Archivi del mese: settembre 2015

Moravia e la sua Roma

Condividi...Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterPrint this pageEmail this to someone

moravia

La prima esplorazione sulla Roma di Moravia che ha inaugurato la rubrica “Viaggi al centro dell’autore” è risultata vincitrice del premio ‪#‎InWebWeTravel‬ 2015 sezione Lazio nell’ambito del Festival della Letteratura di viaggio.‪ #‎LetteraturadiViaggio‬ .

Grazie alla giuria e a chi in questo progetto ha creduto fin dall’inizio…

 

In occasione dell’anniversario della morte di Alberto Moravia, avvenuta il 26 settembre 1990, mi accingo a ricordarlo riproponendo un mio articolo in cui parlo di Roma, di quella Roma vissuta ed interiorizzata dallo scrittore che ne fa non semplicemente lo sfondo dei suoi romanzi ma uno specchio della società e dei suoi profondi cambiamenti.

Da via Sgambati dove Moravia ebbe i natali in zona Pinciana alla sua casa a Lungotevere Vittoria. Per Moravia Roma è un misto di vitalità e decadimento, un humus letterario nel quale immergere le sue storie, i suoi personaggi, le contraddizioni di una società che si va progressivamente disgregando e corrompendo.

Così ebbe a scrivere Moravia su Roma: “Sono nato e vissuto a Roma e ho avuto sempre gli stessi problemi insoluti e insolubili nel mio rapporto con la città”.   «Una piccola città mediterranea, quasi più piena di monumenti che di case», una città che ha tentato sempre invano di trasformarsi in una vera capitale europea senza riuscirci poiché sempre un po’ provinciale.

Una città costretta dalla Storia ad assumere un ruolo internazionale senza essere mai in grado di staccarsi dalle radici antiche, fino a costituire un reticolo sconfinato di rioni e quartieri, quasi cittadine adiacenti, repliche infinite di un modello antico, un ibrido immenso.

Morante 3

Ma forse proprio per questa natura ambigua, accattivante e straniante, gentile e spietata, rozza e raffinata, Moravia trova a Roma lo spazio ideale, lo specchio per la sua stessa indole, umana e letteraria. Lo scrittore Alberto Pincherle era allo stesso tempo aristocratico e immerso nella carnalità, o almeno nel desiderio della carnalità, come un gourmet cerebrale e combattuto che non tocca gli oggetti ma si inebria in segreto di odori e profumi, senza confessarlo neppure a se stesso. Pincherle, mezzo marchigiano e mezzo veneto, per metà nordico e per metà dell’Italia centrale, con una voglia di solarità contrastata da uno Stato Pontificio ancora presente a dispetto dei secoli, trova a Roma l’oggetto ideale per il suo amore e il suo odio. Perché si può odiare solo ciò che si ama profondamente, ciò che ci assomiglia, e quindi ci spaventa, nell’atto stesso di attrarci in modo irresistibile. Moravia, costretto a fare i conti con la sua origine borghese, vissuta come privilegio e colpa, messa a confronto in modo ineluttabile con la radice schiettamente popolare del suo amico-collega Pasolini, a Roma, negli ambienti della sinistra fedele ai dettami ideologici, vive da straniero, come il protagonista del romanzo di Camus, alla ricerca di una verità autentica che sfugge continuamente. Non gli resta allora che utilizzare le armi che ha a disposizione, la parola, la scrittura, la fuga e il ritorno.

Moravia ridisegna la città nei suoi libri e nei suoi scritti. Non per trasformarla in un’improbabile Arcadia moderna. Per tramutarla, piuttosto, in un luogo vivibile, per lui e per tutti gli esseri complessi e multiformi, gli stranieri che necessitano radici e gli indifferenti che provano, a ben vedere e sentire, profonde passioni. Riscrive la toponomastica della città, ma in modo che ogni luogo reale sia riconoscibile. In pratica allontana la donna amata ma senza lasciarla uscire dal raggio del suo abbraccio e del suo sguardo.

Lo stesso avviene anche con le sue innumerevoli fughe, i viaggi all’estero, lunghi, infiniti, in luoghi esotici veri, difficili, non da cartolina illustrata. L’India, la Cina, l’Africa, luoghi fertili di umanità sofferente e vitalissima. Distanti, dal suo mondo, dal suo elegante Lungotevere Vittoria.

