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Oltre la linea gialla – romanzo di Marisa Papa Ruggiero

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Pubblico qui di seguito la prefazione che ho scritto per il romanzo  di Marisa Papa Ruggiero di recente pubblicazione. 

Oltre la linea gialla è un libro interessante, fuori dagli schemi consolidati. Un’indagine attenta e appassionata sui “meandri del bene e del male, della mente e del corpo e di tutti quegli anfratti in chiaroscuro in cui le due dimensioni si incontrano, si scontrano e si stringono saldamente, uniti da un velo”.

I.M.

Oltre la linea gialla

di

Marisa Papa Ruggiero,

Edizioni Divinafollia, 2018

Prefazione di Ivano Mugnaini

 

Ci si meraviglia, a volte, del nostro allontanarci dalle cose che più ci appartengono e non si lasciano conoscere. Per non sentire le crude voci gridare il nostro nome da un pozzo senza fondo. Ci si meraviglia, ancora, di una cosa a cui non sappiamo dare nome, del nostro essere fuori da noi stessi, a cui non chiediamo più di tornare.

Brani come quello citato dimostrano il notevole livello di scavo e di indagine che sono connaturati a questo romanzo di Marisa Papa Ruggiero. Testimoniano il lavoro intenso sia a livello lessicale e strutturale sia nell’ambito dello studio psicologico. Il tutto si innesta nella trama con un amalgama frutto di elaborazione attenta che tuttavia non diventa macchinosa, ma, in virtù di un’immedesimazione empatica con i personaggi e le loro istanze, scorre fluida.

       La narrazione non è mai asfittica o incolore. La sinuosità della frase è sempre finalizzata alle curve e alle ellissi della vicenda narrata, possiede l’agilità e lo scatto consoni ad un racconto che fa della tensione conoscitiva e della vividezza delle passioni il proprio fulcro e la propria sostanza. La specificità del rapporto fondamentale di ogni storia raccontata, quello tra il narratore e la dimensione temporale in cui si colloca e ci trasporta, è, qui, anch’essa originale e specifica: la vicenda del pensiero sembra venire allo scoperto e prendere corpo e voce non per evocazione memoriale, ma, potremmo dire, per processi psichici che vengono fuori nell’immediato del momento emotivo e intuitivo dell’io.

        Al di là del piano presente, non a caso volutamente adottato dall’autrice nell’arco dell’intera storia, c’è quello (evidenziato dal corsivo) in cui il romanzo sembra dialogare con se stesso, come se la storia fosse a un certo punto evocata dalla scrittura. I corsivi non fanno riferimento ai ricordi ma rappresentano nella narrazione uno “sguardo interno” che illumina piani “virtuali”, ossia mentali, che prendono corpo nel momento della scrittura stessa, spostando la narrazione, con misura e gradualità, in direzione di un metaracconto, inserito, in certi punti, non per volontà esplicativa ma per intrinseca necessità. Questi piani “interni” sono uno dei meccanismi che maggiormente contribuiscono a conferire al racconto quella capacità di scavo e indagine ad ampio raggio a cui si è fatto cenno nel paragrafo iniziale.

 Le escursioni “interne” o interiori sono intarsi brevi, quasi in trance, come dettati da una volontà autonoma. Agiscono entro loro piani paralleli, come se la scrittura narrasse se stessa, per rispecchiarsi nell’enigma stesso, il centro focale di tutta la narrazione. Adeguata sintesi di questo meccanismo e del concetto ad esso legato si trova in questa densa definizione che cito: “una storia che non conosco […] si sta ribaltando nella mia”.

Questi “doppi piani” in cui ha luogo il processo cardine dell’intera vicenda, la forte identificazione dell’autrice con “l’altra, si trovano in modo evidente in alcune pagine chiave, in modo diffuso, anche se ve ne sono altri frammenti di minore estensione in altre parti del libro. Sta al lettore il compito di dare un’interpretazione autonoma sul rilievo narrativo, simbolico e psicologico di questi “intarsi”.

Sussiste in queste pagine la volontà di mostrare ed esplorare l’intera gamma delle sensazioni e delle pulsioni. Il mistero che è alla base della trama diventa in tal modo uno strumento, una bussola per addentrarsi in un universo altrettanto misterioso, quello dei meandri del bene e del male, della mente e del corpo e di tutti quegli anfratti in chiaroscuro in cui le due dimensioni di incontrano, si scontrano e si stringono saldamente, uniti da un velo:

Lei posò il bicchiere. Con estrema naturalezza si sollevò di poco dai cuscini e si sfilò con tranquilla lentezza un solo guanto guardando tutti e nessuno davanti a sé. Le bastò slacciare con due dita l’unico gancio del corpino damascato che i seni, a lungo trattenuti, esplosero. Li tenne nelle mani per qualche secondo, poi aprì le dita. I seni, d’un rosa perlaceo alla luce tremolante delle torce erano gonfi e sodi, perfetti. Con lentezza immerse la punta delle dita nel bicchiere del compagno e si inumidì le labbra rovesciando il capo sui cuscini. Finalmente attirò il giovane a sé e si sollevò le ampie gonne.

Nessuno si mosse. Sprofondata nell’erba, completamente vestita, assecondava con tranquilla noncuranza i movimenti rapidi e vigorosi del primo partner finché cessarono; poi, quelli lenti e profondi dell’altro.

L’intensa curiosità e sensualità, trasmesse in modo elegante, senza approssimazioni, sono il tratto distintivo e il valore aggiunto del romanzo. Il brano qui sopra citato è uno dei moltissimi esempi possibili di descrizione visiva, in cui lo sguardo, condotto ad alternare panoramiche e primi piani di impianto quasi cinematografico, si arricchisce anche di ulteriori segni e segnali, un universo visivo che diventa all’istante immedesimazione, immersione completa nei gesti e nelle azioni, negli stati d’animo pensati e percepiti. Come se l’espressione adeguata delle sensazioni, delle pulsioni, delle esitazioni e degli slanci, non fosse un qualcosa in più, un mero abbellimento esornativo ma fosse essenziale al pieno godimento estetico e carnale. Tale denso connubio richiama l’intera gamma sensoriale e rende il romanzo accattivante, sia a livello narrativo che percettivo.

Nel libro la trama e il mezzo per esprimerla, il linguaggio, sono intersecati in modo assolutamente coerente. Lo stile influenza il contenuto e lo determina. Non è irrilevante in quest’ottica il fatto che l’autrice provenga da una lunga pratica di pensiero poetico e da una ricerca spesa sul campo, pluridecennale, per la parola e lo studio ad essa inerente e correlato. L’aderenza tra parola e pensiero, cari da sempre a Marisa Papa, e, aggiungo, l’interesse per i filtri linguistici, per l’essenzialità più che per la descrizione eccessiva o ridondante, vengono, nelle pagine di questo romanzo, messe in atto e ulteriormente confermate.

