Archivi del mese: novembre 2015

LA VARIABILE IMPAZZITA

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Un vecchio racconto, un ricordo sempre nuovo

LA  VARIABILE  IMPAZZITA

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La vita sarebbe più sopportabile se ci fosse uniformità nella sofferenza. Ma esiste la variabile impazzita di una potenziale felicità.

Non so neppure chi l’abbia detta questa frase, non so nemmeno se la ricordo con esattezza. A volte dubito persino di averne compreso il senso, ammesso che ne abbia uno. Eppure, nonostante ciò, quelle sillabe squinternate mi ruotano nel cervello come schiere di vecchi ubriachi che ballonzolano gli uni attorno agli altri. Bocche e occhi squarciati da un riso più agro del pianto.

Ma tacciono, adesso. Non li sento e non li vedo. Vedo la pelle delle sue gambe. Immobili, distese l’una a fianco all’altra, accoppiate in un abbraccio casto e sensualissimo. Una preghiera di carne rivolta ad occhi frementi di squame.

Dorme. Da quando siamo partiti si lascia cullare serena dal rollio dell’acqua. Il sole gelido del porto di Liverpool ce lo siamo lasciati alle spalle. Dall’oblò della cabina ora penetrano raggi più caldi. Puntiamo verso sud, verso la Francia, la douce France. È il nostro primo viaggio insieme. Quando era vivo suo marito partivano ogni estate per crociere transoceaniche. E io attendevo per settimane il suo ritorno lustrando ogni angolo della sua camera, lo specchio, i cassetti, il divano, il letto… Lord Windinghall è morto tre anni fa. Da allora lei ha smesso di sorridere. Parla con se stessa, risale all’indietro il fiume della memoria, oppure corre in avanti, sull’erba morbida di prati inesistenti. Parla di cose che non sono, non hanno forma né misura, se non nella sua mente e sulle sue splendide labbra.

I parenti l’hanno abbandonata uno dopo l’altro. Non così i creditori. In breve tempo le hanno sottratto ogni suo bene, le fattorie, i terreni, le scuderie… Le hanno lasciato solo la casa. Forse per rispetto dell’antica nobiltà del casato, o forse perché i vecchi solai, le mura e i tetti necessitano di restauri che costerebbero svariati milioni. Io sono rimasto con lei. Dello stipendio posso fare a meno. Faccio il maggiordomo da quando avevo ventisette anni e ho accumulato soldi a sufficienza per acquistare e impacchettare con coccarde dorate le pazzie senili che scelgo io, o che scelgono me. Se la dimora di Chesterhill mi crollerà addosso sbriciolandosi pezzo su pezzo, beh, sarà il lenzuolo sotto il quale mi sdraierò placido. Con lei al mio fianco.

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Parliamo di rado da quando siamo rimasti soli nella casa. Io continuo a fare il maggiordomo, spolvero, riordino, apparecchio la tavola. La guardo più spesso rispetto al passato, questo sì. Guardo le sue spalle soffici e la sua faccia serena. La ascolto fantasticare per ore, libera dalle barriere del tempo e della ragione. La ascolto e la proteggo, sfiorandole la nuca e le guance, quando i suoi sogni si trasformano in incubi.

Due settimane fa, mentre la rincuoravo dopo una crisi di pianto, mi ha guardato negli occhi, si è stretta a me, e mi ha urlato che voleva fuggire dalla casa, almeno per un po’. Fuggire via, lontano.

  È stupenda quando guarda il mare, quando si lascia sfiorare la faccia da un sole giovane e ignoto. Ci sono io vicino a lei. Niente e nessuno le farà del male in questo nostro viaggio.

Ho pensato a lei per anni, sin dal giorno in cui Lord Windinghall la sposò e la presentò al personale di servizio schierato in fila nel giardino della villa. L’ho amata subito. Ho amato il suo sorriso fragile, la sua repulsione per i riti della mondanità, il suo raccogliersi con lo sguardo tra le dita di un bambino o tra i petali di un fiore fino a smarrirsi e rinascere.

Non ho mai amato nessun’altra. Il sogno di lei avrebbe reso ipocrita il mio rapporto con le altre donne. Ho vissuto per anni in compagnia del desiderio di lei. Ogni giorno e ogni notte. L’ho stretto tra le braccia e protetto dalle pieghe e dalla polvere del tempo. I camerieri e le sguattere non hanno compreso niente di tutto ciò. Non potevano comprendere. Risolini soffocati e fulminei gesti sarcastici hanno accompagnato inesorabili i miei passi, il mio apparire e scomparire dalle stanze e dai corridoi della villa.

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Si sta addormentando di nuovo. Il moto placido delle onde tracima dentro le sue palpebre fino a chiuderle. Cerca la posizione ideale come un bambino che si rannicchia nella culla. Il letto della cabina cigola leggermente. Ma è un suono tenero adesso. Tenero e breve. Non come il graffio insistito che ho ascoltato per intere nottate mentre faceva l’amore con suo marito nel letto d’ottone della loro camera. Un gracchiare metallico che proseguiva identico a se stesso per poi accelerare e spegnersi in un grido sommesso. La gola spalancata di una vittima soffocata da un cuscino. Ma al mattino la gola di lei non era solcata da piaghe e cicatrici. Era liscia e salda, percorsa soltanto dalle vibrazioni del suo canto, dalle note appagate della sua felicità. Notte dopo notte io scivolavo furtivo fino al salotto per strappare al buio i riflessi vermigli di una bottiglia di brandy e la speranza di udire un suono diverso, una parola di odio, di disprezzo. Sillabe agre di distacco che per me avrebbero spalancato nuove porte. Ma così non è stato. Ha amato suo marito fino all’ultimo istante. Solo dopo la sua morte si è lasciata corteggiare dagli altri suoi tenaci spasimanti: il sogno, l’irreale, il delirio quieto che sguscia via alla morsa del vero e del logico. Vaga con la mente, ora, su sentieri impalpabili noti solo a lei.

“Alzheimer!” – esclamò platealmente il medico da cui la condussi, diversi mesi fa. Il suo grido è ancora conficcato nelle mie orecchie. “Sfasamento mentale, distorsione dei dati concreti del mondo esteriore in favore di immagini e eventi puramente illusori, immaginari. Sì sì, nessun dubbio, è proprio Alzheimer” – concluse lo specialista, aspirando la acca in modo tale da farmi capire che lui, oltre ad essere un luminare della sua disciplina, aveva anche un’ottima confidenza con la lingua tedesca. Non mostrai ammirazione per le sue doti né sorpresa per la diagnosi. Mi aspettavo tale responso.

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Il battere sobrio di una mano sulla porta della cabina mi strappa ai miei pensieri. Faccio cenno al giovane cameriere di non fare rumore. Posa il vassoio con la colazione sul tavolo, raccoglie la mancia e si allontana in punta di piedi. Rigiro lo zucchero nella tazzina con estrema lentezza, ma il ticchettio del cucchiaino dischiude di nuovo gli occhi di lei. Mi guarda e sorride, è di splendido umore. Parla e ride euforica come non faceva da tempo. Mi dice che quando saremo a Parigi vuole visitare tutta la città, ogni palazzo, ogni museo, e, in particolare, le chiese e i santuari. È molto religiosa, lei. Io sorrido e annuisco. Camminare al suo fianco sarà la mia festa solenne, il mio inno alla vita.

“Pensi che guarirò, Philip?” – sussurra all’improvviso alzando lo sguardo dalla tazzina di caffè che stava bevendo a piccolissimi sorsi.

“Certo signora, starà magnificamente. L’aria di mare le fa benissimo. Se mi permette di dirglielo… lei è bellissima stamattina”.

Rimane immobile per infiniti istanti. Mi scruta in silenzio. Gli occhi le si spalancano a poco a poco di luce e dalle labbra escono le note di una canzone. Canta a pieni polmoni, con voce da soprano, come faceva da giovane. Intona l’aria di un’opera italiana, la sua preferita. Non riesco a comprendere le parole, ma il suono penetra fulmineo in ogni vena, in ogni stilla di sangue. Raggiunge tutti gli angoli del corpo, ma si sofferma e si condensa soprattutto nei testicoli. Pulsa e freme lì, all’interno, violento e fluido, incontrastabile. Eccitazione e imbarazzo si fondono in un crogiolo di sudore. Lei si accorge di tutto ma non smette di cantare. Mi sfiora la fronte e la bocca con le dita. Le labbra si serrano in un bacio che dà al via al canto prolungato dei nostri corpi nudi, stretti nei liberi accordi custoditi per anni nei recessi più intimi della mente.

