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OSTERIA NUMERO ZERO – racconto di un Ferragosto di periferia

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Un vecchio racconto, anni Settanta. La periferia della periferia di Milano, e dell’umanità. Alla ricerca di un telefono a gettoni, di un bicchiere di vino bevibile, e, forse, la sorpresa della poesia.

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OSTERIA NUMERO ZERO

Martedì, quindici agosto. No, non c’erano dubbi, né concrete speranze di essermi sbagliato. Il mio efficientissimo strumento di tortura cronologica giapponese squittiva sibili elettronici da oltre dieci minuti. Tra i vari numerini gialli e quadrati che proiettava nella semioscurità della stanza c’erano un quindici e un otto che non mutavano come tutti gli altri. Restavano lì, fissi, immobili, e mi guardavano, sparandomi tra le pupille gonfie e intorpidite un immutabile interrogativo: « E adesso…? ». Dalla posizione sud-sud-est del letto, in cui mi avevano condotto i sussulti e i contorcimenti di un sonno sconfinato di cui non ricordavo più l’inizio, tenevo l’ordigno nipponico sotto tiro. L’alluce del piede destro fungeva da mirino. Se avessi voluto avrei potuto sciogliere le briglie ai tendini della gamba, e fracassare l’arnese, una volta per tutte, con un calibrato, orientalissimo colpo di karate. Ah, quale gratificante e beatificante contrappasso!

Non sarebbe servito a molto. Non potevo fare a pezzi con un identico calcio anche quell’altro scatolone, verniciato di giallo fosforescente e inchiodato lassù, in alto, dal quale colavano raggi bollenti che si infiltravano attraverso le fessure delle serrande. Fu così che usai il piede solo per compiere, come sempre, l’unico esercizio ginnico della giornata: allungamento dei muscoli del quadricipite, torsione laterale del piede, e schiacciamento del pomello della sveglia con il tallone. Il brutto cominciava dopo, appena terminato di appoggiare il medesimo piede sul pavimento della camera. Già, e adesso…? Che faccio?

Come una specie di Robinson Crusoe, naufrago sulle sponde desolate dell’isola di Ferragosto, decisi di procedere ad un rapido resoconto mentale dei « pro » e « contro » della situazione. Per ragioni di praticità iniziai dai pro: il fatto di aver rifiutato i canonici inviti mortadel-balneari di due o tre colleghi con tanto di moglie-canotto e figli-mosconi, e l’aver rinunciato a priori a seguire le peregrinazioni autostra-disco-sessual-velleitarie di un gruppuscolo di amici, mi poneva nell’idilliaca condizione di chi non deve lambiccarsi il cervello per ponderare e scegliere. Nessuna alternativa, nessun dubbio. Alé! Tutta gioia, tutto bene!

Lo squillo del telefono mi evitò, con mio enorme sollievo, di affrontare le lande sterminate dei « contro ». A tutt’oggi non ho ancora ben capito se la voce di Erica sia naturale e genuina, o se invece sia prodotta da un complesso sistema di sintetizzatori e amplificatori opportunamente piazzati all’interno del suo corpo soffice e opulento da luccicante bambola sintetica. Quel giorno però mi fece talmente piacere udirla, che non mi posi neppure per un attimo il rituale interrogativo. Mi limitai ad ascoltare, a ridacchiare ogni tanto, fuori tempo e fuori luogo, e a dire di sì, in continuazione. Quando riappesi mi resi conto che avevo appena accettato un invito a dir poco scomodo. Si trattava di partire dalle mie campagne, e percorrere, sotto il sole ottuso del primo pomeriggio, l’oceano di asfalto che mi separava da un punto sconosciuto, sperduto nel vasto arcipelago della periferia di Milano. Il tutto in cerca di quale isola, e di quale tesoro? La risposta sarebbe evidente, e del tutto scontata, se non si dovesse tener conto di un particolare. Io Erica la conoscevo da anni, e la conoscevo fin troppo bene. Anzi no, non la conoscevo abbastanza. Nonostante i periodici incontri ai party, alle ricorrenze varie e alle celebrazioni pagane e pallose di qualche comune amico, continuavamo ad essere due cordialissimi estranei, due punti interrogativi collocati alle estremità opposte di una riga bianca.

Le nostre rare e telegrafiche conversazioni avrebbero fatto la gioia di Beckett, di Kafka, e forse anche di qualche psicanalista ficcanaso e un po’ sadico. Non sono mai riuscito a capire se fosse lei a prendere in giro me o viceversa. Fatto sta che ogni singola volta che io, attratto dalla sua sfavillante carrozzeria metallizzata, entravo nella sua sfera d’azione, lei mi ascoltava ghignando ripetutamente in modo quasi impercettibile, poi, puntualmente, mi metteva KO con un’osservazione, o con una domandina tanto innocente quanto micidiale. Un congegno automatico nascosto dentro di me allora si ribellava, e mi catapultava nella spirale strangolante del sarcasmo corrosivo, che in breve trasformava il dialogo in un incontro di scherma, un continuo alternarsi di impeccabile etichetta e di sciabolate fulminee e rabbiose. Fin qui niente di male né di straordinario: per quel nobile sport ero già ottimamente allenato. Il grave è che le stoccate scambiate con Erica ad ogni riflessione a mente fredda mi lasciavano dei dubbi colossali. E se dopotutto con quel suo atteggiamento scostante non avesse voluto sfottere niente e nessuno? E se in fin dei conti quelle sue uscite da palmipede inacidito fossero state ispirate solamente da legittima indifferenza e sacrosanta noia? Sì, insomma, che diritto avevo di pretendere a tutti i costi di essere qualcosa di più interessante e piacevole di un cortometraggio bulgaro sulla vita dei salmoni dell’Alaska, per lei?

Non c’era dubbio. A ben pensarci il suo comportamento era sicuramente degno del più assoluto rispetto e della più profonda comprensione.

Anche quel giorno lontano, imprigionato tra le branchie dell’aria che annaspava in cerca di ossigeno, dovetti di nuovo ribadire questa solenne quanto vana conclusione. Certo, era tutto vero… ma. allora… la telefonata…? Mai e poi mai avrei pensato che lei, in quel particolarissimo giorno, avrebbe chiamato me.

Per quale ipercomplicata serie di circostanze si era ritrovata, anzi ridotta, a dover chiamare uno con il quale aveva rapporti tiepidi come iceberg? Lei, che nella mia immaginazione era perennemente circondata da stormi di calabroni in cerca di polline, forse era rimasta completamente sola, come una stella alpina tra rocce squamose e infuocate. Già, forse. Il nodo della questione era tutto in quel forse. Conoscendo il tipo non era del tutto da escludere la possibilità che mi facesse attraversare mezza Italia, per poi confessarmi candidamente, una volta arrivato a casa sua, che aveva bisogno di qualcuno con la macchina che la accompagnasse da un suo amico a Riccione.

Mentre toglievo dal parcheggio la mia eroica Renault Cinque anni settanta questo dubbio era una specie di chiodo conficcato tra i nervi del piede destro: una sorta di freno di emergenza che non ero in grado di disinserire. In ogni caso avevo ben poco da scegliere, e, inoltre, sentivo nelle orecchie anche il bisbiglio, debole ma persistente, di una speranzucola.

Fu così che ingranai una gracchiante prima e iniziai il pellegrinaggio. Il motore intonava rotonde note metalliche, ma io, conoscendo bene la capacità di tenuta alla distanza dell’orchestra, lo mantenevo costantemente su un prudente « allegretto ma non troppo ». Dopo alcune centinaia di chilometri, tuttavia, il caldo e la fretta di arrivare mi trasformarono in un Von Karajan inebriato da un interminabile crescendo. I cilindrici strumenti risposero divinamente per una decina di minuti, poi crollarono, distrutti, dando l’impressione di non essere in grado di concedere bis per un bel po’. Peccato, perché non eravamo troppo distanti dal gran finale con tanto di standing ovation.

Scendendo dalla macchina fumante riconobbi i tratti inconfondibili di una tipica periferia urbana, o, più esattamente, di una periferia della periferia, habitat di esclusiva creazione e pertinenza umana. Per un mirabile processo di osmosi il sole stillava nel cranio l’asfalto, che si liquefaceva, goccia a goccia, come un’enorme caramella al rabarbaro. Mossi i primi passi con molta cautela. Sembravo l’eroe di un film di fantascienza che sonda con la punta dei piedi il suolo di un pianeta sconosciuto per timore di essere risucchiato. Dovevo trovare un meccanico, o perlomeno un telefono… o il telefono di un meccanico…, qualsiasi cosa insomma, pur di evitare di evaporare del tutto, come temevo fosse già accaduto a gran parte del mio cervello.

Già, trovare qualcosa, o qualcuno. Facile a dirsi. Le finestre sbarrate, palpebre tumefatte di occhi di cemento, si rimpicciolivano ulteriormente al mio passaggio, e i palazziscuotevano le enormi fronti rugose, facendo segno di no. I rari negozi di quell’enorme dormitorio non erano semplicemente chiusi: si erano mimetizzati, ricoprendosi di una membrana grigia di polvere perfettamente intonata con lo strato di calce opaca, in lenta decomposizione, che ricopriva gli edifici circostanti.

Dopo aver superato una mezza dozzina di isolati, intravidi una cabina telefonica. Lì per lì feci finta di niente. Proseguii con disinvoltura, senza darle troppo peso, per timore di rompere l’incantesimo. Quando le giunsi a tiro mi catapultai all’interno. La cornetta c’era ancora, ma accanto al display, diligentemente fracassato, pulsava una flebile lucetta rossa, moribonda, anche lei. Tutt’intorno, in compenso, scritte multicolori di vario genere che avrebbero fornito materiale di ricerca ad almeno un paio di équipe di sociologi. Uscii fuori sorridendo. Il sole mi riconobbe, e mi accolse in un tenero abbraccio di kerosene a combustione immediata. Avanzai a passo lento, con lo sguardo di un bonzo, sereno e imperturbabile.

I vari edifici continuavano a riflettersi gli uni negli altri, come specchi assurdamente fedeli ad un infelice destino, o forse, più semplicemente, ero io che continuavo a girare attorno allo stesso isolato.

Decisi di cambiare direzione. Ciò mi avrebbe consentito, nel peggiore dei casi, di dare un po’ di sollievo alla mia nuca, bersagliata senza sosta da un infuocato spiedino da barbecue.

In un anfratto seminascosto, ai margini di una lama d’ombra proiettata al suolo dall’incrocio aereo di due colossi di cemento armato, intravidi una porta spalancata. Sopra di essa una specie di insegna. « Osteria », indicava una scritta dipinta a mano, con grafia stile seconda elementare, su un pezzo di compensato. Fuori dal locale, a testimoniare che il cartello non mentiva, una sedia di plastica e una di legno, sfondata. Tutt’intorno nessun’altra porta, finestra, veranda, terrazzo o balcone. Solo due muri smisurati di calce bianca che trasudavano pulviscolo riarso. Non c’erano alternative: o era un miraggio l’osteria, o era un’illusione ottica l’intera città. C’era un solo modo per sincerarsene, entrare. In condizioni normali avrei evitato persino di calpestare il marciapiede di un posto simile. Di normale però, quel pomeriggio, c’era ben poco; non escluso il sottoscritto.

Immobile, al centro di un pavimento di mattonelle grezze punteggiato da mucchietti di polvere lanosa frammista a segatura, presi a ruotare la testa a destra e a sinistra, alla ricerca del padrone del locale. Riuscii a contare attraverso le bocche spalancate le otturazioni di ogni singolo avventore. All’interno di un paio di dozzine di pupille scolorite dai grappini trovai solo il vuoto invece: un’attonita, inespressiva, concentratissima indifferenza. « Buon pomeriggio a tutti. Mi sapreste dire, per cortesia, dov’è il proprietario? Avrei bisogno di telefonare ad un meccanico. Ho la macchina in panne ». Solo quando il suddetto mirabile quesito era ormai volato via, quasi urlato, dal mio stomaco contratto, mi resi conto che forse, dato il luogo, era un tantino troppo formale.