        La linea gialla evocata nel titolo richiama in modo indiretto ma chiaro l’idea del confine, della barriera, topos della letteratura di ogni tempo e nella nostra epoca più che mai attuale, sia nel mondo virtuale che nella dimensione reale. Partendo da questi ingredienti e da questi dati di fatto, il romanzo gioca, con seria e appassionata costanza, a scardinare le regole e a mostrare come in una serie di rifrazioni progressive quanto le immagini e i ruoli, i volti e le maschere si sovrappongano. Torna e riemerge il caravaggesco rincorrersi delle luci e delle ombre, con i volti messi in evidenza nella loro imperfezione, umanissima, fragile e innocente ma anche avidamente perversa, assetata di scoperte, e, appunto, di passioni, altra parola chiave del tutto fondamentale.

        Il romanzo è costruito con perizia, la trama è densa, i nodi richiamano altri nodi in un intreccio saldo, corposo. Ma come in ogni lavoro ben realizzato, il trucco non prevale, resta dietro, nella parte sottostante alla tela. Quello che emerge sono i grumi di colore e le ombre, la corposità non di rado ruvida dei destini, la tangibile concretezza della carne che si fa proiezione dei pensieri, dei desideri, dei dubbi, delle luci e del loro inesorabile contrario, ugualmente attraente, come un mistero di cui si cerca la soluzione, o almeno una soluzione possibile, compatibile con ciò che siamo e ciò che vogliamo.

Costruito con perizia lessicale e strutturale, il romanzo può ben richiamarsi, sotto certi aspetti, ad alcuni psico-thriller basati sulla descrizione visiva d’impianto cinematografico grazie all’impiego di “tagli” scenici, di “spaccati” caratteriali efficacemente essenziali, oltre che di inaspettate inquadrature d’ambiente dove è possibile intravedere, come in controluce, alcuni squarci della città cara all’autrice: Napoli.

        Il racconto, come detto, ama rendersi ricco, esondare, fare invadere l’alveo della trama da mille rivoli di materia e sostanza diversa. Il risultato è un insieme denso e cangiante, un fluido in cui scorrono richiami intertestuali mai casuali, mai privi di senso e di risvolti. La cultura dell’autrice non è messa in mostra per puro narcisismo. Ogni riferimento ha un senso, o meglio una varietà sfaccettata che allo stesso tempo amplia il raggio visivo e ci conduce in svariate direzioni, e, dal canto opposto, illumina a poco a poco il mistero che è alla base del percorso e della ricerca, permettendoci di avvicinarci alla verità, o meglio alle verità, ai riflessi che cogliamo al di sopra e al di sotto della superficie, là dove sussistono i pensieri e i desideri che davvero contano e incidono sul nostro vivere.

        Questo romanzo ci conferma, con libertà e rigore narrativo ottimamente abbinati, che niente è davvero come sembra e che per avvicinarci al luogo che cerchiamo e alla soluzione auspicata è necessario superare quella linea di demarcazione tra razionalità e immaginazione, realtà e fantasia, per giungere ad un luogo in cui dimora ciò che abbiamo perduto, quel nostro ego parallelo, il burattinaio di cui pensavamo di muovere i fili fino al momento in cui scopriamo che quei fili sono dentro di noi. Anzi, quei fili siamo noi. Accettando ciò ritroviamo finalmente la protagonista, Sara, e con lei “un altro piano della coscienza, su un altro schermo, da cui va prendendo forma una storia parallela ma sommersa che adesso emerge, imperiosa e tremenda, in tutta la sua vivida consapevolezza”. Questo romanzo ci conduce a percorrere, sulla pagina e dentro di noi, vicende “opposte e speculari”. La meta a cui si osa arrivare, aspra ma essenziale, è “l’inaspettato ritrovamento, tutto interiorizzato, di ciò che era perduto per sempre”.

                    Ivano Mugnaini

 RUGGIERO

Marisa Papa Ruggiero, scrittrice, artista verbo-visuale, studi di formazione artistica compiuti a Milano e a Napoli. Inizia il suo percorso di scrittura creativa alla fine degli anni 80 affiancandolo all’attività pittorica e didattica nei Licei della città di Napoli dove vive. Ha pubblicato una dozzina di libri di poesia, in prosa e alcune edizioni d’arte. Tra i titoli più recenti: Le verità bugiarde, 2009; Passaggi di confine, 2011; Di volo e di lava, 2013, Puntoacapo; Jochanaan, 2015, Ladolfi; Un intenso venire, 2017, Passigli; Se questo è il gioco, 2018, Eureka. Promotrice culturale, le sono attribuiti diversi premi e segnalazioni di merito. Collabora con interventi creativi e critici in riviste, in rassegne d’arte, in siti web. Suoi testi poetici sono stati rappresentati come eventi scenici in siti archeologici in Campania e in Sicilia. É tra i fondatori di alcune riviste letterarie, la più recente è Levania, edita a Napoli, di cui è redattrice. Il suo romanzo OLTRE LA LINEA GIALLA è attualmente in corso di stampa.

Profumo di elicriso – stralci della prefazione

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Pubblico qui alcuni stralci della mia nota ad un libro di recente uscita.

Il romanzo contiene una passione forte ma lucida, adeguata alla descrizione dei tempi e della società descritti, la Sardegna di alcuni decenni fa. Come l’autrice stessa ha dichiarato, Profumo di elicriso è stato scritto per conservare la memoria di un episodio realmente accaduto a un suo bisnonno, ultima vittima di una lunga faida, ucciso per la sua sete di giustizia e di legalità quasi mai presenti in quello scorcio di secolo in Sardegna.

La narrazione nasce dunque da una motivazione personale fortissima. Ma riesce ad andare oltre, assumendo, senza forzature, senza vane pretese didattiche e senza tirate morali, un valore più ampio, universale, evidenziando tramite gesti e sentimenti autentici, l’eterno contrasto tra la bassezza e la volontà di elevarsi, tra la violenza e l’aspirazione ad un’esistenza più umana e armonica.

Profumo di elicriso regala, anzi restituisce il gusto di una scrittura sobria ma non sterile e vuota, priva di acrobazie sintattiche e lessicali, numeri da circo ed effetti sbalorditivi, ma mai aliena all’emozione del racconto, la volontà e la necessità dell’affabulazione, qui ulteriormente accentuata dalla profonda motivazione personale, il desiderio di tener vivo il ricordo di un parente che è diventato simbolo della sete di pace e di giustizia di una famiglia. 

Il tono è sobrio, controllato, come se un narratore onnisciente osservasse con disincanto i propri simili, in una sorta di coro, una coscienza collettiva tipica dei piccoli centri a qualunque latitudine. Ma a tratti lo sguardo si apre in un guizzo o in un sorriso, breve, fulmineo, ma in grado di illustrare con efficacia la crudeltà e la solidarietà, la disperazione e la tenacia, la miseria contrapposta alla grandezza dell’animo.

 Alla pubblicazione del libro ho contributo in parte anch’io tramite la lettura, l’editing e la prefazione.

