Archivi categoria: Romanzo Lo specchio di Leonardo

Il Rifugio dell’Ircocervo – incontri e letture

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Nel Rifugio dell’Ircocervo si fanno buoni incontri: libri, animali mitologi e lettori attenti, tra cui Eva Luna Mascolino, vincitrice del Premio Campiello 2015, traduttrice, scrittrice di talento e lettrice vorace e acuta. Anche Leonardo ha avuta la ventura di imbattersi nell’Ircocervo.

https://ilrifugiodellircocervo.wordpress.com/2017/04/11/leonardo-da-vinci-loriginale-biografia-letteraria-pubblicata-da-ivano-mugnaini/

Leonardo da Vinci: l’originale biografia letteraria pubblicata da Ivano Mugnaini

 

APRILE 11, 2017 ~ LA RAGAZZA CON L’ORECCHINO DI PERLA

Lo specchio di Leonardo – Ivano Mugnaini
(Eiffel Edizioni)

Ci sono personaggi storici di cui siamo convinti di avere capito tutto: i moti dell’animo, gli ideali, lo stile di vita, la grandezza del genio, il contributo dato alle generazioni future e, soprattutto, i lati più significativi della personalità. Leonardo da Vinci rientra senza alcun dubbio in questa categoria, eppure forse non siamo così consapevoli della sua storia personale e dei suoi pensieri come abbiamo sempre creduto.

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A mettere in discussione molte delle certezze che si sono consolidate secolo dopo secolo è stato, di recente, Ivano Mugnaini, autore del romanzo breve Lo specchio di Leonardo, edito da Eiffel Edizioni nel 2016. Una lettura lontanissima dalle rivisitazioni “alla Dan Brown” cui siamo stati abituati di recente e che, se dovesse essere definita in una frase sola, si potrebbe descrivere come un fugace viaggio episodico composto da innumerevoli tappe, in cui ad essere una scoperta è addirittura ogni singolo passo, ogni pennellata, ogni scambio di sguardi e di sorrisi. Qualsiasi microscopico avvenimento è per Leonardo un’occasione, infatti, per raccontare e specialmente per assaggiare la vita.

L’espediente narrativo iniziale è ingegnoso e parte da un incontro casuale fra il Maestro e un popolano qualsiasi, identico nell’aspetto a Leonardo in ogni dettaglio. La scoperta fa venire al pittore l’idea di “scambiare” la propria identità con quella dell’altro, facendosi sostituire nella vita pubblica e nelle occasioni importanti, lasciando che Manrico parli e risponda al posto suo.

Nel frattempo, il vero inventore può dedicarsi in solitudine alle esperienze che prima, per questioni di immagine e non solo, gli erano precluse. Tale punto di vista consente all’autore uno scorcio insospettabile sulle vicende di un uomo che qualunque lettore avrebbe creduto di conoscere, prima di leggere la versione dei fatti in questione. Così, senza veli e senza inni, con la meticolosità di chi la vita la studia e la vuole gustare morso dopo morso, e soprattutto con l’onestà di chi non vuole farsi vedere Altro da quel che è, Leonardo si lascia andare ai propri istinti passionali e violenti, concedendosi picchi di intensità mai sperimentati prima, né nel bene né nel male.

Lo stile a tratti aulico, che però è sempre sapiente e calibrato, e in particolar modo l’incalzare degli eventi con la nonchalance che ha l’esistenza stessa nel suo accadere risultano in questo contesto sempre piacevolissimi. Delicati, intimi, adeguati al punto giusto, pagina dopo pagina. Per di più, la curiosità e la sorpresa iniziali non vengono meno man mano che si prosegue, anzi: il rapporto fra Leonardo e Manrico è destinato al disequilibrio continuo e, se da un lato il “sosia” si avvicina all’arte del dipinto aiutando il Maestro in più di un’occasione cruciale, dall’altro lato questo scatena l’invidia e l’aridità creativa del suo doppio.

Gli sviluppi della vicenda si fanno, dunque, sempre più frenetici dal punto di vista psicologico e diventano letteralmente lo “specchio” di un rapporto costruito su somiglianze e contrasti a un tempo. L’epilogo denso e ineluttabile racchiude così, nel punto più alto dell’intreccio, la chiave di lettura dell’intero romanzo, consentendo di unire fra loro gli spunti di riflessione sparpagliati qua e là e di ritrovarsi in maniera totale in lui, nel Maestro che probabilmente avremmo tutti bisogno di guardare da questa insolita prospettiva bio-letteraria.

