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Il bianco e il nero – SOLFEGGI di Cinzia della Ciana – Alcune note sulle note e una recensione di Andrea Matucci

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La musica è pazienza e libertà. Permette di infrangere le regole nell’atto di rispettarle con dedizione assoluta. È passione ed eversione, verve irrefrenabile che passa attraverso la conoscenza e il rispetto di mille barriere di geometrie e algoritmi. È un occhio che osserva uno spartito con precisione maniacale e una mano che gioca ogni volta a scivolare di lato quel millimetro che basta a far sì che nulla sia come dovrebbe, o almeno che nulla sia uguale alla volta prima, all’esecuzione precedente. 
La musica nasce dal mondo, lo osserva, piange, ride e lo riproduce in forma di accordi, mai uguali, mai della stessa materia; eppure fedeli, forse in grado di dirci o di farci sentire, per qualche istante, ciò che davvero siamo.
Ridere delle follie del mondo. Questo, tra gli altri umanissimi miracoli, consente di fare la musica.
Cinzia Della Ciana spazia da anni tra poesia e narrativa. Con alcuni Leitmotif a lei cari. Uno di questi è il desiderio, la sete di ritmo, la volontà costante di dare misura e tempo a ciò che vede e ciò che sente. Sia al sublime che al comico e all’assurdo che quotidianamente incontra. Anche da questo desiderio nasce questo libro. Questi Solfeggi in cui la lievità si fa sostanza, senza mai giudizi asettici, senza pontificare, senza chiamarsi fuori. Come adeguatamente osserva Andrea Matucci nella recensione pubblicata qui di seguito “così come l’umile e monotono esercizio del solfeggio insegna a capire le più complesse composizioni musicali, così l’attenzione al nostro quotidiano smarrimento insegna a riconoscere lo spartito delle nostre abitudini”.
Il libro di Cinzia Della Ciana ha il dono di farci cogliere, come la musica da cui parte e che prende come spunto creativo, il momento esatto in cui siamo allo stesso tempo oggetto e soggetto della visione. Per dirla con alcune parole della prefazione di Andrea Scanzi, ci rende “pronti, ogni volta, a ripartire sempre da quel “mai più”. Senza aver imparato nulla, ma comunque rinfrancati inconsapevolmente dalla ciclicità di quei solfeggi. Come se, nel nostro spartito esistenziale, a risultare irrinunciabile non sia il successo bensì l’inciampo. Quello accettabile, quello recuperabile: quello per nulla tragico. E forse persino salvifico”.
I racconti di questi libro, sagaci ma mai feroci, ci conducono nei luoghi in cui guardiamo e ascoltiamo gli accordi stridenti e umanissimi di cui siamo protagonisti e spettatori. Con un piede sul palcoscenico della vita e una mano, tenace, sulla tastiera (del pianoforte o del computer) a tentare di trovare un senso, un accordo udibile e in qualche modo sensato, o, meglio, qualcosa che ci faccia stare bene quel tanto che basta a creare una fuga in armonia con la nostra pena e il nostro riso, con la ragione e anche con la follia, che, a tratti, ci salva. I.M.
 
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Cinzia Della Ciana, Solfeggi (o del misurarsi nello smarrimento che battute dello spartito quotidiano provocano), Arezzo, Helicon, 2018

