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Le distrazioni del viaggio

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Il 30 novembre nell’ambito degli incontri letterari organizzati dall’Associazione AstrolabioCultura presieduto da Valeria Serofilli ho avuto modo di dialogare con Annalisa Ciampalini riguardo al suo libro Le distrazioni del viaggio. Ne sono nate domande, curiosità e interrogativi a cui Annalisa ha risposto in modo sempre originale, mai scontato, abbinando lucidità di visione e passione espositiva. Riporto qui di seguito le mie domande (anche quelle da un milione di euro, interessi compresi) e le risposte dell’autrice, sempre all’altezza.
Buona lettura, IM

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Risultati immagini per annalisa ciampalini le distrazioni del viaggio

Pisa 30 novembre 2018

Annalisa Ciampalini, Le distrazioni del viaggio, Samuele editore, 2018

1 ) La prima considerazione è di carattere fisico, spaziale, ma sappiamo che tutto nella scrittura ha un senso e risvolti tematici e simbolici.

Il tuo volume è condensato, l’impressione è che tu abbia voluto offrire il frutto di lunghe e accurate “decantazioni”.

È una tua caratteristica costante la scrittura sintetica, densa, deliberatamente racchiusa nell’arco di versi brevi, oppure è correlata alla genesi specifica di questo libro?

La scelta della concisione è legata anche ai tuoi studi, al tuo legame con la matematica o si tratta di percorsi paralleli senza punti di incontro?

I tuoi modelli letterari, infine, hanno influenzato questa tua caratteristica?

A: Sicuramente la mia formazione scientifica ha contribuito all’essenzialità del modo di esprimermi, a volte rintracciabile anche in prosa. I modelli letterari, ossia gli scrittori e i poeti che leggo con assiduità e che amo, credo influenzino soprattutto l’atmosfera dei miei componimenti piuttosto che la scelta del verso. Spesso di certi poeti mi affascinano il ritmo e la melodia che le parole formano e assieme a questo il sentimento di uno stato d’animo che pur non essendo mio, mi pare di sfiorare. È anche da simili stati emotivi che la mia poesia prende vita. In questa raccolta i componimenti sono più brevi rispetto ai precedenti, questo perché ho scelto di lasciare inespressa la connessione tra le esperienze terrene e quotidiane dell’individuo e la sua parte spirituale che in questo libro viene privilegiata.

 

2 ) L’esergo del libro, proprio di tutti i volumi della collana Scilla di Samuele editore, riporta versi di Paolo Ruffilli, con una sua personale variazione sul tema del “carpe diem”. Come ti collochi rispetto alla tradizione, sia quella classica che quella contemporanea? C’è un’influenza diretta o si tratta solo di spunti, di occasioni di riflessione?

 

A: L’editore Alessandro Canzian ha deciso di adottare i bei versi di Ruffilli come motto per la collana Scilla. Sono stati scelti con cognizione di causa, e io mi ci rispecchio in quanto credo che il concepimento di un verso sia un atto breve e raro, un attimo particolare in cui decidiamo di cogliere qualcosa che non ci appartiene del tutto e di farlo nostro. Ad ogni modo, nell’ultimo verso, Ruffilli riporta quasi per intero il paradigma del verbo carpere, e non possiamo non pensare ad Orazio. Sono affezionata alle Odi di Orazio che risuonano ancora dentro di me dopo averle lette al liceo rispettando la metrica latina. Orazio ci dona una riflessione esistenziale profonda, da cui deriva un’esortazione a vivere la gioia dell’attimo presente, senza che venga offuscata dall’incertezza e dalla preoccupazione per il futuro, in quanto niente possiamo sapere dei giorni a venire. Sono perfettamente d’accordo con questa visione della realtà. Non condivido invece l’idea di vivere solo per il presente, non ricordando il passato e non considerando i progetti per il futuro.

 

3 ) Ci sono riferimenti nel tuo libro ad ambiti di studio scientifico, a tratti psicanalitico, in particolare c’è uno scavo accurato del rapporto complesso tra l’io e il mondo esterno, gli altri, e l’indagine sulle “aree grigie dell’ignoto”. Ma ci sono, in modo indiretto ma percepibile, riferimenti anche ad altre arti: il rapporto tra luce e buio, tenebra e visione, ricordano, ad esempio, certi quadri di Caravaggio. Si tratta di semplici riferimenti casuali o sono fonti di ispirazione?

A: Caravaggio è un pittore che amo molto, che mi suggestiona profondamente e mi fa sognare. Non ho scritto nessuna poesia del libro pensando o guardando un’opera precisa di Caravaggio, ma sicuramente l’alternarsi del buio con la luce è un’immagine che mi ispira molto, mi dà il brivido necessario per scrivere. La luce della conoscenza, le aree grigie dell’ignoto, e il confine sempre mutevole tra queste due regioni che mai troveranno una netta separazione sono linfa vitale per i miei versi. E in Caravaggio la luce è piena e le tenebre profonde, troviamo passione e mistero che si lasciano guardare, che ci invitano a lanciare lo sguardo oltre i margini che delimitano l’opera.

 

4 ) “Le finestre al mattino / ci guardano, sognano il viaggio che faremo”, scrivi nella lirica di pagina 42.

Calderon de la Barca sosteneva che “la vita è sogno”. Alcuni secoli dopo Garcia Lorca replicava che “la vita non è sogno”. Tu come ti collochi? Da quale parte ti schieri?

A: Non sono portata a condividere pienamente l’affermazione di Calderon de la Barca, e non perché la consideri in assoluto eccessiva o errata, ma perché percepisco il sogno e la vita in modo profondamente diverso. I sogni non sottostanno alla pesantezza delle leggi fisiche, ad esempio, nei sogni certe cose possono trasformarsi inaspettatamente in altre senza che vi siano cause o conseguenze precise, in una leggerezza anomala. Io nella vita avverto pesantezza e gioia, l’inerzia che si oppone al mutamento, o il mutamento spiazzante che richiede fermezza d’animo e grande coraggio. Invece mi pare che il sogno abbia caratteristiche differenti, che si accordano con una levità non propria della vita. Ad ogni modo esiste l’immaginazione e tramite quella possiamo concepire la vita come vogliamo. Durante il tempo di lettura di una poesia, la vita può essere percepita nella modalità che più ci aggrada, adeguandoci alle sensazioni ispirate dai versi.

 

5 ) Nella prefazione al libro Monica Guerra osserva che “la lingua dei numeri non è mai esercizio scientifico nei versi di Annalisa Ciampalini, bensì metafora del vano”. Come consideri e come vivi il rapporto tra il mondo dei numeri e quello delle parole?

A: Nel mio modo di vedere vi è un profondo rapporto. Se come mondo dei numeri intendiamo la matematica, in essa, proprio come nella letteratura, l’immaginazione ha un ruolo fondamentale. La risoluzione di un esercizio significativo in matematica richiede una buona dose di immaginazione, la stessa materia prima che si impiega nella stesura di un romanzo, nella scrittura di un componimento poetico. Credo che l’immaginazione sia una delle facoltà più rilevanti del genere umano, quella cosa che permette alla mente di fare dei veri salti. La matematica, come la letteratura, le scienze e le arti in generale nascono anche grazie all’immaginazione. I vari ambiti differiscono per conoscenze, per tecnica, ma l’immaginazione è comune.

 

6 ) Il tema del paesaggio è centrale nel tuo libro.

Ma è un paesaggio, per fortuna, che non è mai solamente sfondo o occasione per realizzare dei quadretti di maniera o delle nature morte tramite i versi.

Quando e come accade, a tuo parere, che il paesaggio diventa specchio dell’uomo?