51ZJSXvpRJL._SX363_BO1,204,203,200_Premio Campiello Giovani 2015: la vincitrice Eva Luna Mascolino

Articolo di Eva Luna Mascolino.

Nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di “Cap Africa”, una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kiwanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online “Voci di Città” nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto “Je suis Charlie” e recensisce adesso narrativa per il blog “Il Rifugio dell’Ircocervo”, oltre a gestire la pagina Facebook “Eva Luna racconta” e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l’Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

Letture allo specchio (5):Roberta Pelachin, Francesca Piovesan,Vivetta Valacca

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Il rischio dell’autoreferenzialità è grande, lo so, e me ne scuso. Ma più grande è la volontà di ringraziare alcuni lettori e lettrici (in questo caso lettrici che sono anche autrici) per la loro lettura appassionata e per il commento al mio libro. Quindi, al termine di una lunga ed animata riunione con la redazione del blog Dedalus (composta da me e da me) abbiamo deciso di pubblicare (in grato ordine alfabetico) i commenti.

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Nota di lettura di Roberta Pelachin su LO SPECCHIO DI LEONARDO

Mi avvicinai a lui a passi lenti, come un felino che avanza verso la preda facendo attenzione a non farla fuggire troppo presto.” Il predatore è l’insospettabile Leonardo, il genio nato a Vinci nel 1492 che fece conoscere al mondo innumerevoli prodigi di scienza, ingegneria, architettura, scultura, pittura. Alcune opere furono portate a termine, molte rimasero incompiute o in forma di progetto. Ma quali erano desideri e confini dell’uomo che disegnò macchine avveniristiche con una mente immaginifica che non conosceva limiti? Lo specchio di Leonardo (Eiffel Edizioni, 2016), romanzo scritto da Ivano Mugnaini, ci introduce in una vita parallela, quella che Leonardo da Vinci a un certo punto della sua vita decide di percorrere. Un incontro fortuito gli offre un’occasione che afferra al volo. Indurrà a seguirlo nel suo progetto una preda ingenua, un giovane scrivano, un semplice e rozzo campagnolo, che, tuttavia, ha una particolarità: è identico a lui. Manrico è il suo alter ego.

Ma quali ragioni spingono Leonardo verso una scelta così radicale e inconsueta? Un gioco ludico? Una piacevole esperienza trasgressiva? “Finalmente, privo di catene, avrei viaggiato nel mondo, nella memoria, e dentro me, applicandomi con cura alla dissezione della mia mente e dei miei desideri con i coltelli affilati del tempo e della sincerità.” L’opportunità inaspettata gli permette di scardinare “l’immagine che mi ero lasciato cucire addosso.”

Le pagine del romanzo fluiscono in un ritmo serrato di contraddizioni che si aggrovigliano in altre e in altre ancora. La forma linguistica cadenza le ambivalenze con abilità. Gli ossimori insistono di riga in riga, compressi dentro a una paratassi quasi ossessiva di congiunzioni che sembrano non unire alcunché, disperse nell’umore discontinuo di Leonardo. Allineano pensieri e sensazioni in una incessante rincorsa verso una linea orizzontale che pare senza fine. Il linguaggio di Mugnaini modella la figura dell’artista con pennellate impressionistiche e non si configura in una forma ben definita e compiuta, proprio come molte opere del Leonardo storico. E tutto questo attrae. È difficile sottrarsi alla curiosità che incalza e si colora, poco a poco, di emozioni variegate.

Da subito il monologo avvince. L’artista riflette: osservare il mondo attraverso “leggi fisiche, neutre, impersonali” è utile, certo, però tutto ciò disperde la cruda realtà della vita. Quella della guerra, per esempio, dove ogni uomo raggiunge l’apice dell’infamia. Morti “fatti a pezzi, squartati in un urlo che strappa la pelle”. Eppure, Leonardo li aveva guardati “senza orrore”. Esiste una logica nel caos?, si chiede. Che cosa giustifica il piacere e il dolore, e il tempo “che scava come un aratro rugginoso?” È possibile trovare la divina proportione nell’intimo sé? L’avventura di Leonardo che si snoda nel libro è racchiusa nella ricerca di qualcosa che dia senso all’esistenza. Un’esplorazione che, a tratti, ognuno di noi ha compiuto quando il peso delle incombenze quotidiane non è troppo greve e permette all’altra grevità, quella insoluta del nostro essere al mondo di mostrarsi, senza annegare in un’angoscia che assedia.

