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Accademia del giallo e del noir

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La prima scuola italiana per giallisti, diretta dallo scrittore Paolo Roversi, sarà presentata a Milano il 24 ottobre alle 18 in viale Sarca 78 in una conferenza stampa con tutti i docenti: gli scrittori Paolo Roversi, Piergiorgio Pulixi, Franco Forte, Gianluca Ferraris, Romano De Marco, Elisabetta Cametti, il giornalista Franco Vanni, il regista e sceneggiatore Max Croci.
Dalle 19.00 workshop gratuito aperto a tutti “Il Giallo, il Nero e gli altri colori – Come districarsi tra i meandri della galassia “crime” con lo scrittore Romano De Marco.
I corsi inizieranno il 14 novembre con la Masterclass diretta da Franco Forte, curatore del Giallo Mondadori.
Info: https://accademiagiallonoir.com/
ACCADEMIADELGIALLOEDELNOIR OPEN DAY
NASCE L’ACCADEMIA DEL GIALLO E DEL NOIR:
LA PRIMA SCUOLA PER GIALLISTI IN ITALIA ARRIVA A MILANO, DIRETTA DALLO SCRITTORE PAOLO ROVERSI

Tra i docenti i migliori scrittori e esperti di giallo: MasterClass, Weekend in giallo e Speciali d’autore per imparare a scrivere un romanzo, una sceneggiatura, una serie tv.

Nasce a novembre a Milano l’Accademia del Giallo e del Noir, la prima scuola di scrittura dedicata alla letteratura di genere con incursioni nella sceneggiatura per cinema e tv. La dirige lo scrittore Paolo Roversi, giallista affermato, direttore del festival internazionale NebbiaGialla e della rivista letteraria MilanoNera: “Negli ultimi anni il giallo e il noir stanno vivendo una stagione d’oro. Mai come adesso c’è stata una così grande attenzione del pubblico verso libri, film e serie TV crime. Da molti anni mi occupo di questo genere di romanzi – sia come scrittore, sia come direttore di NebbiaGialla e di MilanoNera – e l’ho visto crescere e prosperare al punto che, insieme ad un gruppo di scrittori affermati a livello nazionale e internazionale, ho avuto l’idea di creare una scuola di scrittura dedicata esclusivamente al giallo in tutte le sue sfumature: dal noir al thriller, dal giallo al mistery senza scordare il cinema e la sceneggiatura di genere. Da quell’idea è nata l’Accademia del giallo e del noir, la prima scuola di scrittura crime in Italia”.

Il corso principale durerà due mesi (una lezione serale a settimana) e sarà condotto da Franco Forte, scrittore, traduttore e curatore del Giallo Mondadori che guiderà gli aspiranti autori nel percorso creativo. Al lavoro sui testi degli iscritti si affiancheranno una serie di esercitazioni sui punti fondamentali della scrittura (da come si scrive un dialogo a come si imposta un personaggio, passando per il punto di vista fino alle principali tecniche di editing) per arrivare alla stesura definitiva di racconti che avranno la possibilità di essere valutati per la pubblicazione sul Giallo Mondadori. Si potranno poi frequentare Weekend in Giallo e Speciali d’autore, workshop intensivi su differenti temi: dai segreti per trovare un editore alle regole per scrivere un buon thriller, un noir o una sceneggiatura crime. Tra i docenti alcuni dei maggiori esperti italiani della scrittura gialla: gli scrittori Paolo Roversi, Piergiorgio Pulixi, Franco Forte, Gianluca Ferraris, Romano De Marco, Elisabetta Cametti, il giornalista Franco Vanni, il regista e sceneggiatore Max Croci. Previsti anche corsi in diretta online che permetteranno di seguire le lezioni da tutta Italia.

Ad affiancare Roversi in questa avventura saranno due soci: Fabio Biccari, esperto di marketing e ideatore della piattaforma di editoria digitale Meetale e Francesco Lamacchia, formatore e fondatore di Dot Academia. La sede ufficiale dell’Accademia sarà in Corso Garibaldi 71. Per informazioni: http:// accademiagiallonoir.com

La conferenza stampa di presentazione si terrà mercoledì 24 ottobre alle 18.00 presso Dot Academy (Viale Sarca 78, Milano – M5 Ca’ Granda), presenti tutti i docenti che illustreranno i loro corsi. Segue aperitivo con la stampa. Dalle 19.00 workshop gratuito aperto a tutti “Il Giallo, il Nero e gli altri colori – Come districarsi tra i meandri della galassia “crime” con lo scrittore Romano De Marco. A seguire rinfresco coi docenti per informazioni e iscrizioni.

Pubblico volentieri questa segnalazione

che mi è stata inviata da :

Ufficio Stampa Bookteller Eventi Letterari

Camilla Corsellini 3476606252 camillacorsellini@yahoo.com

LA SUA CANZONE – Un hommage

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SUR MA VIE

LA MIA CANZONE

 

Mi hanno fatto perfino un monumento. Una pietra scura, tozza, priva di espressione e sorriso. Non mi ci riconosco. O forse sì. Forse il mediocre scultore con reminiscenze di antico realismo ha saputo cogliere i segni del mio essere, il monolito goffo del destino.

        Mi hanno fatto un monumento a Erevan, città di gelo e sangue che non si riesce a lavare via. Mia madre quando era poco più che una ragazza è riuscita a sfuggire ai massacri, agli stermini condotti con studiata ferocia dai Turchi. Io, con questa faccia che mi ritrovo da sempre e che adesso cerco di guardare allo specchio meno che posso, non sono riuscito a sfuggire ai cocktail, alle chiacchiere e alle risatine chiocce e taglienti sulla Croisette di Cannes bombardata dai flash e da stormi di mondanità scagliata sui buffet.

        Ho vissuto e campato con questa voce densa di pianto tra piatti di foie gras e bottiglie di vino di Borgogna. La Francia in cui sono nato e in cui ho vissuto da sempre preferisce coccolarmi e tenermi nel ghetto della pietà. Per loro sono e resto un armeno. Un profugo, eternamente tale. Sono un profugo, anche a casa mia, nella mia patria. Ho avuto successo, gloria e argent per la mia voce vibrante di commozione, radicata nel ricordo di sofferenze ataviche. Così mentre canto canzoni d’amore e perfino giocose loro tranquillizzano le coscienze e tutta la loro solidarietà e la loro pena diventano melodiche, addomesticate. La coscienza danza serena un ballo lento o briosamente ritmato.

        Io sono il Frank Sinatra di Francia, così hanno detto e scritto. Ho giocato a interpretare il ruolo dell’istrione, di modo che ciascuno potesse sentirsi più buono e più quieto. Come se ciascuno potesse dire a se stesso, nella sua testa, se lui, Aznavour, il dolore fatto persona, la figura seria e cupa dello struggimento, canta come un cardellino, allora possiamo stare tranquilli. Non è successo niente in Armenia, nessuna strage, nessun genocidio. Non è accaduto niente, così come non è accaduto ad Auschwitz, o a Plaza de Mayo. Forse hanno ragione quelli che dicono che non è stata altro che una normale prassi della Storia. Hanno ragione, o, almeno, possiamo smettere di interrogarci al riguardo e tornare di buona voglia e buona lena a pensare alle baguette, a Zidane, al can can e alla Bardot ancora giovane, soda e sorridente.

        Ora, dopo una vita di corse, aerei, alberghi, applausi e successi, dopo aver cenato con Edith Piaf e Giscard D’Estaing e con parecchi altri presidenti, assessori, ambasciatori e mafiosi ben vestiti, devo recitare la parte più impegnativa.

        Non posso fuggire più. Il mio viaggio di profugo di lusso sta per finire. Mi resta poco tempo e ho tra le dita poche note.

