Archivi del mese: maggio 2016

Goliarda Sapienza e la scomoda arte dell’anticonformismo

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Ci sono libri e autori che non vengono piegati dalle leggi del tempo e del mondo. Restano ai margini per un certo periodo, può trattarsi di anni o addirittura di decenni, perché precorrono il sentire di un’epoca, e questo dono, prima di essere compreso, è un fardello, o perfino una colpa, agli occhi dei più.

Se oggi Goliarda Sapienza è nota e riconosciuta tra le scrittrici più significative del ‘900, si deve al passaparola e a quello spirito libero, quasi anarchico, di coloro che leggono senza pregiudizi, non certo ai paludati, prudenti e non di rado miopi membri dell’intellighenzia.

Parlare e scrivere di Goliarda Sapienza vuol dire capire le ragioni di un fenomeno letterario che è cresciuto in modo autonomo, con una progressione costante, tuttora in corso, e si è diffuso a macchia d’olio all’estero, dopo che per anni, in vita, la figura dell’autrice è passata sotto silenzio, snobbata se non ignorata dall’editoria italiana. La personalità singolare, la vita controversa e fuori dagli schemi e uno stile appassionato sono il marchio di una scrittura che ha trovato nel capolavoro L’Arte della Gioia una sintesi in grado di affascinare i lettori di vari paesi.

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Il mio personale excursus sulla figura di Goliarda Sapienza, scrittrice e poetessa ma anche attrice e sceneggiatrice, seguirà le tappe e il percorso di questi “viaggi al centro dell’autore”: prenderà le mosse dai luoghi che ne hanno segnato più profondamente la vita e l’opera, quelli con cui ha interagito, ricevendone vita e restituendola, strappando al silenzio e alla follia i segni dell’arte della gioia, e del dolore, riprodotti con una penna coraggiosa e sincera.

L’incipit de L’arte della gioia riassume perfettamente l’istinto e la deliberata ricerca della sincerità, il volto nudo delle cose: “Ed eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. Non ci sono né alberi né case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno. Affondo nel fango sino alle caviglie ma devo tirare, non so perché ma lo devo fare. Lasciamo questo mio primo ricordo così com’è: non mi va di fare supposizioni o d’inventare. Voglio dirvi quello che è stato senza alterare niente.”

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Goliarda Sapienza nasce il 10 maggio 1924 a Catania. La madre, Maria Giudice, è una sindacalista nota e impegnata, prima donna a dirigere la Camera del Lavoro di Torino, mentre il padre, il catanese Peppino Sapienza, è un avvocato dedito principalmente alle cause della povera gente. Sarà l’educazione anarchica del padre a segnare un’impronta profonda sul suo modo di guardare alla vita, lo sguardo intenso, l’angolazione sghemba, di taglio, sprazzo di luce su una ferita. Come le crepe sulla terra assolata, sulle pietre antiche e sugli umili sentieri della sua Sicilia, quasi imperturbabile al tempo, immersa in un sole pigro e possente, tra apatie e passioni, istantanei scatti felini e un’afa atavica. In un’epoca che gravava come un macigno su un popolo oppresso da un regime autoritario che si innestava su connivenze e oppressioni già profondamente radicate, Goliarda ebbe il modo, la sorte e il merito di ritagliarsi spazi di libertà, lontana dai vincoli sociali, svincolata persino dal frequentare la scuola per evitare qualsiasi forma di imposizione e di influenza del regime fascista.

Dentro i primi scritti di Goliarda, sullo sfondo, come un vulcano solo in apparenza immobile e spento, ma anche dentro, all’interno, nel nucleo caldo in espansione, c’è la Sicilia. Impregna e fa ardere i suoi primi versi, quelle diciotto poesie brevi in lingua siciliana oggi raccolte nella silloge Siciliane pubblicata da Angelo Scandurra. Si tratta di una “serie di fogli non inframmezzati da altri componimenti in italiano” nei quali Goliarda esprime il dolore per la morte della madre, testimoniando l’amore, il rimpianto, la rabbia, le luci e le ombre di un rapporto conflittuale e sofferto: anche lei, la madre, come la Sicilia, è il suolo imprescindibile delle radici da cui si fugge e a cui si ritorna, un desiderio di altrove che si porta dentro, ossimoro spaziale e logico, sete di vita e di espressione. Queste poesie rappresentano l’imprinting della giovane e atipica poetessa chiamata affettuosamente “Iuzza”. La sua identità è segnata dalla vita della sua Catania, dal quartiere Berrillo in cui ha vissuto, con i vicoli e i bassi intorno a via Pistone, tra il lavoro dei pupari e le loro storie di un passato mitizzato, reso attuale nel suo infantile eroismo affiancato alle vicende e ai sogni resi racconto tra dramma e ingenuità, come le pellicole del cinema Mirone in cui Goliarda trascorreva interi pomeriggi. C’è una frase di Goliarda Sapienza, che recita: «Palermo sull’isola assediata due volte, dai monti e al di là dei monti dal mare. Catania insonne di gelsomini, di stelle e occhi di bambini». La poesia della parola fa incontrare gli estremi, dissolve le distanze e per un istante le tramuta in un sensuale abbraccio.

