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Frammenti di ipotesi

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  Pensando alla chiave rafforziamo la galera ?
Alcune personali ipotesi sui possibili Sì e sui possibili NO.
IM

Frammenti  di ipotesi

These fragments I have shored against my ruins, Questi frammenti che ho eretto a protezione delle mie rovine.
La traduzione del verso de La terra desolata di Eliot è libera. Ed è forse la sola cosa libera che posso permettermi in questi giorni di gabbie invisibili e inesorabili. O forse no. È libero, a suo modo, anche il pensiero che mi porta ad erigere con la mente frammenti di parole e di pensieri a protezione della mente stessa, e del corpo, ad essa inesorabilmente e mirabilmente collegato.
La prima decisione, da quando è iniziato il contagio e la quarantena, è stata strana: mettermi a rileggere, con l’aggravante della lettura in lingua originale, La peste di Camus. Strategia autolesionistica, la definirebbe qualcuno. È forse è vero. Eppure, in quelle parole crude e sincere, scelte con precisione chirurgica dallo scrittore-filosofo francese, ho trovato il veleno ma anche le gocce dell’antidoto.
“Quando si chiusero le porte alle nostre spalle – scrive Camus – un sentimento individuale come quello della separazione da un essere amato, all’improvviso, dopo le prime settimane, fu quello di tutto un popolo, e, assieme alla paura, divenne la sofferenza principale di questo lungo tempo d’esilio”. Dalla consapevolezza della condivisione di una condizione innaturale nasce la riflessione che porta con sé, in modo inconscio, il cambiamento.  “Il sentimento di cui nutrivamo la nostra vita, assunse un volto nuovo. Mariti e amanti che avevano immensa fiducia nelle loro compagne si scoprirono gelosi. Uomini che si ritenevano leggeri in amore ritrovarono la costanza. Figli che avevano vissuto accanto alle loro madri guardandole appena, misero tutta la loro inquietudine e il loro rimpianto nella piega del viso oppressa dal ricordo. Soffrivamo due volte, per la nostra sofferenza e per quella degli assenti, figli, spose, amanti”.
Eppure, ogni peste, reale o metaforica, ogni malattia, ogni ferita nella carne di un’epoca ha caratteristiche proprie, specifiche. Camus scrive: “Perfino la piccola soddisfazione di scrivere ci era negata. Tutta la corrispondenza era bloccata per timore che le lettere fossero veicolo d’infezione”. Oggi non è così. Le nostre gabbie, Internet, i messaggi, le chat, le immagini, le voci trasmesse via etere, possono diventare la chiave per uscire dalla gabbia dell’isolamento. Un fertile paradosso. A patto che si riesca a mutare di segno anche un’altra frase cardine de La peste: “Per settimane fummo ridotti a ricominciare senza tregua la medesima lettera, a ricopiare gli stessi appelli e le stesse raccomandazioni, fino al momento in cui le parole che erano uscite tutte vibranti dai nostri cuori si fecero prive di senso. Questo monologo sterile, questa conversazione arida, non sarebbe cessata con la fine dell’epidemia”.
Ecco, questo è il nodo da sciogliere, è questa la sfida. L’epidemia passerà, presto a tardi. Così come finirono, ad un certo punto, perfino i “quattro anni, undici mesi e due giorni” di pioggia di Cent’anni di solitudine. Quella pioggia che rese necessario “scavare canali per prosciugare la casa, e sbarazzarla dai rospi e dalle lumache, di modo che si potessero asciugare i pavimenti, e togliere i mattoni da sotto le gambe dei letti e camminare di nuovo con le scarpe”. Finirà anche questa pioggia invisibile fatta di paura, alienazione, solitudine. Ma finirà davvero solo se le mascherine che il contagio ci ha obbligato a indossare ci avranno insegnato a togliere le maschere che avevamo sul viso da sempre senza che nessuno ci obbligasse. Finirà se alla fine dell’incubo avremo imparato a sorridere con gli occhi. E, si sa, gli occhi riescono a sorridere solo se sorride anche il cuore. Finirà se capiremo, come ci suggeriva il drammaturgo che ha scritto e vissuto del Caos e della Follia, che “la vita non si spiega, si vive”; e che le cose minuscole per cui ci azzuffiamo se fossimo veramente compenetrati di quello che siamo, dovrebbero parerci miserie incalcolabili.
Ripartendo da queste consapevolezze, da questi frammenti eretti a proteggere le nostre pietre, possiamo provare, noi sommersi e noi salvati, a guarire dal male nuovo e passeggero e da altri, antichi, inveterati, che abbiamo lasciato penetrare da tempo all’interno delle nostre mura senza neppure provare a combattere.
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( Questo brano è stato letto in collegamento Facebook in occasione dell’iniziativa PAROLE DAGLI ARRESTI DOMICILIARI a cura di Roberto Caracci ) .

