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Ciò che abbiamo tanto amato

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L’appiglio per ricordare Ettore Scola è debole, poco più di un pretesto: un suo film, neppure tra i più noti, a dire il vero, che ha praticamente lo stesso titolo di un mio racconto. Il film è Il mondo nuovo (La nuit de Varennes) del 1982, il racconto è Mondo nuovo. Anche il tema è diverso, come l’epoca storica e l’ambientazione. In sostanza, come direbbero a Livorno, “un ci ‘ombina nulla”, non c’entra niente. O forse sì. Perché Scola, senza mai pontificare, ci ha insegnato a guardare con occhio critico nei saloni dei palazzi illuminati a festa da infiniti specchi e candele, o sulle eleganti terrazze romane, e magari ci ha consigliato di tenere vivo un sorriso, anche e soprattutto quando ci vogliono far ricordare che siamo noi quelli brutti, sporchi e cattivi. Allora, soprattutto allora, è bene ricordarci con più forza che c’eravamo tanto amati, e, che, a dispetto di tutto, ciò che abbiamo tanto amato lo amiamo anche oggi.

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MONDO NUOVO

Quando vidi quel cartello pensai ad uno scherzo. Sulla mia solita strada piena di curve e prati stinti, coperti da un velo di gelo di notte e storditi di giorno dal sole e dal niente, spiccava un rettangolo colorato con su scritto “Mondo Nuovo – Inaugurazione”. Rallentai, tolsi il piede dall’acceleratore e la macchina si fermò davanti a quel prodigio di nome, incredula, anch’essa, come il cavallo di Don Chisciotte di fronte ai mulini a vento. Un cartello del genere a mezzo chilometro da casa mia equivaleva almeno a mezzo miracolo, o a tre quarti di presa in giro. Immaginai che si dovesse trattare di una specie di supermercato, un emporio di periferia colmo di oggetti inutili o di terza categoria, oppure, in alternativa, mi venne in mente una balera, una discoteca per tardoni adatti al liscio e alla mazurca ma con qualche rigurgito di rock o funky anni settanta. C’era un solo modo per scoprire se avevo colto nel segno. Di tempo ne avevo a quintali, a tonnellate; avrei potuto perfino fare una donazione, nel caso in cui qualcuno avesse avuto necessità di una trasfusione di noia. Mi avventurai lungo un vialetto asfaltato da poco. Le ruote giravano a meraviglia su quella superficie liscia e invitante, un po’ meno bene giravano le rotelle del mio cervello, poco fluidificate dall’entusiasmo.

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Giunto ad un parcheggio vasto e circolare, vidi spuntare come dal nulla una folla compatta e festante. Feci appena in tempo a spegnere il motore e già tre splendide hostess con un vestito succinto corredato da un paio di loghi del Mondo Nuovo International Group collocati in parti del corpo che era impossibile ignorare, mi avevano preso per mano e condotto, danzanti, in una saletta privata arredata con vasti e soffici divani rosa. Prima ancora che riuscissi ad aprire bocca, mi fu offerto il miele della casa. Era dolce e speziato, al punto che, dopo ogni sorso, ne avrei voluto di più. Ma sul più bello, quando lo sfizio si era fatto fame, le hostess si interruppero, e, con una faccia nuova, quella sì, nuova davvero, al punto che sembrarono d’un tratto invecchiate di trent’anni, mi dissero che per avere ulteriori benefici avrei dovuto sostenere un colloquio pubblico.

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Mi scortarono senza più danzare in un salone grigio e anonimo, un po’ palestra un po’ aula-bunker. Un tipo corpulento, vestito con un completo di Armani che non riusciva a celarne la struttura tozza da ex-buttafuori, mi disse che se volevo diventare socio effettivo del Club Mondo Nuovo, acquisendo in tal modo la disponibilità full-optional delle hostess e di tutti gli altri servizi personalizzati riservati agli iscritti, dovevo dimostrare di meritare tali privilegi.

