Archivi del mese: dicembre 2019

Polveri nell’ombra

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Though lovers be lost love shall not / And death shall have no dominion. Leggendo Polveri nell’ombra di Antonio Spagnuolo mi sono tornati alla mente, in modo graduale ma nitido, questi versi di Dylan Thomas: “Anche se gli amanti si perderanno non verrà perduto l’amore / e la morte non prevarrà”.
La traduzione come sempre può avere sfumature e accenti diversi ma la sostanza è netta, inequivocabile. Le parole chiave sono “amanti” e “morte” e la dicotomia che ne deriva si inserisce nell’amplissimo filone del binomio eros – thanatos. Le sfaccettature sono infinite, le gradazioni multiformi. L’accostamento tra i due termini è stato sviscerato e cantato con altrettante numerose modulazioni. Spagnuolo ha scelto in questo suo libro un approccio del tutto personale, assolutamente schietto e sentito. La poesia di Polveri nell’ombra pur conservando l’accuratezza lessicale e il rovello della ricerca della parola esatta, è, al contempo, un intenso, accorato omaggio alla memoria della donna amata. Spagnuolo tuttavia, per istinto, per perizia, e grazie alla sincerità (è giusto ribadirlo) di un sentimento che ha dato senso e lo dà tuttora ad una vita intera, ha evitato i baratri e i crepacci scivolosi del già detto, del patetico e del retorico fine a se stesso. Potremmo dire che la morte non prevale perché la poesia autentica (in tutte le accezioni del vocabolo) mantiene vivo un ricordo che non è semplice e patinata rievocazione ma è una forma di vita ulteriore, anche al di là dei confini fisici e cronologici.
È opportuno qui fare nuovamente riferimento ad una delle parole cardine citate nei versi d’esordio: “amanti”. L’amore a cui fa riferimento Spagnuolo, è, anche, amore sensuale, corporeo, umanissimamente concreto. Il corpo, grazie alla parola e alla sua capacità di rendere il ricordo assolutamente presente, quasi tangibile e percepibile, non si dissolve, resta lì, ad ispirare, a fare da riferimento costante per i gesti e i pensieri. La sensualità, sana ma assolutamente concreta, è sempre stata una delle caratteristiche della poesia di Spagnuolo: il corpo come strumento per esplorare non solo i sensi ma anche il senso, inteso come significato, potremmo dire “seme”, nel senso di interazione di realtà e sentimento, concretezza e sogno, indagine sull’essenza stessa dell’essere al mondo,  quindi, con un percorso circolare, torniamo al punto di partenza che è anche punto di arrivo: l’amore indaga, anche attraverso il corpo, sul senso dell’amore e quindi della vita. E viceversa.
Coerentemente, e con la tempra anche poetica che lo contraddistingue, anche dopo la morte della compagna Spagnuolo non ha spento questo canto della corporeità, non ha disattivato il tasto della nota intensa che fa da accordo tra il tangibile e il pensato, la verità e il sogno. 
Come osserva anche Daniele Giancane nella recensione qui sotto riportata, la compagna del poeta, ossia la figura femminile è “la ninfa dal viaggio indefinibile”. La parola ha assonanze sia mitologiche che concrete, riferimenti alla letteratura classica e recente, e si innesta ad un altro archetipo fondamentale: il viaggio. Non termina il viaggio condiviso con la morte della compagna. “Tra il libri dei miei vent’anni / già c’era il tuo sorriso”, scrive nella poesia di pagina 68. Il prima si intreccia saldamente all’ora e al dopo. La fine, intesa in senso fisico e cronologico in realtà non spezza, non conclude. Perché l’amore di una vita, vissuto pienamente, con mente, cuore e pensiero, non ha un inizio, c’è già nelle pagine scritte prima del primo incontro e resta anche dopo la morte.
Tutto ciò non significa che non sussista il dolore. “La fascia del tormento ha il passo lento / che ritorna più freddo, al gocciolio / delle palpebre […] T’ha rapito il tradimento delle ore / ai confini di un giorno maledetto, / senza un sussurro, senza il tuo sorriso, / sparita più volte nelle veglie, bruciate / nell’increscioso torpore del sogno. / Nel blocco del silenzio ritorna il tuo profilo.” Il tormento è costante ma non è sinonimo di sconfitta, non è resa annichilente. Il ricordo è vivido e, pur nel perdurare della pena dell’assenza, consente di vivere per dare voce a ciò che ancora del mondo vale la pena vedere, descrivere, fare oggetto di un racconto in versi. Perché ciò che la donna amata prediligeva, i fiori, i violini, il mare, sono ancora lì, e la loro bellezza è ancora sostenibile nel pensiero di lei. È come se ogni cosa Spagnuolo la vedesse e la descrivesse non solo con i suoi occhi ma anche con gli occhi di colei che ha amato ed ama.
Polveri nell’ombra è un ulteriore passo del percorso poetico e umano di  Antonio Spagnuolo. Un libro che, al valore della cura assoluta per il suono e la tornitura del verso, abbina quella che potremmo definire una riflessione vissuta e resa corporea sul senso del dolore, sul lutto, sulla perdita, ma anche sulla persistenza del ricordo, della presenza, in una parola dell’amore.
IM
 

 

 

ANTONIO SPAGNUOLO: “POLVERI NELL’OMBRA” – ED. OEDIPUS 2019
pagg.96- € 12,50
Chi segue i percorsi della poesia italiana, certamente conosce il lungo e intrigante itinerario poetico di Antonio Spagnuolo (nato a Napoli nel 1931), che è stato fondatore della rivista “Prospettive culturali”, ha curato collane di testi, dirige “Le Parole della Sybilla” e la rassegna on line “Poetrydream”. Soprattutto però Spagnuolo è un poeta di grande levatura: autore di numerose sillogi di poesia, la bibliografia sulla sua opera letteraria è assai vasta (Plinio Perilli, Elio Grasso, Bonifacio Vincenzi, Carlangelo Mauro, hanno pubblicato monografie sulla sua poesia). È tradotto in diverse lingue.
Il volumetto che ho fra le mani si intitola “Polveri nell’ombra” ed è fresco di stamp a(luglio 2019), edito da Oedipus. Occorre subito dire che è un magnifico libro, che si situa lungo una linea più discorsiva e lirica, rispetto alle sue opere precedenti (il primo Spagnuolo era certamente più sperimentale e più ermetico, a volte di difficile lettura).
“Polveri nell’ombra” nasce dal sentimento di una ‘perdita’ (la compagna di una vita). Le parole più presenti sono appunto: solitudine, silenzio, ricordi, assenza, attesa, in un contesto che però non è mai di disperazione, piuttosto di tenero rammemoramento: “Il tuo bacio aveva anche il sapore/del temporale di agosto” e “ora ti cerco di notte, tra l’uggia e il viola,/nella vecchia illusione dei capelli, imbiancati dal tempo in solitudine”. È palpabile il senso di un’assenza ‘fisica’ (questa è anche poesia della ‘tenerezza’ del corpo), che vive oramai solo nel sogno: “Ma tu ormai non sei più con me!”. Il poeta si aggira delicatamente fra i ricordi, dando vita a versi memorabili: “Ero nell’ombra e tu eri fanciulla”).La figura femminile era “la ninfa dal viaggio indefinibile”. La lingua del poeta è di una trasparenza davvero rara, unita ad una grande sapienza letteraria. Vedi il testo “Tormento”, con una serie di assonanze e rime interne: tormento, lamento, tradimento). Il libro si chiude con un testo dall’incipit originale e affascinante: “Un Dio molto complicato mi ha concesso in comodato gratuito ossa e carne per un corpo che avesse le ben note facoltà di pensare […] ora sono pronto a restituire l’involucro abbastanza consumato, ma ancora efficiente”.
Libro di tenerezza e di ricordi, che parte dall’esperienza personale dell’Autore per divenire a tutti consonante. Universale.
DANIELE GIANCANE
 *
Antonio Spagnuolo  è nato a Napoli il 21 luglio 1931. Ha fondato e diretto negli anni 80 la rivista “Prospettive culturali” , alla quale hanno collaborato firme autorevoli .
Ha fondato e diretto la collana “L’assedio della poesia”, dal 1991 al 2006. Pubblicando autori di interesse nazionale come Gilberto Finzi , Gio Ferri , Giorgio Bàrberi Squarotti , Massimo Pamio , Ettore Bonessio di Terzet,  Giuliano Manacorda , Alberto Cappi , Dante Maffia e altri .
Presente in numerose mostre di poesia visiva nazionali e internazionali , inserito in molte antologie ,
collabora a periodici e riviste di varia cultura  –   Attualmente dirige la collana “le parole della Sybilla” per Kairòs editore e la rassegna ”poetrydream” in internet  ( http://antonio-spagnuolo-poetry.blogspot.com ).  Presiede il premio “L’assedio della poesia 2020”-
Nel volume “Ritmi del lontano presente” Massimo Pamio prende in esame le sue opere edite tra il 1974 e il 1990 .
Plinio Perilli con il saggio “Come l’ombra di una  nuvola sull’acqua” (Ed. Kairòs 2007) rivisita gli ultimi volumi pubblicati fra il 2001 e il 2007.
Nel 2018 Elio Grasso e Bonifacio Vincenzi realizzano per lui il primo volume della collana “SUD i poeti” edito da Macabor. Fra gli ultimi riconoscimenti Premio “Libero de Libero 2017” – Premio “Salvatore Cerino 2018” –Premio “L’arte in versi 2018”– Menzione speciale al premio “Aoros 2017” – Lauro d’oro alla carriera “Premio città di Conza 2017”- Premio “N. e C. Di Nezza” Isernia 2018 – . “Premio all’Eccellenza 2019” – Roma.
Tradotto in francese , inglese , greco moderno , iugoslavo , spagnolo, rumeno .
Ha pubblicato :
* I volumi di poesia :
“Ore del tempo perduto”  – Intelisano – Milano 1953
“Rintocchi nel cielo” – Ofiria – Firenze 1954
“Erba sul muro” – Iride – Napoli 1965 – prefaz. G. Salveti
“Poesie 74” – SEN  Napoli  1974 – prefaz. Dom. Rea
“Affinità imperfette” – SEN  Napoli  1978 – prefaz. M. Stefanile
“I diritti senza nome” – SEN  Napoli  1978 – prefaz. M. Grillandi
“Angolo artificiale” – SEN  Napoli 1979
“Graffito controluce” – SEN Napoli 1980 – prefaz. G. Raboni
“Ingresso bianco” – Glaux Napoli 1983
“Le stanze” – Glaux  Napoli 1983 – prefaz. C. Ruggiero
“Fogli dal calendario” – Tam-Tam   Reggio Emilia 1984 – prefaz. G.B. Nazzaro
“Candida” – Guida  Napoli 1985  – prefaz. M. Pomilio  (Premio Adelfia 85 e Stefanile 86)
“Dieci poesie d’amore e una prova d’autore” – Altri Termini . Napoli – 1987 (Premio Venezia 87)
“Infibul/azione” –  Hetea – Alatri 1988
“Il tempo scalzato” – All’antico mercato saraceno – Treviso 1989
“L’intimo piacere di svestirsi” – L’Assedio della poesia – Napoli 1992
“Il gesto – le camelie” – All’antico mercato Saraceno – Treviso 1992  (Premio Spallicci 91)
“Dietro il restauro”  – Ripostes – Salerno 1993  (Premio Minturnae  93)
“Attese” – Porto Franco – Taranto 1994 – illustrazioni di Aligi Sassu
“Inedito 95” inserito nell’antologia di Giuliano Manacorda “Disordinate convivenze –
ediz. L’assedio della poesia – Napoli – 1996.
“Io ti inseguirò”  (venticinque poesie intorno alla Croce) – Luciano Editore – Na – 1999
“Rapinando alfabeti” – pref. Plinio Perilli – Napoli 2001 –
“Corruptions” – Gradiva Pubblications – New York . 2004 (trad. Luigi Bonaffini)
“Per lembi” – Manni editori – Lecce  2004 (Premio speciale della Giuria – Astrolabio 2005, Premio      Saturo d’argento 2006)
“Fugacità del tempo” (prefaz. Gilberto Finzi) – Ed. Lietocolle – Faloppio 2007 –
“Ultime chimere” – L’arcafelice – 2008
“Fratture da comporre” – ed. Kairòs –Napoli – 2009
“Frammenti imprevisti” – (Antologia della poesia contemporanea) ed. Kairòs – Napoli – 2011
“Misure del timore” – dai volumi 1985/2010 – Ed. Kairòs – Napoli – 2011-
“Il senso della possibilità” – ed. Kairòs – Napoli –  2013 ( premio Sant’Anastasia 2014 + Premio speciale al Camaiore 2014)
“Come un solfeggio” ed. Kairòs – Napoli – 2014-
“Oltre lo smeriglio” ed. Kairos – Napoli – 2014 –
“Ultimo tocco” – Puntoacapo editrice – Pasturana – 2015
“Da mozzare” – Ed. Poetikanten — Sesto Fiorentino – 2016
“Non ritorni” – Ed. Robin – Torino – 2016 ( premio Le Nuvole – Bertrand Russell 2017)
“Sospensioni” – Ed. Eureka – Corato – 2016 –
“Canzoniere dell’assenza” (pref. Silvio Perrella) – Kairos- Napoli 2018 (premio L’arte in versi)
“Svestire le memorie” – premio Libero delibero – Ed. Fondi 2018
“Istanti o frenesie” – punto a capo editore – 2018
“Polveri nell’ombra” – Oedipus editore – 2019 –
* I volumi in prosa :
“Monica ed altri”- racconti  – SEN  Napoli – 1980
“Pausa di sghembo” – romanzo – Ripostes – Salerno 1994
“Un sogno nel bagaglio” – romanzo – Manni ed. Lecce – 2006
“La mia amica Morèl” – racconti – Kairòs – Napoli 2008
* I volumi per il teatro :
“Il cofanetto” – due atti –  L’assedio della poesia – Napoli 1995
“Vertigini di colori” un atto per Frida Kahlo – Napoli 2007
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Di lui hanno scritto numerosi autori fra i quali A. Asor Rosa che lo ospita nel suo “Dizionario della letteratura italiana del novecento” e nella “Letteratura italiana” edizioni Einaudi , Carmine Di Biase nel volume “La letteratura come valore”, Matteo d’Ambrosio nel volume “La poesia a Napoli dal 1940 al 1987”, Gio Ferri nei volumi “La ragione poetica” e “Forme barocche della poesia contemporanea”,  Stefano Lanuzza nel volume “Lo sparviero sul pugno”,  Felice Piemontese nel volume “Autodizionario degli scrittori italiani” , Corrado Ruggiero nel volume “Verso dove”, Alberto Cappi nel volume “In atto di poesia”, Ettore Bonessio di Terzet nel volume “Genova-Napoli due capitali della poesia”, Dante Maffia nel volume “La poesia italiana verso il nuovo millennio”, Sandro Montalto in “Forme concrete della poesia contemporanea” e “Compendio di eresia”, Ciro Vitiello nel volume “Antologia della poesia italiana contemporanea”, Plinio Perilli in “Come l’ombra di una nuvola sull’acqua”, Carlo Di Lieto in “La bella afasia” , oltre a D. Rea, M. Pomilio,D. Cara, M.Fresa, G. Linguaglossa, M.Lunetta, G. Manacorda , Gian Battista Nazzaro , G. Panella, Nazario Pardini, Ugo Piscopo, G. Raboni , E. Rega, Carlangelo Mauro, e molti altri .

