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CRIMINAL PROFILING – storia quasi vera di una radio libera

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Questo racconto è stato pubblicato su Poetarum Silva, a questo link  http://poetarumsilva.com/2015/10/01/ivano-mugnaini-criminal-profiling/ a cui vi rimando per una lettura completa anche dei commenti.

L’intento del racconto è quello di trasmettere il senso di tensione opprimente  scardinando il ritmo e diventando a tratti quasi sgradevole, anche nella lettura. Infrange ritmo e armonia, rispecchiando in tal modo il dissidio tra speranza e “disperanza”, libertà di espressione e regole annichilenti.

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CRIMINAL PROFILING

La metà della vita di un uomo è passata a sottintendere,

a girare la testa e a tacere.
Albert Camus

Era la notte più buia mai apparsa sulla terra. Anzi, era una notte che si rifiutava di apparire, perfino come essenza oscura. Non si camminava per le strade, ci si immergeva, quasi a memoria, in ipotesi di vie e marciapiedi. Uno dei rarissimi rumori che si potevano udire in tutta la città era la voce cupa di Marco Rattis, alias Markophone. Il dee-jay di Radio Utopia 2000 era scarso, a partire dal nome d’arte che si era scelto. Ma lavorava in una radio libera, libera veramente, per dirla con le parole di una canzone che era solito programmare con gusto. Era tanto libera, la sua radio, che a volte gli sembrava non esistesse. Etere nel buio, niente nel niente. Ma nel buio non c’è il nulla: c’è carne, sangue, linfa vitale. Quella notte a Markophone era riemerso lo sfizio di un vizio: capire qualcosa.

La sola cosa che Marco sapesse fare bene era riprodurre le voci. Imitava alla perfezione chiunque, o quasi. Selezionò il più squillante e solenne dei jingle che aveva in repertorio, poi, con la voce di George Bush Junior, proclamò la necessità di una pronta e duratura pace universale. Con le voci alternate del Ministro delle Finanze e del Telecardinale per antonomasia annunciò poco dopo sostanziose detrazioni fiscali per i clienti delle lucciole. Fece replicare loro dalla Portavoce del Sindacato Prostitute Organizzate, la quale, roca ma suadente, parlò di una speciale misura promozionale: le operatrici del settore dopo l’atto sarebbero andate a cena con i clienti e avrebbero pagato alla romana. In seguito, a tarda notte, gli uni e le altre avrebbero camminato per le strade in cerca di gatti randagi a cui donare carezze e il tepore dei caloriferi.

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Si sentì grande, Markophone. Un universo di vibrazioni umane. Senza alcun pudore fece risuonare a tutto volume una cassetta di applausi registrati al termine di un’opera sinfonica. Un istante dopo si sentì una nullità. Non che prima di allora non gli fosse mai successo, ma in quel preciso momento ebbe la percezione fisica, ghignante, della distanza tra sogno e realtà. Per reazione, o forse per crogiolarsi ancora di più nella ruffiana malinconia, si rivolse mentalmente all’Imitatore Massimo, il solo davvero grande, l’unico in grado di riprodurre l’intera esistenza, gli esseri viventi in tutte le loro forme. Dalla finestra dello studio alzò gli occhi verso il cielo. Niente. Solo un immenso telo scuro. Mise un CD di brani e commenti strampalati registrati mesi prima e schiacciò il tasto della programmazione ciclica. Avrebbe avuto tutto il resto della notte a disposizione, in tal modo. Nessun ascoltatore si sarebbe accorto della sua assenza. Sempre ammesso che la sua radio lo avesse avuto davvero qualche ascoltatore. Uscì fuori e si avviò lento, impacciato, lungo il marciapiede. Guardò ancora in alto, poi scrutò di fianco a sé e davanti. Ancora niente. Solo un sibilo acuto alle sue spalle. Una vecchia Lancia Fulvia Coupé con i freni da rifare si fermò a un metro dai suoi polpacci. Marco non cambiò espressione. Si allontanò piano, con faccia serenamente disperata, certa del tanfo di gomma e metallo del mondo. Ma alla fine la curiosità prevalse. Si voltò di scatto per gettare un’occhiata al mirabile autista. Una sigaretta e un sorriso. Abiti eleganti, perfino una gardenia bianca nell’occhiello. Dalla radio della macchina uscivano le note de “L’uomo in frac” di Modugno. Marco riconobbe, in quell’istante, la faccia dolce e disincantata dell’uomo più inadatto alla vita che avesse mai conosciuto. Eccetto se stesso, chiaramente. Lo fissava, staccando il gomito posato sul volante solo per aspirare la sigaretta, suo zio Remo. Il fatto che fosse morto venti anni prima non turbò Marco più di tanto. Gli sembrò, in quel contesto, un particolare secondario, una macchia lievemente più scura nel mantello della notte. Tutto ciò che riuscì a fare e a pensare fu correre verso il finestrino e offrire all’uomo una mano da stringere e qualcosa di forte da bere in qualche bar. La seconda offerta fece centro. La sigaretta, seppure a malincuore, venne schiacciata sull’asfalto umido, e le labbra uscite dal buio si misero in moto, pigre quasi quanto le gambe.

