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il Sud On Line: intervista di Nadia Pedicino

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Il sorriso di Monna Lisa

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Nella visione del professor Andrea Salvini, Leonardo, dal “vertice assoluto della società ove si trova collocato, lucido e implacabile scrutatore di uomini e cose, senza nascondere le proprie bassezze e nefandezze scivola dall’onnipotenza in una sostanziale impotenza”. Una visione corredata da riferimenti a vari libri fondamentali del Novecento.
Una nuova “lettura allo specchio” di sicuro valore e spessore di cui ringrazio.  IM

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Andrea Salvini su

“Lo specchio di Leonardo” di Ivano Mugnaini (Eiffel edizioni, 2016)

L’idea della fuga dalla vita quotidiana grazie ad un doppio di se stessi non è nuova nella letteratura, più o meno recente. Chi non ricorda “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello? Mattia Pascal si trova libero da se stesso e da tutta la congerie oppressiva degli assilli quotidiani grazie ad un doppio perfettamente docile, al cadavere di uno sconosciuto che, ufficialmente, lo fa scomparire per sempre dalla scena del mondo rendendolo libero di inventarsi una vita tutta nuova. In effetti ci è sembrato di trovare, quasi all’inizio del romanzo del Mugnaini, un preciso riferimento all’universo pirandelliano: “E, una buona volta, avrei potuto vedermi vivere, o, ancora meglio, osservare come gli altri mi vedevano o credevano di vedermi: le falsità, i commenti velenosi, le pugnalate appena voltata la schiena. Avrei finalmente scrutato con calma e con agio le facce e i cuori degli altri. Pensando anche, con enorme applicazione, a una vendetta adeguata, prima di morire: un’invenzione decisiva, risolutiva, un micidiale cavallo di Troia per questo mondo malato” (p. 23). Non sarà sfuggito al lettore, verso la fine del passo che abbiamo riportato, anche un richiamo al noto finale della “Coscienza” sveviana. Un primo omaggio al Novecento è dato, ma ne troveremo altri, come avremo modo di osservare in questo nostro tentativo di lettura. Avvertiamo, infatti, sin da ora che ci sembra ben difficile dire qualcosa di esaustivo su questo testo, su cui altri sono già autorevolmente intervenuti. Solo il tempo e ulteriori riflessioni critiche potranno portare più luce su un testo davvero complesso e che è stato sicuramente scritto dopo approfonditi studi storici e artistici.

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Intanto vediamo che la narrazione è condotta da un “io narrante” che si propone praticamente come onnisciente riguardo alla realtà; e non poteva essere altrimenti, dato che si tratta dell’«io» del grande Leonardo: egli appare in grado di comprendere tutto ciò che lo circonda, tutto ciò che si trova nell’animo di chi incontra, si tratti di Lorenzo il Magnifico o di una semplice ragazza veneziana, maldestra avventuriera. Un altro «io narrante» di tale spessore lo possiamo incontrare solo là dove il protagonista ha uno spessore culturale elevatissimo, come, ad esempio, nelle “Memorie di Adriano” della Yourcenar: anche qui il protagonista ci racconta se stesso dal vertice assoluto della società ove si trova collocato, lucido e implacabile scrutatore di uomini e cose, senza nascondere le proprie bassezze e nefandezze, consapevole infine del proprio declino, del proprio scivolare dall’onnipotenza in una sostanziale impotenza. Lo stile ovunque prezioso, quasi fastoso, del romanzo, che troviamo tanto simile a quello della Yourcenar, rafforza nel lettore l’impressione di onnipotenza dell’io narrante.