Un marziano del mondo e della parola

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Leggendo e osservando sui giornali e in televisione il teatro della politica e della vita attuale, mi è venuto spontaneo chiedermi cosa avrebbe detto Flaiano dei mirabolanti eventi e mutamenti e dei memorabili tweet con i controtweet.  Probabilmente avrebbe detto “Coraggio, il meglio è passato”. O magari avrebbe taciuto, osservando con occhio da realistico sognatore “con i piedi fortemente poggiati sulle nuvole”.
Una cosa è certa: mi è venuta voglia di ripubblicare un vecchio pezzo su Flaiano, in cui, tra l’altro, viene citata anche questa sua frase: “Io credo soltanto nella parola. La parola ferisce, la parola convince, la parola placa. Questo, per me, è il senso dello scrivere”.
Il mio auspicio è che, a dispetto di tutto, anche in questi giorni non si smetta di pensare.
E magari anche di scrivere.
Se poi vi va di farmi leggere le vostre parole, edite o inedite, lo faccio volentieri.
Il mio indirizzo è sempre lo stesso: ivanomugnaini@gmail.com  .
Così come è sempre lo stesso il mio sito: https://www.ivanomugnaini.it/  . Non è un panettone, ma anche il sito è artigianale. Garantito e senza canditi.

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ENNIO FLAIANO:

