nei serial televisivi, ma in tutte le narrazioni accade qualcosa, fatti che cambiano il corso degli avvenimenti: fortunati, sfortunati, casuali, predestinati. Questo saggio si concentra appunto su tali momenti che rappresentano le svolte, gli scambi, i crocevia del meccanismo narrativo e delle vicende dei personaggi. Come nella vita, alternative improvvise o meditate, conclamate o silenziose accendono e regolano le storie che più ci coinvolgono. “Quanti di noi in momenti di scelte che stavano ritenendo nodali non avrebbero voluto potersi almeno sdoppiare per vivere questa vita e quell’altra, usare quei (troppi o pochi) talenti di cui si sentivano dotati per fare questa o quella professione? Dividersi, segmentarsi per poi ritrovare l’altra parte di sé dopo trent’anni e sapere se è lei che ha fatto la scelta migliore o peggiore. Così dallo Spencer Brydon del jamesiano The Jolly Corner (1908) si può arrivare allo Ts’ui Pên del borgesiano El jardín de senderos que se bifurcan (1941), nel quale il dotto cinese scrive ossessivamente in un romanzo smisurato, labirintico, tutti i possibili sviluppi degli innumerevoli avvenimenti con cui l’eroe della sua narrazione è chiamato a confrontarsi. È forse questo, più che quello di Brydon alle prese con un suo singolo fantasma, il caso (o il destino?) dell’uomo del Novecento e più ancora di oggi, riflesso e smarrito nell’infinito caleidoscopio di consumi e avatar che Internet gli propone”. (dalla prefazione di Stefano Tani)

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Donatella Boni lavora all’Università di Verona. È autrice di Geografia del desiderio (Capri, La Conchiglia, 2003) e di Discorsi dell’altro mondo (Verona, Ombre Corte, 2009)

Il sorriso di Monna Lisa

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Nella visione del professor Andrea Salvini, Leonardo, dal “vertice assoluto della società ove si trova collocato, lucido e implacabile scrutatore di uomini e cose, senza nascondere le proprie bassezze e nefandezze scivola dall’onnipotenza in una sostanziale impotenza”. Una visione corredata da riferimenti a vari libri fondamentali del Novecento.
Una nuova “lettura allo specchio” di sicuro valore e spessore di cui ringrazio.  IM

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“Lo specchio di Leonardo” di Ivano Mugnaini (Eiffel edizioni, 2016)

L’idea della fuga dalla vita quotidiana grazie ad un doppio di se stessi non è nuova nella letteratura, più o meno recente. Chi non ricorda “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello? Mattia Pascal si trova libero da se stesso e da tutta la congerie oppressiva degli assilli quotidiani grazie ad un doppio perfettamente docile, al cadavere di uno sconosciuto che, ufficialmente, lo fa scomparire per sempre dalla scena del mondo rendendolo libero di inventarsi una vita tutta nuova. In effetti ci è sembrato di trovare, quasi all’inizio del romanzo del Mugnaini, un preciso riferimento all’universo pirandelliano: “E, una buona volta, avrei potuto vedermi vivere, o, ancora meglio, osservare come gli altri mi vedevano o credevano di vedermi: le falsità, i commenti velenosi, le pugnalate appena voltata la schiena. Avrei finalmente scrutato con calma e con agio le facce e i cuori degli altri. Pensando anche, con enorme applicazione, a una vendetta adeguata, prima di morire: un’invenzione decisiva, risolutiva, un micidiale cavallo di Troia per questo mondo malato” (p. 23). Non sarà sfuggito al lettore, verso la fine del passo che abbiamo riportato, anche un richiamo al noto finale della “Coscienza” sveviana. Un primo omaggio al Novecento è dato, ma ne troveremo altri, come avremo modo di osservare in questo nostro tentativo di lettura. Avvertiamo, infatti, sin da ora che ci sembra ben difficile dire qualcosa di esaustivo su questo testo, su cui altri sono già autorevolmente intervenuti. Solo il tempo e ulteriori riflessioni critiche potranno portare più luce su un testo davvero complesso e che è stato sicuramente scritto dopo approfonditi studi storici e artistici.