Le antinomie di Leonardo che Ivano ci mostra sono pressanti: rabbia e brama di rivalsa, godimento nel sentirsi invidiato e adulato e senso di vuoto. L’odio e l’amore sembrano segnarlo fin dalla nascita: abbandonato dalla madre e accettato di malavoglia dal padre, anche se il nonno è presenza affettuosa. “Sono un’opera incompiuta”, dice di sé con un tono che pare freddo e insieme profondamente afflitto. Una pena così intensa che strappa ogni radice. Leonardo si sente come “un quadro che non riesce a staccarsi dall’intonaco per prendere una forma concreta.” C’è un sogno ricorrente nelle notti inquiete: un nibbio penetra nella bocca turgida di una fanciulla. Leonardo riflette sull’orrido piacere che prova nel fantasticare sul gesto del rapace. È sempre “sospeso tra due estremi”, l’uomo Leonardo.”La vera scienza, non passa [che] per le matematiche dimostrazioni.” Ma non è sufficiente se “prima che in tali discorsi mentali non accade sperienza, senza la quale nulla dà di sé certezza.” L’esperienza, quella del vivere è inquieta, purtroppo. Non confuta solo falsi teoremi. Leonardo è costantemente dilaniato da una duplice natura, come quella dell’ermellino. L’animale, in un dipinto enigmatico, e per questo incredibilmente affascinante, è accovacciato tra le braccia della dama. Pare tenero e delicato, ma “nel suo intimo è feroce, predace.” In ugual modo pure la dama è ambigua, come molte delle femmine dipinte dall’artista. Forse, “come tutte le donne”, suggerisce Leonardo attraverso la voce dell’autore. A Manrico l’artista confessa che gli occhi dell’ermellino sono i suoi: spaventati, confusi. L’animale candido è accoccolato tra “braccia gentili e stritolanti”. Forse, la dama è “l’essenza di donna”, forse, “la realtà, la vita.” Continue reading

THE MIRROR OF LEONARDO – A novel about the game of chance

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America Oggi

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Su “America Oggi”, un articolo di Enzo Rega, che ringrazio, su Leonardo, La Gioconda e “il gioco della sorte” 

 

http://www.ivanomugnaini.it/leonardo-la-gioconda-e-il-gioco-della-sorte/

Il mio romanzo LO SPECCHIO DI LEONARDO, da OGGI è ordinabile nelle migliori LIBRERIE (e anche nelle altre!), e sul SITO DELLA CASA EDITRICE http://www.edizionieiffel.com .

Vi invito a scoprire come il genio di Leonardo portò a termine la sua più grande invenzione.

Qui di seguito le prime pagine della versione in inglese de LO SPECCHIO DI LEONARDO.

Here the first pages of the English version of LO SPECCHIO DI LEONARDO.

The novel in available, in e-book, also in English: http://www.edizionieiffel.com

Info: info@edizionieiffel.com  

Leonardo, La Gioconda e “il gioco della sorte”

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         THE MIRROR OF LEONARDO