“Tocca a te, in qualità di aspirante socio, dire come lo vorresti il Mondo Nuovo. Se sarai convincente, resterai qui ed avrai tutto ciò che desideri. Se non lo sarai… beh… lo scoprirai da solo”.

La fuga, perfino mentale, era impossibile. Decine di uomini e donne seduti sugli spalti di quella specie di teatro-arena attendevano nel più vivo e vibrante silenzio la mia richiesta. Mi sentivo come un naufrago di fronte al consiglio degli anziani di una tribù di cannibali di qualche atollo disperso nell’oceano, chiamato ad esprimere un parere che può fare la differenza tra essere eletto re e diventare il piatto del giorno. Sudavo freddo, ma cercavo di sorridere. Sapevo che la mimica facciale influenza in modo non trascurabile la ricezione del messaggio. Avrei dovuto evitare l’eccesso di retorica, ma, con uguale attenzione, avrei dovuto proporre richieste realistiche manifestando zelo e convinzione. Esitai, finché mi fu concesso, presi tutto il tempo che potevo per pensare e valutare, ma, alla fine, dovetti far uscire il fiato dalla gola.

“Io… vorrei… un Mondo Nuovo in cui non ci fosse dolore, rimpianto o nostalgia!”.

Un attimo di silenzio assoluto, interminabile. L’intero pianeta, vecchio e nuovo, pareva essere rimasto a bocca spalancata, l’occhio tondo, ottuso, sbalordito.

Poi, lentamente, in un crescendo che mi restituì il battito del cuore, un’ala dell’emisfero esplose in un applauso. Respirai, rinfrancato. Sulla mia faccia si dipinse l’espressione di un Clinton che già pensa alla Sala Ovale e alle rotondità di Monica Levinskj. Sorrisi, ma improvvisamente mi resi conto che i consenzienti erano tutti raggruppati ed isolati come un drappello di ultras allo stadio. Ed avevano un’altra caratteristica che li distingueva dagli altri: indossavano una casacca arancione stile carcere di Guantanamo.

Una squadra di tipi corpulenti vestiti come il Gran Cerimoniere avanzò verso di loro a passo marziale. Li bastonarono con cieca efficienza. I bersagli di quella burocratica furia non urlarono e non protestarono. Evidentemente nel Mondo Nuovo la pratica era diffusa.

Il portavoce ex-buttafuori mi si rivolse di nuovo con voce ancor più cadenzata e incalzante, modificata solo da un filo di sarcasmo.

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“Sapevamo che avresti commesso un errore. Il più comune e banale di tutti. Ci sei cascato anche tu, come decine di altri prima di te: non dovevi chiedere cosa il mondo nuovo può fare per te, ma cosa tu puoi fare per il Mondo Nuovo! Ci saresti piaciuto molto di più, credimi, se avessi domandato in quale modo potevi diventare più utile e più docile”.

Mi si avvicinò con lo stesso passo e la stessa faccia con cui i suoi omologhi avevano marciato in direzione di chi aveva applaudito il mio breve discorso. Senza smettere di fissarmi negli occhi, mi infilò una mano in tasca e prese il portafogli.

“Per aiutarti a cambiare, inserendoti a dovere nel Mondo Nuovo, dobbiamo conoscerti meglio”.

Estrasse i documenti d’identità e le carte di credito. Se le rigirò con gusto tra le dita, carezzandole quasi, valutandone la consistenza. Sorrise, estasiato, e fu in quel momento che esplose l’applauso convinto di tutto l’emisfero. Notai che i prigionieri mi avevano creato un varco, un corridoio che conduceva all’uscita. Approfittai dell’euforia generale e mi catapultai fuori. La mia macchina era ancora al suo posto; evidentemente era così vecchia e malmessa da non essere stata considerata appetibile per il Garage Multimarca. Era ancora in grado di muoversi, però. Sulla mia solita strada ritrovai i prati stinti, e il sole, ancora caldo. Vecchio, per fortuna, non ancora inglobato dalla Mondo Nuovo Srl. Ancora in grado di far sudare, penare, imprecare, e, magari, sognare.