Lei è lucida. Dice parole solide e sensate, ricorda alla perfezione ogni istante passato e riconosce il senso esatto di ogni attimo che trascorre lieve, qui ed ora, su questo letto candido, su questo cuscino madido di sudore.

Lo psichiatra poliglotta è un incompetente. Incompetente, megalomane e anche ladro. Sì, oltretutto è anche un ladro. Andiamo al suo studio ogni giovedì, io e lei, da almeno tre anni. E lui, inesorabile, si becca sessanta sterline a visita. E le domande le fa solamente a me, per giunta. A lei non chiede mai nulla. Sta lì lei, mi accarezza, mi dice di stare tranquillo, tutto qua. Oppure resta addirittura fuori. Sì, il più delle volte lei resta fuori, in anticamera.

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LA TENACIA DELLO SGUARDO: il realismo visionario di Anna Maria Ortese

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In questo giorno in cui le immagini della violenza riempiono gli occhi e la mente, ho deciso di pubblicare l’articolo dedicato ad Anna Maria Ortese anche in lingua inglese, un medium in grado di mettere in contatto e favorire il dialogo con la stragrande maggioranza delle persone, quelle che ripudiano la violenza e credono nella possibilità della convivenza civile. Il gesto è inutile, vano, per niente in grado di modificare le cose. Ma in fondo tutta l’arte è inutile. È utopia, ricerca di un mondo altro. Ma senza quella vitale inutilità, senza quella ricerca di un luogo che non c’è, o che bisogna trovare, la sconfitta dell’umanità e della bellezza sarebbe ancora più grave, sarebbe definitiva. Ben venga quindi ogni gesto “inutile” che ci conferma che siamo ancora vivi e ancora tenacemente umani.
On this day in which the images of violence fill the eyes and the mind,  I decided to publish the article on Anna Maria Ortese also in English , a medium that can bring together and foster dialogue with the great majority of the people, those who refuse violence and still believe in the possibility of civil cohabitation. The gesture is useless, vain,unable to change things . But basically all art is useless. It is utopia, looking for another world. But without this vital futility, without the search for a place that does not exist, or that we still have to find, the defeat of humanity and beauty would be even more serious, it would be definitive. I welcome, therefore, every “useless”gesture which confirms that we are still alive and still tenaciously human.

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VIAGGIO NEL REALISMO VISIONARIO DI ANNA MARIA ORTESE:
la tenacia dello sguardo e la pena della “inesistenza”

 

Sono sempre stata sola, come un gatto”, scrive di se stessa Anna Maria Ortese. Una frase breve, apparentemente dimessa, quasi un lamento senza pretese, neppure di consolazione. In realtà in questo frammento, in questa scheggia sottile di vetro, è racchiuso un cielo ampio che sovrasta e opprime, un chiarore che impone la visione dei contorni. La solitudine è comune a moltissimi esseri umani. Ma per alcuni che, a dispetto della loro stessa volontà, hanno avuto il dono e la pena di percepire con più forza le luci accecanti e l’alone grigio dell’esistenza, è un fardello di un peso maggiore, quasi insostenibile. È inevitabile anche pensare alla costante presenza quasi fisica, tangibile, di questa solitudine, nei numerosi viaggi che la Ortese ha dovuto affrontare, cambiando città, case, persone attorno a lei, ma restando sempre e nonostante tutto sola. Anche nei suoi contatti con l’ambiente letterario da cui è stata osteggiata ma anche apprezzata e omaggiata, quasi controvoglia ma in modo chiaro, nell’occasione in cui ha vinto il Premio Strega ad esempio, ma anche in diverse altre circostanze, viene fatto di immaginare il suo disagio, l’estraneità di fondo, la volontà di tornare nella sua casa, accanto alla sorella malata, a coltivare un isolamento che era cura e malattia esso stesso.

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Eppure, nel frammento di vetro da cui ha preso spunto questo breve tentativo di disanima, c’è anche un riflesso più vivido e un angolo più acuminato. Del tutto involontario, con ogni probabilità, per chi lo ha espresso, ma percepibile, magari con una vitale e volontaria forzatura da parte di chi lo recepisce: sola come un gatto, annotava la scrittrice. Per prima cosa viene fuori un approccio obliquo e personalissimo che ha sempre contraddistinto anche la prosa della Ortese. In genere si dice, e si pensa, “sola come un cane”. Un gatto di solito o è domestico, e quindi non è solo, oppure è solo quando vuole lui, perché lo sceglie, o perché ne ha necessità. Deve essere solo, per difendersi dall’uomo, o da altri animali, o perché quando è solo può dormire, pensare e guardare, osservare la frenesia del vivere, possibilmente senza essere visto. Ecco, l’impressione è che la Ortese, nel suo lungo e intricato viaggio di essere umano e di scrittrice, abbia osservato il mondo con una curiosità vorace, in grado di divorare lei stessa per prima, la sua stessa mente e le sue energie. Ma guardare e annotare, con la sincerità propria di chi è fuori da tutti i branchi e da tutte le congreghe, le era necessario, era il lusso che si concedeva, pronta a pagarlo con l’esclusione e la reclusione, in senso stretto, nelle quattro mura in cui coltivava i silenzi e le parole, i suoi scritti, i fogli con cui lottava ogni giorno per provare a far convivere la fantasia con la realtà.

Anna Maria Ortese nasce a Roma nel 1914, da una famiglia modesta. Durante la prima guerra mondiale vive prima in Puglia poi a Portici e infine a Potenza. Alla fine della guerra il padre si costruisce una casa in Libia. Poco tempo dopo però ritorna in Italia e precisamente a Napoli. Quello con Napoli è il rapporto fondamentale dell’esistenza della Ortese. Più che di un luogo possiamo parlare di una relazione, una storia appassionata e tormentata durata una vita intera.

Ho abitato a lungo in una città veramente eccezionale. Qui, […] tutte le cose, il bene e il male, la salute e lo spasimo, la felicità più cantante e il dolore più lacerato, […] tutte queste voci erano così saldamente strette, confuse, amalgamate tra loro, che il forestiero che giungeva in questa città ne aveva […] una impressione stranissima, come di una orchestra i cui istrumenti, composti di anime umane, non obbedissero più alla bacchetta intelligente del Maestro, ma si esprimessero ciascuno per proprio conto suscitando effetti di meravigliosa confusione” (L’Infanta sepolta, Adelphi, Milano 1994, p. 17).

Questo è uno dei ritratti che la scrittrice delinea con meticolosa passione del volto, di uno dei volti possibili, della sua amata. Ma la città in cui la libertà espressiva della gente è assoluta e autentica è troppo vivida e lacerante, forse, persino per lei. Per chi, come la Ortese, anela un ponte che possa mettere in contatto le sponde del vero e del sognato, la realtà coloratissima, vibrante ma anche cruda di una città inafferrabile come Napoli è spiazzante, è un’attrazione tanto intensa da risultare dolorosa. Un luogo in cui si ritrova, si riconosce, ma inesorabilmente si smarrisce. Forse non è un caso che uno dei libri più noti che la Ortese dedica alla città partenopea sia contraddistinto già nel titolo da una negazione: Il mare non bagna Napoli. Quasi a sottolineare, montalianamente, che tutto ciò che possiamo sapere, oltre che avere, di questo vasto insieme di vicoli e vite, è ciò che non sappiamo e che ciò che non possediamo. Oppure, in modo più semplice e più intricato allo stesso tempo, potremmo ipotizzare che il paradosso logico e geografico alla base del titolo sia una presa di posizione, una trincea difensiva: negare il dato di fatto per sottrarsi alla morsa contrapposta di troppa verità e di troppo mistero, “tutte le cose, il bene e il male, la salute e lo spasimo, la felicità più cantante e il dolore più lacerato” generano una confusione che è sì meravigliosa ma anche difficile da conciliare con quell’amore per la solitudine, con la sua altrettanto meravigliosa e ugualmente assoluta necessità.

