Archivi del mese: aprile 2020

LA LINEA DEI PASSI

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La linea dei passi - copertina

Enzo Rega, LA LINEA DEI PASSI,

Prose sulle città e il viaggio,

Edizioni Helicon, Arezzo, 2020, pp. 180, € 14,00
Tra il frammento e l’insieme; l’impressione è che Rega prediliga questa seconda componente, l’unitarietà, la sincronicità. Non è casuale la scelta del bel titolo del suo libro, La linea dei passi, pubblicato da Edizioni Helicon.
Il passo è l’espressione di un singolo percorso, spesso “sincopato”, dettato da elementi esterni, le caratteristiche del tempo, del terreno, del clima. Ma la linea riassume in sé i singoli passi e dona loro un orientamento e allo stesso tempo una ricerca di parallelismi e convergenze, sia con il tempo individuale che con quello collettivo. Lo sguardo di Rega è spesso, e con sincera autenticità, rivolto al sociale, a ciò che va oltre estemporanei egoismi. Perfino in questo libro la cui tematica, il resoconto dei suoi viaggi, avrebbe potuto condurlo ad una visione autoreferenziale, ha preferito, per istinto e per scelta, tracciare una retta, un insieme di punti che hanno reso unitaria e coesa la sua visione del mondo. Una Weltanschauung basata su dati esteriori e concreti, visti, percepiti e mandati a memoria, ma in uguale misura mentale ed estetica, fatta anche di parole, di arte, di filosofia, di tutto ciò che contribuisce ad estendere e a rendere più compiuta la visione e la percezione.
          Tra le numerose epigrafi poste in apertura dei vari capitoli, quella tratta da Lento ritorno a casa di Peter Handke è utile e in qualche modo emblematica a tale riguardo: “Quel che ho sempre pensato tra me è niente; io sono soltanto quel che m’è riuscito di dirvi”. Lo sguardo è parola. Ossia, la pienezza della percezione è un atto che si compie appieno nell’istante in cui trova forma e misura. Il vero viaggio, sembra dirci Rega, avviene quando l’emozione trova una dimensione estrinsecabile, manifestabile. Ciò mette in connessione anche il luogo fisico esterno e l’interiorità, l’io e l’altro. Il viaggio è un atto di condivisione e di generosità, nei modi e negli intenti di Rega: un modo per avvicinare nel senso più ampio del termine, alla ricerca di radici comuni, all’insegna di ciò che lega gli esseri umani a qualunque latitudine.
          La parola, è giusto ribadirlo, è la chiave e il passaporto, il biglietto d’andata e quello del lento, ma più denso, ritorno. Molti dei riferimenti agli autori di riferimento di Rega si trovano nella ricca e partecipata nota critica di Luigi Fontanella pubblicata lo scorso febbraio nel magazine America Oggi. La riporto qui in calce, come preziosa fonte di informazioni sul libro. Riporto anche una breve ma significativa nota dell’autore, in cui ci vengono forniti alcune notizie e dati che ci aiutano a collocare, dal punto di vista cronologico e non solo, il libro.
          La rubrica “Segnalazioni” intende proporre libri interessanti, generando auspicabilmente curiosità, interesse, voglia di approfondire il discorso tramite la lettura diretta.
          Del libro di Enzo Rega aggiungo una considerazione sullo stile, o meglio sull’approccio. Rega è anche critico, studioso di letteratura, cinema ed altre espressioni artistiche. In questo suo libro tuttavia ha deliberatamente scelto un atteggiamento informale. Le pagine scorrono, piene, sempre interessanti, ma il passo è fluido e lieve. Attraverso ciò che ha visto e che, adesso, come osserva Fontanella, “enarra”, Rega parla di ciò che ha percepito, le assonanze, visive e letterarie, i rimandi, gli echi interiori. Coerentemente con il suo carattere e la sua personale filosofia, Rega ha preferito in questo suo “giornale di bordo” un’espressione sobria, lineare, facendo ancora riferimento al titolo. Ha parlato del mondo e della vita senza tralasciare niente dei dettagli e delle prospettive, ma a passo lento, di modo che ciascun compagno di viaggio possa seguire e cogliere ogni angolo ed ogni sillaba. “La pagina ha il suo bene solo quando la volti e c’è la vita dietro”. In questo libro si applica con passione questo motto di Italo Calvino. E, con altrettanta coerenza e consapevolezza, si mette in atto la considerazione fondamentale, valida in ogni tempo e in ogni ambito, di Fernando Pessoa: “I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo”.
IM
 
