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Alcune lezioni sulla vita e sulla morte

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Ho incontrato Narda Fattori a Sant’Arcangelo di Romagna il 22 ottobre scorso. Sapeva che le restava poco tempo eppure ha accettato di presentare il mio libro alla Biblioteca Baldini. Lo ha fatto senza mai smettere di sorridere, facendo sua la vicenda narrata, raccontandola come se la avesse vissuta in prima persona brano dopo brano. La ha tramutata in una storia nuova, fedele e libera allo stesso tempo. Poi, assieme ad Antonella Brighi ed altri amici, siamo andati a cena. Era la terza volta che le parlavo di persona. La prima era stata a Pisa, la seconda a Sogliano al Rubicone, al Premio Venanzio Reali di Bruno Bartoletti. Eppure, seduto accanto a lei, io, orso non di rado laconico, mi sentivo allo stesso tempo parente e amico, figlio e compagno di viaggio di una lunga gita, una scampagnata sui prati della vita. Narda aveva una dolcezza aliena alle sdolcinatezze. Ti guardava fissa negli occhi, dava e chiedeva verità. Pur sapendo sempre capire e in fondo amare allo stesso modo, con la stessa forza, anche l’errore, l’imperfezione.

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Narda sapeva che il mondo è storto e sbilenco ma non per questo lo disprezzava, anzi, lo amava con più volontà. Nelle sue Parole agre c’era la dolcezza di chi sa quanta fragilità ci sia nella forza e quanta forza nella fragilità.

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Narda ha cantato i suoi versi e raccontato le sue storie fino in fondo. Senza mai smettere di assaporare i versi, il vino e ogni boccone di pane, cogliendone la sacralità concreta, il legame tra le zolle e quei colori sfumati e cangianti che sono sopra e dentro di noi.

E io, seduto accanto a lei, forestiero strano, viaggiatore spaesato, mi sono sentito a casa mia.

Sempre certo della sua presenza, sempre incerto riguardo alla possibilità di ricevere da lei una carezza o uno scappellotto, semischerzoso certo, ma sempre molto schietto e robusto.

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Ho incontrato Narda Fattori tre volte in vita mia ma oggi ho perduto qualcuno che avevo vicino.

La regola si conferma: nella vita conta la qualità, non la quantità.

 

Sono certo che se Narda leggesse queste parole le correggerebbe con una penna rossa e aggiungerebbe una battuta di spirito, lieve e corposa allo stesso tempo, ad ogni frase.

Ci inviterebbe magari a leggere o rileggere un suo libro, dicendoci che siamo dei patacca, che lei è ancora qui.

Ed avrebbe ragione lei, tanto per cambiare.

Dall’insegnante Narda Fattori ho ricevuto alcune lezioni sul modo di affrontare la vita e la morte: con coraggio e lievità, senza mai smettere di essere umani, con tutto ciò che comporta, l’impegno e il gioco, la ragione e la passione.

Spero di avere recepito abbastanza e soprattutto spero di sapere applicare qualcosa di ciò che senza mai predicare, senza mai pontificare, ci ha mostrato.

Ciao Narda, alla prossima cena, su qualche nuvola dove fanno un’ottima piadina

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I FUNERALI DEL SUICIDA

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Questo scritto farà parte, forse, di un mio futuro libro. Di sicuro, volente o nolente, farà parte di me.

Ad Angelo B. (ora che è tardi)

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I FUNERALI DEL SUICIDA

Ai funerali del suicida non c’era quasi nessuno. Solo un drappello sparuto di corpi chini lungo la salita, e un prete con la faccia assorta, ossuta, dubbioso se celebrare la funzione, incapace di dirsi se fosse consentito, se un morto in tali circostanze lo meritasse o meno.

Mia madre avrebbe voluto salvarlo, il suicida, parlando con il suo fratello sano. Mia zia si chiedeva senza tregua che ne sarebbe stato dell’altro fratello, quello malato, quello disgraziato. Chi si sarebbe occupato di lui?

E io qui. Assente. In una stanza chiusa, a scrivere su Facebook. Molto più facile, non c’è che dire, che calpestare i suoi stessi passi, almeno da morto.

Io qui. A cercare un “mi piace” da gettare come un fiore di plastica sulla sua vita, sulla sua croce.

Ai funerali del suicida, c’era, seduta in un angolo, sdegnosa, con uno scialle grigio che le copriva la faccia, la sconfitta.

Molti condividevano il suo stesso sguardo, altri continuavano a dirle mi piace, signora, il suo vestitino; certi restavano ammirati, a bocca spalancata, altri ancora disegnavano con le dita un cuoricino simpatico.

——-

Ad altri funerali di persone normali ho visto ali larghe e folte di folla.

Ma lui, il suicida, non era normale. Non era integrato, non era neppure diplomato.

In vita sua ha soltanto badato a suo fratello, ha spazzato con il sole e con il vento la strada davanti alla sua casa, ha amato ogni persona che aveva accanto fino a che è vissuta, e, dopo, più di prima. Ha resistito finché ha potuto al suo cuore massacrato.

Non c’era quasi nessuno al suo funerale.

Solo un cielo chiaro, assolato.

Rideva? O si preparava ad accoglierlo?

Non lo so.

So solo che qui ogni angelo è scarno e muto e le foglie davanti alla sua casa ora sono gialle e marroni, serpenti vincenti nelle crepe fragili in cui scivola la vita.

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Rai News: una lettura de “Lo specchio di Leonardo”

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Ivano Mugnaini

“Lo specchio di Leonardo”

http://poesia.blog.rainews.it/2016/11/ivano-mugnaini-lo-specchio-di-leonardo/

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di Daniele Campanari

Essere come Leonardo significa somigliare a uno specchio, ma non uno di quelli in cui siamo abituati a rifletterci per superbia o esibizionismo: uno specchio identico a un uomo. Ivano Mugnaini lo ha chiamato proprio “Lo specchio di Leonardo” (Eiffel Edizioni, Caserta, 2016) il suo libro e, senza inganni programmati, fa sapere che il protagonista è tale e quale al pittore. Da Vinci – proprio lui, il famoso uomo che ha dipinto l’altrettanto nota Gioconda – prende però soltanto una parte della scena; l’altra, quella che resta, è affidata a un alter ego: un personaggio che Leonardo “sfrutta” per stare da solo e scoprire i sentimenti pur senza togliere tempo alla vita, oppure per portare a termine i suoi scopi. Quali? Non è questo il momento per dirlo – tantomeno lo spazio – e forse neppure Mugnaini lo dice: lascia che sia il lettore a farsi un’idea, a chiarire se Leonardo è impegnato con le sue opere o c’è qualcosa di più, di personale: “Nonostante tutto questo, non molto tempo dopo il fallimento della statua equestre, Ludovico il Moro mi diede il compito di affrescare l’immagine dell’Ultima Cena il refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie, chiesa particolarmente cara alla sua casata. Mi impartì l’ordine in modo diretto e naturale, come se mi avesse richiesto di dipingere con una mano di bianco un muro di cinta o una parete annerita dal fumo di un camino. Ero io però, non lui, a dover passare giorni e giorni in quel luogo di preghiere e dolori, tra monaci vecchi e giovani che si muovevano troppo lenti o troppo frenetici, nascondendo nella tela del saio corpi assaliti da rimpianti e desideri. […]” (pag.35).

