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Sito e blog Dedalus – rubrica A TU PER TU

Nel 2020 le visualizzazioni sia del blog Dedalus che del mio sito sono molto cresciute.

(Almeno una cosa buona gliela devo riconoscere a quell’anno tanto “amato”)

Molto bene è andata anche la rubrica A TU PER TU. Ringrazio gli autori intervistati.

Se qualche altra autrice o qualche altro autore volesse parlare della sua attività o di un suo libro in particolare, mi contatti a questo indirizzo: ivanomugnaini@gmail.com

Screenshot_2021-01-04 Presentazione rubrica A TU PER TU - Ivano Mugnaini

A TU PER TU – Susanna Barsotti

A TU PER TU

UNA RETE DI VOCI

Susanna Barsotti è la destinataria della terza intervista della rubrica A TU PER TU – Una rete di voci.
Susanna è una dottoranda della Scuola Normale di Pisa. È anche un’artista, si occupa di illustrazioni, soprattutto di acquerelli, con l’evocativo nome d’arte Limoni Blu. È stata insegnante in un carcere e da questa sua esperienza è nato un libro che ho avuto l’opportunità di leggere e che considero di notevole rilievo, sia sul piano sociale e umano (e quindi umanistico) che dal punto di vista strettamente letterario.
Per conoscere questa autrice con ottime prospettive nei suoi ambiti di lavoro e di studio e nelle sue poliedriche espressioni artistiche, molto meglio di queste brevi note introduttive potrà fare la lettura dell’intervista.
Buona lettura, IM

L’obiettivo della rubrica A TU PER TU, rinnovata in un quest’epoca di contagi e di necessari riadattamenti di modi, tempi e relazioni, è, appunto, quella di costruire una rete, un insieme di nodi su cui fare leva, per attraversare la sensazione di vuoto impalpabile ritrovando punti di appoggio, sostegno, dialogo e scambio.

Rivolgerò ad alcune autrici ed alcuni autori, del mondo letterario e non solo, italiani e di altre nazioni, un numero limitato di domande, il più possibile dirette ed essenziali, in tutte le accezioni del termine.

Le domande permetteranno a ciascuna e a ciascuno di presentare se stessi e i cardini, gli snodi del proprio modo di essere e di fare arte: il proprio lavoro e ciò che lo nutre e lo ispira.

Saranno volta per volta le stesse domande.

Le risposte di artisti con background differenti e diversi stili e approcci, consentiranno, tramite analogie e contrasti, di avere un quadro il più possibile ampio e vario individuando i punti di appoggio di quella rete di voci, di volti e di espressioni a cui si è fatto cenno e a cui è ispirata questa rubrica.

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5 domande

a

Susanna Barsotti

 

 

1 ) Il mio benvenuto, innanzitutto.

Puoi fornire un tuo breve “autoritratto” in forma di parole ai lettori di Dedalus?

Non so dare una definizione perentoria di cosa sono, né di chi sono. L’unica cosa che può forse definirmi è ciò che faccio, e l’essenza delle mie giornate è da sempre fatta di scrittura, lettura e fantasticherie che amo rappresentare sulla carta con gli acquerelli. Nella vita, sono una studiosa e un’illustratrice. Mi sono laureata in Filologia Moderna e sto facendo il dottorato alla Scuola Normale di Pisa, ma appena posso disegno, illustro, progetto. Il mio nome d’arte è Limoni blu e la mia essenza è l’acquerello. Da fruitrice e da studiosa di letteratura prediligo la poesia medioevale e in particolare la lirica trobadorica. Ho fatto tesoro di esperienze passate (lavorative e non solo) molto diverse dalla mia attuale vita; grazie a queste e ad alcuni incontri significativi trovo tutt’oggi le spinte profonde delle mie espressioni.

 

2 ) Ci puoi parlare del tuo ultimo libro (o di un tuo lavoro recente che ti sta a cuore), indicando cosa lo ha ispirato, gli intenti, le motivazioni, le aspettative, le sensazioni?

Cita, eventualmente, qualche brano di critica che ha colto l’essenza del tuo libro e del tuo lavoro più in generale.

Particolarmente gradita sarebbe, inoltre, una tua breve nota personale sul libro (o sull’iniziativa artistica).

Qualche riga in cui ci parli del tuo rapporto più intimo con questa tua opera recente.