Chi volesse inviarmi in lettura manoscritti inediti di narrativa e poesia, o libri già editi, mi scriva a ivanomugnaini@gmail.com

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Quello che è successo a Joana

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Quello che è successo a Joana | Valério Romão,
traduzione di Vincenzo Barca,
Caravan edizioni, Roma, 2017

Uno stralcio della mia recensione a Quello che è successo a Joana di  Valério Romão.
Un romanzo coraggioso, giocato sul ritmo, sulla necessità di una lettura che corre, travolge, coinvolge, senza sconti, senza vie di fuga. 
La recensione completa è a questo link: http://www.zestletteraturasostenibile.com/quello-che-e-successo-a-joana-valerio-romao/ 

           *  *  *  *  *  *  *

La trama racconta l’attesa spasmodica di un figlio. La ragione di una vita. Quando la realtà sembra avverare il desiderio per un errore umano o per una pugnalata della sorte il sogno diventa incubo, e la ragione si tramuta in follia.

Il libro di Romão ci trasporta in un luogo in cui siamo già stati, anche senza averlo mai visto: l’affastellarsi di idee e oggetti si mescola ai desideri, alle speranze, alle disillusioni, alla pulsioni, alle manie. Ci introduce senza preamboli in quella zona brulicante e intricata che potremmo definire “poesia”; caotica, sincopata, tra ricorse e frenate, slanci e abissi di dubbi e timori. Ci conduce dentro i giorni, normali e fatali, di una donna, di una coppia, di individui con un loro mondo, i loro problemi specifici, personalissimi, eppure in grado di rappresentare quel gioco ininterrotto di esaltazione, attesa, depressione, tonfo nel baratro e risalita.

Romão non indulge mai in questo romanzo nelle cadenze malinconiche del fado. C’è il dolore, c’è la malinconia, la pena, ma non c’è mai la resa incondizionata né il gusto dello struggimento che lacera. I personaggi, la protagonista Joana in particolar modo, si difendono con le unghie e con i denti. Ogni arma lecita è utilizzata, e, quando non basta, pur di non cedere si ricorre anche ad armi non convenzionali. L’erotismo, innanzitutto, agito o pensato, reso esso stesso proiezione del desiderio mentale più assoluto e totalizzante: «Joana, si sdraia a poco a poco al capezzale del letto e le dita della sua mano sinistra tracciano piccoli cerchi, con cautela, per via della fede d’oro con dentro la scritta per sempre […]non se la toglie perché, non essendo preparata all’eternità, lo è ancora meno a riconoscere l’errore».

 

Valério Romão (1974) è uno scrittore,  drammaturgo e traduttore. Si è laureato in Filosofia e ha lavorato come informatico.  È stato selezionato tre volte al concorso nazionale dei Giovani Creatori (2000, 2001, 2002). È stato anche uno dei rappresentanti portoghesi alla Biennale dei giovani creatori d’Europa e del Mediterraneo in Bosnia-Erzegovina nel 2001. Dopo un lungo interregno editoriale, ha lanciato per Abysmo i romanzi “Autismo” (2012) e “O da Joana “(2013), i primi due volumi della trilogia” Paternità fallite “. Ha visto le sue storie pubblicate nelle edizioni portoghese, inglese e svedese della rivista Granta. Ha pubblicato la pièce “The Mala” (Guillotine) e il racconto “Coltelli” (Società delle Isole, 2013), “Da Família” (Abysmo, 2014) e “Dieci ragioni per aspirare a essere un gatto” 2015.  In francese è stato tradotto il suo romanzo “Autisme”. L’editore è Chandeigne. Ha pubblicato su Granta, Revista Egoísta o Somos Somos Livros ed è cronista del quotidiano Hoje Macau.

 

LA BARRIERA

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Una mia recensione al romanzo “La barriera”, uno scenario prossimo venturo che ci parla anche del nostro presente e delle gabbie da evitare.

Scritta  per il sito di Anita Likmeta e pubblicata in versione integrale a questo link: https://anita.tv/2017/07/31/la-barriera-il-romanzo-sull-inconsistenza-della-nostra-mente/

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                                           *****

La barriera” il romanzo sull’inconsistenza della nostra mente.

Vins Gallico - Fabio Lucaferri, La barriera, Fandango, Roma, 2017

Il primo e decisivo passo compiuto da Vins Gallico Fabio Lucaferri è l’umanizzazionefar capire che in questo libro non si parla di numeri, di statistiche, di esempi astratti e proiezioni su grafici teorici. Non si parla neppure di personaggi letterari. Si parla di uomini, esseri umani. In quest’ottica i dettagli, le minuzie, le caratteristiche in apparenza inconsistenti, le fragilità, i vizi, le manie, gli oroscopi, gli ascendenti, il gioco del calcio, i luoghi e le cose, contribuiscono a definire una persona, a fare da specchio, facendoci identificare per analogia o per contrasto, dando forma a un riflesso in cui possiamo e dobbiamo guardarci. Da queste infinite tessere differenti si delineano i contorni di un mosaico: il mondo così com’è. Sarebbe bello poter dire che è così solamente nella finzione, ma è proprio questo il nodo, la sfida e il senso di questa narrazione.

C’è una data precisa, il 2029. Indicata con chiarezza, su un’agenda ipotetica ma ineludibile. Una data che appare lontana, eppure conosciamo i ritmi e le cadenze del tempo: quel traguardo è a un passo. C’è la descrizione di un pianeta che è una polveriera, e un solo luogo ancora conserva una parvenza di ordine e vivibilità: il più ricco e potente d’Europa, la Germania. Si salva dal caos imperante, ma a quale prezzo? Cosa si è costretti a pagare in termini di libertà e dignità umana per avere protezione? Lo sfondo del romanzo è quello descritto in questo breve sunto, arricchito da intrecci ulteriori di vite e destini e dal vibrare di trame sotterranee, intrighi, astuzie e controastuzie, corruzione, scontri, fughe, ostacoli e macchinazioni di ogni genere. Mentre ci si muove rapidissimamente da un episodio all’altro, si assimila gradualmente, potremmo dire nel sudore della tensione e della rincorsa, il messaggio sottotraccia, la verità nascosta ad di là della barriera, anche narrativail futuro apocalittico descritto nel romanzo in gran parte lo stiamo già vivendo. Lo intravediamo, ci viene tatuato addosso una goccia alla volta, ogni volta che in televisione all’ora di cena assistiamo a quelle trasmissioni inesorabilmente mandate in onda ogni singolo giorno Ferragosto compreso. Quelle in cui ci dicono, scrivendolo a caratteri cubitali sullo schermo del piccolo-grande-fratello, che siamo minacciati, che verremo schiacciati e che ci ammazzeranno tutti se le porte, tutte quante, non le chiudiamo. Se non ci chiudiamo.

Vins Gallico - Fabio Lucaferri, La barriera, Fandango, Roma, 2017.

Vins Gallico – Fabio Lucaferri, La barriera, Fandango, Roma, 2017.