        A Erevan c’è un aeroporto. Perfino a Erevan ce n’è uno. Ci posso arrivare in poche ore. L’importante per me è restare lontano dalla piazza dove hanno collocato il mio monumento, devo tenermi a distanza dai viali ufficiali e rettilinei. Voglio entrare nei vicoli della gente vera, sporchi, vitali, pieni di odori e umori. Lì, forse, se sarò abile, fortunato e finalmente sincero, potrò trovare ciò che cerco: la mia canzone. Gli accordi della mia vita. Una canzone mia, non costruita, confezionata e infiocchettata da altri. Versi e musica per dire, per dirmi, cosa realmente sono e cosa davvero  sento. Un lusso, lo so. La verità è un bene prezioso e impegnativo. Ma ora è la mia meta. Non posso più esitare. Devo scrivere. La troverò, e sarà il mio testamento.

        Prima di partire per l’Armenia mi sono chiesto a lungo con chi avrei  dovuto compiere questo viaggio. Ho pensato subito alla mia donna, alla persona che più amo. Ma sarebbe stato troppo facile, e con lei, inoltre, avrei continuato a recitare. Non l’amore, ma la protezione dal dolore. Avrei recitato la parte del cantante-turista che trasforma tutto in un soggetto ideale per una foto o per un selfie. No, con lei non avrei potuto partire.

        Ho pensato anche ad un amico. Mi avrebbe accompagnato con entusiasmo. Un amico con idee diverse dalle mie avrei dovuto cercare di convincerlo di avere ragione, un amico con le mie stesse idee avrebbe passato il tempo a darmi ragione. Solo. Non c’era e non c’è altra soluzione: si è soli di fronte alla verità, al sogno, alla morte, a tutto ciò che davvero conta e vale.

        Sono qui, ora, nella città a cui appartengo senza averla scelta, ma a cui sono legato da un cordone ombelicale mai reciso. Sono uno sconosciuto per la gente, non mi riconoscono, non hanno idea di chi io sia. E questo per me è fonte di allegria autentica. Posso andare in cerca dei brandelli di versi dispersi nelle strade e nei bar. Parlo con i poeti. Mi commuovono e si commuovono parlando degli anni, sempre attuali, mai oltrepassati, in cui qualcuno ha tentato di cancellare un popolo, un modo di vita, un pensiero. Parlo con gli scienziati e con gli storici, mi raccontano i dettagli, le cifre della strage, la tendenza dei carnefici e dei loro alleati e complici a negare i fatti. Mi scorrono nella mente immagini di corpi di donne vestite di nero, corpi inerti lungo le strade dove camminavano in cerca di lavoro, amore, sopravvivenza, occhi spenti in un orrore che cerca vanamente una risposta.

        Non la trovo. Sono destinato a non scrivere e non cantare la mia canzone. Non c’è. Il resto è silenzio. Le mie note autentiche sono silenzio.

        Prendo un taxi per tornare all’aeroporto. Il tassista mi scruta senza dire una parola. Mi porta in un dedalo di vicoli. Si giustifica dicendo che l’arteria principale è troppo affollata nelle ore di punta. Rallenta e quasi si ferma di fronte a un gruppo di ragazzi che urlano e scherzano davanti a un portone. Apro il finestrino e ascolto. Uno di loro sta cantando. Canta una mia canzone. Canta me. Chiedo al tassista di fermarsi, lo prego di farlo, gli intimo di farlo. Lui però accelera gradualmente e si allontana. Mi dice che è tardi, rischio di perdere l’aereo. Cerco i suoi occhi per guardarlo con infinito disprezzo. Ha la stessa faccia di mio padre e di mia madre, la dolcezza e la forza che lacera, il presente e il passato. “Mi dispiace, Maestro, è tardi”, sibila. In quella parola, Maestro, c’è un sarcasmo sereno e implacabile, la certezza che non ho capito niente di niente.

        Volto la testa di scatto e cerco di guardare dal lunotto il ragazzo che cantava. Adesso ride. Canta ancora, lo sento, ma mi ha voltato le spalle. Canta e ride con i suoi compagni. Non mi vede più, non esisto più per lui.

        Rido anch’io, adesso. Rido e canto: S’il chante, je m’en fou de la mélancolie. Il a sa jeunesse, et je suis encore ici.

        Rido ancora, e annoto mentalmente le note e le parole della mia assurda e vitale canzone.

        Adesso riconosco anche il pezzo del mio repertorio cantato dal ragazzo. Era “Sur ma vie”, Sulla mia vita. La mia vita è diventata sua.  È diventata sa vie. La sua gioventù. La capacità di giocare su vicoli di fango e immondizia, conservando in sé il ricordo di tutto il dolore e la voglia di correre ancora e gridare, nonostante tutto. La mia canzone “Sur ma vie”  è diventata, maintenant et ici, sur sa vie. Ed è molto meglio. Molto meglio così.

* * * * * * *

 https://www.youtube.com/watch?v=nxaZMreym88

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25 Aprile 1945 – 25 Aprile 2017

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Panta rei. Tutto scorre. Ma perfino l’acqua, l’acqua vera, ha una sua memoria incancellabile.

PANTA REI

racconto di Ivano Mugnaini

Dulce et decorum est pro patria mori. Noia e studio, lingue morte e vive, anni di scuola, la testa immobile sui libri, placidamente perduto, sconvolto ma tutto sommato al sicuro, ed ora, là fuori, la morte bussa ed io non so che fare. 
     Loro sono e restano granitici, imperterriti. Sanno come agire, cosa pensare e cosa non pensare. Manganellate, fucilazioni, rastrellamenti, petto in fuori, una mano fiera sui testicoli, uno sguardo gelido e avanti, un’altra risatina e via al bar a farsi una briscola e a scolarsi un grappino. E io qui a rimuginare frasi in una lingua morta e a riflettere sull’etica della violenza. Cazzate! Li ho visti, giù alla curva davanti alla vecchia miniera. Li ho visti con i miei occhi fucilare sei ragazzi di vent’anni. La colpa? Avere un’idea. Il grave per loro non era che l’idea fosse opposta, contraria, ma che esistesse, che avesse forma, corpo, pensiero. Il sole spietato d’agosto e l’odore del sangue. Li ho visti. Li ho ancora nella mente. Un attimo scolpito nelle braccia, nella fronte, nelle costole.
     Avrei dovuto essere là anch’io, indossare la camicia di quei ragazzi trucidati e macchiarla anche con il mio sangue.  Io che non amo far male neppure ad una zanzara per esistere ora devo uccidere o essere ucciso. Il gioco della vita è questo: ora, per vivere, devo morire. Morire o cercare il mutamento che può ridarmi la vita attraverso la morte. La loro.

Ho una donna. Quando poso la testa sul suo seno e le mie mani scivolano sulla pelle liscia delle sue cosce non c’è guerra, la vita non odora più di morte. C’è solo il profumo di lei, il suo sudore caldo, la saliva, la linfa.
     “Se muori fai morire anche me. Non andare”, mi ha detto.
     Forse ha ragione. Non vale la pena morire per questo paese. Le ingiustizie cambieranno colore un giorno, ma io resterò straniero, escluso, al di là del fossato e della rete di recinzione. Che duri finché deve durare. Niente è eterno.  Anche l’Impero Romano sembrava infinito, poi, un giorno, si è sgretolato, sfarinato, disciolto come neve al sole.  Passeranno anche loro. Non darò la mia vita per questa patria. La mia patria sono io. E’ lei la mia patria, Monica, l’amore, l’affetto sincero.