 

Il mio ultimo libro (e il primo, per il momento) si intitola A scuola dentro. È frutto di una scrittura terminata due anni fa e nasce da un’esperienza lavorativa in qualità di supplente di italiano, neolaureata, presso l’istituto di detenzione Due Palazzi di Padova.

L’opportunità che ho avuto è stata voluta puramente dal caso. Dovevo ancora compiere 26 anni, lavoravo al servizio clienti IKEA per guadagnarmi da vivere nell’attesa di capire cosa volessi fare nella vita e la supplenza su convocazione (ero inserita nelle graduatorie di terza fascia), favolosa quanto spaventosa, mescolava insieme una serie di “prime volte”: la prima volta da insegnante, la prima volta a contatto con le carceri, con un pubblico di adulti (l’istituto che mi convocava era il C.P.I.A. [= Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti] di Padova).

Il libro nasce dunque da questa esperienza, assurda quanto emozionante, terribile, irripetibile. Il C.P.I.A. era solo una delle venti scuole che avevo inserito mettendomi in graduatoria e la casualità, come dicevo, ha fatto tutto il resto.

Il libro è frutto di una riflessione-rielaborazione quotidiana, al rientro dall’istituto penitenziario. I protagonisti di questa narrazione sono uomini che scontano la propria pena, sia italiani che stranieri, che vengono a seguire quotidianamente le mie lezioni per otto mesi. Dalle mie ore passate con gli alunni nascono storie di qualsiasi genere, che spaziano dal grottesco al gioco, dall’amicizia all’innamoramento, dal senso di fallimento alla profonda fiducia nei confronti dell’attività didattica.

Alcune parole di recensione di Stefano Taccone al mio libro hanno secondo me sottolineato, meglio di quanto non avessi potuto fare io, la riflessione sulla scuola che avrei voluto fare emergere: «Il sodalizio [tra docente e alunno] risulta […], nel complesso, intenso e formativo per entrambe le parti. Susanna evita di seguire il consiglio di una sua collega di dipartimento di concentrarsi sulla grammatica. Punta invece sul dialogo e su tematiche sempre agganciabili all’attualità e quindi al dramma delle loro vite – un passato di omicidi, rapine, spaccio, ma anche talvolta in grado di sorprendere per qualità dei sentimenti ed arguzia. Spesso il dibattito è infuocato; le posizioni divergono; non mancano episodi più tristi, ove i limiti della convivenza civile vengono superati. Nell’insieme tuttavia la giovane docente toscana lascia negli abitanti del carcere pavano un’impronta forse ancora più profonda di quanto non mostri di rendersi conto, così come anche per lei la vicenda del carcere si rivela di una ricchezza esperienziale immensa, di quelle che segnano la vita – non passerà questa prova senza mettere in critica rigidità e certezze che le vengono dalla sua estrazione socio-culturale»

(fonte:http://www.rivistadiwali.it/sbarreegriglie/?fbclid=IwAR3RWjXLjNWxVR4Lg0rLdNaqQkI01vCihbKd0aMJlNTw21T6cBB9ZZutf8Y).

Insegnare in carcere è stato un viaggio all’interno della mia coscienza di persona libera, di donna e di insegnante. Mi ha fatto riflettere sui rapporti di potere, ma anche sull’opportunità di riscattarsi grazie alla curiosità e alla conoscenza. Il libro raccoglie sensazioni, aneddoti, narrazioni e riflessioni: dentro ho fissato i dialoghi e gli incontri, i non detti, le speranze e le paure di una popolazione che vive all’ombra dell’idea di ‘giusto’ e ‘sbagliato’; una popolazione i cui diritti sono troppo spesso dimenticati, e su cui prevale il senso della punizione anziché della rieducazione e del perdono.

 

3 ) Fai parte degli autori cosiddetti “puristi”, coloro che scrivono solo poesia o solo prosa, o ti dedichi a entrambe?

In caso affermativo, come interagiscono in te queste due differenti forme espressive?

