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Altri rami e altri frutti – Seeds, Chelsea Editions, New York, 2014

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Seeds: Selected Poems 1978-2006

Adam Vaccaro, Seeds, Chelsea Editions, New York, 2014

Avere semi, reali o poetici, implica un percorso, esso stesso reale e metaforico, simbolico, strettamente correlati. Il percorso nasce dalle radici e ad esse, ossia alla terra, ritorna, per poi ridare a sua volta vita ad altri rami e altri frutti. Altri semi, in una ciclicità vitale.

Le radici di Adam Vaccaro, tracciate anche in questo suo libro, sono quelle del Molise. Terra di confine, difficile, aspra. Lascia, spesso, solo la soluzione del viaggio, dello spostamento verso altri orizzonti.

Non è un caso che questo libro, che parla di semi, quindi di radicamento in un suolo, in realtà sia anche, simultaneamente, un libro di viaggi, reali o sognati, concreti o letterari, fino al punto in cui anche il viaggio mitico, quello di Ulisse o di Enea o di altri uomini che hanno esplorato i mari, le terre e il loro mondo interiore, diventa esso stesso reale, o meglio vissuto, come un evento concreto, tangibile, assimilato al punto da favorire una completa immedesimazione.

Il libro è un lungo diario di bordo con le varie tappe scandite da precisi riferimenti, annotazioni, schizzi descrittivi delle genti incontrate, dei gesti, degli scambi, di parole, di sensazioni, di emozioni.

È un libro in cui si registra, con preciso ma intenso stupore, quella che è una delle mete che Vaccaro, come poeta e come uomo, ha sempre tenacemente inseguito: la adiacenza. Concetto anche questo tangibile, reso carne pulsante, non concetto sterile e astratto. Adiacenza non significa semplicemente vicinanza, non vuol dire soltanto trovarsi accanto in un luogo, significa piuttosto condivisione profonda, di un ideale, una tensione, una volontà di conservare qualcosa e modificare qualcos’altro: conservare quella radici di cui si è detto, quelle di un mondo contadino fatto di autenticità e allo stesso tempo modificare il presente tramutandolo in un futuro più umano, più solidale.

Tutto ciò avviene in modo fattivo, sia nel libro che nella pratica quotidiana messa in atto da Vaccaro, non con proclami altisonanti ma astratti. Con una ben motivata concretezza, piuttosto, con parole nitide, lente, da slow food, verrebbe da dire, con la consapevolezza che solo ciò che ha un punto di appoggio solido può generare pensieri solidi e al contempo sogni, non impalpabili ma percorribili, come strade, come solchi di aratro.

Il libro, tradotto e curato nella versione inglese da Sean Mark, acquista un respiro internazionale senza abdicare alla sua autenticità. Trasportando semmai anche oltreoceano quei valori di un popolo e di una terra, che poi, ed è questo quello che conta, si scoprono universali, come le foglie d’erba di Whitman (citato in una epigrafe) o come tutto ciò che parla direttamente alla parte più genuinamente umana di ciò che siamo e di ciò che possiamo o potremmo essere.

Nella prima parte, nella sezione dal titolo “Nei biancoscuri antefatti” si parla di cose e di oggetti, di lavori, di mestieri, alcuni dei quali quasi obsoleti, di sicuro antichi, molto poco globalizzati o globalizzabili: si parla di orti, di filari, di scalpellini, di giardinieri. Quasi a dire e a dirci che gli “antefatti” in realtà sono necessari e presenti. Poco dopo, per analogia e per contrasto, una sezione dedicata a simboli, quasi magici, allegorici, simbolici, e, alla fine della prima parte, “la deligittimazione”, tra favola amara e realtà, le guerre e le cornacchie, il campo del vivere messo a repentaglio.

