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“COME VI PIACE” di WILLIAM SHAKESPEARE

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“COME VI PIACE” DI SHAKESPEARE
 L’ARCADIA VISTA ALLO SPECCHIO
Come vi piace non è certo la più nota delle commedie di Shakespeare. Ma è conosciuta, rappresentata, letta e studiata quel tanto che basta per coglierne il fascino sottile, subdolo, verrebbe da dire: le complessità, i divertiti e bruschi cambiamenti di visione e prospettiva, le trappole farcite di cortesi florilegi accuratamente preparate dal buon William. Ancora efficacissime, pronte a scattare alla minima sollecitazione. Shakespeare ricevette in dono una consapevolezza linguistica che gli consentiva di padroneggiare le parole, versi alati o ruvida prosa, in modo da poter comprendere, nel senso più ampio del termine, il gusto, la capacità ricettiva, lo scandaglio emotivo, la contemplazione estetica (ed estatica) di un pubblico vastissimo. Dal contadinotto venuto a teatro per farsi due risate e guardarsi un paio di dame dagli abiti non esattamente casti, al Professore di Oxford che si mischia alla folla ed elucubra, tra uno schiamazzo e l’altro, individuando assonanze e consonanze, richiami intertestuali e compagnia bella. William aveva cibo a sufficienza per sfamare tutti. Per lasciare ciascuno alla fine, sazio, certo di aver avuto ciò che desiderava.
Come vi piace, opportunamente tradotto da qualcuno anche con Come vi pare, diventa quindi in un certo senso anche una specie di marchio di fabbrica, un motto, uno slogan. Se è questo che volete, sembra dirsi Shakespeare, questo avrete. Per me è lo stesso, l’importante è che siate contenti voi, e che riempiate i teatri, giorno dopo giorno. Questa è, almeno in parte, una potenziale chiave di lettura. Le porte letterarie shakespeariane tuttavia di chiavi ne richiedono numerose per sperare di vederle socchiudere. Il buon William sembra voler assecondare gusti e richieste, pare allinearsi a ciò che furoreggia, ciò che è in voga. Dal canto suo sembra addirittura dire “Io scrivo, così, perché sono drammaturgo, è il mio mestiere. Sono come un sarto, confeziono abiti su misura, a seconda delle esigenze e delle mode”. La frase è falsa, oltre che inventata. Niente di più lontano dalla realtà. Doveva mangiare, William, certo, come ogni padre di famiglia, o forse di famiglie. Ma ciò non gli impediva di fare, in realtà, come pareva a lui. Dando sempre l’impressione di servire la rispettabilissima platea, of course.
La commedia Come vi piace avrebbe potuto, anzi avrebbe dovuto, a regola, uniformarsi ai dettami della letteratura “pastorale”, l’Arcadia che faceva sognare e versare fiumi di inchiostro. L’intreccio avrebbe potuto essere complesso ma prevedibile, ed aprire la strada, anzi, un verde e profumato sentiero, verso l’atteso happy ending. Avrebbe accontentato tutti, o quasi. Di sicuro la maggioranza degli spettatori. Non avrebbe soddisfatto però uno spettatore particolare, il primo e l’ultimo: William Shakespeare da Stratford. Accade così allora che, alla fin fine, il primo e l’ultimo a divertirsi sia proprio l’autore. Anche a spese del suo pubblico. Lo schema di base della commedia pastorale era semplice nella sua intricatezza. Travestimenti, giochi, trucchi innocui e in gran parte giocosi, e poi via, l’agnizione, ognuno si rivela per quello che è, buoni e cattivi, belli e brutti, e finisce a tarallucci e vino, e dentro una mirabolante alcova. Shakespeare scardina il meccanismo. Dando la colpa con un ghigno sarcastico ai propri attori, quasi avessero fatto di testa loro, mostra che la vita, sia nella realtà che nella finzione, è più articolata, più ricca di sfumature. Perché tutto il mondo recita una commedia (e qui l’eco arriva nitida fino a Pirandello ed oltre), e la Fortuna svolge una parte determinante.