 

Non posso dire di aver mai scritto poesia… anzi, per la precisione qualche verso l’ho scritto, ma non lo considero poetico. Scherzi a parte, preferisco il colore. Il poeta è un po’ come il pittore (e viceversa); entrambi devono attenersi a un codice espressivo, un armamentario di regole estetiche, ma al tempo stesso assecondare anche il profondo sentire che anima l’ispirazione. Amo pensare che il colore sia la trasposizione figurativa della poesia e che per qualche ragione la mia inclinazione naturale abbia prescelto una sola di queste due forme espressive, escludendo l’altra.

La mia produzione scritta, per il momento, è esclusivamente narrativa, autobiografica e saggistica. Se mi si chiede come interagiscono il versante letterario-accademico e quello artistico, posso dire – ai più sembrerà forse un’assurdità – che sono una cosa sola: l’arte è per me un mezzo conoscitivo e una diretta emanazione di ciò che leggo e introietto. Non tutto si può sedimentare per diventare arte e scrittura, ma ho la fortuna di fare un bellissimo lavoro e di farmi fruitrice di bellezza ogni giorno della mia vita. Questa è per me l’essenza dell’interazione tra realtà, lettura, scrittura e pittura.

 

4 ) Quale rapporto hai con gli altri autori? Prediligi un percorso “individuale” oppure gli scambi ti sono utili anche come stimolo per la tua attività artistica personale?

Hai dei punti di riferimento, sia tra i gli autori classici che tra quelli contemporanei?

 

Per il momento ho seguito una via tutta personale alla lettura e alla produzione letteraria. Ciò non esclude che io non abbia dei modelli o degli ‘idoli’, ma sono troppo grandi per essere nominati parlando di me. Mi sento sotto questo aspetto ancora piccola. Ho in programma però un nuovo progetto, che richiederà molto lavoro, ma su cui ho già degli appunti; il mio modello in questa impresa, ne sono già sicura, sarà Pastorale americana di Philip Roth, uno dei libri che ha accompagnato la mia “reclusione” nel momento del lockdown.

 

5 ) L’epidemia di Covid19 ha modificato abitudini, comportamenti e interazioni a livello globale.

Quali effetti ha avuto sul tuo modo di vivere, di pensare e di creare?

Ha limitato la tua produzione artistica o ha generato nuove forme espressive?

 

La pandemia mi ha aperto gli occhi su una serie di aspetti: a mio parere ha messo a nudo le contraddizioni del nostro vivere (sul fronte del lavoro, della vita di casa e degli spazi del quotidiano, della nostra idea di libertà personale). Le falle del sistema in cui viviamo (noi, letterati, cultori della sensibilità e promotori di espressioni artistiche e letterarie) sono adesso più che mai chiare; è vacuo, secondo la mentalità comune, il tempo non dedicato alla produzione di guadagno e le attività culturali sono viste come un’eccezione all’interno del tempo libero, qualcosa di ‘eccezionale’ all’interno delle priorità. La chiusura delle scuole, l’impossibilità di servirsi liberamente delle biblioteche, e, ancora, l’annullamento di mostre, spettacoli, concerti, mi hanno fatto molto riflettere (in negativo) sull’importanza – mai rimpiazzabile – della presenza fisica nella produzione e nell’espressione culturale. Non sono avversa alle attività che si svolgono in forma telematica; penso solo che questa (presentazione di libri comprese) debba poter essere una scelta e non l’unica via di sbocco.

In un momento, come questo, di necessaria convivenza con il Covid 19, auspico ancora in una migliore organizzazione dello spazio culturale. Di positivo c’è che, mettendo insieme le risorse, potremo raggiungere un maggior numero di utenti e di interlocutori: e se è vero che l’unione fa la forza, forse, riaperti gli spazi, saremo ancora più numerosi e, si spera, più entusiasti.

Nazione Indiana – recensione a “La Cosa”

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“La cosa, quindi, è il centro dell’interesse. Non la cosa da un altro mondo, ma da questo. O meglio da questo mondo e da tutti i mondi, reali e immaginari, saggi e pazzi, belli e orrendi che questo nostro folle folle mondo racchiude”.
Su Nazione Indiana una mia recensione al libro “La Cosa” di Gianluca Garrapa, con qualche escursione su cinema, pittura, poesia e altre “cose” belle

Nazione Indiana – recensione a “La Cosa”

200 opere e un'anteprima mondiale. Escher a Trieste - LivingCorriere

 