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Il Leonardo di Mugnaini ci sembra ripercorrere un cammino simile, connotato da una onnipotenza intellettuale, diversa da quella di Adriano. All’inizio manipola il povero Manrico senza difficoltà, lo convince a diventare il suo doppio, anzi, il suo specchio. Segue quindi la fuga a precipizio dal proprio ruolo che ci appare come una vera e propria discesa agli inferi. Leonardo cerca anzitutto la trasgressione in una casa di prostituzione a Firenze. Poi passa una notte spensierata a Venezia con Emilia, una delle figure forse più tragiche del romanzo: Leonardo non esita ad abbandonarla, pur sapendola innocente, alla terribile giustizia veneziana1, dando prova di un perfetto egoismo narcisistico. Il fondo viene toccato poco dopo, con la narrazione a Manrico della violenza abietta compiuta in gioventù ai danni di Jacopo Saltarelli in compagnia dei giovani‑bene di Firenze, che poi, grazie all’intervento personale del Magnifico Lorenzo, possono anche concedersi il lusso di sfuggire elegantemente ai rigori della legge. Leonardo ci appare a questo punto una figura disgustosamente impunita, ma ecco che nel suo “specchio” avviene qualcosa. Manrico comincia a rivelarsi tutt’altro che ottuso e docile: scopre di avere un’arma per ricattare in futuro proprio Leonardo, anche se, per il momento, abbiamo solo un’allusione oscura: “Quello che mi ha detto, Maestro, è una cosa grossa. Io, lo sa bene, sono un contadino, tutto sommato, e figlio di contadini; ho fatto il copista, certo, ma resto un ignorante e so di esserlo. Però perfino io capisco che quella notte è accaduto qualcosa che non si cancella. La ringrazio per avermi fatto questa confidenza. Ma si ricordi, la prego, ora e nel futuro, una cosa: non sono stato io a chiederle di raccontarmi di quel fatto e di quel processo” (p. 47).

Leonardo non sembra percepire il cambiamento avvenuto nello “specchio”, in colui che gli ha reso possibile fare ciò che ad un personaggio pubblico, prigioniero della sua dignità, non sarebbe stato possibile. Comincia ad essere assillato dal pensiero del tempo che si consuma e della morte che si avvicina e continua il suo viaggio, stavolta da solo, lasciando Manrico a vivere la sua vita di artista ricercato e osannato. Si alternano vari quadri, vari incontri, tutti contrassegnati da immagini di morte, di fallimento, di sopraffazione. Il mondo appare irredimibile, ma, ad un certo momento Leonardo sembra avere un’illuminazione: “Ho iniziato questo viaggio, la fuga da me stesso e dalla mia immagine, per ribellione, per un moto di rabbia contro il mondo e contro di me. Ora, a metà del cammino, mi trovo di fronte a un paradosso: negli occhi umili che ho incontrato, e non di rado ferito, c’è la più quieta e la più possente tra tutte le forze, la più inattesa e autentica forma di rivolta: la bontà” (p. 57).