Anche negli altri suoi testi, da “Filo di mezzogiorno”, a “Certezza del dubbio”, fino a ”Arte della gioia” eLettera aperta”, non c’è pagina che non abbia echi della sua terra.

Nel titolo del film documentario realizzato da Alessandro Aiello e Giuseppe Di Maio, “L’Anti Gattopardo. Catania racconta Goliarda Sapienza”, c’è una possibile chiave di lettura per penetrare all’interno del mondo complesso e poliedrico dell’autrice. Innanzitutto il suo essere “contro”, schierata sul fronte avverso: non per sfoggio, non per maniera o cliché, non per diventare essa stessa un personaggio ribelle da cinema o da teatrino dei pupi, una donzella che si agita e grida contro bellicosi e violenti spadaccini. L’opposizione di Goliarda al mondo era innata, genuina, vissuta con una specie di malinconia assolata, una gioia che è arte ma anche sole che abbronza, assorbito dalle pelle in modo spontaneo, una forza vitale che porta verso un luogo altro. Quasi senza rabbia, perché il gesto e il moto sono tanto naturali da non richiedere neppure di essere espressi con atteggiamenti esteriori.

Il documentario ripercorre le tappe e i luoghi della vita della scrittrice etnea, dagli inizi della sua carriera di attrice teatrale a quella cinematografica. Parla anche del passaggio dalla speranza di gloria alla miseria e al periodo trascorso in carcere per furto. Ad alcuni dei luoghi cardine della sua ispirazione di artista e di persona ho già fatto cenno: l’antico Laboratorio Puparo Insanguine e il cinema Mirone; ad essi si aggiunge Ognina, la baia dove andava a nuotare e infine la spiaggia della Plaia, dove a volte raccoglieva le reti con i pescatori. A volte piene, queste ultime, a differenza di quella simbolica della sua vita, segnata dalla ricerca di un successo e di un’affermazione mai raggiunti sia nel campo teatrale che in quello letterario.

Oltre la Sicilia, nel percorso esistenziale di Goliarda Sapienza c’è Roma. Vi arriva sedicenne insieme alla famiglia e vi trascorre mezzo secolo. Spinta dal padre che ne intuiva il talento artistico, si iscrive all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica. Per un periodo intraprende anche la carriera teatrale, conservando anche in questo ambito il legame con le radici grazie alla predilezione per i lavori pirandelliani. Lavorò sporadicamente anche nel cinema, dapprima con Alessandro Blasetti per poi limitarsi a piccole apparizioni, come in Senso di Luchino Visconti.

Nel mondo del cinema trova anche uno dei suoi più intensi legami sentimentali, quello con il regista Citto Maselli durato 18 anni. Negli ultimi anni della sua vita insegna recitazione presso il Centro Sperimentale di Cinematografia.

Dopo aver abbandonato la carriera di attrice sin dai primi anni ’60, iniziò a dedicarsi alla scrittura. Il suo primo romanzo, Lettera aperta, del 1967,, racconta l’infanzia catanese, seguito da Il filo di mezzogiorno (1969) resoconto della terapia psicanalitica con il medico messinese Ignazio Majore.

Nel 1980 finì in carcere, per un furto di oggetti in casa di amiche. Sempre in carcere continuò l’opera di scrittrice pubblicando però molto poco, fatta eccezione per alcune sue opere come L’università di Rebibbia e Le certezze del dubbio, pubblicato grazie all’incontro con il conterraneo poeta ed editore Beppe Costa, che si batté a lungo per lei. Costa tentò senza successo di farle assegnare il vitalizio della Legge Bacchelli, né riuscì a ottenere la ristampa delle sue opere. Sapienza riuscì comunque a pubblicare, con la sua casa editrice Pellicanolibri, Le certezze del dubbio, 1987, premiata successivamente in occasione del Premio Casalotti 1994.

I numerosi rifiuti editoriali non ne abbatterono la determinazione, portata avanti tra entusiasmi e forme gravi di depressione che la indussero per ben due volte al tentativo di suicidio. Alcuni versi di una sua poesia testimoniano la tenacia del passo pur nella consapevolezza degli ostacoli: “Vorrei al ritmo del verso/ abbandonarmi/ ma il tempo stringe/ e devo correre ancora.”