UN MARZIANO DEL MONDO E DELLA PAROLA

Ci manca Flaiano. Manca a questi tempi incerti e confusi, in questo autunno del mondo tra crisi globali e perdite d’identità, tra opportunismi e nuove barbarie, ma manca soprattutto agli italiani, un popolo ingegnoso e disincantato, forse troppo, tanto da scambiare ancora o troppo spesso la furbizia per intelligenza.
Con la sua arguzia e la sua dissacrante ironia, Flaiano ci avrebbe confortato a suo modo dicendoci “Coraggio, il meglio è passato”, e avremmo forse ricordato a noi stessi che il meglio va immaginato e costruito e non semplicemente aspettato.
Parlare di Ennio Flaiano, sceneggiatore, scrittore, giornalista, umorista, critico cinematografico e drammaturgo, è come raccontare l’Italia e gli italiani nelle loro molteplici sfaccettature. Come un diamante la sua scrittura ha tagliato, sviscerato,  sferzato e irriso i nostri vizi e le nostre virtù e lo ha fatto in nome di una fede profonda e assolutamente personale nella parola. Io credo soltanto nella parola. La parola ferisce, la parola convince, la parola placa. Questo, per me, è il senso dello scrivere”.
Per Flaiano la parola non è mai solo espressione sonora o grafica di un concetto, è prima di ogni altra cosa essa stessa spettacolo, commedia, tragedia, farsa, una menzogna che contiene innumerevoli verità. Rappresentazione costante e tuttavia sempre nuova e imprevedibile, allestita dalla Compagnia Quasi Stabile della Vita.
Ma in Flaiano lo spettacolo della parola non cede mai all’autocompiacimento. Non è un caso quindi che abbia volutamente scelto una posizione defilata per osservare criticamente la realtà, una sorta di terra di confine posta a metà strada tra il coinvolgimento e il distacco, la passione e l’umorismo. In tal modo si è rivelato egli stesso quel “marziano” che ha descritto nel suo famoso racconto. E la sua navicella, inafferrabile, si è sempre sottratta ai radar e ai caccia di qualsiasi stormo di ordinari benpensanti, sorvolando e distaccandosi da quei luoghi comuni che ha sempre stigmatizzato.
«L’uomo è un animale pensante, e quando pensa non può essere che in alto. È questa la mia fede. Forse l’unica. Ma mi basta per seguire ancora con curiosità lo spettacolo del mondo», scriveva Flaiano. Questa affermazione contiene una netta presa di posizione e la conferma che solo il pensiero, una volta tramutato in parola, ci offre una chiave di lettura, e una conoscenza più elevata, o almeno più libera, non condizionata da cliché.
Flaiano nasce a Pescara, città anche di D’Annunzio, in grado di produrre questi due sguardi così distanti del medesimo circo del mondo fatto di luci, giochi d’ombra, suoni, rumori, tunnel misteriosi e caroselli rutilanti. La stessa terra d’Abruzzo genera il vate, il poeta soldato, l’immaginifico creatore di versi e slogan, e, qualche decennio dopo, l’antiretorico dissacratore, l’uomo della sintesi caustica, lo scrittore dall’aspetto di commesso viaggiatore che scardina le roboanti certezze. In comune una passione vorace per l’eloquio, un’attrazione maniacale e due diversissime e al tempo stesso inimitabili forme di funambolismo.
In Un marziano a Roma, Flaiano scrive: «La parola serve a nascondere il pensiero, il pensiero a nascondere la verità. E la verità fulmina chi osa guardarla in faccia.»
Meglio allora vederla già filtrata da uno schermo, la verità, o da una posizione laterale, come in un film che usa la sua natura fittizia per rappresentare la realtà. Cercando così di far ridere quando è il caso di piangere e viceversa, o indurre entrambe le cose, salvandosi però da quello sguardo insostenibile di Medusa che annienta e nasconde il pensiero. La prima vicenda significativa della vita di Flaiano è già di per sé una sceneggiatura, scritta da un ironico autore chiamato Destino, dotato di immenso senso dell’umorismo. Lui, Flaiano Ennio, ultimo dei sette figli di Cetteo Flaiano, arriva a Roma nel 1922 viaggiando su un treno affollato di fascisti che affluivano nella capitale in occasione della fatidica Marcia. Evidentemente era forse già scritto che ne dovesse parlare, producendo una serie di aneddoti che fotografano un’epoca e che immortalano tuttavia caratteri umani sottratti ad ogni connotazione cronologica.
Per Flaiano Roma oltre essere la sua città elettiva è stata soprattutto una fonte inesauribile di spunti, di gesti, di sarcasmo graffiante, di invenzioni becere e geniali. Una sorgente da cui attingere a piccoli sorsi, quanto basta per apprezzarne il gusto senza assorbirne i veleni, le piccole furberie, i pettegolezzi e il chiacchiericcio dei grandi salotti alla moda, schivati con cura.
Si iscrive ad architettura ma non completa gli studi, coerente con quel senso di solida e strutturata impalpabilità, fedele a quella sua natura che egli stesso sintetizzò mirabilmente con la frase “Con i piedi fortemente poggiati sulle nuvole”, motto della sua intera esistenza, riportata anche sulla lapide posta a futura memoria sulla sua casa romana.
La sceneggiatura non scritta, o scritta sul cemento della realtà, prosegue quando si stabilisce in Viale delle Milizie condividendo una stanza con il pittore Orfeo Tamburi. I nomi, le parole, perfino le targhe agli angoli delle strade, sembrano inseguire il suo umorismo, quel sentimento del contrario in lui innato. In quel periodo conosce tra gli altri Mario Pannunzio e Leo Longanesi e inizia a collaborare con varie riviste.
Partecipa alla Guerra d’Etiopia, e, anche in questo evento biografico accanto all’orrore reale ci sarà spazio per la memoria, per il ricordo e la testimonianza. Anni dopo ne nascerà, scritto in poco più di tre mesi, il romanzo Tempo di uccidere, vincitore della prima edizione del Premio Strega.
Il comico e il tragico si rincorrono nella sua vita, in un appuntamento immancabile. Come la sua presenza ai tavoli dei caffè letterari romani ma soprattutto delle trattorie, veri palcoscenici di battute feroci e geniali, testimoniate in modo sublime, ad esempio, dai fedeli avventori del Re della Mezza Porzione nel film C’eravamo tanto amati di Ettore Scola.
Flaiano sposa in quegli anni un’insegnante di matematica, quasi a voler dare una misura al fluire anarcoide della vita, ma il volto tragico della vita va oltre ogni catalogazione tassonomica, oltre ogni formula ed equazione: la figlia Luisa, nata nel 1942, pochi mesi più tardi manifesta i primi segni di una encefalopatia che ne condizionerà gravemente l’intera esistenza.
Il mondo del cinema lo chiama a sé, attrazione e sbocco naturale, in un rapporto conflittuale, mai risolto; è questo il luogo ideale in cui far agire e mettere in moto le sue idee e i suoi paradossi e sul fronte opposto luogo di vanità e compromessi a lui alieni. In un primo momento lavora come critico cinematografico per diverse riviste per poi approdare alla sceneggiatura.
Collabora con molti dei più significativi registi del dopoguerra, ma resta nella memoria soprattutto il suo lungo e fruttuoso sodalizio con Federico Fellini. Due personaggi simili e diversissimi, Fellini e Flaiano, due timidezze a confronto, due scontrosità di sapore differente e con specifiche modalità di difesa e di attacco. Ma con il gusto condiviso di ritrarre quel lato del mondo che affascina e inorridisce, il grottesco scrutato con attenzione divertita e feroce, forse per evidenziare il lato surreale nascosto nei meandri di ciascuno di noi come in quel malinconico e interminabile girotondo di “8½”.
All’attività di sceneggiatore Flaiano affianca quella di giornalista. Negli anni sessanta inizia un periodo di viaggi e relazioni internazionali, in Spagna, a Parigi (dove scrive per Louis Malle), e negli Stati Uniti (per l’Oscar a “8½”), poi di nuovo a Parigi (dove scrive una sceneggiatura tratta dalla Recherche di Proust per René Clément), a Praga e in Israele. Collabora tra gli altri con Blasetti, Monicelli, Antonioni, Scola.
La “bilocazione dell’intelligenza”, quel suo modo di cogliere l’ambivalenza del reale, gli ha permesso di osservare il mondo senza esserne inglobato, rifuggendo dai meccanismi dell’omologazione, del luogo comune e dall’apparente mondo dorato dello star system. Questo suo essere dentro la realtà restandone fuori, ha prodotto alcune delle sceneggiature più significative del cinema italiano degli anni cinquanta e sessanta e una serie innumerevole di aforismi che ancora oggi hanno il potere di ritrarre l’indole, il modo di essere e di pensare degli italiani.
Il peggio che può capitare ad un genio è di essere compreso”, scriveva Flaiano. Ebbene, non saprei dire se noi italiani il suo genio lo abbiamo compreso troppo o troppo poco. Come commentare altrimenti le notizie e le immagini dei “solerti” impiegati che timbrano il cartellino in mutande per poi tornarsene a letto? Oppure gli appartamenti concessi in affitto dal Comune di Roma ai soliti ignoti (o noti, cognati e cugini di altri noti) al prezzo di un caffè al mese? Una sua critica puntuale e salace manca come la bussola ad un marinaio nel mare in tempesta.
Ci manca Flaiano. Non per una sdolcinata esaltazione quasi agiografica o per un amarcord fuori tempo, ma per una concreta e solida presa d’atto: l’assenza oggi di figure che abbiano saputo coglierne lo spirito e riceverne l’eredità. Del resto, come egli stesso aveva preconizzato, nel nostro paese vige una sorta di “culto della mancanza di personalità”, e in particolare i giovani “hanno quasi tutti il coraggio delle opinioni altrui”.
Flaiano pur essendo stato un campione della disillusione ci ha mostrato che è possibile racchiudere il mondo in una storia, in un racconto, in una sequenza di immagini, o addirittura in una sola frase, in cui come per incanto è possibile cogliere immediatamente entrambe le facce della luna. Questo dono ha potuto farcelo in qualità di marziano, proveniente da galassie di ironia e stralunata lucidità. E ha potuto offrircelo perché era capace di leggere la realtà senza cedere alla patina di banalità di cui questa a volte si ammanta, utilizzando la parola come strumento per sezionare e ricomporre il mondo.
In questi tempi in cui tutto scorre velocemente, in cui il pensiero più alto vale l’esternazione di un tweet, in un mondo in cui non si scrivono più storie ma tutti fanno storytelling, risulta più che mai evidente la sua geniale capacità di sintesi e la sua lucida e visionaria lungimiranza. Ma forse, essendo Flaiano sempre un passo avanti o un passo di lato di fronte alla realtà, oggi, con un suo fulminante aforisma, ci avrebbe con ogni probabilità invitato a riscoprire il valore più profondo del silenzio, dell’ascolto, della riflessione.
E forse, anzi sicuramente, da genio qual era, ancora una volta non sarebbe stato compreso.
                                                                                       Ivano Mugnaini

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IL PONTE DEI SUICIDI (Non è Thelma e Louise)