La scena è quella della foresta di Arden, luogo deputato, idilliaco per eccellenza. Una sede “ecologica” da contrapporre alla cruda vita sociale e cittadina. Ma anche nell’Arcadia si insinuano, non meno aspre, le contraddizioni, i contrasti, i dissidi. Shakespeare non sopportava l’esaltazione incondizionata del mondo pastorale. A lui, è il caso di dirlo, non pareva plausibile. Finisce allora per minarne le basi dall’interno, in modo velato, indiretto, e, per questo, più efficace. Tramite il linguaggio, arma primaria. Le miti principessine e le fanciulle in fiore, ed anche gli integerrimi eroi, cadono, non di rado, e con un certo gusto, nel linguaggio “osceno”. Mai fine a se stesso, con un verve ed un senso della misura assoluti. Si tratta però pur sempre di un elemento che va al di fuori del cliché. Anche l’esaltazione della campagna come paradiso in terra è sottoposta a occhiate e battute schiettamente ironiche. Meglio lasciare la campagna ai contadini, ci dice Shakespeare. Anzi, lo fa dire ai suoi saggi pazzi, siano essi raffinati ed eccentrici viaggiatori o buffoni di mestiere. Jaques, il personaggio dal nome francesizzante, è il signore che vive e pensa da filosofo. Divertendosi a “ragionare”, il che spesso equivale a camminare in direzione contraria rispetto alla folla. Il buffone invece è Touchstone, Pietra di Paragone. Già la traduzione del suo nome dice molto. Ricerca l’oro. Materiale prezioso e raro. Come la verità. Forse non la troverà mai. Ma già la ricerca lo eleva, di sicuro dal punto di vista morale e intellettuale. I personaggi “malinconici”, afflitti da quella sorta di malattia che li porta al morbo del pensiero, della ragione, erano un mezzo per mostrare l’altro lato della luna, quello oscuro, scomodo, avvolte da dense foschie. Un’altra eco, distante dai tempi e dai climi shakespeariani, ma forse neppure troppo, destinata a giungere fino a Freud, comincia a vibrare nell’aria.
L’ultimo è più gustoso scherzo di Shakespeare, lo specchio deformante più possente e grottesco, appare nel finale della commedia. Il gioco della luce e dell’ombra, del bianco e del nero, viene ribaltato, o, almeno, intessuto in nodi più complessi. Il duca cattivo in un primo momento è al potere, e quello buono in esilio. Situazione standard, si potrebbe dire, comunissima, quasi normale, nell’ambito teatrale e non solo. Accade però in Come vi piace che il cattivo diventi buono, e si faccia addirittura eremita. Lasciando il potere all’altro, che lascia la macchia, senza troppi rimpianti, per tornare a palazzo. La formula si ripete, a chiasmo, nei due figli dei duchi, Oliver e Orlando. Il cattivo Oliver diventa buono e sceglie il bosco. Quando però viene a sapere dell’eredità, si ricrede. Pungente e credibile, sul piano psicologico, anche questo retrofront. Nella parte conclusiva della pièce, le figlie dei duchi, Rosalinda e Celia (nome forse non casuale, quest’ultimo) sposeranno il nuovo buono e l’ex-cattivo. In un matrimonio collettivo stile giapponese, quasi, in grado di mettere in crisi anche il più solerte impiegato dell’Ufficio Anagrafe. Ma proprio dall’ambito che dovrebbe rinsaldare la pace e l’armonia, quello pastorale, emergono, emblematicamente, le prime insidie, le contraddizioni, le complicazioni amorose personificate dall’ulteriore coppia, quella di Silvio e Febe.