Per un’analisi critica di questi versi tratti dalla raccolta Ancestrale, così come per una lettura approfondita di vari spunti che in questi appunti di viaggio sono stati appena accennati, si consigliano saggi e articoli presenti in alcuni libri e anche in rete. Di particolare rilievo e interesse, per il lungo e pregevole lavoro dedicato alla figura e all’opera di Goliarda Sapienza, gli articoli di Fabio Michieli, tra cui https://poetarumsilva.com/2013/11/07/ancestrale-di-goliarda-sapienza-appunti-di-lettura-con-una-nota-impropriamente-filologica/ e di Alessandra Trevisan, tra i più qualificati studiosi dell’autrice. Si vedano ad esempio, riguardo alla Trevisan, i seguenti link: http://www.veneziatoday.it/eventi/goliarda-sapeinza-loggia-noale-12-aprile-2016.html e https://poetarumsilva.com/2016/02/18/voce-di-donna-voce-di-goliarda-sapienza-a-bologna-in-lettere/ (quest’ultimo riferimento riguarda uno spettacolo teatrale dedicato alla scrittrice siciliana e realizzato assieme ad Anna Toscano e Fabio Michieli). Per una panoramica dell’ampia e costante attenzione riservata da Poetarum Silva a Goliarda Sapienza è utile anche la lettura di questo recente articolo: https://poetarumsilva.com/2016/05/23/goliarda-sapienza-o-dellessere-outsider-2/ .

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Vorrei al ritmo del verso/ abbandonarmi/ ma il tempo stringe/ e devo correre ancora”, dicevamo, citando i versi emblematici di Ancestrale. Nell’ambito di questi contrasti, nella tenacia che parte da una sola certezza, quella del dubbio, riesce a portare a termine la sua opera più emblematica L’arte della gioia. Un titolo che rivela segni e significati: la gioia come arte, quindi come ricerca, tensione, aspirazione alla bellezza. Un luogo da conquistare più che un suolo di cui si possa vantare il possesso. In questo suo libro l’autrice trasfuse il suo senso di libertà e di rivolta contro qualsiasi convenzione . “Non sapevo che il buio non è nero. Che il giorno non è Bianco. Che la luce acceca. E il fermarsi è correre. Ancora di più”, dichiara, in alcuni suoi versi, adatti anche a parlare del suo libro, oltre che del suo modo di vedere e di pensare.

Il romanzo narra la storia di Modesta ciò che incontra sulla sua strada ma anche il coraggio di uscire dai sentieri già segnati per andare incontro a ciò che davvero sente e di cui ha bisogno, l’essenzialità ruvida e sublime di un’esistenza vissuta con sincera passione, nel bene e nel male.

Modesta è un personaggio che vive senza fuggire. Guarda in faccia le sfide, cercando continuamente un equilibrio tra corpo e pensiero e dimostrando in definitiva la propria individuale conquista di tale obiettivo.

Modesta è un paradossale quanto sincero alter ego (un nome quasi ossimorico, antitetico in un certo senso rispetto ai suoi nomi anagrafici, Goliarda e Sapienza). Identica a quella dell’autrice è però la volontà del personaggio di condurre le sue battaglie in modo coraggioso, al di là dei dogmi, senza Dio né padroni.

Dopo aver lottato per anni per veder pubblicato il suo romanzo, Goliarda Sapienza si rese conto che non ci sarebbe riuscita, se non molto tardi, quando ormai il suo percorso esistenziale era concluso. Ma trasforma questa apparente sconfitta in un preso di coscienza amara ma non vinta, una poetica della solitudine e del mistero del senso delle cose: “Ogni individuo ha il diritto al segreto e alla morte. È per questo che ho scritto, per chiedere a voi di ridarmi questo diritto […]. Vi chiedo solo questo: non cercate di spiegarvi la mia morte, non la sezionate, non la catalogate per vostra tranquillità, per paura della vostra morte, ma al massimo pensate – non lo dite forte, la parola tradisce – non lo dite forte ma pensate dentro di voi: è morta perché ha vissuto».

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Einaudi si sta occupando, ora, della pubblicazione degli scritti inediti lasciati dall’autrice, nello specifico il romanzo Io, Jean Gabin (2010) e una selezione di pensieri tratti dai diari raccolti nel volume Il vizio di parlare a me stessa (2011), e in La mia parte di gioia (2013).