Nella seconda parte il racconto in versi prosegue. Con una sezione con un titolo evocativo, con un rafforzativo interno: “Nell’aperto aperto Inferno”. Dante, ma anche i miti, draghi, tesori nascosti, Clitennestra, un repertorio di riferimenti per parlare del proprio tempo facendo appello a luoghi mitici. Anche per esorcizzare il dolore, mai spento, mai del tutto avulso, quella SLA d’amore, ad esempio, quella malattia che non può esser dimenticata ma che può diventare spunto per trovare nuovi parametri per la resistenza, ognuno sul proprio fronte, sulle trincee dei propri individuali mali, “contro il deserto che avanza/ unico amore che mi sostiene in questa/ guerra che mi pare persa in partenza – solo/ tu Stefania mia quotidiana epifania/ dittongo che inventa la mia resistenza/ ma tu non sai il peso di questo scudo/ le mie braccia vuote il mio cuore piegato/ la mia voglia di fuggire e trovare una fonte/ un sorso d’oasi che mi dia un po’ di calma ai polsi/ mentre mi scruti e lanci lividi spilli che conosco” (da Sla d’amore, pagina 116).

Si riparte poi, nella sezione finale, verso il “Nilo maggiore e minore”. La prima esplorazione è quella del tempo, il nodo fondamentale, con quel richiamo a quello che non è solo un fiume ma un mito reso acqua, movimento, cultura e fascino. Con una distinzione tra maggiore e minore che separa e unisce, unisce e separa. Così come gli eventi maggiori dell’esistenza si affiancano a quelli in apparenza minori fino al punto in cui il discrimine si perde e resta soltanto il sapore e il senso del fluire, dello scorrere verso un delta ignoto, che ognuno dentro di sé è tenuto a creare, o meglio a generare, come un seme gettato, una scommessa nel niente che può diventare una forma di esistenza.

Nella visione di Vaccaro, non solo poetica, il passato e il presente si intersecano, il mito è un modo per gettare luce, e calore, umano, sul presente, per cercare di comprendere, o almeno per non comprendere ma con un moto interiore più ampio, generoso. Parlando di luoghi distanti in realtà di ragiona sull’attualità, sul mondo di oggi, imperfetto, ingiusto e aspro, quello che Vaccaro mira a mutare, senza timore di accuse di idealismo, senza rinunciare a percorrere i sentieri delle utopie. È una rincorsa dura ma necessaria, una gara olimpica, un gioco serissimo, vitale. Come quello descritto a pagina 134, Ludi a Menfi : “tu ragazzo dagli occhi sfolgoranti/ a fare il sciuscià tra smorfie e canti/ nella polvere del mercato di Menfi/ e noi turisti disfatti a bere incantati/ il tuo ludente grumo di energia/ in filastrocche incomprensibili/ sulla pelle battenti più del sole –/ chi canterà nefertiti mia Afrodite/ la rosa della tua carne esplosa/ nella risata liberata da un bisturi/ di gioia – intelligenza che apre/ deridendo questa pancia di carne/ in scatola occidentale così colma/ di detriti ruggine e deserti”.

Il corpo come simbolo vivente, quella pancia occidentale che ormai deborda, a dispetto del mondo, dell’equità, della giustizia, ed è ormai piena di ruggine e deserti, deserti fatti di un pienissimo nulla, non quelli fascinosi ricchi di silenzi e di favolose visioni oniriche.