Dama ermellinoDue volti di donna

Le pagine, alle quali Mugnani dice di “tenere particolarmente”, chiariscono chi potrebbe essere “il genio” e nascono “da un film-documentario, uno dei tanti dedicati a Leonardo” dove si mostrano gli studi scientifici e militari fatti con gli specchi. L’esordio è affidato a uno scenario tipico del tempo: un cavallo traina una carrozza mentre all’interno si narra il riposo di Leonardo e il suo identico. La qualità del racconto sta anche tra le parole che compongono un linguaggio non esagaeratamente moderno: scelta corretta dell’autore che dimostra di saper fare. D’altronde, Da Vinci non vive tra i fatti del mondo contemporaneo, non deve mica rispondere ai referendum costituzionali e non è neanche iscritto a Facebook. Quindi, se si vuole leggere qualcosa di originale che tiene il passo, lo si può dire leggendo il racconto di Mugnaini. Si badi bene, racconto e non romanzo, perché la vicenda si conclude a 87 pagine tra le quali è stato tracciato un inedito Da Vinci. Inedito perché mai scritto in questo modo e probabilmente assorbito dal lettore che avrà la possibilità di dire di aver conosciuto uno dei migliori profili del maestro di Anchiano.

Ivano Mugnaini è autore di romanzi, racconti, recensioni e note critiche. Collabora con riviste ed editori. Ha curato la rubrica “Panorami congeniali” sul sito della Bompiani RCS. Tra le sue pubblicazioni la raccolta di racconti L’algebra della vita e il romanzo Limbo minore. Il suo racconto Desaparecidos è stato pubblicato da Marsilio e il suo romanzo breve Un’alba da Marcos y Marcos. Cura il blog letterario “Dedalus”, e il sito www.ivanomugnaini.it

Giacomo Leopardi, 29 giugno 1798

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In occasione della ricorrenza della nascita di Leopardi, ripubblico un articolo sui suoi luoghi, sognati e poi finalmente veduti, il mondo, la bellezza, e, in alcuni momenti, la felicità: vista, scritta, vissuta.

 Viaggi al centro dell’autoreA silviaIl giovane favolosoIvano MugnainiLeopardiLungarnoPisa

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Ci sono luoghi che ti entrano dentro, e senza accorgertene, ti trasformano. Fu così anche per Leopardi che a Pisa si trovò a vivere un periodo del tutto nuovo, un’epoca diversa, sia a livello creativo che sul piano esistenziale.
“Ho qui in Pisa una certa strada deliziosa, che io chiamo Via delle Rimembranze: là vo a passeggiare quando voglio sognare ad occhi aperti”, scriveva il poeta.
Una distanza minima quella di Pisa rispetto a Firenze, la città dove risiedeva in precedenza, ma resta comunque grande la distanza tra il Leopardi fiorentino da quello pisano. La domanda, the question, è pertanto la seguente: fu la città di Pisa a trasformare il poeta, oppure, semplicemente, gli consentì di manifestare ciò che aveva sempre avuto dentro, una componente essenziale del suo modo di essere e di sentire, una sua natura alternativa, se non, addirittura, preponderante? Ai posteri l’ardua sentenza, avrebbe detto un illustre collega di Leopardi. Il problema è che noi, hic et nunc, ampiamente posteri, siamo anche ampiamente incerti riguardo ad una possibile risposta.
Parafrasando Montale potremmo dire che tutto ciò che sappiamo è quello che non abbiamo, quello che non è.
Di sicuro Leopardi non era e non è la figura deforme e monocorde stigmatizzata in molti libri scolastici in stile Bignami.
Non era e non è, Leopardi, il pessimista che esalta la fugace bellezza del sabato per poi ripiegarsi frustrato nel disincanto della domenica. Non è quello che gli adolescenti di oggi, con una definizione sbrigativa ma efficace, chiamerebbero un “gobbetto sfigato”.
Non era e non è, Leopardi, solamente l’omino chino sulle sudate carte o recluso nella biblioteca del padre già del tutto assimilata e metabolizzata in tenera età. Leopardi è questo, ma è anche e forse soprattutto un uomo vorace di vita, quella stessa vita che ha scrutato con occhio filosofico e rigoroso, senza mai però smettere di guardarla con profondo interesse e naturale curiosità.
È anche l’uomo che mentre traduce dal greco e dall’ebraico disegna vignette corredate da didascalie, volutamente infantili, dedicate alla saggezza popolare o a freddure dense di spirito lieve. È l’uomo di origine nobile che ascolta i rumori del villaggio, i suoni, i canti, la musica, percependo il lusso di una semplicità d’animo che a lui non è toccata in sorte ma di cui subisce la fascinazione. Lo stesso fascino enigmatico e vitale che percepisce nelle donne, da sempre corteggiate e inseguite per la loro sfuggente e imprescindibile malia.
Il poeta di Recanati era immerso nel passato ma anche estremamente attento al suo tempo, quello personale e quello dell’epoca storica in cui visse. Impegnato nella ricerca di un cambiamento, anche quello della nazione, afflitta da schiavitù, ingiustizie, squilibri e miserie rispetto a cui sarebbe bello poterci dire postumi.
Questa creatura complessa e multiforme, arrivò al momento giusto, nella giusta stagione, in una città che forse gli somigliava: radicata nel territorio ma anche punto d’incontro di viaggiatori, scrittori, filosofi, scienziati, fervida di salotti colti ma non ingessati, aperti alle idee nuove, anche rivoluzionarie. Città famosa per gli studi, ma ben lungi dall’essere un museo, avvolta semmai da una bellezza vibrante, come quella che scorre nell’alveo del fiume e nei viali che lo circondano come in un abbraccio, i Lungarni.
A Pisa Leopardi trova il modo di armonizzare la sua sete di vita con la sua necessità di dare ordine al suo patrimonio di ricordi ed emozioni. Trova stimoli ma anche lo spazio per riflettere ulteriormente, facendo nuovi progetti, nuove ipotesi di ponti tra sé e l’esistere.
Partendo da questo presupposto, si fa meno fatica a pensare che il passeggiatore trasognato di via delle Rimembranze sia lo stesso autore che definiva la vita come sventura e inganno. Si fa meno fatica a immaginare il sorriso del poeta lungo le strade che risuonano di voci.
Per Leopardi Pisa fu lo sbocciare di una primavera nel pieno dell’inverno. Egli vi arrivò nel novembre 1827 per sfuggire ai rigori dell’inverno fiorentino, e vi si trattenne fino al giugno ’28.
In una delle lettere inviate dalla città toscana alla sorella Paolina ebbe a scrivere: “Sono rimasto incantato di Pisa per il clima: se dura così, sarà una beatitudine. L’aspetto di Pisa mi piace assai più di quel di Firenze. Questo Lungarno è uno spettacolo così bello, così ampio, così magnifico, così gaio, così ridente, che innamora: non ho veduto niente di simile né a Firenze né a Milano né a Roma, veramente non so se in tutta l’Europa si trovino vedute di questa sorta. In certe ore del giorno quella contrada è piena di mondo, piena di carrozze e di pedoni; vi si sentono parlare dieci o venti lingue, vi brilla un sole bellissimo tra le dorature dei caffè, delle botteghe piene di galanterie, e nelle invetriate dei palazzi e delle case, tutte di bella architettura. Nel resto poi, Pisa è un misto di città grande e città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto così romantico, che non ho mai veduto altrettanto. A tutte le altre bellezze, si aggiunge la bella lingua. E poi vi si aggiunge che io, grazie a Dio, sto bene; che mangio con appetito” (12 novembre 1827).