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Intanto vediamo che la narrazione è condotta da un “io narrante” che si propone praticamente come onnisciente riguardo alla realtà; e non poteva essere altrimenti, dato che si tratta dell’«io» del grande Leonardo: egli appare in grado di comprendere tutto ciò che lo circonda, tutto ciò che si trova nell’animo di chi incontra, si tratti di Lorenzo il Magnifico o di una semplice ragazza veneziana, maldestra avventuriera. Un altro «io narrante» di tale spessore lo possiamo incontrare solo là dove il protagonista ha uno spessore culturale elevatissimo, come, ad esempio, nelle “Memorie di Adriano” della Yourcenar: anche qui il protagonista ci racconta se stesso dal vertice assoluto della società ove si trova collocato, lucido e implacabile scrutatore di uomini e cose, senza nascondere le proprie bassezze e nefandezze, consapevole infine del proprio declino, del proprio scivolare dall’onnipotenza in una sostanziale impotenza. Lo stile ovunque prezioso, quasi fastoso, del romanzo, che troviamo tanto simile a quello della Yourcenar, rafforza nel lettore l’impressione di onnipotenza dell’io narrante.

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Il Leonardo di Mugnaini ci sembra ripercorrere un cammino simile, connotato da una onnipotenza intellettuale, diversa da quella di Adriano. All’inizio manipola il povero Manrico senza difficoltà, lo convince a diventare il suo doppio, anzi, il suo specchio. Segue quindi la fuga a precipizio dal proprio ruolo che ci appare come una vera e propria discesa agli inferi. Leonardo cerca anzitutto la trasgressione in una casa di prostituzione a Firenze. Poi passa una notte spensierata a Venezia con Emilia, una delle figure forse più tragiche del romanzo: Leonardo non esita ad abbandonarla, pur sapendola innocente, alla terribile giustizia veneziana1, dando prova di un perfetto egoismo narcisistico. Il fondo viene toccato poco dopo, con la narrazione a Manrico della violenza abietta compiuta in gioventù ai danni di Jacopo Saltarelli in compagnia dei giovani‑bene di Firenze, che poi, grazie all’intervento personale del Magnifico Lorenzo, possono anche concedersi il lusso di sfuggire elegantemente ai rigori della legge. Leonardo ci appare a questo punto una figura disgustosamente impunita, ma ecco che nel suo “specchio” avviene qualcosa. Manrico comincia a rivelarsi tutt’altro che ottuso e docile: scopre di avere un’arma per ricattare in futuro proprio Leonardo, anche se, per il momento, abbiamo solo un’allusione oscura: “Quello che mi ha detto, Maestro, è una cosa grossa. Io, lo sa bene, sono un contadino, tutto sommato, e figlio di contadini; ho fatto il copista, certo, ma resto un ignorante e so di esserlo. Però perfino io capisco che quella notte è accaduto qualcosa che non si cancella. La ringrazio per avermi fatto questa confidenza. Ma si ricordi, la prego, ora e nel futuro, una cosa: non sono stato io a chiederle di raccontarmi di quel fatto e di quel processo” (p. 47).

Leonardo non sembra percepire il cambiamento avvenuto nello “specchio”, in colui che gli ha reso possibile fare ciò che ad un personaggio pubblico, prigioniero della sua dignità, non sarebbe stato possibile. Comincia ad essere assillato dal pensiero del tempo che si consuma e della morte che si avvicina e continua il suo viaggio, stavolta da solo, lasciando Manrico a vivere la sua vita di artista ricercato e osannato. Si alternano vari quadri, vari incontri, tutti contrassegnati da immagini di morte, di fallimento, di sopraffazione. Il mondo appare irredimibile, ma, ad un certo momento Leonardo sembra avere un’illuminazione: “Ho iniziato questo viaggio, la fuga da me stesso e dalla mia immagine, per ribellione, per un moto di rabbia contro il mondo e contro di me. Ora, a metà del cammino, mi trovo di fronte a un paradosso: negli occhi umili che ho incontrato, e non di rado ferito, c’è la più quieta e la più possente tra tutte le forze, la più inattesa e autentica forma di rivolta: la bontà” (p. 57).