Eppure, l’eterno ritorno, una volta ritrovata la macchina da scrivere, è quello nei luoghi angusti della città eterna. Moravia rifugge i grandi spazi, ha bisogno di concepire storie che si svolgono tra le stanze di un appartamento, i corridoi, le stanze da letto. Si immerge nelle vastità del mondo per poi ritornare a pensare ai microappartamenti romani, là dove si svolgono guerre invisibili e micidiali, là dove l’umanità combatte le battaglie evolutive, quelle per la sopravvivenza, quelle della resistenza all’assurdo, alla pressione annichilente dei rapporti interpersonali, a quella noia invisibile e strisciante che avvelena la voglia di vivere.

La Roma di Moravia non è mai quella da dépliant turistico ma neppure quella dei quartieri degradati,  con il cemento grigio e grezzo che divora prati periferici.

moravia Trastevere

La sua Roma è allo stesso tempo un’idea e un ascensore reale, di metallo, che conduce ad una casa reale, borghese, con tutto il bene e tutto il male che può contenere, sia l’abitazione borghese che la parola che la definisce.

Per questa ragione Moravia e Roma sono un binomio così forte, perché è una simbiosi autentica, fatta di attrazione e paura. Roma è l’amante imperfetta da cui lo scrittore e l’uomo Moravia si staccano per poi ritornare, nel momento stesso in cui si accorge di non essersene mai allontanato veramente, neppure a migliaia di chilometri di distanza.

Roma è l’amante che cambia con gli anni, restando alla fine se stessa. Quella che si vorrebbe vedere mutare veramente, lasciando dietro di sé le meschinità, le minuscole e becere ruberie, le furbizie da poco e gli intrallazzi autolesionistici. L’amante che si spera possa cambiare dentro, e invece muta solo pelle, diventando solo ricoperta di plastica dai colori fosforescenti. Dentro, rimane la stessa. Ma tutto ciò non cambia l’amore nei suoi confronti. Non lo muta di segno né di intensità. Perché quella imperfezione, quel mutamento fittizio e sofferto, è lo specchio delle contraddizioni che Moravia sente e percepisce intensamente in ciò che vive e ciò che scrive.

Per Alberto Moravia Roma è il luogo dove ritornare dai suoi continui viaggi che lo videro protagonista fino agli ultimissimi anni di vita.

I viaggi gli permisero di sperimentare il cosmopolitismo, di confrontarsi, di conoscere grandi personalità politiche quali Nehru, Tito, Arafat, Ceausescu e Castro e che egli seppe far rivivere in molti articoli e libri ad essi dedicati.

La vita romana di Moravia si muove per il centro tra le case di via Sgambati al quartiere Pinciano, via dell’Oca a Ripetta e quella ultima sul Lungotevere della Vittoria. Difficile da inquadrare tanto è distante la Roma dei salotti da quella delle vecchie borgate o delle attuali zone dormitorio. La città  è un arcipelago e il punto di vista di Moravia è necessariamente parziale. Eppure, proprio per questa ambivalenza intrinseca, il suo modo di narrare, il suo approccio con la materia descritta nei suoi libri, forniscono una delle rare immagini in grado di riassumere in un’unica cornice i volti contrapposti, le diverse nature, gli errori e gli orrori, le debolezze e gli slanci, sia della sua specifica città di elezione sia, in un contesto più ampio, di tutti gli esseri che, tra città e borghi, mura soffocanti e progetti di orizzonti, provano a tramutare la noia in vita e il disprezzo in attenzione.

Roma, anche grazie a Moravia, rimane un sentimento che ti lega senza alcuna catena. Non una destinazione, un’icona, un topos, ma parte integrante di chi la vive e l’ha scelta, volente o nolente, come suo “fondale”.

 Ivano Mugnaini

Questo specifico articolo, così come molti altri saggi e testi che ho scritto da un anno a questa parte, sono stati ispirati, coordinati e realizzati grazie alla collaborazione di un’autrice che mi ha chiesto di rimanere anonima finché non sarà portato a termine il progetto editoriale connesso e a cui va la mia gratitudine.