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Non sarebbe pertanto un paradosso suggerire agli odierni amministratori della città di apporre una postilla all’iscrizione sul Lungarno dedicato a Leopardi sottolineando che a Pisa oltre che a ritrovare la vena ispiratrice il poeta ritrovò anche l’appetito. Perché in questa annotazione, apparentemente banale e prosaica, in realtà c’è moltissima poesia e la sintesi tra grandezza e umanità, natura eterea e carnalità.
In quest’epoca che tende a “smaterializzarci”, a ridurci a icone di smartphone, sorridiamo a nostra volta immaginando gli impulsi genuini di un uomo che aveva fatto della parola e del pensiero, del ragionamento poetico-filosofico, la sua essenza. Pisa gli conferma ciò che ha già insito: la sua fame di vita. Gli permette di osservare la bellezza senza essere soffocato dal gelo della riflessione. La mescolanza dell’urbano e del contadino, della Pisa mondana e della Pisa intimista, lo affascina e lo coinvolge. In questo clima potrà scrivere due delle sue più importanti composizioni, così apparentemente distanti l’una dall’altra, ma in fondo accomunate dal filo di un sentimento identico declinato in forme diverse, l’amore: “A Silvia” e “Risorgimento”.


Pisa dunque, come zona franca, opportunità rara e preziosa per il lusso di dialogare con il vero se stesso. Forse anche Leopardi avrebbe condiviso le parole scritte molti decenni dopo da Albert Camus: “ Solitudine e sete d’amare. Pisa, finalmente, viva e austera, coi suoi palazzi verdi e gialli, le sue cupole e, lungo l’Arno, la sua grazia. Città pudica e sensibile. E così vicina a me di notte nelle strade deserte che passeggiandovi solo, la mia voglia di lacrime finalmente si sfoga. Qualcosa di aperto in me incomincia a cicatrizzarsi”.
Con le parole di un altro scrittore, Gianni Rodari, si può arrivare forse ad una conclusione che, pur nella sua forzata semplicità, ci avvicina di un passo, come in una marcia infantile e sorridente a un’ipotesi: “Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio la torre di Pisa”. A Pisa Leopardi scopre che nell’errore della vita, così storta e asimmetrica, c’è la tenacia della bellezza e la bellezza di una tenacia che ha in sé qualcosa di semplice e arcano, ostinatamente ammaliante.
O magari siamo noi, proprio noi, a scoprire o riscoprire nelle nostre rispettive città, nelle nostre affollatissime solitudini, che ci sono “errori”, persone fuori da ogni schema, che contengono in sé tutta la complessità e la ricchezza della natura umana, persone non riducibili a formule univoche, connotate dalla sola costante di una cangiante ma ininterrotta ricerca di territori adatti alla bellezza e alla poesia.

L’esploratore

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Una mia esplorazione dei territori aspri e vitali del tempo e delle scelte.
Pubblicata originariamente su Poetarum Silva, https://poetarumsilva.com/2016/05/31/ivano-mugnaini-lesploratore/

I due più grandi tiranni

della terra: il tempo e il caso

 J.G. Herder

 

            Passando in treno di primo mattino davanti a file di case sbarrate da inferriate, cancelli, pilastri di granito e catene, bocche serrate da segreti e paure, Gianrico Efesti fu colto dal desiderio imperioso di scoprire dove si nascondessero la bellezza e la bontà, dove diavolo fossero finite. Prese a scrutare  le forme, i colori, le file di panni stesi ad asciugare, le macchine parcheggiate e i giocattoli lasciati nei giardini, cercando di ricavare da ogni segno una chiave, una risposta. Dopo diversi minuti di corsa affannosa dei vagoni e degli occhi,  stremato, si arrese. L’impresa era irrealizzabile. Troppi dati, frammentari, contraddittori. Si lasciò sprofondare di nuovo sul sedile, vinto. Ma in quello stesso attimo un sorriso inatteso gli percorse la faccia. Si accorse che solo la prospettiva era sbagliata: il progetto, di per sé, aveva un senso.