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Il porto di Toledo, quindi, il romanzo a cui la Ortese si è dedicata una vita intera, come un’immensa tela di Penelope, è la risposta, o meglio il modo per prolungare in eterno una domanda, un persistere di idee e sensazioni contrapposte: l’attrazione irresistibile e la necessità di fuggire verso un altrove che è soprattutto interno, interiore, quindi ulteriore paradosso, il ritorno ad un punto di partenza che non si può accettare come stabile. Questa è la condanna dell’autrice, una fuga costante, una diaspora della mente e del cuore per tornare a ciò che le corrisponde ma da cui deve costantemente fuggire.

Nel gennaio del 1933 muore alla Martinica il fratello Emanuele, marinaio. Lo smarrimento la porta a scrivere poesie. Pubblicate dopo alcuni mesi dalla rivista La Fiera Letteraria le valgono il primo incoraggiamento a scrivere. Nel 1943 termina il suo primo racconto, “Pellerossa”. Il tema è coerente con il suo approccio, lo sguardo e il punto di osservazione che le sono propri. Lei stessa sostiene che in questo racconto «è adombrato un tema fondamentale della [sua] vita: lo sgomento delle grandi masse umane, della civiltà senza più spazi e innocenza, dei grandi recinti dove saranno condotti gli uomini comuni».
Nel 1937 pubblica i racconti Angelici dolori, anche in questo caso traspare la volontà di mediare tra corporeo e immateriale, proiettando l’umano in una dimensione ulteriore che tuttavia è anch’essa afflizione, inesorabile eterno ritorno.

In seguito la sua ispirazione artistica sembra affievolirsi. Si sposta in varie città dell’Italia settentrionale, Firenze e Trieste, nel 1939 è a Venezia, dove trova un impiego come correttrice di bozze al Gazzettino.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale ritorna a Napoli, e collabora alla rivista Sud, dove, tra gli altri, conosce Luigi Compagnone e Raffaele La Capria.

Nel 1953 pubblica II mare non bagna Napoli, a cui ho fatto cenno sopra, uno dei romanzi chiave, dal punto di vista letterario e umano. L’ultimo racconto del libro, “II silenzio della ragione”, dedicato agli scrittori napoletani, suscita in città violente opposizioni. Sembra un messaggio indirizzato ad un amore tormentato, una lettera volutamente cosparsa di veleno. Per generare lo strappo, la scissione da un sentimento di appartenenza troppo stretto, tanto grande da risultare annichilente. A partire da quel momento, da quello scritto estremo, la Ortese avrà difficoltà a tornare a Napoli. A tornarci di persona, in carne ed ossa, perché in realtà il legame resta vivissimo, come si è detto. Oltre a II porto di Toledo del 1975, anche II Cardillo addolorato scritto molti anni dopo, nel 1993, testimonia e conferma un pensiero mai spento, una compenetrazione profonda.

In uno dei suoi trasferimenti a Milano scrive i racconti Silenzio a Milano, titolo anch’esso emblematico, quasi a voler contrapporre due mondi che costituiscono due sue dimensioni, esistenziali ed espressive, l’esuberanza espressiva del sud e la necessità dei colori e dei toni più tenui, quasi offuscati. La scrittrice nei primi anni ha un rapporto speciale con il capoluogo lombardo, inoltre qui, negli anni ’50, nasce il suo amore con il caporedattore dell’Unità, Marcello Venturi. Anche Milano con il tempo si tramuta in un luogo d’esilio. Come se anche con le città, così come con i suoi simili, la scrittrice provasse un’attrazione che a un certo tempo si trasforma, cambia di segno, forse per eccesso di affetto o per una consapevolezza che subentra, per un mistero che, una volta penetrato, la appaga o la spaventa. La scrittrice lascerà Milano, definitivamente, durante gli anni della contestazione, nel 1969, dopo avere cominciato qui la prima stesura de Il Porto di Toledo, per rifugiarsi a Roma. Di fronte agli accadimenti della storia, alle rivolte e ai conflitti, la Ortese fugge, ancora una volta, prima in una metropoli, poi in un ambiente più raccolto, consono alla necessità dell’isolamento, Rapallo. Qui vivrà a lungo con la sola compagnia della sorella, Maria, pittrice afflitta da disabilità, quasi un alter ego, uno specchio in cui si osserva e si riconosce.

È facile immaginare che nella quiete appartata di Rapallo, circondata dai gesti alacri e dal dialetto rapido dei liguri, alla Ortese capitasse, per contrasto, di ripensare alle lentezze ataviche del Sud, a quel mondo così diverso da quello delle nebbie ovattate. La Ortese percepiva nel Mezzogiorno la più evidente conseguenza del vuoto interiore sofferto dal suo popolo. Annota, tra l’altro, che a Vieste, in Puglia, «sembrava che [gli abitanti] avessero perduta la facoltà di pensare, da centinaia di anni, che non aspettassero più nessuno e niente». Questa dichiarazione, anzi, questa prova assoluta, espressa dal corpo oltre che dalla mente, della disperazione, intesa nell’accezione esatta e inesorabile di “mancanza di speranza”, con ogni probabilità ha sempre inorridito la scrittrice. Forse perché, anche in questo caso, vi riconosceva molto di suo. La sua risposta personale è stata la scrittura: dare una forma, e una voce, a quella mancanza di punti di appoggio, a quella dimensione amata eppure estranea, ferocemente aliena, incomprensibile perché sommersa dalla verità del mondo.

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In Città involontaria scrive: «tutto era fermo, come se la vita si fosse pietrificata» e in un altro racconto osserva: «per quanto guardassimo intorno, non esisteva che pietra». In un’intervista rilasciata molto più tardi, nel 1994, quasi un resoconto o un compendio, dichiara:

Questo nulla, o tutto, dell’universo, questa estraneità terribile dell’universo che nella tradizione occidentale non è niente, o quasi, mentre per me è tutto. […] Noi crediamo continuamente di essere seduti su qualche cosa: ma non siamo seduti su niente. […] Sentire questo indicibile forse mi rendeva cattiva anche nel Mare non bagna Napoli; forse perché venivo dal tempo della guerra, in cui avevo viaggiato per tutta Italia: in mezzo al fuoco, al ferro, al terrore. E quando sono tornata sentivo l’inconsistenza della vita umana, e vedere questa inconsistenza, tutto questo dolore meridionale, la gente ridotta a nulla, e l’euforia delle persone altolocate che si divertivano, era follia”.

La “lacera condizione universale” del Meridione non è solo un puntuale reportage, una testimonianza. È anche e soprattutto un paradigma dello spaesamento interiore, di quello smarrimento totale, inteso anche come perdita dei riferimenti essenziali. Come sosteneva Pasolini, l’autenticità perduta era l’unica ricchezza di un mondo snaturato e smarrito. L’Italia contadina e paleoindustriale ha lasciato la propria unica speranza nel momento in cui si è disfatta delle proprie radici ed è crollata in un baratro da cui è impossibile risalire.

Si tratta di uno spazio immobile, oscuro e silenzioso, all’interno del quale non sopravvive nessuna possibilità di emozione, tranne una forma di paura tanto tenace da impedire «di pronunciare nel suo vero significato la parola uomo». Da un lato, dunque, la Ortese avverte le emozioni, i suoni e le luci della realtà; dall’altro, arriva al «senso di freddo e nulla».