La vera natura, e il valore di maggior rilievo di questo libro, è la capacità di Vaccaro di porre fianco a fianco, adiacenti al punto di combaciare, il proprio mondo interiore e il mondo tout court. Il dolore altrui ma anche la bellezza autentica di popoli ancora spontanei e ricchi di umanità, quella che noi abbiamo perduto e perdiamo ogni giorno, non sono osservati con occhio distaccato o con sterile commiserazione. L’autore mette in parallelo il proprio essere con il mondo che percorre e che vede, ascolta, sente. Comprendendo, e forse è questo il consiglio, la richiesta, l’invito alla riflessione che ci deriva da questo libro, che gettare semi per se stessi è efficace, può dare frutti, soltanto se li gettiamo anche per gli altri. Non per generosità fine a se stessa, o per una presunta bontà, ma per un discorso più lineare: il mondo è un insieme di corpi e di voci, un organismo unico, in cui ogni singola parte è collegata alle altre. In un mondo come il nostro, in apparenza privo di speranza, la sola via di uscita è dare per riuscire ad avere qualcosa. Per ascoltarci, davvero, è la sola vittoria possibile arriva nel momento in cui riusciamo a sentire, nel senso della percezione più sincera, il grido altrui: Haiti è un urlo (pagina 140) : “Haiti è un urlo – l’ultimo/ di questa carne umana/ macinata dalla macina/ del dominio che decide/ senza domande chi nel mondo/ navigherà nell’oro o nella merda/ Il terremoto ha rotto il silenzio/ sulla infinita colonna in-fame di/ bambini in fila verso la bocca/ corrosa che li renderà liberi! – ma/ vedete come siamo trepidi e/ bravi nell’invio di soldati e/soccorsi/ Io giravo scalzo e senza/ pazienza senza consistenza/ senza accoglienza nemmeno del/ vento che mi braccava nella polvere/ come l’ultimo invisibile granello/ qual ero e nient’altro/ anch’io/ Che all’urlo d’ali della Terra/ bastò poco per sollevare/ fino a questi prati di cielo/ limpidi e senza limiti così/ pieni dello stesso niente che/ ero – finalmente angelo e/ libero”.    IM

Adam Vaccaro, poeta e critico nato in Molise nel 1940, vive da più di 50 anni a Milano. Ha pubblicato varie raccolte di poesie: La vita nonostante, Studio d’Autore, Milano 1978; Strappi e frazioni, Libroitaliano, Ragusa 1997, con prefazione di Giancarlo Majorino; La casa sospesa, Joker, Novi Ligure 2003, con postfazione di Gio Ferri; e la raccolta antologica La piuma e l’artiglio, Editoria& Spettacolo, Roma 2006, con prefazione di Dante Maffia. Infine, Seeds, New York 2014, è la raccolta scelta da Alfredo De Palchi per Chelsea Editions, con traduzione e introduzione di Sean Mark. Ha realizzato inoltre varie pubblicazioni d’arte:, Spazi e tempi del fare, con acrilici di Romolo Calciati e prefazioni di Eleonora Fiorani e Gio Ferri, Studio Karon, Novara 2002; Sontuosi accessi – superbo sole, con disegni di Ibrahim Kodra, Signum edizioni d’arte, Milano 2003; Labirinti e capricci della passione, con acrilici e tecniche miste di Romolo Calciati e prefazione di Mario Lunetta, Milanocosa, Milano 2005; I tempi dell’orsa (2000) e Questo vento (2009) con opere di Salvatore Carbone, Edizioni Foto: Nicola Picchione – Firenze PulcinoElefante. È stato tradotto in spagnolo e in inglese.

Con Giuliano Zosi e altri musicisti, che hanno scritto brani ispirati da sue poesie, ha realizzato concerti di musica e poesia. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti (tra questi Premio Speciale Astrolabio, Pisa 2007, a La piuma e l’artiglio) ed è presente in molti Siti, blog e raccolte antologiche. Collabora a riviste e giornali con testi poetici e saggi critici. Per quest’ultimo versante, ha pubblicato Ricerche e forme di Adiacenza, Asefi Terziaria, Milano 2001, Premio nel 2001 del Laboratorio delle Arti di Milano, sez. saggistica. È tra i saggisti del Gruppo redazionale che ha curato Sotto la superficie – quaderno di approfondimento sulla poesia contemporanea de “La Mosca di Milano”, Bocca Editori, Milano 2004; e tra gli autori de La poesia e la carne, Edizioni La Vita Felice, Milano 2009.