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CARNE ED OSSA

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Un mio omaggio a Don Chisciotte e a Sancho (alla presenza di entrambi in noi), alla Harley e alla Vespa, al litorale di Ostia e alla Thailandia, alla realtà nel sogno e al sogno nella realtà.
Pubblicato originariamente su Poetarum Silva http://poetarumsilva.com/2015/10/19/ivano-mugnaini-carne-ed-ossa/ ,  con una nota di Anna Maria Curci che ringrazio.    IM

CARNE ED OSSA

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Questo brandello di periferia non è cambiato. Tutto intorno spuntano i funghi violacei delle insegne di Macdonald’s e Benetton. Qui sussiste ancora l’asfalto ruvido e gomma di antiche sgassate. Si sente l’odore del mare come un ricordo scomodo, uno sbadiglio immenso al di là della pineta da cui pare arrivare ancora la voce stridula di Pasolini, il canto, l’urlo interminato. In questa parte del globo, sotto un sole che esplode nella testa come una marmitta spaccata, si estende il litorale di Ostia. Un viale così lungo che, a metà, ti scordi lo scopo del viaggio. Ti viene voglia di tornare indietro, fermarti a bere una limonata o sporcarti per bene addentando una fetta di cocomero fresco nell’unico chiosco che, più tenace e impalpabile di un miraggio, scorgi laggiù, sempre a distanza di un chilometro, dritto davanti a te.

Quando attraverso il viale a tutta manetta sulla mia Vespa truccata a dovere da un amico, il silenzio sparisce. Si rifugia tra i pini, sotto gli aghi, tra i cespugli e le dune. Le vibrazioni sono così continue che a volte rischio di addormentarmi. Tolgo le mani dal manubrio e mi lascio cullare. Non stamattina però. Oggi so dove andare. È tornato. È di nuovo qui. Non si è lasciato fermare da giganteschi mulini a vento né da schiere di guerrieri bellicosi, figuriamoci se potevano intimorirlo le barriere del tempo e dello spazio. Le ha superate di slancio con volto altezzoso. Mi ha raggiunto. Sapevo che sarebbe arrivato. Era solo questione di tempo.

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Mi ha dato appuntamento sul piazzale di fronte alla spiaggia. Eccolo, riesco già a vederlo, il Cavaliere dalla Triste Figura. Tuta nera da motociclista, ray-ban fumé color prugna e un foulard grigio quaresimale attorno al collo. Mi saluta con un gesto breve del capo come se ci fossimo visti qualche ora fa. Ha ragione lui: qualche ora o qualche secolo in fondo sono la stessa cosa. La quantità, nel sogno, non conta. Resta la consistenza di una sola immagine, la sua, la nostra. La sua Harley gira lenta come un carillon e riprende il ruggito ovattato, e io ruoto con mano tremante l’acceleratore e mi affianco a lui, mezza ruota dietro, per la precisione. Come ai tempi d’oro. Lui avanti con Ronzinante e io dietro sul fedele mulo. Oggi per la verità la disposizione è stata studiata dal Cavaliere in funzione antitraffico. Mi ha invitato a stargli sul lato destro, un po’ avanti, certamente, ma non troppo. Di modo che, nel caso in cui qualche pirata della strada dovesse sbucare a tradimento da qualche incrocio, prenderebbe prima me. Io gli copro il fianco destro. Sono lo scudo oltre che lo scudiero. Ma va bene anche così. Procediamo in silenzio con la brezza estiva che ci sfiora la faccia. Teste alte e sguardo verso l’orizzonte, in direzione del sole. Due corpi e due ombre sul viale antico che conduce al mare. Certo, la mia ombra è diversa dalla sua. È più tozza, meno slanciata. Cerco di stare più in alto possibile con le spalle, mi alzo gradualmente sul sellino e sulla pedana fino a restare per qualche secondo in punta di piedi, rimango in apnea rischiando di scoppiare per far rientrare la pancia, ma non c’è niente da fare. Non riesco a somigliargli. È differente, nel sentire e nel fare, nel fisico e nel cervello.