A: Credo che il paesaggio che ci circonda e l’essere umano stabiliscano una relazione fin dal loro primo incontro. La retina del neonato è in primo luogo impressionata dall’immagine materna e poi dalle altre figure significative che gli ruotano attorno. Il paesaggio non ha sembianze umane, ma ha un’immagine ben precisa che il bambino osserva quotidianamente. Immagino che fin dalla prima infanzia, quando la mente è molto attiva nello stabilire corrispondenze tra oggetti e nomi, e poi concetti, si cominci a dare un significato preciso al disegno del paesaggio. L’andamento della linea dell’orizzonte, la salita di una strada, la vista del mare possono assumere significati che corrispondono allo stato d’animo di una persona o ai pensieri. Credo che il motivo per cui il paesaggio ricorre molto spesso nelle poesie sia anche questo: già Leopardi nel suo Zibaldone ci dice in modo mirabile la corrispondenza tra un paesaggio e l’idea di indefinito. Quindi il paesaggio è specchio dell’uomo, inteso soprattutto come essere pensante e vivificato dalle emozioni.

 

7 ) Ci sono riferimenti nel libro a poeti come Bruno Galluccio (anche lui di formazione scientifica), e a Rainer Maria Rilke e torna in modo ricorrente Tomas Tranströmer che identica la mente come il luogo in cui il vuoto si congiunge con il pieno.

Una domanda da un milione di dollari (o euro): di cosa è possibile riempire il vuoto, nella poesia e nella vita? Ossia, cosa resta, alla fine di tutto?

A: È davvero una domanda da un milione di euro. Forse ognuno di noi è chiamato a trovare un senso per la propria vita, probabilmente vi sono individui che lo fanno senza nemmeno pensarci, quasi fosse un esercizio imposto ed eseguito meccanicamente. Una pratica spontanea, come respirare. Per altre persone risulta più difficile, e sebbene la vita sia piena di cose da fare resta sempre contaminata dal vuoto. La presenza del vuoto, all’interno di una vita, può anche essere accettata, vista come necessaria e non temuta. Nella poesia il vuoto può essere una condizione imprescindibile affinché si crei una scrittura piena di significato. La scrittura di Tranströmer, che tu hai citato e che io amo, prende spesso inizio da un’esperienza di vuoto, entità che per noi è invisibile. Ma la poesia, a volte, trova senso proprio quando vuol nominare l’invisibile, dare corpo all’immateriale.

 

8 ) Il titolo del libro è efficace e particolare.

Distrazioni è un vocabolo che racchiude in sé più significati. Quali ti sono più cari e quali hanno fatto sì che venisse scelto come parola cardine del tuo libro?

A: “Distrarmi dal mio viaggio/ appiattirmi lungo il tuo occhio”. Questi sono i versi che aprono la prima sezione della raccolta e che si intitola “Fuori da noi”. Distrazione indica, nel caso del titolo del libro, l’istante anomalo in cui l’ego perde forza e siamo inclini a vedere l’altra persona in modo diverso, quasi fosse parte di noi. Il termine viaggio è da interpretare come la sequenza degli istanti che formano una vita. Quindi il titolo del libro vuol dare significato a quei rarissimi momenti in cui ci distraiamo dalla nostra esistenza che perciò diventa fragile e indifesa, penetrabile da altre esistenze. Processo, questo, che può non verificarsi mai, oppure può avvenire spontaneamente, senza che vi sia una ricerca.

 

9 ) Nella poesia di pagina 20 si leggono questi versi: “il tuo pensiero lento / cerca un rumore bianco, / t’inchioda nell’ossessione di un ricordo”. Quello del tempo è il punto chiave, in poesia e non solo.

Qual è il tuo rapporto con il tempo? Come lo definisci e come lo vivi.

 A: Il mio modo di concepire il tempo è forse quello più scontato: un tempo lineare, con gli istanti posizionati su una semiretta, un tempo che non torna mai indietro, una serie di processi irreversibili. Ma alla fine non conta molto la definizione che ci sembra più razionale o la concezione astratta, l’importante è come si vive. Sono una persona ansiosa e il tempo non mi basta mai. Vorrei vivere più di una vita, assaporare i sentimenti degli altri, sentirne il gusto delle emozioni. Come dire: una vita è troppo poco. L’immaginazione, la scrittura, l’arte in generale e le persone reali mi aprono mondi sempre nuovi, mi aiutano a vivere con curiosità il tempo che passa. Poi c’è il tempo di lettura: la durata di lettura di una poesia o di un romanzo è un tempo che obbedisce a splendide leggi ignote.

 

10) A pagina 27 si parla di un dio che “tace sempre”. Che rapporto hai con il mistero di questo silenzio continuamente da interpretare?

A: Forse un silenzio assoluto non c’è mai stato, immagino che qualche rumore abbia sempre risuonato nell’universo. Certo è che il linguaggio dell’uomo, quello che usiamo in poesia, nasce dal silenzio; prima del suono della parola originale vi era silenzio. A volte chi scrive avverte l’urgenza di andare oltre la parola più usata, di ricercarne l’origine remota, quel suono inarticolato e breve al confine col silenzio e che a un certo punto iniziò a significare qualcosa. La poesia, poi, è anche il luogo del non detto: servono spazi bianchi e parole taciute affinché il lettore possa trovare un posto dove accomodarsi e iniziare a far parte del testo.

 

11 ) La tua poesia di pagina 48 evoca “la mente” e qualche verso dopo “un miracolo semplice di corpi caldi”. Tra carnalità e pensiero c’è uno iato, un divario, o sono parte di un tutto condiviso?

A: In questa raccolta la mente e il corpo sono divisi; divisi in quanto differenti e in quanto collocati in spazi diversi. La mente occupa gli spazi alti, il corpo è confinato a occupare i piani bassi a causa delle leggi fisiche a cui è soggetto, leggi che poi diventano anche simboli. La “casa rasoterra” è il luogo del corpo, un luogo in cui imperversa il tempo e l’usura, ma anche luogo di attesa, di tensione verso l’alto. Verso i pensieri che ci salvano e che sfioriamo appena.

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Annalisa Ciampalini è nata a Firenze nel 1968. Ama da sempre la poesia e la matematica, la musica e la natura. Nel 2008 ha pubblicato la raccolta L’istante si dilata con Ibiskos Editrice, nel 2014 la raccolta L’assenza edita da Ladolfi Editore. Suoi contributi appaiono su diverse antologie edite da Fara editore. Insieme a Giancarlo Stoccoro ha contribuito al libro Pierino Porcospino e l’analista selvaggio (ADV Publishing House 2016) volume che raccoglie testi di diversi autori. Il suo ultimo libro è Le distrazioni del viaggio (Samuele Ed. 2018)

 

 

Intervista a Demetrio Paolin e Giorgio Scianna – Festival Indipendentemente 2017

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Il Festival Indipendentemente, di cui scrivo qui sotto un succinto programma (per informazioni più dettagliate http://www.indipendentemente.eu/ ) ospita artisti, scrittori e musicisti che ragionano, anche attraverso le loro opere, sul tema della “consapevolezza”.

Ho avuto l’opportunità e il piacere di poter chiacchierare con due degli scrittori ospiti del Festival, Demetrio Paolin e Giorgio Scianna.

Abbiamo parlato di scrittura, del mondo in cui viviamo e dei mondi possibili, quelli a cui pensiamo e che immaginiamo.

Le mie domande hanno ricevuto risposte originali, mai banali. Mi hanno chiamato in causa, mi hanno spinto a guardare le cose da prospettive diverse, in alcuni casi, confermando o contrastando ciò che avevo pensato e visto, fornendo angolazioni basate su esperienze autentiche, di uomini oltre che di scrittori.

Il mio ringraziamento, quindi, a Giorgio e a Demetrio per la partecipazione autentica e per il dialogo.