          Era possibile trovare ciò che cercava, sì, ma all’interno, nel treno su cui  correva e di cui era parte integrante. Uscì dallo scompartimento che occupava da solo, e si avventurò nel corridoio. Per fortuna il treno era di quelli all’antica, con file di scompartimenti chiusi da tendine come tante minuscole case. Era libero in tal modo dalla schiavitù numerica delle moderne Frecce, bianche o rosse che fossero, in ogni caso carrozzoni promiscui con i posti fissi prenotati in anticipo. Su quel treno era ancora possibile muoversi a piacimento e selezionare. Sbirciando attraverso i vetri ci si poteva scegliere i compagni di viaggio, facendo finta magari di essere appena saliti o dichiarando schiettamente di essere lì per farsi quattro chiacchiere.

          Vagò un po’, incerto, non del tutto convinto. Alla fine percepì, odorò e aspirò con foga la giusta atmosfera. Aprì la porta con un gesto fluido ed entrò sorridente. Guardò le facce dei passeggeri e gli venne in mente, nitida, immediata, una frase tratta da Il mio cuore messo a nudodi Baudelaire: “Esistono solo tre esseri rispettabili: il santo, il guerriero, il poeta. Sapere, uccidere, e creare”.

          Lì dentro, nel mirabile microcosmo in cui si era introdotto, i tre esseri speciali erano presenti. Lo testimoniava l’abbigliamento, ma anche le voci e i gesti. Nascosto da buffi occhialini con una montatura di metallo, il più giovane dei tre uomini lo sbirciava di tanto in tanto con un sorriso dolce. Sembrava invitarlo a inserirsi nella conversazione, a dire la sua con serenità. Accanto a lui un tipo dal fisico colossale vestito di verde mimetico faceva a pezzi ad ogni frase l’aria e le orecchie di chi lo ascoltava. Sembrava sfidare chiunque, non escluso se stesso, a contraddirlo, proponendo un’opinione che non fosse soltanto un’eco in tono minore della sua. Il più stralunato dei tre guardava alternativamente le sue scarpe e un punto indefinito perso nelle pianure. A tratti sembrava ascoltare i discorsi degli altri, ma gli occhi, sul più bello, tradivano lampi di luce e bagliori crepuscolari, ugualmente alieni.

          Mentre Gianrico lo osservava cercando di sintonizzarsi sui suoi ritmi, la porta dello scompartimento si aprì. Una giovane donna scivolò all’interno senza un rumore e si sistemò sul sedile su cui aveva lasciato una minuscola borsetta. Un istante dopo era già immersa in una rivista di moda che sfogliava con mano ferma, rigida come gli occhi. Gianrico la osservò a lungo, con prudenza, con attenzione, come un ragazzo che ruba pomi dorati da un giardino privato con tanto di recinzione metallica. La immaginò nel bagno del treno, intenta a detergere un velo di sudore dalle carni profumate.

          Si sentì pervaso da un calore dolce. Eccitazione, desiderio e orgoglio percorrevano con dita carezzevoli il corpo e la mente. Dopo aver attraversato giungle di dubbi, in quell’istante aveva di fronte il panorama umano che aveva cercato: la bellezza e la bontà, la soave lettrice e l’uomo dagli occhi traboccanti di gentilezza. Sentiva ancora su di sé lo sguardo del giovanotto con gli occhiali. Ora che più che mai sembrava incoraggiarlo, spingerlo con delicata urgenza ad esprimersi rivelando ciò che aveva dentro. La bontà lo spingeva in direzione della bellezza.

          I timori si dissolsero e Gianrico trovò la forza di manifestarsi con una domanda entusiasticamente galante rivolta all’appassionata di moda. Lei alzò la testa, finalmente. Lo scrutò con uno sguardo di disprezzo agro e profondo, con lineamenti tozzi, così gelidamente inespressivi da farla somigliare ad un’iguana sibilante con tanto di lingua scagliosa. Si ritrasse, Gianrico, incollandosi allo schienale. Ma era troppo tardi. Il giovanotto dagli occhiali di metallo, vista insidiata da tali avances quella che evidentemente era o considerava la sua compagna, si scagliò, schiumante di rabbia, verso di lui. Il colosso, con un tono di voce pacato e con la quiete possente della faccia, mitigò la furia dell’innamorato offeso. Il poeta nel frattempo, con ironica apatia, tra divertimento e dolore annotava mentalmente ciò che vedeva e sentiva. Adirato, soprattutto con se stesso, per l’incapacità di abituarsi a tali scene. Ma forse anche contento, nel profondo, di quell’ostinata inettitudine.

          Gianrico intanto, come Orlando aggredito dallo sguardo di un’improbabile Angelica e dall’ira di uno dei suoi spasimanti, colse l’attimo favorevole, e, con nobile viso e rapido piede, si diede alla fuga. Decise di tornare allo scompartimento da cui era partito. Lo riconobbe dal fondo del corridoio, e gli parve bello, come un solido, solitario maniero. Nell’istante esatto in cui si apprestava a entrare, la porta si aprì e ne uscì una splendida donna con la valigia in mano. Gli sorrise, radiosa, poi si avviò, morbida, verso il fondo del corridoio. Sarebbe scesa alla prossima stazione, tra meno di un minuto. Gianrico guardò finché poté le caviglie sottili e la pelle abbronzata. Nello scompartimento era rimasto solo il suo profumo, nella mente di Gianrico una trentina di secondi per decidere se rimettersi a sedere e respirare a pieni polmoni o se invece afferrare la sua valigia e correre verso la stazione di quella città di cui conosceva a mala pena il nome.

          Non sappiamo cosa fece Gianrico. I fotogrammi del film della sua storia molto breve e poco eroica si interrompono qui. Ci piace comunque pensare che, avendo natura e ambizioni da esploratore, il fascino del sole e delle ombre di quel borgo tra il mare e la pianura lo abbia attratto a sé. Inglobandolo come una macchia lievemente più scura, una pennellata rapida posta al margine di un quadro, lungo un sentiero di polvere e sabbia. Forse per caso.

Arte e luoghi: una lettura

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Una bella lettura del mio libro a cura della redazione di Arte e luoghi che ringrazio.   IM

http://arteeluoghi.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2528:lo-specchio-di-leonardo&catid=67:libri&Itemid=61

Lo specchio di Leonardo

 

In libreria il nuovo romanzo di Ivano

Mugnaini ispirato alla vita di Leonardo da Vinci

Un titolo fortemente suggestivo. “Lo specchio di Leonardo” è il nuovo romanzo di Ivano Mugnaini, tra i più eclettici scrittori del panorama letterario italiano, uscito recentemente e in libreria e nei principali canali di distribuzione online.