Dopo il fortunato romanzo Acqua piena di acqua (Effigi 2016), Cinzia Della Ciana si conferma narratrice di rango, e di multiforme talento, con questi dodici racconti sulla ripetitività prevedibile, ma non per questo controllabile, della nostra vita quotidiana. Da qui il titolo: così come l’umile e monotono esercizio del solfeggio insegna a capire le più complesse composizioni musicali, così l’attenzione al nostro quotidiano smarrimento insegna a riconoscere lo spartito delle nostre abitudini. Sono, infatti, tutte situazioni e personaggi comuni: l’agente immobiliare alle prese con la tentazione di parcheggiare dove non deve, l’impiegato nel sogno di variare almeno una volta il suo pendolarismo, la casalinga al supermercato nell’ora sbagliata, e poi la riunione di condominio, il regalo riciclato, tante piccole situazioni della vita di tutti noi nelle quali ci inseriamo e continuiamo a inserirci pur sapendo in anticipo che il risultato sarà sempre lo stesso: noia, disagio, frustrazione, e infine voglia di dirsi “mai più!”, salvo ovviamente ricominciare il giorno dopo. Nonostante il proverbio, è difficile imparare dai propri errori, e a causa di questo rovesciamento circola dunque, nel porsi di questi personaggi, nei loro pensieri e nel loro linguaggio, un costante umorismo non di tipo teatrale e carnascialesco, ma quello un po’ all’inglese, così raro dalle nostre parti, che è quello che ci spinge all’immedesimazione e al sorriso di fronte alla costante delusione del nostro sentirci sempre unici, diversi, irripetibili: no, la vita, lo spartito della vita, ha le sue leggi, e non possiamo eliminarle o sovrastarle, ma solo pazientemente riconoscerle. Una lettura quindi piacevolissima, a tratti estremamente divertente, ma di un divertimento in qualche modo serio e razionale, in compagnia di una scrittrice che, come afferma Andrea Scanzi nella sua Prefazione, “sa dare con ironia e partecipazione i colori giusti a tutte le sfumature dello sconforto che avviluppa i protagonisti”.   

                                                                                           Andrea Matucci

Annotazioni e variazioni sul tema: arte, musica, scrittura

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UT – IL PRINCIPIO ED IL FINE

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Marco Capponi è un autore in grado di abbinare l’inventiva ricca di immaginazione con un rigore logico-sintattico che gli deriva anche dai suoi studi e dalle attività professionali che ha svolto. Questo abbinamento si è confermato nei suoi romanzi di recente uscita LE RAGIONI DEL CASO E DEL DESTINO e ESTINZIONE entrambi editi dalle Edizioni Divinafollia. Ma è sempre stato presente nel suo percorso letterario ed è rilevabile anche nel romanzo UT – IL PRINCIPIO ED IL FINE. Questo libro è stato pubblicato nel 2012 per i tipi di Marte Editrice ed è stato scritto assieme a Manuela Litro, concertista e musicista, oltre che scrittrice. Nonostante il diverso percorso dei due autori, la loro diversa impostazione e le esperienze artistiche e professionali in ambiti differenti, il romanzo dimostra una coesione apprezzabile, un amalgama omogeneo di toni, note, approcci, canti e controcanti, luci e chiaroscuri. Lo spunto iniziale è accattivante e coinvolgente: il segreto legato ad un misterioso libretto d’opera acquistato in un’asta a Ginevra. A partire da questa brillante ma anche arcana scintilla iniziale la storia si dipana con un ritmo serrato tra ambienti vari e domini contrastanti. Il merito di questo libro è proprio questa volontà di superare le barriere tra ambiti che vengono spesso ritenuti separati e in realtà sono contigui, spesso convergenti, di sicuro in un rapporto dialogico, tanto più intenso quanto più intricato.

Si tratta di un romanzo di non facile e immediata lettura, lontano dalla cantilenante e prevedibile orecchiabilità di certi lavori preconfezionati. In questo libro i due autori hanno scavato nei meandri di una vicenda che in fondo funge da specchio per lo studio di meccanismi di più ampio respiro, come il rapporto tra arte e scienza, verità e menzogna, e, in fondo, in ultima ma predominante istanza, su quello che è e permane il più vivido mistero, quello dei rapporti tra gli uomini, affetto, amore, amicizia, dialogo profondo; un libretto d’opera da comporre giorno dopo giorno con gli accordi che è necessario scrivere secondo ispirazioni mutevoli e autentiche, non mutuabili da nessun modello di riferimento. In questo consiste l’interesse di questo romanzo, nel principio ed il fine a cui fa riferimento il titolo, quel mistero nel mistero che è necessario indagare, sapendo che il finale, fatalmente ma anche per fortuna, è aperto, denso di potenzialità ulteriori.