L’analisi è lucida, aspra, non per una forma di compiacimento o di paternalismo infarcito di un senso latente di superiorità. C’è un desiderio autentico di comprendere, di individuare le radici del male. Ci sono parallelismi, per certi aspetti, anche nel brano tratto da Il mare non bagna Napoli qui di seguito riportato, con Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. In particolare nel riferimento al “sonno”, all’apatia atavica. Il Sud è scrutato con occhio lucido ma sincero. Con una compenetrazione autentica, non con l’occhio di un colonizzatore o di un entomologo che descrive un insetto strano e malato: «Esiste nelle più estreme e lucenti terre del Sud, un ministero nascosto per la difesa della natura dalla ragione; un genio materno, d’illimitata potenza, alla cui cura gelosa e perpetua è affidato il sonno in cui dormono quelle popolazioni. Se solo un attimo quella difesa si allentasse, se le voci dolce e fredde della ragione umana potessero penetrare quella natura, essa ne rimarrebbe fulminata. A questa incompatibilità di due forze ugualmente grandi e non affatto conciliabili, come pensano gli ottimisti, a questa spaventosa quanto segreta difesa di un territorio – la vaga natura con i suoi canti, i suoi dolori, la sua sorda innocenza – e non a un accanirsi della storia, che qui è più che altro ‘regolata’, sono dovute le condizioni di questa terra, e la fine miseranda che vi fa, ogni volta che organizza una spedizione o invia i suoi guastatori più arditi, la ragione dell’uomo. Qui il pensiero non può essere che servo della natura, suo contemplatore in qualsiasi libro o nell’arte. Se appena accenna un qualche sviluppo critico, o manifesta qualche tendenza a correggere la celeste conformazione di queste terre, a vedere nel mare soltanto acqua, nei vulcani altri composti chimici, nell’uomo delle viscere, è ucciso.

Buona parte di questa natura, di questo genio materno e conservatore, occupa la stessa specie dell’uomo, e la tiene oppressa nel sonno; e giorno e notte veglia il suo sonno, attenta che esso non si affini; straziata dai lamenti che la chiusa coscienza del figlio leva di quando in quando, ma pronta a soffocare il dormiente se esso mostri di muoversi, e accenni sguardi e parole che non siano precisamente quelle di un sonnambulo. Alla immobilità di queste ragioni sono state attribuite altre cause, ma ciò non ha rapporti col vero. È la natura che regola la vita e organizza i dolori di queste regioni. Il disastro economico non ha altra causa».

Naturale, non solo in virtù di un gioco di parole, è anche l’accostamento con le tematiche leopardiane, quell’oppressione che è imputabile in parte alla natura in parte al destino e alla storia.

Le terra del Sud è «rimasta sospesa ai limiti di una eterna aurora»: proprio là, dove «Cristo non è neppure passato», in quel silenzio che è anche tentativo di dialogo, muto ma tenace, con qualcosa che non si scorge ma si fa sentire, spesso come oppressione, afa, bagliore immenso e accecante, si individua il senso interiore della condizione meridionale.

La complessità della scrittrice avrebbe richiesto un’analisi molto più approfondita. Già da questi brevi appunti è stato possibile tuttavia intravedere qualche scorcio, iniziando un viaggio alla scoperta dell’immaginifico quanto reale mondo di Anna Maria Ortese: un universo dove accanto ai segni tangibili dei luoghi e degli eventi del tempo si percepisce l’attrazione e la necessità di pensare, e pensarsi, in un luogo altro, una collocazione ideale, allo stesso tempo defilata e protetta e immersa nel fluire, quasi un’utopia impropria e spuria, un sogno che non ignora la carne reale delle sofferenze che vorrebbe riscattare se solo potesse sperare davvero di riuscirci.

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L’appellativo di «zingara assorta in sogno» attribuitole da Italo Calvino è emblematico, in quest’ottica. La scrittrice è immersa nel sogno ma non nel sonno. È assorta, quindi astratta, in apparenza estranea. Ma non dorme, una parte di lei resta vigile, presente, e vede, con occhi non solo reali.

Così ho pensato di andare/ verso la Grotta,
in fondo alla quale,/ in un paese di luce,/
dorme, da cento anni, il giovane favoloso.”

(Anna Maria Ortese, Pellegrinaggio alla tomba di Leopardi).

Si deve alla Ortese, tra l’altro, il verso che ha dato origine al titolo del film di Mario Martone dedicato a Leopardi. Tra le sorelle e i fratelli ideali della Ortese, si possono individuare autrici e autori molto diversi l’uno dall’altro ma accomunati da una ribellione che si manifesta nelle forme di una fuga verso luoghi di elezione, isole e fortificazioni difensive, concrete e metaforiche. Le è affine Elsa Morante, ad esempio, che come lei ha creduto nella «inesistenza», in un mondo “fiabesco” ma sempre ancorato al vero, all’umanità in carne ed ossa. Oppure Leopardi «che intese e sofferse tutte le nostre disperazioni», ma soprattutto scrittori stranieri come Thomas Mann ed Ernest Hemingway, da lei definito «un pezzo di mare e di vento, un pezzo di cielo, e una fitta di sole». In un altro dominio artistico, quello delle arti figurative, si può forse individuare quella che si potrebbe definire una raffigurazione iconografica del senso e delle suggestioni profonde della Ortese. Le pagine della Ortese si possono accostare ai quadri metafisici di De Chirico, a quelle ombre che si allungano a dismisura in piazze in apparenza inanimate, algide, apparentemente partorite da un impulso astratto della mente. Eppure, a ben vedere, c’è sempre un modello concreto ed esistente, un’osservazione a monte, attenta, del vero. Un vero che tuttavia non basta, così come non è sufficiente e non è esatta la definizione di surreale. La ricerca, mai interrotta, sempre in fieri, è quella di una realtà altra, sottratta alle miserie del contingente. Per giungere forse in un attimo di privilegio assoluto ad una comprensione più intensa del mistero del dolore e della bellezza. Per cogliere in un oggetto, in un orologio che segna un’ora inesatta o improbabile, il senso dell’umano.

Anna Maria Ortese ha lottato e vissuto una vita intera per strappare alla realtà quel varco di bellezza e di magia che la rendesse vivibile. Senza mai privare la fantasia della carne concreta, seppure dolorosa e addolorata, della verità, ma senza mai rinunciare, pagando sulla propria pelle in prima persona, al diritto alla fuga, ad un esilio temporaneo dal mondo che è esso stesso una forma di presenza, attraverso la scrittura, la testimonianza, la ricerca di quel “paese di luce” che non esiste ma la cui ricerca è essa stessa il senso del cammino, del viaggio.

THE TENACITY OF THE EYE: the visionary realism of Anna Maria Ortese

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In questo giorno in cui le immagini della violenza riempiono gli occhi e la mente, ho deciso di pubblicare l’articolo dedicato ad Anna Maria Ortese anche in lingua inglese, un medium in grado di mettere in contatto e favorire il dialogo con la stragrande maggioranza delle persone, quelle che ripudiano la violenza e credono nella possibilità della convivenza civile. Il gesto è inutile, vano, per niente in grado di modificare le cose. Ma in fondo tutta l’arte è inutile. È utopia, ricerca di un mondo altro. Ma senza quella vitale inutilità, senza quella ricerca di un luogo che non c’è, o che bisogna trovare, la sconfitta dell’umanità e della bellezza sarebbe ancora più grave, sarebbe definitiva. Ben venga quindi ogni gesto “inutile” che ci conferma che siamo ancora vivi e ancora tenacemente umani.
On this day in which the images of violence fill the eyes and the mind,  I decided to publish the article on Anna Maria Ortese also in English , a medium that can bring together and foster dialogue with the great majority of the people, those who refuse violence and still believe in the possibility of civil cohabitation. The gesture is useless, vain,unable to change things . But basically all art is useless. It is utopia, looking for another world. But without this vital futility, without the search for a place that does not exist, or that we still have to find, the defeat of humanity and beauty would be even more serious, it would be definitive. I welcome, therefore, every “useless”gesture which confirms that we are still alive and still tenaciously human.

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THE VISIONARY REALISM OF ANNA MARIA ORTESE :

THE TENACITY OF THE EYE AND THE PAIN OF “NON-EXISTENCE”

“I’ve always been alone, like a cat,” writes of herself Anna Maria Ortese. A short sentence, apparently weak, almost an unpretentious lament, deprived even of consolation. In fact in this fragment, in this thin sliver of glass, is enclosed a large sky that dominates and oppresses, a flare which imposes the vision of the contours. Loneliness is common to many human beings. But for some who, despite their own will, have the gift and the pain to perceive more strongly the bright lights and the gray halo of existence, it is a burden of a greater, almost unbearable weight. It is also inevitable to think of the constant almost physical presence of this solitude, in the many trips that Ortese has faced, changing cities, houses, people around her, but remaining always and despite everything alone. Even thinking about contacts with the literary world which contrasted her but also appreciated and honored her, almost grudgingly but clearly, the occasion on which she won the Premio Strega, for example, but also in many other circumstances, it is easy to imagine her discomfort, her desire to return to her home, next to her sick sister, to cultivate an isolation that was care and disease at the same time.