Ogni lettore, non solo gli “addetti ai lavori”, vi potrà trovare qualcosa che lo riguarda: una riflessione sulla propria “in-dipendenza” e sul proprio modo individuale, unico e differente, di creare (e modificare giorno per giorno) la propria consapevolezza e il proprio modo di raccontare e di raccontarsi, dicendo ciò che siamo e ciò che non siamo, le passioni, le paure, le speranze. Tutto ciò che di umano continua a vivere e si continua a scrivere . IM

Indipendentemente, il primo festival dell’Editoria e delle Arti si terrà nel Castello di Belgioioso a Pavia dal 6 all’8 ottobre. Indipendentemente è una manifestazione del tutto nuova che coinvolge il teatro, la musica, la storia dell’arte e l’editoria e vuole far dialogare tutte queste parti tra loro con un fine ben preciso: creare consapevolezza.

Numerosi gli autori ospiti: Silvia Ballestra,Raul Montanari, Ivano Porpora, Daniela Brogi, Francesca Mazzuccato, Giorgio Scianna, Demetrio Paolin, Francesco Muzzopappa, gli storici dell’arte Maria Elena Gorrini, Davide Zizza, Stefano Maggi, il comico e scrittore Stefano Vigilante e molti altri.

Venerdi 6 ottobre Ore 18:30, Sala dei Due Balconi: Conforme alla gloria (Voland), di Demetrio Paolin, con l’autore e la pubblicista, blogger, editor Chiara Solerio .

Domenica 8 ottobre ore 19 

Sala degli Affreschi: La regola dei pesci (Einaudi), di Giorgio Scianna, con l’autore e la scrittrice Silvia Longo

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SETTE DOMANDE A DEMETRIO PAOLIN

autore di CONFORME ALLA GLORIA, Voland, 2016

in occasione della sua partecipazione a Indipendentemente, il primo festival dell’Editoria e delle Arti in programma presso il Castello di Belgioioso a Pavia dal 6 all’8 ottobre.

1) Il titolo del Festival di cui sei ospite è “Indipendentemente”.

A tuo avviso, quanto, come e a che prezzo si può essere indipendenti, oggi, come scrittori e come uomini?

Parto da un paradosso. Io sono ospite di questo festival perché negli anni ho sviluppato una seria e durevole, vorrei dire ossessiva, dipendenza dal mettere insieme le parole. Quindi io non sono indipendente, ma anzi dipendo totalmente da ciò che scrivo. È la stoffa di ciò che scrivo che mi porta a essere qui intervistato da te. Quella che tu chiami indipendenza è secondo me accettare che esiste qualcosa che a cui chiniamo il capo; a cui infine vinti ci arrendiamo. Per me questa cosa è la scrittura.

Quindi penso che l’unico modo per essere indipendenti sia in realtà cercare qualcosa da cui dipendere, qualcosa che definisca il nostro stare nel mondo. Quando scrivo, non mi chiedo cosa voglia da me il mercato, il mio editore potenziale, la mia agente, ma semplicemente mi metto a servizio della storia che ho pensato e quella scrivo. La scrivo al meglio, perché credo che sia importante, che sia etico fare un bel lavoro, ma io sono al servizio della storia e non di una idea di mercato, di marketing etc. etc… È molto semplice: a ogni parola ne segue una e una soltanto; e linsieme di queste forma una frase, che si trasforma in un periodo che diventa pagina. Il libro si scrive parola dopo parola: questa logica conseguenza sintattica è ciò a cui sono devoto, è ciò da cui dipendo, ed è ciò che mi rende indipendente.

2) Lo scopo programmatico del Festival è “creare consapevolezza”.

Puoi darci una tua definizione di questo termine, e di ciò che, nel panorama e nella mentalità odierna, a livello politico, dell’informazione e del modo di vita, la favorisce e, sul fronte opposto, la ostacola?

Viviamo in un mondo in cui la paranoia e il complotto sono all’ordine del giorno, in cui per ogni dato fattuale esiste una contro narrazione, il più delle volte bislacca che si nutre dellignoranza. Io credo che sia necessario avere un atteggiamento di responsabilità nel raccontare le nostre storie, nell’esprimere i nostri giudizi. Creare consapevolezza è uno slogan bellissimo che ha un fondamento etico complesso. Lo scrittore non deve avere il vizio della superiorità, ma anzi si impegna ad acquisire il punto di vista “nemico” (mi sia concesso il termine). Essere consapevoli significa guardare con occhi completamente altri rispetto ai nostri. Io sono affascinato dalle motivazioni storiche psicologiche etiche dei carnefici non per crudeltà, per cinismo, ma perché assumendo il loro sguardo io posso dare a chi mi legge, a chi si attarda nelle pagine della mia storia, una narrazione consapevole, una narrazione responsabile di un fatto. Essere consapevoli vuol dire non fare generalizzazioni, e non fare semplificazioni. La consapevolezza usa una lingua lenta, che ha bisogno di tempo ed elaborazione, lontana dalla frenesia e dellequivoco del linguaggio spigliato dei social.

3) Hai provato anni fa, seppur brevemente, la strada della poesia, percorrendo alcuni passi in quella direzione. Quali differenze hai percepito con più forza ed evidenza tra la poesia e la narrativa? Ritieni che a dispetto di tali differenze sia possibile lasciare uno spiraglio alla poesia anche in ambito narrativo o è necessaria una separazione netta?

Non credo di essere un poeta.

Ho una competenza linguistica, so come si scrive un verso, ma non sono un poeta. Per questo motivo pur scrivendo versi non li raccolgo. Ho questo vezzo totalmente antieconomico dal punto vista della scrittura. Sul mio pc c’è un file nominato “cose_a_capo.rtf”. Quando scrivo una poesia, cancello quella precedente. E così da anni io ho sempre ununica manciata di versi e gli altri sono perduti. La poesia italiana negli ultimi ha prodotto testi molto belli e potenti. Mi vengono in mente Andrea De Alberti, Giovanna Frene, Gilda Policastro, Maria Grazia Calandrone, Andrea Ponso. Io non sono in grado di scrivere opere come le loro, ogni tanto mi servo dei versi nelle mie narrazioni o scrivo proprio dei piccoli racconti in versi, ma sono più una forma ibrida di racconto che non una poesia vera e propria.

4) Una vexata quaestio, o, meglio, un rompicapo molto nostrano: per quale ragione a tuo avviso il racconto come forma narrativa in Italia stenta a decollare mentre in altre nazioni è seguitissimo e molto amato sia dagli editori che dai lettori?

Penso agli anni 90, quando ho incominciato a leggere la nuova narrativa italiana, e ai libri, che hanno influenzato il mio apprendistato narrativo e mi viene da dire che erano quasi tutti libri di racconti, ad esempio i testi di Mozzi, di Nove, di Drago e di Voltolini. Il problema, io credo, non è il racconto come genere narrativo, ma il lavoro di post-produzione. Non basta, insomma, prendere 10 racconti e metterli insieme per dire ecco un libro di racconti. Un libro di racconti, non è una raccolta di racconti, prendi un volume come Fiction 2.0 o il Male Naturale di Mozzi e ci troverai un equilibro interno, una voce, una tessuto comune ovvero una sua organicità.

Io credo che la mancanza di questa tensione compositiva (nel senso proprio di orchestrazione) ha prodotto la disaffezione del pubblico per i racconti. Oggi, però, ci sono dei segnali positivi. Riviste come Effe – periodico di Altre narratività, Carie, Cadillac, blog come Cattedrale e case editrici come Racconti edizioni siano il segnale che forse sta tornando una attenzione reale verso questo tipo di narrazione.