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Parto da qui, da queste note (mi sembra consono l’utilizzo di questo vocabolo così polivalente e polisemico) scritte per il mio blog Dedalus nell’ormai lontano gennaio del 2013. Il tempo è una dimensione con cui dobbiamo fare i conti sempre, è il fardello ed il dono, e anche di questo si parla in questo libro, così come in altri volumi di Capponi, tra cui i già citati LE RAGIONI DEL CASO E DEL DESTINO e, in particolare, nel recentissimo ESTINZIONE, romanzo che ha avuto ottimi riscontri e ottenuto attenzione in importanti riviste, anche on line. Ma per non disperderci, e per non perdere tempo, risultando in tal modo del tutto contraddittori, direi di concentrarci, qui ed ora, hic et nunc (il latino ha sempre un suo fascino) sul libro odierno, UT. Il tema del tempo, topos per eccellenza, croce e delizia di chiunque scriva, letteratura, filosofia, o qualsiasi altra disciplina cosiddetta umanistica, ma anche e soprattutto tema fondamentale per qualunque disciplina umana, ossia di ogni essere dotato di capacità di sentire e ragionare, si affaccia in modo deciso ed evidente fin dalla copertina. Il sottotitolo, o meglio la parte analitica e allo stesso tempo intrigante, allusiva e metaforica del titolo è IL PRINCIPIO ED IL FINE. Già qui si rileva uno di quei giochi mentali, una di quelle fondamentali sottigliezze che costituiscono il succo, l’essenza di questo libro. Viene indicato che il termine esatto è “il fine”, ma, in modo spontaneo, la nostra mente associa al principio “la fine”. Non è solo una contrapposizione di genere, di quelle che vanno sempre di moda, perfino in ambito grammaticale. Qui c’è una distinzione che allo stesso tempo separa ed attrae. La dicitura è chiara, “il fine”, ossia lo scopo, la meta, il traguardo da ottenere. Ma la chiarezza, nella letteratura, e forse anche nella scienza, o almeno in quella scienza umana e perfettibile di cui abbiamo parlato, lascia sempre uno spiraglio aperto a luci e chiaroscuri. Qui ci viene detto di non pensare alla fine ma al fine e tuttavia escludendo il pensiero del termine (nel senso di conclusione, anche del tempo) lo si evoca e quindi gli si dà forma e sostanza.

Il fine non è la fine, e tuttavia in qualche misura lo è, fosse pure nella volontà di affermare o meglio suggerire che il fine è quello di evitarla la fine, sia essa la fine definitiva che la fine intesa come perdita di senso, smarrimento di verità, di coerenza, di linearità progressiva di una trama, della vicenda specifica narrata nel libro e in senso più ampio e onnicomprensivo nella metafora esistenziale e artistica che sottende. Samuel Beckett affermava che “è tutta una questione di tempo. Quello che accade sono delle parole”. Parafrasandolo, potremmo dire che quello che accade qui, nello spazio e nel tempo di questo romanzo, è il tempo stesso. La riflessione sul tempo umano, sul senso del bello e sul furto della bellezza, sia in senso concreto che simbolico. Parafrasando l’autore irlandese potremmo dire che quello che accade nel tempo di questo libro è il tempo. E qui, per forza e per amore (come cantano i contradaioli del Palio di Siena) entra in ballo, e in azione, la musica. La musica è sostanzialmente, intimamente, essenzialmente, tempo. Rappresenta il sogno e la volontà umana di dare misura vivibile al tempo, tramutandolo in un sogno reale. Rappresenta il desiderio di imprigionare Cronos in schemi riproducili, sapendo che ciò non sarà mai possibile, se non all’interno di una dimensione onirica, squisitamente umana, che si chiama armonia.

Il libro contiene moltissimi riferimenti alla musica. Potremmo dire che, oltre al ritmo della narrazione, c’è un sottofondo costante, un accompagnamento quasi filmico, cinematografico, una colonna sonora o una sinfonia che muta, alternando ritmi e movimenti. Ma UT è anche un soprattutto un libro in cui si ragiona, si riflette, e si sa, lo sanno gli studenti che ascoltano Mozart mentre studiano matematica, niente come la musica è adatto e utile al ragionamento. Ciò che appare incorporeo, impalpabile, in realtà ha una sostanza che perfettamente ricalca, e in qualche modo genera e forgia, i pensieri, sia scientifici che filosofici, letterari, logici e creativi.