Diversi attimi di silenzio assoluto, irreale, poi il sibilo, inconfondibile, di una risata soffocata. Nell’alveo delle mie vene, usurate dal calore, tracimò adrenalina in fiamme. Una voce quieta, molliccia come una brioche riciclata, spense l’incendio, almeno in parte.

« Sono io il padrone, signore. Ma il telefono non lo abbiamo » – bisbigliò un tipo massiccio alzandosi da una sedia e strisciando lento su un paio di sandali marroni in direzione del bancone.

« Come non lo avete?! ». Mi aggrappai all’ancora ciondolante di quegli occhi quasi-umani, deciso a non mollarla. Oppresse da una colossale riflessione, le palpebre del consolatore degli assetati si abbassarono sin quasi a serrarsi del tutto. Poi si illuminò di un’idea.

« Non serve a niente telefonare. Dove lo trova un meccanico oggi? Le faccio chiamare mio cognato, che è un mago coi motori, e tra cinque minuti riparte! ».

« La ringra… » – provai a dire, ma un urlo da Cheyenne mi bloccò.

Il figlio dell’oste, convocato d’urgenza, arrivò saltellando, facendo barcollare a più riprese il pavimento con due enormi anfibi grigioverdi.

La sua faccia, butterata e untuosa, era l’insegna più fedele ed espressiva del locale. Con ogni probabilità era il frutto di un rapporto illegittimo tra il padre e una michetta al salame. Ne fui del tutto sicuro quando lo fissai negli occhi, due palline di grasso circondato da un’esile pellicola lievemente più scura.

« Hai capito bene allora, eh! » – gridò l’oste. « Vai a chiamare Paolo e digli di sbrigarsi! Tutto chiaro, vero?! ».

I piedi cingolati del giovane Mercurio rimasero inchiodati al suolo per lunghi istanti, così come il suo sguardo. Quindi, d’un tratto, fissò il padre e sorrise, radioso, come un filosofo che ha appena intuito il senso profondo dei più arcani misteri della metafisica. Riacquistò gradualmente una serietà professionale, e partì a razzo, come un centometrista, seguendo però gli imprevedibili arabeschi di un galoppo azig-zag.

Mi sono messo proprio in buone mani, pensai, mentre il padre, posandomi un braccio sulle spalle, mi invitava a sedermi.

In qualità di ospite d’onore fui collocato al centro del tavolo posto di fronte al bancone. Occhi muti mi scrutavano da ogni lato. L’unica, paradossale consolazione era la tranquilla sfrontatezza di quegli sguardi. Mi squadravano fissi, senza sotterfugi, con calma e ponderazione. Avevano l’aspetto di chi è intento a usufruire di un suo inalienabile diritto. Mi adeguai, e cominciai a scrutare a mia volta. Le rughe sui volti sembravano incise dalle pale d’acciaio del ventilatore arrugginito, stile macelleria messicana, che sussultava ogni tanto, facendo traballare la trave del soffitto a cui era stato appeso. Sotto di esso si agitavano strani esseri mitologici: centauri con sedia impagliata al posto del cavallo, cupidi di ottantacinque anni, e bizzarri quadrumani con un arto saldato ad una carta da briscola, uno ad una nazionale senza filtro, e gli altri due alle tempie, per evitare che la testa cadesse a causa della noia, o di qualcos’altro, chissà.

Una cosa era chiara: quella fauna umana era il prodotto di quel luogo. La loro esistenza era regolata dalla saracinesca del locale. Il suo abbassamento provocava l’immediato dissolvimento delle molecole che evaporavano in sbuffi di tabacco o si scioglievano in minuscole gocce di vino, in attesa della riapertura mattutina.

« Come ti chiami? » – sibilò uno degli ectoplasmi.

Mentre mi guardavo intorno per tentare di intuire da quale direzione fosse giunta la voce, il mio apparato uditivo fu catturato dall’esca puntuta di un « Quanti anni hai? » scagliato dal lato opposto.

Rimasi a metà strada, a bocca spalancata, prima di essere colpito alla nuca da un perentorio « Che lavoro fai? ».

Per porre fine al ping-pong decisi di risponde a uno dei tre quesiti. Scelsi il più neutro: « Beh, io… insegno letteratura ».

Il buon Dante, lieto di trovarsi « sesto tra cotanto senno » accanto a Omero, Orazio, Ovidio, e compagnia bella, sarebbe senz’altro morto di invidia, vedendo e sentendo lo straordinario consesso di cesellatori di fioriti versi e ornata prosa da cui mi trovai circondato appena ebbi terminato di specificare la mia professione. In pochi istanti fui avviluppato da un groviglio inestricabile di massime, citazioni, commenti, allusioni e rimandi ad opere letterarie reali o inventate per l’occasione.

Un nanerottolo con la pelle grigiastra, barba rada e occhi vitrei e rossicci da leprotto febbricitante, prese a camminare avanti e indietro con la schiena ricurva e le mani protese in avanti, borbottando in continuazione: « È forse il sonno della morte men duro? ».

Il verso foscoliano, pur se trascinato fuori di contesto e violentato nel senso e nella funzione, assumeva, sulle labbra sbiadite di quel bizzarro personaggio, un’intensità e una solennità tali da parere creato esclusivamente per essere pronunciato da lui. Anzi, di più: sembrava che il senso profondo e reale di quel verso emergesse dalle occhiaie abissali che solcavano il volto, assolutamente mediocre e banale, dell’omuncolo infinitamente inquietante che faceva la spola tra un tavolo e l’altro, recidendo l’aria con l’acciaio di imprevedibili traiettorie.

« È forse il sonno della morte men duro? » – mugugnava con diverse modulazioni, rivolto ora a se stesso ora al primo che gli capitava a tiro.

Accompagnava immancabilmente le sue parole con un gesto minaccioso del dito, come a voler dare alla frase un senso autonomo e specifico, rendendola, in tal modo, una sorta di monito contro l’ozio e gli oziatori.

D’un tratto si bloccò e ghignò soddisfatto. Oltre i tavoli, in un angolo relativamente tranquillo, due tipi grassocci e paciosi russavano beatamente, con le braccia incrociate sulle pance che debordavano dalle livide canottiere di cotone. L’emulo del Foscolo si avvicinò a loro in modo furtivo, incurvandosi ulteriormente. Inserì la faccia nel bel mezzo dei due dormienti, a non più di cinque centimetri dalle loro placide guance, prese fiato, ed esplose il suo grido di battaglia.

I due spalancarono occhi, bocca e braccia, e balzarono in piedi. Nel loro volto si leggeva chiaro l’arduo responso: né il sonno né la morte erano duri abbastanza se paragonati al risveglio, soprattutto se la prima visione che si spalancava davanti agli occhi era quella della faccia stravolta e urlante del novello cantore dei Sepolcri.

Soddisfatto della lezione di saggezza che aveva impartito agli astanti, il funereo androide si placò, e si venne a piazzare dietro di me, con le manine artigliate alla spalliera della sedia.

Dov’è finito il figlio dell’oste? Cosa aspetta a tornare? – rimuginavo senza sosta dentro di me, mentre cercavo di far spuntare tra le labbra qualcosa che somigliasse a un sorriso.

Fecero tutti un ulteriore passo nella mia direzione. Le sedie strisciarono all’unisono sul pavimento sino a formare una doppia barriera di forma circolare.

« Viaggi da solo? » – chiese un tizio corpulento, con tono ironico. Avevo appena iniziato ad annuire che già aveva intercettato gli sguardi dei suoi amici, trasmettendo, anche con l’aiuto di alcune mossettine allusive, un inequivocabile messaggio. Nessuna espressione era mutata. Gli occhi, fissi su di me, contenevano solamente la solita sfrontata curiosità e la solita timida urgenza di comunicare qualcosa.

L’aitante umorista reagì al clamoroso fiasco della sua velenosa battuta inchiodandosi sugli angoli della bocca un vago, asprigno sorriso. Un minuto dopo dalle palpebre spalancate di quella maschera immutabile cominciarono a scendere delle gocce chiare. Pelle di cuoio stava piangendo. A dir poco ero sbalordito.

« Guardi che se è per la battuta di prima non si deve preoccupare. Non mi sono offeso » – mi affrettai a precisare, quasi fossi io a dovermi scusare. « Le assicuro che non c’è problema ».

Invece di placarsi prese a singhiozzare, sibilando alternativamente con il naso e con la bocca. Un po’ per la spossatezza, un po’ per la cacofonica rumorosità di quell’incredibile pianto, fui vinto da un incontenibile attacco di ilarità. Scoppiai a ridere senza ritegno, piegandomi in due sulla sedia quando le contrazioni dello stomaco diventavano insostenibili. A poco a poco riacquistai un contegno decente, anche se fui costretto a mordere varie altre volte un labbro inferiore non ancora del tutto domato. Venni fissato e analizzato con indicibile attenzione per lunghi istanti, come un alieno appena piombato già da qualche astronave uscita di rotta. Non un muscolo di quelle facce tradì una emozione intelligibile.

Quindi, improvvisamente, come in risposta ad un comando convenzionale, una risata collettiva, piena e sapida, fece tremolare i vetri malfermi delle finestre e svolazzare via la membrana d’aria stantia che sovrastava il tugurio.

Nelle pupille puntate su di me apparve qualcosa di nuovo, un riflesso di luce più nitida e sicura. I giocatori di carte e gli spettatori-commentatori arretrarono, riprendendo il loro posto ai tavoli, e l’usuale tono di voce di chi possiede montagne di tempo, e deve scalarle tutte.

Le carte tornarono ad essere posate e sbattute, con ritmi e gesti atavici, su tutti i tavoli, tranne uno, al quale venni ufficialmente convocato io per completare il quartetto di un solenne tressette.

« Da dove vieni? ». Stavolta il tono della domanda non invitava a frugare nelle tasche alla ricerca di una pistola. Alzai la testa verso il mio interlocutore e cominciai a parlare.

« Tu sei mio figlio! Sei uguale a mio figlio! » – mi confidò uno dei miei avversari tra un fante di fiori e un cinque di quadri.

Due tavoli più in là un vecchio cane stopposo e ingiallito raggomitolato ai piedi dell’assorto spettatore di un estenuato poker veniva alternativamente allontanato con un calcio e richiamato con una carezza.

Di fronte al balcone si stava svolgendo la cerimonia di esposizione della manica ricucita e rilavata di una camicia a scacchi rossi e viola. Lo sgargiante capo di abbigliamento fu sventolato con orgoglio, a più riprese, sotto il naso del proprietario del locale. Dopo la ventesima sfilata passata sotto silenzio, senza il minimo segno di ammirazione, il possessore del cimelio iniziò a lamentarsi a voce sempre più alta, accusando l’oste di dargli bicchieri più vuoti che pieni e di non fargli mai lo scontrino. Nessuna reazione. Ognuno continuò a fare ciò che stava facendo senza battere ciglio. Gli urli diminuirono di tono e di numero fino a ripiegarsi e a appiattirsi sul ripiano del bancone, così come la fronte del contestatore.

Dal paginone patinato appeso sopra lo scaffale dei liquori, la bomba di carne del mese, nuda e abbronzata, gettava intorno occhiate altezzose. Neppure il suo sorriso grandangolare a trentotto denti riusciva a celare completamente il suo sguardo di annoiata commiserazione. La sua straripante nudità era talmente vistosa, smaccata ed eccessiva, da renderla, paradossalmente, più eterea, lontana e intangibile di una Santa Teresa translucida di alabastro e sospiri.