Ha fondato e presiede Milanocosa (www.milanocosa.it,), Associazione Culturale con cui ha realizzato numerose iniziative. Tra queste: “Scritture/Realtà – Linguaggi e discipline a confronto”, di cui ha curato con Rosemary L. Porta gli Atti, Milanocosa 2003; “Bunker Poetico” in collaborazione con M. N. Rotelli alla 49a Biennale d’Arte di Venezia, giugno 2001, di cui ha curato con G. Guidetti la raccolta Poesia in azione, Milanocosa, Milano 2002; la 1^ Carovana Nazionale di Poesia e Musica (21-31 marzo 2003), promossa e coordinata con Anna Santoro e Maria Jatosti; evento col patrocinio del presidente della Repubblica e dell’UNESCO in corrispondenza della Giornata Mondiale della Poesia del 2003. Ha curato con F. Squatriti 7 parole del mondo contemporaneo, libro di Poesia, Arti visive, Musica e altre discipline, Milanocosa ed ExCogita, Milano 2005; Milano: Storia e Immaginazione, Milanocosa, Milano 2011; Il giardiniere contro il becchino, Atti del convegno 2009 su Antonio Porta, Milanocosa, 2012. Cura la Rivista telematica Adiacenze, materiali di ricerca e informazione culturale del Sito di Milanocosa.

intervista a Dante Maffia

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Cari amici, Ferragosto è davvero imminente e molti di voi saranno immersi (è il caso di dirlo) in tutt’altre acque e differenti atmosfere.
Qui sulle sponde del web la scrittura e la poesia non vanno del tutto in vacanza e rilevano eventi interessanti.
Tra i tanti segnalati e segnalabili, faccio riferimento all’iniziativa “Erato a Matera” prevista oggi, 13 agosto. Il programma prevede tra l’altro un intervento di Dante Maffia su “La poesia oggi in Italia”. L’argomento è di particolare interesse e il personaggio ha una notevole conoscenza dell’ambiente, una lunga e proficua produzione, e, non ultima, una personalità definita e autonoma. Maffia ha frequentato autori del calibro di Pasolini, Bassani, Carlo Bernari, Amelia Rosselli, Enzo Siciliano, Domenico Repaci, Elio Pagliarani, Attilio Bertolucci, Giacinto Spagnoletti, Sandro Penna, Maria Luisa Spaziani, Giorgio Caproni, Aldo Palazzeschi. È stato candidato al premio Nobel per la letteratura, è poeta, scrittore, critico letterario e orgoglioso testimone della sua terra, la Calabria.
Gli ho posto alcune domande sullo stato attuale della poesia a cui ha risposto con schiettezza e verve, esprimendo il suo personale punto di vista su vari temi e argomenti, sia di carattere specifico che di portata più generale e onnicomprensiva.
Tutto ciò si inquadra alla perfezione anche nello spirito della rubrica A TU PER TU, il cui intento è quello di generare un potenziale dibattito, uno scambio di pareri e opinioni, sottolineando l’importanza di una pluralità di approcci e prese di posizione.
Partendo da questa intervista si può parlare, per analogia o per contrasto, di tutto ciò che ruota attorno al variegato pianeta della scrittura, e, in termini più ampi, di questo nostro tempo.
Qualsiasi commento che arricchisca il dibattito su questi temi è ben accetto.

L’intervista completa si può leggere anche a questo link: https://ivanomugnainidedalus.wordpress.com/2015/08/13/rubrica-a-tu-per-tu-intervista-a-dante-maffia/

Buona lettura! IM

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Intervista aDante Maffia

Che giudizio dai dell’attuale stato della poesia? Come valuti i nuovi fermenti letterari in particolar modo la sperimentazione, anche “ludica” o dissacratoria?

C’è uno stato della poesia attuale? O è soltanto un farneticare approssimativo e superficiale di velleità che crea confusione e non si pone nessun problema e soprattutto non parte dalla conoscenza del passato remoto e prossimo per confrontarsi, colloquiare, disconoscere, ampliare, indignarsi, aderire. Non ci sono nuovi fermenti se non in qualche solitario e ciò che viene offerto e imposto “ufficialmente” è ragione che non ha attinenza con la poesia. E attenti a giocare con la lingua e non fare come quello scienziato che stava studiando le stelle e s’è innamorato del cannocchiale.