5) Il tuo romanzo Conforme alla gloria esplora il confine tra ciò che è umano e il suo contrario, la negazione di tutto quello che ci rende esseri degni di tale nome. La cronaca, ormai da molti mesi, sembra fare da involontario ufficio marketing al tuo romanzo, ossia, fuori di metafora e al di là della battuta esorcizzante, ogni giorno purtroppo ci offre spunti e occasioni per riflettere sulla dicotomia a cui si è fatto cenno, ponendoci di fronte a nuovi disumani orrori. Come si colloca secondo te il nostro tempo nel contesto della struttura evolutiva del male? Siamo di fronte a forme nuove o è soltanto un modello atavico che si perpetua?

Io ho l’intima convinzione che la scrittura abbia a che fare con il vero, e il luogo centrale in cui il vero appare è appunto la riflessione sullumano e sul disumano. Conforme alla gloria, ma anche tutta la mia produzione precedente e ipotizzo quella futura se mai ci sarà, ha come punto nodale non tanto descrivere le differenze tra umano e disumano, ma i momenti di attrito tra queste due categorie: ora questa riflessione appunto è vecchia come il mondo, è forse uno degli archetipi narrativi fondanti di ogni letteratura. Io non credo che il male abbia una evoluzione, il male semplicemente è. Esiste e come esistente fa parte del nostro orizzonte umano e storico. Il fatto che il male abbia forme diverse, non è indicativo di un suo cambiamento, ma al massimo di una sua diversa percezione. Pensa a come si è modificato il nostro atteggiamento rispetto alle stragi dellIsis. Un tempo la timeline di Facebook, dopo un attentato, era per giorni piena di riflessioni, immagini, preghiere, improperi dibattiti sullargomento. Chi si ricorda che pochi giorni fa due donne sono state sgozzate in strada a Marsiglia?

Il compito dello scrittore è non eludere lo sguardo, e lo può fare in un unico modo: scrivendo una storia che per quanto terribile e oscena sia così bella e da costringere chi legge e rimanere lì nonostante il male che è presente nelle pagine, perché vuole arrivare al fondo.

6) A livello tecnico e di coinvolgimento emotivo quali differenze hai notato tra il resoconto dei fatti storici come saggista (come ad esempio in Una tragedia negata) e la narrazione basata sulla storia in qualità di romanziere?

L’attività di critico, e di critico letterario, mi piace perché è il tentativo di produrre senso e narrazione, partendo altri testi e altre opere. In questo senso il coinvolgimento emotivo è più razionale, è più misurato e sobrio (mi viene da dire). Fare critica è provare a collegare con fili lunghissimi e tesi, testi diversi per spirito scrittura e indole, ma in cui tu rivedi qualcosa di tuo. Ecco forse il momento più emotivamente alto nello scrivere un saggio è quando realizzi che nel disordine delle tue letture, c’è qualcosa che collega tutto. Il critico è la cosa più vicina ad un paranoico che io possa immaginare, cerca di trovare una sorta di visione dinsieme anche quando non c’è.

Scrivere un romanzo con una precisa connotazione storica è paradossalmente molto più semplice, lattenzione devi rivolgerla ai dettagli: conoscere bene gli usi e i costumi, conoscere le strade e i luoghi in cui ambienti la storia, i modi di dire e la moda del tempo. Poi il resto viene facile, almeno per me. In entrambi i casi il segreto è uno: studiare molto, leggere molto, prendere appunti, farsi schemi, specchietti. Nessun romanzo si scrive di getto, tanto meno un romanzo con ambientazione storica. Ora mi si dirà: ma lo scrittore X ha scritto il capolavoro mondiale Y in 30 giorni. La mia risposta è: X è un genio, noi no.

7) Sempre facendo riferimento a Conforme alla gloria e alla tua esperienza di uomo e di scrittore, intravedi in termini storici e sociali possibilità di miglioramento, o almeno semi di speranza? Credi che anche questa nostra epoca buia possa finire così come sono finite le pagine più nere di alcune efferate dittature? In termini più ampi, ritieni che la letteratura possa solo documentare scenari reali e mondi fittizi oppure debba tentare di influenzare il modo di pensare e di agire?

Io non credo nella magnifiche sorti e progressive. Non ci ho mai creduto, non ho mai avuto fiducia nel sole dellavvenire. Penso che invece di guardare in avanti dovremmo guardare alla tradizione. Se c’è una speranza è nella tradizione. Abbiamo scrittori grandissimi che non studiamo più, abbiamo una cultura che neppure sappiamo di possedere. Fate così, ad esempio, prendete la macchina e andate a Ascoli Piceno. Giratela, guardate lo stupendo romantico che è presente in questa città e ditemi poi chi lo sapeva? Chi immaginava tanta bellezza?

In senso più ampio. Io non credo che viviamo in un mondo così terribile, per quanto riguarda il nostro occidente. L’Italia non è una dittatura, è un luogo dove puoi dire e scrivere quello che ti pare senza finire in prigione e alla gogna. Che nel resto del mondo poi il livello di democrazia sia peggiore o in alcuni casi assente è vero, ma che la letteratura possa produrre un effetto rispetto a questo, mi spiace ma credo di no.

La letteratura non serve. La letteratura non cura, non redime, non salva, non produce rivoluzioni, non defenestra dittatori, non fa cadere regimi. La letteratura produce una storia, la racconta meglio che può e come può; la letteratura fa in modo che una persona abbia uno sguardo nuovo sul mondo; la letteratura non fa l’uomo nuovo, ma dà la possibilità di guardare ciò che gli sta intorno con una responsabilità e una consapevolezza diverse.

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SETTE DOMANDE A GIORGIO SCIANNA

autore di LA REGOLA DEI PESCI, Einaudi, 2017

in occasione della sua partecipazione a Indipendentemente, il primo festival dell’Editoria e delle Arti in programma presso il Castello di Belgioioso a Pavia dal 6 all’8 ottobre.

1) Il titolo del Festival di cui sei ospite è “Indipendentemente”.

A tuo avviso, quanto, come e a che prezzo si può essere indipendenti, oggi, come scrittori e come uomini?

Oggi non vedo tanto il rischio di asservimenti politici o ideologici, a meno che non si operi in settori specifici. Il rischio è il pensiero dominante, quello ci condiziona tutti, in ogni momento. Oggi da Twitter, Instagram, Facebook sappiamo immediatamente cosa pensano su un tema determinato le persone che riteniamo simili a noi per valori, per affinità, per simpatia. Prima di esserci ancora fatti un’idea autonoma su un quesito elettorale, su un film, su un fatto di cronaca sappiamo già cosa pensano quelli del nostro ambiente di riferimento. E questa è una gabbia mentale. Avere un giudizio libero e personale diventa una conquista.

2) Lo scopo programmatico del Festival è “creare consapevolezza”.

Puoi darci una tua definizione di questo termine, e di ciò che, nel panorama e nella mentalità odierna, a livello politico, dell’informazione e del modo di vita, la favorisce e, sul fronte opposto, la ostacola?

La consapevolezza può nascere solo da un percorso individuale coerente costruito in base alle nostre aspettative e alle nostre capacità. Oggi ci sono palchi e piattaforme naturali e virtuali di ogni tipo (TV, ancora i social) che consentono di avere una visibilità immediata, di bruciare le tappe di questo percorso. A volte questo rappresenta un aiuto enorme perché consente di accorciare le distanze non solo col pubblico, coi lettori, con gli spettatori, ma anche con gli altri artisti. A volte diventa invece un rischio molto alto: si può essere portati a forzare percorsi, a interromperli oppure a inseguirli in maniera innaturale, alla ricerca di scorciatoie pericolose.

3) Il tuo saggio Narrativa italiana oggi è del 2011. A sei anni di distanza come sono mutate le istantanee e in che direzione si sono spostati i confini?