Si ragiona sulla musica in questo libro, mentre la musica scandisce eventi e mutamenti, rincorse e ricerche, di oggetti concreti e di pensieri. Tra i molti esempi possibili, tra le numerose variazioni sul tema, mi piace citare l’excursus di pagina 92 in cui si parte dalla mousike paideia per poi addentrarsi nel diverso destino avuto dalla musica in diverse epoche e differenti regimi, per poi passare ad una disanima dettagliata dei problemi di teoria musicale, dei musicisti adepti di associazioni segrete, dei molteplici livelli di lettura di un brano e via dicendo. La musica, dunque, non solo come sfondo o tappeto su cui si muovono i protagonisti e gli accadimenti, ma anche, e forse soprattutto, come riferimento simbolico, mondo parallelo e tuttavia presente, potremmo dire concreto, di sicuro efficace, sul piano anche della prassi, per il modo in cui influenza le azioni dei personaggi e anche per la valenza metaforica e interpretativa che assume. Quando leggiamo ad esempio il riferimento ai molteplici livelli di lettura di un brano, viene fatto di pensare, in modo spontaneo e pressoché immediato, anche ai diversi modi di leggere i brani del libro stesso, e del mondo che narra, evoca e descrive.

Il mondo è quello dell’arte. Intesa in senso ampio e multiforme. Variegato sia per le diverse discipline e gli ambiti che vengono indicati nel corso della vicenda spaziando dalle arti figurative a quelle musicali sia per la volontà e la capacità di suggerire che il discorso artistico non si esaurisce nell’atto della mera esecuzione, nella visione e nell’ascolto, ma si estende e si integra con altri livelli del pensare e del vivere. Si integrano, le arti creative, con quelle che in modo schematico e in gran parte inappropriato vengono definite “scienze esatte”.

Il compito di questo libro, il suo principio ed il suo fine, la sfida che intraprende con serena e determinata passione, è quello di superare uno steccato, o meglio di mostrare che lo steccato in realtà non esiste, non ha consistenza, non ha neppure la stessa sostanza dei sogni, per dirla con Shakespeare, perché, in realtà, il sogno concreto che si chiama vita dimostra che non esiste confine rilevabile tra arte e ragionamento, tra creatività e riflessione.

Questa è la trama ulteriore, il progetto e la meta di questo libro di Marco Capponi e Manuela Litro. Mostrare il dialogo che sussiste in potenza e in atto, tra scienza e arte, matematica e musica, sentimento e follia, come recita la quarta di copertina, e non specifica, perché è impossibile determinarlo, da che parte, su quale versante si trovi il sentimento e da quale la follia. Entrambi vivono e dialogano su tutti e due i fronti. E nell’atto di incontrarsi, perdono la loro connotazione e si mischiano, diventano spuri e impuri, e in tal modo completi, organismi perfetti.

La sfida di questo libro è stata quella di fare incontrare due mondi diversi su uno stesso piano (e anche stavolta la polisemia del termine non può che giungere gradita). Il piano di un pianoforte è fatto di contrasti, di bianco e di nero, di forte e di piano, di alti e di bassi, ma, soprattutto di accordi, infiniti, potenzialmente illimitati: suonare e scrivere a quattro mani, con tutta la difficoltà e la magia che questo gesto contiene. Marco e Manuela hanno accettato questa sfida, prima di tutto con loro stessi. L’hanno accettata con un sorriso, con serietà assoluta ma anche evitando seriosità stridenti e cacofoniche e schivando con cura la tentazione di proporre una predica cantata fuori luogo e fuori tempo.

Nessuno dei due si è snaturato né ha preteso di modificare l’interlocutore. Capponi è rimasto uno scienziato con una vena naturale per la scrittura narrativa, o un narratore con una vena per la scienza, fate voi, e Manuela Litro è rimasta una musicista con la capacità di divulgare arte, di farne discorso aperto per la gente, nutrimento a cui invita ad avvicinarsi.