Fin dall’inizio il Leonardo di Mugnaini viene rappresentato come un essere in profondo dissidio con se stesso; l’Autore, però, non ci sembra precisare mai fino in fondo la natura di tale dissidio. All’inizio sembrano prevalere motivi psicanalitici, legati all’abbandono da parte della madre, ma poi su di essi si innestano vari altri motivi, tutti contrassegnati da una profonda e amara sfiducia verso se stessi e il mondo. La scoperta della presenza della bontà non cambia l’animo di Leonardo: egli rientra nella sua casa fiorentina per accogliere proprio sua madre, la donna che lo aveva abbandonato, che rimane con lui negli ultimi giorni di vita. Tra i due non si apre alcun confronto pacificatore e risolutivo: la madre di Leonardo muore e basta, senza che vi sia stata nessun dialogo liberatorio, nessuna confessione, nessun perdono. Leonardo tenta allora di tornare indietro, di rinunciare al suo assurdo gioco indagatorio: “Non era più tempo di pagliacciate, per rispetto della morte e della vita dovevo ritrovare la follia più autentica, la verità” (p. 63). Tenta di sbarazzarsi di Manrico riconducendolo là dove lo aveva incontrato, ma non si accorge che sta commettendo un errore. Manrico, infatti, rivela, quasi di sfuggita, ma inequivocabilmente, di essere stato una sorta di “convitato di pietra” alla mensa di Leonardo: “Ringraziai Manrico, e quasi mi scusai con lui per avere fallito, per non essere riuscito a prolungare né a concretizzare il mio folle e magico progetto. Con un solo gesto mi fece capire che non era con lui che mi dovevo scusare. Mi fece intendere che aveva raccolto molto, ed altrettanto teneva custodito dentro di sé, destinato a dare nuovi frutti” (p. 65). Così Leonardo scivola inconsapevolmente dall’onnipotenza all’impotenza: crede di poter tornare al suo interminabile investigare e rimuginare di studioso, ma Manrico una sera bussa alla sua porta e lì comincia la sua riscossa. Leonardo cede da codardo ad un basso ricatto e consente a Manrico di realizzare la propria autentica natura: il sosia non era solo un sosia, era qualcuno che non aveva avuto le occasioni del suo fortunato “doppio”. Tutto questo ci ha fatto pensare alla scena finale del “Ritratto di Dorian Gray” di Wilde. Il ritratto uccide Dorian nel momento in cui sembra destinato alla distruzione, così come Manrico diventa artista più sublime di Leonardo nel momento in cui sembra destinato a sparire per sempre dalla scena della Storia: è lui che realizza il sorriso della “Gioconda” e sta per trionfare su Michelangelo nella decorazione del salone dei Cinquecento a Firenze con “La battaglia di Anghiari”. Leonardo lo terrà ancora con sé a Roma, muto assistente del suo interminabile colloquio con se stesso, collaboratore sfruttato e mai ricompensato per la propria creatività. Cercherà ancora di liberarsene, ma il suo “doppio”, dopo aver escogitato una vendetta ancora più tremenda del precedente ricatto, riuscirà a diventare definitivamente Leonardo, quello che lavorerà nei suoi ultimi anni alla corte francese. Se volessimo ancora richiamarci a Pirandello, quando si è usciti dal proprio ruolo, dalla propria “maschera”, non è più possibile rientrarvi: Mattia Pascal non può risuscitare, Enrico IV non può tornare indietro nel tempo a rivivere il suo amore perduto e via dicendo. Manrico appare perfettamente consapevole di questo e lo rivela a Leonardo quando torna dalle sue montagne : “Senza mai smettere di sorridere, mi disse che aveva provato con tutte le forze ad ambientarsi di nuovo nelle sue montagne, ma non gli era stato possibile. Nulla era più lo stesso, e soprattutto lui era cambiato” (p. 67). Il genio è sconfitto, il copista povero e ignorante è il vero trionfatore: la sicumera iniziale di Leonardo è stata battuta dalla tenacia, forse un po’ furbesca, di un montanaro.

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Concludiamo, per ora almeno, le nostre considerazioni, tornando a dire che queste non possono essere che provvisorie. Speriamo quindi in nuovi contributi critici su questo testo, che non può lasciare indifferenti, specialmente per quanto riguarda l’interpretazione della vera natura del dissidio interiore di Leonardo, davvero sfuggente come il sorriso di Monna Lisa.

Andrea Salvini

1 Ci se ne può fare un’idea leggendo “La mia fuga dai Piombi” di Giacomo Casanova.

On the tracks of a European Sicilian man

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“Once upon a time there was a prince … ” educated, proud, Sicilian and at the same time a citizen of the world. Hard to say where the Prince of Lampedusa starts and where the Prince of Salina ends. For everyone The Gattopardo is the iconic novel that continues to fascinate generations of readers and whose footsteps are imprinted in our DNA. But the man, the writer and the traveler can be summarized in the single figure of the “Prince”? The question mark is a must when it comes to discern between the man and the literary character and even more when we try to find a key to understand an author known for a single great novel. Giuseppe Tomasi di Lampedusa is a complex figure that can not be read only in the light of his famous book or for his being a Sicilian. He was much more, and, through the exploration of his historical, geographical and biographical routes we will try to draw a portrait of the author, different from the typical baroque and inconsistent frames.