Morire per un mondo come questo? No. Anche il mio, ne sono certo, non è perfetto, non è ideale. Ma è mio. E’ diverso, lontano dal loro. Troppo lontano. Qui, in questo posto non farei mai nascere un figlio. Dargli la vita qui, hic et nunc, sarebbe qualcosa di più crudele di una beffa mortale.
     Una beffa. Come questa pioggia, l’acqua che prende a cadere, ironica e tenace, proprio ora che avevo in progetto di uscire per respirare un po’ d’aria e un po’ di sole. Resto qui invece, davanti a questa finestra spalancata a bagnarmi la faccia e i capelli, ad annegare i pensieri e a salvarli uno ad uno su sponde salde di sorrisi. Penso alle settimane, ai mesi interi in cui l’afa ha dominato incontrastata. Assorbe la carne l’afa, risucchia le energie, la volontà. Beve e risputa sull’asfalto infuocato perfino la speranza. Pensi che sarà sempre così, arrivi a concludere che è tutto assurdamente necessario: è così e non può essere diverso da così. Poi, un pomeriggio come tanti, un granello di polvere si fa più scuro e un altro accanto a lui si colora, muta, respira.
     Mi sbaglio. Adesso lo so. So che la logica che custodisco dentro come uno zelante carcieriere è peggiore della follia.  Ne ha diritto. Il figlio che sogno un giorno deve avere una possibilità. Devo offrirgliela. Quello che appare impossibile deve poter provare a mutare di segno, deve poter scommettere di esistere in modo diverso. Devo lasciare spazio a mio figlio, spazio e tempo, anche di sbagliare, di fare i suoi errori, ma in un mondo libero, che magari, tra dieci o cent’anni, saprà fare equo, vivibile, solidale.
     Giù al fiume c’è un ponte. La vita si agita, incalza, cerca di scorrere, di scivolare in avanti, anela al panta rei. Loro lo bloccano, fanno da argine all’espandersi del mondo nuovo, allo straripare dei partigiani nella pianura, verso Reggio Emilia. Da giorni decine di ragazzi provano a forzare il ponte ma è tutto inutile. E’ imprendibile, l’unico risultato finora è una lunga catena di morti falciati dalla mitragliatrice.

Noi siamo gli studenti, quelli che masticano latino e greco, quelli che stanno nei bar a cazzeggiare, a parlare di filosofia, di Bakunin, di Lenin, di Trotskij, quelli che non hanno mai preso una vanga né un fucile in mano. Siamo quelli che durante le battaglie stanno nascosti in cantina a sussurrare sogni di rivoluzione timidi e ciechi come pipistrelli.  Siamo quelli che si riempiono i polmoni di parole grosse ma sussurrate sottovoce come in chiesa. Quelli che tremano al pensiero di esser visti, denunciati, interrogati e presi a bastonate nelle costole e sulla testa. Siamo sempre e solo noi, i perditempo.
     Sono andato al bar oggi, dai vagabondi come me. Ho parlato della mia donna e di mio figlio. Quello che non ho.  Quello che non ha me, quello che un giorno nascerà dal mio sangue, quello che forse avrà solo la sostanza di una chimera. Ho parlato della mia donna e di mio figlio ai compagni. Oggi facciamo una chiacchierata diversa, noi smidollati. La andiamo a fare all’aperto, davanti al fiume. Ci siamo guardati ed abbiamo deciso, piangendo, ridendo, urlando per una volta, tutti insieme. Insieme, per una volta, tutti quanti.

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Un fucile ce l’abbiamo, una moschetto, una doppietta, va bene qualsiasi cosa. Un’idea, ecco ciò di cui abbiamo bisogno. Un’idea valida. Nascosti nell’erba alta col fiato trattenuto cerchiamo un’escamotage. Farci massacrare subito servirebbe a poco. Uno di noi deve andare là disarmato e distrarli, deve lasciare agli altri tempo e modo per aggredirli a sorpresa. Giorgio parla tedesco, suo nonno era austriaco e lo ha ospitato per mesi su nel Tirolo. Andrà lui.  Si rifiuta però. Propone di far scegliere la sorte. Nessuno vuole andare, tutti dicono di voler agire, tutti dicono di voler sparare. In realtà ciò che vogliamo davvero è scamparla: sappiamo bene che chi sale sul ponte disarmato durante il conflitto a fuoco sarà spacciato, è già, fin dal primo momento, un morto che cammina. Decido di andare io. Anch’io parlo un po’ di tedesco in fondo.

Percorro i primi metri con le gambe leggere, inconsistenti. Sento solo un martellare insistente all’altezza degli zigomi. Il resto del corpo è aereo, impalpabile, è come se se vedessi e sentissi me stesso camminare al mio fianco.  Cerco di far comparire sulla faccia qualcosa di simile a un sorriso e mi avvicino ai soldati di guardia. Chiedo la più banale delle informazioni, la strada più breve per arrivare ad un paese vicino. Facciamo qualche metro insieme, poi, nel momento in cui mi voltano le spalle, prendo a correre a perdifiato verso la postazione della mitragliatrice. Il fattore sorpresa mi concede istanti preziosi. Corro ad occhi semichiusi. I colori si confondono con i suoni e gli odori.  Tutto si ingantisce e si fa vivido, il mondo per qualche passo è dentro di me, ne colgo il mistero, la chiave, la direzione. Fino al momento in cui il primo sparo mi lacera i vestiti e la carne, un taglio netto, profondo, un dolore che afferra le gambe e le trattiene. Il sangue cola lento e denso sul fianco. Posso ancora muovermi però, ne ho ancora la forza. Sono a pochi metri dalla mitragliatrice, schivo una raffica buttandomi a terra e mi scaglio addosso al soldato che mi spara contro. Lo immobilizzo con un abbraccio disperato quindi estraggo il coltello e glielo affondo nel petto fino all’ultimo centimetro. Solo adesso riesco a guardarlo. E’ un ragazzo della mia età. Il suo sguardo di terrore esterrefatto è fisso nella mia testa. Chiude gli occhi lentamente, divorato dalla morte. Li chiudo anch’io, serrati dal sudore, dalla paura, dal frastuono degli spari, dal desiderio di quiete. Sotto di me l’acciaio fumante della mitragliatrice e il corpo del ragazzo, le gambe e le braccia in una posa grottesca, un Cristo in croce di qualche pittore minore, una figura sospesa nell’estasi tragica di una macabro presepe.
     Rimango fermo, abbracciato alla morte finchè non si spegne l’eco dell’ultimo degli spari. Rialzo la testa di qualche palmo, in tempo per vedere le braccia dei compagni levate al cielo, in tempo per sentire urla di gioia che attraversano i campi e le strade. Il ponte è libero. E’ nostro. La prima volontà, l’istinto immediato, è quello di distruggerlo. Pensiero tanto assurdo quanto prepotente. Prevale presto la ragione, la consapevolezza che è un bene prezioso, da proteggere ad ogni costo. Un paio di settimane dopo, dal nostro ponte, transitano le truppe alleate. E noi con loro, fino in fondo, fino alla sponda più estrema, verso la città, verso la gente.
     L’acqua scorre, ora. La vedo ancora rossa di sangue, il loro e quello dei compagni. Ma si muove, è libera, vola verso il mare. E’ valsa la pena. L’acqua potrà tornare limpida, tornerà a vivere.

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Dall’acqua scorre il tempo, l’avvenire. Il cielo è caldo adesso, nei polsi e nel petto c’è il tepore di un respiro che abbraccia l’orizzonte degli anni. Riapro gli occhi. La playstation di mio nipote spara sibili elettronici come una mitragliatrice. Vorrei raccontargli la mia storia, vorrei dirgli di quei giorni, dei boschi, delle montagne, della paura, del coraggio, delle attese. Vorrei dirgli tutto, ma forse faccio bene a tacere. Non è stata un videogame la mia vita, è stata sangue e fremito al cuore, stretta violenta di realtà. Non capirebbe. Riderebbe sarcastico per qualche attimo, si farebbe una sbuffata e accenderebbe lo stereo.
     Apro la finestra e ascolto il suono dell’aria. C’è ancora il profumo e il ritmo della pioggia. Piove ancora, come quel pomeriggio lontano della mia gioventù, la stessa acqua, la stessa musica sulla terra e nella carne, la stessa forza, la stessa speranza. La vità è uguale, nel profondo, identica a se stessa. Anche oggi i ponti della libertà sono occupati e presidiati. Da loro. Gli stessi, a ben vedere. L’oppressore muta divisa ma non gli occhi, non le braccia, le astuzie, le trappole. Anche mio nipote, con la sua playstation eternamente in funzione, con il suo videofonino sempre in mano, deve correre sopra un ponte a petto nudo contro piombo e fuoco, contro assurdità e ingiustizia.
     Posso raccontarglielo. Sì. Posso rivivere con lui la mia storia, la storia di un uomo. Posso aiutarlo a correre. A correre anche per me. Anzi, posso fare di più. So parlare la sua lingua, se voglio. So parlare anche la loro, quella del nemico, dell’oppressore. Insieme, io e mio nipote, possiamo fregarli. E’ ancora possibile, correre, vivere, respirare, mettere a tacere la loro mitragliatrice, acciaio di falsità e ipocrisie non meno micidiale del piombo reale. Sì, è ancora possibile. Altra acqua, libera davvero, può aprire la strada alla primavera.