Il solo significante, non mi stancherò mai di ribadirlo, non porta da nessuna parte. I giochi di prestigio e i cruciverba fatti passare per poesia sono ridicolaggini da circo equestre, che non lasciano traccia. Tra l’altro non sono affatto una novità le composizioni del nonsenso, appaiono in Gran Bretagna già nel Settecento. Ciò non significa che bisogna muoversi nell’acqua stagnante o putrida, ma con atteggiamento giusto, consapevoli che la poesia non è solo vocabolario o trovata, ma qualcosa di più profondo, un’alchimia imponderabile fatta di vari elementi che per diventare poesia devono amalgamarsi perfettamente.

A me, quando si parla di avanguardie, mi viene da ridere, perché chi scrive è sempre nella postazione delle avanguardie. E poi, ci possono essere le avanguardie se non esistono le retroguardie? Perché in Italia siamo arrivati a questo, perfino ad affermare che i classici sono roba inutile, zavorra. Intanto hanno alimentato epoche intere e alimentano anche la nostra nei più intelligenti e più accorti, perché la poesia è diversa dalla scienza. Qualsiasi insegnante di matematica e fisica delle scuole medie è più bravo di Galilei ma nessun insegnante di lettere ha una briciola di Dante Alighieri. La poesia non è sviluppo costante, approdo e svolta di un qualcosa, ma realizzazione di un miracolo di emozioni e di pensiero che spalanca la nostra coscienza ad emozioni inusitate che ci permettono di avere consapevolezza della realtà e del mondo. Insomma, la poesia, se c’è, è senza tempo e senza aggettivi, ecco perché chi mescola e fa il funambolo non coagula che aria fritta.

Pensi che la poesia, nell’intento di aprirsi ad un pubblico più ampio, rischi in alcuni casi di snaturarsi oppure che tale ampliamento sia insito nel processo innovativo?

Non ho mai capito perché la poesia dovrebbe, per alcuni deve, abbassarsi a un ruolo che non le compete e perché dovrebbe, o deve, andare a caccia di pubblico. Sento spesso, anche giornalisti di rango che però di poesia non conoscono neppure l’odore o la puzza, citare cantautori o cantanti con sussiego e convinti di avere scoperto l’acqua calda. La poesia, quella vera, può arrivare ovunque per vie impensate, ma programmarla per il cabaret è una illusione che diventa beffa. Basta fare una riflessione: il cabaret è spettacolo, la poesia è la negazione dello spettacolo, ecco perché i vari Sanguineti, Cacciatore, Balestrini, Zanzotto, Majorino, Pagliarani e i tanti figlioletti e nipotini come Santagostini, Delia, De Angelis, Cucchi, De Signoribus, Marcoaldi, Buffoni, hanno scritto pagine insulse che sembrano aborti di non si sa che cosa. Di loro non resta traccia, di loro non si ricorda di un solo verso. Anche la distruzione dovrebbe essere fatta con criteri creativi, ma se non esistono…

A volte mi domando il motivo per cui alcuni hanno scritto e pubblicato versi. E’ probabile che glielo abbia ordinato il loro medico curante per una qualche ragione psicologica. Non hanno da dire nulla, non provano e non danno vita, non accendono verso nulla… non avrebbero potuto continuare a fare i funzionari delle case editrici lautamente pagati, i traduttori, i professori universitari, i giornalisti?

È possibile andare oltre la distinzione classica tra prosa e poesia? Hai qualche suggerimento in proposito?

Anche quando sembrava che la distinzione fosse categoricamente da rispettare, la barriera o il muro compatto non ha mai impedito né ai poeti, né ai critici, di andare oltre la distinzione. Chi non ricorda le osservazioni di Luigi Russo, di Braccesi, di De Robertis, di Ravegnani, di Titta Rosa, di Sapegno su alcuni brani de I promessi sposi? Chi non ricorda quel che si disse sui poemetti in prosa di Baudelaire o di Lautreamont?
A me è sempre parsa, questa, una questione di lana caprina. Ovviamente se si tratta di prosa che ha un suo ritmo, una tenuta, un timbro, un lievito che fa smuovere il significato nel ritmo vitale delle immagini e del pensiero. Altrimenti, se è prosa sciatta non riesce ad avvicinarsi alla poesia e segue la sua natura. Tutto sta, insomma, nella bravura di chi scrive, nelle sue qualità, nella sua tenuta.