The result of this exploration will be the traits of a writer and a man with many polyphonic voices. Lampedusa, first of all. It is not useless to note that what for him was the starting point for many people today is a point of arrival, the goal of a hope. Lampedusa is an offshoot of Europe in the heart of the Mediterranean Sea, land border and port known for landings, drownings and trafficking of human lives from the coast of nearby Africa. The story changes but remains, despite the differences, the constant, immutable characteristics of human beings, the moods, the miseries, the need for a ground of certainty and, on the opposite side, the flow of change that eradicates and upsets.

For these and other mysterious reasons, for this mixture of ancient and modern, poetic and rational, anthropological and philosophical, Tomasi remains an author still able to meld different characteristics, generating viewpoints, influences and discussions among readers and critics.

His Gattopardo has become over the years much more than a successful novel and a popular film. It has become an icon, an inspiration for endless quotations. It has become a way of saying, the symbol of an era and a way of thinking, almost identifiable with a copyright, such as an aspirin or a coke. As it often happens, however, in literature and in life, in that long windy point oscillating that unites and divides, between the words and the truth, the man and the work, there is a beautiful stretch of beach. In the specific case of Tomasi, the waves in question are those between Scylla and Charybdis, between Sicily and the Continent, understood also as Europe.

As happened to another complex and multifaceted Sicilian author, Luigi Pirandello, Tomasi also travelled to the north. In five years of intense journey, Giuseppe Tomasi di Lampedusa was able to get to know some of the major European capitals. He was looking for the authentic spirit of places and peoples, the true face to compare with that of his Mediterranean island. He discovered the beauty of Paris, and found himself particularly at ease in London, a city that he found full of bonhomie. But also explored the darker charm of Berlin. He visited museums, but was attracted also by the busy streets and tracks already made legendary by the great books of the past. He frequented fashionable salons but was attracted by everything, assimilating facts and voices with vivid curiosity. He traveled with a repertoire of quotations and wrote letters of lush fantasy in which he confirmed his thirst for knowledge.

Although he was much different from another imaginative storyteller like Gabriele D’Annunzio, he also wanted to give a spectacular image of himself. This insatiable verve found an effective synthesis in his “Travels in Europe. Correspondence 1925-1930 “. Tomasi di Lampedusa, shy, refined, passionate about comparative literature, gives the impression of traveling by choice, for fun and for inner enrichment, for the need to break away from the deep roots that nourish him and lock him at the same time. He travels for the desire to make its culture actually European. To be a man of the world, even before being a writer.

Duke of Palma di Montechiaro and Prince of Lampedusa, Giuseppe Tomasi was born in Palermo on December 23th 1896. He graduated in classic studies in Rome where he also attended the Faculty of Law, but did not graduate because he was called to arms. He was a soldier of the Italian army during the defeat of Caporetto and was taken prisoner by the Austrians. Then he experienced the horrors of war, the most raw and real, the violence that cancels the gap between noble class, bourgeois and the men of the people. A condition that makes clear and cruelly true the fragility of the human condition, the ferocity of time and history, but also the strength to keep close to a beauty that is the only source of survival of humanity.

Tomasi di Lampedusa was often a guest of his cousin, the poet Lucio Piccolo. Thanks to him, he had the opportunity to attend high-level literary circles, as in 1954 when he took part to a literary conference in San Pellegrino Terme where he met, among others, Eugenio Montale and Maria Bellonci.

Upon returning from that trip, like a volcano that reaches the ideal level of pressure, Tomasi began writing The Leopard, the romance of a lifetime, of many possible lifetimes. The novel will be completed two years later, in 1956.

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His novel is defined as an example of ” poetry in prose”. Because the poetic form has the capability to bring together and synthesize contradictory instances and feelings through the coincidence of opposites. The link to the past was a mirror to talk about the present and the future.