Novel

by

Ivano Mugnaini

***********************

It was not an invention to change my life, nor a discovery: it was a game of chance. One afternoon in March 1498, while travelling from Florence to Milan, to the castle of the Duke Sforza, my master, a powerful storm forced me to pause in the middle of nowhere in the mountains of Mugello. The struggle between the sky and the ground was fierce, the water penetrated the air like a blade opening wounds of mud that flowed in dense and swirling streams. The violence of nature appeared to me a blind force, and made me feel a sharp weakness and insecurity, but also a power even greater than that which tore the sky with fire and the chest of men and beasts with fear. “Here we have to stop, Master, or else we drown,” barked Uberto, my coachman. Fat and slow, laughing with big cheeks and dull eyes. Already he was looking forward to the wine and the buttocks of some generous landlady. I envied and hated him. He was a man like me, but he was different: simple, suitable to the vulgar misery and to the rocky reality of the world. Sitting at the table of the tavern in the village where we had taken refuge to escape the storm and to eat something, almost hidden by my own shoulders, suddenly I saw him. I looked at him for a long time, sideways. It was incredible, yet clear, completely real. In the opposite corner of the room, intent on drinking and peering into the window lashed by rain, there was a local man, a peasant, a mountaineer looking identical to me. Another me, same body, same face and expression, a perfect replica. I recalled in swift succession dozens of dreams of escape, and finally conceived, at that precise moment, a project, a plan, a mad flight. If it worked I would be free, I could finally give me to the debauchery, the bestiality, the taste of nonsense, and I could devote myself passionately to the really heretic studies I always dreamed of. Thanks to that man, the doors of real love and sex would have opened to me, in an honest, absolute way, and would tighten the walls of my wickedness, the sense of pleasure that catches me while I tear with knives and fingers still warm and alive bodies of toads and lizards, with an identical desire to do it with men and women. Meanwhile, as if by miracle, as I thought all this I finally conceived a kindness, or perhaps, a further insult, the greatest evil of my life: to give to a stranger, inadequate and perhaps happy in his wilderness, the chance to turn into Leonardo da Vinci, artist, man of science and of the world, considered a genius.

I approached him with slow steps, like a cat that moves towards the prey being careful not to let it get away too soon. I sat at his table, beside him. He looked at me scared, with my same ecstatic disbelief. We gave us strength with two glasses of wine drunk in unison, in silence. I explained him who I was, and I proposed him, as soon as I saw the features of his face relax and become placid, to replace me for a certain period of time, benefiting of all the advantages and all the honours that would be given to him.

With a smile that opened uncertain, but gradually more and more lively and penetrating, he accepted my offer. Certainly he presaged clear in his mind the leap into the void, the abyss that swallows. But he realized that that extraordinary occasion, the bright chariot in the rain, would never more cross the stony road of his life. He realized that, if he would step upon it, it would lead him away from the mud and squalor of his life, to the city, the real life, whatever it were.

***

My double agreed, and I already saw him as the puppet whom I would have provided the information and drawings for minimal routine administrative activities, things apt to a surveyor or an architect, to keep alive my name and my figure, and I, finally free from the chains, would have travelled around the world, in the memory, and in me, in the industrious application of the careful dissection of my mind and my wishes with the sharp knives of time and sincerity. And, for once, I could see myself living, or, even better, observe how others saw me or believed to see me: the lies, the poisonous comments, the stabs just as I turned my back. I finally would have gazed calmly and with ease to the faces and hearts of others. Thinking also, with huge application, a proper vengeance, before dying: a decisive invention, a deadly Trojan horse for this sick world.

Dissociazioni e quadrature del cerchio

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La scrittura a volte dona interazioni, interscambi “rivelatori”.

Lo specchio di Leonardo è stato letto da Giulia Corsino, giovane poetessa e ricercatrice all’Università di Cambridge, la quale, con un ritardo molto mediterraneo (a riprova che non si è “britannizzata” del tutto) mi ha comunicato le sue impressioni, in modo succinto ma succoso, mi ha fatto alcune domande, ma soprattutto ha abbinato alle sue impressioni i versi della sua poesia “Dissociazione” che, oltre al valore intrinseco, sono perfettamente adeguati per indicare lo spirito del romanzo. Sono una delle possibili chiavi e una sorta di “epigrafe” potenziale.

Pubblico qui di seguito la lettera di Giulia, le mie risposte alle sue domande, e il valore aggiunto di questo post, vale a dire la poesia “Dissociazione”.

Grazie a Giulia da parte mia, di Leonardo, e di tutto coloro che non giunsero alla quadratura del cerchio. IM

* * * * * * *

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Caro Ivano,

con estremo ritardo ho letto il tuo romanzo, in un giorno di pioggia fitta, qui a Cambridge. Hai saputo unire la densità della poesia e la fluidità della prosa in una maniera personale e partecipata. Raramente, al giorno d’oggi, si trovano pagine così dense e parole così vezzeggiate e nutrite dal tempo per il pensiero e dallo spirito. Visto che ho il privilegio di un filo diretto con uno scrittore, vorrei chiederti quanto il tuo Leonardo è storico e quanto autobiografico, da dov’è scaturita l’idea del libro e in che circostanze e in che tempi l’hai composto.

Un passo del romanzo mi ha richiamato questi versi che ho scritto qualche tempo fa. Te li dono, per quanto possano valere.