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Nota dell’autore

I testi de La linea dei passi risalgono agli anni Novanta e anche prima: il libro, così come si presenta, è stato chiuso intorno al 1998. Mi accorsi, allora, che le cose che scrivevo ruotavano intorno al viaggio e alla ricerca d’una città come luogo, topos, del possibile. La casualità diventò progetto consapevole. Il viaggio è la vita (la vita è viaggio), la scrittura stessa un viaggio nella vita e nella letteratura nelle diverse forme: racconto, lettere, diari. Perciò prose.
 
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Dietro i “passi insoliti” ed “extravaganti” di Enzo Rega

di Luigi Fontanella

Mi fa piacere segnalare un bel libro di narrativa, insolito ed extravagante, recentemente pubblicato da Enzo Rega: critico di cinema e letterature multidisciplinari, poeta, studioso di filosofia e docente napoletano. Rega è di origine genovese, ma vive ormai da decenni nel napoletano, per la precisione a Palma Campania, dopo aver vissuto anche a Bergamo e a Siracusa.
          Ho detto “insolito” ed “extravagante” perché il libro, che ho appena finito di leggere, La linea dei passi (Edizioni Helicon, vincitore del Premio “La Ginestra” 2018, ISBN 978-88-6466-552-4), è una raccolta zigzagante tra riflessioni, pagine diaristiche, lettere, improvvise illuminazioni, brevi o lunghe narrazioni vere e proprie, eccetera eccetera; quasi tutte condotte sul filo odeporico di un viaggiare (reale e mentale) che ha portato il narratore in varie città italiane ed europee.
          In ognuna di esse Rega ha ricevuto e – a sua volta ha restituito su queste pagine – impronte e folgorazioni flagranti.  Uso di proposito quest’ultimo aggettivo proprio pensando a una terminologia estetica (mi viene in mente Cesare Brandi quando scriveva, che, di fronte a un’opera d’arte, avvengono fenomeni di astanza e flagranza). Del resto il sottotitolo di questo volume è già di per sé abbastanza esplicito, e recita appunto “Prose sulle città e il viaggio”.
          Leggendolo, si ha come l’impressione di essere man mano catturati in una sorta di (ragna)tela labirintica, nella quale momenti puramente diaristici si intrecciano con felici agnizioni, girovaganti meditazioni alla Robert Walser, incanti, illuminazioni, struggimenti mnestici e straordinarie intuizioni critiche alla Walter Benjamin. Un magma, il tutto, depositato in prose che rifiutano una loro “canonica” collocazione o una stantia coesione organica, ma che fluttuano liberamente nella mente del “viaggiatore” scrivente, il quale ce le porge anche in forme epistolari o di pure descrizioni intratestuali da lui riportate puntualmente con sguardo come casuale e infallibile insieme.
          Tutto questo, beninteso, senza che ci sia alcuna tonalità self-indulgent, o, peggio, sentimentalistica. A Rega piace muoversi in totale libertà fra le varie esperienze da lui vissute in prima persona e le ripercussioni che queste hanno provocato nella sua mens; una Erlebnis che si distende seducente, pagina dopo pagina, e che nel complesso risulta variamente cattivante e coinvolgente. Dietro queste pagine fanno capolino i vari Maestri o angeli custodi che hanno nutrito l’immaginario di Enzo, a partire da nomi stellari come Nietzsche, Pessoa, Hugo von Hofmannsthal, Musil e Benjamin, fino ad arrivare a scrittori della generazione successiva, come Cesare Pavese, Peter Handke, il nostro Tommaso Landolfi.
          Un libro, in ultima analisi, che una volta letto, quasi vorrebbe spingere il lettore – al pari di quell’indimenticabile passeggiatore solitario, su cui ha scritto pagine di eccezionale bellezza W.G. Sebald – a recarsi proprio nei luoghi da Enzo enarrati, per andarli a visitare con i nostri e i suoi occhi, magari portandosi dietro questo suo segmentato vademecum narrativo,  e rileggendosi le pagine dedicate a questa e o a quella città (Praga, Londra, Milano, Basilea, Mulhouse (Alsazia), Bruxelles, Berlino, Verona, ecc. e, pur sempre, la natia Genova del nostro viaggiatore-scrittore.