Note a margine di Ivano Mugnaini

su

La cosa, di Gianluca Garrapa

Edizioni Ensemble, Roma, 2020

 
La nota sulla quarta di copertina de La Cosa è di Paolo Zardi, autore tra l’altro di Antropometria e Il giorno che diventammo umani, due titoli che fanno cenno a “misurazioni” e “metamorfosi”. Zardi osserva che «Garrapa guarda al mondo con l’occhio lucido e curioso di un filosofo, e poi ce lo racconta con voce di poeta». Cedendo all’istinto di mettere in relazione in modo arbitrario (ma si sa, si resiste a tutto tranne che alle tentazioni) i “dati” fin qui raccolti, potremmo dire che il Garrapa filosofo misura il mondo, soprattutto l’estensione della follia, e il Garrapa poeta immagina un modello nuovo di zecca, un prototipo ipotetico. O forse è vero il contrario. O entrambe le ipotesi, anzi, le cose.
Sì, perché non è ignorabile la consistenza scabra del titolo di questo libro, ulteriormente rafforzata da un’altra raccolta di racconti dello stesso Garrapa, battezzata con un nome più esteso, quasi un verso, sia in senso poetico sia come esclamazione di fronte ad un senso di oppressione, acustica e morale: Un ronzio devastante e altre cose blu. La cosa, quindi, è il centro dell’interesse. Non la cosa da un altro mondo, ma da questo. O meglio da questo mondo e da tutti i mondi, reali e immaginari, saggi e pazzi, belli e orrendi che questo nostro folle folle mondo racchiude.
La follia è una formidabile navicella per esplorare universi. Per attraversarli, crearli, distruggerli, esserne distrutti a nostra volta e creati, mutati, senza essere mutanti. Garrapa lavora in ambito scolastico e psichiatrico come counselor a orientamento psicoanalitico e conduce laboratori ludico-creativi e di scrittura ‘desiderante’. Tutto ciò potrebbe anche non avere alcuna influenza diretta sulla sua narrativa, ma il parallelismo tra la natura ludico-creativa dei suoi racconti e ancor più l’attrazione dell’etimologia della parola “desiderante” sono troppo potenti, sono magneti che ci conducono a caccia di meteoriti. De-siderare indica la “mancanza di stelle”, di buoni presagi, di buoni auspici. Quindi per estensione questo verbo ha assunto anche l’accezione corrente, intesa come percezione di una mancanza e, di conseguenza, come sentimento di ricerca appassionata.
In una biografia semiautobiografica Garrapa si definisce, tra le altre cose, “descrittore cromatico”. Quindi questo libro potremmo definirlo come il de-siderio del de-scrittore. E l’aggettivo “cromatico” si ricollega, forse, anche al cenno alla “poesia” a cui ha fatto riferimento Zardi. La poesia colora il mondo con occhi liberamente folli, e quindi saggi, penetranti. Una mia amica pittrice, Susanna Barsotti, anche lei poliedrica artista, colora i limoni di blu. Garrapa colora le cose del mondo con una gamma cromaticamente libera ed assolutamente fedele al vero, a quella verità che va altre il confine, il limen. L’autobiografia semiseria e semivera dell’autore prosegue così: «Ama la bicicletta e da due settimane si è riscritto in palestra, ma non durerà molto. Crede nell’esistenza degli extraterrestri». Forse anche gli extraterrestri credono nell’esistenza di Garrapa. Sì, perché, nel “ludus” di Garrapa, anche nelle parti più esplicitamente bizzarre o surreali, c’è sempre un rigore quasi chirurgico, una precisione che conserva anche nel riso un’attenzione al dettaglio millimetrico. Che la comicità sia una cosa serissima, l’autore di questo libro lo ha capito, anzi lo ha metabolizzato da tempo. Il suo è uno sguardo alla Buster Keaton: la gag è comica, il mondo inciampa, si ribalta, anche per effetto di un singulto esilarante, ma la faccia è immancabilmente, rigorosamente, potremmo dire necessariamente tragica. Il regista William Asher disse di Keaton: «I always loved Buster Keaton. He would bring me bits and routines. He’d say, ‘How about this?’ and it would just be this wonderful, inventive stuff.» Il primo film girato da Keaton per la Metro-Goldwyn-Mayer fu “Il cameraman”. Ecco, potremmo dire che Garrapa è un cameraman alla Keaton, osserva il mondo reale e quello possibile, quel pianeta popolato da extraterrestri che è la psiche umana. La cinepresa narrativa si intrufola in ambienti disparati, a volte disperati, ma sempre con quel filo di salvifica ironia a cui aggrapparsi. Modula, Garrapa, anche il ritmo dei dialoghi a seconda delle situazioni. A volte si ha un taglio di montaggio breve, immediato, come nel racconto “La siepe”, caratterizzato da un incipit fulmineo: «Mio fratello morì prima di mezzanotte». In altri casi, al contrario, c’è un indugio esteso, diluito, deliberatamente estenuante: «Oltre il muro di cinta aguzzo in cima di sbreghi di cielo capovolto desiderio di nebbia che scivola insinuante tra le fessure inconcludenti della coscienza che non sa mai dove finisca lo sguardo e l’oggetto che preme sui sensi, avvolgendo di pregnante fragranza di tiglio, all’inizio d’estate, la percezione del limite tra dentro e fuori – esiste ancora lo scheletro di un albero di fico parsimonioso ormai di rami e foglie, che violentemente tenace rimanda a un confuso e ubertoso periodo della mia esistenza nel villaggio dei morti. Il corteo funebre, uno degli ultimi, passò di lì, lento e silenzioso, i figuranti mimavano il loro cordoglio».