Davanti ai miei occhi, pellegrini indugianti di fronte alle imponenti cupole dorate di quel santuario di pelle levigata, comparve un bicchiere. Con gesto pronto era stato inoltrato, da un tavolo vicino, il rosso liquido consolatore. Gesto generoso e più che apprezzabile, che dovevo in qualche modo onorare. Le impronte di unto e i residui scuri appiccicati sul fondo del bicchiere rendevano l’impresa non particolarmente agevole. Volti sorridenti attendevano che mi decidessi a bere per fare un brindisi. Sorridevo a mia volta, con lo sguardo sprofondato nel contenitore appoggiato sul tavolo. Con le dita prudentemente collocate sulla parte più pulita del vetro presi a far ruotare l’amaro calice. Per sfuggire all’imbarazzo mi affidai al linguaggio dei gesti: mimai un capogiro, poi un dolore di stomaco, ma più di tutto poté l’espressione degli occhi, che non riuscii a celare. Tutti tornarono a immergersi nelle usuali contese, gridando contro il compagno, reo di aver giocato briscola al momento sbagliato, e il bicchiere rimase lì, profondo e intatto come una palude misteriosa.

D’un tratto gli invariabili rumori di fondo del locale si modificarono, fino a fondersi in un boato di soddisfazione che accompagnò l’ingresso di una giacchettina lisa sovrastata da una sigaretta. Attorno al mozzicone le labbra biascicanti di un esserino filiforme che avanzava barcollando. Ogni suo passo era una scommessa con la forza di gravità, che riusciva a vincere, evitando di cadere, solo grazie a un’abbondante dose di fortuna e determinazione.

Fu accolto come un navigatore solitario al ritorno da una traversata oceanica. Calorose quanto imprudenti pacche sulle spalle misero in pericolo il suo miracoloso equilibrio. Il rachitico Magellano non fece una piega. Puntò verso il bancone con passo strascicato, e, con la stessa energia con cui un naufrago si aggrappa ad una sponda di terraferma, si incollò al bordo del bicchiere di vino che gli venne posto di fronte.

Al terzo quartino fu interrotto e scortato davanti al mio tavolo da un vociante corteo.

« Questo sì che è un grande artista… è un poeta! » – proclamarono solennemente gli araldi.

E beh… mi tocca… ormai sono in ballo – pensai – non c’è scampo, e sventolai un sorriso savio e comprensivo.

L’artista tuffò le labbra e la mente nel bicchiere che aveva trascinato con sé e scosse la testa per schernirsi, cercando di far capire a tutti che quel pomeriggio non era ispirato. Le lusinghe dei suoi ammiratori, ma soprattutto le facce serie di chi minacciava di strappargli il vino di mano, lo convinsero a cambiare idea.

Le dita ossute e giallognole si contorsero e si avvilupparono a lungo in modo innaturale attorno al bicchiere, prima che riuscisse a pronunciare una sola frase. Poi, con una voce non sua, più cupa, più penetrante, più intensa del suo traballante corpicino, iniziò a riversare nell’aria moribonda dell’osteria alchemici miscugli di parole. Non ero sicuro di comprendere esattamente ciò che stava dicendo, ma dentro di me sentivo colare, goccia a goccia, il liquido rosso che stringeva nella mano.

Tutto ciò che aveva, il poco sangue con cui era stato sbattuto giù sul mondo, oscillava al ritmo delle sue dita incerte e delle sue tremolanti rime. Attorno a lui alcuni dei suoi amici sghignazzavano rumorosamente. Altri lacrimavano in silenzio, pugnalati dalla lama di un rimpianto.

Sarà stato forse il caldo, o forse la comica disperazione che mi ispirava il sentirmi perduto per sempre tra le mura di quello stanzone, ma credo proprio di aver ingerito, per alcuni istanti, assieme al bicchiere di vino untuoso che avevo di fronte, anche qualche sorso di poesia. Vera, aspra, vivificante.

Il braccio dell’esile declamatore era ancora impegnato a ricamare nell’aria improbabili disegni, quando si vide agitarsi, alle sue spalle, una figura multicolore. Era il figlio dell’oste, di ritorno dalla sua vittoriosa missione. Paolo, il cognato meccanico, con la borsa marrone degli attrezzi nella mano e l’atteggiamento compito e professionale, era l’immagine dell’efficienza. Dava l’impressione di fare davvero miracoli con i motori: ripartire e giungere a destinazione non era più un miraggio. Senza aprire bocca mi fece segno di condurlo alla macchina. Appena il tempo di salutare tutti, più con lo sguardo che con le parole, poi mi ritrovai fuori, all’aperto.

Il sole, nitidamente spietato, era quello di sempre. Lungo il tragitto, approfittando di brevi istanti di distrazione del laconico meccanico, ogni tanto mi voltavo furtivamente all’indietro. No, l’osteria non si era mossa. Non era svanita, almeno per il momento. Era ancora là.

PAROLE NELL’ACQUA

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“Here lies one whose name

was writ in water”.

Qui giace un uomo il cui nome

è stato scritto nell’acqua.

Frase tratta dall’epitaffio

riportato sulla lapide di

John Keats

m parole 2

Lo sconosciuto guardava gli oggetti lasciati nelle macchine parcheggiate. Camminava lento, la mattina presto, sempre e solo con la pioggia. “Cosa posso fare per ognuno?”. si chiedeva. “Quale biglietto lasciare? Quali parole? Un consiglio, un apprezzamento per la sensibilità, un aiuto per la vita?”.

La mia è un’ipotesi. Follia. Come la sua. Forse peggiore. Ma non posso fare a meno di chiedermi in che direzione si muove, verso quale senso. Per avere una risposta devo sperare nella pioggia giusta, nel ritmo, nelle frequenze adeguate. Lo incontro. Lui trova me. È capace di morbidi agguati.

I suoi vestiti sfuggono agli occhi, vi rientrano in un secondo momento: colori soffici, fuori tono, in armonia solo con loro stessi. Sembra parlare tutte le lingue e nessuna, la sua cantilena oscilla su cadenze che spaziano dallo slavo allo spagnolo. In una mano tiene una vecchia mappa della città, nell’altra stringe con timidezza una cassa di plastica utilizzata per trasportare le bottiglie d’acqua minerale. Il contenitore, vuoto, diventa una sedia, solida, leggera. Fluida e mobile, come l’acqua che gli dava uno scopo, una funzione. Acqua lui stesso, nella pioggia, con in mano un guscio di plastica che un tempo racchiudeva acqua. Un circolo perfetto, perenne.

mare parole

Ho bisogno di dargli un nome. La mente adora il superfluo. Potrei chiederlo direttamente a lui, come si chiama. Ma non sarebbe la stessa cosa. Mi mentirebbe, o risulterebbe banale, magari. Mi arrogo il diritto di battezzarlo io. Un appellativo bizzarro e solenne, su misura per lui, ecco cosa mi serve. Nuvolario, voilà. Perfetto. Almeno per me. Lui non è necessario che lo conosca. Nuvolario, miscuglio di assonanze fascinose: un capo indiano, un pilota di auto da corsa, un imperatore persiano. Tutto e niente. Lui soltanto.

Mi si avvicina di un altro passo, cerca con gli occhi il mio sguardo, e mi chiede informazioni su una strada. Mi porge la mappa della città e mi invita a indicargli il punto esatto. Mentre la apro mi sembra di cogliere un sorriso sarcastico. Ma forse mi sbaglio. Probabilmente è un riflesso, uno sprazzo di luce nel grigio del cielo. Ci sono tre vie che portano il nome che mi ha chiesto. Incredibile ma vero. Dislocate in punti estremamente distanti l’uno dall’altro. Glielo faccio notare, e lui allarga le braccia, serafico. Gli chiedo cosa deve fare di preciso, cosa cerca, una casa, un monumento, un ufficio, un palazzo… Sorride, senza aprire bocca.

Mi viene il sospetto che la richiesta di informazioni sia una scusa per parlare con persone che, per qualche sua personale ragione, o assenza di ragione, trova interessanti. Porre un quesito che presuppone tre possibili risposte, tutte ugualmente valide, e tutte identicamente errate, gli consente di non avere alcun obbligo. Né una meta precisa. Può girare continuamente con la consapevolezza del limite e delle potenzialità: dirigersi volta per volta verso un luogo che è sempre, allo stesso tempo, giusto e sbagliato. La schiavitù e la libertà.

Mi piace. Lo trovo affine. Non lo comprendo appieno, ma lo apprezzo. E’ un dubbio vivente che mi attrae. Sento di dover fare qualcosa per lui.

Qualche giorno dopo gli lascio un biglietto appiccicato con lo scotch sul contenitore di plastica posato sul suo marciapiede preferito.

“Viene la siccità e viene la piena/ sugli occhi e nella bocca,/ acqua morta e sabbia morta/ in gara di dominio./ Acqua e fuoco deridono/ il sacrificio che negammo./ Acqua e fuoco roderanno/ le fondamenta in rovina da noi dimenticate./ Questa è la morte dell’acqua e del fuoco”.

m parole 5

Parole per scuoterlo, per incitarlo al mutamento. Versi di Eliot, dalla poesia “Morte degli elementi”. Ma di questi particolari non ritengo necessario metterlo al corrente.

Mi risponde il mattino dopo. Noto un foglietto bianco sul parabrezza della mia macchina. Penso lì per lì a un divieto di sosta. Invece si tratta di qualcosa di molto più articolato.

“Il mio centro è tempo-presente/ e ovunque i miei rami s’allungano/ pendono nel buio/. Non so discernere cosa da cosa/ luogo da luogo/ né se l’io appartenga all’io, o non esista”.

Lui è più generoso di me. Mi rende nota la fonte, l’autore dei versi, Nat Scammacca. Quasi un implicito invito a informarmi, a scoprirne di più.

Il giorno seguente, contro ogni attesa, è lui a rilanciare. Un altro foglietto, colorato stavolta, sotto il medesimo tergicristalli.

“Non invano è passato il non-amore/ la fatica, il digiuno, la sazietà,/ del desiderio mai toccato”.

Mi rendo conto che non è più un gioco. O, almeno, non solo. Ho il dovere di rispondere.

“La città, con te, è diventata/ una città di mare./ Ma l’arsura della verità/ è un gelo senza fine”.

Tutto tace, per molti giorni. Sconfitti, entrambi, dall’inverno del silenzio. Poi, una sera, sotto le luci gialle dei lampioni, un nuovo rettangolo di carta e parole sul vetro della macchina.

“Sono unito al mondo da tutti i miei gesti, agli uomini da tutta la mia pietà e la mia riconoscenza. Fra questo diritto e questo rovescio del mondo, non voglio scegliere, non mi piace che si scelga”.

Ancora lui, tornato a me. Tramite le parole di Albert Camus. Splendide, come il suo coraggio di scriverle ed affidarmele. L’uomo dell’acqua è sulla strada giusta. Ce l’ho fatta. Il mio impegno è servito a qualcosa. Sta diventando fertile, la sua pioggia, vitale. Ora voglio, anzi devo salvarlo del tutto. Posso riuscirci, so come operare la metamorfosi definitiva.

Gli lascio un biglietto con dei numeri, stavolta: il cellulare di Carmela. E’ grande, lei. Io lo so bene, è stata la mia donna per anni. E’ possente, Carmela, e il suo amore è sempre totalizzante. Sa inglobare il mondo e chi le sta accanto. Rendendolo identico a sé.

Passano varie settimane, e nessuno più cammina per le strade guardando gli oggetti lasciati nelle macchine. Ho vinto. La trasformazione ha avuto luogo secondo le più rosee aspettative. L’uomo dell’acqua è sfociato nel mare ampio di Carmela. Ora posso dimenticarlo. Lo archivio con gioia e legittima soddisfazione nella memoria.