VIAGGIO AL CENTRO DELL’AUTORE

Un viaggio è un’opportunità unica per conoscere, scoprire, stupirsi, apprendere ma anche un modo per ricordare, per non dimenticare. In questa rubrica, non parlerò di viaggi o di luoghi ma di scrittori, letterati e poeti che con la loro opera hanno impresso una traccia forte sul territorio, l’ambiente ed il contesto che li ha ospitati o che essi hanno eletto come loro topos ideale, fonte di ispirazione e di ricerca.

HAPPY HOUR – idillio metropolitano

Condividi...Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterPrint this pageEmail this to someone
Un racconto “eroicomico”, leggero e lievemente alcolico, pubblicato anche su “L’Immaginazione”, numero 289, settembre-ottobre 2015

HAPPY HOUR

h hour insegna

Scovo a caso, lungo il viale della stazione, un ristorante nuovo, pulito, con un bagno che non invita a indossare il casco e la mascherina da disinfestatore. Il cibo è ottimo, abbondante, genuino. Ti spinge a voler bene all’ambiente che te lo elargisce, diventando affezionato avventore, conservando con cura il biglietto con il numero di telefono e l’indirizzo, parlandone bene agli amici e ai conoscenti.

La cameriera-tuttofare del suddetto mirabile locale non è esattamente bella, ad essere onesti. Ma ha occhi da cerbiatta in fuga e un seno svettante sotto la maglietta candida. Sembra la vergine di un quadro del Quattrocento. È docile, languida, cortese. Con sguardo puro e voce di zucchero mi fa accomodare in una saletta privata, completamente riservata a me. Accende il televisore e lo sintonizza su una telenovela. In altri casi mi verrebbe l’orticaria, ma ascolto quieto i sussurri dell’attrice che miagola dallo schermo, e mi risultano soavi, come i monosillabi lievi della dispensatrice di vivande. Finisco per sovrapporre e identificare le due figure femminee, e quando la diva della soap opera declama un mieloso “Ti amo” sento un brivido nella schiena, e, seppure con labbra mute, le rispondo in rima.

Mi richiama alla realtà un grugnito cavernoso. La fanciulla vivandiera è soggetta alle angherie di un orco. Forse è il padre della donzella, non so, di sicuro è padrone e tiranno. Urla, bestemmia, impreca, sbraita e sbava veleno contro di lei, che, placida, obbedisce con un sorriso. Torna civile, l’energumeno, solo al telefono, se e quando un cliente prenota un tavolo e gli fa pregustare la moneta contante.

Che fare? Divento un paladino, Orlando, Parsifal, Lancillotto, un poeta trovatore sdegnato di fronte ad una tale ingiustizia nei confronti di un’anima pura? Oppure divento pavido filosofo, chiudo entrambi gli occhi e me ne vado facendo finta di niente? Si avvicina intanto l’attimo fatidico del conto e dell’amaro congedo, e resta vivo e ardente il dilemma che mi lacera. Ad un certo punto sento un fuoco dentro, mi alzo, e, con una scusa, entro di soppiatto in cucina.

La vergine e l’orco stanno amoreggiando: le mani tozze come bistecche al sangue palpano e percorrono sfacciate le rotondità muliebri e gli anelati anfratti, neppure troppo angusti, a dire il vero.

h hour cameriera

Con il gelo nelle membra e nella mente, mi reco barcollante al bancone. Pago il conto alla muta e pallida signora, prefigurazione della morte, seduta da tempo immemorabile sullo stesso sgabello con la stessa espressione. Forse è la moglie rassegnata dell’orco, o magari una semplice commessa. La saluto, senza sperare neppure un attimo in una qualsivoglia forma di risposta.

Risalgo sul cavallo, a motore, e medito a lungo sul “guiderdone” non ottenuto, strappato, negato. Ripongo la lancia in resta, imbraccio il borsone ed estraggo il cellulare. Provo a chiamare la donna dei miei sogni, la ragazza che amo da anni, per invitarla al ristorante dell’idillio sfumato e della disfida mancata, dimenticando in tal guisa, con la forza del suo amore, l’onta subita.

Provo a fare la stessa voce dell’orco. Ride, la mia Angelica, seppure in sordina. Attende un istante poi mi rivela che ha la serata impegnata, deve andare al “Drago d’Oro” a bere un calice di Spritz e degustare dorate patatine con un suo amico che l’ha invitata per l’happy hour.

h hour olive

L’INSEGUITORE

Condividi...Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterPrint this pageEmail this to someone

Un mio racconto che ogni tanto rispolvero, a seconda  dell’umore, come una vecchia bicicletta rossa custodita in garage, sempre pronta a gettarsi con me sulla strada,  inseguendo un pensiero, un ricordo, o forse, semplicemente, la strada stessa, la sete della fuga.