Per fortuna l’evoluzione è continua: nuovi autori sono entrati, nuove suggestioni e nuovi temi si sono imposti. Credo che l’impalcatura di quella fotografia però regga ancora. Se la riprendessi oggi mi piacerebbe parlare di tecnologia, di realtà virtuale, degli impatti sugli schemi della narrazione delle nuove scoperte.

4) Nel 2014 per Einaudi hai pubblicato il tuo terzo romanzo, Qualcosa c’inventeremo. Prendendo il titolo come spunto, ritieni che a livello narrativo, ma anche individuale e sociale, si possa creare, forgiare, inventare ex novo?

Si dice spesso che tutto è già stato scritto e che si possono solo declinare storie note in modo personale. Non sono sicuro che sia così, non solo perché la cronaca è una sfida continua ed è importante trovare il modo di rappresentarla, ma anche perché i mezzi e gli strumenti narrativi sono in divenire. Le serie tv negli ultimi anni hanno messo in discussione tanti di noi.

5) La regola dei pesci, il tuo romanzo di recente uscita, ha un titolo fascinoso, surreale e in qualche misura ossimorico. Puoi dirci come è nato il titolo e se è frutto di un’intuizione immediata oppure il risultato di ripensamenti e aggiustamenti progressivi?

La regola dei pesci si riferisce a quel fenomeno noto in etologia come “schooling”. Si ha quando un banco di pesci si muove tutto insieme sembrando un corpo unico; è un comportamento difensivo che serve per ingannare i predatori impedendo loro di aggredire il singolo pesce. Nel romanzo il branco ha spesso una valenza negativa, quella a cui ci ha abituato la cronaca di entità deresponsabilizzante che ci fa fare in gruppo cose che non faremmo mai da soli. Il titolo ci è venuto in mente negli ultimi giorni e ci ha convinto perché coglieva l”idea del gruppo – che nel romanzo è importante, è quasi un personaggio – ma dando per una volta al branco un valore positivo: quando uno dei ragazzi è completamente scarico, in una crisi profonda, si lascia andare appoggiandosi agli altri, fidandosi del loro movimento che va nella direzione giusta.

6) Facendo ancora riferimento al tuo romanzo, ritieni che oggi si sia tutti più che mai muti come pesci (a dispetto del proliferare di svariati e sempre più rapidi mezzi di comunicazione)? Oppure credi che ci sia la possibilità di dirci, anche tra diverse generazioni, sono qui, sono fatto in questo modo, aiutatemi, aiutiamoci?

Qui mi interessava il silenzio degli adolescenti, troppo diffuso. C’è difficoltà di dialogo tra coetanei, ma è verso gli adulti che il silenzio diventa spesso impenetrabile, anche quando c’è un rapporto di affetto vero. In parte è fisiologica incomprensione generazionale, ricerca della parola e del confronto soprattutto con gli altri ragazzi, ma temo ci sia di più. Noi adulti abbiamo smarrito la capacità di parlare di futuro, perché anche per noi è nebuloso è incerto. Così siamo diventati interlocutori poco credibili proprio sulle cose che a loro interessano di più.

7) Come si colloca La regola dei pesci nel complesso della tua produzione narrativa? È un punto di svolta o è la naturale prosecuzione del discorso e del percorso da te intrapresi?

Con “Qualcosa c’inventeremo” era iniziato un dialogo sugli adolescenti, con gli adolescenti, un cammino anche fisico che mi ha portato a incontrare migliaia di ragazzi nelle scuole di tutta Italia. “La regola dei pesci” è partito da lì, dalla voglia di riprendere un percorso nel tentativo di esplorare un mondo – quello degli adolescenti di oggi – che io continuo a vedere molto giudicato ma poco conosciuto e soprattutto poco raccontato dall’interno.

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Un’intervista pigra su scrittura, editoria, vita, gioventù e altre quisquilie

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Questa è un’intervista pigra.
Con il gusto dell’applicazione del principio del minimo sforzo.
Un po’ perché avendo avuto il piacere di conoscerti, come autrice, come lettrice e critico, ma soprattutto come persona, so che mi posso fidare; un po’ per tentare un dialogo, letterario ma non solo, in cui ci sia lo spazio per dire ciò che veramente ti sta a cuore, ciò che ti contraddistingue come autrice e come donna, ciò con cui ti senti in sintonia e anche, e forse soprattutto, ciò che invece trovi estraneo, e che, facendo riferimento al nome di un blog a cui collabori, ti rende irrequieta.
Ma l’irrequietezza è ambivalente, quindi fertile.
Non è solo disagio è anche spinta a fare, a compiere gesti, fatti di azioni e di parole, per provare, a dispetto di tutto, a cambiare le cose. IM

L'immagine può contenere: 2 persone, persone che sorridono

L'immagine può contenere: 2 persone, persone in piedi e spazio al chiuso

Con la sorridente e ironica sincerità che ti contraddistinguono, dimmi se il tuo legame profondo con la lettura e la scrittura ti fa mai sentire un pesce fuor d’acqua con le persone che ti sono accanto, negli studi e nella vita.

Da bambina e nei primi anni dell’adolescenza, in effetti mi sono sentita un po’ una “eccezione” alla regola: se escludiamo i banchi di scuola, avevo poche persone con cui condividere questo duplice legame e non sempre – per vergogna o per divergenze di idee – ne parlavo quanto avrei voluto o potuto.

Le persone a me più care, comunque, hanno sempre capito il mio rapporto con scrittura e lettura e, quando non lo hanno apertamente incoraggiato, lo hanno comunque rispettato sempre. Negli anni, poi, io stessa ho deciso di circondarmi di persone a me affini in questo senso, di frequentare ambienti adatti al mio modo di essere e di non considerarmi un pesce fuor d’acqua, bensì un pesce che – come tutti gli altri – aveva una sua peculiarità a renderlo unico e interessante.

Il risultato è che, adesso, io sono un tutt’uno inscindibile con le mie passioni e chi mi sta accanto mi è diventato in questo un prezioso alleato.

La parola “intellettuale” ti fa ridere, ti spaventa o ti lascia indifferente?

Come vedi l’interazione di una persona che opera nell’ambito della cultura con il mondo esterno?

Percepisci fatali e immutabili distanze o credi ci possano essere punti di contatto?

Parlare di “intellettuali” mi fa un po’ paura, perché in effetti si tratta di una parola che tende a costruire dei muri fra gli interlocutori. Chi si definisce così, da un lato, sembra quasi volersi porre in una posizione di superiorità mentale e culturale rispetto agli altri, e chi si confronta con i sedicenti intellettuali ne è chiaramente intimorito, se non infastidito, perché non vorrebbe riconoscere a priori una supremazia che non sempre è fondata e che a livello umano, in ogni caso, non dovrebbe mai sussistere fra gli individui.

Chi opera nell’ambito della cultura, più umilmente, dovrebbe forse definire sé stesso come un conoscitore del proprio settore: sembra una differenza da niente, eppure indispone molto meno e fa subito capire che la propria conoscenza nel campo del sapere non presuppone l’onniscienza esistenziale che, invece, molti si auto-attribuiscono.

Le distanze, quindi, in realtà sono spesso la conseguenza del modo di porsi che hanno i singoli. Basterebbe porre la questione in un’ottica di entusiasmo e di piacere della condivisione per creare innumerevoli punti di contatto, cosa che peraltro dovrebbe essere il fine principale di chi opera per la reale diffusione della cultura.

Cosa dovrebbe fare il mondo della letteratura e più in generale della cultura per integrarsi con la società?

Ecco, veniamo al pratico.

Si potrebbero gestire in altro modo le presentazioni dei libri, per esempio, coinvolgendo il pubblico non come se si stesse parlando dall’alto di un pulpito e, piuttosto, come se si volesse renderli partecipi di un qualche importante segreto sotteso all’opera.