Le qualità narrative di Capponi, la prosa solida e tuttavia scorrevole, si evidenziano in modo costante nell’intero libro. Gli esempi possibili sono numerosissimi, ma, anche per uno dei tanti riferimenti a dualismi emblematici, si segnala tra gli altri il brano che inizia a pagina 38 e che ha il suo culmine a pagina 40, là dove si discute della “drammatica crisi della Ragione”. L’impegno di Capponi, politico ma prima di tutto umano, umanistico potremmo dire, finalizzato a conservare la bellezza e la “vivibilità” anche nell’ambito del sociale, si riflette, tra le righe, in modo implicito ma rilevabile, anche nelle pagine di questo testo che tuttavia, è giusto ribadirlo, ha un impianto assolutamente narrativo. Ma in ogni storia raccontata, Capponi lo sa e lo mette in pratica, si celano elementi per provare a riflettere su un giallo di più ampia portata, quello della Storia con la s maiuscola, che non di rado di maiuscolo ha soltanto l’incomprensibile ferocia e la totale mancanza di ragione, equità e giustizia. E questo in ogni epoca. Sarebbe bello poter dire che ciò che non accade nella nostra, non accade qui ed ora. Ma il riso che ne deriverebbe sarebbe una prova efficace del contrario.

“Ogni nota ha armoniche più acute o più gravi che si ottengono moltiplicando o dividendo per due, per quattro eccetera la lunghezza originaria della corda. L’intervallo tra due note armoniche successive è quello che noi chiamiamo ‘ottava’”. Questo brano fa parte di una postilla, di una nota (ancora un gioco del linguaggio rivelatore) contenuta nelle pagine comprese tra 81 e 84, dove si cita Pitagora e si parla di lunghezze, di frequenze, di suono e di ascolto. Manuela Litro, esperta cultrice di musica, ha saputo porre qui e altrove, in tutto il volume, le sue conoscenze al servizio di una storia, di un racconto. Ha cadenzato le diverse fasi, potremmo dire le scene, facendo un parallelismo sia con il cinema che con il teatro, utilizzando le cadenze sia per dare ritmo alla narrazione sia per creare quella completa e suggestiva interazione tra il mondo della parola e quello dei suoni, tra l’arte della visione, della pittura e della lettura, e quella dell’ascolto. La risultante, potremmo dire il risultato aritmetico di tale prodotto, è, appunto, una fusione del tutto coesa tra la musica e la matematica, ossia tra la malia delle note e quella logica che è insita sia in un ragionamento matematico sia in un intreccio narrativo, in un racconto, in special modo in un racconto come quello di UT basato su un mistero, un nodo da svelare tramite una sequenza di indizi da indagare e su cui riflettere cercando di ricavarne una spiegazione plausibile.

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Il libro è ottimamente costruito, anche a livello di intreccio, e sarebbe uno sgarbo ben poco armonico nei confronti dei lettori rivelarne la trama. Lasciamo a chi è interessato il gusto e il compito di esplorare passo dopo passo l’universo concreto e quello immaginario, le città e i luoghi, i gesti e le riflessioni che si susseguono.

Ciò che possiamo fare è ribadire e confermare molto volentieri che questo libro, di non facile assimilazione, lascia tuttavia a chi lo legge il gusto che regalano le narrazioni di sostanza, quelle in cui non ci si limita a mettere in fila una serie di fatti e di azioni ma ci si ritaglia anche il tempo per andare oltre la superficie, esplorando le sensazioni che nascono e cercando sia le radici, vale a dire le citazioni di libri e opere del passato, sia le proiezioni, pensando a possibili scenari futuri, e, valore aggiunto di assoluto rilievo, la riflessione sul senso del vivere, sulla condizione di esseri pensanti che sono in grado allo stesso tempo di generare la Nona Sinfonia o un bombardamento a tappeto su una popolazione inerme, tele mirabili o sgorbi privi di senso, armonia oppure frastuono assurdo e assordante.

È un libro che racconta un incontro, una ricerca, un percorso condiviso tra due esseri umani diversi eppure affini, e, assieme, narra il tentativo ininterrotto di tutta l’umanità di conciliare bellezza e dolore, verità e dubbio, il principio ed il fine, ciò che davvero siamo e ciò vorremmo e potremmo essere, o diventare.

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Marco Capponi nasce a Ripatransone (A.P) nel 1944. Laureato in Fisica Generale ha insegnato Fisica alla Facoltà di Ingegneria dell’Università di Bologna ed ha svolto attività scientifiche presso laboratori nazionali ed internazionali tra i quali il CERN di Ginevra, il CEN di Saclay e i Laboratori Nazionali del Gran Sasso. Nel 2008 ha pubblicato il suo primo romanzo “l’opinabile vita” con la Bononia University Press. Nel 1912 esce per Marte Editrice “UT”, scritto con la musicista Manuela Liiro. Nel 2014 “Le ragioni del caso e del destino” con la editrice Divinafollia.