IM

ALG-VITA-copert-front-213x300

L’INSEGUITORE

Troppo nitidi, troppo statici. Ho provato, quando mia moglie non guardava, a girarli e rigirarli tra le dita, gli occhiali, a far ruotare le lenti come trottole sul legno del tavolo. Niente da fare: dopo un po’ il metallo riacquista il suo peso e la lente rallenta sempre più fino a restare immobile, un pezzetto di vetro che riflette le pareti del laboratorio, le finestre semichiuse, l’enorme orologio a pendolo appeso alla parete centrale.

A mia moglie è sempre piaciuto il pendolo dell’Ottocento, l’orgoglio, il simbolo stesso del nostro negozio di ottica e orologeria. C’è sempre stato, qui nel corso principale di Lido di Camaiore, questa città di mare sospesa tra il caos e l’oblio, la sabbia arroventata della spiaggia e i silenzi delle pinete. C’è sempre stato. fin da quando ero ragazzo, forse l’ha comprato mio suocero, o il padre di mio suocero, o forse anche loro l’hanno trovato già lì. Scandisce i movimenti, le azioni, le parole che dici e quelle che non osi nemmeno sognare. C’è, si fa pensare, e a volte credo che anche lui pensi a me, e rida, di ogni gesto quieto, paziente, scandito a bacchetta dalle lancette di ferro e di ottone dei suoi secondi e dei suoi minuti. Mi raggiunge continuamente, il tempo, mi piazza un braccio nerboruto sulla spalla e non si stacca più, come un ubriaco in un bar che ti chiede da bere e ti racconta una storia lunga, incomprensibile, costantemente identica a se stessa.

Mia moglie assomiglia un po’ al pendolo: è di legno liscio, saldo, smaltato con cura, senza screpolature e senza ammaccature. E’ precisa, puntuale, ama il suo lavoro, l’attività che è chiamata a svolgere. Procede in senso orario senza mai perdere un colpo, senza una pausa, un’esitazione, un dubbio. Mi invita ad imitarla, ad essere attivo e zelante, a prestare attenzione ai clienti, a mostrare attaccamento. Ha ragione, sì, ha senz’altro ragione lei. Continue reading

A spasso con Calvino: nei luoghi, oltre i luoghi, fino dentro la realtà

Condividi...Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterPrint this pageEmail this to someone

Molti articoli, con diversi approcci e angoli visuali, sono stati scritti per ricordare Italo Calvino in occasione del trentennale della morte avvenuta a Siena il 19 settembre 1985.

Il presente omaggio a Calvino è in forma di “diario di viaggio”. Ho riesplorato varie tappe del suo percorso di uomo e artista, soffermandomi nelle città che ha amato e temuto e di cui ha colto il discrimine sottile tra ciò che è visibile e ciò che è invisibile, se non nella magia di una “leggerezza” che unisce mito e realtà, sempre in un’ottica fertile e viva, profondamente umana.   IM

————————————————————

calvino9

A spasso con Calvino: nei luoghi, oltre i luoghi fino dentro la realtà

Se una notte d’autunno un lettore….

Se una notte d’autunno un lettore si trovasse a pensare a Calvino, alla sua fama, alla sua controversa ma innegabile attualità, alle polemiche a tratti aspre e in altri casi leziose che ne fanno comunque oggetto di dibattito come se avesse pubblicato oggi stesso un nuovo libro… ebbene, il suddetto lettore si troverebbe, alla fine, a riflettere su delle nuove o vecchie cosmicomiche.

Calvino è stato un “pianista” della parola. Ha saputo adattarsi con elasticità alle esigenze, ai temi, alle corde e agli accordi del suo essere e a quelli del mondo. Ecco, probabilmente è questa una delle possibili parole chiave: mondo. In primis per l’internazionalità autentica, genetica, che gli era propria. Non solo per la nascita nella caraibica Cuba, ma soprattutto per la capacità di esplorare continenti, lingue e mentalità diverse e farle proprie. Estremamente ligure in questo, con un piede sulla terraferma e uno proteso verso il mare, calmo o in tempesta, limpido o denso e scuro. Ma Calvino è stato e ha scritto del mondo soprattutto perché ha rifiutato di collocarsi nella proverbiale torre d’avorio. Ha percorso e abitato città reali, estremamente visibili, con quello sguardo attento e astuto da marinaio, tra sorriso ironico e amaro.