Fin dall’inizio il Leonardo di Mugnaini viene rappresentato come un essere in profondo dissidio con se stesso; l’Autore, però, non ci sembra precisare mai fino in fondo la natura di tale dissidio. All’inizio sembrano prevalere motivi psicanalitici, legati all’abbandono da parte della madre, ma poi su di essi si innestano vari altri motivi, tutti contrassegnati da una profonda e amara sfiducia verso se stessi e il mondo. La scoperta della presenza della bontà non cambia l’animo di Leonardo: egli rientra nella sua casa fiorentina per accogliere proprio sua madre, la donna che lo aveva abbandonato, che rimane con lui negli ultimi giorni di vita. Tra i due non si apre alcun confronto pacificatore e risolutivo: la madre di Leonardo muore e basta, senza che vi sia stata nessun dialogo liberatorio, nessuna confessione, nessun perdono. Leonardo tenta allora di tornare indietro, di rinunciare al suo assurdo gioco indagatorio: “Non era più tempo di pagliacciate, per rispetto della morte e della vita dovevo ritrovare la follia più autentica, la verità” (p. 63). Tenta di sbarazzarsi di Manrico riconducendolo là dove lo aveva incontrato, ma non si accorge che sta commettendo un errore. Manrico, infatti, rivela, quasi di sfuggita, ma inequivocabilmente, di essere stato una sorta di “convitato di pietra” alla mensa di Leonardo: “Ringraziai Manrico, e quasi mi scusai con lui per avere fallito, per non essere riuscito a prolungare né a concretizzare il mio folle e magico progetto. Con un solo gesto mi fece capire che non era con lui che mi dovevo scusare. Mi fece intendere che aveva raccolto molto, ed altrettanto teneva custodito dentro di sé, destinato a dare nuovi frutti” (p. 65). Così Leonardo scivola inconsapevolmente dall’onnipotenza all’impotenza: crede di poter tornare al suo interminabile investigare e rimuginare di studioso, ma Manrico una sera bussa alla sua porta e lì comincia la sua riscossa. Leonardo cede da codardo ad un basso ricatto e consente a Manrico di realizzare la propria autentica natura: il sosia non era solo un sosia, era qualcuno che non aveva avuto le occasioni del suo fortunato “doppio”. Tutto questo ci ha fatto pensare alla scena finale del “Ritratto di Dorian Gray” di Wilde. Il ritratto uccide Dorian nel momento in cui sembra destinato alla distruzione, così come Manrico diventa artista più sublime di Leonardo nel momento in cui sembra destinato a sparire per sempre dalla scena della Storia: è lui che realizza il sorriso della “Gioconda” e sta per trionfare su Michelangelo nella decorazione del salone dei Cinquecento a Firenze con “La battaglia di Anghiari”. Leonardo lo terrà ancora con sé a Roma, muto assistente del suo interminabile colloquio con se stesso, collaboratore sfruttato e mai ricompensato per la propria creatività. Cercherà ancora di liberarsene, ma il suo “doppio”, dopo aver escogitato una vendetta ancora più tremenda del precedente ricatto, riuscirà a diventare definitivamente Leonardo, quello che lavorerà nei suoi ultimi anni alla corte francese. Se volessimo ancora richiamarci a Pirandello, quando si è usciti dal proprio ruolo, dalla propria “maschera”, non è più possibile rientrarvi: Mattia Pascal non può risuscitare, Enrico IV non può tornare indietro nel tempo a rivivere il suo amore perduto e via dicendo. Manrico appare perfettamente consapevole di questo e lo rivela a Leonardo quando torna dalle sue montagne : “Senza mai smettere di sorridere, mi disse che aveva provato con tutte le forze ad ambientarsi di nuovo nelle sue montagne, ma non gli era stato possibile. Nulla era più lo stesso, e soprattutto lui era cambiato” (p. 67). Il genio è sconfitto, il copista povero e ignorante è il vero trionfatore: la sicumera iniziale di Leonardo è stata battuta dalla tenacia, forse un po’ furbesca, di un montanaro.

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Concludiamo, per ora almeno, le nostre considerazioni, tornando a dire che queste non possono essere che provvisorie. Speriamo quindi in nuovi contributi critici su questo testo, che non può lasciare indifferenti, specialmente per quanto riguarda l’interpretazione della vera natura del dissidio interiore di Leonardo, davvero sfuggente come il sorriso di Monna Lisa.

Andrea Salvini

1 Ci se ne può fare un’idea leggendo “La mia fuga dai Piombi” di Giacomo Casanova.