 

“La linea dei passi” di Enzo Rega, pp. 182, Edizioni Helicon, 2019, € 14,00                     in “America Oggi”, Magazine domenicale 16 febbraio 2020
 
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ENZO REGA, nato a Genova nel 1958, risiede a Palma Campania (Napoli), e ha vissuto anche a Bergamo e a Si­racusa. Si occupa di letteratura, filosofia, cinema e critica della cultura. Insegna in un liceo e ha collaborato con l’U­niversità di Salerno e il “Suor Orsola Benincasa” di Napoli. Redattore di “Gradiva” e “Levania”, scrive per “L’Indice dei libri del mese”, “Poesia”, “Italian Poetry Review”. Tra i volumi pubblicati: di narrativa Le albe inutili (C.E. Men­na, Avellino 1980) e Due volte futuro (Michelangelo 1915 Editore, Palma Campania (NA) 2010); di poesia Acroniche angolazioni (Forum / Quinta Generazione, Forlì 1982) e Indice dei luoghi. Poesie da viaggio (e d’amore) (Lace­no/Mephite, Atripalda (AV) 2011); di saggistica Berlino e dintorni. Arte, cultura e vita nel Novecento (Edizioni “Il grappolo”, San Severino (SA) 2001); A colloquio con i po­eti: De Angelis, Fontanella, Neri (con Carlangelo Mauro, Stango, Roma 2003); Il cinema come fenomeno sociale (con Pasquale Gerardo Santella, Loffredo, Napoli 2005); Deri­ve mediterranee. Immagini letterarie da Napoli all’altra sponda (con una nota introduttiva di Ermanno Rea, l’arca e l’arco edizioni, Nola (NA) 2012; menzione d’onore al Premio “Casentino” 2018). Con la Zanichelli ha pubblica­to, tra il 2014 e il 2017, un corso per le scuole superiori di Scienze umane.

 

Racconto del 25 aprile su Repubblica. parma

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Sono molto lieto che il mio racconto NOMI CONCRETI E NOMI ASTRATTI sia stato pubblicato nelle pagine de “la Repubblica” di Parma proprio oggi, 25 Aprile, anniversario della Liberazione.
Il racconto, pur partendo da un’ambientazione in apparenza distante, la scuola, ha in realtà proprio l’intento di sottolineare l’importanza della libertà, di pensiero, di scelta, di opinione.
E, a fianco, intimamente connesso ed essenziale, il diritto di chiunque, a prescindere da qualsiasi connotazione individuale, a essere se stessa o se stesso.
Ringrazio Tito Pioli e Lucia de Ioanna per la selezione e la cura con cui il racconto è stato proposto.
Per chi vorrà, il racconto completo è a questo link: https://parma.repubblica.it/cronaca/2020/04/25/news/il_sabato_del_racconto_e_firmato_da_ivano_mugnaini
Buona Liberazione a tutte e a tutti,
IM

I sommersi e i salvati. Note a margine su Primo Levi

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“La persuasione che la vita ha uno scopo è radicata in ogni fibra di uomo, è proprietà della sostanza umana. Gli uomini liberi danno a questo scopo molti nomi, e sulla sua natura molto pensano e discutono, ma per noi la questione è più semplice. Oggi e qui, il nostro scopo è di arrivare a primavera”.
Le parole sono di Primo Levi, su cui ho scritto alcune note a margine su L’Ottavo. L’impressione è che certe parole conservino sempre una possente attualità. 
Rimando, per la lettura di questo e di altri articoli della rubrica “Luoghi d’Autore”, a  questo link: https://www.lottavo.it/2020/04/note-a-margine-su-primo-levi/  .
IM
I sommersi e i salvati - Levi, Primo - Ebook - EPUB con DRM | IBS