 

 
 
 
 
 
 
 

La parola e l’abbandono

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Il titolo del libro di Mauro Germani, quasi ossimorico, ci offre una prima indicazione su una delle caratteristiche più rilevanti, sia del volume specifico che della poetica dell’autore: la capacità di guardare il mondo e se stesso, la realtà e il pensiero, con uno sguardo sincero in grado di cogliere e descrivere anche il lato in ombra, the dark side of the world, potremmo dire. Non per il gusto del piangersi addosso o allo scopo di esaltare, per contrasto, ipotetiche ed improbabili Arcadie o mondi perfetti, tanto distanti quanto inconsistenti. Per la necessità, semmai, di una documentazione precisa, compilata in modo razionale e partecipato (altro ossimoro chiave). Questo libro ha anche il sapore e la consistenza di un diario di viaggio, un giornale di bordo su cui vengono annotati i resoconti, il bilancio del dare e dell’avere.
Come ha opportunamente indicato anche Marco Molinari nella recensione al libro pubblicata su “L’Eco di Mantova” di cui qui sotto viene riportato uno stralcio, il fulcro del libro sono le riflessioni, gli aforismi e le massime che Germani ha raccolto in un trentennio, e “che hanno al centro il rapporto stretto fra vita e poesia, i contributi dei grandi autori che ha amorevolmente coltivato e, soprattutto, un’etica della scrittura che per lui è stata importante quanto forse lo stesso fare poetico”.
Progetto condotto con rigore, senza mai dimenticare tuttavia, è giusto sottolinearlo, la possibilità (necessaria) di conciliare la consistenza con la “leggerezza”, a tratti perfino con l’ironia. Sì, perché l’interrogativo, the question, avrebbe detto il Principe di Danimarca, non è di poco conto: si tratta di stabilire, o almeno di chiederci, se, considerata La solitudine della parola (è il titolo di una delle sezioni) e presa coscienza dell’ineluttabile abbandono a cui perfino la parola è soggetta, abbia senso scrivere. Non solo, se abbia senso vivere, con la parola e per la parola, per quella “cosa” indefinita e onnicomprensiva chiamata poesia.
La risposta, come spesso accade, non esiste, se non nel moto, nel viaggio, nella dimensione diacronica, quindi nel racconto in versi di ciò che si è visto, incontrato, amorevolmente raccolto o necessariamente respinto. Il viaggio di Germani avviene lungo le sponde di un disincanto che non sfocia nella resa, nella sconfitta incondizionata. La salvezza è in quello sguardo a cui si è fatto cenno, sincero e schietto, senza sconti e senza prospettive alterate artificiosamente. E la salvezza è nella consapevolezza di non essersi lasciati “snaturare”, di aver conservato viva, ad ogni costo, l’essenza. “These fragments I have shored against my ruins”, scriveva Eliot. La terra è desolata, Germani lo sa bene e lo dice con chiarezza. La parola è sola e l’abbandono è inevitabile. Ma si può conservare una Pompei interiore, ripercorrere le strade dei passi e delle idee condivise con qualche compagno di viaggio affine. E si può annotare, facendo ricorso ancora ai versi, un riassunto che non conclude, un pessimismo consapevole che non cede alle tentazioni contrapposte: il compromesso con un ottimismo di maniera, e, dal canto opposto, un patetismo fine a se stesso.
La bellezza residua, ciò che di degno persiste, non è la malinconia agrodolce della sconfitta, non è un amarcord sbiadito e falsato. È, semmai, qualcosa di più ampio, strutturato e strutturale: anche a livello geometrico, potremmo dire. Se il titolo del libro è ossimorico, la “forma”, la ripartizione delle componenti è circolare. L’analisi di Germani parte da un interrogativo e ad esso ritorna. Ma all’interno del circuito idealmente tracciato permane, se non una risposta, una chiarificazione, un elemento di valutazione aggiuntivo, non imposto, non dimostrato, non dato come certo e acquisito. Alcuni frammenti rivelano una luce più marcata, quasi un percorso luminoso che ci accompagna lungo il cammino delle pagine. Ne cito tre, ma invito il lettore a leggerle tutte, ad individuarle, anzi, ad individuare le sue, perché ogni lettore, ogni referente ideale e reale troverà di certo un percorso autonomo. “Il bene esiste, ma è in ostaggio del male”. E ancora, poco oltre, “La vera angoscia è inesprimibile, non ha linguaggio”. Terza delle tante “luci guida” individuabili: “La follia abita il mondo, che ne è la causa prima”.
Questo libro di Germani è scritto con cura e lentezza. Valutando il peso di ogni parola, e, inoltre, considerando volta per volta la corrispondenza di quel valore, quell’indicazione filosofico-numerica, con le variabili fondamentali del tempo, sia quello del mondo che quello individuale. Il tempo e la sua dimensione plurale. Questo libro va letto con altrettanta cura, cogliendo lo spessore di ogni frase e di ogni accento e confrontandolo con i nostri personali bilanci interiori. Solo in questo modo di potrà stabilire se lo sbocco, l’uscita, la risposta non risposta che ognuno di noi troverà corrisponde a quella indicata da Germani nell’anello conclusivo del suo libro, con lucida e appassionata partecipazione: “Chi raccoglierà le parole abbandonate della poesia? […] Le parole aspettano nell’ombra, escono dalle loro tombe di carta, vogliono risorgere per un po’, sconfinare, prima di sparire per sempre nell’oblio”.   
IM