Questa mattina però, a sorpresa, un nuovo segno della sua presenza. Lui non ha dimenticato me. Un altro biglietto. Azzurro, stavolta.

“Ti ringrazio”, mi scrive. “Il tuo dono è stato immenso. Più grande di me, e di quanto meritassi. Ti ringrazio di cuore, e, come ricompensa, prendo da te la sola cosa che non ti serve”.

Non capisco. È normale, comunque. Sono abile, certo, ma per i miracoli non sono ancora attrezzato. L’amico della pioggia resta sostanzialmente un folle. Civilizzato e fidanzato, adesso, ma pur sempre tale. Un folle felice, grazie a me.

m parole 4

Comincio a capire qualcosa, di colpo, nel momento in cui, lanciato a tutta velocità lungo una discesa, premo il pedale del freno. È morbido, docile, inservibile. Piove, chiaramente. Il fiume è gonfio, rabbioso, al di là dell’esile parapetto posto ai bordi della curva al termine del rettilineo. Corre come il vento la mia macchina. Fluida, leggera. Stretta in un abbraccio solido e poderoso di aria ed acqua. Volo, inarrestabile, verso il mare. Lassù, nel cielo, ridono le nuvole.

m parole 6mare

L’esploratore

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Una mia esplorazione dei territori aspri e vitali del tempo e delle scelte.
Pubblicata originariamente su Poetarum Silva, https://poetarumsilva.com/2016/05/31/ivano-mugnaini-lesploratore/

I due più grandi tiranni

della terra: il tempo e il caso

 J.G. Herder

 

            Passando in treno di primo mattino davanti a file di case sbarrate da inferriate, cancelli, pilastri di granito e catene, bocche serrate da segreti e paure, Gianrico Efesti fu colto dal desiderio imperioso di scoprire dove si nascondessero la bellezza e la bontà, dove diavolo fossero finite. Prese a scrutare  le forme, i colori, le file di panni stesi ad asciugare, le macchine parcheggiate e i giocattoli lasciati nei giardini, cercando di ricavare da ogni segno una chiave, una risposta. Dopo diversi minuti di corsa affannosa dei vagoni e degli occhi,  stremato, si arrese. L’impresa era irrealizzabile. Troppi dati, frammentari, contraddittori. Si lasciò sprofondare di nuovo sul sedile, vinto. Ma in quello stesso attimo un sorriso inatteso gli percorse la faccia. Si accorse che solo la prospettiva era sbagliata: il progetto, di per sé, aveva un senso.

          Era possibile trovare ciò che cercava, sì, ma all’interno, nel treno su cui  correva e di cui era parte integrante. Uscì dallo scompartimento che occupava da solo, e si avventurò nel corridoio. Per fortuna il treno era di quelli all’antica, con file di scompartimenti chiusi da tendine come tante minuscole case. Era libero in tal modo dalla schiavitù numerica delle moderne Frecce, bianche o rosse che fossero, in ogni caso carrozzoni promiscui con i posti fissi prenotati in anticipo. Su quel treno era ancora possibile muoversi a piacimento e selezionare. Sbirciando attraverso i vetri ci si poteva scegliere i compagni di viaggio, facendo finta magari di essere appena saliti o dichiarando schiettamente di essere lì per farsi quattro chiacchiere.

          Vagò un po’, incerto, non del tutto convinto. Alla fine percepì, odorò e aspirò con foga la giusta atmosfera. Aprì la porta con un gesto fluido ed entrò sorridente. Guardò le facce dei passeggeri e gli venne in mente, nitida, immediata, una frase tratta da Il mio cuore messo a nudodi Baudelaire: “Esistono solo tre esseri rispettabili: il santo, il guerriero, il poeta. Sapere, uccidere, e creare”.

          Lì dentro, nel mirabile microcosmo in cui si era introdotto, i tre esseri speciali erano presenti. Lo testimoniava l’abbigliamento, ma anche le voci e i gesti. Nascosto da buffi occhialini con una montatura di metallo, il più giovane dei tre uomini lo sbirciava di tanto in tanto con un sorriso dolce. Sembrava invitarlo a inserirsi nella conversazione, a dire la sua con serenità. Accanto a lui un tipo dal fisico colossale vestito di verde mimetico faceva a pezzi ad ogni frase l’aria e le orecchie di chi lo ascoltava. Sembrava sfidare chiunque, non escluso se stesso, a contraddirlo, proponendo un’opinione che non fosse soltanto un’eco in tono minore della sua. Il più stralunato dei tre guardava alternativamente le sue scarpe e un punto indefinito perso nelle pianure. A tratti sembrava ascoltare i discorsi degli altri, ma gli occhi, sul più bello, tradivano lampi di luce e bagliori crepuscolari, ugualmente alieni.

          Mentre Gianrico lo osservava cercando di sintonizzarsi sui suoi ritmi, la porta dello scompartimento si aprì. Una giovane donna scivolò all’interno senza un rumore e si sistemò sul sedile su cui aveva lasciato una minuscola borsetta. Un istante dopo era già immersa in una rivista di moda che sfogliava con mano ferma, rigida come gli occhi. Gianrico la osservò a lungo, con prudenza, con attenzione, come un ragazzo che ruba pomi dorati da un giardino privato con tanto di recinzione metallica. La immaginò nel bagno del treno, intenta a detergere un velo di sudore dalle carni profumate.

          Si sentì pervaso da un calore dolce. Eccitazione, desiderio e orgoglio percorrevano con dita carezzevoli il corpo e la mente. Dopo aver attraversato giungle di dubbi, in quell’istante aveva di fronte il panorama umano che aveva cercato: la bellezza e la bontà, la soave lettrice e l’uomo dagli occhi traboccanti di gentilezza. Sentiva ancora su di sé lo sguardo del giovanotto con gli occhiali. Ora che più che mai sembrava incoraggiarlo, spingerlo con delicata urgenza ad esprimersi rivelando ciò che aveva dentro. La bontà lo spingeva in direzione della bellezza.

          I timori si dissolsero e Gianrico trovò la forza di manifestarsi con una domanda entusiasticamente galante rivolta all’appassionata di moda. Lei alzò la testa, finalmente. Lo scrutò con uno sguardo di disprezzo agro e profondo, con lineamenti tozzi, così gelidamente inespressivi da farla somigliare ad un’iguana sibilante con tanto di lingua scagliosa. Si ritrasse, Gianrico, incollandosi allo schienale. Ma era troppo tardi. Il giovanotto dagli occhiali di metallo, vista insidiata da tali avances quella che evidentemente era o considerava la sua compagna, si scagliò, schiumante di rabbia, verso di lui. Il colosso, con un tono di voce pacato e con la quiete possente della faccia, mitigò la furia dell’innamorato offeso. Il poeta nel frattempo, con ironica apatia, tra divertimento e dolore annotava mentalmente ciò che vedeva e sentiva. Adirato, soprattutto con se stesso, per l’incapacità di abituarsi a tali scene. Ma forse anche contento, nel profondo, di quell’ostinata inettitudine.

          Gianrico intanto, come Orlando aggredito dallo sguardo di un’improbabile Angelica e dall’ira di uno dei suoi spasimanti, colse l’attimo favorevole, e, con nobile viso e rapido piede, si diede alla fuga. Decise di tornare allo scompartimento da cui era partito. Lo riconobbe dal fondo del corridoio, e gli parve bello, come un solido, solitario maniero. Nell’istante esatto in cui si apprestava a entrare, la porta si aprì e ne uscì una splendida donna con la valigia in mano. Gli sorrise, radiosa, poi si avviò, morbida, verso il fondo del corridoio. Sarebbe scesa alla prossima stazione, tra meno di un minuto. Gianrico guardò finché poté le caviglie sottili e la pelle abbronzata. Nello scompartimento era rimasto solo il suo profumo, nella mente di Gianrico una trentina di secondi per decidere se rimettersi a sedere e respirare a pieni polmoni o se invece afferrare la sua valigia e correre verso la stazione di quella città di cui conosceva a mala pena il nome.

          Non sappiamo cosa fece Gianrico. I fotogrammi del film della sua storia molto breve e poco eroica si interrompono qui. Ci piace comunque pensare che, avendo natura e ambizioni da esploratore, il fascino del sole e delle ombre di quel borgo tra il mare e la pianura lo abbia attratto a sé. Inglobandolo come una macchia lievemente più scura, una pennellata rapida posta al margine di un quadro, lungo un sentiero di polvere e sabbia. Forse per caso.

DI QUELLA PIRA

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La vita non prevede uno spartito. Ma impone di cantare, ciascuno come può.
Un racconto, forse sul tempo, sia cronologico che musicale.
Di sicuro su due romanze, un tubo marrone e un mare verde.
Pubblicato qualche giorno fa su Versante Ripido, dove è possibile leggere anche i commenti, a questo link:
http://www.versanteripido.it/di-quella-pira-mugnaini/ .
Buona lettura, e buon “ascolto” del mistero dei misteri.
IM

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 DI QUELLA PIRA

storia di due romanze, un tubo marrone e un mare verde

pira

 

        Ogni volta che nella casa di riposo per musicisti si celebrava una festa di compleanno, Edoardo si premuniva di viveri e generi di conforto, si barricava in camera, e si preparava a sostenere la più strenua ed eroica resistenza. Il rituale che accompagnava quei pomposi ritrovi periodici gli ricordava la cerimonia di presentazione dello scheletro di un dinosauro, rimesso insieme osso dopo osso ed esposto nel padiglione di paleontologia di un museo. Quella sera però non poteva eclissarsi nella sua stanza, come suo costume e come avrebbe desiderato: il compleanno in questione era il suo. Si vestì in modo decente, fece un lunghissimo respiro, allargò a forza i muscoli della bocca fino a far apparire qualcosa che somigliasse a un sorriso e uscì fuori dalla camera, quasi di corsa, pronto ad affrontare il tremolio delle candeline, pietosamente simboliche in quanto a numero, e il tremolio delle voci dei suoi anziani colleghi che intonavano un «Happy birthday» pietosamente simile ad un sospiro.
         Passando davanti a uno specchio Edoardo gettò un’occhiata a quel vetro lucidato di fresco che rifletteva con crudele fedeltà la sua immagine. Il suo fedelissimo sorriso amaro non tardò a scavare un solco di un colore più tenue sul suo viso. Immediatamente, per ironico contrasto, si fece strada nella sua mente l’immagine di una foto che sua madre gli mostrava sovente, inorgoglita, nella quale appariva come un paffuto neonato sdraiato nudo su un letto matrimoniale, col volto ilare e con la stessa consapevolezza del motivo del proprio sorriso della vecchia bambola di plastica, solenne e grottesca, posta a sedere tra i due cuscini.
         Edoardo ricordò che sua madre ogni volta che tirava fuori quella fotografia mezza scolorita gli diceva: «Com’eri bello! Bello come il sole! E pensare che eri nato alla rovescia. Eri girato dalla parte sbagliata, come se volessi tornare indietro, come se avessi paura o non fossi pronto… o come se ci avessi ripensato, chi lo sa… ma l’ostetrica era brava e cocciuta, e l’ebbe vinta lei, e venisti fuori, bello e sano, gridando forte come non s’era mai sentito prima».
         Forse per il dolore – pensò Edoardo con un nuovo ghigno di sarcasmo – o forse perché, ancora prima di nascere, avevo già perduto una battaglia.
        Le parole di sua madre ora, di fronte a quella torta e alle fiammelle delle candeline colorate ormai quasi del tutto consumate, come il suo tempo, assunsero per lui un senso nuovo, rivelatore. Per lunghi anni gli sembrava di aver corso a rovescio, a ritroso, sempre in cerca di qualcosa che non sperava di trovare davanti e che cercava, follemente e ostinatamente, dietro di sé.
Eppure la sua vita non era stata un vuoto fallimento, anzi. La sua carriera di cantante lirico era stata più che brillante, come dimostravano le locandine dei concerti e delle tournée, le incisioni e le copertine delle riviste che conservava in un cassetto del comodino, su una delle quali veniva addirittura definito «La voce del 1957».
         Edoardo però non era soddisfatto. Aveva una penosa, subdola consapevolezza dei propri limiti, o meglio dei limiti che lui stesso si ritagliava addosso, ripetendo in continuazione a se stesso che ciò che aveva raggiunto non era abbastanza e impantanandosi di proposito sul terreno di improbabili, ingrati confronti con veri e propri miti del passato, casi unici e irripetibili, baciati dalla sorte oltre che dal talento. Restava testardamente sordo alla voce del buon senso, e non riusciva a reprimere un moto interno d’ira ogni volta che si trovava tra le mani una di quelle foto in bianco e nero che lo ritraevano su un palcoscenico, a bocca spalancata e con un braccio immancabilmente sospeso per aria, o nell’atrio di un teatro, in mezzo a reporter e ammiratori.