Si potrebbero organizzare, anziché dei firma-copie, delle interviste aperte fra autori e lettori, quasi delle “conferenze stampa” in cui la stampa sia rappresentata da chi è interessato all’opinione di chi scrive.

Si potrebbe unire l’esperienza della lettura a quella delle gite scolastiche, suggerendo ad esempio la scoperta di un qualche libro sul luogo che si visiterà prima e dopo la partenza. Si potrebbero trasmettere anche attraverso i mass-media (da leggersi: portali online delle più importanti testate, pubblicità e programmi tv con alto sharing) rassicurazioni circa il fatto che leggere non significa tagliare fuori il mondo o rimanerne isolati, e che invece proprio la letteratura aiuta a darne delle interpretazioni nuove, a scoprirlo diverso, a integrarsi meglio al suo interno.

Se si cominciasse da questo, considerando anche dal punto di vista del “mero” marketing la lettura come una moda immortale, il connubio cultura-società sarebbe praticamente indissolubile.

Come giudichi questi nostri tempi? E come fai convivere la parte di te che si deve adattare alle regole (spesso misere e bieche) del vivere quotidiano con la parte che sogna, che immagina mondi possibili e distanti?

Sarò forse una delle poche a sostenerlo, ma trovo molto affascinanti questi nostri tempi. La tecnologia (e non solo informatica) ci permette di creare delle relazioni che fino a un secolo fa erano inesistenti: amicizie e amori a distanza, scambi interculturali, notizie o aerei che fanno il giro del globo. E non solo, chiaramente.

Certo, ci sono ancora delle brutture allucinanti, delle ingiustizie tremende, un divario inaccettabile fra quello che secondo me – senza mezzi termini – è il primo e l’ultimo mondo, stermini atroci e immotivati, mafie in senso lato che in maniera inconsapevole assecondiamo anche noi con le nostre abitudini; ho però l’impressione che, in misura più o meno percepibile e più o meno definita, tutto questo sia sempre esistito, con la differenza che le possibilità di riscattarsi e di andare al di là (di frontiere, mentalità, povertà, sfruttamenti, orrori e quant’altro) sono adesso elevatissime.

Abbiamo a disposizione degli strumenti extra-ordinari di conoscenza e interpretazione del mondo e dei nostri simili, nonché di noi stessi. Abbiamo secoli di arte e di musica alle spalle, decenni di progressi e di miglioramenti di fronte a noi e, nel presente, abbiamo comunque la possibilità di accedere a parecchi diritti inalienabili senza bisogno di combattere a costo della vita per ottenerli, e di fare lo stesso per chi ancora non ha questa possibilità.

Sono dei tempi promettenti, dei tempi incerti eppure intensi, vibranti e profondi. Molto più di quanto vorrebbero farci credere. Di conseguenza, di solito non sogno altre realtà in cui abitare: faccio di tutto perché sia questa la realtà giusta per me, quella in cui le regole diventano il meno bieche possibile, quella in cui certe ferite si sanano, quella in cui si agisce per andare insieme verso il meglio. Non mi sento in lotta con gli anni 2010, piuttosto mi sento in lotta con chi li demonizza e con chi fa di tutto per evitarci di progredire come umanità e come individui.

Domanda da un milione di dollari, euro, o anche pesos: quale ritieni sia il volto reale della gioventù di oggi? In che misura si discosta dagli stereotipi?

Una domanda effettivamente importante!

Di sicuro è un volto molto diverso da quello di certi stereotipi, ma è anche vero che mi sento di parlare strettamente per la mia generazione. Ho notato, infatti, che già a partire da qualche anno successivo a quello in cui sono nata io è cambiato molto: gli anni Novanta e Duemila sono stati protagonisti di uno sviluppo tecnologico vertiginoso, da un anno all’altro la Play Station 2 era già superata, i Gameboy venivano sostituiti dai Nintendo, i Commodore da Windows. E anche l’approccio dei genitori e il ruolo che hanno avuto questi dispositivi nella crescita è cambiato, così come hanno influito internet e i social network.

La mia generazione, in linea di massima, è entrata in contatto con questi strumenti a un’età in cui lo spirito critico era già sviluppato. Abbiamo saputo utilizzarli per informarci e non solo per svagarci, per capire di più del mondo intorno e non solo per fare gossip o fingerci grandi, per prevenire certi eccessi di “sbandamento dai binari” anziché considerarli affascinanti tout court, motivo per cui mi sento di dire che la gioventù della quale faccio parte è estremamente consapevole di sé, inaspettatamente matura, sorprendentemente in lotta per i propri sogni e ideali.

Siamo abituati ad essere dipinti come dei depressi, dei potenziali falliti, degli sfortunati sociali, mentre secondo me siamo i più curiosi, i più attenti, i più ambiziosi e i più capaci di costruirci passo dopo passo il futuro che vogliamo con le nostre mani.

Se anche avessi vinto un milione di dollari con questa risposta, è alla gioventù di oggi che li darei. In segno di approvazione e di fiducia.

Quali sono i libri che ami leggere e quelli che invece non leggeresti mai? Qualche titolo, o esempio, è gradito.

La mia unica distinzione vede i libri originali contrapposti a quelli non originali.

Non hanno importanza la lunghezza, il genere, l’argomento, l’anno di pubblicazione, il nome di chi lo ha pubblicato. Mi basta che non si tratti di un tentativo di prendere in giro, di confezionare con delle belle parole una storia che non ha niente da insegnare o da suggerire, né sul piano dello stile né a livello di contenuti e di riflessioni.

Sono piuttosto scettica anche nei confronti dei libri che fanno dello sfondo storico il vero protagonista delle vicende, approfittandone per non creare in realtà niente di innovativo capitolo dopo capitolo: con le dovute eccezioni e con un grande rispetto da scrittrice per chi si cimenta con la narrazione ambientata in altre epoche, di solito preferisco chi dalla Storia prende solo spunto, per poi sviluppare vicende, pensieri o risvolti imprevisti e creativi.

A tuo avviso quali meccanismi regolano le scelte editoriali?

Un meccanismo su tutti, per quanto mi riguarda: il marketing.

Non sempre ha importanza premiare il talento, basta premiare quello che vende facilmente, che attira la fetta più larga di lettori (specialmente di livello culturale medio), che asseconda le aspettative.

Anziché andare alla ricerca dell’estro, dello spessore e dell’interessante, quindi, si va alla ricerca del sensazionalismo smerciabile. Questa medaglia ha una faccia positiva, nel momento in cui il marketing incontra effettivamente il talento o nel momento in cui il talento riesce a trasformarsi in marketing, il che non avviene poi così di rado.

Il fatto è che non sempre chi ha talento sa come allinearsi ai criteri di pubblicazione e, ancora peggio, come entrare anche solo in contatto con certe case editrici. Ad accogliere manoscritti inediti sono pochi grandi editori e quasi nessuno, ormai, punta su volti assolutamente sconosciuti. D’altronde, da sconosciuti è impossibile diventare conosciuti se non si ha un briciolo di marketing dalla propria parte, così chi riesce a farcela da sé si crea intanto una cerchia di lettori via internet o attraverso piccole realtà alternative (regionali, ad esempio, o legate a concorsi letterari più o meno noti) nella speranza di essere notati presto o tardi, e chi non ne è capace rischia di non trovare mai posto sugli scaffali.

Una realtà che mette i brividi e che dovrebbe fare indignare, ma alla quale molti non saprebbero nemmeno come opporsi. Proporre dei modelli di comportamento alternativi è complicato da concepire e da fare accettare, ergo la scelta più facile – e non quella più giusta, però – rimane il solito laissez faire in cui gli italiani sono dei veri maestri.