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GLI SMS DEL SIGNOR GODOT

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Un breve omaggio, o meglio messaggio, all’imprescindibile irlandese, nell’anniversario della sua morte.

Ma “il silenzio non è tacere”.

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GLI SMS DEL SIGNOR GODOT

Beckett e l’immutata attualità dell’attesa

Ho immaginato varie volte di bussare alla porta di Beckett. Un irlandese che scrive in francese e parla un linguaggio elementare e arcano, universale in fondo, come un codice in attesa di decifrazione. Beckett e il suo Aspettando Godot, Stele di Rosetta della letteratura che anela a qualche Champollion che ne individui la chiave di lettura. Per poi magari, alla fine di tutto, risultare ancora sublimemente inafferrabile.

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Aspettando Godot tratta, a ben vedere, di forme d’arte. Forme d’arte fondamentali, umane per eccellenza. Una eterna e l’altra eternamente attuale. La prima è l’arte della sopravvivenza. Nei confronti del dubbio, della miseria delle certezze, della comunicazione tra simili, dell’orrore e del bisogno di guardarsi attorno, un passo oltre la propria ombra. La seconda arte è altrettanto ardua: l’attesa. Quasi un tentativo di scolpire nel marmo il vento, l’aria, l’istante che c’è e quello che manca. Oggi più che mai, nonostante le comunicazioni in tempo reale, le e-mail e gli SMS, Messenger e Whatsapp, l’impressione è che, nel bel mezzo del messaggio, con le dita che quasi si intrecciano per la rapidità, ci si trovi a volte sospesi, bloccati in una smorfia parente stretta di un sorriso, o viceversa. Un po’ come Vladimir ed Estragon. Ciascuno ad aspettare un Godot che non può venire. Ma che, anche lui non a caso tramite un messaggio, ci fa sapere che di sicuro verrà domani.

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Vladimir ed Estragon, abili unicamente a rispondere e a rispondersi fuori luogo, troppo presto o troppo tardi, imbestialiti e incavolati quasi sempre, e quasi sempre senza sapere perché, malinconici, immancabilmente, malgrado loro. Schiacciati dal peso di un “io” misero, ispido e adiposo, goffo, ingombrante, enorme grottesco peluche. Per trovarli, per trovare i nostri eroi, spesso non necessita pagare alcun biglietto (la SIAE, speriamo, ci perdonerà). Spesso basta ascoltare ordinarissimi dialoghi nelle strade, negli uffici, nei negozi… Beckett viene regolarmente annoverato tra gli autori del “teatro dell’assurdo”. Martin Esslin in The Field of Drama (Methuen, Londra e New York, 1986) riguardo alla drammaturgia di Beckett sostiene che “the meaning that the author might have wanted to express might merely be that it has no meaning”. Il significato, a suo avviso, è nell’assenza di significato. Posizione salda, certo. Con il tempo tuttavia, con l’attesa, Aspettando Godot si rivela anche e sempre di più un testo fondamentalmente “realistico”. Ciò che accade sono vuoti, silenzi, parole e speranze del tutto autentici e a noi familiari. Giocando con alcuni titoli beckettiani, si può dire che La lezione da imparare prima della Fine di partita è che, sicuro, di Vladimir e Estragon ci somigliano, terribilmente, e la presa di coscienza è già ricchezza, appoggio, fuga magari.

Tale presa di coscienza avviene tramite un testo che con la potenza dell’indeterminatezza ci aiuta a comprendere per quanto possibile questo mondo oscillante tra serietà e farsa, tragedia e riso, God e Charlot. Godot, appunto.

Forse.

Un testo da cercare ancora per poi ripetersi magari assieme ai protagonisti: “Nasciamo tutti folli. Alcuni lo rimangono”.

Una pièce da rivedere o da rileggere per poi poter fare eco ai personaggi dell’Amarcord felliniano, quelli che all’uscita dalla sala cinematografica dichiaravano: “Mi sono divertito tanto. Ho pianto tutto il tempo!”. Fare come loro ed esclamare all’uscita del teatro o alla fine della lettura di Aspettando Godot: “Non ho capito niente. E ho capito tutto quello che c’è da capire”. Un punto di partenza. Uno dei pochi attualmente praticabili. Sempre, ovviamente, nell’attesa che venga a farci visita, domani magari, il signor Godot o chi per lui.

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IL MISTERO BUFFO

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Ripropongo oggi, senza alcuna modifica, un pezzo che ho scritto anni fa per una rubrica di teatro che curavo per la rivista Rotta Nord Ovest.

Parla di un Mistero Buffo, come la vita.

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IL MISTERO BUFFO

- La terra, la parola e il sogno nel teatro di Dario Fo -

Per alcuni troppo aspro, per altri troppo morbido, qualcuno lo vorrebbe più estremo, qualcun altro più allineato. Ma Dario Fo continua a contorcersi e dinoccolarsi come la dea Kalì, ridendo, chiacchierando, cantando a squarciagola. C’è qualcosa di profondo nel linguaggio dei suoi contadini, nei gesti che creano un legame stretto con la mimica del teatro delle civiltà antiche, con la gestualità atavica. “Mistero buffo” è forse la sua opera cardine, quella in cui ha espresso alla massima potenza la forza della parola, l’ingordigia del dire, del farsi sentire, dell’esserci. Con la carica comunicativa di generazioni e generazioni di joculatores, i giullari che discorrono ancora, nonostante tutto, di fame, di sete, di giustizia. I Misteri erano rappresentazioni sacre, un grande libro aperto, vivace, leggibile anche da parte degli analfabeti. Erano però anche un modo, l’unico possibile, per dire che qualcuno utilizzava la religione e ciò che vi è connesso per tutelare i propri interessi e mantenere i propri privilegi.

Quest’ultima frase, chissà perché, mi ricorda qualcosa. Basta aggiornare e modificare il termine religione, basta pensare a cosa si è dato oggi valenza sacrale, universale, mediatica, e, una volta di più, il teatro in genere e il testo di Fo nello specifico confermano la loro assoluta freschezza. D’altronde, come dichiara lo stesso Fo, “il giullare salta e piroetta e vi fa vedere come sono tronfi e gonfi i palloni che vanno in giro a far guerre dove noi siamo gli scannati”. Anche questo è, e, temo, sarà, maledettamente all’ordine del giorno. Così come quel “noi”, riferito agli umili, ai villani, ai tartassati, appartiene a tutti. Agli scannati da qualche forma di potere più o meno asettico, lontano, in guanti di velluto e doppiopetto. E allora se il nostro “noi” corrisponde a quello del giullare, un po’ giullari lo siamo tutti. E non è male. Non è male perché nella Terra dei Misteri (sacri e profani, personali e di Stato) ci siamo e dobbiamo restarci. È bene quindi prenderla sul buffo la questione, sull’ironico, con un sorriso (quasi) salvifico.

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Il giullare girava piazze e paesi facendo sotto forma di recitazione satirica delle vere e proprie accuse ai potenti. Era una figura che si concretizzava direttamente dal popolo, dal quale attingeva la rabbia, per poi ritrasmetterla mediata dal grottesco. Tutto torna. Scintilla, energia, osmosi. Dario Fo, oggi come ieri, docet. I suoi spettacoli sono uno diverso dall’altro, come i biscotti fatti in casa, come certi prodotti artigianali, legno pregiato, intagliato di rabbia, dolcezza, passione, emozione. Ci si consola nel creare lo spettacolo insieme a lui, nel riconoscersi gruppo, entità armonica con uguali nemici e sogni identici. La giustizia, magari. Anche se, perfino nel sogno, ci viene da ridere. Forse la stella agognata è troppo distante, non è di questa galassia. Ma ciò non impedisce di guardarla, di provare a muoverci nella sua direzione. Sì perché, questo ci ha additato Dario Fo tra un salto e uno sberleffo, solo chi sa sognare è una persona seria. E un giullare sa sognare di sicuro. Sa fare solo quello. Sa piangere e sa ridere. Di sé, sulla propria pelle.