Oppure mima gli errori, le imperfezioni colorate imitandone il linguaggio: «Un adesso che dura adesso, perché dopo non e più così. Lui prima cera e adesso non ce più. Ma però non e giusto questo». E ci ricorda, che niente è più vero di ciò che è lontano, in apparenza, e che l’altrove, e l’altro, sono già qui, sono già tra noi, anzi, siamo già noi: «Mentre costruiva il suo ennesimo diorama, il bambino, il marziano, come lo chiamavano i compagni delle elementari non per via della sua conoscenza nettamente superiore a quella di qualsiasi adulto laureato (parlava 12 lingue, dipingeva come Michelangelo, calcolava la radice cubica di numeri a 9 cifre con l’efficienza di un computer quantistico), ma per la sua non comune generosità, l’empatia che spesso diventava potere telepatico e un’intelligenza emotiva tale da costringere i genitori degli altri bambini a escluderlo spesso dalle feste di compleanno, borbottava, senza ovviamente comprenderle, le parole di un brano che sarebbe diventato questo racconto.» Autoritratto di una storia o de-scrizione di un de-scrittore? Ai posteri l’ardua sentenza, potremmo dire, se non avessimo già avuto la netta impressione di essere noi i posteri a noi stessi.
Non resta allora che osservare lo specchio del mondo, ossia noi nelle facce degli altri, e cambiare idea, e stile, con toni e modi plasmabili, duttili, e una gamma di variazioni sul tema, come fa Garrapa, quando, ad esempio, si ispira alle Centurie di Giorgio Manganelli: «La donna che dovrà incontrare è una persona di cui non conosce il nome. Egli l’aspetta sotto casa, indossa un impermeabile nero e un completo dello stesso colore, gli occhi spiritati, a dispetto dell’esteriore eccessiva calma, equivocabile per apatia. Ma adesso, pomeriggio di pioggia odoroso di ricordi e premonizioni, egli è agitato».
Non ci resta che seguire la colonna sonora e danzare al ritmo, serissimo e grottesco della follia, immaginando, con Garrapa, l’esistenza di un Istituto di Bruttezza e seguendo i discorsi di Narratovov (nome tutt’altro che casuale): «La riserva degli indiani disposta a strategia difensiva – considerava a sua volta Narratovov che osservava con scrupolosa dovizia nevrotica, rispondendo al pensiero delle cose, mentre ascoltava vagamente la sua Alexia, come stesse leggendo un libro davanti a un televisore senza decoder, con attenzione fluttuante, in sottofondo, piatto, essendo altrove il pensiero ossessivo».
Scrupolosa novizia nevrotica è una mirabile sintesi di molti dei temi di questi racconti. È una specie di concentratissimo e coloratissimo succo del suo senso e dell’assenza di senso, un po’ come la vita.
Ognuno di noi, in fondo è un supereroe con gli extrapoteri craccati: «E riesco ad arrivare in cima ai grattacieli… senza scale o ascensori, intendo, e senza lasciare impronte sui vetri delle finestre… veloce e leggero come un Uomo Ragno – dice il giovane lavavetri, scostando dalla fronte una ciocca di capelli ossigenati con un leggero movimento del capo, e srotolandosi il pacchetto di Chesterfield avvoltolato nella mezza manica della t-shirt.»
I racconti de La cosa sono anche un modo, per Garrapa, di descrivere il pianeta che egli pensa e immagina, ciò che vede e ciò che non vorrebbe vedere. Anzi, no, non c’è nulla che non si possa vedere se lo si sa cogliere dalla prospettiva giusta, calcolando con esattezza la consistenza e la misura dei materiali per poi scordarla e riforgiarla, ritrovandola alla fine mutata e uguale, assolutamente reale.
In questo libro si parla di quella “cosa” chiamata vita, o forse sogno, o magari poesia. Ma la sua forza è proprio in quel “forse”, nello spazio sospeso tra tenerezza e nitidezza, riflessione e gesto esatto, tagliente, necessario alla speranza della metamorfosi: «Qualche giorno fa, sabato 12 marzo, ero in treno e pensavo di scrivere un racconto usando penna + carta, e detto così sembra che, se un marziano decerebrato o sub-intelligente leggesse quello che andrò a battere sul PC – perché è lì, come la morte, che vanno a finire tutti i corpi verbali, e in fondo è la morte che dà valore alla vita – questo marziano potrebbe pensare che carta + penna sia una lega metallica, un modo di mescolare, quasi che scrivere sia una scultura o una pittura che mescoli acqua oppure olio e tempera e colori per il vetro, ecco, preciso che non è casuale il riferimento alla pittura perché, se mi capita, espongo i miei quadri che io chiamo DESCRITTURE CROMATICHE e invece significa semplicemente cambiare gesto, è una questione di gesti».