Pubblicato dalla Eiffel edizioni, «lo spunto iniziale del romanzo – racconta lo stesso autore – è nato da un film-documentario, uno dei tanti dedicati a Leonardo da Vinci, alle sue scoperte, al suo inesauribile talento. Veniva mostrato Leonardo alle prese con gli specchi da lui studiati a lungo per scopi scientifici e militari. Mi sono interrogato, in quell’istante, sul rapporto del genio con la sua immagine.»

Come un fiume in piena, sono scaturiti da quelle immagini una serie di interrogativi che finivano tutti con l’indagare la personalità eclettica di Leonardo, il genio e il suo lato oscuro.

Uno su tutti. Ma cosa scatta nella mente di un genio come Leonardo quando per circostanze assolutamente fortuite si imbatte nel proprio doppio, ossia in quello che sembra essere una copia esatta di se stesso?

Questa la genesi del romanzo di Ivano Mugnaini che in punta di inchiostro prova ad entrare nei meandri del pensiero di Leonardo e della sua anima tormentata provando ad intuirne desideri e comportamenti narrando, nelle novanta pagine del romanzo, il percorso di evoluzione e trasformazione, di complicità e rivalità che si innesta tra due persone in apparenza uguali ma agli antipodi per personalità e carattere.

Lo specchio di Leonardo è un romanzo sui generis, una biografia romanzata che attinge dalla storia con avvenimenti concreti e circostanziati per mettere in scena un sottile e complesso gioco dei ruoli che svelerà un finale sorprendente.

Copia di Ivano Mugnaini - foto

 

«Lo specchio di Leonardo non è un romanzo storico né aspira ad essere un thriller sensazionalistico – scrive nella prefazione Giuseppe Panella, docente di Estetica alla Scuola Normale di Pisa. È uno scavo in profondità nella mente di Leonardo supportato da una notevole ricostruzione del suo percorso biografico che non pretende, tuttavia, di rivelare verità storiche nuove o sorprendenti quanto di puntualizzare e di ricostruire ciò che è noto della dimensione umana del personaggio, tentando di farlo interagire con le proprie contraddizioni».

Nato a Viareggio, Ivano Mugnaini è autore di romanzi, racconti, recensioni e note critiche. Collabora con editori e riviste, tra cui anche “Arte e Luoghi” con la sua rubrica “Luoghi d’Autore” e ha curato la rubrica “ Panorami congeniali” sul sito Bompiani RCS. Tra le sue pubblicazioni la raccolta di racconti L’algebra della vita e il romanzo Limbo minore. Il suo racconto Desaparecidos è stato pubblicato da Marsilio mentre il romanzo breve Un’alba è stato pubblicato da Marcos Y Marcos. Scrive testi teatrali e cura il blog letterario “Dedalus”  e il suo sito .

red. Arte e Luoghi


 

Lo specchio di Leonardo di Ivano Mugnaini –     Edizioni Eiffel 2016

Disponibile in libreria ( in versione italiana) e in eBook ( in versione inglese)

oppure on line su AMAZON 

Per maggiori informazioni visita il sito www.ivanomugnaini.it e www.edizionieiffel.com .

A WALK WITH CALVINO

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Many items, with different points of view, have been written to remember Italo Calvino in the thirtieth anniversary of the death in Siena on Sept. 19, 1985. My tribute to Calvino is in the form of ” travel diary “. I explored various stages of his career as a man and artist, dwelling in the cities he loved and feared and of which has caught the thin dividing line between what is visible and what is not visible, if not in the magic of a ” lightness ” combining myth and reality, always within a fertile, profoundly human approach. 