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La scrittura a tuo avviso è più ispirazione o mestiere? Ovvero, parafrasando Rilke, come interpreti il concetto di “necessità di scrivere”?

Nella Lettera al giovane poeta Rilke ha sintetizzato il problema in maniera decisiva. Ultimamente ne hanno scritto comunque in tanti, da Borges a Kundera, da Vagas Llosa a Brodskij e ho notato che alla fine sono tutti concordi su un punto: il mestiere è necessario per avere una maggiore possibilità espressiva e una più precisa consapevolezza delle qualità, ma senza il famoso “quid” che dà alla parola le ali, non si va da nessuna parte. Si fanno resoconti più o meno piacevoli, si offrono spezzoni di non si sa che cosa, si scrivono pagine senza costrutto e via dicendo… e il bello è che critici o giornalisti stupidi o prezzolati “interpretano” lo sciocchezzaio e ne danno spiegazioni estrose con un abuso sperticato della parola semantica.

“Poeti si nasce, grandi si diventa”, detta un adagio goethiano, e la natura dovrebbe insegnarci qualcosa. Ci sono le querce e ci sono i pini e i lecci, per restare agli alberi, e per quanto si possano curare le querce, potarle al tempo giusto, corteggiarle e adorarle, non porteranno mai né fichi, né arance, neppure con gli innesti più fantasiosi.

Ogni uomo nasce con predilezioni (se volete, chiamatele vocazioni) che naturalmente bisogna coltivare e innaffiare per ottenere che diano frutti. Così è anche per la poesia. Non si spiega altrimenti la dedizione totale di alcuni fino all’immolazione.

Quale rapporto sussiste tra la “necessità di scrivere” e la sperimentazione, anche “estrema”, e con l’avanguardia di cui abbiamo accennato poco sopra?

La necessità ha una capienza, una misura… e dunque non si possono giustificare gli sproloqui di nessuno. L’ho già detto, la poesia è di volta in volta sperimentazione per vedere se la parola riesce a contenere percezioni ed emozioni, pensieri ed esperienze. Nessun poeta si sognerebbe mai di adagiarsi nel comodo alveo dell’insignificanza per navigare per mari ottusi o inerti. E chi sventola la parola avanguardia credendo di lasciare indietro gli altri è un illuso che fa la corsa senza veri avversari.

La poesia, essendo creazione, è di per sé un rischio continuo. Ma rischia chi “sente”, chi “vede” oltre, chi sa scavare nel proprio io e nelle ragioni dell’altro e del fluire incessante del tempo.

Ci sono troppi mestieranti che si dicono poeti e troppi dilettanti che fanno altrettanto. E’ una marea che ormai fa quasi paura, anche perché internet permette la visibilità, che è un bene e un male. Ma a questo punto la discussione si farebbe troppo vasta con implicazioni sociologiche e antropologiche di dimensioni planetarie. La poesia vive e si genera nella semplicità, nel germogliare di una luce che è calore e dimensione umana. Non riconosce la stupidità e l’alterigia, non lega con la banalità e con la confusione. Né tanto meno con le mascherate degli pseudo avanguardisti.

Secondo te le case editrici sono ancora in grado di fare “scouting” di nuovi talenti o si limitano a rincorrere i “fenomeni ” del momento?

Le case editrici hanno cambiato natura. Dopo aver letto un mio libro un editore mi ha detto, sorridendo: “Ma questa è letteratura, per carità, pubblicarlo sarebbe un suicidio”.