Per rendere questo senso di oppressione il romanzo adotta un ritmo che non lascia respiro: è la versione narrativa di un film d’avventura, con attraversamenti di terre desolate, città e confini, nuotate da campione olimpionico, corse di velocità e di resistenza, centometristi e mezzofondisti. Ma il vero protagonista, muto ed eloquentissimo, è lo sfondo: il mondo, il solo luogo che abbiamo, il giardino recintato a mo’ di gabbia.Il linguaggio è rapido, frenetico ma preciso. Nessuna frase è buttata là solo per fare conversazione, nessun dettaglio è meramente descrittivo. Tutto è finalizzato a fornirci i dati essenziali di un manuale di sopravvivenza, un docufilm girato a ritmi serrati in cui si mostrano mosse e contromosse, lo scontro tra le regole annichilenti del potere e la volontà di restare vivi. I diritti naturali nello scenario descritto non sono più garantiti, devono essere riconquistati in una corsa da maratoneta e il premio finale, i diamanti da salvare, sono la dignità e la libertà. Gli aguzzini qui sono molto meno appariscenti di quelli descritti nel film di John Schlesinger con Dustin Hoffmann eLaurence Olivier. Sono burocrati in apparenza scialbi, e questo li rende perfino più temibili. In questo romanzo si arriva a far sì che siano le vittime a dover anelare di essere marchiati. Il tatuaggio, l’identity matrix, è la meta per cui si è disposti a fare di tutto. Ci si getta da soli nella gabbia camuffata da luogo stabile e sicuro.

Si procede nel libro, guardandosi anche alle spalle: la Germania, il MuroSchindler’s ListLe Vite degli Altri e mille istantanee immagazzinate nella memoria riprendono vita e si intrecciano ad un futuro che è ipotesi più che plausibile e a un presente che è già dato di fatto vissuto. In un circolo che avvolge e soffoca: con la burocrazia che uccide la dignità senza neppure sporcarsi le mani. I capitoli del libro sono nomi di persona, luoghi e date. Quasi a confermare che ciò che ancora conta è l’equazione spazio-tempo, la possibilità di continuare a conservare la nostra identità a dispetto del mutare delle epoche e dei luoghi. O, meglio, saperla conservare lottando giorno dopo giorno per l’evoluzione, la sopravvivenza della specie autentica, quella specie umana che è costretta a difendere il proprio diritto alla diversità, al pensiero autonomo, alle scelte fondamentali, non ultime la sete di giustizia e di amore.

Moltissimi sono i riferimenti a situazioni che conosciamo bene e con cui interagiamo quotidianamente. Nel 2029 ci sarà ancora Facebook e ci saranno i tatuaggi, ma diventeranno macabre immagini di una gigantesca schedatura collettiva. Ci sarà ancora il sesso. Ma quello descritto nel libro è rapido e quasi incolore. La passione e la gioia sono al di là della barriera. Una delle sensazioni che le pagine trasmettono è che si potrà tornare ad assaporare tutto davvero fino in fondo solo quando la corsa per la sopravvivenza potrà essere interrotta. Coerentemente, nel libro c’è poco spazio per le divagazioni “liriche” e perfino per le pause descrittive. La solo poesia possibile nel contesto raffigurato è quella dei gesti, degli sguardi rapidi d’intesa, come quelli dei naufraghi, dei fuggiaschi. Come quelli delle spie, gli infiltrati in un mondo nemico. Le occhiate rapide di chi si riconosce affine ma non può fermarsi, per non destare attenzione.

La Germania del 2029 ha lineamenti in comune con quella nazista, ma anche con parenti insospettabili, la Calabria del secolo scorso e con lei il Meridione attuale e tutte le mafie di ogni genere e tipo, ad ogni latitudine.

Berlino è la scenografia ideale, per questa narrazione di impronta cinematografica, rapida, intensa. La Berlino di questo romanzo è una città senza cielo, riflessa nei colori scuri di un passato di ferro e di sangue, ma anche nei vetri lucidati a specchio dei palazzi altissimi e dell’arte solenne e geometrica che atterrisce e attrae, inglobando corpi e menti nelle sue strade e nelle immense periferie livide. La bellezza è cupa. Non è morta ma deve essere risvegliata. Nel momento in cui torneremo ad essere armonici, aperti e davvero liberi, ritroveremo anche le luci, i riflessi fascinosi del sole del nord.

Con abilità e in modo quasi subliminale vengono messi in atto parallelismi fondamentali. L’anno descritto si colloca a distanza di un secolo esatto da quello della grande crisi finanziaria, dal crollo di Wall Street e dell’economia globale. Il futuro è adesso e il passato è uno spettro che ancora si aggira nelle case, negli uffici, nelle officine. La Germania del 2029 ha lineamenti in comune con quella nazista, ma anche con parenti insospettabili, la Calabria del secolo scorso e con lei il Meridione attuale e tutte le mafie di ogni genere e tipo, ad ogni latitudine.

Leggendo questo libro si respira a fondo, si è coinvolti anche noi in una corsa vitale, nel senso letterale del termine. La posta in palio è la più preziosa, il nostro diritto a restare umani, con tutto il bene e il male che ciò comporta, con il libero arbitrio, la capacità di riconoscerci affini a chi è diverso da noi. La sfida è ardua, lo scopriamo pagina dopo pagina. L’unico spiraglio è quello offerto dal riferimento all’ideogramma orientale che esprime il concetto di “crisi” facendo riferimento simultaneamente all’idea di pericolo e a quella di opportunità. Ciò che viene descritto e collocato in un futuro prossimo è profezia che già sconfina nella realtà. La vicenda narrata ci prepara, ci invita a mantenere tonici i muscoli delle gambe e del cuore fin d’ora, anzi, proprio ora, nel presente su cui possiamo agire, mutando noi stessi, per poter guardare negli occhi il nostro volto in un volto altro, arrivato da qualche luogo del pianeta di fronte a una Barriera che esiste, ed esisterà, solo se avrà consistenza nella nostra mente.

Estinzione

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Estinzione

di Marco Capponi
Edizioni Divinafollia, 2016

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Nella copertina del libro campeggia un quadro di cui è autore lo stesso Capponi. Il quadro in apparenza è rassicurante. In apparenza, appunto. Ed è in questo aspetto esteriormente quieto, geometrico, razionale, che si nascondono profondità e ombre, spazi per riflettere sul lato oscuro della scienza, della mente umana, del presente che anela a diventare futuro diverso, manipolato, geneticamente modificato, potremmo dire. 

Capponi unisce nei suoi libri le sue due grandi passioni: la ragione e il raccontare, la logica e l’immaginazione, o meglio l’ipotesi delle conseguenze della variazione di alcuni dati e parametri di riferimento che sembrano fissi su quel microcosmo complesso e fragile che è il genere umano.

Estinzione immagina un futuro senza tempo, perfino senza morte.

Dovrebbe essere un quieto paradiso. Non è così. Perché ogni azione impone una reazione, un cambiamento nella struttura di un intero sistema, una mutazione nel suo equilibrio instabile e precario che è allo stesso tempo la sua fragilità e la sua unica forza.