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A walk with Calvino: in the places, beyond the places, up to reality If an autumn night a reader .... If an autumn night a reader were thinking of Calvino, his fame, his controversial but undeniable actuality, the discussions at times harsh that make his work still being debated as if he had published today a new book... well, the aforementioned reader would be, in the end, pushed to reflect on the new or old “cosmicomiche”. Calvin was a "pianist" of the word. He has been able to adapt flexibly to the needs, issues, and agreements of the music of his being and of the world. This is probably one of the possible keywords: world. Primarily for the authentic and genetic international spirit, that was his. Not only for his birth in the Caribbean Cuba, but also for the ability to explore continents, languages ​​and different mentalities and make them his own. Extremely Ligurian in this, with one foot on land and one towards the sea, calm or stormy, clear or thick and dark. But Calvino wrote of the world mainly because he had refused to place himself in the proverbial ivory tower. He has traveled and lived in real cities, highly visible, with his look of smart sailor, between smile and irony. Of New York, Paris, Rome and many other places seen and experienced, he took the myth without abdicating to reality, proposing and revising, brick by brick, a form of truth that suggested without cutting and tearing, retaining the ability to range between present and past, between the serious and playful dimension, deeply human, philosophically childish. These oxymorons and paradoxes feed his writing and the attraction it exerts. So broad as to include its counterpart, the positions of some detractors who still refer to his texts, analyze them and dissect them, invariably demonstrating a thorough understanding of tissues and arteries of a body so multifaceted like the one we are talking about.  Calvino has the gift and the punishment of generating divergent judgments. My own circle of literary friendships perfectly reflects the sharp dualism of the judgments about this author. A friend of mine, for example, highly educated and prepared, formidable drinker, not at all saint and quite talkative, not many nights ago stuck me at the table for dinner for more than two hours to tell me, among other things, that in his opinion the entire production of Calvino is worthless (although he said it in a more colorful way, abunding in four letter words) and that he saved only "If a winter night," just as an atypical text, almost a non-novel, a sort of hybrid Frankenstein, or a divertissement, in short, a "weird stuff" out of scheme. A few days later, under the logic of alternation, another friend of mine, a writer and journalist, reiterated passionately, on the contrary, her love, not for me but for the said Calvino. More than love it is true faith, with secular and yet almost fundamentalist connotations. The journalist from the great communication skills had even created a club, a Pickwick Papers Club of young writers full of hope, who, inspired by the style and themes dear to Calvino, had written an anthology of short stories entitled "Consistency", with echoes long and passionate which reported the Lezioni Americane she idolized and recited like verses of the Bible or the Koran. Well, in spite of the Italian controversies in the style of "Don Camillo" and "Peppone”, the journey of Calvino continues, like the wake of his success, not only due to his ability to create attention and be talked about, but also and above all for his gift to intercept and engage diverse audiences. The pleasure of reading him that does not diminish the depth of thought. The accusation of “lightness” is perhaps the most beautiful cameo which Calvino can produce, because according to his own words "being light is not being superficial, but flying above things, without having boulders on the heart." All this is to stress that his strength in all likelihood is the ability to generate variety in uniformity and consistency in the insubstantial: opposing judgments but attracting the same attention. A large sample of opinions, mostly negative, was collected and reported in a recent article in “Il messaggero” by Paolo Di Paolo. The article, broad and deep, aims to show the inconsistency of some judgments. One of the key points is that in which Di Paolo underlines that people forgive the writers their excesses, follies and oddities but rarely their success. This is a crime that is not redeemed, except in the very rare cases of writers died young, possibly saints or martyrs to some idea, even better if suicide. Calvino instead had success, ran after it and caught up with it. Gradually, starting with a steady pace, then adapting to the times. One of the key activities was to take the advice of the entourage of the Einaudi: to move from realism to fantasy literature. Many other writers would have been outraged, they would have built bunkers and barricades in defense of their setting. Calvino took the advice and transformed it in his own strength. It seemed as if he had been waiting for that moment, or rather as if he had accepted it as part of himself, and went on to tell what he felt through his narrative inventions of machines made of castles, viscounts, numbers and formulas created from scratch, places apparently non-existent but in reality rooted in each man and woman. He had the chameleon-like ability to talk about himself becoming one of his characters, objects and places, including Marcovaldo and Palomar. Calvino was born in Cuba, but he remains there only until the age of two years. The time to absorb from that area of ​​the world and of the mind a sense of insecurity, a tenacious melancholy, and a thirst for adventure, made up of encounters, gestures, words, stories, true and invented, exaggerated and accurate, as always it happens in that part of the continent in which reality has the will and the strength to become magic. His father, an agronomist from Sanremo, professor of mathematics and sciences, leads Calvino in Italy at the age of two years. The young man finds himself halfway between the sea and the land, also in the sense of soil, studied and measured with a scientific criterion, and the other side of the sea, the attraction of elsewhere. Calvino later revisited several times Cuba with his wife, the Argentine translator Esther Judith Singer, married in 1964. On that occasion he met Ernesto "Che" Guevara, whom, after his death in Bolivia, he devoted a few pages. Alongside Cuba, in front, in a dialogue which is complex and fertile, America. In early November of 1959, the thirty-six years old Italo Calvino leaves for America. He defines New York, "the most spectacular vision that is given to see on this earth." There, more than anywhere else, the trip not only speaks of the person but it is the person. During the two months he spends in New York, Calvino realizes the deep desire of his characters, and his: to observe the world without being seen, being invisible and yet tangible, not merely oniric . He looks America like his father would have observed and measured a complex and uneven terrain, full of contrasts, barren and fertile, full of wonder and desolation. From its "observations" will arise the essays collected in the book An optimist in America, published by Einaudi. In the spring of 1961, the book is ready, but Calvino stops it in the second draft. He realizes that the book is too far above the commonplace acquired in Italy through Hollywood movies: "Maybe - he says - we should teach Americans what is America." Calvino feels American, perfectly at home in a land of contrasts, in constant evolution. He is a happy man over there. His letters to Italian friends exude cheerfulness. To Elsa Morante he writes: "By New York I was absorbed as a carnivorous plant absorbs a fly." Imagination feeds itself and devouring regenerates a new, very lively objects. American cities, large, hard, but unstoppable in the swarm of life, are the model of invisible cities, each bearer of an idea, a model, a potential.

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France, another chapter. Calvino lived in Paris from 1967 to 1980. It is the city of his maturity, the place where he notes the physical presence, detectable through the five senses, of lightness: the keyword, and, more than ever, the magic. Paris is a story eternally facing backwards, to the history and grandeur of the past but with an ethereal foot suspended in the air, similar to that of a dancer of the Folies Bergères, into the future. Rationality is intoxicated by scents of champagne and humor explodes, sensual, in every possible sense.
It is useful to stop also, with a step back, in Turin, a significant stage of his youth. The Piedmontese capital reveals, in its streets and in the geometric precision of gestures, one of the contrasts at the basis of the writing and thought of Calvino: the city has a force and a linearity that "invites to logic, and through the logic" opens "the way to madness ". It is no accident, incidentally, that Turin is the Italian capital of the mystery and the occult.
Rome, however, apparently staid and domestic, actually somehow provokes in Calvino a prudent admiration. Especially because some of the literary writers of the capital, which he believes may have been living in Rome only in the hope of absorbing a greatness that was alien to them.
In Rome, the writer spent the last five years of his life, staying in Piazza Campo Marzio. Re-reading a few pages devoted to Palomar in Rome we perceive death omens that seem almost besiege the hero fleeing the crowd. In "L'invasione degli storni," there's a plot device of psychological effectiveness and genius: the eternal city viewed "with the eyes of a bird." The past centuries and the fleeting moment.
Calvin-Palomar avoids confronting the real city. Looks up, out of the usual perspectives, wondering if "the sky reminds us that the balance of nature is lost? Or because our sense of insecurity casts wherever threats of catastrophe?" Pasolini wrote: "the city that Calvino dreams of, in myriad forms, invariably arise from the clash between an ideal and a real city." From this perspective, therefore, Rome, the best known of the metropolis, one in which everything, past and present is within the reach of the eyes, feet and hands, actually is the last, and the first in hierarchical order, of the Invisible Cities encountered and evoked by Calvino. And if Calvino is seen as "cold writer", accused of being unable to show and feel the sense of the tragic and the sacred, it is precisely because his vision, absolutely secular, devoid of religion, prompts him to give up the luxury of illusions, those in which indulge those who exalt a glorious past or the distant future of redemption. In Calvino there is no illusion. The only possible joy is that of a reality made legendary by the present energy and fantasy that does not pretend to clothe itself in mystifying vestments.
In this brief overview of the human and literary steps of one of the most popular Italian authors read all over the world, I've tried to "glide on things from above without boulders" or ideological preconceptions. I have tried to offer a further key for reading his literary output. Attempt a bit crazy, given the vastness and variety of ideas and themes to be studied and considered. It was almost as seeking the paths of spider nests, just to borrow the title of his first novel. Foolish attempt, and hence ultimately compatible with the attitude of an author who has been able to find the true nature of the places and people, in the act of highlighting the unpredictable human folly, without preconceived barriers of before and after, whether and ever.