 

Mauro Germani, La parola e l’abbandono, L’arcolaio, 2019

 

“[…] È appena uscito il suo ultimo lavoro, La parola e l’abbandono edito da L’arcolaio, riflessioni, aforismi, massime, raccolte in un trentennio, che hanno al centro il rapporto stretto fra vita e poesia, i contributi dei grandi autori che ha amorevolmente coltivato e, soprattutto, un’etica della scrittura che per lui è stata importante quanto forse lo stesso fare poetico. Questo imperativo morale si è riassunto in una ricerca inflessibile di una parola sincera, che non ha altri scopi al di fuori dell’opera, che deve dire tutto, anche oltre quello che il poeta conosce, e, infine, non arretrare davanti alla verità, pure se scomoda o drammatica. […]”
Marco Molinari in “La Voce di Mantova”, 2 luglio 2019
 
Mauro Germani è nato a Milano nel 1954. Nel 1988 ha fondato la rivista “Margo”, che ha diretto fino al 1992. Ha pubblicato saggi, poesie e recensioni su numerose riviste, tra le quali “Anterem”, “La clessidra”, “Atelier”, “Poesia”, “QuiLibri”. Ha pubblicato alcuni libri di narrativa e diverse raccolte poetiche: l’ultima, in ordine di tempo, è Voce interrotta (Italic Pequod, 2016), preceduta da Terra estrema (L’arcolaio, 2011), Livorno (L’arcolaio, 2008; ristampa 2013) e Luce del volto (Campanotto, 2002). In ambito critico ha curato il volume L’attesa e l’ignoto. L’opera multiforme di Dino Buzzati (L’arcolaio, 2012). Nel 2013 ha pubblicato  Giorgio Gaber. Il teatro del pensiero (Zona) e nel 2014 Margini della parola. Note di lettura su autori classici e contemporanei (La Vita Felice). La sua ultima pubblicazione è il libro di aforismi La parola e l’abbandono (L’arcolaio, 2019).
Gestisce il blog margo: http://www.maurogermani.blogspot.com