L’idea alla base del romanzo è originale e coraggiosa. Capponi la esplora aggiungendovi elementi essenziali e variabili di portata assoluta: l’amore, l’odio, l’orgoglio, la ferocia, la sete di distruzione, il realismo, l’idealismo, l’eros, la poesia…

Un quadro a tutto tondo, nei cui chiaroscuri si intravede la figura umana messa a nudo, analizzata con occhio di scienziato ma anche di letterato. Conservando, a dispetto di tutto, la speranza che non si estingua del tutto la bellezza, la sua possibile, essenziale, viva presenza.

Non guasto con anticipazioni il gusto della scoperta della trama ai lettori interessati.

Mi limito a fare riferimento ad alcuni passaggi del libro, basandomi su due paragrafi della recensione di Rossella Frollà pubblicata sulla rivista Pelagos, a questo link: 

http://www.pelagosletteratura.it/2016/09/15/estinzione-di-marco-capponi/ .

«Un gruppo di scienziati lavora sotto la guida del prof. Franzinelli all’intuizione di uno di loro, Filippo Landi. Si scopre un’ «interazione ordinante» che non disperde energia e informazione ma le organizza e le concentra. Franzinelli si rende conto della possibilità di bloccare ogni processo degenerativo dei sistemi biologici oltre che raffreddare quasi gratuitamente ogni sistema termodinamico. L’«interazione ordinante» va oltre il principio classico dell’aumento dell’entropia dell’universo. Il risultato scientifico sarà quello di trattare la morte, la degenerazione della vita non più come inevitabile. Si renderà possibile la stabilità straordinaria del materiale biologico, superando l’ibernazione e addirittura favorendo il processo di riparazione delle cellule.

Alla applicazione metodologica di tale intuizione seguirà negli anni la mutazione genetica della specie umana. L’interazione ordinante si estende attraverso onde elettromagnetiche che viaggiano nella rete telematica per raggiungere tutti coloro che sono collegati ad essa. Si tratta di un cambiamento epocale che muta il rapporto degli uomini col territorio, con la loro stessa esistenza. Il fine non è più pensabile, né la fine né il tempo se non nella perpetua angoscia del possibile incidente che limita e penalizza l’evitabilità della morte naturale. Questa paura folle costringerà la nuova specie ad abbandonare completamente i mezzi di locomozione aerei e terrestri. Si apre un nuovo eterno pericoloso senso di angoscia».

Qui di seguito il link di un brano del libro letto da Ivano Marescotti.

Di nuovo buona estate a voi, razza non ancora estinta di lettori.

IM

Il tuo nemico – una recensione

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Se amate il minimalismo non leggete questo libro. Se amate narrazioni comode, rilassanti neppure. Questo libro si rivolge a coloro che sono pronti a mettersi in gioco e chiamarsi in causa.

Il succo del romanzo, o meglio il nodo, è correlato all’incontro-scontro tra democrazia e cibernetica, tra la società “reale” e i territori ancora in gran parte inesplorati del virtuale.

 Gregorio, il protagonista del romanzo, è uno dei tanti diversi di cui dovrebbe essere fatto un mondo di uguali. La sua diversità sta nel fatto di non accettare “the way of the world”, il mondo e la strada che ha preso e in cui, con corridoi di cemento e di asfalto in apparenza lisci e comodi, vuole portarci. Una delle domande che si pone e che ci pone questo libro è chi ci ha condotto su questa strada, come e perché.”

Ripropongo qui nel mio sito alcuni stralci della mia recensione a questo romanzo di cui vi consiglio la lettura.

La recensione è stata pubblicata originariamente a questo link: http://www.zestletteraturasostenibile.com/il-tuo-nemico-michele-vaccari/ dove è possibile leggerla in versione integrale. IM

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Michele Vaccari
Editore: Frassinelli
Anno edizione: 2017
Pagine: 290 p. , Rilegato
  • EAN: 9788893420204

Il poliedrico e multiforme teatro della vita: un romanzo di mari, amori e misteri.

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Una mia lettura del romanzo originale, lussureggiante e “debordante” di Guido Mina di Sospiro recentemente pubblicato da Ponte alle Grazie.
La recensione è uscita originariamente sul sito di Anita Likmeta, con cui collaboro per la sezione Letteratura e cultura, a questo link  https://anita.tv/2017/05/04/il-poliedrico-e-multiforme-teatro-della-vita-un-romanzo-di-mari-amori-e-misteri/ .
Buona lettura e buone avventure a tutti i naviganti. IM

 

 

 

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Mina di Sospiro gioca con le parole, con il loro mistero, con il senso e l’assenza di senso, con la vita, fatta di codici astratti e di carne palpabile e danzante, folle e assetata, a volte perfino saggiamente folle. È attratto da tutto ciò che porta e indossa la vita, sopra e sottovento, sopra e sotto i vestiti, i gesti, i sorrisi ammiccanti, l’invito a esplorare i confini e a fare un passo oltre. La vita lo incuriosisce, lo attira, gli pone di fronte uno spettacolo variegato fatto di contrasti e chiaroscuri, il sublime e il becero, il pensiero e il salto ad occhi chiusi in un vortice o in un baratro.

 

E allora lo scrittore la osserva, la corteggia, la fa bere e la fa parlare. Ha la conferma di quanto lieve e complessa sia, la vita, e che il suo significato è una sciarada con troppe soluzioni, o forse con nessuna, o entrambe le cose assieme. Non ha bisogno del re scozzese shakespeariano per confermare e confermarci quanto la vita sia “a tale told by an idiot”. Lo sa, ne ha preso atto da tempo, ma non si è fermato, non ha rinunciato a mettere le vele al vento. Anzi, si è ripetuto, come Hölderlin, che “l’uomo è un dio quando sogna, un mendicante quando riflette”. Ma non è sceso neppure a questo porto. Con la forza dell’istinto e di un possente vitalismo ha compreso che mischiando le due componenti in giuste dosi l’uomo può essere meno misero quando pensa e meno asceticamente incorporeo quando sogna. Basta rendere vivo il sogno, aggiungendo una porzione di follia, di avventura, di sudore, di adrenalina, di paura e attrazione: tramite un viaggio, un’esplorazione, una sfida, quindi, ancora, un gioco.