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Yet, in the fragment of glass from which took inspiration this brief attempt of examination, there is also a reflection of a more vivid and sharper angle. Quite unintentionally, in all likelihood, to Ortese who has expressed it, but perceptible, perhaps with a vital and voluntary force for us. “Alone like a cat”, noted the writer. The first thing to remark is a very personal and oblique approach that has always characterized even the prose of Ortese. Generally we say, “alone like a dog.” Usually a cat is either domestic, and therefore it is not alone, or it is alone just when it wants, because it chooses it, or because of necessity, should it be only the need to defend itself from the humans or from other animals, or because in loneliness it can sleep, think and look, and observe the frenzy of life, possibly without being seen. The impression is that Ortese, in her long and complicated journey of human being and writer, has observed the world with a voracious curiosity, capable of devouring herself first, her own mind and energy. But watching and recording, with the sincerity of someone who is outside of all the herds and all the congregations, was the luxury that she allowed himself, ready to pay for it with exclusion and imprisonment, in the strict sense, in the four walls where she cultivated the silences and the words, her writings, the sheets with which she struggled every day to try to combine fantasy with reality.

Anna Maria Ortese was born in Rome in 1914, from a modest family. During World War I she lives first in Puglia then in Portici and then in Potenza. After the war her father built a house in Libya. Shortly after, however, he returned to Italy and specifically in Naples. Naples is the fundamental relationship of the existence of Ortese. More than a place we can talk about a relationship, a passionate and tormented history lasting a lifetime.

“I have lived a long time in a city truly exceptional. Here, […] all things, good and bad, health and the spasm, the singers of happiness and pain […] all these noises were so tightly narrow, confusing, mixed with each other, that the stranger who came to this city had […] a very strange impression, as an orchestra whose instruments, composed of human souls, no longer obeyed the smart baton of the Maestro, but each of them expressed its own behalf arousing effects of wonderful confusion “(The Buried Infanta, Adelphi, Milan, 1994, p. 17).

This is one of the portraits that the writer outlines with meticulous passion of the face, of one of the possible faces, of her beloved. But the city in which the freedom of expression of people is absolute and authentic is too vivid and piercing, perhaps, even for her. For those who, like the Ortese, long a bridge that can bring together the banks of truth and dream, colorful but also raw reality, an elusive a city like Naples is unsettling, it is an attraction so intense that it becomes painful. A place in which one finds himself, but surely goes astray. Perhaps it is no coincidence that one of the most famous books that Ortese dedicated to the city of Naples is characterized in the title by a denial: The sea doesn’t touch Naples. As if to underline that all we can know, and have, of this vast set of alleys and lives, is what we do not know and what we do not possess. Or, more simply and more complicated at the same time, we could assume that the logical paradox and the geographic base of the title is a position, a defensive trench: to deny the matter of fact in order to escape too much truth and too much mystery, “all things, good and bad, health and the spasm, the singers of happiness and pain” generate a confusion that is wonderful but also difficult to reconcile with that love for solitude, with its equally beautiful and equally clearly necessity.

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The Port of Toledo, then, the novel to which the Ortese has devoted a lifetime, like a huge canvas of Penelope, is the answer, or the best way to prolong forever a question, a persistence of conflicting ideas and feelings : the irresistible attraction and the need to flee to another place that is mostly internal, inner, then another paradox, the return to a starting point that can not be accepted as stable. This is the conviction of the author, a constant escape, a diaspora of mind and heart to return to what corresponds to her but she must constantly escape from.

In January of 1933 her brother Emanuele dies in Martinique. The loss is for her the door to write poetry. Published a few months later in the magazine “The Literary Fair”, her poems gained her the first encouragement to write. In 1943 she finished his first novel, “Redskin”. The theme is consistent with her approach, the look and the point of observation that are suitable to her. She herself says that in this story “is foreshadowed a fundamental theme of [her] life: the shock of large masses of humanity, civilization with no more spaces and innocence, large enclosures where common men will be conducted.”

In 1937 she publishes the short stories Angelic pain. In them again shines the desire to mediate between corporeal and immaterial, projecting the human in a further dimension which however is also sorrow, unrelenting eternal return.

Later her artistic inspiration seems to fade. She moves to various cities of northern Italy, Florence and Trieste. In 1939 she was in Venice, where she finds a job as a proofreader at Gazzettino.

At the outbreak of World War II she returned to Naples, and contributed to the magazine “South”, where, among others, she knows Luigi Compagnone and Raffaele La Capria.

In 1953 she publishes The sea doesn’t touch Naples, which I have mentioned above, one of the key novels, from the literary and human point of view. The last story of the book, “The silence of reason”, dedicated to the Neapolitan writers, arouses violent opposition in the city. It seems a message addressed to a tormented love, a letter deliberately sprinkled with poison. To create a rift, splitting from a feeling of too tight, so great as to be annihilating. From that moment, the Ortese will struggle to return to Naples. It will be difficult for her to return in person, because mentally the tie remains very much alive, as it has been said. In addition to The port of Toledo in 1975, also The grieving Cardillo written many years later, in 1993, testifies and confirms a thought never turned off, a deep penetration.

In one of her transfers to Milan she writes the stories Silence in Milan, another emblematic title, as if to contrast two worlds which are two existential and expressive dimensions belonging to her, the exuberance of the South and the need of more muted colors and tones, almost blurred. The writer in the early years has a special relationship with Milan. In the 50s, began her love affair with the chief editor of L’Unità, Marcello Venturi. Even Milan with time turns into a place of exile. With the cities, as well as with the people, the writer felt an attraction that at some time turns, changes sign, perhaps for an excess of affection or a knowledge that takes shape, a mystery that, once penetrated, becomes banal or scares. The writer will leave Milan, finally, during the years of the youth protest, in 1969, after starting here the first draft of The Port of Toledo, to take refuge in Rome. Faced with the events of history, the uprisings and conflicts, the Ortese escapes once again, first in a city, then in a more intimate place, apt for isolation, Rapallo. There she will live alone in the sole company of her sister, Mary, painter afflicted by disability, almost an alter ego, a mirror in which she could observe and recognize herself.

It is easy to imagine that in the quiet secluded Rapallo, surrounded by hard working and from the Ligurian quick dialect, Ortese happened, by contrast, to rethink the atavistic slowness of the South, that world so different from the muffled mist. Ortese perceived in the South the most obvious consequence of inner emptiness suffered by her people. She notes, among other things, that in Vieste, in Puglia, “it seemed that [the people] have lost the ability to think, for hundreds of years, not expecting anyone and anything.” This statement, in fact, this absolute proof, expressed by the body as well as the mind, of despair, understood in the precise and unrelenting sense of “hopelessness”, in all probability has always horrified the writer. Perhaps because, also in this case, she recognized in it much of her own feelings. Her own answer was writing: to shape, and give voice, to the lack of support points, to that dimension loved yet alien, fiercely alien, incomprehensible because submerged by the truth of the world.

 In City inadvertent she writes, “everything was still, as if life had petrified,” and in another story she observes, “as we looked around, there was only stone.” In an interview, much later, in 1994, nearly a report or summary she says:

“This nothing, or all, of the universe, this terrible strangeness of the universe in the Western tradition is nothing, and to me is everything . […] We believe to be sitting on something, but we are sitting on nothing. […] Feeling this unspeakable pain maybe I became bad also in The Sea doesn’t touch Naples; perhaps because I came from the time of the war, when I traveled throughout Italy: in the midst of fire, iron, terror. And when I came back I felt the inconsistency of human life, and saw this inconsistency, this southern pain: people brought to nothing, and the euphoria of the people in high places who amused themselves, was madness. “

The “torn universal condition” of the South is not only a timely report, a witness. It is also and above all a paradigm of displacement within the total loss of essential references. As Pasolini claimed, lost authenticity was the only wealth of a world distorted and defeated. Paleoindustrial Italy peasants left their only hope when they abandoned their roots and collapsed into an abyss from which it is impossible to escape.

It is a still area, dark and quiet, within which any possibility of emotion will not survive, except a form of fear so strong as to prevent “to pronounce the word man in its true meaning.” On the one hand, therefore, the Ortese experiences emotions, sounds and lights of reality; on the other, she comes to the “sense of cold and nothing.”