E pensare che, da mesi ormai, da anni, facciamo tutto di nuovo assieme. Tutto. Come quella volta che, per pagarci un viaggio in Thailandia, abbiamo deciso di rapinare un ufficio postale. Uno piccolo, di campagna. L’impresa a me era parsa fattibile, e anche il mio compagno di viaggio l’aveva trovata alla nostra portata, anche se, immancabilmente, aveva esaltato l’impresa paragonando le poste del borgo sperduto di Priegonza a Fort Knox. Il Cavaliere Triste mi aveva affidato un compito di grande rilievo e responsabilità: fare il palo. Lui è entrato lento e determinato come il Clint Eastwood de “Il Cavaliere Pallido”, evidentemente un suo parente, o perlomeno un affine, uno della stessa stirpe. È uscito un paio di minuti dopo frettoloso e spaurito come Ciccio Ingrassia in una parodia di un film di Dracula. Gli sono andato incontro per aiutarlo, per portarlo più velocemente fino alla moto. Mi hanno preso. Lui si è dileguato tra le viuzze mentre io e la Vespa venivamo bloccati e condotti al fresco.

La cella era stretta e buia. Niente a che vedere con i saloni dei castelli illuminati da enormi candelabri e le alcove di seta e damaschi che sognavo ogni notte. Un solo pensiero mi consolava. Mi dicevo che, visto il menu che mi passavano i miei ospiti in divisa azzurra, sarei diventato un figurino. Il mostro vorace del metabolismo sarebbe stato sconfitto, annientato come un viscido drago dalla spada di un novello San Giorgio. Sarebbe rimasta solamente l’ombra magra di me. Fine, eterea, emaciata, degna di porsi spalla a spalla con il mio compagno di viaggio.

Non è stato così. Neppure rimanendo a pane ed acqua o giù di lì per un paio di mesi sono riuscito a trasformarmi. Evidentemente non sono io che possiedo il metabolismo, è lui che possiede me. Siamo un tutt’uno, un corpo solo. Ed il nostro corpo è florido, abbondante, debordante. Sono stato lieto, nonostante tutto, di ricollocare la mia massiccia figura sul sellino della Vespa e riassaporare la libertà. Tale sapore per me coincide con un odore: l’olio e il carburante di una Harley del sessantasette. Sono stato felice di trovarlo all’uscita della galera ad aspettarmi. Non ha detto una parola. Mi ha fatto cenno di seguirlo e si è diretto con una specie di sorriso sulla strada delle Dulcinee. È una traversa sterrata piena di buche e pozzanghere che nessun sole riesce ad assorbire del tutto. Lui la conosce a memoria. Ha salutato una Dulcinea di origine ucraina e si sono diretti assieme nel folto del bosco. Prima di sparire si è voltato verso di me e mi ha invitato a fare altrettanto. Gli ho sorriso annuendo. Sentivo su di me decine di sguardi. Le ho guardate anch’io, di sbieco, per qualche istante. Lei non c’era. Non c’era la mia Dulcinea. Lo so, è assurdo, ma quel giorno, soprattutto quel giorno, avrei voluto solo lei. L’ho conosciuta accompagnando il mio amico lungo il viale delle eterne pozzanghere. Capita sempre che lui sparisca a fianco di una minigonna di pelle nera e una parrucca rossa o biondo platino. Io rimango lì, passeggio verso il mare. Oppure lo penso, lo sogno. Un pomeriggio mentre aspettavo che il Cavaliere avesse concluso la nobile impresa con una pulzella dalla pelle di mogano, ho incrociato lo sguardo con quello di lei. Era più giovane, più semplice, più vera. Sul viso solo un filo di trucco e negli occhi la luce di una tristezza aperta alla visione del cielo, al profumo dell’aria. Sembrava lì per errore, per aver percorso a passo di danza, persa in un gioco non suo, il sentiero che porta dalla spiaggia alla pineta. Lo so, sbaglio tutto. La idealizzo, immagino invece di guardare, divago invece di riflettere. Sbaglio, è vero, ma so che lei è diversa. È mia. La mia Dulcinea. E spero, anzi sono certo che il Cavaliere dalla Triste Figura non la avrà. La sorte farà sì che non la incontri mai. Oppure, se le loro strade si dovessero incrociare, lei gli dirà di no. Si rifiuterà, scrollerà la testa serena e irremovibile, e penserà a me. La mia Dulcinea non mi tradirà. È un’illusione, una chimera, sicuro, ma non posso farne a meno.