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“Ho provato, sai, Marco?”

“Hai provato cosa, zio?”

“Ho provato, in tutti questi anni, dopo che sono… andato via. Ho tentato di chiedere una modifica dell’iter stabilito per te e per gli altri, per voi che mi state a cuore e che siete ancora quaggiù. Non è stato possibile. Non è concesso, umanamente e neppure “postumanamente”. Il sistema di controllo lassù è ciclico, circolare. Ogni richiesta di concessione viene girata ad un Controllore Ulteriore. E così via. Neppure l’Eternità è sufficiente. La burocrazia terrestre al confronto è snella e fulminea.

Non ho solo cattive notizie da darti, comunque, altrimenti, mi conosci, non sarei venuto da te. Visti i miei crediti acquisiti sulla terra, mi è stato elargito qualche privilegio. Posso portarti vicino a loro. Voglio, anzi devo farlo”.

“Loro chi?”.

“Non pensare che ci sia bisogno di mezzi ipertecnologici per rendere possibile il meeting. Ti basterà percorrere questo viale. Saranno loro a venire incontro a te. Sii te stesso. Io ti aspetto in fondo”.

Marco, più lento e stordito del solito, entrò e uscì dai locali aperti e giunse, più suonato che mai, al termine della Via Crucis dell’amaro notturno.

“Bravo, Marco! Loro hanno visto e annotato tutto: quello che hai preso, in quali locali, parlando oppure tacendo, con quale gente, con quali parole. Ora hanno raccolto una messe di dati ulteriori. Forse potranno inserirti finalmente in una cartella, un modello, un cluster. Sì perché, caro nipote, devo dirti la verità: il problema è che tu al momento risulti fit with nothing. Non combaci con niente e con nessuno”.

“È una colpa?”.

“Domanda troppo filosofica per me. Io sono solo un messaggero, capiscimi. Sono dalla tua parte, certo, ma molte cose non le comprendo nemmeno io. Comunque credo che ora possa essere ultimata la scheda del tuo Criminal Profiling.

Ah, come avrai notato da quando sono passato all’altra dimensione un vantaggio sicuro l’ho avuto: adesso so bene l’inglese. Appena arrivi lassù ti fanno un corso intensivo e accelerato. In men che non si dica diventi, per forza o per amore, un potenziale madrelingua”.

“Mi fa piacere, zio, ma anch’io, pur non avendo seguito nessun corso simile, sono in grado di capire che la definizione è assurda. “Criminal” implica la certezza che io abbia commesso delitti, o comunque infranto codici o leggi. Quando mai? Io ho sempre lavorato alla radio, tutte le notti o quasi. Dicendo semplici parole, le mie idee, il mio modo di vedere. Cazzatelle, niente di meno e niente di più. Discorsi leggeri tra un disco e l’altro. Nulla di importante”.

“Ne sei sicuro? Forse ti sottovaluti. O forse non hai capito bene il funzionamento del General Data System. Non è colpa tua, del resto. Non ne sono padrone del tutto neppure io che mi trovo lassù, in posizione panoramica, da anni e anni.