I miei più cari auguri,

Giulia

Dissociazione

Ho praticato la dissociazione:

ero io e il giudice di me stesso,

l’attore e il voyeur compiaciuto,

il ladro e la mano che lo trattenne,

il penitente e l’Eterno Padre,

la menade e il re in incognito,

la bracciata e l’onda,

i denti e la carne,

il fianco e la frusta.

Non giunsi mai alla quadratura del cerchio,

ma mi diede grande soddisfazione

vincere a turno

su una parte di me stesso.

* * * * * * *

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Cara Giulia,

ho immaginato Leonardo alle prese con gli specchi da lui studiati a lungo per scopi scientifici e militari. Mi sono interrogato, in quell’istante, sul rapporto del genio con la sua immagine. Ho provato ad immaginare il divario tra ciò che appariva al mondo, la sua scintillante fama, e ciò che di intimo sentiva dentro di sé. Ho pensato al contrasto tra i suoi veri desideri e ciò che era costretto a realizzare in qualità di persona soggetta alle ambizioni dei potenti del suo tempo, signori, notabili, politicanti e ricchi mecenati. Non ultimo, ho pensato al contrasto tra il bianco e il nero, il buio e la luce, il bene e la malvagità che anche Leonardo, come ogni altro uomo, ospitava dentro di sé: il lato in ombra, i chiaroscuri e i contrasti forzatamente nascosti per motivi di opportunità e per mantenere vivo il suo prestigio.

Ho pensato cosa avrebbe fatto Leonardo se si fosse trovato, per qualche accadimento favorevole, ad essere finalmente libero di agire secondo le sue più profonde e sincere inclinazioni. Come si sarebbe comportato, quali rivalse avrebbe cercato, quali piaceri e quali verità.

A fianco di ogni suo passo, ogni svolta del sentiero, ho immaginato la lotta per la comprensione di ciò che davvero conta: la bellezza, la dignità umana, il mistero del tempo, della bontà, dell’amore. Lo scontro vitale più aspro è quello tra la complessità e la linearità, i dettagli e la prospettiva, gli incontri e le memorie essenziali: uomini e donne conosciuti per caso e traditi per una vita intera, o il ricordo della madre, fonte per lui di un conflitto mai risolto.

Alla fine il nodo da sciogliere, il vero resoconto, è quello con se stesso e con il proprio alter ego: nell’istante in cui, il suo doppio, Manrico, lo tradisce, facendolo accusare di un grave crimine, Leonardo acquisisce paradossalmente la forza e la chiarezza della visione d’insieme, e riesce finalmente a trovare la chiave che risolve il mistero, tramutandolo in un’immagine speculare che si moltiplica generando nuove forme, nuova vita.

Il libro è stato scritto in tempi relativamente brevi. Ritengo che l’idea avesse già avuto una fase di incubazione, per così dire, piuttosto lunga e progressiva. Ne ho avuto la riprova recentemente, preparando alcune note per una presentazione che farò a breve sul tema del “doppio” in letteratura all’Accademia di Rapallo assieme a Vivetta Valacca. Prima del romanzo avevo scritto vari racconti e articoli sul tema, tra cui in particolare uno dedicato al Visconte dimezzato, http://cartescoperterecensionietesti.blogspot.it/2007/08/ivano-mugnaini-verso-il-castello-del.html . Un’analisi più dettagliata di alcuni risvolti del tema in questione nel mio romanzo, ma a livello molto più ampio nella letteratura di varie epoche e nazioni è stata scritta da Marco Righetti https://poetarumsilva.com/2016/07/19/lo-specchio-il-doppio-le-maschere-di-marco-righetti/ .

Grazie ancora per la tua lettura, e per la poesia.

Ivano

il Sud On Line: intervista di Nadia Pedicino

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Romagna (mia)

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Sabato prossimo, 22 ottobre, alle ore 17 alla biblioteca A. Baldini di Santarcangelo di Romagna Narda Fattori parlerà del mio romanzo “Lo specchio di Leonardo”.

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Sarà un piacere per me rivedere Narda, una cara amica oltre che un’ottima autrice e critica.

Sarà un piacere anche rivedere la Romagna, terra nei cui confronti provo un’antica, istintiva simpatia.