Her analysis is polished, rough, not a form of complacency or paternalism peppered with a latent sense of superiority. There is a genuine desire to understand, to identify the roots of evil. There are parallels, in some respects, even in the excerpt from The sea doesn’t touch Naples set forth below, with The Leopard by Tomasi di Lampedusa. In particular in reference to “sleep”, to atavistic apathy. The South is scrutinized with an eye polished but sincere. With an authentic penetration, not with the attitude of a colonizer or an entomologist describing a strange and ill insect: “There is in the most extreme and shiny southern lands, a ministry hidden in the defense of nature by reason; a genius mother, of unlimited power, to whose care is entrusted jealous and perpetual sleep. That defense would loosen if for a moment the sweet and cold voices of human reason could penetrate that nature. In this incompatibility of two forces equally strong and not at all reconcilable, as the optimists think, in this terrifying secret as defense of a territory – the vague nature with songs, sorrows, and deaf innocence – and not in a history full of rage, that here is more ‘regulated’, are due to the conditions of this earth, and the miserable end it makes, whenever it organizes an expedition or sends its boldest pioneers. Here the thought can not be servant of that nature, contemplated in any book or art. If you just mention an attempt to critical development, or manifest some try to correct the heavenly shape of this land, you will see that the sea is only water, volcanoes chemical compounds, every possibile desire to change is killed.

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Much of this nature, of this maternal and conservative genius, occupies the same kind of man, and keep the oppressed in their sleep: Day and night takes care of this sleep, careful that it is not changed into something more keen. Torn by the lamentations of the son from time to time, but ready to suffocate the sleeper if it shows to move, and hints looks and words that are not exactly those of a sleepwalker. The immobility of the reason has been attributed to other causes, but that does not have a relationship with the real. It is nature that regulates life and organizes the pains of these regions. The economic disaster has no other cause.”

Natural, not only by virtue of a play on words, is also the combination with issues of Leopardi, the oppression that is partly due to the nature and in part to destiny and history.

The land of the South is “left hanging on the edge of an eternal dawn”: right there, where “Christ is not even past,” in the silence that is also trying to dialogue, silent but strong, with something that you can not see but you feel, often as oppression, stuffiness, immense and blinding glow, where you find the inner meaning of the southern state.

The complexity of the writer would have required a much more detailed analysis. Already from these short notes, it was possible to detect some glimpses, however, beginning a journey to discover the real world of Anna Maria Ortese imagery: a universe where alongside tangible signs of the places and events of the time you feel the attraction and the need to think, in a way, an ideal location , at the same time secluded and protected and surrounded by flowing , almost an improper and spurious utopia, a dream that does not ignore the real meat of the suffering that would redeem if only we could really hope to succeed.

The definition of “gypsy absorbed in a dream”, attributed to Anna Maria Ortese by Italo Calvino is emblematic in this respect. The writer is immersed in the dream but not in sleep. Absorbed, abstract, seemingly unrelated. But she does not sleep, a part of her remains vigilant, present, and sees, with eyes not only real .

“So I thought I’d go to / the Grotta,

in the bottom of which, / in a land of light, /

has been sleeping, a hundred years, the young fabulous. “

(Anna Maria Ortese, Pilgrimage to the tomb of Leopardi).

It is due to Ortese, among other things, the verse that gave rise to the title of the film that Mario Martone dedicated to Leopardi. Between the ideal sisters and brothers of Ortese, you can identify authors different from each other but united by a rebellion that manifests itself in the form of an escape to places of election, islands and defensive fortifications, concrete and metaphorical. The Elsa Morante Ortese is similar, for example, for the belief in the “non-existence”, in a “fairytale” always anchored to the truth, in the flesh of humanity. Or with Leopardi “who felt and suffered all our despairs”, but especially with foreign writers such as Thomas Mann and Ernest Hemingway, whom she called “a piece of sea and wind, a piece of the sky, and a stab of the sun.” In another artistic domain, that of painting, you can probably find one that might be called an iconographic representation of meaning and suggestions of Ortese. The books of Ortese have much in common with the metaphysical paintings of De Chirico, those shadows that lengthen dramatically in lifeless, icy squares, apparently born out of an impulse of an abstract mind. Yet, in hindsight, there is always a concrete model and existing upstream observation, careful, true. A truth that is not enough, and it is not the exact definition of surreal. The research, uninterrupted, always in the making, aims to a different reality, removed from the miseries of the contingent. To reach perhaps in a moment of absolute privilege a more intense understanding of the mystery of pain and beauty. To grasp an object, a clock that marks an inaccurate or unlikely hour, the sense of humanity.

Anna Maria Ortese struggled and lived a lifetime to snatch from reality the beauty and magic that would make it livable. Without depriving fantasy of concrete flesh, albeit painful and sorrowful: the truth. Never giving up, paying in person the right to escape, in a temporary exile from the world that is itself a form of presence, through writing, the search for the “land of light” that does not exist but whose research is itself the sense of the trip.

NOMI CONCRETI E NOMI ASTRATTI – la grammatica del mondo

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Un racconto su scuola, vita, grammatica, realtà, cose che si imparano senza comprenderle, e cose si comprendono nel momento in cui, finalmente, si vivono.

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NOMI CONCRETI E NOMI ASTRATTI

La professoressa Annarita Canipaletti, solerte, infervorata, sicura di sé e della logica stringente della propria materia, insegnò a Sergio Venanzi e all’intera 2a D della Scuola Media “Vincenzo Gioberti” a suddividere le parole in due categorie: nomi concreti e nomi astratti. “Se ci si riferisce a qualcosa che risulta percepibile tramite i cinque sensi, e il vocabolo che lo esprime è dotato di plurale, abbiamo un nome concreto; in caso contrario avremo un nome astratto”. Sergio ebbe problemi: quella distinzione per lui era ambigua e sfuggente. La nebbia è percepibile? E il cielo? E la gente ha un plurale? Si intestardì, comprese che in quella difficoltà c’era sostanza, forse addirittura la chiave per la lettura e l’analisi della grammatica del mondo.

Finì per fissarsi, divenne maniaco di quell’attività tassonomica. I suoi compagni giocavano con le playstation e lui passava il tempo a guardare la vita che gli passava di fronte provando a dividere tutto in nomi astratti e nomi concreti.

“Paura” è un nome astratto – diceva a se stesso – “violenza” è un nome astratto, ma il sangue sulla faccia del mio amico Livio, preso a pugni da un branco di infami per rubargli il cellulare, è concreto. E’ vero, “i sangui” non esistono, c’è solo il singolare del termine sangue, ciascuno ha un suo sangue individuale.

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“Barbone” è astratto; nessuno pare percepirlo, forse per evitarne l’odore e il pensiero. Barbone è schifo, e schifo è nome astratto. Quindi non c’è orrore se una mattina trovo sul marciapiede davanti al mio palazzo un barbone pestato e bruciato dai teppisti per passare il tempo. L’orrore è astratto, non ha plurale; quindi non esiste, si può accettare, forse.

“Solitudine” è un nome astratto, si diceva ancora Sergio, rinfrancato dalla certezza di aver colto nel segno. Non c’è il plurale di solitudine, sarebbe comico oltre che contraddittorio. Un attimo dopo cambiò espressione: non era del tutto convinto che la solitudine non fosse percepibile con i cinque sensi. Di certo qualcosa di concreto gli accadeva dentro ogni giorno, anche nelle aule e nei corridoi affollati, come se la mente e lo stomaco gli si strappassero e un senso di ribrezzo gli riempisse la gola come miele marcio.

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Giulia era concreta. Sergio avrebbe voluto sfiorarla con le dita e sentire il profumo dei suoi capelli. Il profumo era un nome astratto, ma per quel nulla Sergio avrebbe dato tutto ciò che aveva, compreso il diario su cui aveva stilato, accanto alle cose fatte e non fatte, alle lezioni studiate e non studiate, la lista concreta dei suoi sogni.

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Giulia era bella, attraente, già formata e procace. Fu preda di uno dei bulletti della 5a F. La prese con sé e le fece provare il gusto di sentirsi grande, il sesso e il fumo. Un nome astratto che la rese persa, verde come l’erba ma senza sole.