 

Sempre sapendo, con un sorriso, che non c’è niente di più intrigante e divertente del gioco, e, al tempo stesso, non c’è niente di più serio. E che il gioco non è mai gratuito, impone attenzione, coinvolgimento assoluto, per capirne le regole sancite e soprattutto quelle nascoste, le più importanti. Alla fine, bisogna essere anche disposti a perdere, a capire che non c’è niente da capire, come cantavamo negli Anni Settanta, oppure che tutto ciò che si deve comprendere è che non tutto può essere compreso, è questo è il più secco e il più dolce dei colpi di vento. La narrazione di Mina di Sospiro vive di accostamenti e contrasti. Unisce oggetti, azioni e idee come un artista materico, e non si lascia abbattere se non combaciano gli angoli, anzi, ne esulta. Sconfina con gusto, deborda e ci trascina con forza gioiosa ed esuberante a bordo di una fantasia onnivora, poliedrica, multiforme, un teatro nel teatro della vita. Il susseguirsi delle scene, delle azioni, degli spunti e degli stimoli è rapido, incalzante. L’autore mette in pratica ciò che ha scritto in suo fortunato libro sul ping pong e sulla metafisica che ne è alla base; o, meglio, applica alla scrittura anche di questa polimorfa creatura letteraria l’istinto e la ragione del gioco da lui preferito: la necessità di correre e pensare allo stesso tempo. Fino a far coincidere le due istanze, senza distinguerle, senza separarle dalla naturalezza del respiro. Perché quell’istante di riflessione fuori tempo e fuori luogo farebbe cadere a terra la pallina e con essa la magia folle della passione che tutto assorbe, dell’affabulazione che rende tutto credibile, irreale nella realtà a cui scegliamo di dare corpo.

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Racconto di pirati, a tratti di moderna cappa e spada, tra malviventi e personaggi ambigui, bizzarri e disperati, ma senza resa né tregua, il romanzo è mille cose insieme, mille generi, toni, rimandi e allusioni, senza compiacimento, senza ammiccamenti. Quindi, è soprattutto anzi unicamente se stesso, un pezzo unico, originale. Non da collocare in qualche museo o catalogo ma da porre costantemente in un flusso, sia esso quello della lettura che della fantasia. Romanzo on the road, sulla strada del mare, ha bisogno di moto costante, non può sostare. Racchiude posti e volti inventati e al contempo è un documento ricco di riferimenti a luoghi esistenti, il Jackson Memorial, Palm Beach, la Florida, le Antille, i Caraibi, Cuba e mille altri luoghi collocati a metà strada tra il mare e il mito. Tra le righe, ma anche dentro, nelle pieghe più sensibili, è il resoconto di un mondo che siede sulle sdraio a strisce multicolori in luoghi di lusso tra il sole e l’ombra densa di sotterfugi e intrighi, la zona morta, ma brulicante di umanità, tra legalità e crimine, disperazione, fantasia e il sogno costante di un altrove risolutivo, una mossa a sorpresa che cambia le carte e rovescia i tavoli. 

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Il destino, lo si sa, si nutre di logiche sbalestrate. Nella seconda parte del libro Mina di Sospiro lo fa condurre da una nave senza timone, ricca di assonanze e richiami fascinosi: “Durante questa unica e irripetibile settimana astrale, gli eventi di ogni giorno saranno influenzati e talvolta addirittura decretati dalle divinità pagane. Quali? Quelle della mitologia latina e sassone, le due culture che hanno colonizzato il nuovo mondo e che evidentemente presiedono alla pari sul mar dei Caraibi. Le stesse divinità, infine, che hanno ispirato il nome dei giorni della settimana, sia nelle lingue d’origine latina, fra le quali lo spagnolo, che in quelle d’origine sassone, fra le quali l’inglese”. Un escamotage accattivante, del tutto coerente con lo spirito e l’animo che orientano il romanzo: lo scambio costante di colpi d’approccio e di schiacciate fulminee e secche tra il caso e l’uomo, tra il rischio, la pena e il piacere di non sapere mai se saremo sopravvento o sottovento, con la sola certezza del mutare costante. Consapevoli solo che, per dirla con le parole di una delle epigrafi del libro: “Non ci sarà sortita. Tu sei dentro e la fortezza è pari all’universo dove non è diritto né rovescio né muro esterno né segreto centro”. (Jorge Luis Borges, Labirinto).

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Questo romanzo ci chiede una cosa difficile ed esaltante: lasciarsi andare alla corrente. Chiudere gli occhi e abbandonarsi alle onde, oppure spalancarli, ma lasciando spazio a ciò che non si vede immediatamente, a quel senso di mistero che è, la trama ce lo indicherà gradualmente, un oro che non si può afferrare con le dita, ma che non per questo è privo di peso, anzi, contiene in sé il peso del tempo e dello spazio di tutti i secoli e tutti i sogni che abbiamo fatto e che ancora saremo in grado di fare. La narrazione sui generis di Mina di Sospiro ha un potere straniante, ci porta in un luogo che non c’è ma che, improvvisamente, con un sorriso, riconosciamo come nostro: un posto dove siamo già stati, o, più esattamente, dove abbiamo immaginato di andare, e, quindi, dove siamo stati veramente. Il romanzo ci fa lo stesso effetto che Christopher Foley, uno dei personaggi del libro, esercita su Ruth, una delle partecipanti alla spedizione: “Era venuta a sapere di lui indirettamente, investigando la storia del Belize e della  barriera corallina che Chris aveva aiutato certi oceanografi a esplorare. Da quanto aveva sentito e in seguito letto su di lui, l’aveva colpita come un essere umano tanto illogico che, prima ancora d’averlo conosciuto, ne era già stranamente attratta. ≪Un tuffo nell’irrazionale≫  pensò mentre si convinceva della bontà della propria decisione, ≪ecco cosa fa per me. Ci sarà da divertirsi≫”.

 

Letture allo specchio (5):Roberta Pelachin, Francesca Piovesan,Vivetta Valacca

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Il rischio dell’autoreferenzialità è grande, lo so, e me ne scuso. Ma più grande è la volontà di ringraziare alcuni lettori e lettrici (in questo caso lettrici che sono anche autrici) per la loro lettura appassionata e per il commento al mio libro. Quindi, al termine di una lunga ed animata riunione con la redazione del blog Dedalus (composta da me e da me) abbiamo deciso di pubblicare (in grato ordine alfabetico) i commenti.

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Nota di lettura di Roberta Pelachin su LO SPECCHIO DI LEONARDO

Mi avvicinai a lui a passi lenti, come un felino che avanza verso la preda facendo attenzione a non farla fuggire troppo presto.” Il predatore è l’insospettabile Leonardo, il genio nato a Vinci nel 1492 che fece conoscere al mondo innumerevoli prodigi di scienza, ingegneria, architettura, scultura, pittura. Alcune opere furono portate a termine, molte rimasero incompiute o in forma di progetto. Ma quali erano desideri e confini dell’uomo che disegnò macchine avveniristiche con una mente immaginifica che non conosceva limiti? Lo specchio di Leonardo (Eiffel Edizioni, 2016), romanzo scritto da Ivano Mugnaini, ci introduce in una vita parallela, quella che Leonardo da Vinci a un certo punto della sua vita decide di percorrere. Un incontro fortuito gli offre un’occasione che afferra al volo. Indurrà a seguirlo nel suo progetto una preda ingenua, un giovane scrivano, un semplice e rozzo campagnolo, che, tuttavia, ha una particolarità: è identico a lui. Manrico è il suo alter ego.

Ma quali ragioni spingono Leonardo verso una scelta così radicale e inconsueta? Un gioco ludico? Una piacevole esperienza trasgressiva? “Finalmente, privo di catene, avrei viaggiato nel mondo, nella memoria, e dentro me, applicandomi con cura alla dissezione della mia mente e dei miei desideri con i coltelli affilati del tempo e della sincerità.” L’opportunità inaspettata gli permette di scardinare “l’immagine che mi ero lasciato cucire addosso.”