 
And probably, it was precisely this strange ambivalence between modern and old that caused the rejection of the book by many publishing houses it had been presented to. Rejected first by Mondadori and then by Einaudi in both cases by Vittorini, the novel was discovered and enjoyed by Bassani who proposed it to Feltrinelli who finally published it. And it was a resounding success. Unfortunately Tomasi di Lampedusa was already dead in bitterness and discouragement of not being able to see his work published. 
The Gattopardo had a quite unique destiny. Tomasi di Lampedusa was an outsider for the official literary world, which remained in the habit of rejecting the new, no matter the value and origin.
But here and now, after the affair came to an end with the resounding success of the book which the author could not benefit in life, we can try to capture elements of the work and of the writer in a wider perspective.
Tomasi di Lampedusa was certainly, to quote Montale, "the author of just one book ", but in this volume he has enclosed the whole of his European experience assimilated without preconceptions, with genuine passion. The Gattopardo is the result of a work of accumulation of notes and sensations lasted years, written with a form of expression that can combine the metaphorical synthesis of poetry and the documentary accuracy of the historical novel. The novel was both classic and forward-looking. It was ahead of its time, while talking about an era that had passed. Placed in this border land, the book needed a slow assimilation before being perceived by critics as a work of absolute value. The rest is history: of literature and cinematography. The Gattopardo, the Leopard, is the result of a graft: the European culture implanted on the ancient branches of Sicily, the north wind on the silences and the air stopped on too many centuries of inaction, as stressed the Prince of Salina in a famous passage: “Sleep, my dear Chevalley, sleep, that is what Sicilians want, and they will always hate anyone who tries to wake them even in order to bring them the most beautiful gifts”
The book transcends the novel. The book is so rich in content to offer multiple perspectives: historical, philosophical, psychological, social, geo-political. But it is also a brave book, in which the look on the cultural legacies that have created the humus of mafia is absolutely sincere.

As in geological layers, this book goes far beyond the historical fresco, over the story, over the characters, the places, the costumes. In this context  we can read the quotation for excellence, the one that stands on the novel and identifies it immediately:  If we want things to stay as they are, things will have to change. The Leopard tells us about the the doubts and the hopes of men and women of their time in front of a changing world that redefines values and styles. It tells how men face the change and how identities, histories and culture face the time.

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Considering The Leopard a conservative book is for the most a short-sighted attitude: there is, alive and present, the historical awareness of the evils of Sicily. Seen not as microcosm in itself but as a symbol of an ancient way of living and thinking forced to look with different eyes to new times. There is a form of loud and clear social criticism in the book. The love for his land is not blind.

The characters of the novel sublimely wrapped in humanity, are chiseled in their ambivalence. This probably is the key word: ambivalence. The novel is at a crucial hub of Italian history and beyond: the moment when you realize that a certain society, a certain way of life and thought is intended to be outmoded, by history. Tomasi, however, does not live with a passive and resigned attitude. He is not an uncritical cantor of the past, and does not unconditionally enhances the old days, “les neiges d'antan”. The core of his thought is the will to bring in the new times what is best in tradition and authentic bond of the land of origin. It is also thanks to Tomasi di Lampedusa if Italians are aware of their great gift and their condemnation.
The distant, melancholy and nostalgic look of the Prince of Salina on the one hand, the narrative style of the Author-Prince, must not mislead. The book screams out a timeless truth, reveals the illusions, the traps and mirages of rapid changes, the dangers of cunning and turncoats, teaches us to look beyond the surface, beyond the contingent things, in a perspective that Leibniz should call sub specie aeternitate.
The Leopard is a work with a high educational and intergenerational value, because every era, as well as any man, is suspended between two extremes, one that changes at every moment, and a past that escapes, slips away, tending to become unrecognizable. We were the leopards, the lions, those who take our place will be jackals and sheep, and the whole lot of us - leopards, lions, jackals and sheep - will continue to think ourselves the salt of the earth. In this statement, within this tension, is perhaps the key to success and the timeless appeal of the book and its author: the meaning of human limits but also the desire to carve out with tenacity a space in the inscrutable drawing of time.
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Ivano Mugnaini