Così, nel Paese del Misteri in Attesa di Svelamento, o di Insabbiamento Ulteriore, “Mistero buffo” ci aiuta ad amare ancora di più il sogno, quello della parola, dell’affabulazione, del credere alla voglia di credere. Che sia possibile. Che la fame atavica di Zanni venga saziata, che Lazzaro resusciti, nello Stadio di San Siro magari o al Foro Italico, che Gesù Bambino si arrabbi, anzi si incazzi, come un bambino qualunque, per un torto subito. Che un viandante (Cristo, o chi per lui) restituisca la lingua al villano che ha tentato di impiccarsi a causa dei soprusi subiti dal padrone. Una lingua nuova “che bucherà come una spada”. La voglia di credere che le cose possono cambiare. Che il teatro, la parola, la poesia, ce ne diano la forza. In un sogno che parla un ruspante Grammelot, saldamente attaccato alla terra. Quella che fa imprecare, quella che va conquistata palmo a palmo, con il sudore di antichi contadini che dissodano zolle e piantano alberi nuovi. Il volo e le radici. Forse è possibile. Chissà. In fondo la vita, a ben vedere, altro non è che un Mistero Buffo.

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Le smanie per la villeggiatura

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Tutt’altro che contemporanea, certo, ma ancora rappresentatissima, così come presente e viva è la stagione descritta, il tema e l’atmosfera: Le smanie per la villeggiatura, commedia di Carlo Goldoni del 1761. Il De Sanctis nella sua Storia della Letteratura Italiana (1870) sostiene che con Goldoni “la nuova letteratura fa la sua prima apparizione” grazie ad un autore che “cerca nel reale la sua base e studia dal vero la natura e l’uomo”.

Le smanie per la villeggiatura non piacque al pubblico dell’epoca. Chissà perché! La prima al Teatro San Luca registrò un buon successo, ma già alla terza rappresentazione gli spettatori erano scarsi. Goldoni difese la propria creatura, e con essa il proprio orgoglio, attribuendone la causa alle dimensioni del San Luca, teatro di grandi proporzioni e quindi poco adatto ad una commedia tutta d’interni. Il problema però era nei contenuti più che nelle forme e nelle dimensioni delle sale. Il pubblico borghese del tempo si sentì scrutato da occhi troppo attenti e penetranti, colto di sorpresa, nudo, o almeno nell’atto di coprire le pudende con abiti leggeri, quasi trasparenti. La verità. O perlomeno una verità, possibile, credibile, e, in quanto tale, scomoda.

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Leonardo, uno dei personaggi di maggior spessore della commedia, ci regala battute pungenti, ironiche e autoironiche, di una comicità, volontaria o meno, carica di risvolti emblematici. “È pur troppo vero, chi vuol figurare nel mondo convien che faccia quel che fanno gli altri”, osserva. E argomenta poco oltre, con grande trasporto: “Oh gran disgrazia invero! Un abito di meno è una disgrazia lacrimosa, intollerabile, estrema”.

Come dargli torto!

Goldoni si conferma, vale la pena ribadirlo, autore fintamente semplice, fintamente ingenuo, fintamente lieve. C’è, nel suo realismo, un’allegria malinconica, sprazzo di luce a metà tra alba e crepuscolo, che illumina con un sorriso le magagne, i vizi privati e le pubbliche virtù, le contraddizioni di quell’organismo complesso che è l’uomo. L’uomo nel suo habitat per nulla naturale: la società. Un po’ riserva, parco recintato, un po’ gabbia di zoo. Utile, necessaria, soffocante.

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Autore moderno il Goldoni, capace di dire cose che vanno al di là del tempo, delle parrucche incipriate, dei nei finti e dei nei reali dell’età in cui visse. Capace di piacere anche alle moderne sostenitrici dell’indipendenza femminile magari, per quel suo lungimirante coraggio, molto antelitteram, di mostrare che alla fine è la donna che decide dove si va in vacanza, con chi, come e perché. E, prima e dopo la villeggiatura, c’è il sospetto che sia ancora lei, la donna, a far girare la casa, gli ospiti, i familiari. Un po’ angelo del focolare e un po’ solida locandiera, abiti soffici con tanto di décolleté, ma la testa, e il suo contenuto, ben saldi, calibrati.

“L’innocente divertimento della campagna è divenuto a’ dì nostri una passione, una mania, un divertimento”, scrive lo stesso Goldoni nella nota introduttiva al testo. Con i tre ingredienti elencati, miscelati in modo ottimale, l’autore veneziano ha realizzato tre commedie di argomento “vacanziero”, di cui Le smanie è la più nota. Tra debiti, ambizioni, piccole e grandi tresche, invidie, livori, meschinità varie, si dipanano i preparativi per la partenza per la località di Montenero presso Livorno. Gli spettatori del tempo, come detto, non gradirono. Troppo nitido lo specchio. Permetteva di vedere le rughe e le cicatrici nonostante l’abbondante strato di cerone cosparso sulle facce.

Noi invece siamo spettatori moderni. A noi non capita certo di smaniare per prenotare, meglio se tramite Internet, un viaggio a Riccione invidiando il vicino di casa che parte per Porto Cervo. O viceversa. A noi no. Non capita a noi di mettere a rischio il bilancio familiare, come accade ai personaggi della commedia, con l’acquisto di un telefonino ultimo modello con suoneria dodecafonica e sveglia realizzata dal vivo dalla London Symphony Orchestra, in grado di scaldare anche, nel frattempo, un caffè macchiato zuccherato al punto giusto. Già, noi siamo un pubblico evoluto, smaliziato. Possiamo goderci Goldoni tranquillamente. Di sicuro vale la pena. Magari preparandoci per un puntatina veloce a Capri. Se ci riusciamo. Magari facendo un’ora e tre quarti di fila. Con un po’ di smania. Ma in fondo neppure troppa. Forse.

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Dalla parte del torto: L’Opera da Tre Soldi – Bertold Brecht

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“Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati”. Con questo suo aforisma, a metà tra paradosso e verità, ironia e provocazione, Bertolt Brecht ci presenta forse un biglietto da visita ancora valido, in grado di identificare, nascondere, alludere, rivelare. Dalla parte del torto, certo. Come tutti quelli che non hanno timore a collocarsi nella schiera tutto sommato non troppo numerosa, o, almeno, non abbastanza, dei poeti-sognatori. Non quella dei cesellatori di fiorite rime, castelli svettanti di torri e guglie di auliche certezze. Di tali costruttori di amene rime ce ne sono legioni, eserciti interi. Meno numerosi, molto meno, sono coloro che scrivono opere da tre soldi, erette con la materia lieve di una sola convinzione: “Di tutte le cose sicure la più certa è il dubbio”.

Tramite un processo di “straniamento” che ci porta fuori da noi per poi ricondurci dentro, all’interno di confini più autentici, L’Opera da tre soldi ci rammenta, come già aveva fatto la Beggar’s Opera di John Gay, che in fondo “il re dei mendicanti” orchestra il lavoro, il nostro, come un affare qualsiasi. Illumina, tramite il cerchio di un faro di scena, la linea di demarcazione tra il criminale Mackie Messer, o il bandito Macheath, e i rispettabili borghesi. Una linea tanto netta quanto sfumata. Tutto alla fine viene inghiottito dall’ironico faro che si spalanca come la bocca stracolma di denti del pescecane evocato dalla canzone musicata da Kurt Weill. La differenza tra criminali e persone rispettabili sparisce del tutto. I soldi, l’ingordigia, l’avarizia, la fame e la sete di potere, rendono tutti uguali, cioè corrotti.