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Spero che valga lo stesso anche per lei. D’accordo, lo confesso, la Romagna non è mia (come dice la canzone) ma spero che per un giorno mi accoglierà generosa (come la Gradisca felliniana) anche se sono “un patacca” e non un facoltoso principe.

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Amici romagnoli, turisti, villeggianti e viaggiatori d’occidente, se potete e volete, sarò lieto di incontrarvi sabato 22 a Sant’Arcangelo.

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Il fascino del genio tra storia e mito

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Domenica prossima,16 ottobre, alle 17, a Roma, al Museo Nazionale dell’Alto Medioevo, parteciperò ad una conferenza dal titolo “Il fascino del genio tra storia e mito”.
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La promessa è di non fare una conferenza imbalsamata o di marmo dentro teche di vetro, ma al contrario una chiacchierata ricca di spunti e documenti, anche visivi, anche cinematografici.
Mostrando il lato umano sia del personaggio, Leonardo da Vinci, sia dei relatori. 

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Se potete, e se volete, alla fine magari stavolta invece del caffè ci beviamo un bicchiere di Chianti toscano.
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presentazione de “Lo specchio di Leonardo” a Caserta

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Nella Città della Reggia, sabato 8 ottobre alle ore 17, all’interno della Libreria Giunti al Punto di piazza Matteotti angolo via Patturelli, che ringrazio per l’ospitalità, avrò il piacere di ascoltare gli interventi critici di Enzo Rega e Paolo Farina e dell’editore Liguori sul mio romanzo LO SPECCHIO DI LEONARDO.

 Alla fine risponderò (mi dovrò anche pettinare) alle domande della giornalista televisiva Antonella Bianco.

E soprattutto sarò lieto di incontrare gli amici della Campania (e chi si trovasse da quelle parti).

Se potete e volete, vi aspetto per un ottimo caffè casertano a due passi dalla Reggia, e per dialogare di Leonardo, del libro, e del mondo letterario, scientifico ed umano da lui creato ed evocato.  

A presto, Ivano Mugnaini

 

Il sorriso di Monna Lisa

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Nella visione del professor Andrea Salvini, Leonardo, dal “vertice assoluto della società ove si trova collocato, lucido e implacabile scrutatore di uomini e cose, senza nascondere le proprie bassezze e nefandezze scivola dall’onnipotenza in una sostanziale impotenza”. Una visione corredata da riferimenti a vari libri fondamentali del Novecento.
Una nuova “lettura allo specchio” di sicuro valore e spessore di cui ringrazio.  IM

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Andrea Salvini su

“Lo specchio di Leonardo” di Ivano Mugnaini (Eiffel edizioni, 2016)

L’idea della fuga dalla vita quotidiana grazie ad un doppio di se stessi non è nuova nella letteratura, più o meno recente. Chi non ricorda “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello? Mattia Pascal si trova libero da se stesso e da tutta la congerie oppressiva degli assilli quotidiani grazie ad un doppio perfettamente docile, al cadavere di uno sconosciuto che, ufficialmente, lo fa scomparire per sempre dalla scena del mondo rendendolo libero di inventarsi una vita tutta nuova. In effetti ci è sembrato di trovare, quasi all’inizio del romanzo del Mugnaini, un preciso riferimento all’universo pirandelliano: “E, una buona volta, avrei potuto vedermi vivere, o, ancora meglio, osservare come gli altri mi vedevano o credevano di vedermi: le falsità, i commenti velenosi, le pugnalate appena voltata la schiena. Avrei finalmente scrutato con calma e con agio le facce e i cuori degli altri. Pensando anche, con enorme applicazione, a una vendetta adeguata, prima di morire: un’invenzione decisiva, risolutiva, un micidiale cavallo di Troia per questo mondo malato” (p. 23). Non sarà sfuggito al lettore, verso la fine del passo che abbiamo riportato, anche un richiamo al noto finale della “Coscienza” sveviana. Un primo omaggio al Novecento è dato, ma ne troveremo altri, come avremo modo di osservare in questo nostro tentativo di lettura. Avvertiamo, infatti, sin da ora che ci sembra ben difficile dire qualcosa di esaustivo su questo testo, su cui altri sono già autorevolmente intervenuti. Solo il tempo e ulteriori riflessioni critiche potranno portare più luce su un testo davvero complesso e che è stato sicuramente scritto dopo approfonditi studi storici e artistici.