A SCUOLA DENTRO

A scuola dentro - copertina
Susanna Barsotti, A scuola dentro, Edizioni DivinaFollia, 2020
nota di lettura di Ivano Mugnaini
Il “dentro” a cui fa riferimento il titolo del libro è il nucleo, ma anche lo snodo, il punto di connessione. Da lì si irradiano i vari volti, gli aspetti, i significati di questo testo. Andare a scuola dentro equivale ad una scelta che può essere letta in vari modi: portare l’insegnamento dentro, in qualità di docente, ma anche acquisire, attingere a sua volta, da quel luogo, conoscenza. Ciò va in direzione contraria rispetto al cosiddetto senso comune.
 “Li hanno messi dentro”, diciamo noi tutti quando commentiamo un arresto. È un modo semplice e sbrigativo per far sì che, dal punto linguistico, e quindi psicologico (e per estensione fisico) di snodi e di ponti non ce ne siamo più. “Li”, cioè “loro”, si contrappone in modo inequivocabile a “noi”. Loro da una parte e noi dall’altra; così come “dentro” è agli antipodi di “fuori”: c’è un muro, altissimo, di cemento, che separa un mondo non solo dalla consistenza fisica ma anche dall’idea dell’altro, dalla necessità e dalla volontà di immaginarlo come una realtà esistente.
Quel “dentro” è lo specchio, deformato, deformante, volutamente tenuto in stanze semibuie, delle nostre paure, delle debolezze, delle colpe, di quella parte della nostra umanità di cui pensiamo di doverci vergognare, un po’ come quei panni, anch’essi proverbiali, che non solo non laviamo in pubblico ma preferiamo lasciare nel fondo di qualche armadio accuratamente chiuso a chiave.  
«Quest’anno ho fatto la mia prima esperienza da insegnante presso il carcere Due Palazzi di Padova. Essendo ancora professionalmente immatura, sia in quanto docente, sia, a maggior ragione, in quanto docente nel contesto penitenziario, si è trattato di un’esperienza tanto faticosa, quanto formativa ed emozionante. Per questo ho deciso, ogni volta che tornavo dal lavoro, di raccogliere in un diario i ricordi, le riflessioni, i sedimenti umani che gli incontri mi lasciavano». 
Mi ha scritto queste informazioni, Susanna Barsotti in una mail alcuni mesi fa, e in un messaggio successivo ha aggiunto «il libro è cresciuto a dismisura e ha un taglio diaristico, dunque abbastanza autobiografico».
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