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Complicata, molto, la trama della commedia, e tuttavia solare, nella sua arguta sequenza di ombre e riflessi. Forse perché il linguaggio, è, come osservò Johnson, tra i più fluidi e vitali del repertorio shakespeariano. Una commedia un po’ fuori luogo e fuori epoca, Come vi piace, ma anche fuori dal tempo, con quella grazia e quel brio, a tratti serenamente taglienti, che ancora racchiude. Divertente, a suo modo. Forse perché l’autore si è divertito in prima persona, a prendere modelli e smontarli, rimettendoli insieme a suo piacimento. Si è anche divertito a giocare a mosca cieca con lo spettatore, e a prenderlo in giro, facendogli credere che il testo fosse stato scritto come piaceva a lui. In realtà è il contrario, si tratta di un esperimento letterario, giocoso e complicato come una partita a dama. Ma a noi, in fondo, piace anche così. Forse perché ci piace pensare che tutto sia come ci pare.

Ivano Mugnaini

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Profumo di elicriso

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Edizioni Divina Follia
Bergamo 2017

pp. 150
prezzo: € 15,00

 

Se è vero, come è vero, che un autore affida al titolo le chiavi d’ingresso della sua opera e del suo mondo, o almeno gli indizi per quella caccia al tesoro ininterrotta tra il significato e il significante, tra la metafora e l’interpretazione, non si può ignorare la scelta di Anna Moro di dare al proprio libro il nome di un fiore, aggiungendo inoltre un sottotitolo, “Come il colore del sole”, che non solo spiega il nome stesso, ma estende il discorso, aggiungendo una sfumatura, rendendo la prosa spontaneamente lirica.
Non ci sarebbe niente di strano in tutto questo se il suddetto libro contenesse la descrizione di sereni idilli campestri o le vicende di arcadiche e gioviali comunità rurali. In realtà nel paesino della Barbagia che fa da sfondo ai fatti narrati ha avuto luogo “una faida durata dieci anni. La vita di quella comunità è sconvolta, i morti sono tredici, l’ultimo dei quali è stato ucciso per essere stato testimone involontario di un omicidio e aver denunciato il bandito ai carabinieri”. Dal punto di vista cronologico, il romanzo si colloca in “una società di fine Ottocento caratterizzata da odio, vendette e omicidi”. Fin qui i dati di fatto, succintamente riassunti dagli stralci della quarta di copertina qui sopra riportati. Sarebbe stato più facile per l’autrice basarsi sul nocciolo duro, e aspro, della storia e chiamare il libro “La tredicesima vittima”, oppure “Una lunga scia di sangue”, un titolo del genere, insomma, di quelli che attraggono i cultori del poliziesco, del noir, del thriller e via dicendo. La scelta invece ha preso una direzione diversa, dettata al tempo stesso dalla memoria e dal cuore. Anna Moro ha voluto porre l’accento su quel colore giallo acceso che, ad un certo momento, vedi apparire in una landa brulla in apparenza ostile alla vita. Ha voluto dirsi, e dirci, che si sono fiori che, come la ginestra leopardiana, crescono alle pendici dei vulcani, sfidando il fuoco e l’aridità del terreno.
L’autrice ha scritto questo libro per rendere omaggio al ricordo di un suo parente, ultima vittima della sequenza di omicidi a cui si è fatto cenno. Ha voluto testimoniare il senso della sua vicenda esistenziale, il suo essere un momento di svolta tra il buio della violenza e quell’oro del sole che ancora splende, su tutto, nonostante tutto.
Il tono che l’autrice ha adottato, per scelta o per istinto, grazie alla sua indole naturale incline all’armonia, è determinante, conferisce alle pagine del racconto un sapore e una consistenza del tutto specifici e riconoscibili, come il profumo di un fiore appunto, che, in modo immediato, proustianamente, richiama alla mente memorie, sensazioni e il sapore di un’epoca e di una terra speciale, diversa dalle altre ma accomunata dalla ricerca di bellezza e di verità.
Ciascun capitolo è contraddistinto da un numero, anzi da due sequenze numeriche: la prima è quella che indica la successione cronologica delle varie parti del libro, la seconda è quella che potremmo definire diacronica, costituita dal riferimento, secco, ineludibile, all’anno in cui avvengono i fatti descritti nel capitolo specifico. È un modo per creare un nodo, un intreccio, tra il tempo della Storia e quello della memoria, tra il vissuto e il sentito, mandato a memoria, appunto, o, come direbbero gli anglofoni, learnt by heart. Si tratta a mio avviso di uno degli aspetti di maggior rilievo del libro: la capacità dell’autrice di scrivere “by heart”, ossia attivando il cuore, l’affetto, la partecipazione emotiva, senza però scordare il rigore aritmetico di quella sequenza di date, la dimensione esatta dei gesti, dei misfatti e delle azioni meritorie di uomini e donne vissute prima di noi. Ed è notevolmente interessante, sul piano narratologico ma direi anche psicologico, notare come quella insistenza sulla collocazione dei fatti in uno spazio preciso, passato, trascorso, non solo non rendono la narrazione “datata”, ma, semmai, al contrario, fanno sì che le vicende descritte, come cerchi nell’acqua, o meglio come i bagliori di un fuoco, si estendano nello spazio-tempo e arrivino fino a noi, aiutandoci a riflettere anche sul senso e sulla misura di certe scelte e sulla persistenza, in ogni epoca, di violenze e sopraffazioni, ma anche del coraggio di schierarsi, pagando a volte con la propria vita, sul fronte opposto.