Quello che conta, comunque, lo ribadisco, è il supplemento di indagine che abbiamo appena reso possibile. Vedrai che un fascicolo telematico in cui archiviarti lo trovano adesso. Sarai libero! Torna alla tua radio, vai. E sii più lieve. Non parlare delle cose del mondo, parla di musica giovane, inventa barzellette sceme, fai qualche gridolino ogni tanto, e canticchia in falsetto prima, dopo e durante i pezzi. Meglio se metti parecchia dance, sai? Impara a fare il dee-jay come si deve. Sono anni che lo fai e continui a sbagliare tono e argomenti! Torna alla tua radio e lascia stare la cronaca, i fatti, gli accadimenti. Meglio la Disco Anni 80. Farai più ascolto, vedrai. In tal modo ti farai uno zoccolo duro di aficionados. Come vedi so anche lo spagnolo, figliuolo!”.

Marco Rattis detto Markophone salutò lo zio con un sorriso e con un gesto rapido della mano. Anche l’Uomo in Frac lo guardò un solo istante. Sollevò l’ennesima sigaretta e la fece scorrere nell’aria come una minuscola cometa. Si volto di scattò e si avviò in direzione del buio più fitto. Marco lo fermò con un grido, e con un’ultima domanda.

“Posso raccontare almeno ciò che mi è successo stanotte? L’incontro con te e con loro, la raccolta dati, l’Archivio Universale. Concedetemi di raccontarlo, dai, almeno, per una volta, avrò qualcosa di interessante da dire ai radioascoltatori”.

“Credevo che avessi fatto qualche progresso, Marco. Invece, mi ricresce di doverlo dire, ma sei rimasto lo stesso. È chiaro che non puoi dire niente. Credevo fosse lampante. Purtroppo, al contrario, devo specificare sempre tutto con te. No, non puoi raccontare niente. E anche se lo facessi è chiaro che nessuno ti crederebbe. Riflettici!”.

“Ma, allora, se nessuno mi crederebbe, perché non mi è concesso di raccontarlo?”.

L’uomo guardò il nipote con sdegno. Gettò la sigaretta per terra e si allontanò definitivamente a passo rapido, quasi aereo.

Marco lo inseguì come poté e gli urlò tutta d’un fiato una delle sue storielle, un aneddoto mezzo vero e mezzo inventato.

“Sai zio, un tempo assieme ai miei amici frequentavo un bar. C’era una tipa selvaggia, dai modi duri ma sinceri. Non era più giovane, ma era ancora fresca, sensuale. Moltissimi l’avevano odiata e la odiavano. Altri l’avevano frequentata, alcuni erano stati fidanzati con lei e un paio l’avevano addirittura sposata. Ma tutti, presto o tardi, l’avevano abbandonata al suo destino. Era pericolosa, lo sapevano tutti. Rischiava di portarti dove non vuoi, dove non sei stato prima. Se ti guardava negli occhi ti sentivi vivo, ma nessuno osava farle la corte come si deve. Troppo autentica, diversa dalle altre. I miei amici, per scherzo, cominciarono a dirmi che era la mia donna ideale. Mi dissero che era follemente innamorata di me. All’inizio ci risi su, ma presto mi accorsi che qualcosa era successo. Non lo volevo, non era nelle mie intenzioni, ma mi ci avevano fatto pensare. Ecco zio, è accaduto anche stanotte. In questo buio fitto, lungo il viale dove si deve parlare e non parlare, guardare e non guardare, tu, e loro, mi ci avete fatto pensare. Stanotte, zio, l’ho vista, l’ho pensata, l’ho amata di nuovo”.

Marco guardò le spalle rigide dell’uomo allontanarsi. Lo smoking impeccabile, più scuro della notte, ebbe solo un ultimo fremito di sdegno. Poi svanì nel nulla. Marco pensò alla sua Radio. Se si sbrigava poteva tornare al microfono prima dell’inizio dei programmi a quiz del mattino. In tempo per raccontare una storia a cui, forse, nessuno avrebbe creduto.

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