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The color of sunshine

Non è Thelma e Louise

 
Lo Skyway Bridge. 
Tampa, Florida.
Il mare è di un blu da cartolina. Come se milioni di nani schiavi della bellezza lo dipingessero ogni istante per renderlo più bello di quello di Toronto o di Adelaide, più patinato, più americano. In fondo è solo un ponte. Anzi no: è la via del cielo. La strada che porta altrove, dove il blu non ha bisogno di essere dipinto e lucidato ogni giorno con il sudore della fronte e delle braccia.
Lì vicino abita la mia bellezza americana.
Lei adora l’Italia, e io adoro lei.
Dice che ha radici siciliane. Ma è come la Statua della Libertà: viene dall’Europa ma nessuno lo ricorda. Ride, con quei denti eternamente giovani e quella mente lontana dai miliardari egocentrici con gatti gialli al posto dei capelli. Ride e corre, ogni giorno, tra i suoi gatti neri e sani e i suoi prati lisci, senza recinzioni. Oggi è corsa all’aeroporto, a prendere me, il bradipo italiano portato da lei, dal suo pensiero in carne ed ossa, in questo enorme parco giochi dove ogni passo è stupore. Dove perfino il mattino è più grande, assetato, e la sera è un prato liscio di paura.
Parla e ride, con quella voce che ondeggia come una canzone sulla pelle ed entra nelle vene. Ride, e prima che riesca ad abbracciarla, mi ha già raccontato la sua vita, i cugini, i parenti, il lavoro, i bicchieri di bevande sempre più colorate e alcoliche, gli amici, le palestre, i massaggi, i passaggi di una vita tra afa e vento, riso e pianto, costanza e sogno.
Salgo sulla sua macchina gigantesca. Mi dice che lì, da loro, è un’utilitaria, quella che da noi è una Panda, di quelle vecchie e squadrate, non ancora del tutto estinte. È stata in Italia, con un suo amore ora lontano. Ha visto San Pietro e San Siro, il sole e il gelo. Ha portato valige e ricordi pesanti, rimpianti di ghisa e serate di piombo. Ma non ha smesso di amare questo folle e strano paese che è il nostro. Ma è adesso è qui, nel suo mondo. Gioca in casa, è favorita. È il capitano della squadra di soccer, come dicono loro, dei miei sogni d’oltreoceano.
Guida, senza quasi mai guardare la strada, lungo strade larghe e diritte. Io guardo con un occhio davanti e con uno lei, e mai strabismo fu più pieno di paura e eccitazione. Mi porta, per prima cosa, a vedere il loro più bel monumento: l’Oceano. Un enorme installazione su cui nessun uomo ha messo mano.
Attraversiamo lo Skyway Bridge. Ed è come volare. Rapidi e instabili, lontano dal suolo. Vicini alle parole della storia di cui, con un riso più intenso, mi fa dono.
Mi racconta di Kathy Freeman. Il nome è simile a quello dell’ex atleta australiana specializzata nella velocità. Ma la nostra Kathy è un’altra. Lei camminava lenta. Solo nel finale ha accelerato.
La nostra Kathy Freeman una mattina, quella mattina, ha preparato dei biscotti fatti in casa, ha fatto il bagnetto alla bambina di una sua amica, ha amabilmente chiacchierato con i vicini nel primo pomeriggio, poi, qualche ora dopo, ha sparato una decina di colpi di pistola al suo ex marito, un avvocato di successo.
Subito dopo ha tentato di strangolare la compagna del suo ex marito, poi, all’alba del giorno dopo, è salita sulla sua Cadillac del 99 e si è diretta al Sunshine Skyway Bridge. Sì, il Ponte del Sole. Proprio questo, infinito, ineluttabile, che stiamo percorrendo. Sì è gettata nel vuoto dalla campata centrale.
È sopravvissuta. Kathy ha voluto fare un’opera completa: ha violato anche le leggi della fisica.
Secondo gli esperto della polizia i forti venti della baia hanno rallentato il salto nel vuoto dei suoi 63 chili e mezzo.
Era ancora cosciente quando, dopo essere stata in balia dell’Oceano per 40 minuti, è stata ripescata come un relitto dai vigili del fuoco di St. Petersburg. Un primo controllo delle sue condizioni fisiche ha rivelato la frattura delle gambe e della zona pelvica. È stata portata al Centro Medico di Bayfront e sottoposta ad un intervento chirurgico. Le sue condizioni erano critiche per le ferite interne.
Il pomeriggio seguente, meno di ventiquattr’ore dopo, lo sceriffo di Hillsborough ha accusato la casalinga, ex broker finanziario, di omicidio di primo grado, furto a mano armata e aggressione aggravata.
Gli eventi hanno sconvolto i suoi amici e i vicini. Secondo la testimonianza di una sua cara amica, Michelle, Katherine Freeman era una persona gioviale che si prendeva cura amorevolmente di sua figlia ed aveva mantenuto un rapporto amichevole con il suo ex marito nonostante il loro divorzio nel 1996 dopo dieci anni di matrimonio. Lei e suo marito erano due migliori amici che si erano sposati. Michelle ricorda che a volte Kathy diceva che suo marito le mancava. E aggiungeva, riferendosi a lui, “adesso mi accorgo di quanto mi piacesse come persona”.
Katherine era entrata a casa di suo marito alle undici e mezza di sera, e gli aveva sparato numerosi colpi.
Poi dopo aver lottato con la sua attuale moglie, era fuggita.
Non era tornata a casa dalla figlia, che adorava e nei cui confronti era estremamente protettiva. Secondi alcuni era stato proprio un litigio tra la figlia e la moglie del suo ex marito a far scattare la furia di Kathy.
L’accaduto ha sorpreso tutti coloro che sapevano bene quanto Kathy e il suo ex sposo fossero un esempio da additare a tutti di separazione amichevole.
          Dagli atti del divorzio si è ricavato che dopo la separazione al marito è stata assegnata la casa, del valore di 650.000 dollari, vari appartamenti, macchine sportive, e numeri conti bancari e azioni. A Kathy erano toccati 110.00 dollari in contanti e 96.000 dollari di alimenti, più metà del mobilio e delle fotografie. Grover Freeman, avvocato di successo, si era risposato sei mesi dopo con Constance (Costante) Elaine King. Era il dì 12 Ottobre. La scoperta dell’America.
Noi italiani c’entriamo sempre. Non ne possiamo fare a meno.
Comunque, ciò che conta è che gli amici della ex coppia affermavano in coro che se Kathy avesse in qualche modo sofferto della separazione, e della spartizione, non dava modo di farlo notare. In fondo era solo una delle tante sfide che ha aveva dovuto affrontare, e superare, nella vita.
Nel 1983 il fidanzato di Kathy era stato ucciso a colpi di pistola. Un anno dopo era stata presa in ostaggio e malmenata durante una rapina nella sua gioielleria di E Busch Boulevard a Tampa. Nell’86 Kathy era stata aggredita da uno sconosciuto che era entrato un casa sua mentre suo marito era fuori città. Nonostante tutto questo, dicono ancora gli amici, Kathy non era aggressiva né piena di risentimento.
“La vita va avanti”.
Era questa la sua filosofia.
Recentemente, continua la sua amica Michelle, era molto piena di ottimismo, ed aveva pianificato di portare sua figlia alle Hawaii.
Quando parlava del suo ex marito, sostiene Janine Rosen, lo faceva con rispetto. Anzi, con ammirazione, per i successi che era riuscito ad ottenere grazie al suo lavoro. Ma forse, sostiene Janine, Kathy nascondeva dietro i suoi scherzi, le battute che diffondeva alle amiche via mail e le festicciole che organizzava per i ragazzi del quartiere il suo dolore.
Il Ponte è quasi finito.
Di sicuro è finita la storia di Kathy che la mia amata amica americana (splendida allitterazione) mi ha raccontato nei dettagli.
Aggiunge alcune immagini. Lo fa sempre. Lo fa come solo lei sa fare: con dolce cattiveria, come l’Oceano sotto di noi, che ci culla e ci vorrebbe ingoiare.
Mi fa riflettere sul processo per direttissima. Qui li fanno presto sul serio, forse perfino troppo. A volte meglio di un diretto sarebbe un accelerato. Mi dice di provare a visualizzare Kathy completamente ingessata e immobilizzata che presenzia come una statua tragica e ridicola al processo in cui si fa pezzi e si rimonta la sua vita.
Mi informa che lo Skyway Bridge è il ponte dei suicidi.
Ogni giorno c’è la fila di aspiranti uccelli senza ali.
Aggiunge che in alcuni giorni, soprattutto la notte di Natale, ci sono ronde di volontari antisuicidi che presidiano il ponte per provare a dissuadere i depressi dal compiere il gesto estremo.
Mi dice che anche lei, spesso, ha pensato allo Skyway Bridge.
Con amore.
Io ora, non la sopporto, non la riesco neppure a guardare.
Ho un crampo allo stomaco.
Vorrei tornare in Italia.
Passando però per vie aeree ed acquatiche.
Vorrei buttarmi in quel mare più grande del mare.
Poi la mia amica-amore apre di nuovo la bocca.
Mi invita a pensare come dovevano essere belli i capelli rossi di Kathy nel vento del suo volo.
Prima dell’impatto.
Quando lei era ancora aria e libertà.
Io, ora, la voglio baciare.
Non vedo l’ora che il Ponte sia alle spalle.  Non vedo l’ora di arrivare alla casa di Alice con il suo patio, la sua piscina, il suo letto rosso sempre pieno di gatti, libri e telefoni. Sempre caldo, sempre ora di rifare.
Io, ora, la voglio abbracciare.
Skyway Bridge mi perdonerà.
Magari al ritorno ci faccio un pensierino, al salto.
Ora no.
Devo pensare cosa dire per convincerla a indossare per me quel suo bikini giallo. The color of sunshine, anche lui. Come il ponte.

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TAMPA, Fla. (AP) — A grand jury has indicted the ex-wife of a prominent attorney who was shot to death in his home.
Katherine King Freeman, 41, was indicted Wednesday on one count each of first-degree murder, attempted first-degree murder and armed burglary. She is accused of forcing her way into her ex-husband’s home May 15 and fatally shooting him.Grover Cleveland Freeman, 54, managed to call 911 but died later that evening. His wife, Connie, 50, suffered minor injuries after she was beaten with a gun during the attack and almost thrown off a second-floor balcony.
Six hours after the slaying, Katherine Freeman survived a 175-foot jump off the Sunshine Skyway Bridge. She underwent surgery after being pulled from Tampa Bay and remains in sheriff’s custody at Bayfront Medical Center in St. Petersburg.

TAMPA – A prominent attorney was shot to death in his home and his ex-wife survived a 175-foot jump off the Sunshine Skyway Bridge on Tuesday as detectives searched for her as a suspect.

Grover Cleveland Freeman, 54, called 911 but died at about 11:30 p.m. Monday from a gunshot to the upper body, the Hillsborough County Sheriff’s Office said.

Freeman’s wife, Connie, 50, had minor injuries after she was beaten with a gun and slightly strangled.

His ex-wife, Katherine King Freeman, 41, had surgery at Bayfront Medical Center in St. Petersburg after a fire department rescue crew pulled her from Tampa Bay. She was in critical condition.

Katherine Freeman is being charged with first-degree murder, aggravated battery and armed burglary of a dwelling, sheriff’s spokesman Rod Reder said.

Katherine and Grover Freeman have a daughter, Westin, 13, who was being cared for by family. They divorced in 1996 and friends said it was an amicable split, Reder said.

There were no prior domestic violence calls at either of the Freemans’ homes, Reder said. Katherine Freeman lived about a mile from her ex-husband, who had bought the home so he could be close to Westin, friends said.

Grover Freeman’s law partner Howard Hunter said he spoke with Connie Freeman on Tuesday, and she told him there was no trouble with Katherine Freeman.

The killing shocked Tampa’s legal and medical communities, where Grover Freeman had a reputation for defending doctors being disciplined by medical regulators.

Sheriff’s officials said the incident began Monday evening when Katherine Freeman forced her way into her ex-husband’s lakefront home and shot him. Reder said Connie Freeman confronted her.

The two woman struggled. Connie Freeman broke free and fled to a neighbor’s house to call for help.

Detectives searched for Katherine Freeman throughout the night. Shortly after 6 a.m., they received a telephone call that a woman was in the water below the bridge.

 

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The color of sunshine

(This is not Thelma and Louise)