NOTE A MARGINE SU PRIMO LEVI

Di Ivano Mugnaini

La discesa negli inferi senza un vero ritorno

La guerra c’è sempre. Il resto è solo tregua.
Anzi, la guerra è sempre, è il presente che non muta, resta, a rincorrere, a mordere e strappare via la carne dei giorni.
Questa è la prima sensazione, il sapore agro del primo impatto con le parole di Primo Levi. Ben più complesso è il percorso che ha compiuto e ha voluto trasmettere. Preso atto del dolore, dell’assurdo sovrumano, anzi inumano, in grado di negare la natura stessa dell’umanità, l’alternativa è la resa, l’inazione, il silenzio, oppure il cammino della testimonianza.
Essendo conscio della fragilità e dell’imperfezione della memoria, Levi, da uomo di scienza, ha registrato tutto con oggettività, prima che qualcuno, forse lui stesso, potesse dire un giorno che i dettagli non erano esatti, non corrispondevano le dosi, le componenti, gli elementi della pazzia. Si è assunto il compito, da chimico attento e paziente, di registrare, trascrivere, riportare, in forma di parole, elenchi di eventi e gesti, attimi e corpi morti e vivi, i sommersi e i salvati.
Primo Levi (Foto da wikipedia)
Il vero viaggio di Primo Levi è stato dentro una memoria a cui dava vita passo dopo passo e da cui gradualmente veniva annientato, come da un acido corrosivo. Conscio di questo, non si è mai fermato, fino a quando ha potuto, finché ha avuto la sensazione di avere la forza di poter continuare ad essere utile ai suoi simili. Finché è riuscito a rievocare gli orrori più grandi conservando spazio per un sorriso, amarissimo ma tenace. La prova che il nemico aveva perduto. Perché la vita e l’umanità resistono perfino ad Auschwitz. Resistono all’annientamento, alla ferocia pianificata e resa meccanica, con una struttura industriale, per tramutare gli uomini in materia inerte. Ma la materia inerte non sa sorridere, non sa rievocare, seppure con la morte nel cuore, tutte le occasioni in cui nei campi di sterminio è rimasta viva la fame di arte, di musica, di letteratura, o semplicemente la volontà di vita a dispetto di tutto, essa stessa forma primaria e assoluta di poesia.
Il punto di partenza è Torino, città sospesa tra tradizione e innovazione. La famiglia di Levi in un primo momento accetta passivamente il fascismo, per poi comprendere troppo tardi, come moltissimi altri italiani, la follia distruttiva insita nel suo credo e nelle scelte politiche e ideologiche.
Avvengono così, in modo simultaneo, i paradossi che contraddistinguono la vita dello scrittore: lui, non religioso, ateo sia prima che dopo gli eventi e i massacri, si trova, fin dall’emanazione delle leggi razziali, a dover lottare e in un certo senso a diventare simbolo dell’ebraismo. Inoltre, dopo aver preso parte alla lotta partigiana, e dopo l’arresto, è inviato nei campi di concentramento. Lui che avrebbe sognato con ogni probabilità una vita di studio quieto nella sua Torino, di colpo è scaraventato sulla strada dall’uragano della Storia. La sua personale vicenda diventa suo malgrado una personale metafora della Diaspora. Viaggia per volere del destino, per sopravvivere, per vedere con i propri occhi, ricordare e raccontare.
Levi è il viaggiatore involontario per eccellenza. Costretto a crearsi una terra propria, uno spazio di sopravvivenza, un altrove estremo, ai margini, si trova a comprendere, cioè ad assumere in sé, la voce del dolore di un popolo sradicato: “…e ci discese nell’anima, il dolore antico del popolo che non ha terra, il dolore senza speranza dell’esodo ogni secolo rinnovato”.
Il tema del viaggio è presente soprattutto in due libri emblematici di Levi, Se questo è un uomo e La tregua. L’esperienza della deportazione e del campo di concentramento in Se questo è un uomo è da intendersi come una forzata discesa negli Inferi. Ne La tregua vi è il tema del ritorno in patria, o meglio il tentativo di lasciare dietro di sé le mostruosità della guerra e recuperare il senso profondo di sentirsi vivo e uguale agli altri. Se il primo libro di Levi assomiglia alla descrizione di una discesa agli Inferi, il rimpatrio è l’occasione di una progressiva risalita verso la luce e verso l’umano.
La discesa agli Inferi ha un’ampia tradizione, il cui culmine è il viaggio dantesco. Ma, a differenza di Dante, Levi non ha il beneficio della fede che sorreggeva il poeta fiorentino e non ha né la guida paterna e benevola di Virgilio né quella solenne e amorevole di Beatrice. Viene catapultato senza alcun Limbo introduttivo dentro un esperimento biologico-sociale di annientamento. Con il suo corpo vivo, come Dante, è obbligato a osservare altri corpi vivi. Non anime ma animali, con tutto ciò che di nobile e misero è insito in questa definizione e nella condizione che comporta e descrive.
Un viaggio la cui fine è la morte, non la salita al Paradiso. Oppure, in alcuni casi speciali, come quello dello stesso Levi, una salvezza malata, avvelenata dalla sua stessa inconcepibile essenza ed esistenza.
 Il meccanismo micidiale messo in atto dagli aguzzini aveva come scopo quello di annientare negli internati ogni forma residua di umanità. Come ulteriore effetto collaterale tale prassi ha generato, nelle vittime sopravvissute, una forma ferocemente beffarda di riflessione a posteriori: l’idea che a salvarsi non sono i migliori, ma solo quelli sostenuti dalla casualità, da quella fortuna che è voce media, e cieca. Con qualcosa di ancora più subdolo che nega e sbriciola perfino il “folle volo” di Ulisse. Non sono i più coraggiosi a superare le Colonne d’Ercole e a tornare ad Itaca, ma solo quelli che, per qualche caratteristica fortuita, o forse per qualche capriccio o utilità dei macellai, sono sfuggiti alle maglie dello sterminio.
 