Calvino sought self-affirmation, without sacrificing consistency to what he believed and what he did not believe, without dogmas and constraints. His success is not a fault and can not be seen as a limit. Perhaps indeed it is further proof that, to talk about reality, there is no space greater than the fantasy. It is the testimony that each individual is a city of dreams and words, invisible until we accept the mystery of the union of smile and reflection. That game teaches us that every life has only itself and is part of a myth and a mystery. Calvino remembers, with his books, each rampant, halved, “cosmicomic”, incessantly traveling individual, that the game needs to be lived and told, day after day. Because life is a place that changes moment by moment, and we must live it in the act, think and imagine: "Arriving at each new city, the traveler finds a past that he did not know to have." So, back to the quote from which we started: "If on a winter's night a traveler, outside the town of Malbork [...] in a network of lines that intersect in the moonlight", asked again: "What story down there awaits end? ", the answer is always different, always new and individual, and it is in the story itself, seen and unseen; in a mysterious and linear, deep and eternal light.

																	Ivano Mugnaini

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RED CATS

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We were awakened by a song screamed loud that night. So fluid and intoned, angelic, almost asexual, that for a moment we stood spellbound in bed, lulled by the melody, before getting up angry leaning out the windows. But that hesitation, block after block, was enough to that body and that voice to get away, disappearing around the corner every time, in another alley. So, the next morning, we found ourselves in the courtyards, stunned and furious. No one had seen the author of the serenade sung to the entire city. No one was able to say with certainty even if it was a male or a female singer.
	I went to work more dazed than usual that morning. Not to the point, however, to miss a curious detail, a challenge to logic and statistics: the cats I passed along the streets were all red. Soft, fat and with a reddish hair. All in good humor, also. They looked at me and laughed, literally, under their long mustaches, as if to say, "You don't understand anything, right?".
	I could not deny the fact. But I went on, quite, after all, saying that it was a coincidence, and that simply I had not been paying attention to the cats of other colors. And then the  smile of the red cats, or what seemed to me a smile, had also improved my mood, as far as possible.
	At the office that morning everybody was civil and courteous. Even the secretary Contelli called PH, acidity quotient. I judged even that a benign coincidence. At that moment, however, I heard it again. The music, the heavenly song. I thought of a radio. But in our company the radio had been banned from the foundation. Hypothesizing its presence was absurdly vain. No less absurd and inescapable, however, was the fact that I, in spite of everything, still heard it. I got up from the table with an apology and I started looking in closets and in rooms closed since immemorial time. I found nothing, but I confirmed to myself the intention to take at all costs the clandestine singer. Down the stairs I could almost grasp its shadow for a few times. But in the decisive moment he or she crept into the interstices of time and space, as if it wore off between one frame and the other of life.
	I felt the need to ask solidarity to someone.
	"This time I almost caught it" - I whispered to my neighbor's desk.
	"Did you get whom?, he replied yawning.
	I began to suspect that even the night music was not shared by anyone. That evening I stopped with an excuse my next-door neighbor. I dropped the subject as  by chance about the night sounds.
	"I never slept so well as in the last few nights. Someone should just try to make noise down here at night. I have a shotgun faster than the ghosts," he growled.
	I gave the blame to the stress, and I decided to take it more comfortable in the days ahead. But I still heard it. I just heard it, more ruthless and harmonious than ever.
	Today, Friday, May 31, I feel it's really time to talk to an expert. In our town, the options are few: there is only one psychologist, indeed, a female psychologist, Stefania Ermiani. I take an appointment, albeit reluctantly, and I go to visit her. I look at her for a long time while she scrutinizes me. She is beautiful, intelligent, with a warm and alive light in her eyes. I find the courage to tell her everything. She listens quietly, slowly rises, and, still smiling, touches my shoulders.
	"Doctor, I hear the music ... now!"
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	"This is real. And, it is the radio. Do not worry, everything's fine."
	I turn around and she is no more there. She's disappeared. 
	She returns a few minutes later on the opposite side, with a light shirt silk. She starts to sing. Fluid, intoned, angelic, almost asexual. But that almost disappears in the exact moment she casts away the veils from her white firm breast, revealing she is solid, feminine, real, without a doubt. Beauty dancing in the folds of time. Beautiful like the long red hair that melt, now, on the hot skin of her shoulders.
	She approaches me, vibrant, passionate, and confesses. This time it's her turn to confess to me: "You know, even I am  not mentally stable. To have you I became a sleepwalker.  A dream and a nightmare."
	Yes, she was my dream and my nightmare. But only a dream, in that moment, indeed, only reality.

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	"It was just a joke in the beginning - she continued. I made ​a bet with myself. I bet I'd be able to move more rapid and furtive than love. Passing by it, an inch, a breath, then dodging it each time, leaving only impalpable air.
	I lost. I'm here, still, lazily won. I feel a bit like my Vincent".
	Saying these words she stretches her hand under the table to stroke a tabby, fluffy, fat cat with a tawny fur, moving just enough to let me see his face and his long whiskers twitching.
	Without wanting to say nothing more and nothing less, this time, than the arcane, deep, mysterious joy of his laughter.

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																	Ivano Mugnaini

A FAREWELL TO THE POET OF MEDICINE : OLIVER SACKS

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Science loses its best poet, or vice versa !

Perhaps he realized that life is not a script already written and that the disease has nothing sacred and immutable. Certainly he has tried to give man the courage to get up from falls every time you can also waking from the darker and most annihilating sleep. Sacks was a brilliant mind, a man with many interests and talents. A neurologist-psychiatrist-writer and much more. So far a precious gift, but not so rare and unique. The added value consisted in Sack's ability to disseminate his ideas and sharing them with all, so that everyone could feel them as their own, like children, like fruits of a tree each one planted and cared.
He had the ability to make clear that you do not need to be a supermen to give men the will to seek a most worthy and profound condition, even in pain. He himself was a man with a personal experience marked by childhood trauma, mental illness, drug use and other adventures and misadventures. But he has always kept alive the passion for music, sports, motorcycle and many other activities creatively useful and useless, and therefore beautiful, by definition. He was able to think beyond the fences, to dare and apply the full range of human perceptions. Thus he enriched with new meanings the term "empathy." Fame came to him first as a writer and later a scientist, with the 1985 book "The man who mistook his wife for a hat" (brilliantly surreal and realistic at the same time, already from the title), which was performed in London in 1986. Then came in the 1990 the film "Awakenings" based on his book with the same title, brought to success by Robin Williams and Robert De Niro.
Where the scientist ends and the writer starts is unknown, and perhaps it does not matter. There remains a dowry of a wealth of knowledge based on clinical observation, his pioneering work with the mentally ill and the idea that it is possible to cultivate a holistic approach to life which combines science, art and humanity, mind and spirit, smile and poetry. 
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Because after all we sometimes exchange our wife or what we love for a hat. But, looking ourselves in the eye and inside, within our own mind and with others, can mean, thanks to the words of this authentic and atypical scientist-artist, find it, and, finally, find ourselves.I have been able to see my life as from a great altitude, as a sort of landscape, and with a deepening sense of the connection of all its parts”. Oliver Sacks