Forse ho letto troppi libri, o magari ho letto i libri sbagliati, quelli pieni di materia incorporea. Li ho letti di contrabbando. Sono amico del Cavaliere anche a casa sua, non solo lungo i viali. Un giorno mi ha chiesto di aiutarlo a fare l’inventario dei volumi della sua biblioteca. Mi ha chiesto di dargli una mano poi è andato in giardino a scolarsi una mezza dozzina di birre fresche. Un regalo migliore non poteva farmelo. Ha dei libri meravigliosi. Alcuni li ho sfogliati avidamente sul posto, ho divorato tutte le pagine che ho potuto, altri, lo confesso, li ho presi in prestito. Li ho rubati, sì. Ma non è un gran crimine. Il vecchio Don i libri li ha ereditati dal padre e li usa come soprammobili. Danno un tocco di classe, afferma, e fanno sempre un ottimo effetto alle ragazze colte che di tanto in tanto riesce a portarsi a casa. Non credo che ne abbia mai aperto qualcuno. La polvere è un velo omogeneo, un fedele sigillo.

Il mio amico Chisciotte è un tipo pratico, tutto d’un pezzo. Sono io, ebbene sì, a mettergli in testa idee balzane. Gli parlo dei libri, degli eroi, e gli faccio capire che gli assomiglia, che è identico a loro. Identico, come vorrei essere io. Sono io che leggo molto e dormo poco. Lui, per sua fortuna, non conosce alcun tipo di insonnia. Di giorno però, quando procediamo allineati o quasi, gli parlo di imprese, di magie, di misteri. Gli suggerisco duelli per vendicare torti e ingiustizie. Vorrei andare io di persona, ma temo che gli avversari vedendomi scoppierebbero a ridere. Non ho il fisico, io. E neppure l’elmo. Va lui, allora. Lui ha la figura e il casco, quello da motociclista, nero, con il disegno di un dardo fiammeggiante e la visiera argentata, degno di Achille, di Paride. Va lui, compie le imprese, prende le botte, e dà la colpa all’”incantatore” immaginario, quello che gli fa scambiare i mulini a vento per giganti, lo conduce nelle bettole nella notte della foia e degli inganni, lo porta a sguazzare con uguale zelo nel sublime e nel volgare, nella melma e nell’etere, tra carrettieri e filosofi, fino a perdere il confine scoprendo vallate e sentieri ancora da esplorare.

Per anni sono stato il suggeritore, il rovello, il pungolo nel fianco della follia di Chisciotte. Ora siamo invecchiati entrambi. Sotto il suo casco nero e sotto il mio berretto di panno si sono infiltrati micidiali guerrieri bianchi e grigi. Sono cambiato io ed è cambiato lui. Non prende più taverne per castelli, non scambia branchi di tori e di porci per eserciti nemici, non si sogna di pagare qualcuno per provare a bastonare una Dulcinea ribelle.