Resta, nel momento del recupero del proprio nome, nel ritorno alla terraferma, di nuova sicura, una specie strisciante di malinconia unita ad un assurdo ma inestirpabile rimorso: quelli di essere rimasti vivi là dove solo la morte aveva cittadinanza.
Non essere più solo un numero, un frammento catalogato della catena di montaggio dello sterminio, vuol dire dover tornare a muoversi, equivale alla pena del ritorno in una patria che non sarà mai più la stessa, perché non si è più noi stessi dopo l’Inferno. Si fa ritorno ma sapendo di non potersi fermare più, non essendoci più alcuna pace possibile, anche in un’epoca di assenza di guerre ufficialmente dichiarate. “Gli altri prigionieri di Auschwitz popolano la mia memoria della loro presenza senza volto e se potessi racchiudere in un’immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine, che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia del pensiero”, scrive Levi.
Se questo è un uomo è il libro dell’esodo, della dissezione della materia viva, della tracciatura degli impianti dell’industria della morte. Ma non meno aspro è il libro del ritorno. Non c’è più “normalità” possibile per chi torna dai gironi infernali. Vede negli occhi degli altri la pietà, oppure una forma di commiserazione malcelata, o addirittura lo specchio distorto di quell’accusa implicita di complicità con gli autori dello sterminio. Si tratta del riflesso di un pensiero che ha origine nella mente delle vittime, ma è ostinato, anch’esso segue ostinatamente chi vorrebbe fuggire da sé e dai propri ricordi.
“In the desert you can remember your name/ ‘cause there ain’t no one for to give you no pain”. Nel deserto puoi ricordare il tuo nome/ perché non c’è nessuno che ti causi dolore, recitano i versi di una canzone che forse Levi avrebbe apprezzato. Il fatto è che perfino il deserto è un lusso, un privilegio che alcuni non si possono permettere. Allora resta la necessità di muoversi, viaggiare, non fermarsi fino a quando si può. Levi torna più volte ad Auschwitz. Accetta interviste e partecipa a documentari televisivi che rievocano gli anni dei campi di sterminio. Racconta con lucidità e con un senso del ritmo vivo, musicale, aneddoti e cifre, volti e parole, il freddo, la fame, gli odori. Parla delle varie “Sezioni” dei campi, ne parla per aiutare a capire, lui che di capire non sperava più. Parla di sé, lo sforzo maggiore, la pena di Sisifo. Ne parla con un “understatement” molto anglosassone, anzi, molto piemontese, una forma di difesa estrema nei confronti del reale. Lotta fino in fondo, riprende gli stessi treni che attraversano oggi una Polonia profondamente diversa ma con una ferita percepibile, ancora aperta. Parla di sé, Levi, per far capire che non ha alcun merito, che si è salvato perché era utile ai nazisti in quanto chimico e perché aveva imparato da giovane alcune frasi di tedesco. La differenza tra vivere e morire poteva essere comprendere un ordine perentorio o saper leggere i numeri tatuati come un marchio sul proprio avambraccio.
“I ‘salvati’ del Lager non erano i migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto dimostrava l’esatto contrario. Sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della ‘zona grigia’, le spie. Non era una regola certa (non c’erano, né ci sono nelle cose umane, regole certe), ma era pure una regola. Mi sentivo sì innocente, ma intruppato tra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti agli occhi miei e degli altri. Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti”, osserva.
Scritto un anno prima del suicidio, I sommersi e i salvati conferma la volontà di Levi di identificarsi nel profondo con coloro che hanno avuto la pena di essere sommersi. L’intento del libro è quello di dare voce a coloro che non ce l’hanno fatta, rinnovando l’appello alla memoria dei lettori riguardo alla Shoah: non dimenticare, affinché la Storia non debba ripetersi. Non è un caso che il libro si apra con una citazione da The Rime of the Ancient Mariner di Samuel Taylor Coleridge: Since then, at an uncertain hour,/ that agony returns:/ and till my ghastly tale is told/ this heart within me burns.
 L’agonia ritorna inesorabile, e la necessità di raccontare la tetra storia brucia il cuore incessantemente. Così come brucia la coscienza di sapere che, in determinate situazioni, nelle terre più estreme dell’esistenza, non c’è più spazio per la solidarietà e trionfa la legge non scritta e tuttavia potentissima del “mors tua vita mea”. La morte degli altri può significare la propria sopravvivenza. L’orrore di questa consapevolezza non è forte quanto l’istinto atavico della conservazione che spinge a gioire per un tozzo di pane in più e un altro giorno in cui si riesce a non cadere a terra sfiniti. Il vero viaggio, il più crudo e il più vero, è quello che Levi, come migliaia di altri sopravvissuti e profughi del destino, ha compiuto nella propria testa. Il luogo più estremo e più spietato: quello da cui non c’è speranza di fuggire, quello che ti costringe a ragionare costantemente sul senso della vita, sul disgusto e l’attrazione per il gorgo del male, sul senso e sull’assenza di senso di tutto, perfino della morte.
 Nelle interviste Levi descrive l’importanza di affidarsi alle parole, al racconto, pur essendo anche in questo caso conscio delle contraddizioni e delle ambivalenze: “Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere quest’offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati in fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, e non è pensabile. Nulla è più nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga”.
 I nomi restano, oggi, anche grazie ai libri di Primo Levi. Restano i capitoli di un’epoca di violenza che, seppure con forme e dinamiche differenti, è sempre viva, sempre attuale. Del viaggio forzato e doloroso di Levi rimane anche l’ultima tappa, quel volo dalle scale di un palazzo torinese. Forse casuale, forse voluto e cercato come epilogo di un percorso che a quel punto aveva esaurito scopo, senso, energia. Ma resta il merito di avere camminato là dove nessun uomo avrebbe dovuto entrare, là dove Levi ha avuto il coraggio di dire che non per eroismo ma solo per casualità e tenacia è stato in grado di non abbandonarsi anzi tempo alle onde lasciandosi risucchiare. Resta il coraggio di chi, privo di fede e di dogmi, ha voluto credere nella dignità umana, nella parola e nel suo potere di dare testimonianza del più grande mistero: la persistenza della vita a dispetto di ogni ferocia. “La persuasione che la vita ha uno scopo è radicata in ogni fibra di uomo, è proprietà della sostanza umana. Gli uomini liberi danno a questo scopo molti nomi, e sulla sua natura molto pensano e discutono, ma per noi la questione è più semplice. Oggi e qui, il nostro scopo è di arrivare a primavera”.