Le pagine del romanzo fluiscono in un ritmo serrato di contraddizioni che si aggrovigliano in altre e in altre ancora. La forma linguistica cadenza le ambivalenze con abilità. Gli ossimori insistono di riga in riga, compressi dentro a una paratassi quasi ossessiva di congiunzioni che sembrano non unire alcunché, disperse nell’umore discontinuo di Leonardo. Allineano pensieri e sensazioni in una incessante rincorsa verso una linea orizzontale che pare senza fine. Il linguaggio di Mugnaini modella la figura dell’artista con pennellate impressionistiche e non si configura in una forma ben definita e compiuta, proprio come molte opere del Leonardo storico. E tutto questo attrae. È difficile sottrarsi alla curiosità che incalza e si colora, poco a poco, di emozioni variegate.

Da subito il monologo avvince. L’artista riflette: osservare il mondo attraverso “leggi fisiche, neutre, impersonali” è utile, certo, però tutto ciò disperde la cruda realtà della vita. Quella della guerra, per esempio, dove ogni uomo raggiunge l’apice dell’infamia. Morti “fatti a pezzi, squartati in un urlo che strappa la pelle”. Eppure, Leonardo li aveva guardati “senza orrore”. Esiste una logica nel caos?, si chiede. Che cosa giustifica il piacere e il dolore, e il tempo “che scava come un aratro rugginoso?” È possibile trovare la divina proportione nell’intimo sé? L’avventura di Leonardo che si snoda nel libro è racchiusa nella ricerca di qualcosa che dia senso all’esistenza. Un’esplorazione che, a tratti, ognuno di noi ha compiuto quando il peso delle incombenze quotidiane non è troppo greve e permette all’altra grevità, quella insoluta del nostro essere al mondo di mostrarsi, senza annegare in un’angoscia che assedia.

Le antinomie di Leonardo che Ivano ci mostra sono pressanti: rabbia e brama di rivalsa, godimento nel sentirsi invidiato e adulato e senso di vuoto. L’odio e l’amore sembrano segnarlo fin dalla nascita: abbandonato dalla madre e accettato di malavoglia dal padre, anche se il nonno è presenza affettuosa. “Sono un’opera incompiuta”, dice di sé con un tono che pare freddo e insieme profondamente afflitto. Una pena così intensa che strappa ogni radice. Leonardo si sente come “un quadro che non riesce a staccarsi dall’intonaco per prendere una forma concreta.” C’è un sogno ricorrente nelle notti inquiete: un nibbio penetra nella bocca turgida di una fanciulla. Leonardo riflette sull’orrido piacere che prova nel fantasticare sul gesto del rapace. È sempre “sospeso tra due estremi”, l’uomo Leonardo.”La vera scienza, non passa [che] per le matematiche dimostrazioni.” Ma non è sufficiente se “prima che in tali discorsi mentali non accade sperienza, senza la quale nulla dà di sé certezza.” L’esperienza, quella del vivere è inquieta, purtroppo. Non confuta solo falsi teoremi. Leonardo è costantemente dilaniato da una duplice natura, come quella dell’ermellino. L’animale, in un dipinto enigmatico, e per questo incredibilmente affascinante, è accovacciato tra le braccia della dama. Pare tenero e delicato, ma “nel suo intimo è feroce, predace.” In ugual modo pure la dama è ambigua, come molte delle femmine dipinte dall’artista. Forse, “come tutte le donne”, suggerisce Leonardo attraverso la voce dell’autore. A Manrico l’artista confessa che gli occhi dell’ermellino sono i suoi: spaventati, confusi. L’animale candido è accoccolato tra “braccia gentili e stritolanti”. Forse, la dama è “l’essenza di donna”, forse, “la realtà, la vita.” Continue reading

THE MIRROR OF LEONARDO – A novel about the game of chance

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America Oggi

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Su “America Oggi”, un articolo di Enzo Rega, che ringrazio, su Leonardo, La Gioconda e “il gioco della sorte” 

 

http://www.ivanomugnaini.it/leonardo-la-gioconda-e-il-gioco-della-sorte/

Il mio romanzo LO SPECCHIO DI LEONARDO, da OGGI è ordinabile nelle migliori LIBRERIE (e anche nelle altre!), e sul SITO DELLA CASA EDITRICE http://www.edizionieiffel.com .

Vi invito a scoprire come il genio di Leonardo portò a termine la sua più grande invenzione.

Qui di seguito le prime pagine della versione in inglese de LO SPECCHIO DI LEONARDO.

Here the first pages of the English version of LO SPECCHIO DI LEONARDO.

The novel in available, in e-book, also in English: http://www.edizionieiffel.com

Info: info@edizionieiffel.com  

Leonardo, La Gioconda e “il gioco della sorte”

dama-ermellinoLeonardo - Baccocop_leonardo3 DEFINITIVAThe mirror of Leonardo - image

         THE MIRROR OF LEONARDO

Novel

by

Ivano Mugnaini

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It was not an invention to change my life, nor a discovery: it was a game of chance. One afternoon in March 1498, while travelling from Florence to Milan, to the castle of the Duke Sforza, my master, a powerful storm forced me to pause in the middle of nowhere in the mountains of Mugello. The struggle between the sky and the ground was fierce, the water penetrated the air like a blade opening wounds of mud that flowed in dense and swirling streams. The violence of nature appeared to me a blind force, and made me feel a sharp weakness and insecurity, but also a power even greater than that which tore the sky with fire and the chest of men and beasts with fear. “Here we have to stop, Master, or else we drown,” barked Uberto, my coachman. Fat and slow, laughing with big cheeks and dull eyes. Already he was looking forward to the wine and the buttocks of some generous landlady. I envied and hated him. He was a man like me, but he was different: simple, suitable to the vulgar misery and to the rocky reality of the world. Sitting at the table of the tavern in the village where we had taken refuge to escape the storm and to eat something, almost hidden by my own shoulders, suddenly I saw him. I looked at him for a long time, sideways. It was incredible, yet clear, completely real. In the opposite corner of the room, intent on drinking and peering into the window lashed by rain, there was a local man, a peasant, a mountaineer looking identical to me. Another me, same body, same face and expression, a perfect replica. I recalled in swift succession dozens of dreams of escape, and finally conceived, at that precise moment, a project, a plan, a mad flight. If it worked I would be free, I could finally give me to the debauchery, the bestiality, the taste of nonsense, and I could devote myself passionately to the really heretic studies I always dreamed of. Thanks to that man, the doors of real love and sex would have opened to me, in an honest, absolute way, and would tighten the walls of my wickedness, the sense of pleasure that catches me while I tear with knives and fingers still warm and alive bodies of toads and lizards, with an identical desire to do it with men and women. Meanwhile, as if by miracle, as I thought all this I finally conceived a kindness, or perhaps, a further insult, the greatest evil of my life: to give to a stranger, inadequate and perhaps happy in his wilderness, the chance to turn into Leonardo da Vinci, artist, man of science and of the world, considered a genius.