Se per avere successo editoriale ti chiedessero di scrivere qualcosa che va in direzione opposta al tuo modo di scrivere e di pensare, cosa risponderesti? (Sono ammesse risposte senza limitazioni o censure).

Risponderei categoricamente di no.

Mi è successo di ricevere proposte editoriali che svilivano in maniera assoluta il ruolo dell’autore – percentuali di guadagno minime, assenza di distribuzione cartacea degna di questo nome, impossibilità di presentare il libro nelle grandi catene di librerie nazionali, editing inesistente – e di rifiutarle.

Mi è anche successo di sentirmi dire: “è meglio scartare quest’opera qui, farebbe meno successo di quest’altra”. E, nonostante questo, l’opera da scartare fa ancora parte dei miei progetti nel cassetto. Non sono mancate nemmeno le richieste di storie o di conclusioni contrarie in toto al mio modo di scrivere e di pensare, e anche in quell’occasione mi sono opposta.

Il successo mi interessa solo se serve ad essere letta dalle persone a cui può interessare quello che ho da dire. Non se serve a dire a persone di cui non mi interessa quello che vogliono ascoltare, a prescindere dal fatto che io ne sia realmente convinta o meno. Di conseguenza, scendere a patti se non credo in qualcosa non fa proprio parte delle mie alternative.

Le ispirazioni per i tuoi racconti da cosa nascono? Prendi appunti immediatamente o come Wordsworth preferisci le “emotions recollected in tranquillity”?

Alterno le due tendenze in base alle circostanze.

Ci sono racconti che nascono d’istinto in un attimo, che prendono forma da una sola frase, immagine, canzone, riflessione; per loro basta scribacchiare un paio di frase nell’immediato perché lo sviluppo venga poi d sé.

Ci sono storie, invece, che hanno bisogno di tempi di maturazione ben più lunghi: magari devo studiarmele bene in mente, lasciare che sedimentino in sordina, aspettare prima di provare a tastarle fino in fondo, e in quel caso l’approccio di Wordsworth mi risulta molto più congeniale.

Di norma, comunque, mi piace seguire un principio di Baudelaire a cui cerco di ispirarmi il più possibile: bisognerebbe scrivere da ubriachi (in alte parole, prendendo appunti immediatamente) e correggere da sobri (con tutte le “recollections in tranquillity” necessarie).

Quale domanda faresti a te stessa per prima in un’autointervista?

E quale sarebbe l’ultima?

La primissima domanda che mi porrei in un’autointervista sarebbe forse questa: “Ritieni di essere una persona coerente? Fai quello che scrivi, pensi quello che dici, parli di quello che davvero ti anima?”. Perché è sempre un bene accertarsene e costruire il resto su delle basi solide, si sa mai.

L’ultima che mi farei, probabilmente, sarebbe: “C’è qualcosa a cui avresti voluto rispondere e che non ti è stato chiesto?”. Perché mi capita spesso che vada così, anche se posso dire che quest’intervista è decisamente una di quelle splendide eccezioni che confermano la regola.

Pubblico qui di seguito un tuo racconto.

Se vuoi commentalo, dicendo quello che è scritto nelle righe e tra le righe.

Cecità è una storia di cui non si può dire molto, prima che venga letta, perché il rischio è di rivelare dettagli che è giusto cogliere man mano che si va avanti da sé nella scoperta.

Quel che si può raccontare è che nessun nome o cognome è casuale, che l’ho scritta per proporre una maggiore gratitudine nei confronti di quello che abbiamo e per ricordare che non sempre quello che desideriamo si realizza nella maniera che avevamo previsto, senza che per questo debba essere percepito come un fallimento.

Cecità è la storia di come dovremmo e non dovremmo essere, attraverso una metafora che mi è molto cara e che nel mondo occidentale non è molto comune. È la storia del fanciullino che ci portiamo dentro e che non dovremmo mai abbandonare, nemmeno quando scopriamo l’epilogo che lo aspetta nelle ultime righe.

Ti ringrazio per la tua collaborazione.

A presto per nuove letture e nuove scritture. IM

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                                                                   Cecità

Era una soleggiata mattina di dicembre e Irene era ancora profondamente addormentata quando venne riscossa dalla sorella Andreina.

In piedi, dormigliona!

Irene aprì gli occhi. Attorno a lei era ancora tutto buio, come ogni volta. — Che ore sono? chiese.

Le otto e un quarto. E tu sei tutta spettinata.

Irene mormorò qualcosa, poi fece per riaddormentarsi. Si intromise Caterina:

Non hai sentito Andreina? Alzati, Irene! — Che giorno è oggi? — doman lei.

Il Giorno delle Pulizie.

Questo bastò per far alzare Irene e per farla sistemare a dovere. Mise il solito abitino ormai scolorito, verde e viola come quello di Sofia e Caterina, mentre la mamma, Andreina e Debora vestivano di grigio e arancione. La pettinatura, invece, era la stessa per tutte: i lunghi e sinuosi capelli che lintera famiglia aveva ereditato dalla nonna venivano lasciati sciolti sulle spalle, ad incorniciare il viso e a nascondere le orecchie.

Ad Irene quella pettinatura iniziava a stancare. Avrebbe voluto legare la propria chioma in uno chignon, tentare una treccia o una coda di cavallo, ma la mamma era perentoria. Non si può cambiare da un giorno allaltro, aveva detto, le tradizioni vanno rispettate, Irene: cerca di ricordarlo.

Irene, per la verità, pensava di condurre unesistenza fin troppo sui binari. La sua famiglia era ucraina da intere generazioni mamma diceva sette, la nonna (buonanima) sosteneva fossero nove, sebbene le sue antenate fossero arrivate in pessime condizioni da una meta turistica della Russia e fossero state poi rimesse in sesto lì a Kurachove, dove qualcuno aveva provveduto a dare lustro al loro nome e a rispolverarne lantica nobiltà e durante nessuna delle suddette generazioni si era pensato di mutare anche solo minimamente qualcuna delle tradizioni.

Irene andava fiera delle proprie origini ed era consapevole del fatto che pochi nel quartiere contassero quanto la propria famiglia, eppure, di tanto in tanto, provava uninspiegabile nostalgia.

Essere la più piccola fra le sorelle non la infastidiva, dal momento che era stata abituata alla condivisione: non si sarebbe mai lamentata, se la mamma avesse fatto più carezze a Sofia che a lei, o sefosse stata pettinata dopo Debora. Aveva ormai nove anni ed aveva imparato ad adattarsi aqualsiasi circostanza, consapevole del fatto che, in un modo o nellaltro, laffetto sarebbe stato ripartito equamente fra tutti i propri consanguinei.

Cerano stati giorni settimane, talvolta in cui nessuno le aveva rivolto la parola ed un solenne silenzio aveva avvolto i visi ancora giovani della famiglia Stanislavskij. Cerano stati mesi anni, talvolta in cui Irene non aveva ricevuto regali, non aveva cantato o recitato le poesie che le aveva insegnate la nonna, buonanima. Vi erano stati perfino lunghi periodi della sua esistenza simili a buchi neri: pause sonore, interruzioni di ogni funzione vitale ad eccezione delle uniche necessarie.

Nonostante questo, Irene non soffriva di solitudine, né era gelosa di chi sarebbe potuto sembrare può fortunato, più allegro o più libero di lei. Solo, di tanto in tanto, Irene provava una indefinibile nostalgia, poiché aveva mai visto il mondo, per lo meno non con i propri occhi.