Manuela Litro, genovese, è diplomata in canto lirico e teatro musicale. Concertista con il “Ring Around Quartet”, ensemble vocale di polifonia rinascimentale, si esibisce nelle principali stagioni di musica da camera e festival di musica antica. Ideatrice e curatrice del progetto Carillon del MIUR in collaborazione con il Conservatorio Santa Cecilia – musica per prevenire e contrastare fenomeni di disagio giovanile – dirige il coro multietnico Manin, che si è esibito più volte alla Rai ed in cerimonie ufficiali al Quirinale.

È inoltre antiquaria ed esperta di dipinti del XIX secolo.

INXS: A MID-SUMMER DREAM

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INXS: A MID-SUMMER DREAM

 
Maida Cappelletto, https://www.facebook.com/profile.php?id=100000477222667, mi ha chiesto un racconto che contenesse le suggestioni di alcune canzoni da lei selezionate. Ne è venuta fuori questa scatola senza pareti, senza logica, senza tempo. Questa memoria di fatti vissuti, immaginati, o forse soltanto sognati di cui la musica è materia pulsante, una radio accesa su una spiaggia, un juke-boxe fatto girare dalle monete di altre tasche, altre vite. Eppure quella presenza discreta è essenziale. È la colonna sonora del film che abbiamo girato o che ci è toccato in sorte, come la solitudine, come l’amore cercato e inseguito. Provando sempre a tenere il ritmo, svaniti, sperduti ma tenaci, ballerini improvvisati di gioie e dolori a tutto volume, sempre al massimo, sempre INXS.
 