pira 3         

Edoardo odiava e temeva le foto. Ciò che lo inquietava in esse era il loro potere di bloccarci, intrappolandoci senza via d’uscita nell’attimo nudo delle nostre assurdità, privandoci del fluido mistificante del movimento, il gesto che confonde i contorni lasciandoci lì, con quegli oggetti inutili in mano e quegli sguardi straniti sul volto, sempre fuori tempo, anzi, sempre dentro il tempo, dentro la gabbia di un passato che anche dopo un breve attimo è già lontano, svanito, irriconoscibile.
         Nessuno avrebbe mai potuto indovinare che una delle fotografie che maggiormente lo spaventavano era quella in cui era ritratto a fianco di un’ammiratrice, intento a firmarle, con volto sorridente, il più classico degli autografi. La ragazza sconosciuta lo guardava estasiata mentre scriveva il suo nome sul poster che gli aveva porto. La foto non diceva che quella giovane donna un attimo dopo aver avuto indietro la sua preziosa reliquia era corsa soddisfatta nella sua umile casetta dal fidanzato o dal marito, mentre Edoardo era rientrato a passo lento nella suite del suo grande albergo, da solo, a pensare al concerto mai realizzato, quello con il suo sogno, la donna del suo cuore.
         Il trillare insistente del pianoforte, solcato dalle dita zoppicanti di un musicista fallito, autore di canzonette e marcette infantili, riportò Edoardo alla realtà, e al ruolo di festeggiato. Di fronte a lui, in suo onore, una ex ballerina di fila, ridotta ormai ad un misero vestitino multicolore sballottato per aria dagli sghignazzi del tempo e della morte, continuava a danzare in cerchi concentrici come la figurina di un vecchio carillon. E intanto i busti dei compositori, quelli veri, osservavano la festa con volto scontroso e impietosito. Beethoven avrebbe desiderato essere cieco oltre che sordo.
      Esasperato dalla monotona, innocua, terrificante normalità degli attimi che scorrevano, Edoardo cominciò a cullare nella mente il progetto della fuga. Non posso resistere un attimo di più in questo mausoleo autocelebrativo per statue di cera ancora vive… sì, ancora vive… ancora per poco, ma vive – si disse. Trovò una scusa, tanto banale quanto incontrovertibile, e sparì, inglobato dallo spazio familiare della sua stanza. Riesumò la vecchia valigia che aveva dimenticato in un angolo, la riempì delle prime cose che gli capitarono a tiro, quindi sgattaiolò fuori, attraverso la portafinestra che dava sul balcone, e da lì sull’erba del giardino, all’esterno, finalmente.
         La sala d’aspetto della stazione era affollata, nonostante l’ora notturna. Sembrava che la gente fosse accorsa in massa, intuendo per istinto che stava per aver luogo uno spettacolo. Il protagonista apparve puntuale sulla scena. Il costume che indossava non lasciava adito a dubbi: recitava la parte del barbone. Quando apparvero le comparse però, dalle loro divise azzurre e dal loro sguardo apatico e concentrato, tutti quanti si resero conto che in realtà si trattava di una di quelle rappresentazioni gratuite gentilmente offerte dalla compagnia semistabile della vita. Il barbone fu invitato con cortese freddezza ad esibire un biglietto, anzi un “titolo di viaggio”, che, ovviamente, non apparve, dopo di che fu scortato all’esterno, come un capo di stato. Dopo cinque minuti riapparve dal lato opposto, sereno come un angioletto. Il suo metodo era semplice ma efficace: salire su un treno a lunga percorrenza, uno a caso, sdraiarsi e dormire per qualche ora al caldo in quella «quasi-casa», finché non veniva scoperto e fatto scendere.

pira 4         

Lo sguardo e i pensieri di Edoardo si soffermarono su di lui. Che differenza c’è? – si chiese. Tutto ciò che ci distingue è questa mia valigia di lusso e questo biglietto di prima classe. Per il resto siamo uguali – pensò. Entrambi fuggiamo da qualcosa, entrambi non sappiamo dove andare e non sappiamo in quale luogo ci condurrà il caso. Sappiamo solo che come compagni di viaggio avremo rimpianti e isteriche illusioni. Lo guardò ancora un istante, poi, d’un tratto, si alzò e si offrì di pagargli il biglietto per il suo prossimo treno, non prima però di essersi scrollati il freddo di dosso con un paio di bicchieri. Agostino il barbone, sbalordito da quelle parole rivolte a lui da un signore che indossava un cappotto col quale avrebbe potuto comprare sigarette e liquori per un anno e sette mesi, rimase a bocca aperta, e una mezza lacrima rigò un volto di carta vetrata, una faccia che aveva avuto per anni tanti motivi per piangere, che, paradossalmente, si era dimenticato come erano fatte le lacrime.
        Un istante dopo sciolse il freno alla lingua, e, contrastando l’emozione con uno sfoggio di disinvoltura, prese a braccetto il generoso signore come se fossero stati amici da sempre. Sembravano due distinti gentiluomini che vanno a passeggio; solo l’abbigliamento era lievemente diverso. Sull’onda dell’entusiasmo Agostino trascinò l’ignoto benefattore a «casa sua», non ci fu modo di declinare l’invito. All’interno dell’enorme pilone di un ponte ferroviario, in un’intercapedine usata un tempo dagli operai come deposito attrezzi, Agostino aveva installato la sua abitazione. Era un bugigattolo con le pareti di cemento armato, senza finestre, rivestito sul davanti da un «portone» grigio, di lamiera.

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Appena entrato Edoardo si trovò di fronte una gigantografia di Silvana Mangano, colta nell’attimo della sua splendida floridezza, con i piedi a bagnomaria, tra risi e sorrisi. «Ah, questa è la mia fidanzata. Ora è su, al nord, per il matrimonio della sorella. Torna la settimana prossima» – spiegò Agostino. Edoardo si girò, pronto a condividere con lui una bella risata, ma vide gli occhi del padrone di casa accesi di una luce calda e serena. Capì che non scherzava.

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Una foto più piccola, appesa sopra un traballante tavolino, mostrava un personaggio preso di spalle mentre stringeva la mano ad Albert Einstein. «Questo sono io – chiarì Agostino – e questo è un mio amico. Viene spesso qui… si gioca a carte e parliamo, un po’ di tutto. È un po’ svitato sai… ma è abbastanza sveglio, e tutto sommato è un bel tipo». Questa suppongo che sia la tua macchina, stava per osservare Edoardo quando scorse il poster di una Ferrari Testarossa sopra un improvvisato giaciglio. Ma si fermò un attimo prima di aprire la bocca.
         Il silenzio fu rotto ancora una volta da Agostino, che mise una mano sulla spalla del suo ospite, e gli sussurrò: «Mi sei simpatico. Ti voglio rivelare il mio segreto. Ora mi vedi così, in incognito, diciamo, ma io sono un grande cantante». Per dimostrare che non mentiva intonò un «Di quella pira» che fece quasi tremare le pareti, ma non riuscì, nonostante il tema della celebre aria, a scaldare lo stanzino.
«Te ne intendi di lirica? » – incalzò Agostino.
«Beh, sì… un po’ » – replicò Edoardo.
«Bene! Allora cantiamo! », propose entusiasta il barbone.
Edoardo scosse la testa, con espressione cupa, e Agostino riprese a macinare parole. «lo ero il più grande tenore del mondo. Me lo disse Caruso, un giorno, e mi bisbigliò all’orecchio che era felice che io avessi scelto altre strade, perché non avrebbe potuto reggere la mia concorrenza ».
          Edoardo lo ascoltò con attenzione, guardandolo fisso in volto. Poi sorrise, con gratitudine.
      Bevvero insieme, fischiettando romanze verdiane e pucciniane, in un crescendo di allegria, finché le due teste bianche si reclinarono in avanti, una accanto all’altra, sul tavolo, sommerse dalla sonnolenza, e dal leggiadro peso del vino, dei sogni e della nostalgia.
          Intanto la vecchia stufa arrugginita in cui Agostino aveva provveduto a gettare cartone, buste di plastica e pezzi di copertone, esalava un fumo denso, nero e subdolo, da una crepa sottile che si era aperta in una delle spirali del tubo marrone che sbucava all’esterno come un serpente.

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       Dalla foto ritagliata da un libro e applicata al muro con un pezzo di scotch annerito, un panorama immenso e indistinto, forse una pianura, o magari un mare verde solcato da onde incessanti, osservava la scena. Presto avrebbe accolto il fiume dei loro ricordi e il legno delle loro radici. Avrebbe finto stupore, e li avrebbe fatti cantare insieme, applaudendo entrambi con eguale entusiasmo.

                    pira 5         

IN ECCESSO

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Propongo qui IN ECCESSO, l’altro mio racconto pubblicato, assieme a HAPPY HOUR, su “L’Immaginazione” (nr. 289, settembre – ottobre 2015). Parla di divani, stracci, lotterie esistenziali, salite, panorami e vertigini curate e sconfitte.    IM

in ecc 9

 

IN ECCESSO

Estate, pieno agosto. Il mondo intero è o appare in vacanza. Per me niente di nuovo; solo molto tempo, troppo. Seduto da solo, straccio bianco e peloso su un divano quasi bianco e quasi altrettanto peloso, scorro uno dopo l’altro i numeri della rubrica del cellulare alla ricerca di qualcuno da chiamare o a cui scrivere. Nomi vecchi e nuovi in abbondanza; ma non ce n’è uno che vada bene. Da molti ho ricevuto torti, ad altri ne ho fatti. Sono archiviati. Su cento numeri non ne trovo nessuno contattabile, specialmente ora. A meno di chiamare farmacie o assicurazioni, o un tecnico del computer con cui fingere un guasto o un’urgenza. Guardo meglio, con più cura. Ci sono in realtà cinque numeri che di solito salto istintivamente con lo sguardo: mettono in difficoltà, appartengono a persone buone. Buone, sì, ma difficili. Anzi, buone perché difficili, troppo generose. Danno e chiedono in eccesso, vogliono sapere, informarsi, interagire, vogliono cambiare il mondo, vorrebbero cambiare me.

in ecc 8
Guardando le finestre sento un’afa dolciastra e molle nelle vene. Mi accorgo che l’estate è avanzata e tra poco sarà autunno: mi accorgo che non ho niente da perdere. Invio un messaggio ai cinque samaritani. A ciascuno scrivo che ho bisogno di lui o di lei soltanto, e che solo lei o lui può trovare il modo di convincermi ad uscire di casa. Le risposte non si fanno attendere, in breve mi trovo a dover considerare cinque proposte, cinque progetti di vita. Essere membro unico di una Commissione Giudicatrice implica vantaggi e svantaggi: non c’è nessuno che ti contraddice, ma non c’è neppure nessuno con cui prendersela in caso di errore.
La sola via di uscita è stabilire criteri limpidi e univoci di valutazione: vincerà chi riuscirà a farmi fare la cosa più difficile. Come premio avrà questo straccio di vita, con la possibilità di stringerlo e strizzarlo a suo piacimento. Un trofeo di scarso valore intrinseco, ma di notevole valore simbolico, per loro, per i miei accaniti benefattori. Un po’ come il drappo del Palio di Siena per i contradaioli.