Di New York, Parigi, Roma e di mille altre luoghi visti e vissuti, ha colto il mito senza abdicare alla realtà, proponendo e rielaborando, mattone su mattone, una forma di verità che facesse pensare senza lacerare, conservando la capacità di spaziare tra presente e passato, tra la dimensione concreta e una giocosa, profondamente umana, filosoficamente infantile.

Di questi ossimori e questi paradossi si nutre la sua scrittura e l’attrazione che esercita. Talmente ampia da includere anche la sua controparte, le prese di posizione di alcuni detrattori che comunque fanno riferimento ai suoi testi, li analizzano e li dissezionano, dimostrando immancabilmente una conoscenza approfondita dei tessuti e delle arterie di quel corpo così multiforme. Calvino ha il dono e il castigo di generare giudizi divergenti. La mia stessa cerchia di amicizie letterarie riflette perfettamente il netto dualismo dei giudizi su questo autore. Un mio amico, ad esempio, molto colto e preparato, formidabile bevitore poco santo e parecchio logorroico, non molte sere or sono mi ha bloccato al tavolo di una cena per oltre un paio d’ore per dirmi, tra le altre cose, che a suo avviso tutta la produzione di Calvino non vale niente (anche se lo ha detto in termini più coloriti, abbondanti di lettere zeta) e che si salva solamente “Se una notte d’inverno”, proprio in quanto testo atipico, quasi un non-romanzo, una specie di ibrido alla Frankenstein, oppure un divertissement, insomma una “roba strana”, fuori schema. Pochi giorni dopo, in virtù della logica dell’alternanza, una mia amica scrittrice e giornalista mi ribadiva con foga, al contrario, il suo amore, non per me ma per il suddetto Calvino. Più che di amore si trattava e si tratta di vera e propria fede, laica, eppure dai connotati quasi integralisti. La giornalista dalle grandi doti comunicative aveva creato addirittura un club, un Circolo Pickwick di giovani scrittori di belle speranze, i quali, ispirandosi allo stile e ai temi cari a Calvino, avevano scritto un’antologia di racconti dal titolo “La consistenza”, con un’eco lunga e appassionata che riportava alle Lezioni americane da lei idolatrate e recitate brano dopo brano come versetti biblici o coranici.

Ebbene, a dispetto dei “Don Camillo” e dei “Peppone” nostrani, il viaggio di Calvino prosegue, come la scia del suo successo, fatto non solo di capacità di creare attenzione e far parlare di sè, ma anche e soprattutto di quel dono assai raro di intercettare e coinvolgere un pubblico vasto ed eterogeneo. Il piacere della lettura che non toglie nulla alla profondità del pensiero.

L’accusa di leggerezza è forse il più bel cameo che possa esibire, perchè stando alle sue stesse parole“…leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”.

Tutto questo per ribadire che la sua forza con ogni probabilità è in quella capacità di generare consistenza nell’inconsistenza e varietà nell’uniformità: giudizi contrapposti ma la stessa identica attenzione.

calvino7

Un campionario ampio di pareri, soprattutto negativi, è stato raccolto e riportato in un recente articolo apparso sul Messaggero da Paolo Di Paolo. L’articolo, ampio e dettagliato, ha l’intento di mostrare la scarsa consistenza di alcuni giudizi. Uno dei punti cardine è quello in cui Di Paolo sottolinea che agli scrittori vengono perdonati eccessi, follie e stranezze ma raramente o quasi mai viene perdonato il successo. Questa è una colpa che non viene redenta, se non in casi rarissimi di scrittori morti giovani, possibilmente santi o martiri di qualche idea, meglio ancora se suicidi.