Ho avuto modo di scrivere la prefazione per questo libro pubblicato nel 2017 da Edizioni Divinafollia. L’ho letto subito con interesse e mi ha colpito sia per la nitidezza del racconto sia per l’atteggiamento dell’autrice che ha più volte dichiarato di non avere velleità letterarie e di aver scritto il libro solo per onorare la memoria di un suo bisnonno. Cito qui qualche stralcio della prefazione, riportata anche nel mio sito: “Il romanzo contiene una passione forte ma lucida, adeguata alla descrizione dei tempi e della società descritti, la Sardegna di molti decenni fa. Come l’autrice stessa ha dichiarato,Profumo di elicriso è stato scritto per conservare la memoria di un episodio realmente accaduto a un suo bisnonno, ultima vittima di una lunga faida, ucciso per la sua sete di giustizia e di legalità quasi mai presenti in quello scorcio di secolo in Sardegna.
La narrazione nasce dunque da una motivazione personale fortissima. Ma riesce ad andare oltre, assumendo, senza forzature, senza vane pretese didattiche e senza tirate morali, un valore più ampio, universale, evidenziando tramite gesti e sentimenti autentici, l’eterno contrasto tra la bassezza e la volontà di elevarsi, tra la violenza e l’aspirazione ad un’esistenza più umana e armonica.”
Ribadisco qui e confermo quanto scrissi a suo tempo ma aggiungo un elemento in più: l’auspicio che Anna Moro voglia prendere di nuovo la penna in mano e scrivere un altro testo, dedicato ad una vicenda legata alla sua terra o di pura fantasia. Sì, perché leggere il suo libro è stato come passeggiare in un prato assolato dopo aver percorso, tra marciapiedi nevrotici, chilometri di strade cittadine. Si ritrova il tempo per cadenzare le sillabe e con esse i pensieri; si ritrova il sapore di una semplicità di sostanza, e la bellezza di sentimenti antichi ma non datati, non sbiaditi, come il colore di quel fiore di elicriso da cui siamo partiti e a cui torniamo.
Questo libro, per il ritmo cadenzato, per la deliberata scelta di non calcare i toni, evitando gli “effetti speciali” e lo “splatter”, schivando ogni sensazionalismo fine a se stesso, sembrerebbe adatto a lettori di età matura, per così dire. Eppure (anche questo un punto che ho già espresso altrove ma che desidero ribadire qui), mi piacerebbe che vi si approcciasse anche qualche lettore più giovane, magari grazie allo stimolo degli insegnanti o degli educatori. Sì, perché, al di là del diverso modo di vestire e di relazionarsi dei loro antenati, al di là delle apparenze esteriori, anche i giovani lettori potranno riconoscere quel conflitto senza fine, quella faida ininterrotta che miete vittime tra le persone più fragili, i deboli, i pacifici, i giusti.
“C’è una sorta di bullismo che si estende oltre le mura protette di tutte le scuole e investe ogni ambito, ogni terreno sociale. La violenza non ha luogo né tempo, cambia forma in modo camaleontico ma resta, nel profondo, la stessa, ostinatamente identica. Così come resta identico il desiderio di contrastarla, di opporsi, con armi diverse dalla sua, seguendo altre strade, praticando azioni diverse, ispirate da altri principi e altre motivazioni. Anna Moro ha voluto raccontare la storia dell’uomo che con la sua morte ha posto fine ad una faida che sembrava eterna”.
La narrazione è individuale e corale, il bene e il male si vivono qui all’interno di una comunità che non è solo coscienza collettiva ma anche in qualche misura sentire collettivo. Attenzione, siamo ben distanti, per fortuna, dall’esaltazione del buon tempo andato e dalle gioie della campagna, o della bontà di fondo di tutti gli abitanti dei piccoli centri. Siamo, semmai, all’interno di una narrazione il più possibile oggettiva, partecipata ma con un distacco, una membrana di salda e sobria ironia, che permette di vedere le cose come sono, la luce e le ombre dentro e fuori le persiane abbassate. Si parla anche di ferocia, di grettezza, di pettegolezzi, di menzogne, di piccole e grandi malvagità. Si parla dell’uomo, ad ogni latitudine. Tuttavia, è giusto ribadirlo, Anna Moro sa raccontare perfino la malvagità conservando un velo di dolcezza. Non è un atteggiamento accondiscendente né fragile. Tutt’altro: è semmai la forza di chi, pur conoscendo, vedendo e descrivendo il volto del male, sceglie di non specchiarvisi compiaciuta, sceglie di mantenere un sorriso che contraddistingua i tratti dell’umanità tracciando in modo netto la differenza con ciò che umano non è. Si può descrivere il buio della violenza e della ferocia insensata mantenendo vivo negli occhi il riflesso giallo oro di quel fiore che campeggia nel titolo e nella copertina del libro.
Un profumo gradevole, ricco di suggestioni e, a dispetto di tutto, denso di speranza. Anna Moro (lo confermo volentieri) con dedizione e passione per la parola, per il ricordo e per l’affetto, ha saputo rendere la propria voce simile a quella di un narratore onnisciente che osserva con disincanto i propri simili, in una sorta di coro. Ma a tratti lo sguardo ha saputo aprirsi in un guizzo o in un sorriso, breve, fulmineo, in grado di illustrare con efficacia la crudeltà e la solidarietà, la disperazione e la tenacia, la miseria contrapposta alla grandezza dell’animo.

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