in ecc 5
Flavio mi propone di catapultarci insieme nella discoteca Technomatic di recente inaugurazione, musica moderna da far saltare per aria le casse, ma, a suo dire, nella semioscurità la nostra effettiva età anagrafica resterebbe celata, clandestina, e, di sicuro, potremmo abbordare qualche procace adolescentina capricciosa.
Piera mi prospetta una cena di classe: un revival degli anni del liceo, dei gloriosi fasti che, a sentir lei, hanno preceduto la Maturità. “Vieni tranquillamente – miagola – tanto tutti quanti abbiamo qualche capello in meno e qualche ruga in più. Nessuno ci farà caso. Ascolteremo musica dei mitici Anni Ottanta, e, se ci prenderà la nostalgia, la combatteremo raccontandoci le nostre vite, ciò che abbiamo realizzato, i resoconti, i bilanci”.
La cura che vorrebbe prescrivermi Massimo invece è molto più semplice. Si tratta di una sorta di elettroshock: andare in cerca di prostitute, una per ciascuno, e vedere volta per volta chi ha il coraggio di andare con quella più oscenamente brutta e sconcia.
Nello è di tutt’altro avviso: è convinto che ciò che può salvarmi è un ritorno alle radici. Mi invita a ripresentarmi a sorpresa al bar del paese, tra facce che mi scruterebbero come un marziano per un’ora e più, sicuro, ma, alla fine, mi inviterebbero a passare la giornata giocando a tressette e aspettando che passi qualcuno per la strada per poterne parlare male; così, senza farsi sentire.
Ilaria mi invia il messaggio più breve in assoluto, poche parole secche e luminose come fulmini. Mi chiede di riprendere la passeggiata interrotta anni prima, quella che doveva portarci alla terrazza panoramica della nostra collina.

in ecc 10
La Commissione si riunisce e delibera: apprezzabili nel complesso tutte le proposte presentate, ma, per il grado di difficoltà, e, non ultima, per l’intrinseca imperscrutabilità attuale e potenziale, viene premiata la proposta della candidata Ilaria.
Ci troviamo alle otto di mattina ai piedi della salita. L’orario lo ha scelto lei, e sembra che abbia scelto anche il clima: un sole zelante, già sveglio e caldo, in grado di illuminare ogni millimetro degli occhi e della bocca. Mi saluta con gesto breve, Ilaria, come se ci fossimo visti la sera prima, come se quattro anni di silenzio e assenza non fossero mai esistiti. Inizia a camminare, e io di fianco a lei. Non mi chiede niente, non vuole niente, ascolta solo il mio respiro, sempre più affannato. Lei sembra una gazzella, io un leone spelacchiato e asmatico. Ma, come recita uno strano proverbio, ogni mattina un leone si sveglia e sa che dovrà correre per provare a sfuggire a una gazzella. Arriviamo, passo dopo passo, al vertice della collina. Là sotto c’è il mondo. Lei si siede sul parapetto e osserva, serena, immobile, io, torturato dalle vertigini, resto a due passi di distanza. Non apre bocca neppure adesso, Ilaria, si gode la vista della pianura e della città, la fa risplendere in sé, nei suoi gesti, nelle mani, nella quiete frenetica.

in ecc 7
Mi avvicino, quasi ad occhi chiusi, tremando mi arrampico sul parapetto e mi siedo. Abbracciato a lei il tremore svanisce, assieme alla voglia di vomitare, o di provare a volare. Sono seduto sul mondo, ora. Oscillo, ma riesco a rimanere in bilico sul legno saldo; ho nelle braccia e nello stomaco solo il suo calore.

in ecc 6
Estate, pieno agosto. Il mondo intero, anche in questo nuovo anno, è o appare in vacanza. Seduto sul divano bianco e non più peloso insieme a lei, non provo neppure a toccare il cellulare. Lei controlla ogni mio messaggio e ogni chiamata: vuole sapere chi, come, dove, quando e perché. Un po’ mi fa imbestialire, e un po’ mi viene da ridere. In fondo ora di tutti i torti fatti e subiti mi importa un bel nulla. Uso il cellulare soprattutto come sveglia, per far sì che la sua musica ci richiami alla coscienza del tempo, ogni tanto, prima di tornare, con lei, al sogno di un panorama reale, che ora, nella luce e nel buio, è ancora possibile guardare.

in ecc 4in ecc 2in eccs 3

SUONALA ANCORA SAM

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Lo ricordo benissimo. Lo ricordo, e, ne sono certo, porterò con me quelle immagini per sempre. Per me “Casablanca” non è un film. O meglio, non è solamente una vecchia pellicola. “Casablanca” per me è la gioventù, alzarsi alle cinque di mattina e non sentire un filo di stanchezza, correre per le strade con la fame di voci, suoni, odori, il coraggio e la voglia di guardare la vita dritto negli occhi. “Casablanca” è il mio lavoro di ragazzo, la finestra da cui mi sono affacciato per la prima volta per vedere come gira il mondo. Avevo sì e no diciassette anni. Un colpo di fortuna straordinario per me trovare un posto di lavoro a quell’età e con la guerra che metteva a ferro e fuoco il mondo intero. Mio padre grazie ad un amico impiegato della casa cinematografica era riuscito a farmi assumere con la qualifica di “trovarobe”. In realtà ciò che facevo era molto più vago e confuso. Un po’ di tutto e un po’ di niente. Un giorno ero costretto a galoppare senza tregua da un posto all’altro, quello successivo mi trovavo con le mani in mano a guardare la troupe e gli attori come uno spettatore qualsiasi. Ero una specie di fattorino del regista, un cameriere, un servitore muto. Se lui mi urlava “C’è bisogno della luna, Jim! Vammela a prendere”, io, senza aprire bocca, partivo e andavo. Tornavo con un enorme riflettore preso a prestito dalla caserma dei pompieri, oppure, quando non avevo voglia di faticare nel trasporto, mi ripresentavo trionfante con in mano un dollaro d’argento lucidato a dovere. Al regista andava bene in ogni caso. Piazzando la cinepresa in un certo modo riusciva a ricavare da ogni oggetto ciò che voleva. All’inizio credevo fosse una sorta di mago. Poi ho capito: è tutta questione di prospettiva.

Il regista di “Casablanca” era attento, preparato. Sono convinto tuttavia che anche lui, come l’intero set, gli attori, le maestranze, gli autori e gli sceneggiatori, fosse in qualche modo soggetto alla direzione di un regista ulteriore, invisibile ma estremamente abile. La sorte, il caso, il colpo di vento giusto che sposta la macchina da presa di quel centimetro necessario a trasformare un film potenzialmente mediocre in qualcosa da ricordare.

Il film della mia gioventù è nato come una scommessa, un azzardo, una sfida al buon senso, ed anche, per certi versi, al buon gusto. Qualcuno ha pensato che, con un budget misero, ridotto all’osso, si potesse ricostruire in uno studio hollywoodiano di seconda schiera il più trafficato dei porti nordafricani. Qualcuno ha ritenuto che si potessero ricreare le atmosfere di una città fascinosa e maledetta spandendo sul set un po’ di vapore acqueo a mo’ di nebbia. Qualcuno, temerario e fortunato più di Marco Polo, si è detto convinto che Humphrey Bogart, sì, proprio lui, fosse in grado di recitare un ruolo romantico.

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Ebbene, tutte le scommesse sono state vinte, questo è noto. Certamente meno noto è un particolare: sono stato io a consigliare a Bogart il trucco, l’escamotage vincente. Lui riteneva in totale sicurezza che per recitare fosse più che sufficiente possedere due tipi di espressione: con la sigaretta e senza. Io gli ho suggerito una variazione sul tema. Gli ho fatto notare che ogni volta che indossava l’impermeabile, un po’ per il freddo, un po’ per la minaccia incombente delle partenze, era giusto mantenere fissa la mandibola, marmorea, anchilosata nell’atto di mostrare severa virilità. Quando non portava l’impermeabile però, quando era in smoking o addirittura in giacca e camicia, poteva permettersi di muovere un po’ di più labbra, occhi e sopracciglia. Non tanto, è chiaro, comunque una specie di sorriso accennato o un moto quasi di emozione potevano starci. Erano legittimi.

Ha funzionato, sì, in qualche modo la cosa ha funzionato. Di me si fidava, Bogart. Forse perché in fondo era un duro dal cuore tenero, un timido, tutto sommato. Meglio confidarsi con un giovanotto imberbe che poteva essere suo figlio piuttosto che con il regista.

La Bergman invece mi ha sempre trattato con professionalità impeccabile. Bellissima, gelida. Un’alba, così la immagino, sopra una distesa di neve della sua terra scandinava. Lei, al contrario di Bogart, non necessitava di alcun consiglio, era sempre perfetta, costantemente a tempo, nei margini dei toni e delle battute. Ideale per interpretare ogni ruolo, credibile, vera sempre. E, di conseguenza, vera in nessun caso. Troppo perfetta anche nei fuori scena. Mai un accento fuori posto, un grido, una risata di quelle che salgono su dritte dallo stomaco. Perfetta, e micidiale. Ed il sottoscritto, con la sola scusante dell’età, pronto ad innamorarsene fottutamente. Perfetto anch’io in qualcosa: un perfetto deficiente. Ogni giorno aspettavo una sua parola, una frase, un gesto. Era sempre troppo concentrata, il copione in mano e la mente già rivolta alla scena successiva. Ho sognato più volte, lo confesso, un black-out generale. Le luci ed i riflettori che saltano all’unisono ed io, nel buio assoluto, mi avvicino a lei e la bacio. Questo però è un altro film. Il black-out non c’è mai stato, e se anche si fosse verificato il regista avrebbe urlato uno STOP colossale che avrebbe bloccato non solo me ma anche, per un istante, perfino i soldati impegnati a combattere sui fronti europei.

Già, la guerra. L’altra speciale alchimia di questo film un po’ anche mio è quella di essere stato girato in pieno periodo bellico, di parlare di spie, di partigiani, di agenti nazisti, di minacce e oppressioni, di guerra in una parola, e, nonostante tutto, di saperla fare scordare. Per qualche istante. “Casablanca” è una terra di nessuno, un luogo di confine tra realtà, finzione e realtà della finzione. Nascondiglio dalla verità, dalla logica, dalla costruzione esatta della mura e delle pareti di ogni pensiero, perfino della fantasia. E’ un giardino notturno illuminato da una luna di fortuna dove coltivare per un po’, senza dover scrutare spauriti il cielo e l’orizzonte, le malinconie private, quelle a cui si finisce per voler bene come a testarde allergie, polline di follie da gustare, a dispetto di tutto, con la calma solenne e infantile dell’autolacerazione.

A causa di ciò, o forse in virtù di questo, una mia amica ha definito il film, che anche lei in fondo ama, grottesco. Definizione esatta, ineccepibile. Grottesco, certo, come la vita. Improbabile e tuttavia capace di catturare, di trascinare a sé. Senza bisogno di metafore astruse. Con la sola potenza di attrazione della mistura di artificioso e ineluttabile, pietra e cartapesta, cipria e sudore.