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Intanto vediamo che la narrazione è condotta da un “io narrante” che si propone praticamente come onnisciente riguardo alla realtà; e non poteva essere altrimenti, dato che si tratta dell’«io» del grande Leonardo: egli appare in grado di comprendere tutto ciò che lo circonda, tutto ciò che si trova nell’animo di chi incontra, si tratti di Lorenzo il Magnifico o di una semplice ragazza veneziana, maldestra avventuriera. Un altro «io narrante» di tale spessore lo possiamo incontrare solo là dove il protagonista ha uno spessore culturale elevatissimo, come, ad esempio, nelle “Memorie di Adriano” della Yourcenar: anche qui il protagonista ci racconta se stesso dal vertice assoluto della società ove si trova collocato, lucido e implacabile scrutatore di uomini e cose, senza nascondere le proprie bassezze e nefandezze, consapevole infine del proprio declino, del proprio scivolare dall’onnipotenza in una sostanziale impotenza. Lo stile ovunque prezioso, quasi fastoso, del romanzo, che troviamo tanto simile a quello della Yourcenar, rafforza nel lettore l’impressione di onnipotenza dell’io narrante.

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Il Leonardo di Mugnaini ci sembra ripercorrere un cammino simile, connotato da una onnipotenza intellettuale, diversa da quella di Adriano. All’inizio manipola il povero Manrico senza difficoltà, lo convince a diventare il suo doppio, anzi, il suo specchio. Segue quindi la fuga a precipizio dal proprio ruolo che ci appare come una vera e propria discesa agli inferi. Leonardo cerca anzitutto la trasgressione in una casa di prostituzione a Firenze. Poi passa una notte spensierata a Venezia con Emilia, una delle figure forse più tragiche del romanzo: Leonardo non esita ad abbandonarla, pur sapendola innocente, alla terribile giustizia veneziana1, dando prova di un perfetto egoismo narcisistico. Il fondo viene toccato poco dopo, con la narrazione a Manrico della violenza abietta compiuta in gioventù ai danni di Jacopo Saltarelli in compagnia dei giovani‑bene di Firenze, che poi, grazie all’intervento personale del Magnifico Lorenzo, possono anche concedersi il lusso di sfuggire elegantemente ai rigori della legge. Leonardo ci appare a questo punto una figura disgustosamente impunita, ma ecco che nel suo “specchio” avviene qualcosa. Manrico comincia a rivelarsi tutt’altro che ottuso e docile: scopre di avere un’arma per ricattare in futuro proprio Leonardo, anche se, per il momento, abbiamo solo un’allusione oscura: “Quello che mi ha detto, Maestro, è una cosa grossa. Io, lo sa bene, sono un contadino, tutto sommato, e figlio di contadini; ho fatto il copista, certo, ma resto un ignorante e so di esserlo. Però perfino io capisco che quella notte è accaduto qualcosa che non si cancella. La ringrazio per avermi fatto questa confidenza. Ma si ricordi, la prego, ora e nel futuro, una cosa: non sono stato io a chiederle di raccontarmi di quel fatto e di quel processo” (p. 47).

Leonardo non sembra percepire il cambiamento avvenuto nello “specchio”, in colui che gli ha reso possibile fare ciò che ad un personaggio pubblico, prigioniero della sua dignità, non sarebbe stato possibile. Comincia ad essere assillato dal pensiero del tempo che si consuma e della morte che si avvicina e continua il suo viaggio, stavolta da solo, lasciando Manrico a vivere la sua vita di artista ricercato e osannato. Si alternano vari quadri, vari incontri, tutti contrassegnati da immagini di morte, di fallimento, di sopraffazione. Il mondo appare irredimibile, ma, ad un certo momento Leonardo sembra avere un’illuminazione: “Ho iniziato questo viaggio, la fuga da me stesso e dalla mia immagine, per ribellione, per un moto di rabbia contro il mondo e contro di me. Ora, a metà del cammino, mi trovo di fronte a un paradosso: negli occhi umili che ho incontrato, e non di rado ferito, c’è la più quieta e la più possente tra tutte le forze, la più inattesa e autentica forma di rivolta: la bontà” (p. 57).