I approached him with slow steps, like a cat that moves towards the prey being careful not to let it get away too soon. I sat at his table, beside him. He looked at me scared, with my same ecstatic disbelief. We gave us strength with two glasses of wine drunk in unison, in silence. I explained him who I was, and I proposed him, as soon as I saw the features of his face relax and become placid, to replace me for a certain period of time, benefiting of all the advantages and all the honours that would be given to him.

With a smile that opened uncertain, but gradually more and more lively and penetrating, he accepted my offer. Certainly he presaged clear in his mind the leap into the void, the abyss that swallows. But he realized that that extraordinary occasion, the bright chariot in the rain, would never more cross the stony road of his life. He realized that, if he would step upon it, it would lead him away from the mud and squalor of his life, to the city, the real life, whatever it were.

***

My double agreed, and I already saw him as the puppet whom I would have provided the information and drawings for minimal routine administrative activities, things apt to a surveyor or an architect, to keep alive my name and my figure, and I, finally free from the chains, would have travelled around the world, in the memory, and in me, in the industrious application of the careful dissection of my mind and my wishes with the sharp knives of time and sincerity. And, for once, I could see myself living, or, even better, observe how others saw me or believed to see me: the lies, the poisonous comments, the stabs just as I turned my back. I finally would have gazed calmly and with ease to the faces and hearts of others. Thinking also, with huge application, a proper vengeance, before dying: a decisive invention, a deadly Trojan horse for this sick world.

Dissociazioni e quadrature del cerchio

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La scrittura a volte dona interazioni, interscambi “rivelatori”.

Lo specchio di Leonardo è stato letto da Giulia Corsino, giovane poetessa e ricercatrice all’Università di Cambridge, la quale, con un ritardo molto mediterraneo (a riprova che non si è “britannizzata” del tutto) mi ha comunicato le sue impressioni, in modo succinto ma succoso, mi ha fatto alcune domande, ma soprattutto ha abbinato alle sue impressioni i versi della sua poesia “Dissociazione” che, oltre al valore intrinseco, sono perfettamente adeguati per indicare lo spirito del romanzo. Sono una delle possibili chiavi e una sorta di “epigrafe” potenziale.

Pubblico qui di seguito la lettera di Giulia, le mie risposte alle sue domande, e il valore aggiunto di questo post, vale a dire la poesia “Dissociazione”.

Grazie a Giulia da parte mia, di Leonardo, e di tutto coloro che non giunsero alla quadratura del cerchio. IM

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Caro Ivano,

con estremo ritardo ho letto il tuo romanzo, in un giorno di pioggia fitta, qui a Cambridge. Hai saputo unire la densità della poesia e la fluidità della prosa in una maniera personale e partecipata. Raramente, al giorno d’oggi, si trovano pagine così dense e parole così vezzeggiate e nutrite dal tempo per il pensiero e dallo spirito. Visto che ho il privilegio di un filo diretto con uno scrittore, vorrei chiederti quanto il tuo Leonardo è storico e quanto autobiografico, da dov’è scaturita l’idea del libro e in che circostanze e in che tempi l’hai composto.

Un passo del romanzo mi ha richiamato questi versi che ho scritto qualche tempo fa. Te li dono, per quanto possano valere.

I miei più cari auguri,

Giulia

Dissociazione

Ho praticato la dissociazione:

ero io e il giudice di me stesso,

l’attore e il voyeur compiaciuto,

il ladro e la mano che lo trattenne,

il penitente e l’Eterno Padre,

la menade e il re in incognito,

la bracciata e l’onda,

i denti e la carne,

il fianco e la frusta.

Non giunsi mai alla quadratura del cerchio,

ma mi diede grande soddisfazione

vincere a turno

su una parte di me stesso.

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Cara Giulia,

ho immaginato Leonardo alle prese con gli specchi da lui studiati a lungo per scopi scientifici e militari. Mi sono interrogato, in quell’istante, sul rapporto del genio con la sua immagine. Ho provato ad immaginare il divario tra ciò che appariva al mondo, la sua scintillante fama, e ciò che di intimo sentiva dentro di sé. Ho pensato al contrasto tra i suoi veri desideri e ciò che era costretto a realizzare in qualità di persona soggetta alle ambizioni dei potenti del suo tempo, signori, notabili, politicanti e ricchi mecenati. Non ultimo, ho pensato al contrasto tra il bianco e il nero, il buio e la luce, il bene e la malvagità che anche Leonardo, come ogni altro uomo, ospitava dentro di sé: il lato in ombra, i chiaroscuri e i contrasti forzatamente nascosti per motivi di opportunità e per mantenere vivo il suo prestigio.

Ho pensato cosa avrebbe fatto Leonardo se si fosse trovato, per qualche accadimento favorevole, ad essere finalmente libero di agire secondo le sue più profonde e sincere inclinazioni. Come si sarebbe comportato, quali rivalse avrebbe cercato, quali piaceri e quali verità.

A fianco di ogni suo passo, ogni svolta del sentiero, ho immaginato la lotta per la comprensione di ciò che davvero conta: la bellezza, la dignità umana, il mistero del tempo, della bontà, dell’amore. Lo scontro vitale più aspro è quello tra la complessità e la linearità, i dettagli e la prospettiva, gli incontri e le memorie essenziali: uomini e donne conosciuti per caso e traditi per una vita intera, o il ricordo della madre, fonte per lui di un conflitto mai risolto.

Alla fine il nodo da sciogliere, il vero resoconto, è quello con se stesso e con il proprio alter ego: nell’istante in cui, il suo doppio, Manrico, lo tradisce, facendolo accusare di un grave crimine, Leonardo acquisisce paradossalmente la forza e la chiarezza della visione d’insieme, e riesce finalmente a trovare la chiave che risolve il mistero, tramutandolo in un’immagine speculare che si moltiplica generando nuove forme, nuova vita.

Il libro è stato scritto in tempi relativamente brevi. Ritengo che l’idea avesse già avuto una fase di incubazione, per così dire, piuttosto lunga e progressiva. Ne ho avuto la riprova recentemente, preparando alcune note per una presentazione che farò a breve sul tema del “doppio” in letteratura all’Accademia di Rapallo assieme a Vivetta Valacca. Prima del romanzo avevo scritto vari racconti e articoli sul tema, tra cui in particolare uno dedicato al Visconte dimezzato, http://cartescoperterecensionietesti.blogspot.it/2007/08/ivano-mugnaini-verso-il-castello-del.html . Un’analisi più dettagliata di alcuni risvolti del tema in questione nel mio romanzo, ma a livello molto più ampio nella letteratura di varie epoche e nazioni è stata scritta da Marco Righetti https://poetarumsilva.com/2016/07/19/lo-specchio-il-doppio-le-maschere-di-marco-righetti/ .

Grazie ancora per la tua lettura, e per la poesia.

Ivano