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Non è un caso, perché nulla è casuale a ben vedere, che gran parte del film scorra come whisky all’interno della quattro mura del Rick’s Café Americain. Un bar, bordello e monastero, confessionale e gabbia di matti, circo di fenomeni, normalissimi in fondo, uomini e donne come tanti. Fuori imperversa la guerra e nel bar di Rick si ritrovano, attratti l’uno dall’altro come calamite, i fuggiaschi, gli avanzi di galera, i perseguitati, gli sciacalli, le vittime e i carnefici. Insieme, perché gli uni senza gli altri non hanno senso. Tutti insieme e ognuno contro tutti. E contro se stesso. Uniti solamente, forse, da un sogno indicibile ma vivissimo: dimenticare la guerra che tintinna macabra anche nei bicchieri posati sul bancone da unghie laccate. Il sogno più grande è quello di poter dire alla guerra cosa e quando deve suonare, quali note, quali silenzi. Come se fosse, la guerra, un quieto pianista di colore. Farla suonare note agrodolci, carezzevoli. Lento carillon dell’anima. Sì, tra i tavoli di quel bar tutti pretendevano di comandare a bacchetta il bonario pianista. Lui faceva segno di sì con la testa a chiunque. Ho paura però che fosse lui in realtà a condurre la danza: un accordo in più o in meno fatto scivolare con apparente distrazione, una nota squillante o stonata e voilà la différence. La distanza che separa un incontro da un addio, un bacio da un sospiro. You must remember this/ a kiss is still a kiss/ a sigh is just a sigh/ the fundamental thing to know/ as time goes by.

Un pomeriggio, tra una ripresa e l’altra, ho parlato col pianista. Gli ho detto che ha proprio ragione: un bacio è un bacio e un sospiro è un sospiro. Il resto è teoria, granelli di sabbia nel vento. Lui, in fondo, suona quello che gli pare, e la guerra continua a frantumare case, ponti, ricordi, progetti. Dice di sì a tutti, Sam the pianist, poi fa come vuole lui. Ride di sicuro, in segreto, anche e soprattutto quando gli avventori cercano di scordare qualcosa di più potente perfino della stessa guerra. “Ti avevo detto di non suonarla più!, gli urla Bogart in una celebre scena. Certo! Come se bastasse zittire una canzone per cancellare dalla mente Parigi, le labbra e i capelli della Bergman, le parole, le promesse, i giorni sognati.

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Tutto ciò che si può fare, e questo modestamente è compito mio, è aggiungere altra nebbia sul set. Più vapore acqueo. Così lui si rimette l’impermeabile e torna ad assumere l’espressione di marmo di Carrara, rigida, imperturbabile. Più nebbia fuori, con l’illusione di poter obnubilare anche la memoria, la passione, la voglia di vita. E’ qui forse che si può trovare un’altra chiave della magia di “Casablanca”: farti respirare quintali di fumo e nebbia artificiale che sembrano veri, appannano gli occhi e li nascondono.

Rendere tutto meno visibile, compreso il senso a volte, lo sviluppo regolare e progressivo, la precisione asettica del finale. In questo film, detto tra noi, il finale non lo sapeva neppure il regista. Neppure lui, fino all’ultimo momento. Forse non lo ha capito nemmeno lui, anche ora. Di finali ne aveva tre o quattro, o addirittura di più. Ognuno avrebbe potuto essere quello giusto e quello sbagliato.

Per una di quelle ironie tanto sublimi quanto involontarie, lo afferma anche Bogart in una scena del film: “A questa storia manca ancora il finale”. Battuta inconsapevolmente profetica. Sono certo che il regista, sentendola, ha iniziato a sudare freddo e a ripetere tra sé e sé “Prioprio così, vecchio mio. Mi sa che hai ragione. Non sai quanto”.

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Il bello del cinema è anche questo. Un finale in qualche modo si trova. Si monta, si rismonta, si incolla, si sovrappone. La vita in questo è meno flessibile, pretende sempre la linea retta: inizio-sviluppo-conclusione. Troppo di frequente prevedibile.

Nel “mio” film invece, per una volta, il cinema americano ha saputo proporre la scelta meno attesa, quella in cui l’amore non risolve tutto. La scelta nobile di Rick-Bogart lascia l’amaro in bocca. Il destino stavolta non viene battuto in duello. L’eroe lascia l’amata nelle braccia del legittimo, inappuntabile, insulso marito. Anche in questa circostanza comunque il merito del regista, o la sua fortuna sfacciata, hanno condotto alla soluzione più efficace. Lo spettatore, un po’ come me, trovatore di robe e cercatore di sogni, è costretto ad uscire dalla sala di proiezione con un senso asprigno di frustrazione per il finale che lo spinge a continuare a proiettare la pellicola nella propria testa. A riportare i due amanti all’indietro, a Parigi, al momento in cui Ilsa aveva detto a Rick: “Baciami come se fosse l’ultima volta”. Allora non si può fare a meno di correre anche in avanti, inventare qualcosa, trovare lune e stelle nuove e strane per far sì che l’ultima volta non sia l’ultima affatto.

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Perché questo, almeno nel cinema, si può fare. Specialmente in un film scalcinato e baciato dalla sorte come questo. Una pellicola in cui, per dirvene ancora una, a causa dei problemi di soldi di cui vi ho fatto cenno l’aereo che appare nell’ultima sequenza è una sagoma in formato ridotto. I soldi per qualcosa di più grande e somigliante all’originale non c’erano. E qui viene il bello. Nessuno si sgomenta mai nel cinema, c’è sempre una soluzione. Per far sembrare l’aereo più grande basta far sì che coloro che interpretano gli addetti al suo rifornimento siano dei nani. Tutto torna. Matematico. Ed anche un po’ poetico.

A ben riflettere se c’è una cosa che ho imparato dalla mia esperienza di lavoratore del mondo della celluloide è questa: giocare sui rapporti, sui particolari e sulla visione d’insieme. Agire di nastro adesivo trasparente, di spago, di cerone, tagli di legno e metallo, sorrisi e pianti appena in tempo, giacche eleganti e gambe in mutande, sotto il tavolo, un palmo più in basso dell’inquadratura. Procedere di montaggio, opporsi a sciagure piccole e grandi con le forbici e la fantasia. Ciò che conta è il risultato finale. Se la sagoma dell’aereo è troppo piccola la facciamo rifornire di carburante dai nani. E magari, come nel caso del mio film, i nani salgono sulle spalle dei giganti e ci mostrano una storia degna di riempire una casella familiare della mente, una vicenda a suo modo accattivante, prevedibile e sorprendente come la sigaretta di Bogart. Perché, come ho letto qualche tempo fa sfruttando le lunghe ore libere della mia attuale condizione di anziano pensionato dello spettacolo: “quando tutti gli archetipi irrompono senza decenza si raggiungono profondità omeriche. Due cliché fanno ridere. Cento commuovono. Perchè si avverte oscuramente che i cliché stanno parlando tra di loro e celebrano una festa di ritrovamento”. Queste parole sono di Umberto Eco, uno piuttosto noto anche qui in America. Non sono sicuro di averne colto il significato in tutto e per tutto. Però so che mi piacciono. Mi sembra che vadano a pennello anche per “Casablanca”. Inoltre, come potete ben capire, quando si parla di ritrovamenti io mi sento perfettamente a mio agio. Sono e rimango trovarobe, in fin dei conti. Mi piace scoprirle, perderle o fingere di perderle per poi fingere di ritrovarle o ritrovarle veramente. Lo stesso, ne sono certo, mi capiterà di nuovo per questo film. Un giorno mi succederà di ripescarlo da qualche parte, magari su qualche canale minore, e, inevitabilmente, lo riguarderò. Dicendomi magari che è ora di finirla, che è tempo di cambiare musica. Ma ripartiranno le note di “As time goes by”, e, come sempre, mi dirò che dopotutto va bene anche così. Suonala ancora Sam!

HAPPY HOUR – idillio metropolitano

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Un racconto “eroicomico”, leggero e lievemente alcolico, pubblicato anche su “L’Immaginazione”, numero 289, settembre-ottobre 2015

HAPPY HOUR

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Scovo a caso, lungo il viale della stazione, un ristorante nuovo, pulito, con un bagno che non invita a indossare il casco e la mascherina da disinfestatore. Il cibo è ottimo, abbondante, genuino. Ti spinge a voler bene all’ambiente che te lo elargisce, diventando affezionato avventore, conservando con cura il biglietto con il numero di telefono e l’indirizzo, parlandone bene agli amici e ai conoscenti.

La cameriera-tuttofare del suddetto mirabile locale non è esattamente bella, ad essere onesti. Ma ha occhi da cerbiatta in fuga e un seno svettante sotto la maglietta candida. Sembra la vergine di un quadro del Quattrocento. È docile, languida, cortese. Con sguardo puro e voce di zucchero mi fa accomodare in una saletta privata, completamente riservata a me. Accende il televisore e lo sintonizza su una telenovela. In altri casi mi verrebbe l’orticaria, ma ascolto quieto i sussurri dell’attrice che miagola dallo schermo, e mi risultano soavi, come i monosillabi lievi della dispensatrice di vivande. Finisco per sovrapporre e identificare le due figure femminee, e quando la diva della soap opera declama un mieloso “Ti amo” sento un brivido nella schiena, e, seppure con labbra mute, le rispondo in rima.

Mi richiama alla realtà un grugnito cavernoso. La fanciulla vivandiera è soggetta alle angherie di un orco. Forse è il padre della donzella, non so, di sicuro è padrone e tiranno. Urla, bestemmia, impreca, sbraita e sbava veleno contro di lei, che, placida, obbedisce con un sorriso. Torna civile, l’energumeno, solo al telefono, se e quando un cliente prenota un tavolo e gli fa pregustare la moneta contante.

Che fare? Divento un paladino, Orlando, Parsifal, Lancillotto, un poeta trovatore sdegnato di fronte ad una tale ingiustizia nei confronti di un’anima pura? Oppure divento pavido filosofo, chiudo entrambi gli occhi e me ne vado facendo finta di niente? Si avvicina intanto l’attimo fatidico del conto e dell’amaro congedo, e resta vivo e ardente il dilemma che mi lacera. Ad un certo punto sento un fuoco dentro, mi alzo, e, con una scusa, entro di soppiatto in cucina.

La vergine e l’orco stanno amoreggiando: le mani tozze come bistecche al sangue palpano e percorrono sfacciate le rotondità muliebri e gli anelati anfratti, neppure troppo angusti, a dire il vero.

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Con il gelo nelle membra e nella mente, mi reco barcollante al bancone. Pago il conto alla muta e pallida signora, prefigurazione della morte, seduta da tempo immemorabile sullo stesso sgabello con la stessa espressione. Forse è la moglie rassegnata dell’orco, o magari una semplice commessa. La saluto, senza sperare neppure un attimo in una qualsivoglia forma di risposta.

Risalgo sul cavallo, a motore, e medito a lungo sul “guiderdone” non ottenuto, strappato, negato. Ripongo la lancia in resta, imbraccio il borsone ed estraggo il cellulare. Provo a chiamare la donna dei miei sogni, la ragazza che amo da anni, per invitarla al ristorante dell’idillio sfumato e della disfida mancata, dimenticando in tal guisa, con la forza del suo amore, l’onta subita.

Provo a fare la stessa voce dell’orco. Ride, la mia Angelica, seppure in sordina. Attende un istante poi mi rivela che ha la serata impegnata, deve andare al “Drago d’Oro” a bere un calice di Spritz e degustare dorate patatine con un suo amico che l’ha invitata per l’happy hour.

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L’INSEGUITORE

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Un mio racconto che ogni tanto rispolvero, a seconda  dell’umore, come una vecchia bicicletta rossa custodita in garage, sempre pronta a gettarsi con me sulla strada,  inseguendo un pensiero, un ricordo, o forse, semplicemente, la strada stessa, la sete della fuga.