“Rabbia” è un nome astratto. Non sai da dove nasce né dove siano i suoi confini. Una mattina Sergio si rese conto che tutto il suo mondo, la compilazione infinitamente paziente del bianco e del nero, del vero e del falso, del piacere stillato goccia a goccia da mattinate lunghe come una lezione di matematica con il rischio costante di essere chiamato alla lavagna, non tornava. Non c’era più modo di trovare un punto di appoggio, una sensazione solida e carezzevole che gli desse la forza di alzarsi dal letto. Di alzarsi come un essere vivente concreto, dotato di una pluralità di sensazioni e desideri e speranze e prospettive, non come un automa destinato a ripetere azioni e gesti di plastica e metallo.

“Scuola” è un nome astratto o concreto? Certo, ci sono le pareti e i banchi e le lavagne e i vetri e i cessi e le finestre e le ringhiere, ma, a ben pensare, è più un concetto che un’entità, provò a riflettere Sergio. La scuola è ciò che ci insegnano, è il modo in cui lo fanno, è un’idea, un insieme di regole e concetti, una tradizione che prosegue da secoli, identica a se stessa anche se i tempi cambiano e cambiano i vestiti, gli zaini, i mezzi di trasporto, i capelli e le idee sopra e dentro la testa. Esistono le scuole, edifici diversi, palazzi moderni o che cadono a pezzi, ma in fondo l’attività è identica ovunque, eterna, invariabile.

C’era un solo modo per sciogliere il nodo dei nodi dando un’etichetta definitiva alla fonte di ogni dubbio, al luogo esatto in cui era nata la passione per la suddivisione del mondo in categorie contrapposte. Se si brucia un nome astratto non succede niente: la noia, la tensione, l’oppressione, se ne infischiano delle fiamme; restano intatte, inalterate. Se la scuola è un concetto astratto, resisterà, si disse Sergio mentre acquistava al distributore due taniche di benzina. In caso contrario, diventerà cenere. Ma, nel profondo, sarà felice, lei, la scuola, e con lei la professoressa Annarita Canipaletti, il suo simbolo: resterà cenere, ma sarà trionfante. Io avrò risolto l’equazione e imparato la lezione, finalmente. Avrò sciolto l’enigma, e svolto il compito per cui io, allievo, nome concreto, forse, sono chiamato ad esistere.

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Sergio avrebbe davvero voluto effettuare l’esperimento sulla decrepita Scuola Gioberti. Ma il riso e la pigrizia, nomi sicuramente astratti, e di certo possenti, lo fermarono. Usò la benzina per farne dono al suo amico Carlo, diciottenne, in possesso di una patente di guida quasi concreta. Insieme fecero un giro follemente astratto sulle colline finché ci fu carburante. Da lassù tutto, perfino la scuola, aveva una dimensione diversa, come l’aria, quella luce che entrava dal parabrezza fin dentro le braccia e il cuore, come quella sensazione di non aver compreso nessuna distinzione, in fondo, nessuna categoria. Ma tanto era sabato, e con una spinta concreta e con l’aiuto di qualche generosa discesa, potevano raggiungere l’unico distributore aperto in quelle viuzze di campagna, e, mettendo insieme anche le monete da dieci centesimi, potevano riempire il serbatoio quel tanto che bastava per arrivare, forse, al piu astratto e al più concreto dei nomi: il mare.

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DI QUELLA PIRA

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La vita non prevede uno spartito. Ma impone di cantare, ciascuno come può.
Un racconto, forse sul tempo, sia cronologico che musicale.
Di sicuro su due romanze, un tubo marrone e un mare verde.
Pubblicato qualche giorno fa su Versante Ripido, dove è possibile leggere anche i commenti, a questo link:
http://www.versanteripido.it/di-quella-pira-mugnaini/ .
Buona lettura, e buon “ascolto” del mistero dei misteri.
IM

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 DI QUELLA PIRA

storia di due romanze, un tubo marrone e un mare verde

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        Ogni volta che nella casa di riposo per musicisti si celebrava una festa di compleanno, Edoardo si premuniva di viveri e generi di conforto, si barricava in camera, e si preparava a sostenere la più strenua ed eroica resistenza. Il rituale che accompagnava quei pomposi ritrovi periodici gli ricordava la cerimonia di presentazione dello scheletro di un dinosauro, rimesso insieme osso dopo osso ed esposto nel padiglione di paleontologia di un museo. Quella sera però non poteva eclissarsi nella sua stanza, come suo costume e come avrebbe desiderato: il compleanno in questione era il suo. Si vestì in modo decente, fece un lunghissimo respiro, allargò a forza i muscoli della bocca fino a far apparire qualcosa che somigliasse a un sorriso e uscì fuori dalla camera, quasi di corsa, pronto ad affrontare il tremolio delle candeline, pietosamente simboliche in quanto a numero, e il tremolio delle voci dei suoi anziani colleghi che intonavano un «Happy birthday» pietosamente simile ad un sospiro.
         Passando davanti a uno specchio Edoardo gettò un’occhiata a quel vetro lucidato di fresco che rifletteva con crudele fedeltà la sua immagine. Il suo fedelissimo sorriso amaro non tardò a scavare un solco di un colore più tenue sul suo viso. Immediatamente, per ironico contrasto, si fece strada nella sua mente l’immagine di una foto che sua madre gli mostrava sovente, inorgoglita, nella quale appariva come un paffuto neonato sdraiato nudo su un letto matrimoniale, col volto ilare e con la stessa consapevolezza del motivo del proprio sorriso della vecchia bambola di plastica, solenne e grottesca, posta a sedere tra i due cuscini.
         Edoardo ricordò che sua madre ogni volta che tirava fuori quella fotografia mezza scolorita gli diceva: «Com’eri bello! Bello come il sole! E pensare che eri nato alla rovescia. Eri girato dalla parte sbagliata, come se volessi tornare indietro, come se avessi paura o non fossi pronto… o come se ci avessi ripensato, chi lo sa… ma l’ostetrica era brava e cocciuta, e l’ebbe vinta lei, e venisti fuori, bello e sano, gridando forte come non s’era mai sentito prima».
         Forse per il dolore – pensò Edoardo con un nuovo ghigno di sarcasmo – o forse perché, ancora prima di nascere, avevo già perduto una battaglia.
        Le parole di sua madre ora, di fronte a quella torta e alle fiammelle delle candeline colorate ormai quasi del tutto consumate, come il suo tempo, assunsero per lui un senso nuovo, rivelatore. Per lunghi anni gli sembrava di aver corso a rovescio, a ritroso, sempre in cerca di qualcosa che non sperava di trovare davanti e che cercava, follemente e ostinatamente, dietro di sé.
Eppure la sua vita non era stata un vuoto fallimento, anzi. La sua carriera di cantante lirico era stata più che brillante, come dimostravano le locandine dei concerti e delle tournée, le incisioni e le copertine delle riviste che conservava in un cassetto del comodino, su una delle quali veniva addirittura definito «La voce del 1957».
         Edoardo però non era soddisfatto. Aveva una penosa, subdola consapevolezza dei propri limiti, o meglio dei limiti che lui stesso si ritagliava addosso, ripetendo in continuazione a se stesso che ciò che aveva raggiunto non era abbastanza e impantanandosi di proposito sul terreno di improbabili, ingrati confronti con veri e propri miti del passato, casi unici e irripetibili, baciati dalla sorte oltre che dal talento. Restava testardamente sordo alla voce del buon senso, e non riusciva a reprimere un moto interno d’ira ogni volta che si trovava tra le mani una di quelle foto in bianco e nero che lo ritraevano su un palcoscenico, a bocca spalancata e con un braccio immancabilmente sospeso per aria, o nell’atrio di un teatro, in mezzo a reporter e ammiratori.