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Se tutti sono dalla parte del torto, allora tutti sono dalla parte del giusto, o, perlomeno, collocati tra ammassi di macerie e rifiuti socialmente accettabili. Di fronte a questa presa di coscienza, o meglio, perdita di coscienza, resta al poeta-sognatore una sola via: l’esilio, la fuga. Come in un gioco di scacchi di vitale importanza, se il torto si riveste di giustizia e cerca di inglobarti, non resta che spostarsi dal lato opposto. Quello del torto, appunto. Purché sia un torto personale, individuale. Quello che, tramite un altro fulminante e quanto mai attuale aforisma, Brecht dipinge con queste parole e questo concetto: “Per essere creativi non bisogna partire dalle buone vecchie cose, bensì dalle cattive nuove cose”. Per essere poeti, in sostanza, e sognatori, sulle tavole del palcoscenico e sulle strade della vita, è necessario staccarsi dalla logica consolidata e trionfante e battersi per il rinnovamento. Qualunque sia il prezzo da pagare. L’esilio da nazione a nazione, da città a città, o l’amore, aspro, essenziale, per il gusto della differenza, l’opposizione all’andazzo, alla pratica del siamo tutti colpevoli e tutti beatamente innocenti.

Tutto ciò, per nostra fortuna, ne L’Opera da tre soldi e altrove, Brecht ce lo dice in modo colorito, accattivante. Rifuggendo da prediche e piagnistei che, oltre a risultare intimamente contraddittori, sarebbero stati altresì assai poco “teatrabili”. Si canta e si balla sul palcoscenico di Brecht. L’autore fa tesoro della sua frequentazione ed amicizia con il celebre cabarettista Karl Valentin. La lotta, esistenziale e sociale, si può condurre anche tra visi truccati, fumo di sigaretta, musica assordante, risa, battute sconce miste a frammenti di verità, confessioni di fragilità e schegge di miseria. La vita come cabaret. Materiale buono non solo per i titoli delle canzoni ma anche come adeguato scenario, specchio deformante ma neppure troppo dell’esistenza vera. Quella da cui è difficile se non impossibile “straniarsi”.

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La vita che ti consente di entrare a vedere lo spettacolo, anzi a farne parte, senza neppure dover pagare tre soldi di biglietto. Quella che, comunque, puntualmente, poco dopo vorrebbe scritturarti per recitare in qualche scena, con o senza travestimento, una parte da mendicante. Di soldi, oppure di gloria, di rispetto, di dignità, di amore. Quella che ti svela il trucco ma ti consiglia, anzi ti impone, di far finta di non conoscerlo. Tuttavia, osserva ancora Brecht, “chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”. Ed allora, per evitare di essere complici del “re dei mendicanti”, per non cedere alla logica del “nessuno è colpevole” e del “nulla può cambiare sotto il sole”, è bene tornare a schierarsi dalla parte del torto, se il torto è l’errore di chi sogna qualcosa di altro, di non inquadrato. Il sorriso di chi continua a cercare la logica dell’illogico, la speranza di nuove scene, nuovi teatri. La convinzione tenace che, a volte, per evitare l’ostacolo dell’omologazione al collaudato e strangolante meccanismo, può risultare vero che “la linea più breve tra due punti può essere una linea curva”.

LA VITA È SOGNO (?)

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 LA VITA È SOGNO 

Riflessioni su Calderon de la Barca



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Il punto interrogativo, in questo caso più che mai, è necessario, ed anche prezioso. Un gancetto affilato che penetra nelle carni come una spilla, d’accordo, ma anche, a ben vedere, un amo con cui pescare qualcosa di cui nutrirsi. La domanda se la sono posti tutti, in qualche istante particolare o nel corso di una vita intera. Pedro Calderon de la Barca, nato a Madrid nel 1600, è noto ancora oggi anche e soprattutto per il testo in cui afferma che la vita altro che non è che un’entità illusoria, un sogno contraddetto dalla ragione. Lui, in realtà, di dubbi non sembra averne avuti. Ma l’affermazione contiene un’ipotesi. Il sogno è, di per sé, qualcosa di incerto, di irrazionale. Nessuno ne conosce bene i meccanismi, la natura e i confini. Quindi equiparare la vita al sogno, equivale, in un certo senso, a compiere l’operazione contraria. In quest’ottica, paradossalmente, l’affermazione di Garcia Lorca, autore di un testo in cui sostiene con uguale solennità che La vita non è sogno, non è troppo distante dall’assunto di base. Che dire? Ora più che mai siamo di fronte all’apoteosi dell’impalpabile. Il che, in fin dei conti, conferma e ribadisce il trionfo del teatro, la vita che si guarda allo specchio, e, nell’atto di guardarsi, rivive. O magari vive davvero. O smette di vivere, per iniziare a sognare. Chissà.

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         Nessuna umana certezza, anche stavolta. Che sia questo il bello, o almeno una delle componenti essenziali del gioco? Qualche certezza, almeno sul piano strettamente biografico, la si trova nelle vicende di questo autore spagnolo, Calderon de la Barca, distante anni luce dal panorama letterario attuale, eppure, tramite radici o echi che si diffondono all’interno di altre correnti e risonanze, è giunto in qualche modo fino a noi. Il suo esordio in qualità di drammaturgo risale al 1623, anno in cui propose al pubblico la commedia Amor, honor y poder. Ebbene sì, Amore, Onore e Potere. Personalmente a questo punto mi vengono in mente le facce di molti autori moderni di telenovelas, magari sudamericani, o di molti autori di discorsi politici, molto più nostrani, i quali, di fronte a tale mirabile titolo, si chiedono, sconsolati, come mai non è venuto in mente a loro. Battute a parte, il buon de la Barca, evidentemente già conosceva assai bene gli ingredienti giusti per attrarre l’attenzione popolare. Allo stesso tempo già iniziava a far lavorare sulla scena, facendoli interagire, i motori di base di quella commedia (tragicomica) che è la vita. Sogno o realtà che sia. Anche l’ambiente in cui opera l’autore spagnolo è emblematico. I suoi drammi sacri e profani venivano allestiti e rappresentati in occasione delle feste di corte e per l’inaugurazione del palazzo reale. Anche in questo caso la commistione tra arte e mondanità è assoluta, e diviene un elemento in più, quasi una componente tematica, un personaggio ulteriore, un’allegoria nell’allegoria che aggiunge al testo elementi di riflessione e significazione.

         Il linguaggio di Calderon de la Barca è ricco, sovrabbondante, lussureggiante: il trionfo del barocco, quello che esplodeva anche a livello architettonico, in colossali metafore di marmo e di pietra. E’ tuttavia a livello di contenuti e invenzioni sceniche che la fioritura appare più rigogliosa. Il teatro calderoniano contiene in nuce tutte le possibilità sceniche. E’ indicativo, in tal senso, il titolo di un suo lavoro, El gran teatro del mundo. Tutto diviene teatro, lo ingloba e ne viene assorbito. Rafforzando ulteriormente la visione di partenza, quella della natura onirica dell’esistere. C’è un pulsare incessante di vita nei lavori di Calderon. Un pullulare di spunti, azioni, ragionamenti, intrecci. Nel suo Il mago prodigioso del 1637, ci sono, per ammissione dello stesso Goethe, alcuni dei meccanismi che in seguito avrebbero dato origine al Faust.

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         È tuttavia La vita è sogno, dramma composto tra il 1631 e il 1634, il capolavoro indiscusso dell’autore madrileno. Della sottolineatura dell’essenza onirica dell’esperienza si è detto. L’elemento in più che l’autore inserisce e rende portante, fondamentale, è un altro: il sogno potrebbe condurre a prendere tutto con filosofica lievità, per non dire incuranza. L’intento calderoniano al contrario appare proprio quello di indicare che, nonostante tutto sia sogno, anzi, proprio per questa ragione, solo la coerente responsabilità umana nelle azioni può dare un significato non effimero all’esistenza. Difficile, certo. Da razionalizzare e, soprattutto, da mettere in pratica. Ma c’è una coerenza interna. L’ambiente e l’epoca in cui l’autore si trovò ad operare lo hanno influenzato in modo evidente, conducendolo ad una visione del mondo che, tuttavia, almeno per certi aspetti, conserva un suo senso. Non posso evitare neppure stavolta di dedicare un pensiero ai politici. Non sappiamo con certezza se la vita sia sogno o meno, d’accordo, ma la responsabilità, la coerenza, il rispetto dei diritti e delle necessità primarie dell’uomo, sono e restano sacre. Come tali andrebbero trattate. In ogni parte di questo Gran Teatro del Mondo.