Da Caterina aveva imparato il rumore del vento fra le foglie, dello scrosciare dei fiumi in piena, del sibilo dei serpenti nel deserto, dei boati dei vulcani in eruzione. Grazie ad Andreina conosceva laurora boreale, il Grand Canyon, le spiagge spagnole, i cieli stellati del Canada e il colore degli arbusti nella Savana. Da Sofia aveva appreso leuforia del viaggiare su un treno, lebbrezza di un salto nel vuoto, la paura di affidarsi ad un paracadute e la gioia di correre a piedi nudi sulla neve. Debora le aveva raccontato di interi sciami di api, prelibatezze orientali, banchi di scuola e soffitte impolverate. Aveva perfino sentito parlare la mamma di album di fotografie, sparatorie, ballerini, fiori, scarpe col tacco e teatri affollati.

Profumi, consistenze, sapori e colori: su tutto Irene si era informata. Chiudeva gli occhi ed immaginava apparire di fronte a sé tavole imbandite, pesci in mezzo al mare, prati di girasoli o notti di luna piena. Quando li riapriva, però, si ritrovava nel posto di sempre, al buio, in un angolo ritagliato su misura nella pancia di Andreina.

Essere una matriosca, in effetti, non era semplice.

Bisognava adattarsi alle esigenze delle persone cui si era stati affidati, senza replicare né farsi aspettare. Bisognava esercitarsi a schiudersi al primo tocco, a roteare su se stesse, eventualmente ad attendere anni, secondi o settimane nellimmobilità. Non si poteva mai sapere.

La bisnonna di Irene conosceva parecchi trucchi del mestiere: sapeva come intuire lumore di chi ci tocca, come sorridere senza apparire volgare, come mantenere la stessa espressione per interi minuti, come non far scivolare il mascara sulle guance, come non sudare e come riconoscere addirittura i rumori che precedono allo smembramento della famiglia. Ogni segreto era stato tramandato con attenzione quasi religiosa da sorella in sorella, da mamma in figlia e da zia a nipote, senza distinzioni. Ciascuna doveva dareil meglio di sé enessuna doveva apparire impreparata, incerta o spaventata.

Essere una matriosca consisteva in una vera e propria arte, anzi, per un tipetto curioso come Irene, essa si presentava come una missione di fondamentale importanza: era necessario esserne allaltezza, rispettare le tradizioni e non deludere gli sforzi di un intero albero genealogico.

Tenendo presenti tali precetti, Irene si era adattata con serenità al buio della propria breve vita: non aveva mai visto la luce del sole ed era forse troppo piccola perché un ragazzino desiderasse rigirarsela fra le mani e coccolarla, sebbene fosse già una signorina aggraziata e composta. Tuttavia, aveva imparato a non soffrirne e trascorreva le proprie giornate come fossero state ciascuna una lunga sequenza di fremiti, gridolini, aspirazioni deluse e ripetitive buonanotte avvolte in uno spesso ed impenetrabile mantello nero, che attutiva ogni suono e vietava di conoscere qualsiasi squarcio di mondo percepibile attraverso i sensi.

Il febbrile interesse nei confronti delluniverso sconosciuto che la circondava, nel frattempo, cresceva in Irene di anno in anno, senza che la propria bramosia venisse soddisfatta.

Ad onor del vero, quando la piccola aveva ancora tre anni e mezzo, le era capitato di essere trascinata via dalla pancia di Andreina per essere ripulita e spolverata da capo a piedi, ma il tutto era accaduto nella discrezione di un camerino senza finestre, mentre Irene, mezza stordita ed addormentata, tentava a denti stretti e ad occhi chiusi di non divincolarsi e di non tremare.

Tante volte si era poi pentita del proprio atteggiamento infantile, pur consolandosi al pensiero che la propria età le avrebbe comunque impedito di fissare nella memoria qualsiasi percezione sensoriale degna di nota.

Già da anni, quindi, Irene chiedeva di essere svegliata soprattutto quando arrivava il semestrale Giorno delle Pulizie, nella speranza di riscattarsi e di realizzare finalmente la propria aspirazione.

Per loccasione, la mamma faceva sempre il conto alla rovescia, Sofia la aiutava e Debora lo riferiva a Caterina, ad Andreina e a lei. Era un rito del quale la famiglia non sapeva più fare a meno: come Irene, infatti, anche le altre desideravano respirare aria pulita ed essere destate, sebbene temporaneamente, dal loro immobile torpore color pece.

Allo scoccare di quel Giorno delle Pulizie dicembrino, dunque, Irene si alzò in fretta e si pettinò con più cura del solito: rincarò la matita sugli occhi, luci le scarpette con la saliva e stirò con le manine le pieghe del vestitino verde e viola che le era dato di indossare.

Qualcosa le diceva che il gran giorno era arrivato: Andreina non veniva spolverata da tre settimane, Debora non era stata lavata per due ela mamma raccontava della svogliatezza del momento in cui lei e Sofia erano state sciacquate.

I possessori della famiglia Stanislavskij non avrebbero continuato così a lungo: presto il senso di colpa li avrebbe spinti a pulire ciascuna matriosca con più cura pur di farsi perdonare.

E, in effetti, quella fu davvero la volta buona. Irene lo ca fin da subito.

La mamma stette via per interi minuti e Sofia era abbagliata dalla luce della cucina quando ritornò. Irene poteva sentirne solo le voci, ma anche Caterina e Debora parlarono di grandi carezze, di giravolte e capriole sotto il rubinetto, di stracci grandi, grossi e ruvidi come non mai.

Fu il turno di Andreina. Irene non stava più nella pelle. Sentiva il sangue pulsarle nei polsi, ladrenalina attraversarle le gambe, la fronte, le orecchie. Avvam senza saperlo, poi impallidì, poi quasi non si resse sulle gambe.

Nel frattempo, il corpo di Andreina si spaccò in due con uno scatto leggero.

Irene chiuse gli occhi nel tentativo di gustarsi gradualmente quella concessione di estrema e fugace felicità.

Fra poco avrebbero preso in braccio anche lei, fra poco il buio sarebbe stato solo nebbia, illusione, passato.

Lunghe dita sinuose sollevarono Irene per la testa.

Laria le fischiava nelle orecchie e lei contò fino a tre prima di aprire gli occhi. Uno, due

Tre.

Silenzio. Buio. Tre.

Lacqua stava inzuppando labitino di Irene. Tre, dannazione, tre.

Niente da fare, il buio non spariva.

Irene pensò fosse uno scherzo, una beffa del destino, un disturbo agli occhi. Tre, tre, tre. Ti prego, tre!

Non ci furono scongiuri che potessero tenere.

Irene ebbe appena il tempo di toccarsi le palpebre per essere sicura di averle spalancate, mentre veniva strofinata sotto il getto dacqua del rubinetto.

Fu in quella che capì. Non erano stati i suoi occhi a non volersi aprire, non era stata la sua forza di volontà ad essere debole, non era stata lacqua ad impedirle di vedere.

Irene era cieca.

Il Giorno delle Pulizie finì presto.

La mamma, Sofia, Caterina, Debora e Andreina tornarono luna dentro laltra. Irene assieme a loro.

Un paio di giorni dopo arrivò il Natale e la famiglia Stanislavskij venne regalata a una coppia di mendicanti che aveva chiesto lelemosina suonando al campanello della casa presso cui le matriosche avevano alloggiato fin a quel momento.

Non ci furono altri Giorni delle Pulizie per molti anni, ma Irene non ne soffrì troppo.

Solo, prese a chiedersi quale fosse la consistenza dellacqua, perché durante lultimo lavaggio che le era stato riservato si era sforzata così intensamente di aprire gli occhi che aveva dimenticato di prestare attenzione a ciò che avrebbe potuto percepire con gli altri quattro sensi.

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di “Cap Africa”, una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kiwanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online “Voci di Città” nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto “Je suis Charlie” e recensisce adesso narrativa per il blog “Il Rifugio dell’Ircocervo”, oltre a gestire la pagina facebook “Eva Luna racconta” e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l’Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.
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