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Edoardo odiava e temeva le foto. Ciò che lo inquietava in esse era il loro potere di bloccarci, intrappolandoci senza via d’uscita nell’attimo nudo delle nostre assurdità, privandoci del fluido mistificante del movimento, il gesto che confonde i contorni lasciandoci lì, con quegli oggetti inutili in mano e quegli sguardi straniti sul volto, sempre fuori tempo, anzi, sempre dentro il tempo, dentro la gabbia di un passato che anche dopo un breve attimo è già lontano, svanito, irriconoscibile.
         Nessuno avrebbe mai potuto indovinare che una delle fotografie che maggiormente lo spaventavano era quella in cui era ritratto a fianco di un’ammiratrice, intento a firmarle, con volto sorridente, il più classico degli autografi. La ragazza sconosciuta lo guardava estasiata mentre scriveva il suo nome sul poster che gli aveva porto. La foto non diceva che quella giovane donna un attimo dopo aver avuto indietro la sua preziosa reliquia era corsa soddisfatta nella sua umile casetta dal fidanzato o dal marito, mentre Edoardo era rientrato a passo lento nella suite del suo grande albergo, da solo, a pensare al concerto mai realizzato, quello con il suo sogno, la donna del suo cuore.
         Il trillare insistente del pianoforte, solcato dalle dita zoppicanti di un musicista fallito, autore di canzonette e marcette infantili, riportò Edoardo alla realtà, e al ruolo di festeggiato. Di fronte a lui, in suo onore, una ex ballerina di fila, ridotta ormai ad un misero vestitino multicolore sballottato per aria dagli sghignazzi del tempo e della morte, continuava a danzare in cerchi concentrici come la figurina di un vecchio carillon. E intanto i busti dei compositori, quelli veri, osservavano la festa con volto scontroso e impietosito. Beethoven avrebbe desiderato essere cieco oltre che sordo.
      Esasperato dalla monotona, innocua, terrificante normalità degli attimi che scorrevano, Edoardo cominciò a cullare nella mente il progetto della fuga. Non posso resistere un attimo di più in questo mausoleo autocelebrativo per statue di cera ancora vive… sì, ancora vive… ancora per poco, ma vive – si disse. Trovò una scusa, tanto banale quanto incontrovertibile, e sparì, inglobato dallo spazio familiare della sua stanza. Riesumò la vecchia valigia che aveva dimenticato in un angolo, la riempì delle prime cose che gli capitarono a tiro, quindi sgattaiolò fuori, attraverso la portafinestra che dava sul balcone, e da lì sull’erba del giardino, all’esterno, finalmente.
         La sala d’aspetto della stazione era affollata, nonostante l’ora notturna. Sembrava che la gente fosse accorsa in massa, intuendo per istinto che stava per aver luogo uno spettacolo. Il protagonista apparve puntuale sulla scena. Il costume che indossava non lasciava adito a dubbi: recitava la parte del barbone. Quando apparvero le comparse però, dalle loro divise azzurre e dal loro sguardo apatico e concentrato, tutti quanti si resero conto che in realtà si trattava di una di quelle rappresentazioni gratuite gentilmente offerte dalla compagnia semistabile della vita. Il barbone fu invitato con cortese freddezza ad esibire un biglietto, anzi un “titolo di viaggio”, che, ovviamente, non apparve, dopo di che fu scortato all’esterno, come un capo di stato. Dopo cinque minuti riapparve dal lato opposto, sereno come un angioletto. Il suo metodo era semplice ma efficace: salire su un treno a lunga percorrenza, uno a caso, sdraiarsi e dormire per qualche ora al caldo in quella «quasi-casa», finché non veniva scoperto e fatto scendere.

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Lo sguardo e i pensieri di Edoardo si soffermarono su di lui. Che differenza c’è? – si chiese. Tutto ciò che ci distingue è questa mia valigia di lusso e questo biglietto di prima classe. Per il resto siamo uguali – pensò. Entrambi fuggiamo da qualcosa, entrambi non sappiamo dove andare e non sappiamo in quale luogo ci condurrà il caso. Sappiamo solo che come compagni di viaggio avremo rimpianti e isteriche illusioni. Lo guardò ancora un istante, poi, d’un tratto, si alzò e si offrì di pagargli il biglietto per il suo prossimo treno, non prima però di essersi scrollati il freddo di dosso con un paio di bicchieri. Agostino il barbone, sbalordito da quelle parole rivolte a lui da un signore che indossava un cappotto col quale avrebbe potuto comprare sigarette e liquori per un anno e sette mesi, rimase a bocca aperta, e una mezza lacrima rigò un volto di carta vetrata, una faccia che aveva avuto per anni tanti motivi per piangere, che, paradossalmente, si era dimenticato come erano fatte le lacrime.
        Un istante dopo sciolse il freno alla lingua, e, contrastando l’emozione con uno sfoggio di disinvoltura, prese a braccetto il generoso signore come se fossero stati amici da sempre. Sembravano due distinti gentiluomini che vanno a passeggio; solo l’abbigliamento era lievemente diverso. Sull’onda dell’entusiasmo Agostino trascinò l’ignoto benefattore a «casa sua», non ci fu modo di declinare l’invito. All’interno dell’enorme pilone di un ponte ferroviario, in un’intercapedine usata un tempo dagli operai come deposito attrezzi, Agostino aveva installato la sua abitazione. Era un bugigattolo con le pareti di cemento armato, senza finestre, rivestito sul davanti da un «portone» grigio, di lamiera.

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Appena entrato Edoardo si trovò di fronte una gigantografia di Silvana Mangano, colta nell’attimo della sua splendida floridezza, con i piedi a bagnomaria, tra risi e sorrisi. «Ah, questa è la mia fidanzata. Ora è su, al nord, per il matrimonio della sorella. Torna la settimana prossima» – spiegò Agostino. Edoardo si girò, pronto a condividere con lui una bella risata, ma vide gli occhi del padrone di casa accesi di una luce calda e serena. Capì che non scherzava.

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Una foto più piccola, appesa sopra un traballante tavolino, mostrava un personaggio preso di spalle mentre stringeva la mano ad Albert Einstein. «Questo sono io – chiarì Agostino – e questo è un mio amico. Viene spesso qui… si gioca a carte e parliamo, un po’ di tutto. È un po’ svitato sai… ma è abbastanza sveglio, e tutto sommato è un bel tipo». Questa suppongo che sia la tua macchina, stava per osservare Edoardo quando scorse il poster di una Ferrari Testarossa sopra un improvvisato giaciglio. Ma si fermò un attimo prima di aprire la bocca.
         Il silenzio fu rotto ancora una volta da Agostino, che mise una mano sulla spalla del suo ospite, e gli sussurrò: «Mi sei simpatico. Ti voglio rivelare il mio segreto. Ora mi vedi così, in incognito, diciamo, ma io sono un grande cantante». Per dimostrare che non mentiva intonò un «Di quella pira» che fece quasi tremare le pareti, ma non riuscì, nonostante il tema della celebre aria, a scaldare lo stanzino.
«Te ne intendi di lirica? » – incalzò Agostino.
«Beh, sì… un po’ » – replicò Edoardo.
«Bene! Allora cantiamo! », propose entusiasta il barbone.
Edoardo scosse la testa, con espressione cupa, e Agostino riprese a macinare parole. «lo ero il più grande tenore del mondo. Me lo disse Caruso, un giorno, e mi bisbigliò all’orecchio che era felice che io avessi scelto altre strade, perché non avrebbe potuto reggere la mia concorrenza ».
          Edoardo lo ascoltò con attenzione, guardandolo fisso in volto. Poi sorrise, con gratitudine.
      Bevvero insieme, fischiettando romanze verdiane e pucciniane, in un crescendo di allegria, finché le due teste bianche si reclinarono in avanti, una accanto all’altra, sul tavolo, sommerse dalla sonnolenza, e dal leggiadro peso del vino, dei sogni e della nostalgia.
          Intanto la vecchia stufa arrugginita in cui Agostino aveva provveduto a gettare cartone, buste di plastica e pezzi di copertone, esalava un fumo denso, nero e subdolo, da una crepa sottile che si era aperta in una delle spirali del tubo marrone che sbucava all’esterno come un serpente.

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       Dalla foto ritagliata da un libro e applicata al muro con un pezzo di scotch annerito, un panorama immenso e indistinto, forse una pianura, o magari un mare verde solcato da onde incessanti, osservava la scena. Presto avrebbe accolto il fiume dei loro ricordi e il legno delle loro radici. Avrebbe finto stupore, e li avrebbe fatti cantare insieme, applaudendo entrambi con eguale entusiasmo.

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