 
Sunshine Skyway Bridge.
Tampa, Florida.
The sea is a blue postcard. As if millions of dwarf slaves of the goddess of beauty painted every drop to make it more beautiful than that of Osaka or Adelaide, much sleeker, more American. It is only a bridge. Nay, it is the way to heaven. The road leading somewhere else, where the blue does not need to be painted and polished every day by the sweat of brow and arms.
Nearby lives Liza, my American beauty.
She loves Italy, and I love her love.
She says that she has Sicilian roots. But she’s like the Statue of Liberty – she comes from Europe but no one remembers that. She laughs, with those teeth eternally young and her brilliant mind far away from self-centered billionaires with hair resembling the fur of unkempt cats. She laughs and runs each day among her true cats, black and healthy, and her smooth lawns, no fences.
Today she has run to the airport, to take me, the sloth Italian drawn by her, by the thought of her flesh and mind, in this huge playground where every step brings you toward astonishment and fear. Where even the morning is bigger, thirstier, and the evening is a smooth lawn to walk and dream on.
She keeps talking and laughing, with that voice that sways like a song on the skin and sinks into the veins. She laughs, and before I can embrace her, she has already told me about her life, her brother, her cousins, relatives, work, the glasses of more and more colorful and alcoholic drinks, friends, gyms, massages, the steps of a lifetime between heat and wind, laughing and crying, perseverance and dreams.
I step into her giant car. She tells me that there, by them, that is a small car, similar to our Panda, the old model, square, still not completely extinguished. She has been in Italy, with her love, far away now. She saw St. Peter and St. Siro, the sun and the frost. She brought with her huge suitcases and heavy memories, regrets of cast iron and lead evenings. She has not stopped loving this crazy and strange country that is ours. But she is here now, in her own world. Playing at home, she is favored. She is the captain of the soccer team, as they say, of my overseas dreams.
She drives without hardly an eye to the road ahead, along wide and straight roads. I look at the road with one eye and at her with the other, and squinting has never been more full of fear and excitement. She brings me, first, to see their most beautiful monument: the Ocean. A huge installation on which no man has put a hand.
We cross the Skyway Bridge. And it’s like flying. Rapid and unstable, away from the ground. Close to the words of the story which, with a more intense laughter, she gives me as a gift.
She tells me of Kathy Freeman. The name is similar to that of the former Australian athlete specialized in speed. But our Kathy is another. She was used to walking slowly. Only in the final moment she accelerated.
Our Kathy Freeman one morning, that morning, prepared some homemade cookies, in her bathroom gently washed the child of a friend, chatted amiably with the neighbors in the early afternoon, then, a few hours later, shot a dozen bullets into her former husband, a successful lawyer.
Soon after she attempted to strangle the companion of her ex spouse, then, at the dawn of the next day, she got into her ’99 Cadillac and headed to the Sunshine Skyway Bridge. Yes, the Bridge of the Sun. The same endless, inescapable thing we are crossing now. She then threw herself into the air from the center span.
She survived. Against all logic, against all odds. Kathy wanted to do a complete job: she also violated the laws of physics.
According to police experts the strong winds of the bay slowed the velocity of her 138 pounds into the void. She was still conscious when, after being at the mercy of the ocean for forty minutes, she was fished out as a relic by the St. Petersburg fire brigade. A first check of her physical condition revealed a fracture of the legs and pelvis. She was taken to the Bayfront Medical Center and underwent surgery. Her condition was critical for internal injuries.
The following afternoon, less than twenty-four hours later, the Hillsborough sheriff accused the housewife and former stockbroker of first degree murder, armed robbery and aggravated assault.
The events have shocked her friends and neighbors. According to the testimony of her dear friend, Michelle, Katherine Freeman was a jovial person who cared lovingly for her daughter and had maintained a friendly relationship with her ex-husband despite their divorce in 1996 after ten years of marriage. She and her husband were two best friends who had gotten married. Michelle remembers that sometimes Kathy said that she missed her husband. And she added, referring to him, “Now I realize how much I liked him as a person.”
Katherine, Liza says again, had come to her husband’s house at eleven thirty in the evening, and had fired several shots at him. Then, after struggling with his current wife, she had fled. She had not returned home to her daughter whom she loved and protected with all her heart. Someone declared that an argument between her daughter and the wife of her ex-husband triggered Kathy’s fury.
The incident surprised those who knew that Kathy and her former husband were an example to point out to all of friendly separation.
The divorce decreed that, after they separated, to her husband had been awarded the marital house, valued at $ 650,000, several apartments, sports cars, and numerous bank accounts and stocks. Kathy had obtained 110.00 dollars in cash and $ 96,000 of alimony, plus half of the furniture and photographs. Grover Freeman, the famous lawyer, had married six months later with Constance (Constant) Elaine King. It happened on October 12. The same day America was discovered. We Italians always meddle. We cannot do without.
However, what matters is that the friends of the former couple claimed in unison that if Kathy had somehow suffered the separation and division, she didn’t show it. Basically it was just one of the many challenges she had faced, and overcome, in her life. In 1983 Kathy’s boyfriend had been shot to death. A year later she was taken hostage and beaten during a robbery in her jewelry shop on E. Busch Boulevard in Tampa. In 1986 Kathy had been assaulted by a stranger who had entered her home while her husband was out of town. Despite all this, her friends state, Kathy was not aggressive or resentful.
“Life goes on”, was her philosophy.
Recently, continued her friend Michelle, she was very full of optimism and had planned to take her daughter to Hawaii. When she spoke of her former husband, says Janine Rosen, she did it with respect. Indeed, with admiration for the successes he had managed through his work. But perhaps, says Janine, Kathy hid behind her jokes, spread via e-mail to friends and behind the parties that she organized for the neighborhood kids, her pain.
The Bridge is almost finished.
For sure the story of Kathy is over. The story that my beloved American baby (beautiful alliteration) told me in detail.
Liza adds some images. She always does. She does it as only she can do, with sweet malice, just like the ocean below us, that lulls us and would like to swallow our bodies.
Liza makes me reflect on the summary process. Here they do them quickly seriously, the trials. Sometimes better than a direct train would be an “accelerated”, or a regional, a train which stops at all the small stations. She tells me to try to imagine Kathy completely immobilized in plaster, present as a tragic and ridiculous statue to the trial where they tear to pieces and badly reassemble her life. Liza informs me that the Skyway Bridge is the suicide bridge. Every day there is a row of aspiring birds without wings.
She adds that some days, especially on Christmas Eve, there are volunteers who patrol the bridge to try to dissuade depressed men and women from taking the extreme action.
She tells me that she often thought about the Skyway Bridge. With love. I cannot stand her now, I cannot even watch her. I have a cramp in my stomach.
I would like to kill her. Without even preparing, the morning before, biscuits and baby baths.
I would like to return to Italy.
But through water routes.
I would like to throw myself into that sea larger than the world.
Then my lovely friend opens her mouth again.
She invites me to think how beautiful Kathy would be with her red hair blowing in the wind during her flight.
Before the impact.
When she was still air and freedom.
I, now, want to kiss her.
I look forward to the moment when the bridge is finally behind us. I cannot wait to get to Liza’s house, her patio, her swimming pool, her red bed always full of cats, books and phones. Always warm, always to be made.
I, now, I want to embrace her.
Skyway Bridge will forgive me.
Maybe on my way back I will think about it a little, about the jump.
Not now.
I have to think about what to say to convince Liza to wear that really small yellow bikini for me. The color of sunshine, yes! Like the bridge.

 

**************

 

CREDITS:

Ringrazio ACG per avermi raccontato la storia di Katherine e del suo libero e folle volo.

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Thanks to ACG from Florida for telling me the story of Katherine and of her crazy free jump.

IM

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
On May 15, 2000, the suspect, Ms Katherine Freeman entered the residence of the victims, shot Mr. Freeman, causing his death and then becoming involved in a physical altercation with Ms. Constance Freeman. She struck Constance Freeman in the head several times with the handgun and then fled the scene. Constance  Freeman fled the residence to a friend’s house. Mr. Freeman called 9-1-1 and died soon after. As the Homicide Unit was investigating this incident, Ms. Katherine Freeman drove her 1999 Cadillac to the center span of the Sunshine Skyway Bridge, exited the vehicle and jumped off of the bridge. Katherine Freeman was located in the water by St. Petersburg Fire Rescue and brought to land where she was airlifted to Bayfront Medical Center. As a result of the investigation, Sheriff’s detectives obtained a warrant for Katherine Freeman’s arrest, charging her with 1st degree murder, armed burglary (dwelling) and aggravated battery.
05.16.00, St. Petersburg Times, Tampa attorney slain; ex-wife jumps from Skyway and survives
Tampa lawyer Grover Cleveland Freeman Jr., 54, was shot to death about 11:40 p.m. Monday at his Carrollwood home by his ex-wife, who beat up his current wife, drove to the Sunshine Skyway and jumped off one of its lower spans, surviving the plunge, authorities say. 
Kathy Freeman broke both legs when she jumped from the bridge, Hillsborough sheriff’s deputies have reported. 
Freeman’s current wife, Connie, was treated and released from a local hospital. 
The shooting occurred at the home Mr. Freeman shared with his current wife at [address withheld]in Carrollwood. Mr. Freeman practiced law in the Tampa firm of Freeman, Hunter & Malloy. 

05.17.00, St. Petersburg Times, Top lawyer slain; ex-wife charged, Suspect survives leap off Skyway
Investigators say prominent lawyer Grover Cleveland Freeman Jr., 54, was shot to death Monday night by his ex-wife, Katherine, in his home in Tampa’s Carrollwood. Grover Cleveland Freeman lived there with his current wife, Constance. 
By AMY HERDY
TAMPA — Katherine Freeman delivered home-baked poundcakes, bathed a friend’s young daughter and chatted with neighbors Monday afternoon in her tony Carrollwood subdivision.
Hours later, investigators say, she shot to death her ex-husband, successful lawyer Grover Cleveland Freeman Jr., 54, before beating and attempting to strangle his wife in the couple’s two-story lakefront home in Carrollwood.
Katherine Freeman then drove her 1999 Cadillac to the Sunshine Skyway bridge early Tuesday morning and leaped from the center span.
Remarkably, she survived. Officials credited brisk winds with slowing the 140-pound woman’s descent. She is thought to be the fifth person to survive the 200-foot fall since the bridge opened in 1987.
Katherine Freeman was still conscious after drifting more than 40 minutes in the main shipping channel before being plucked from the water by officials with St. Petersburg Fire Rescue, said spokesman David Nolsheim. An initial assessment of her condition showed possible broken legs and a broken pelvis, Nolsheim said.
She was taken to Bayfront Medical Center, where she underwent surgery and was in critical condition with internal injuries.
Tuesday afternoon, Hillsborough sheriff’s deputies charged the 41-year-old homemaker and former stockbroker with first-degree murder, armed burglary and aggravated battery.
The chain of events stunned her upscale community and left the couple’s 13-year-old daughter in shock, friends said.
“We can’t fathom any of this happening,” said Michele Karpenko, a friend of Katherine Freeman’s who answered the door Tuesday morning at Freeman’s home at [address withheld], just blocks from her ex-husband’s house at [address withheld].
Like many neighbors, Karpenko described her friend as a vivacious, upbeat person who doted on her daughter and maintained a friendly relationship with her ex-husband despite their 1996 divorce after 10 years of marriage.
“They were best friends who got married,” she said. After the divorce, she said, Katherine Freeman would sometimes comment she missed her ex-spouse.
“She would say, “I realize how much I liked him as a person,”‘ Karpenko recalled.
Yet for some reason, investigators said, she armed herself with a handgun and entered her ex-husband’s home shortly after 11:30 p.m. Monday. She then confronted him, said sheriff’s spokesman Rod Reder, shooting him several times.
Upon hearing shots, Freeman’s wife, Constance Freeman, 50, approached the pair and was attacked by Katherine Freeman, who choked her, pistol-whipped her and broke one of her fingers, Reder said.
“Mrs. Freeman then ran to a friend’s house, and the suspect fled,” Reder said.
Grover Freeman called 911 but died at the scene.
It is not clear how Katherine Freeman spent the time after the shooting and before leaping off the Sunshine Skyway bridge Tuesday morning about 6.
However, she did not return to her home where her daughter was in the care of her mother, said Karpenko, who was watching after the teen Tuesday.
A neighbor and close friend of the couple, Laurie Winkles, said Katherine Freeman may have reacted to tensions between her daughter and Constance Freeman, who had been with the teen Monday when the girl placed a call to her mother.
“She was very protective” of her daughter, said Winkles, who described the woman as “passionate, and utterly devoted” to her child. “Something must have been said to really tick her off.”
The incident came as a surprise to others who said that Grover and Katherine Freeman were an ideal example of an amicable split.
Divorce records show that after the couple’s breakup, Grover Freeman kept the marital home, valued at $650,000, as well as several condominiums, sports cars and various bank and stock accounts.
Katherine Freeman received $110,000 in cash, $96,000 in alimony and $1,450 in monthly child support, plus half the furniture and photographs.
Six months later, court records show, Grover Freeman remarried on Oct. 12, 1996, to Constance Elaine King. If that situation was difficult for Katherine Freeman, friends say, she never showed it.
It was one of many challenges she had faced in life.
In March 1983, sheriff’s deputies said, someone shot to death her boyfriend, 30-year-old Ronald Heinlein, in his jewelry store on N Dale Mabry Highway.
“Kathy was dating Ronald, and he was a homicide victim,” said Reder, the sheriff’s spokesman, adding that the case remains open.
A year later, in February 1984, a robber took Katherine Freeman hostage after beating and robbing her in a jewelry store she owned on E Busch Boulevard in Tampa.
The suspect was shot by Tampa police 11 times in the store’s parking lot. He recovered and eventually was sentenced to prison.
In 1986, friends said, Freeman had recently given birth and was living in the Mossvale Lane home when she was attacked by an intruder while her husband was out of town.
Yet despite her hardships, friends said, Katherine Freeman was not angry, bitter or resentful.
“Her attitude was, “Life goes on,”‘ said her friend Karpenko.
Recently, she had been typically upbeat, neighbors said, and making plans to take her daughter to Hawaii in two weeks.
When she did talk of her ex-husband, it was with respect, said Janine Rosen, who lives across the street from Katherine Freeman’s one-story stone home.
“She spoke of him with admiration, talked of his successes,” Rosen said.
For her part, Winkles speculated that the friend who e-mailed her jokes and organized outings for their kids was perhaps hiding an inner pain, accumulated from her life experiences.
“I wonder if it all just added up.”