Fin dall’inizio il Leonardo di Mugnaini viene rappresentato come un essere in profondo dissidio con se stesso; l’Autore, però, non ci sembra precisare mai fino in fondo la natura di tale dissidio. All’inizio sembrano prevalere motivi psicanalitici, legati all’abbandono da parte della madre, ma poi su di essi si innestano vari altri motivi, tutti contrassegnati da una profonda e amara sfiducia verso se stessi e il mondo. La scoperta della presenza della bontà non cambia l’animo di Leonardo: egli rientra nella sua casa fiorentina per accogliere proprio sua madre, la donna che lo aveva abbandonato, che rimane con lui negli ultimi giorni di vita. Tra i due non si apre alcun confronto pacificatore e risolutivo: la madre di Leonardo muore e basta, senza che vi sia stata nessun dialogo liberatorio, nessuna confessione, nessun perdono. Leonardo tenta allora di tornare indietro, di rinunciare al suo assurdo gioco indagatorio: “Non era più tempo di pagliacciate, per rispetto della morte e della vita dovevo ritrovare la follia più autentica, la verità” (p. 63). Tenta di sbarazzarsi di Manrico riconducendolo là dove lo aveva incontrato, ma non si accorge che sta commettendo un errore. Manrico, infatti, rivela, quasi di sfuggita, ma inequivocabilmente, di essere stato una sorta di “convitato di pietra” alla mensa di Leonardo: “Ringraziai Manrico, e quasi mi scusai con lui per avere fallito, per non essere riuscito a prolungare né a concretizzare il mio folle e magico progetto. Con un solo gesto mi fece capire che non era con lui che mi dovevo scusare. Mi fece intendere che aveva raccolto molto, ed altrettanto teneva custodito dentro di sé, destinato a dare nuovi frutti” (p. 65). Così Leonardo scivola inconsapevolmente dall’onnipotenza all’impotenza: crede di poter tornare al suo interminabile investigare e rimuginare di studioso, ma Manrico una sera bussa alla sua porta e lì comincia la sua riscossa. Leonardo cede da codardo ad un basso ricatto e consente a Manrico di realizzare la propria autentica natura: il sosia non era solo un sosia, era qualcuno che non aveva avuto le occasioni del suo fortunato “doppio”. Tutto questo ci ha fatto pensare alla scena finale del “Ritratto di Dorian Gray” di Wilde. Il ritratto uccide Dorian nel momento in cui sembra destinato alla distruzione, così come Manrico diventa artista più sublime di Leonardo nel momento in cui sembra destinato a sparire per sempre dalla scena della Storia: è lui che realizza il sorriso della “Gioconda” e sta per trionfare su Michelangelo nella decorazione del salone dei Cinquecento a Firenze con “La battaglia di Anghiari”. Leonardo lo terrà ancora con sé a Roma, muto assistente del suo interminabile colloquio con se stesso, collaboratore sfruttato e mai ricompensato per la propria creatività. Cercherà ancora di liberarsene, ma il suo “doppio”, dopo aver escogitato una vendetta ancora più tremenda del precedente ricatto, riuscirà a diventare definitivamente Leonardo, quello che lavorerà nei suoi ultimi anni alla corte francese. Se volessimo ancora richiamarci a Pirandello, quando si è usciti dal proprio ruolo, dalla propria “maschera”, non è più possibile rientrarvi: Mattia Pascal non può risuscitare, Enrico IV non può tornare indietro nel tempo a rivivere il suo amore perduto e via dicendo. Manrico appare perfettamente consapevole di questo e lo rivela a Leonardo quando torna dalle sue montagne : “Senza mai smettere di sorridere, mi disse che aveva provato con tutte le forze ad ambientarsi di nuovo nelle sue montagne, ma non gli era stato possibile. Nulla era più lo stesso, e soprattutto lui era cambiato” (p. 67). Il genio è sconfitto, il copista povero e ignorante è il vero trionfatore: la sicumera iniziale di Leonardo è stata battuta dalla tenacia, forse un po’ furbesca, di un montanaro.

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Concludiamo, per ora almeno, le nostre considerazioni, tornando a dire che queste non possono essere che provvisorie. Speriamo quindi in nuovi contributi critici su questo testo, che non può lasciare indifferenti, specialmente per quanto riguarda l’interpretazione della vera natura del dissidio interiore di Leonardo, davvero sfuggente come il sorriso di Monna Lisa.

Andrea Salvini

1 Ci se ne può fare un’idea leggendo “La mia fuga dai Piombi” di Giacomo Casanova.