Calvino invece il successo lo inseguì, lo rincorse e lo raggiunse. Gradualmente, iniziando con un passo cadenzato, poi adattando il ritmo al percorso e ai tempi. Una delle svolte fondamentali fu quella di accettare il consiglio dell’entourage della Einaudi: quello di passare dal realismo alla letteratura fantastica. Molti altri scrittori si sarebbero sdegnati, avrebbero eretto bunker e barricate a difesa della propria impostazione. Calvino accettò il consiglio e lo tramutò nella propria forza. Sembrava che attendesse da sempre questo snodo, o meglio lo accettò come parte di sé e continuò a raccontare ciò che sentiva suo tramite invenzioni di macchine narrative fatte di castelli, visconti, numeri e formule create ex novo, luoghi inesistenti e in realtà radicati in ciascuno. Un’abilità camaleontica di parlare di sé diventando uno dei suoi numerosi personaggi, oggetti e luoghi, tra Marcovaldo e Palomar.

Calvino nasce a Cuba, ma vi rimane solo fino all’età di due anni. Il tempo necessario per assorbire di quella zona del mondo e di quella dimensione della mente un senso di precarietà tenace, un’allegria malinconica e una sete di avventura, fatta di incontri, di gesti, ma soprattutto di parole, racconti veri e inventati, esagerati ed esatti, come accade sempre in quella parte di continente in cui la realtà ha la voglia e la forza di farsi magia.

Il padre, agronomo sanremese, docente di matematica e scienze, conduce Calvino in Italia all’età di due anni. Il giovane si trova così a metà strada tra il mare e terra, intesa anche come suolo, studiato e misurato con criterio scientifico, e dall’altra parte il mare, l’attrazione dell’altrove. Successivamente Calvino rivisitò varie volte Cuba in compagnia della moglie, la traduttrice argentina Ester Judith Singer, sposata nel 1964. In quell’occasione conobbe Ernesto “Che” Guevara a cui, dopo la sua morte in Bolivia, dedicò alcune pagine.

A fianco a Cuba, di fronte, in un dialogo anch’esso complesso e fertile, l’America.

Ai primi di novembre del 1959 il trentaseienne Italo Calvino parte per l’America. Definisce New York, «la più spettacolare visione che sia data di vedere su questa terra». Qui, più che mai, il viaggio non solo parla della persona ma è la persona. Nel corso dei due mesi trascorsi a New York, Calvino realizza il desiderio profondo dei suoi personaggi, quindi suo: osservare il mondo senza essere visto, presente ed estraneo, invisibile e tuttavia concreto, tangibile, non meramente onirico.

Osserva l’America come suo padre avrebbe osservato e misurato un terreno complesso e irregolare, pieno di contrasti, arido e fertile, ricco di meraviglie e di desolazioni. Dalle sue “osservazioni” scaturiranno i saggi raccolti nel libro Un ottimista in America, edito da Einaudi. Nella primavera del 1961 il libro è pronto, ma Calvino lo ferma in seconde bozze. Si rende conto che il libro è troppo avanti e soprattutto troppo distante dai luoghi comuni acquisiti in Italia tramite le pellicole hollywoodiane: “Forse – dice – dovremmo insegnare agli americani che cos’è l’America”.

calvino6

Calvino si sente americano, perfettamente a suo agio in una terra di contrasti, in evoluzione costante. È un uomo felice laggiù. Le lettere agli amici italiani sprizzano allegria. A Elsa Morante scrive: «New York mi ha assorbito come una pianta carnivora assorbe una mosca”. La fantasia nutre se stessa e divorandosi si rigenera, nuova, vitalissima. Quelle americane, ampie, dure, ma irrefrenabili nel brulicare di vita, sono il modello delle città invisibili, ognuna portatrice di un’idea, di un modello, di una potenzialità.

La Francia, inoltre, altro capitolo. A Parigi Calvino visse dal 1967 al 1980. È la città della sua maturità, il luogo dove prende atto della presenza fisica, rilevabile tramite i cinque sensi, della leggerezza, parola chiave, è giusto ribadirlo, e, più che mai, magica. Parigi è un racconto eternamente rivolto all’indietro, alla grandezza della storia e del passato ma con un piede etereo sospeso nell’aria, simile a quello di una ballerina della Folies Bergères, verso il futuro. La razionalità si inebria di effluvi di champagne e ne nasce l’umorismo, sensuale, in ogni possibile accezione.