   Estate, pieno agosto. Il mondo intero è o appare in vacanza. Per me niente di nuovo; solo molto tempo, troppo. Seduto da solo, straccio bianco e peloso su un divano quasi bianco e quasi altrettanto peloso, scorro uno dopo l’altro i numeri della rubrica del cellulare alla ricerca di qualcuno da chiamare o a cui scrivere. Nomi vecchi e nuovi in abbondanza; ma non ce n’è uno che vada bene. Da molti ho ricevuto torti, ad altri ne ho fatti. Sono archiviati. Su cento numeri non ne trovo nessuno contattabile, specialmente ora. A meno di chiamare farmacie o assicurazioni, o un tecnico del computer con cui fingere un guasto o un’urgenza. Guardo meglio, con più cura. Ci sono in realtà cinque numeri che di solito salto istintivamente con lo sguardo: mettono in difficoltà, appartengono a persone buone. Buone, sì, ma difficili. Anzi, buone perché difficili, troppo generose. Danno e chiedono in eccesso, anzi INXS, per dirla con il nome di un gruppo in voga negli Anni Ottanta. Vogliono sapere, informarsi, interagire, vogliono cambiare il mondo, vorrebbero cambiare me.
Guardando le finestre sento un’afa dolciastra e molle nelle vene. Mi accorgo che l’estate è avanzata e tra poco sarà autunno: mi accorgo che non ho niente da perdere.
   Invio un messaggio ai cinque samaritani. A ciascuno scrivo che ho bisogno di lui o di lei soltanto, e che solo lei o lui può trovare il modo di convincermi ad uscire di casa. Le risposte non si fanno attendere, in breve mi trovo a dover considerare cinque proposte, cinque progetti di vita. Essere membro unico di una Commissione Giudicatrice implica vantaggi e svantaggi: non c’è nessuno che ti contraddice, ma non c’è neppure nessuno con cui prendersela in caso di errore.
   La sola via di uscita è stabilire criteri limpidi e univoci di valutazione: vincerà chi riuscirà a farmi fare la cosa più difficile. Come premio avrà questo straccio di vita, con la possibilità di stringerlo e strizzarlo a suo piacimento. Un trofeo di scarso valore intrinseco, ma di notevole valore simbolico, per loro, per i miei accaniti benefattori. Un po’ come il drappo del Palio di Siena per i contradaioli.
   Flavio mi propone di catapultarci insieme nella discoteca Technomatic di recente inaugurazione, musica moderna da far saltare per aria le casse, ma, a suo dire, nella semioscurità la nostra effettiva età anagrafica resterebbe celata, clandestina, e, di sicuro, potremmo abbordare qualche procace adolescentina capricciosa.
   Piera mi prospetta una cena di classe: un revival degli anni del liceo, dei gloriosi fasti che, a sentir lei, hanno preceduto la Maturità. “Vieni tranquillamente – miagola – tanto tutti quanti abbiamo qualche capello in meno e qualche ruga in più. Nessuno ci farà caso. Ascolteremo musica dei mitici Anni Ottanta, e, se ci prenderà la nostalgia, la combatteremo raccontandoci le nostre vite, ciò che abbiamo realizzato, i resoconti, i bilanci”.
   La cura che vorrebbe prescrivermi Massimo invece è molto più semplice. Si tratta di una sorta di elettroshock: andare in cerca di prostitute, una per ciascuno, e vedere volta per volta chi ha il coraggio di andare con quella più oscenamente brutta e sconcia.
   Nello è di tutt’altro avviso: è convinto che ciò che può salvarmi è un ritorno alle radici. Mi invita a ripresentarmi a sorpresa al bar del paese, tra facce che mi scruterebbero come un marziano per un’ora e più, sicuro, ma, alla fine, mi inviterebbero a passare la giornata giocando a tressette e aspettando che passi qualcuno per la strada per poterne parlare male; così, senza farsi sentire.
  Ilaria mi invia il messaggio più breve in assoluto, poche parole secche e luminose come fulmini. Mi chiede di riprendere la passeggiata interrotta anni prima, quella che doveva portarci alla terrazza panoramica della nostra collina.
   La Commissione si riunisce e delibera: apprezzabili nel complesso tutte le proposte presentate, ma, per il grado di difficoltà, e, non ultima, per l’intrinseca imperscrutabilità attuale e potenziale, viene premiata la proposta della candidata Ilaria.
   Ci troviamo alle otto di mattina ai piedi della salita. L’orario lo ha scelto lei, e sembra che abbia scelto anche il clima: un sole zelante, già sveglio e caldo, in grado di illuminare ogni millimetro degli occhi e della bocca. Mi saluta con gesto breve, Ilaria, come se ci fossimo visti la sera prima, come se quattro anni di silenzio e assenza non fossero mai esistiti. Inizia a camminare, e io di fianco a lei. Non mi chiede niente, non vuole niente, ascolta solo il mio respiro, sempre più affannato. Lei sembra una gazzella, io un leone spelacchiato e asmatico. Ma, come recita uno strano proverbio, ogni mattina un leone si sveglia e sa che dovrà correre per provare a sfuggire a una gazzella.
   Arriviamo, passo dopo passo, al vertice della collina. Là sotto c’è il mondo. Lei si siede sul parapetto e osserva, serena, immobile, io, torturato dalle vertigini, resto a due passi di distanza. Non apre bocca neppure adesso, Ilaria, si gode la vista della pianura e della città, la fa risplendere in sé, nei suoi gesti, nelle mani, nella quiete frenetica.
  Mi avvicino, quasi ad occhi chiusi, tremando mi arrampico sul parapetto e mi siedo. Abbracciato a lei il tremore svanisce, assieme alla voglia di vomitare, o di provare a volare. Sono seduto sul mondo, ora. Oscillo, ma riesco a rimanere in bilico sul legno saldo; ho nelle braccia e nello stomaco solo il suo calore.
   Estate, pieno agosto. Il mondo intero, anche in questo nuovo anno, è o appare in vacanza. Seduto sul divano bianco e non più peloso insieme a lei, non provo neppure a toccare il cellulare. Lei controlla ogni mio messaggio e ogni chiamata: vuole sapere chi, come, dove, quando e perché. Un po’ mi fa imbestialire, e un po’ mi viene da ridere. In fondo ora di tutti i torti fatti e subiti mi importa un bel nulla. Uso il cellulare soprattutto come sveglia, per far sì che la sua musica ci richiami alla coscienza del tempo, ogni tanto, prima di tornare, con lei, al sogno di un panorama reale, che ora, nella luce e nel buio, è ancora possibile guardare.

 

Andate a scoprire il blog di Maida: http://www.mymusicvideo.it/index.php/it/