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         È il caso tuttavia di tornare al nostro Calderon, il quale, ne La vita è sogno, raggiunge le vette più alte dell’elaborazione di intrecci barocchi, colpi di scena, invenzioni che si susseguono a ritmo serrato. La figura principale è quella del Principe Sigismondo, figlio di Basilio, re di Polonia, a cui è stato vaticinato un regno insanguinato dalla crudeltà dell’erede. Sigismondo quindi, fin dalla nascita, è escluso dalla vita di corte e chiuso in un castello. Pur con le necessarie distinzioni, non solo a livello di contenuto, viene fatto di pensare ad Amleto. Al termine di lunghe peripezie, tuttavia, al contrario di ciò che accade nel capolavoro shakespeariano, si ha la riconciliazione finale. Il principe implora dal padre il perdono per un tentativo di rivolta, un episodio in cui si è messo alla guida del popolo per tentare di conquistare il potere. Il padre perdona Sigismondo, il quale, nel momento in cui ammette le proprie colpe, ha l’impressione di aprire finalmente gli occhi, risvegliandosi. Ogni sogno umano può essere inizio di un risveglio, ogni risveglio l’inizio di un sogno, sembra volerci suggerire l’autore.

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         Per i contenuti, e per la morale di fondo, il testo di Calderon de la Barca rivela oggi tutti i suoi anni. E’ distante, si colloca in un’epoca lontana, non solo dal punto di vista cronologico. E’ un testo scritto con onestà da un uomo imbevuto dei principi che aveva assorbito. Uno che, di sicuro, non possedeva lo scarto necessario, il genio assoluto, quello di un Dante o di uno Shakespeare, per intenderci, per assimilare in sé l’ideologia e la morale del suo tempo, per poi lasciarsi tutto alle spalle, andando oltre. Andando ovunque, in ogni tempo, in ogni mente umana di qualsiasi momento storico.

         Tuttavia, se mettiamo da parte la dipendenza stretta dell’autore dai condizionamenti del suo ambiente, resta, anche oggi, un testo vivo, una sorta di albero strano, pieno di radici e di rami attorcigliati. Arabeschi che, ancora oggi, attraggono l’occhio, in qualche misura, portandolo a visualizzare, per analogia e non di rado per contrasto, allegorie, riflessioni, valutazioni sui percorsi e sui panorami del percorso esistenziale. Resta l’immagine di un teatro che rivela nel modo più evidente e a volte ingenuamente geniale la sua natura di favola colorata e confusa, specchio deformato, ma nemmeno troppo, della vita. Quella vita che, Calderon de la Barca continua a dircelo, è e rimane sostanzialmente sogno. L’ossimoro degli ossimori. Qualcuno potrebbe dire che se l’autore fosse vissuto oggi avrebbe scritto un testo dal titolo La vita è incubo. Forse è così. O forse no. Gli orrori non mancavano di certo neanche nella sua epoca, nel mondo che gli è toccato in sorte. Il trucco forse (e la necessità), è continuare a sognare, vedendo e immaginando architetture fisiche e mentali lussureggianti. Senza scordarci, magari, la responsabilità fondamentalmente umana di provare, nonostante tutto, a trasformare il sogno in realtà.

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Su Karenina.it, intervista su Lo specchio di Leonardo

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http://kareninait.blogspot.it/2016/03/intervista-ivano-mugnaini-autore-del.html 

Copia di Ivano Mugnaini - foto

Intervista a Ivano Mugnaini, autore del romanzo “Lo specchio di Leonardo
Lo specchio di Leonardo, il tuo ultimo romanzo, si avventura nella vita di uno dei più noti protagonisti dell’arte dei tutti i tempi. Perché la scelta di un personaggio così ingombrante, già oggetto di tanta letteratura?
È vero, Leonardo da Vinci è un personaggio imponente, poliedrico, prepotentemente presente quasi in ogni ambito scientifico ed artistico, oltre che nell’immaginario collettivo. Finisce per sbalordire e spaventare. La sua grandezza ci chiama, volenti o nolenti, ad una sfida, una specie di braccio di ferro, a distanza certo, ma non meno accanito. Si cerca alla fine, istintivamente, di trovare una falla, un punto debole nella sua colossale struttura di uomo e pensatore. Si tende a dargli (e in fondo anche a darci) una dimensione pensabile, una fragilità, qualcosa che lo renda umano. E, di conseguenza, dotato di una grandezza ancora maggiore, visti gli straordinari risultati che ha raggiunto.
In effetti il personaggio di Leonardo è stato oggetto dell’attenzione di molti scrittori e saggisti in diverse epoche. Alcuni di loro sono elencati nella prefazione al mio libro scritta da Giuseppe Panella, in cui si sofferma in particolare su Paul Valéry e la sua Introduzione al metodo di Leonardo da Vinci, utilizzata come punto di partenza per un’ampia carrellata storica, filosofica e letteraria, basata su un’analisi freudiana di alcuni lavori, scritti e simboli della vita e dell’opera leonardesca.
Ho sentito anch’io l’impulso di scrivere di Leonardo, non certo per proporre verità nuove, ma per indagare, grazie ad un espediente narrativo, su quello che è il suo lato più nascosto e misterioso: quello di uomo, persona soggetta a desideri e manie, pulsioni e frustrazioni. Mi sono soffermato, facendo ricorso ad un’invenzione di pura fantasia, sul Leonardo in carne e ossa più che sul genio assoluto, inarrivabile e quasi impalpabile.
L’idea di partenza è quella che scatta nella mente di Leonardo nel momento esatto in cui vede il suo sosia: “Grazie a quell’uomo mi si sarebbero aperte le porte dell’amore e del sesso vero, sincero, assoluto, e si sarebbero serrate quelle della mia cattiveria, il senso di piacere che mi coglie mentre lacero con le lame e con le dita corpi ancora caldi e vivi di rospi e lucertole, con un’identica voglia di farlo anche con i cristiani. Intanto, come per miracolo, mentre pensavo tutto questo concepivo finalmente una bontà, o forse, per beffa ulteriore, la cattiveria più grande della mia vita: dare ad uno sconosciuto del tutto inadeguato, forse felice nella sua landa selvaggia, la possibilità di tramutarsi in Leonardo da Vinci, artista, uomo di scienza e di mondo, considerato un genio.”
Ma tra il progetto e la sua realizzazione c’è la realtà e l’universo mentale del protagonista. Il Leonardo di cui ho scritto è un essere complesso e umanamente tormentato che si descrive in questi termini: «Non avevano capito niente di me, anche per colpa mia. Non comprendevano che io dissezionavo uomini e animali morti, e ideavo macchine di legno e di ferro, ma non avevo mai compreso nulla in fondo delle menti, dei cervelli, delle anime, come le chiama la gente di chiesa. Osservavo da sempre ciò che è statico, regolato da leggi fisiche, sicure, neutre, impersonali. Mi vedevano, gli altri, come un semidio, eccelso, capace di prodigi, quasi onnipotente, senza sapere quanto mi fossero oscuri e alieni i gesti profondi, i moti interiori, le voglie e le necessità degli uomini che vivevano attorno e dentro di me. Non comprendevo loro in me e me in loro, perché non c’è regola né schema in questo campo, e ho fallito quando ho provato a indagarli, sempre, immancabilmente. Così come ho fallito quando ho guardato al sacro, al cielo».