Scouting di nuovi talenti? Forse quando a dirigere le collane c’erano i Vittorini e i Pavese, i Bassani e gli Spagnoletti, i Ravegnani e i Titta Rosa, i Sereni e i Bazlen… Oggi ci sono direttori commerciali e se proprio devono scegliere allora è meglio fare favori a un amico, a un compare o a un politico, tanto, la poesia chi la legge più? E chi la capisce? Ed ecco il proliferare, nelle grandi case editrici, di pagine grufolanti, di versi la cui insipienza non ha nome. L’appiattimento è assicurato, la democrazia dell’oscuro dettato può trionfare.

Non c’è la rincorsa neppure ai fenomeni del momento, perché semmai i fenomeni sono creati dai favoritismi.

Non so se siamo vicini alla morte della poesia, diciamo semmai al suo tentativo di soffocamento. Anche se questi signori dell’editoria non hanno fatto i conti che i poeti veri, quelli che hanno da dire, che hanno “necessità” di scrivere, vivono nelle catacombe e tutti sanno che dalla catacombe prima o poi rinasce il pulsare del senso nuovo.

Come giudichi la critica letteraria attuale? Esempi come Primo Levi e Tomasi di Lampedusa, le cui opere furono inizialmente rifiutate da prestigiose case editrici, sono ancora oggi un memento dell’incapacità di alcuni critici di comprendere la portata e il valore di un’opera?

In qualche modo ho già risposto a questa domanda. Aggiungo soltanto una postilla. Può succedere che un’opera non piaccia, non convinca, non mi scandalizza il fatto. Una bellissima donna, anche riconoscendola tale, può non attirarci o interessarci. Ma oggi non si tratta di questo, oggi c’è un progetto organizzato che punta a portare avanti i “propri”, al di là delle qualità. Tanto c’è l’editing, il sondaggio, la pubblicità. E se non funziona pazienza. Ci sono autori totalmente e sempre invenduti ma che continuano ad essere pubblicati dalle sigle acclarate. Non parliamo della poesia.

Cosa ne pensi dei fenomeni come l’autopubblicazione e l’editoria a pagamento?

Sono fenomeni, come tu stesso dici, e se non prendono soldi dallo stato o dagli enti, non mi tocca. Comunque a volte si trova qualche bella sorpresa impossibile, quasi, da trovare nelle collane un tempo prestigiose. Ci sono riflessi sociali? C’è un inquinamento? Non so valutarlo appieno, e comunque questo fiume immenso di carta molto spesso è avallato dai così detti grandi nomi di critici e poeti.

Oggi 13 agosto a Matera si tiene il Festival dell’arte e della poesia “Erato a Matera”. Che ruolo hai in questa manifestazione?

Sono stato invitato da amici a cui voglio bene e che stimo e andrò a Matera con gioia perché la ritengo una delle più belle città italiane. Un ruolo? Credo quello di stare insieme con altri poeti e critici, discutere, confrontarmi, mettermi in discussione, come faccio sempre, per cercare di crescere. Conosco i miei molti limiti e ho sempre voglia di eliminarne qualcuno grazie alla disponibilità culturale e umana degli altri. Lo dico senza falsa modestia.

Le tue radici sono profondamente legate alla tua terra, la Calabria. Pensi che la poesia e la cultura trovino adeguato spazio nelle politiche di valorizzazione territoriale? Hai in mente progetti, iniziative, collaborazioni che vanno in questa direzione?

La Calabria è la mia culla e la mia identità. Ha troppi nodi intricati nel suo seno e qualcuno mi si è conficcato nel sangue. È una regione troppo frastagliata, composta da oltre quattrocento paesi uno diverso dall’altro per tradizione, storia e cultura. Non ha un unico volto, tuttavia ci sono delle zone di eccellenza grazie a uomini fattivi che credono nella forza delle idee e della poesia. Manca un coordinamento generale e quindi la valorizzazione è sporadica, spesso inefficace.No, nessun progetto e nessuna iniziativa. Vivo, sogno. Sono pazzamente innamorato, ma non domandarmi di che cosa o di chi. Vivo la Poesia intensamente, totalmente.

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