GATTI ROSSI

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Fummo svegliati tutti da un canto urlato, quella notte. Così fluido e intonato, angelico, quasi asessuato, che per qualche istante rimanemmo incantati nel letto, cullati dalla melodia, prima di alzarci di scatto inferociti per affacciarci alle finestre. Ma quell’attesa, caseggiato dopo caseggiato, era sufficiente a quel corpo e a quella voce per allontanarsi, sparendo ogni volta oltre l’angolo, in un altro vicolo. Così, al mattino dopo, ci ritrovammo nei cortili, sbalorditi e furibondi, senza che nessuno avesse visto l’autore della serenata notturna all’intera città. Nessuno era in grado di dire con certezza neppure se si trattava di un cantante o di una cantante.

Andai al lavoro più rintronato del solito, quella mattina. Non fino al punto però da non essere in grado di notare un particolare curioso, una sfida alla logica e alla statistica: i gatti che incrociavo lungo le strade erano tutti rossi. Soffici, grassi e dal pelo fulvo. Tutti di buon umore, inoltre. Mi guardavano e ridevano, letteralmente, sotto i lunghi baffi, come per dirmi “Non ci capisci niente, vero?”.

In effetti non potevo smentirli. Ma proseguii, tutto sommato tranquillo, dicendomi che si trattava di un caso, e che ai gatti di altri colori semplicemente non avevo prestato attenzione. E poi il fatto che sorridessero, o che a me così sembrasse, aveva migliorato anche il mio, di umore, per quanto possibile.

Al lavoro quella mattina erano tutti civili e cortesi. Perfino la segretaria Contelli, detta PH, Quoziente di Acidità. Giudicai anche quella una benevola coincidenza. In quel preciso istante però la udii di nuovo. La musica, il canto celestiale. Pensai ad una radio accesa. Ma nella nostra ditta le radio erano state bandite fin dalla fondazione. Ipotizzarne la presenza era assurdamente vano. Non meno assurdo e ineluttabile però era il fatto che io la musica, nonostante tutto, continuavo a sentirla. Mi alzai dal tavolo con una scusa e mi misi a cercare nei ripostigli e nelle stanze chiuse da tempo immemorabile. Non trovai nulla, ma confermai a me stesso l’intenzione di prenderlo a tutti i costi, il cantore clandestino. Giù per le scale riuscii quasi ad afferrare la sua ombra per una paio di volte. Ma nell’attimo decisivo si insinuava negli interstizi del tempo e dello spazio, come se svanisse tra un fotogramma e l’altro della vita.

Sentii il bisogno di solidarizzare con qualcuno.

“Stavolta l’ho quasi preso”, bisbigliai al mio vicino di scrivania.

“Hai preso chi?, replicò sbadigliando.

Iniziai a sospettare che anche l’ascolto della serenata notturna non fosse stato condiviso da nessuno. La sera fermai con una scusa il mio vicino di pianerottolo. Feci cadere il discorso come per caso sull’argomento dei rumori notturni.

“Mai dormito così bene come in queste ultime notti. Dovrebbe solo provarci qualcuno a fare chiasso qua sotto di notte. Ho un fucile da caccia più veloce dei fantasmi”, grugnì.

Diedi la colpa allo stress, e decisi di prendermela più comoda nei giorni a venire. Ma continuavo a percepirlo. Io soltanto lo vedevo e lo sentivo, armonico e spietato più che mai.

Oggi, venerdì 31 maggio, sento che è arrivato davvero il momento di parlare con un esperto. Nella nostra cittadina le opzioni sono poche: c’è un solo psicologo, anzi, una psicologa, Stefania Ermiani. Prendo un appuntamento, seppure a malincuore, e vado in visita da lei. La guardo a lungo mentre lei scruta me. E’ bella, colta, con una luce calda e viva negli occhi. Trovo il coraggio di rivelarle tutto. Mi ascolta in silenzio, si alza lentamente, e, senza smettere di sorridere, mi sfiora le spalle.

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“Dottoressa, io la musica la sento… adesso!”

“Questa è reale. E’ la filodiffusione. Non devi preoccuparti, va tutto bene”.

Mi giro e non c’è più. E’ sparita. Rientra qualche minuto dopo dal lato opposto, con una camicia leggera di seta. Si mette a cantare. Fluida, intonata, angelica, quasi asessuata. Ma quel quasi scompare nell’attimo esatto in cui libera dai veli un seno bianco e sodo, carne solida, femminea, senza ombra di dubbio. Bellezza che danza lieve tra le pieghe del tempo. Come i lunghi capelli rossi che scioglie, ora, sulla pelle calda delle spalle.

Mi si avvicina, vibrante, appassionata, e confessa. E’ lei, stavolta, che confessa a me: “Sai, neppure io sono tanto stabile mentalmente. Per averti sono diventata sonnambula. Sogno ed incubo”.

Sì, era lei il mio sogno ed il mio incubo. Solo sogno, adesso, anzi, solo realtà.

“Mi sono divertita all’inizio – prosegue. Ho fatto una scommessa con me stessa. Ho scommesso che sarei riuscita ad essere più rapida e furtiva dell’amore. Passandogli accanto, ad un palmo, un soffio, un respiro, per poi schivarlo ogni volta, lasciandogli solo aria impalpabile.

Ho perduto. Sono qui, ferma, immobile, pigramente vinta. Mi sento un po’ come il mio Vincent”.

Così dicendo allunga la mano sotto il tavolo per accarezzare un soriano, soffice, grasso, dal pelo fulvo, che si sposta quel tanto che basta per lasciarmi vedere la sua faccia e i lunghi baffi frementi.

Senza volermi dire niente di più e niente di meno, stavolta, della gioia arcana, profonda, misteriosa, della sua risata.

Ivano Mugnaini

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