 
 
 
 
 
 

La parola e l’abbandono

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Il titolo del libro di Mauro Germani, quasi ossimorico, ci offre una prima indicazione su una delle caratteristiche più rilevanti, sia del volume specifico che della poetica dell’autore: la capacità di guardare il mondo e se stesso, la realtà e il pensiero, con uno sguardo sincero in grado di cogliere e descrivere anche il lato in ombra, the dark side of the world, potremmo dire. Non per il gusto del piangersi addosso o allo scopo di esaltare, per contrasto, ipotetiche ed improbabili Arcadie o mondi perfetti, tanto distanti quanto inconsistenti. Per la necessità, semmai, di una documentazione precisa, compilata in modo razionale e partecipato (altro ossimoro chiave). Questo libro ha anche il sapore e la consistenza di un diario di viaggio, un giornale di bordo su cui vengono annotati i resoconti, il bilancio del dare e dell’avere.
Come ha opportunamente indicato anche Marco Molinari nella recensione al libro pubblicata su “L’Eco di Mantova” di cui qui sotto viene riportato uno stralcio, il fulcro del libro sono le riflessioni, gli aforismi e le massime che Germani ha raccolto in un trentennio, e “che hanno al centro il rapporto stretto fra vita e poesia, i contributi dei grandi autori che ha amorevolmente coltivato e, soprattutto, un’etica della scrittura che per lui è stata importante quanto forse lo stesso fare poetico”.
Progetto condotto con rigore, senza mai dimenticare tuttavia, è giusto sottolinearlo, la possibilità (necessaria) di conciliare la consistenza con la “leggerezza”, a tratti perfino con l’ironia. Sì, perché l’interrogativo, the question, avrebbe detto il Principe di Danimarca, non è di poco conto: si tratta di stabilire, o almeno di chiederci, se, considerata La solitudine della parola (è il titolo di una delle sezioni) e presa coscienza dell’ineluttabile abbandono a cui perfino la parola è soggetta, abbia senso scrivere. Non solo, se abbia senso vivere, con la parola e per la parola, per quella “cosa” indefinita e onnicomprensiva chiamata poesia.
La risposta, come spesso accade, non esiste, se non nel moto, nel viaggio, nella dimensione diacronica, quindi nel racconto in versi di ciò che si è visto, incontrato, amorevolmente raccolto o necessariamente respinto. Il viaggio di Germani avviene lungo le sponde di un disincanto che non sfocia nella resa, nella sconfitta incondizionata. La salvezza è in quello sguardo a cui si è fatto cenno, sincero e schietto, senza sconti e senza prospettive alterate artificiosamente. E la salvezza è nella consapevolezza di non essersi lasciati “snaturare”, di aver conservato viva, ad ogni costo, l’essenza. “These fragments I have shored against my ruins”, scriveva Eliot. La terra è desolata, Germani lo sa bene e lo dice con chiarezza. La parola è sola e l’abbandono è inevitabile. Ma si può conservare una Pompei interiore, ripercorrere le strade dei passi e delle idee condivise con qualche compagno di viaggio affine. E si può annotare, facendo ricorso ancora ai versi, un riassunto che non conclude, un pessimismo consapevole che non cede alle tentazioni contrapposte: il compromesso con un ottimismo di maniera, e, dal canto opposto, un patetismo fine a se stesso.
La bellezza residua, ciò che di degno persiste, non è la malinconia agrodolce della sconfitta, non è un amarcord sbiadito e falsato. È, semmai, qualcosa di più ampio, strutturato e strutturale: anche a livello geometrico, potremmo dire. Se il titolo del libro è ossimorico, la “forma”, la ripartizione delle componenti è circolare. L’analisi di Germani parte da un interrogativo e ad esso ritorna. Ma all’interno del circuito idealmente tracciato permane, se non una risposta, una chiarificazione, un elemento di valutazione aggiuntivo, non imposto, non dimostrato, non dato come certo e acquisito. Alcuni frammenti rivelano una luce più marcata, quasi un percorso luminoso che ci accompagna lungo il cammino delle pagine. Ne cito tre, ma invito il lettore a leggerle tutte, ad individuarle, anzi, ad individuare le sue, perché ogni lettore, ogni referente ideale e reale troverà di certo un percorso autonomo. “Il bene esiste, ma è in ostaggio del male”. E ancora, poco oltre, “La vera angoscia è inesprimibile, non ha linguaggio”. Terza delle tante “luci guida” individuabili: “La follia abita il mondo, che ne è la causa prima”.
Questo libro di Germani è scritto con cura e lentezza. Valutando il peso di ogni parola, e, inoltre, considerando volta per volta la corrispondenza di quel valore, quell’indicazione filosofico-numerica, con le variabili fondamentali del tempo, sia quello del mondo che quello individuale. Il tempo e la sua dimensione plurale. Questo libro va letto con altrettanta cura, cogliendo lo spessore di ogni frase e di ogni accento e confrontandolo con i nostri personali bilanci interiori. Solo in questo modo di potrà stabilire se lo sbocco, l’uscita, la risposta non risposta che ognuno di noi troverà corrisponde a quella indicata da Germani nell’anello conclusivo del suo libro, con lucida e appassionata partecipazione: “Chi raccoglierà le parole abbandonate della poesia? […] Le parole aspettano nell’ombra, escono dalle loro tombe di carta, vogliono risorgere per un po’, sconfinare, prima di sparire per sempre nell’oblio”.   
IM

 

Mauro Germani, La parola e l’abbandono, L’arcolaio, 2019

 

“[…] È appena uscito il suo ultimo lavoro, La parola e l’abbandono edito da L’arcolaio, riflessioni, aforismi, massime, raccolte in un trentennio, che hanno al centro il rapporto stretto fra vita e poesia, i contributi dei grandi autori che ha amorevolmente coltivato e, soprattutto, un’etica della scrittura che per lui è stata importante quanto forse lo stesso fare poetico. Questo imperativo morale si è riassunto in una ricerca inflessibile di una parola sincera, che non ha altri scopi al di fuori dell’opera, che deve dire tutto, anche oltre quello che il poeta conosce, e, infine, non arretrare davanti alla verità, pure se scomoda o drammatica. […]”
Marco Molinari in “La Voce di Mantova”, 2 luglio 2019
 
Mauro Germani è nato a Milano nel 1954. Nel 1988 ha fondato la rivista “Margo”, che ha diretto fino al 1992. Ha pubblicato saggi, poesie e recensioni su numerose riviste, tra le quali “Anterem”, “La clessidra”, “Atelier”, “Poesia”, “QuiLibri”. Ha pubblicato alcuni libri di narrativa e diverse raccolte poetiche: l’ultima, in ordine di tempo, è Voce interrotta (Italic Pequod, 2016), preceduta da Terra estrema (L’arcolaio, 2011), Livorno (L’arcolaio, 2008; ristampa 2013) e Luce del volto (Campanotto, 2002). In ambito critico ha curato il volume L’attesa e l’ignoto. L’opera multiforme di Dino Buzzati (L’arcolaio, 2012). Nel 2013 ha pubblicato  Giorgio Gaber. Il teatro del pensiero (Zona) e nel 2014 Margini della parola. Note di lettura su autori classici e contemporanei (La Vita Felice). La sua ultima pubblicazione è il libro di aforismi La parola e l’abbandono (L’arcolaio, 2019).
Gestisce il blog margo: http://www.maurogermani.blogspot.com

 

 

Ostinate morfeologie

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Il presente articolo nasce dalla presentazione congiunta dei libri Ostinato di Cinzia Della Ciana e Morfeologie di Stefano Taccone che ha avuto luogo il 22 novembre scorso alla Libreria Blu Book di Pisa nell’ambito del ciclo di Incontri “Autori allo Specchio” proposti dall’Associazione AstrolabioCultura diretta da Valeria Serofilli.
Sono stato invitato in qualità di “curioso ponente domande” in quanto conosco e stimo da tempo entrambi gli autori, di cui ho già letto vari libri scrivendo in proposito anche qualche mia impressione di lettura.
In questo articolo propongo alcune delle domande poste agli autori da me e da Valeria Serofilli corredate dalle risposte degli autori.
Aggiungo in calce a ciascun “dialogo” anche una mia nota (musicale, spero, in assonanza) ai due libri presentati, ciascuno (per via diverse ma per molti versi convergenti) originali e interessanti.
Buona lettura a chi vorrà.
 IM 
 
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 DOMANDE A CINZIA DELLA CIANA
RIGUARDO A OSTINATO
 
Domande di Ivano Mugnaini
 
  1. Ostinato è un titolo perentorio e accattivante. Ce ne puoi spiegare l’origine? Si tratta di un parto immediato, per così dire, o è stato gradualmente concordato con l’editore e i tuoi collaboratori?
1) “Ostinato” è un titolo ambiguo, gioca sull’ambivalenza lessicale perché, se da una parte rimanda alla tenacia dello star fermo, dall’altra si muove nella musica per consentire il ricamo della melodia.
Ostinato porta un sottotitolo: “suite in versi”, proprio per indicare che è una vera e propria suite musicale e come tale ho orchestrato la sua architettura. Una sequenza di movimenti ciascuno con la propria andatura e la propria tonalità, con tanto di agogica. La sua particolarità è che è una partitura senza note, le parole e il loro combinarsi in versi la melodia. Sono arrivata a questo particolare parto grazie alla mia formazione pianistica che mi ha suggerito l’impostazione. La massa di liriche che avevo raccolto in quasi due anni di produzione è stata scremata, selezionata e organizzata in un piano d’opera che nel titolo voleva richiamare il cd. “basso continuo” della musica barocca.
 