Ora al posto dei tori e dei porci vede il vero: eserciti di bulletti coatti che si mettono di traverso al suo passaggio ostruendo il viale. Lui prova a forzare il blocco con la Harley e puntualmente viene disarcionato. Non ride più sarcastico, non impreca, non minaccia vendette micidiali. Si toglie la polvere di dosso, si gira lento verso di me e sussurra “Io sono nato per vivere morendo”.

Sì, ora è un poeta. Se solo anch’io riuscissi a modificarmi, a diventare un po’ più pratico, saremmo una gran coppia. Potremmo cavalcare ancora a lungo sulle selle dei nostri motori e goderci le luci calde dei tramonti. Adesso è saggio, il mio amico Don. Non si arrabbia più come una volta se i leoni svogliati gli voltano le spalle e gli mostrano il deretano. I giovani Rambo del quartiere lo ignorano, o lo irridono, ma lui sorride.

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È cambiato. Come me. Non so se sia una vittoria. La pazzia era un’illusione confortante. Ci costava lividi e ferite ma ci teneva vivi, agili, furtivi. Ora, troppo di frequente, il mondo ci appare una giostra senza sorriso. Noi procediamo a velocità moderata, sempre al di sotto del limite. Una volte mi chiedevo chi di noi due fosse il poeta. Chi aveva ragione e chi torto, chi viveva e chi moriva. Oggi la nostra corsa somiglia troppo a una processione, una marcia. Funebre. Bisognerà cercare la scintilla di un’ulteriore pazzia. Che ci salvi, o ci uccida, con sarcasmo. Bisognerà inventarci qualche forma di poesia nuova. Assurda quanto basta. Ossigeno d’alta quota, picchi svettanti dei Pirenei. Una nuova rapina fallita, un’altra Dulcinea fedele solo a se stessa. Uno sbaglio bello grosso, mulino di idee nuove che ci sommerga nella farina della follia.

Non importa più stabilire se il poeta si trova dentro oppure al mio fianco. Bisogna solo evitare ora che il solo poeta sia il tempo, che il solo verso, sia quello dei denti con cui tritura perfino le labbra del mito, il cammino, l’avventura ancora da scrivere. Conservare la tenacia antica di viaggiatori, la polvere e la pioggia sugli occhi, e qualche sogno, in carne ed ossa, da incontrare sul legno profumato di vino e di pane di una taverna incrociata per caso lungo la strada.

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Don Chisciotte, Sancho Panza: due figure affiancate, complementari nella loro opposizione, si prestano come poche, e in maniera molto efficace in questo racconto di Ivano Mugnaini, a una doppia lettura, empatica e critica, di avvicinamento/identificazione da un lato e di distanza, dall’altro,  per poter cogliere meglio la complessa vicenda di echi, modelli e richiami.

Voce della lettura empatica: «Come se la mia storia, i miei eroi – ma sono la storia e gli eroi di noi soavemente tenaci inattuali – avesse trovato corpo e si fosse incamminata per un sentiero verso il quale guidava da qualche tempo un bagliore indistinto, ma insistente«.

Voce della lettura critica: «Riconosco, oltre i modelli cinematografici (alle citazioni della pineta di Castel Fusano, oltre a quella, forse prevedibile, pasoliniana, aggiungo idealmente Ecce Bombo di Moretti e Borotalco di Verdone), altre interessanti frequentazioni dalla narrativa, in particolare Stefano Benni de Il bar sotto il mare e la concierge Renée de L’eleganza del riccio di Muriel Barbery). Convincenti i due stralunati eppur terrestri Quijote e Sancho, Zagor e Chico, Greg e Lillo, il cavaliere pallido e il suo scudiero che non si danno l’uno senza l’altro e che del passaggio a una situazione di “mutuo soccorso” dopo le incocciate contro i mulini a vento fanno tesoro di saggezza». (Anna Maria Curci)