In questa mappa ideale è utile fare sosta, con una passo indietro, anche a Torino, tappa significativa della sua giovinezza. Il capoluogo piemontese rivela, nella sua geometrica precisione di strade e gesti, uno dei contrasti alla base anche della scrittura e del pensiero calviniano: la città ha un vigore e una linearità che “invitano alla logica, e attraverso la logica” aprono “la via alla follia”. Non è un caso, detto tra parentesi, che Torino sia la capitale italiana del mistero e dell’occulto.

Roma, invece, apparentemente più posata e domestica, in realtà in qualche modo provoca in Calvino un’ammirazione prudente. Soprattutto a causa di alcuni scrittori dell’ambiente letterario della capitale che a suo avviso vi soggiornavano solo nella speranza di assorbire una grandezza che era loro estranea.

A Roma lo scrittore trascorse gli ultimi cinque anni della sua vita, alloggiando in piazza Campo Marzio. Rileggendo alcune pagine di Palomar dedicate a Roma vi si intuiscono presagi di morte che paiono quasi assediare il protagonista in fuga dalla folla. Ne «L’ invasione degli storni», c’è un espediente narrativo e psicologico di geniale efficacia: la città eterna vista «con occhi da uccello». I secoli trascorsi e l’istante che fugge.

Calvino-Palomar evita di confrontarsi con la città reale. Guarda in alto, fuori dalle prospettive consuete e si chiede se “questo affollarsi del cielo ci ricorda che l’ equilibrio della natura è perduto? O perché il nostro senso di insicurezza proietta dovunque minacce di catastrofe?” Scriveva Pasolini: “le città che Calvino sogna, in infinite forme, nascono invariabilmente dallo scontro tra una città ideale e una città reale”. In quest’ottica, dunque, Roma, la più nota delle metropoli, quella in cui tutto, passato e presente è alla portata degli occhi, dei piedi e delle mani, in realtà è l’ultima, e la prima in ordine gerarchico, delle città invisibili incontrate ed evocate da Calvino. E se Calvino è visto come “scrittore freddo”, accusato di essere incapace di rendere il senso del tragico e del sacro, è proprio perché la sua visione assolutamente laica, priva di religiosità, lo spinge a rinunciare al lusso delle illusioni, quelle in cui indulgono coloro che esaltano un passato glorioso o un lontano futuro di redenzione. In Calvino non c’è illusione. La sola gioia possibile è quella di un reale reso mitico dall’energia presente e da una fantasia che non pretende di ammantarsi di vesti sacre o mistificatorie.

calvino8

In questo breve excursus sul percorso umano e letterario di uno degli autori italiani più apprezzati e letti in tutto il mondo, ho provato anch’io a “planare sulle cose dall’alto senza macigni” ideologici o preconcetti ma tentando di offrire una ulteriore chiave di lettura della sua produzione letteraria. Tentativo un po’ folle, vista la vastità e la varietà di spunti e tematiche che gli sono proprie. È stato quasi come ricercare i sentieri dei nidi di ragno, tanto per prendere a prestito il titolo del suo primo romanzo. Tentativo folle, e quindi in fondo compatibile con l’atteggiamento di un autore che ha saputo cercare la natura autentica dei luoghi e dei personaggi, proprio nell’atto di evidenziarne l’imprevedibile umana follia, senza le barriere preconcette del prima e del dopo, del se e del mai.

Calvino ha cercato l’affermazione di sé e del proprio mestiere senza snaturarsi, senza rinunciare alla coerenza con ciò che credeva e ciò a cui non credeva, senza dogmi e costrizioni. Il suo successo non è una colpa né può essere visto come un limite. Forse anzi è la prova ulteriore che, per parlare della realtà, non c’è spazio più grande della fantasia. È la testimonianza che ciascun individuo è una città di parole e sogni, invisibili fino a quando non accettiamo il mistero del connubio del sorriso e del pensiero. Quel gioco per cui ogni vita è solo se stessa ed è parte di un mito e di un mistero. Calvino ricorda, con i suoi libri, ad ogni individuo rampante, dimezzato, cosmicomico, incessantemente viaggiante, che quel gioco va vissuto e raccontato, giorno per giorno. Perché la vita è un luogo che si trasforma istante per istante, nell’atto di viverlo, pensarlo e immaginarlo: “Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere”. Quindi, tornando alla citazione da cui siamo partiti: “Se una notte d’inverno un viaggiatore, fuori dall’abitato di Malbork […] in una rete di linee che s’intersecano illuminate dalla luna”, chiede ancora: “Quale storia, laggiù, attende la fine?”, la risposta, sempre diversa, sempre individuale e nuova, è nel racconto stesso, nascosta e palese, misteriosa e lineare, profonda ed eternamente leggera.