 
2) Con questo tuo libro prosegue il tuo progetto, notevolmente interessante, di unire e fare interagire, in una specie di possente “cortocircuito”, parole e note, scrittura e musica. Da cosa trae origine questo abbinamento e quali sono le difficoltà che comporta e i vantaggi, le sensazioni più appaganti che dona l’accostamento tra i due ambiti espressivi?
2) Certo il libro è un ulteriore passo dopo “Passi sui sassi” di cui rappresenta la continuità, ma anche l’evoluzione. Qui, in “Ostinato”, la “musicalità” aspira a diventare “musica”, qui è il significante sonoro a condurre il tema senza tralasciare il materiale del significato.
Insomma il mio motto “del suonar colle parole”, già coniato ai tempi dei miei primi racconti, è ostinatamente perseguito. Il mio modo di far poesia è cercare suono e ritmo nella combinazione delle parole, anche di nuovo conio, senza vergogna di metrica (se viene), di rime interne, allitterazioni, assonanze, enjambement, insomma follie audaci che debbono diversificare il genere poesia da quello prosa/narrativa. Il verso esiste in modo preciso e non perché si va a capo a caso o perché è “finito l’inchiostro”. La poesia che suona dovrebbe essere come la musica, arrivare di per sé, significare (al di là del significato) con la suggestione di certi stridori o di consonanti fonemi, per consentire “dopo” di andare a ripescare il senso con un lavoro di ri-lettura che consenta di apprezzare il peso e il senso della parola “distillata”.
 
3) Come si colloca Ostinato nell’ambito della tua produzione, rispetto ai libri che hai già all’attivo e a quelli che, eventualmente, hai già in mente e in cantiere?
3) Ostinato è uno dei miei figli, li si ama tutti e insieme sono e saranno la mia famiglia. Una famiglia composita perché sono ambidestra, non scrivo solo di poesia, ma anche di prosa. E ritengo che le due forme si debbano alimentare a vicenda in un allenamento costante, ovvero “ostinato”.
 

Domande di Valeria Serofilli

1) Qual è la tua ‘attuale’ spiegazione/definizione di poesia?
1)Riuscire a distillare emozioni con parole che suonano.
 
2) Quali i poeti (e, più in generale, gli autori) significativi per la tua formazione?
2) Dante sopra tutti, di un’attualità e vigore sconvolgente. Al suo cospetto ogni cosa si scolora. Per i poeti contemporanei non riesco a prescindere da Ungaretti e Montale, pilastri mai superati.
 
3) Oggigiorno, qual è a tuo avviso l’incarico della poesia?
 3)La poesia va “predicata” come dico io, fatta uscire dalle stanze dei poeti e divulgata per far riscoprire come il canto sia stata la prima forma espressiva e come il valore della parola, anche quella colta, vada coltivato, specie in una lingua così ricca e articolata qual è quella italiana.
 
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NOTA di Ivano Mugnaini

al libro di Cinzia Della Ciana.

Le risposte di Cinzia sono già di per sé in grado di fornire adeguatamente il tono l’atmosfera del libro e ben riflettono la sua capacità di alternare vivacità e riflessione. Alla verve del dire fa da sottofondo l’”ostinato” costante, il contrappunto del ragionamento, che in ogni caso non stempera e non spegne la passione e l’entusiasmo del dire, del manifestare meraviglie, viste, immaginate e riproposte, tramite una composizione attenta, alla ricerca di un ritmo che somigli all’originale senza esserne copia conforme, diventando sublimazione, accordo complesso e misterioso che racchiude la chiave della bellezza.
 “Ostinato”, che già nell’aspetto della copertina richiama i colori e le forme della più nota e storica casa musicale italiana, è arricchito dalle annotazioni a margine (sincroniche e affini) di Roberto Vacca e dalla postfazione sentita e appassionata di Franco Di Carlo. La lettura diretta del libro (chi era presente alla presentazione a Pisa ha potuto ascoltarlo anche dalla “esucuzione” dell’autrice stessa) riflettono quanto Cinzia ha dichiarato nelle risposte qui sopra riportate: “La poesia che suona dovrebbe essere come la musica, arrivare di per sé, significare (al di là del significato) con la suggestione di certi stridori o di consonanti fonemi, per consentire “dopo” di andare a ripescare il senso con un lavoro di ri-lettura che consenta di apprezzare il peso e il senso della parola “distillata”.
La sensazione personale ricavata dall’ascolto e dalla lettura del libro è quella di un progetto condotto con sincera dedizione, privo di funambolismi esibizionistici. La meta è il viaggio in sé e per sé, un divenire costante. L’autrice si fa ponte tra forme espressive, mira a rendere le sinestesie percepibili con orecchie, cuore e mente, con quella capacità-necessità squisitamente umana (ma forse universale) di cercare il ritmo, di farsi ritmo, fino al punto, magicamente semplice e complessissimo, sicuramente fertile, in cui il battere individuale, l’ostinato autonomo e incessante di ciascun essere coincide con un codice impalpabile eppure esistente, quasi uno Stargate ideale, che, senza farci apparentemente muovere di un solo millimetro ci conduce distante milioni di anni luce, oppure ci sposta di quel tanto che basta per farci (ri)trovare ciò che realmente siamo.
L’esplorazione del mondo di Cinzia Della Ciana, fatta sui Sassi e su terreni invisibili ma solidi e percepibili, prosegue coerente con questo libro che aggiunge un ulteriore capitolo alla sua produzione e al suo cammino nelle terre, nelle città, nelle opere d’arte e della natura, nei punti di snodo e di confine. Viaggia, Cinzia, sia sul foglio che sulle strade. Lo scopo è quello di diffondere poesia. Come una musica, anch’essa universale. E, come la musica, anche la poesia una volta uscita dalle stanze “ufficiali” si diffonde, si innesta, si ibrida, diventa, anzi torna ad essere, “cantabile”.
 IM
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DOMANDE A STEFANO TACCONE

RIGUARDO A MORFEOLOGIE

Domande di Ivano Mugnaini

 
  1. «Esiste un tipo di narrativa che, sul modello della filosofia, ma anche della musica e di altri ambiti artistici che mettono in connessione la ragione e l’immaginazione, esplora le zone di confine e si nutre di contrasti, ambivalenze e ossimori oggettivi e concettuali, in seguito ristrutturati e restituiti, mutati, trasformati nel senso e nell’essenza». Partirei da questa frase che ho avuto modo di scrivere per il tuo libro precedente, Sogniloqui, per sottolineare quanto, in questa presentazione, tutto significativamente converga. Il riferimento alla musica ci riporta al libro di Cinzia e il riferimento al tuo libro precedente crea un ulteriore fil rouge.
         Fatta questa premessa, vorrei chiederti quali elementi di continuità ci sono tra Sogniloqui e Morfeologie e quali sono invece i tratti distintivi?
 
1) Credo che la continuità, a conti fatti, prevalga. Entrambi raccolgono dodici brevi racconti. Entrambi tentano di elaborare un tipo di scrittura narrativa che si appropria delle strutture linguistiche del sogno, delle dinamiche incongrue in cui il sognatore inciampa. Il significato dei titoli è pressoché lo stesso, benché muti il significante. Anche attraverso le immagini delle copertine, del resto, ho inteso rimarcare questo legame: su ciascuna di esse è riprodotta un’opera della mia amica artista Rose Selavy. Tratti distintivi? I racconti del primo volume sono molto più fedeli ai sogni che effettivamente ho concepito, benché anche lì vi siano inserti di fantasia da sveglio. Quelli del secondo volume invece pure partono da suggestioni oniriche, ma nella maggior parte dei casi hanno conosciuto una rielaborazione molto maggiore nello stato di coscienza. Inoltre il titolo di quest’ultimo si richiama esplicitamente a Morfeo, il dio greco dei sogni e del sonno. Il suo nome deriva però da μορφή, che in greco antico significa forma. Con un titolo come Morfeologie ho pertanto inteso suggerire la presenza di una struttura più chiara e definita, un po’ meno fluida rispetto a Sogniloqui.
 
2) È interessante, e personalmente lo apprezzo in quanto anch’io lo “esercito”, il tuo utilizzo della forma letteraria del racconto. Cosa ti ha spinto a scegliere il racconto? Lo trovi particolarmente adatto al tuo stile e alle tematiche a te care?
 
2) Tutto è partito, come accennavo, dalle trascrizioni dei miei sogni, nei quali trovavo un embrione di interesse “letterario”. Dopo averli trascritti, li inviavo a pochi intimi per la pura curiosità di ascoltare le loro impressioni. La stessa circostanza per cui tutto è partito dai sogni ha determinato senza dubbio la scelta della forma racconto. I sogni sono brevi e plurali. Certo da un solo sogno si può tranquillamente sviluppare anche un romanzo, tuttavia ciò richiederebbe un lungo lavoro di rielaborazione. Probabilmente un lavoro di questo tipo non mi era allora affatto congeniale. Chissà, forse adesso lo sarebbe un po’ di più. In generale però mi sento legato ad una poetica del frammento. Se dovessi scrivere un romanzo penso che somiglierebbe piuttosto ad una somma di piccoli episodi, anche minimi. Non mi interessano i lunghi intrecci. Può darsi che non mi interessino perché non ne sono capace, ma anche viceversa, o ancora sia l’uno che l’altro.
 
3) La sintesi, una “sapida stringatezza” la definirei, ti è propria. So che hai in cantiere un libro di poesie. Quali analogie, anche a livello di temi, di tono e di approccio, hai riscontrato in fase di scrittura dei tuoi versi con la tua narrativa e quali invece sono le caratteristiche specifiche della tua poesia?
 
3) Qui c’è da formulare una premessa. Il primo nucleo della raccolta di poesie che pubblicherò di qui a poco risale addirittura al 2014, quindi precede persino, anche se non di moltissimo, la genesi di Sogniloqui – ho cominciato a trascrivere i primi sogni a metà 2015; non prima. Partiamo dai temi, sui quali è più facile rispondere! Senz’altro riemergono le questioni che più mi stanno a cuore e peraltro – tanto nella narrativa, quanto nella poesia – non sempre e non tanto appaiono nella loro “purezza”, ma in intrecci inestricabili: quelle legate alla mia sensibilità politica vicina all’ecosocialismo o alla mia spiritualità cristiana; le questioni della produzione artistica stessa, il suo rapporto con la vita, e lo specifico problema del visibile tra arte tout court e dimensione estetica. Più in generale forse a monte di tutto vi è una condizione di disadattamento al mondo – lo stesso titolo della raccolta di poesie che verrà è molto eloquente in tal senso -, una condizione che guarda caso accomuna l’artista, l’anticapitalista e il cristiano. Anche le poesie sono poi per lo più molto brevi, “epigrammatiche” le hai definite tu stesso, e questo potrebbe corrispondere alla mia predilezione per il racconto. Spesso forse somigliano un po’ alle tipiche domande o osservazioni che – molti hanno notato – pongo a margine delle mie narrazioni. È vero che nel primo volume de I Blu Books a cura di Valeria Serofilli – che ha rappresentato il mio autentico esordio nella scrittura in versi – compaiono invece tre poesie assai più lunghe, forse definibili più propriamente poemetti. Tuttavia, sia per il piglio fortemente narrativo – qualcuno, avendole lette prima che le pubblicassi, mi ha confidato che gli richiamavano i modi tipici di Elio Pagliarani -, sia per la stessa lunghezza – lunghe rispetto alle poesie presenti nella mia raccolta in corso di pubblicazione, ma sempre e comunque più vicine alla misura di un racconto che di un romanzo –, ancora una volta la prossimità con la mia prosa narrativa è confermata. Per approfondire le caratteristiche specifiche della mia poesia, invece, magari attendiamo l’uscita del libro…
 
4) Una domanda di carattere più generico, o meglio una curiosità: hai scritto e pubblicato fin dal 2010 libri di carattere scientifico e saggistico. I due libri di racconti che abbiamo citato sono relativamente recenti ma ti hanno permesso, anche grazie a molte e apprezzate presentazioni in varie città, di “esplorare” il mondo della scrittura letteraria. Quali considerazioni faresti sulla differenza tra i due ambiti, quello “scientifico” e “letterario”, e quali consideri i punti di forza e i difetti di ciascun settore?
 