Ciò che l’autrice ci lascia, utile e attuale, oggi più che mai, è la capacità e il bisogno , il coraggio e la volontà di restare lontana dagli stereotipi comodi e suadenti. L’arte della gioia ha detto qualcuno è un libro che “insegna a desiderare”. La gioia viene vista come un diritto, e tutto ciò è intrinsecamente rivoluzionario. Una delle pochissime utopie ancora vive, oggi più che mai. Tanto improbabile quanto vitale, nel senso stretto del termine. Un diritto quest’ultimo che troppo spesso si tende a negare o a limitare, per convenzioni religiose o ideologiche, o per vigliaccheria, ma che riemerge prepotentemente come una delle leve più importanti dell’agire umano.

È questo diritto-dovere che questa autrice atipica evoca, certa solo del dubbio, e, nonostante questo, o forse in virtù di questo, tanto più consapevole di ciò che dà forma e misura alle maglie larghe e a quelle strette della rete spietata e fascinosa che è il destino. Goliarda Sapienza ha compreso ciò che ha percepito. Ha pagato lo scotto di questa ispirazione inebriante, questa ondata di sensazioni che ti travolge mentre ti porta oltre i confini, al di là delle Colonne d’Ercole del già detto e del già stabilito, delle regole e dei paletti posti tra i diversi territori esistenziali degli individui. Tutto ciò che durante la sua vita le ha causato problemi, isolamento e frustrazione, la ha anche resa forte nella sua incoercibile autenticità. Ciò che in vita l’ha fatta additare come diversa, ora contribuisce a nutrire la curiosità dei lettori nei suoi confronti, la sete di abbeverarsi alla fonte della sua strana gioia e della sua arte alchemica e misteriosa. Perché probabilmente ogni lettore ha l’orrore di guardare negli occhi la gioia che acceca e rende folli, ma, osservandola nello specchio di chi ha osato cercarla al posto suo, vi trova il suo stesso sguardo e il viaggio nel mare tempestoso e mitico che ciascuno, in cuor suo, sogna di intraprendere.

Letture allo specchio (2): Maria Zimotti

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Due volti di donna Dama ermellino

In questo romanzo agile e corposo l’autore ci porta nel passato alternativo di un Leonardo da Vinci in crisi di identità. Nel 1498 Leonardo da Vinci è una star acclamata. Nel corso di un viaggio tempestoso, descritto con tratti che evocano fin dall’incipit l’angoscia esistenziale che lo accompagnerà per tutto il testo, incontra un suo sosia.

Il gioco del doppio è presto fatto. Grazie a questo stratagemma Leonardo entrerà in profondità dentro se stesso utilizzando il sosia come camera di compensazione delle sue confessioni più recondite coltivando l’illusione di poter essere finalmente libero dall’immagine di sé che il mondo conosce.

Come in uno specchio, i ruoli si confonderanno alimentando i dubbi, piuttosto che risolverli.

Il lettore si trova di fronte ad un testo colto ma scorrevole che può tendere all’universalità dello stile e del contenuto per l’utilizzo di un linguaggio moderno ma non anacronistico rispetto alle vicende narrate.

Tra i diversi aspetti da sottolineare rispetto ai molteplici spunti di riflessione offerti al lettore, una in particolare secondo me vale la pena evidenziare.

In un passaggio fondamentale del testo nel quale Leonardo da Vinci fa partecipe il suo sosia, Manrico, della sua impasse rispetto al perfezionamento di uno dei dipinti che diverrà poi il simbolo stesso della sua opera, ovvero La Gioconda, è descritto mirabilmente il processo della creazione artistica dal quale si evince come ciò che fa di un’opera d’arte un capolavoro, un “quadro che parla”, è l’espressione della sua carnalità che sovrasta i secoli intatta.

Perché leggere questo libro?

Viviamo in un’epoca di surplus di produzione di testi nella sola scelta dei quali le sinapsi vanno in tilt. Anche all’interno della pubblicazione di narrativa, a livello autoriale, molto probabilmente non solo per volontà degli autori, la letteratura è diventata autoreferenziale, persa più in discussioni sterili dell’ambiente letterario che nella vera connessione con il desiderio di dire, di dire parole nuove.

In questo testo, come anche in altri di Ivano Mugnaini, ci sono parole nuove perché antiche, perché di sempre, e vi è una stretta connessione con la poesia (non a caso un’altra pietra miliare del libro è una definizione della poesia che si può tranquillamente mettere tra i preferiti delle citazioni in tema) che inserisce, come del resto detto da altri, il brivido della poesia nella narrativa, che è una caratteristica della prosa di Mugnaini.

Scegliere testi come questo è addentrarsi nelle “vie traverse” della letteratura, la letteratura “che conta”, fatta di uomini e donne la cui scrittura è libera di esercitare la vera tensione emotiva, cercando di realizzare l’alchimia tra il contenuto e la forma offrendo al lettore prima di qualsiasi altra cosa uno stile che non è maniera ma genuina espressione e sperimentazione, aldilà delle mode.