 

Più biografia o autobiografia? Quanto hai messo di te stesso nel tuo personaggio di Leonardo e nel suo doppio?
Un mio professore del liceo mi ricordava che tutto, perfino i diari più segreti, sono scritti con l’intento di essere scoperti e letti da qualcuno. Altrimenti non ci si affiderebbe alla parola scritta. Lo stesso professore mi diceva anche che chiunque, scrivendo qualsiasi cosa, in fondo, che lo voglia o meno, finisce per parlare di sé. Credo che nelle parole di quel vecchio insegnante ci sia del vero: pur nelle enormi ed evidenti distanze, cronologiche, sociali, individuali e via dicendo, ho cercato di individuare un minimo comune denominatore tra le mie debolezze e aspirazioni e quelle del personaggio su cui è incentrato il libro. Ho cercato di compenetrare le ambivalenze e i compromessi che perfino un genio assoluto come Leonardo era costretto a subire per vivere: da un lato le angherie e i capricci del potere e sul fronte opposto il suo desiderio di autenticità e di libera espressione, sia delle pulsioni erotiche sia del pensiero.

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L’immagine riflessa nello specchio è per te metafora o pretesto per sviluppare un discorso sul doppio?
Direi che è entrambe le cose. Quello del “doppio”, del sosia, è uno dei topos più presenti nella letteratura di ogni tempo. Nel caso specifico del mio libro si tratta sia di una metafora della complessità della mente umana, sia di un meccanismo narrativo per fare emergere un alter ego dotato di una vita propria con cui Leonardo si deve confrontare, lottando prima per riconoscerlo come affine, poi per liberarsi dalla sua annichilente e straniante influenza. Ma ciò che conta è la consapevolezza che il protagonista assume: le due fasi, la fascinazione e il rigetto dell’altro lato del sé, non sono separate e distinte. Si intersecano e si sovrappongono in un meandro di sensazioni e desideri che costituiscono la miseria e la grandezza di ogni essere che lotta per la comprensione di ciò che va oltre la superficie. L’immagine riflessa del mio libro è un doppio che in un primo momento Leonardo vorrebbe solamente usare, un trucco, un espediente per fuggire da una società falsa e opprimente. All’inizio è una specie di fantoccio uguale a lui per l’aspetto fisico ma diversissimo come mentalità e modo di vedere il mondo. Gradualmente, mano e mano che gli accadimenti si dipanano, si arriva ad un ribaltamento di prospettiva: l’alter ego prende il sopravvento, lasciando aperta la domanda di fondo, ossia se esso rappresenti la parte meno nobile di Leonardo, quella becera e terrena, o se invece sia l’incarnazione dell’autenticità, della schiettezza, di un vitalismo vorace ma genuino.

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Qual è il rapporto con l’arte e la scienza che emerge dal tuo personaggio?
Anche in questo ambito la risposta è basata sulla duplicità, su una coesistenza e su un netto contrasto. Leonardo era sia un creatore di bellezza che di morte. Era un artista, pittore raffinato di soggetti sacri e profani, ma anche un ingegnere ideatore di congegni che venivano utilizzati nelle guerre, strutture architettoniche a difesa delle città e marchingegni utilizzati per attaccare ed uccidere i nemici. E non è un caso che uno degli snodi fondamentali del romanzo abbia luogo proprio nel momento in cui il protagonista si rende conto che perfino la sua arte pittorica, il suo sogno di bellezza, si allinea all’esaltazione di un massacro. Si accorge che l’affresco della battaglia di Anghiari, a lui commissionato dal partito al potere, altro che non è che la celebrazione di una carneficina. Da quel momento Leonardo si rifiuta di portare a termine il lavoro pittorico, mentre il suo alter ego lo esorta a proseguire. È la prima scintilla della scissione. E di questo moto dell’animo di Leonardo: “La mia vendetta, lo scherzo al destino, al potere becero sempre diverso e sempre uguale a se stesso, sarebbe stata, nel progetto e nel sogno, una beffa estrema: una burla serissima e feroce che forse qualcuno nei secoli avrebbe saputo cogliere e gustare. Avrebbe riso, ad anni di distanza, nel trionfo muto e immenso dell’intelligenza che non si arrende: sarebbe stata quella l’arma micidiale commissionata dai potenti del mondo. Un’arma di creazione, non di distruzione, rivolta contro di loro, non a loro favore.” Un’aspirazione soggetta, anch’essa, all’ironia della realtà.

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E quale invece quello con l’amore?
Hai oggettivamente individuato i due punti cardine. L’amore è cura, passione, ricerca di una rinascita: “Come un naufrago mi aggrappai a lei, e fu gioia la sconfitta, l’abbandono ad un’acqua più sapida e possente che ti chiama a sé e ti sommerge, in un nuovo battesimo, carezza liquida che uccide e rigenera.”
Ma la sconfitta definitiva di Leonardo, la sua Caporetto interiore, per così dire, ha luogo proprio nell’istante in cui la sua donna, l’immagine femminile da lui idealizzata ma del tutto reale nella sua mente, la Gioconda, cede al suo alter ego, si concede anche carnalmente alla parte più sporca e prosaica del proprio essere. Dopo essersi negata a lui per anni, si lascia possedere e fecondare dal suo doppio. In quel frangente Leonardo ha perso tutti i suoi riferimenti esistenziali: la sua arte e la sua scienza sono asserviti al potere e alla volontà di distruzione, il suo amore più puro e apparentemente angelicato è perduto, prostituito e alla mercé dei più bassi istinti. Non può che prendere atto della rotta assoluta della sua esistenza. Ma, paradossalmente, nel momento in cui accetta il trionfo dell’altro da sé e si rifugia nella fuga dal mondo, si ritrova. O, almeno, orienta la sua vita verso direzioni e mete finalmente libere, non più schiave della logica, della gloria, della fama. Nel momento in cui si sente del tutto perduto, Leonardo ritrova se stesso e la volontà di inseguire nuovi progetti, nuove domande, senza più la pretesa di trovare risposte assolute. Ciò apre la strada ad un finale a sorpresa del romanzo. Un ribaltamento di fronte e di prospettiva che coinvolge il protagonista e il suo alter ego, i loro destini e le loro biografie, reali e immaginarie.

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Secondo te in quale direzione va la narrativa oggi?
Moltissime sono le strade, i percorsi, i fiumi e i torrenti carsici. Ci sono libri di assoluto valore ma c’è anche una quantità di prodotti editoriali, nel senso stretto del termine, ossia di libri costruiti e confezionati su misura, come una merce di qualsiasi altro genere, per attrarre lettori e favorire le vendite. Ciò è del tutto legittimo, niente da obiettare. Ma temo che l’appiattimento e l’omologazione dei gusti possano avere un effetto boomerang. È un fenomeno che si può mettere in parallelo, ad esempio, con ciò che accade nel mondo della cinematografia e della televisione e in vari altri ambiti artistici. A fianco di alcuni lavori ideati e portati a termine con originalità c’è una marea di materiale “di plastica”, facile da realizzare e da commercializzare ma di scarso valore intrinseco. Trovo che alla lunga possa rivelarsi autolesionistico condurre volutamente il pubblico verso crinali friabili e inconsistenti. L’illusione di aumentare per qualche euro in più l’audience dei lettori, così come quella degli spettatori, porta e porterà sempre di più ad un’attenzione di breve durata e progressivamente ad un rifiuto, un rigetto.
Sarebbe auspicabile, come già accade in alcuni paesi, anche europei, che anche in Italia si realizzassero concorsi letterari ed artistici veri e seri, con l’intento di fornire ai talenti, che ci sono, la possibilità di esprimersi, di ricercare, di realizzare con i giusti mezzi le loro idee e i loro progetti. Ciò avrebbe un positivo effetto a catena anche sul pubblico. Perché, alla fine, la qualità paga, anche nei termini finanziari tanto cari alle industrie e alle società. I lettori non sono stolti come qualcuno vorrebbe fare intendere. Sanno distinguere e discernere. E se un lavoro artistico stimola la loro mente e li coinvolge viene premiato, anche e soprattutto se contiene elementi di riflessione e simbolici, mai pedanti, questo è sottinteso, ma del tutto stimolanti. La “complicazione” non è da demonizzare, tutt’altro: è sempre gratificante.