4) Rispondere ad una domanda del genere mi pare, di primo acchito, difficilissimo, anche perché naturalmente l’ambito della scrittura scientifica e saggistica è molto vasto e sfaccettato, e sarebbe più proprio parlare di un insieme di ambiti. Già, ad esempio, quello della scrittura sulle arti visive del XX-XXI secolo è molto diverso da quello della scrittura sull’arte rinascimentale o barocca, che naturalmente sarà molto diverso da quello della scrittura sull’arte medioevale che si ripartirà a sua volta in altomedioevale e bassomedioevale, per non parlare della scrittura sull’arte dell’antichità che non è solo e tanto appannaggio degli storici dell’arte quanto degli archeologi… Il confronto che posso provare a delineare in sintesi è pertanto quello tra l’ambito della scrittura sulle arti visive del XX-XXI secolo – quella che principalmente pratico – e quello della scrittura letteraria, accomunate dal lambire un arco temporale più o meno simile. Una prima considerazione che mi sovviene, anche in quanto soggetto che si è occupato non poco delle avanguardie artistiche, è che queste ultime mi pare abbiano trasformato in maniera più radicale la produzione artistica visiva che quella letteraria. È vero che il fallimento dell’avanguardia come superamento dei confini tra arte e vita è stato generale – e non poteva essere altrimenti, dato il carattere totale della sfida che essa ha posto -, tuttavia la mia impressione – ma è un’affermazione che va presa con tutta la cautela del caso, considerando che conosco molto meglio la storia delle arti visive del XX-XXI secolo piuttosto che quella della letteratura del medesimo periodo – è che se dopo un Marcel Duchamp o un Kazimir Malevič i linguaggi delle arti visive hanno conosciuto uno sconvolgimento irreversibile, ciò non è avvenuto con altrettanta pregnanza nel campo della letteratura dopo un Tristan Tzara o un James Joyce. La tua domanda era però sull’ambito inteso probabilmente come ambiente, come mondo. Che dire ancora dunque? Magari qualcosa sul pubblico. In entrambi i casi parliamo di un pubblico di nicchia. Quando nell’ambito della ricerca storico-artistica si eccede la nicchia è sempre più difficile che non si tratti di altro che di pseudo-divulgazione pop e quindi non di ricerca scientifica vera e propria. Lo stesso discorso vale – e credo tu possa convenire – per la letteratura: sempre più difficile ormai trovare sperimentazione in un romanzo bestseller. Se invece dovessi rilevare una differenza, forse tra le più interessanti menzionerei la circostanza per cui nell’ambito delle arti visive vi è tutto sommato una divisione ancora netta – anche se negli ultimi tempi si sta allentando – tra colui che scrive di arti visive e colui che produce, mentre nell’ambito della letteratura non esiste – credo non sia mai esistito – un tale intervallo tra commentatore e produttore. Una delle ragioni va senz’altro ricercata nel fatto che la letteratura e la critica letteraria si avvalgono del medesimo medium; le arti visive e la critica d’arte – ammesso e non concesso che ancora esista una critica d’arte – si esprimono invece attraverso media differenti. È meglio ciò che avviene in un ambito o ciò che avviene nell’altro? Dipende…
 
Domande di Valeria Serofilli
 
  1. Qual è, nell’arco della giornata, il momento ideale per dedicarsi alla poesia (o, più genericamente alla scrittura)?
 
1) Dipende anche dal genere di scrittura. Ci sono momenti in cui la parola poetica – o almeno quella che tu senti tale in quel momento – pare sgorgare spontanea dal tuo cervello e dal tuo cuore, persino indesiderata… Vorresti – dovresti! – appuntarla da qualche parte per non lasciarla “evaporare”, ma magari sei in un pullman stipato come una sardina in scatola oppure devi fare lezione sull’architettura megalitica – prendo esempi tratti dalla mia vita, ma ognuno può tranquillamente sostituire ai miei quelli propri della sua… – e quindi rischi di perdere per sempre versi che hai concepito e che magari per qualche giorno ti sembreranno straordinari… D’altra parte, anche quando riesci a trovare un angolino in pullman per scrivere di getto quello che all’improvviso ti è balenato nella mente, il tutto richiede in seguito una revisione a posteriori – almeno per quanto mi riguarda. Una revisione che può protrarsi anche per anni… Anche per i racconti è un po’ così, benché essendo per essi l’uso di singole parole meno importante dello sviluppo narrativo ed essendo i nuclei della mia narrazione molto esili, è più facile memorizzarli e quindi trascriverli quando si ha tempo. Per quanto riguarda la scrittura saggistica è diverso. Certo anche in quell’ambito ci sono momenti di aridità e momenti di grande “furore creativo”, tuttavia essa è senz’altro meno dipendente dagli umori del momento. Su questo terreno per me è fondamentale la lucidità mentale e quindi – in altre parole – l’aver riposato bene!
 
2) Quali sono le tue fonti d’ispirazione e quali eventi recenti hanno maggiormente orientato la tua produzione attuale?
Sicuramente in me c’è una forte sensibilità per il politico, inteso nel senso più alto del termine, ma anche la consapevolezza di quell’ormai antico slogan che vuole che non ci sia distinzione tra politico e personale. Tanto i miei racconti quanto le mie poesie assorbono molto gli umori e le tendenze di quest’epoca, benché esse si vadano ad innestare su una memoria che – a costo di apparire presuntuoso – definirei tutt’altro che liquida. Non mi piacciono le pulsioni xenofobe che crescono tra Europa e America, ma non mi piace neanche l’opposizione conformista ed acritica a tutto ciò. Credo che l’esistenza dell’uomo sul pianeta sia seriamente minacciata e che ci sia ancora ben poco tempo per rimediare, ma l’odierna sensibilità ecologica che riempie la bocca di molti è spesso superficiale e poco informata. Da qui il mio senso di solitudine rispetto alla bipolarizzazione dell’opinione pubblica, che ha a che fare più col tifo da stadio che con ciò che veramente si sperimenta sulla propria pelle. Viviamo in un’epoca di enormi confusioni, di schizofrenia condotta all’estremo. «Guai a chi ha memoria lunga!», avvertiva il compianto Zygmunt Bauman una decina di anni fa. Ecco, tali discorsi probabilmente rappresentano il “controluce” della mia produzione.
 
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FORME DEL NARRARE E DEL PENSARE.

Considerazioni di Ivano Mugnaini

 su MORFEOLOGIE di Stefano Taccone

 
Come già ho accennato, ho avuto modo di scrivere di Sogniloqui, il libro di racconti di Stefano Taccone che ha preceduto Morfeologie. Il fil rouge tra i due libri sussiste e si manifesta sia a livello di tematiche che di ispirazione, di linguaggio, di approcci e di metodiche narrative. Taccone percorre la realtà che lo circonda, quella dei luoghi in cui vive e lavora con un passo attento, senza mai pretendere di cogliere verità assolute né di sapere o potere dare ricette e indicare strumenti e formule che possano servire da cartina di tornasole o da panecea. Azzarderei una specie di definizione ossimorica dell’approccio di Taccone al narrare, al ritrarre ciò che vede e pensa attraverso le parole: “disincanto militante”.
Ciò non equivale né a menefreghismo, né a resa, né a una sorta di compiacimento nel ritrarre la catastrofe attuale o prossima ventura. Si tratta semmai di un impegno conscio, consapevole delle difficoltà, e, in una certa misura, anche di certe ataviche tendenze dell’uomo (inteso come genere umano) all’autolesionismo. Sventato magari all’ultimo istante da un caso o da una residua scintilla di ragione o di coscienza o dall’istinto di sopravvivenza. O magari da un caso benevolo.
Il destino è forte, fortissimo è il caso, dicevano, o cantavano, le antiche tribù.
Una delle impressioni che ho ricavato, sia leggendo i libri di Taccone (quelli di narrativa a cui si è fatto cenno ma anche i versi dei Blu Book e della silloge di prossima uscita dal titolo Alienità) è che l’autore possieda una cultura ampia e salda che tuttavia non sfoggia come un vestito elegante e alla moda e non la rende oggetto di idolatria. Sa che la cultura è fonte di nutrimento, serve a rischiarare più possibile gli angoli e gli spigoli appuntiti dell’esistenza, aiutando, quando può, a schivarli o magari a comprendere il motivo per cui non sono schivabili. Ma la sola certezza è il dubbio, come è giusto che sia, e anche la cultura non risolve, non è abile e acuta abbastanza per districare i nodi della vita, del destino, dell’indicibile e del non razionalizzabile.
Una delle distinzioni che Taccone ha evidenziato con più nitidezza ed energia, sia nella presentazione pisana che nel libro è quella tra “etica” e “morale”. Il mondo si sfalda, letteralmente e metaforicamente. Ma la scelta della via giusta, o comunque salvifica, non può essere imposta. Deve essere il frutto di una decisione e di un’azione consapevole e individuale che, nel momento in cui diventa collettiva, può anche salvare, sia la singola persona che quell’insieme più vasto chiamato “umanità”.
Taccone, nei suoi racconti, nelle forme, concrete ed oniriche, che sceglie di narrare, sulla base della sua osservazione, della sua memoria e della sua immaginazione, ci propone mondi reali e mondi possibili. E, senza mai pontificare, senza pretendere di convincerci o di mostrarci soluzioni univoche, ci illustra, tramite l’ironia, alcuni esiti possibili. Crea scenari verosimili o apparentemente improbabili, distopie e ipotesi di realtà. I suoi “luoghi” del vivere e del pensare sono comunque sempre in grado di farsi metafora che ci induce a pensare, a mettere a confronto quei mondi immaginari con le dimensioni del cosiddetto reale.
E il disincanto si fa esercizio di fantasia che non è aliena alla ragione e forse perfino alla verità.
IM