Argila rebelă – La creta indocile

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La poesia tradotta si riplasma, assume nuove forme. Trattandosi di creta (indocile) tutto ciò è molto adeguato.
Ringrazio Mihaela Colin per l’attenta ed empatica lettura e per la selezione e traduzione di alcune mie poesie.
Non conosco la lingua rumena, ma è bello seguire passo passo il trasformarsi dei suoni e la crescita parallela dei versi in due lingue con radici condivise.
Grazie a Mihaela.
 
Buona lettura a tutti
e buon viaggio verso porti più sereni e assolati. IM
 

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La creta e i tempi indocili

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recensione de La creta indocile su La Voce di Mantova
“È proprio attraverso la scorrevolezza delle pagine […] che si percepiscono le parole e i versi del momento tragico e delicato che in questo momento storico stiamo vivendo, una sorta di sostanza labile, delicata e malleabile come la creta ma allo stesso tempo forte, quando si consolida e prende forma”, scrive Rosalba Le Favi nella sua recensione a La creta indocile su La Voce di Mantova.
Ho apprezzato il suo mettere fianco a fianco la creta e giorni indocili che stiamo vivendo.
Si tratta di essere duttili. Tenaci e allo stesso tempo “plasmabili”.
Restare noi e creare nuove forme. 
IM