Ivano Mugnaini

A MYSTERIOUS HIEROGLYPH – a short story about living hearts

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A MYSTERIOUS HIEROGLYPH

– A living heart –

I had resisted, somehow, to life. Could I resist to death? How would I look at her the moment she would come through that door? What would have we talked about? How would we spent the time together?
I’d asked myself these questions for years, as if they were a purely theoretical matter. A routine medical examination, then, an afternoon like any other. A young doctor with a grim, sincere face. The time had come for me, without clamor, hungry and with a moderate advance. A death accurately foretold, with the privilege of the notice. The expiry date had been communicated officially, but also in a civil way, almost slightly, almost humanly. Within a few months the epilogue would come for me.
The tears and laughter suddenly get a different taste, a strange texture. They satiate quickly, and just as quickly they make me get tired. Chasms of time, empty arms, stomach, veins. It remained me only the need, at that point, not to die before the time, to establish how to spend my days. The first impulse, half elected, natural slope towards slippery ideas, is the frozen lake of budgets. Things done and not done, successes and failures. A destination to be avoided at all costs. Smiling and grinning time passed, lost, never found. It would be a sterile game, with the additional risk of plunging into eddies of ice. A possible alternative is to meditate on possible revenges: finally, now that I have really nothing to lose. But it costs too much energy, physically and mentally. Moreover, from the new perspective, many mountains of anger seem piles of mud and manure. So, against all expectations, I find myself to concentrate on a new chapter: Thanks and Rewards. I run back along the path of the years going to recover those rare people who, unexpectedly, gave without asking, without expecting something in return.
The first that comes to mind is Rina Giromini from Livorno, born in 1975. A companion of the University, one of the few I had never been in love with. Wrong. More than ever, in her case. Giromini, only now I can concentrate on the playful magic of her surname: the round opposite, the other side of men, of people. Men backward, or something like that. Different, different by nature and fate. She was surely different.
I try to get in touch with her through an old phone number fished out a dusty agenda. She answered immediately. She is faithful in the years also to that set of numbers. She has the same measured, courteous voice. She speaks of the years spent with tranquility, as if describing the brown water of a storm already absorbed by a new sun. We agree to meet. In Pisa, Via Santa Maria, at the entrance of the University, as if we were to go to another lesson. She is more beautiful, more mature, quiet and painful as ever. After brief and hasty sentences of circumstance, I say, as if it were the most natural thing in the world, I have little else to live. She, serene, with an inscrutable face, speaks to me of an Egyptian legend: “When a child is born seven gods decide of his death…”. I listen and watch, amazed, blown away. Quiet again, too. Her hair still jet-black, shining like asps. She is perhaps a witch, a descendant of the line of Cleopatra.
“When a child is born seven gods decide of his death: if born twenty-three he dies of a crocodile bite, born the four dies of fever, if born on fifteen dies of love…”. I interrupt. “I was born on the fifteenth.”
I look her in the eyes and full lips. I laugh. I see her deep bitterness. It’s late. It’s late for everything now.
But Rina is known, and infinitely dear to me, to my hidden memories, especially for a phrase. One morning she sat down beside me on the bench in the Aula Magna, and came up to me, touched my arm and whispered: “Surprise them!”. A few syllables, the sense of a life. Lightly, no boulder compact imposition. “Surprise them!”. Surprise the commonplace, the cliche, the brand seared back. Surprise yourself, ideas, fears, beliefs, doubts and certainties. Rina urged me, stroking me almost by accident, as in error, to do something unexpected, discovering the courage of the will, the art to get involved. The thirst of the flight without thinking about the crash.
I watch again. Long, carefully, as I had never done. She is beautiful. This is the first and greatest confirmation. Beautiful without ifs or buts. I would tell her finally, but something stopped me: an echo crystallized in memory, the voice of the doctor: “A few months, at best. No more”. Yeah. Nothing more than death I have to like now.
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Rina senses. She needs no words, she never needed. She takes leave. Without hatred, without anger, with a mild handshake. Her face is only darker now. She knows that the next lesson in philosophy that we listen together, sitting at the same desk, is light years away, located in galaxies yet to be born. I see her get away, slowly, hesitantly. Despair gives me the strength to focus again on a single imperative: “Surprise them!”. I have the opportunity, the last one, the first, to surprise who made me the precious and heavy gift of that advice.
“You know Rina, I have never been in Egypt. I know it’s absurd, but … if you came with me, I’d go there now. ”
Rina turns slowly. All her calmness cannot hide the light of a smile. She searches important phrases, appropriate to the circumstance. Finally she manages to break the silence with a joke.
“But you were not the one who is afraid of flying? If you want we can go by boat, as in the novel by Agatha Christie. ”
“No, we go by plane. This time I know that I will not fear. The worst thing that could happen to me … would be … to die! ”
We do not laugh, neither of us. We are so close that the lips have better things to do. The kiss is sweet, full-bodied. As a wine that has breathed and absorbed the secret of the dark.
The embrace makes us shake naked. Rehearsing in endless knots chapters of a lesson that no one can teach and learn alone. We follow the points, lines, soft meat and breaths. The stresses of a sentence written over and over again with our fingers. Mute phrases, impossible to forget.
She looks at me again. Tenderly now, no longer burdened by that corner stone that prevents the lips to stretch freely. She touches my hair, my eyes still look bright. She whispers new words.
” You’re lucky, you know! Of all deaths, the death by love is the best . When you die really, you don’t die at all. ”
I’m not sure I understand completely. Maybe yes and maybe no. The mind and the body prefer to get lost in another dilemma: if the heartbeat that I feel in the soft and warm flesh I hold is mine or hers. I listen to the silence for long moments. I can not decide. It remains an enigma, a mysterious hieroglyph, an eternal mystery. I only say now, with absolute certainty, that it is the sound of a living heart.
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