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L’INSEGUITORE

Troppo nitidi, troppo statici. Ho provato, quando mia moglie non guardava, a girarli e rigirarli tra le dita, gli occhiali, a far ruotare le lenti come trottole sul legno del tavolo. Niente da fare: dopo un po’ il metallo riacquista il suo peso e la lente rallenta sempre più fino a restare immobile, un pezzetto di vetro che riflette le pareti del laboratorio, le finestre semichiuse, l’enorme orologio a pendolo appeso alla parete centrale.

A mia moglie è sempre piaciuto il pendolo dell’Ottocento, l’orgoglio, il simbolo stesso del nostro negozio di ottica e orologeria. C’è sempre stato, qui nel corso principale di Lido di Camaiore, questa città di mare sospesa tra il caos e l’oblio, la sabbia arroventata della spiaggia e i silenzi delle pinete. C’è sempre stato. fin da quando ero ragazzo, forse l’ha comprato mio suocero, o il padre di mio suocero, o forse anche loro l’hanno trovato già lì. Scandisce i movimenti, le azioni, le parole che dici e quelle che non osi nemmeno sognare. C’è, si fa pensare, e a volte credo che anche lui pensi a me, e rida, di ogni gesto quieto, paziente, scandito a bacchetta dalle lancette di ferro e di ottone dei suoi secondi e dei suoi minuti. Mi raggiunge continuamente, il tempo, mi piazza un braccio nerboruto sulla spalla e non si stacca più, come un ubriaco in un bar che ti chiede da bere e ti racconta una storia lunga, incomprensibile, costantemente identica a se stessa.

Mia moglie assomiglia un po’ al pendolo: è di legno liscio, saldo, smaltato con cura, senza screpolature e senza ammaccature. E’ precisa, puntuale, ama il suo lavoro, l’attività che è chiamata a svolgere. Procede in senso orario senza mai perdere un colpo, senza una pausa, un’esitazione, un dubbio. Mi invita ad imitarla, ad essere attivo e zelante, a prestare attenzione ai clienti, a mostrare attaccamento. Ha ragione, sì, ha senz’altro ragione lei. Continue reading

MANGANESE – il racconto di un ratto

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Non esistono i presagi: il destino non manda araldi.

È troppo saggio o troppo crudele per farlo.
Oscar Wilde

Titanic

È ora che si sappia: l’orgoglio della Reale Marina Britannica, il Titanic, è stato sabotato. Allegramente, disperatamente, inesorabilmente sabotato. Così come gli Egizi facevano erigere le loro Piramidi, il geometrico progetto di apparentare l’umano al divino, alle maestranze indigenti, sinonimo elegante di schiavi, allo stesso modo i civilissimi inglesi all’inizio del secolo scorso hanno avuto la brillante idea di far costruire la più imponente delle loro navi a Belfast. Belfast, Irlanda del Nord. Nel giro di due anni duemilacinquecento operai irlandesi hanno completato la meraviglia galleggiante. Tra sputi, sorsate di birra di quarta categoria, bestemmie, imprecazioni metà in inglese e metà in gaelico, e, ovunque, tra polvere, fango e morchia, sopra, sotto, dentro, un pensiero. Un’ideuzza vispa, viscida e inafferrabile come un sorcio. Un sorcio dal nome semplice, quasi domestico, Manganese. Il manganese è un metallo povero. Un materiale inferiore, fragile e dotato di bassissima tenuta. Privo di pregio, facilmente reperibile e di scarso costo. Usato in quantità modica avrebbe consentito all’armatore di risparmiare sul bilancio complessivo dei lavori. Avrebbe potuto sostituire, in parte, l’utilizzo del ben più costoso acciaio. Tutto ciò, è fondamentale ribadirlo, in modica quantità.

Solo che agli operai irlandesi le modiche quantità non sono mai piaciute. Né quando di tratta di boccali di birra scura, né quando è il momento di urlare e cantare, né, soprattutto, quando si presenta l’occasione per essere generosi. Furono molto generosi con i loro padroni londinesi: decisero di farli risparmiare un bel po’. Fecero scorrazzare il loro amato sorcetto a destra e a manca, cosparsero l’intera nave di escrementi di Manganese. Nelle scanalature, nelle colate, nelle assi portanti, nelle fessure, dappertutto. Il metallo povero finì per diffondersi e proliferare in ogni luogo.

Accadde così che qualche mese dopo, a molte miglia di distanza, il Titanic affondò in due sole ore, con un gracchiare cupo di migliaia di piatti di porcellana di buona china frantumati e inghiottiti dalle acque. Il simbolo massimo della finanza e della tecnologia della trionfante Età Moderna era stato sconfitto da una punta di ghiaccio, una lama sottile dispersa nell’immensità. Una piramide rovesciata, un’isoletta beffarda a testa in giù. Luogo e spazio non colonizzabile, terra vergine e aspra della sorte.

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Dire che l’unica parte veritiera di questa specie di racconto è il finale servirebbe a poco. È scontato. Non c’è mai stato un sorcio di nome Manganese. Forse. O forse sì. Bisognerebbe chiedere ai bicchieri, ai vasi di spezie, zucchero e marmelade, ai cappelli, ai vestiti e alle scarpe che ancora oggi riposano sul fondo dell’Oceano. Loro forse lo hanno visto passare. Magari è ancora riflessa la sua sagoma scura sulla statuina d’argento e d’avorio del capitano biondo che sognava l’ingresso solenne nel porto d’arrivo.

C’è, il sorcio. C’è stato. Nella mente di chi ha assemblato con le mani e con i muscoli il metallo e il legname della nave. C’è stato e c’è ancora, il buon Manganese. Ha realtà e sostanza nei pensieri di chi immagina una nave in cui ci sia un solo immenso ponte di coperta da cui ciascuno possa vedere il proprio spicchio di America, sognarla, puntarvi lo sguardo o girarle le spalle. Una nave senza stiva e con infinite scialuppe di salvataggio.

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Forse è lo stesso sogno degli oggetti posati da molti decenni sulla sabbia degli abissi oceanici. Legno, ferro e vetro che ancora difendono dalla stretta soffocante delle alghe la loro verità. Diversa, distante dalla realtà patinata dei film hollywoodiani. La verità, Manganese lo sa bene, è sempre un po’ più sporca e un po’ più profonda. Laggiù, nel fango.

Ivano Mugnaini

(il racconto è stato pubblicato anche sul sito “La dimora del tempo sospeso”

GATTI ROSSI

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Fummo svegliati tutti da un canto urlato, quella notte. Così fluido e intonato, angelico, quasi asessuato, che per qualche istante rimanemmo incantati nel letto, cullati dalla melodia, prima di alzarci di scatto inferociti per affacciarci alle finestre. Ma quell’attesa, caseggiato dopo caseggiato, era sufficiente a quel corpo e a quella voce per allontanarsi, sparendo ogni volta oltre l’angolo, in un altro vicolo. Così, al mattino dopo, ci ritrovammo nei cortili, sbalorditi e furibondi, senza che nessuno avesse visto l’autore della serenata notturna all’intera città. Nessuno era in grado di dire con certezza neppure se si trattava di un cantante o di una cantante.

Andai al lavoro più rintronato del solito, quella mattina. Non fino al punto però da non essere in grado di notare un particolare curioso, una sfida alla logica e alla statistica: i gatti che incrociavo lungo le strade erano tutti rossi. Soffici, grassi e dal pelo fulvo. Tutti di buon umore, inoltre. Mi guardavano e ridevano, letteralmente, sotto i lunghi baffi, come per dirmi “Non ci capisci niente, vero?”.

In effetti non potevo smentirli. Ma proseguii, tutto sommato tranquillo, dicendomi che si trattava di un caso, e che ai gatti di altri colori semplicemente non avevo prestato attenzione. E poi il fatto che sorridessero, o che a me così sembrasse, aveva migliorato anche il mio, di umore, per quanto possibile.

Al lavoro quella mattina erano tutti civili e cortesi. Perfino la segretaria Contelli, detta PH, Quoziente di Acidità. Giudicai anche quella una benevola coincidenza. In quel preciso istante però la udii di nuovo. La musica, il canto celestiale. Pensai ad una radio accesa. Ma nella nostra ditta le radio erano state bandite fin dalla fondazione. Ipotizzarne la presenza era assurdamente vano. Non meno assurdo e ineluttabile però era il fatto che io la musica, nonostante tutto, continuavo a sentirla. Mi alzai dal tavolo con una scusa e mi misi a cercare nei ripostigli e nelle stanze chiuse da tempo immemorabile. Non trovai nulla, ma confermai a me stesso l’intenzione di prenderlo a tutti i costi, il cantore clandestino. Giù per le scale riuscii quasi ad afferrare la sua ombra per una paio di volte. Ma nell’attimo decisivo si insinuava negli interstizi del tempo e dello spazio, come se svanisse tra un fotogramma e l’altro della vita.

Sentii il bisogno di solidarizzare con qualcuno.

“Stavolta l’ho quasi preso”, bisbigliai al mio vicino di scrivania.

“Hai preso chi?, replicò sbadigliando.

Iniziai a sospettare che anche l’ascolto della serenata notturna non fosse stato condiviso da nessuno. La sera fermai con una scusa il mio vicino di pianerottolo. Feci cadere il discorso come per caso sull’argomento dei rumori notturni.

“Mai dormito così bene come in queste ultime notti. Dovrebbe solo provarci qualcuno a fare chiasso qua sotto di notte. Ho un fucile da caccia più veloce dei fantasmi”, grugnì.

Diedi la colpa allo stress, e decisi di prendermela più comoda nei giorni a venire. Ma continuavo a percepirlo. Io soltanto lo vedevo e lo sentivo, armonico e spietato più che mai.

Oggi, venerdì 31 maggio, sento che è arrivato davvero il momento di parlare con un esperto. Nella nostra cittadina le opzioni sono poche: c’è un solo psicologo, anzi, una psicologa, Stefania Ermiani. Prendo un appuntamento, seppure a malincuore, e vado in visita da lei. La guardo a lungo mentre lei scruta me. E’ bella, colta, con una luce calda e viva negli occhi. Trovo il coraggio di rivelarle tutto. Mi ascolta in silenzio, si alza lentamente, e, senza smettere di sorridere, mi sfiora le spalle.

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“Dottoressa, io la musica la sento… adesso!”

“Questa è reale. E’ la filodiffusione. Non devi preoccuparti, va tutto bene”.

Mi giro e non c’è più. E’ sparita. Rientra qualche minuto dopo dal lato opposto, con una camicia leggera di seta. Si mette a cantare. Fluida, intonata, angelica, quasi asessuata. Ma quel quasi scompare nell’attimo esatto in cui libera dai veli un seno bianco e sodo, carne solida, femminea, senza ombra di dubbio. Bellezza che danza lieve tra le pieghe del tempo. Come i lunghi capelli rossi che scioglie, ora, sulla pelle calda delle spalle.

Mi si avvicina, vibrante, appassionata, e confessa. E’ lei, stavolta, che confessa a me: “Sai, neppure io sono tanto stabile mentalmente. Per averti sono diventata sonnambula. Sogno ed incubo”.

Sì, era lei il mio sogno ed il mio incubo. Solo sogno, adesso, anzi, solo realtà.

“Mi sono divertita all’inizio – prosegue. Ho fatto una scommessa con me stessa. Ho scommesso che sarei riuscita ad essere più rapida e furtiva dell’amore. Passandogli accanto, ad un palmo, un soffio, un respiro, per poi schivarlo ogni volta, lasciandogli solo aria impalpabile.

Ho perduto. Sono qui, ferma, immobile, pigramente vinta. Mi sento un po’ come il mio Vincent”.

Così dicendo allunga la mano sotto il tavolo per accarezzare un soriano, soffice, grasso, dal pelo fulvo, che si sposta quel tanto che basta per lasciarmi vedere la sua faccia e i lunghi baffi frementi.

Senza volermi dire niente di più e niente di meno, stavolta, della gioia arcana, profonda, misteriosa, della sua risata.

Ivano Mugnaini

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