calvino3calvino 1

Questo specifico articolo, così come molti altri saggi e testi che ho scritto da un anno a questa parte, sono stati ispirati, coordinati e realizzati grazie alla collaborazione di un’autrice che mi ha chiesto di rimanere anonima finché non sarà portato a termine il progetto editoriale connesso e a cui va la mia gratitudine.

Ivano Mugnaini

A WALK WITH CALVINO

Condividi...Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterPrint this pageEmail this to someone
Many items, with different points of view, have been written to remember Italo Calvino in the thirtieth anniversary of the death in Siena on Sept. 19, 1985. My tribute to Calvino is in the form of ” travel diary “. I explored various stages of his career as a man and artist, dwelling in the cities he loved and feared and of which has caught the thin dividing line between what is visible and what is not visible, if not in the magic of a ” lightness ” combining myth and reality, always within a fertile, profoundly human approach. 

IM

calvino7


A walk with Calvino: in the places, beyond the places, up to reality If an autumn night a reader .... If an autumn night a reader were thinking of Calvino, his fame, his controversial but undeniable actuality, the discussions at times harsh that make his work still being debated as if he had published today a new book... well, the aforementioned reader would be, in the end, pushed to reflect on the new or old “cosmicomiche”. Calvin was a "pianist" of the word. He has been able to adapt flexibly to the needs, issues, and agreements of the music of his being and of the world. This is probably one of the possible keywords: world. Primarily for the authentic and genetic international spirit, that was his. Not only for his birth in the Caribbean Cuba, but also for the ability to explore continents, languages ​​and different mentalities and make them his own. Extremely Ligurian in this, with one foot on land and one towards the sea, calm or stormy, clear or thick and dark. But Calvino wrote of the world mainly because he had refused to place himself in the proverbial ivory tower. He has traveled and lived in real cities, highly visible, with his look of smart sailor, between smile and irony. Of New York, Paris, Rome and many other places seen and experienced, he took the myth without abdicating to reality, proposing and revising, brick by brick, a form of truth that suggested without cutting and tearing, retaining the ability to range between present and past, between the serious and playful dimension, deeply human, philosophically childish. These oxymorons and paradoxes feed his writing and the attraction it exerts. So broad as to include its counterpart, the positions of some detractors who still refer to his texts, analyze them and dissect them, invariably demonstrating a thorough understanding of tissues and arteries of a body so multifaceted like the one we are talking about.  Calvino has the gift and the punishment of generating divergent judgments. My own circle of literary friendships perfectly reflects the sharp dualism of the judgments about this author. A friend of mine, for example, highly educated and prepared, formidable drinker, not at all saint and quite talkative, not many nights ago stuck me at the table for dinner for more than two hours to tell me, among other things, that in his opinion the entire production of Calvino is worthless (although he said it in a more colorful way, abunding in four letter words) and that he saved only "If a winter night," just as an atypical text, almost a non-novel, a sort of hybrid Frankenstein, or a divertissement, in short, a "weird stuff" out of scheme. A few days later, under the logic of alternation, another friend of mine, a writer and journalist, reiterated passionately, on the contrary, her love, not for me but for the said Calvino. More than love it is true faith, with secular and yet almost fundamentalist connotations. The journalist from the great communication skills had even created a club, a Pickwick Papers Club of young writers full of hope, who, inspired by the style and themes dear to Calvino, had written an anthology of short stories entitled "Consistency", with echoes long and passionate which reported the Lezioni Americane she idolized and recited like verses of the Bible or the Koran. Well, in spite of the Italian controversies in the style of "Don Camillo" and "Peppone”, the journey of Calvino continues, like the wake of his success, not only due to his ability to create attention and be talked about, but also and above all for his gift to intercept and engage diverse audiences. The pleasure of reading him that does not diminish the depth of thought. The accusation of “lightness” is perhaps the most beautiful cameo which Calvino can produce, because according to his own words "being light is not being superficial, but flying above things, without having boulders on the heart." All this is to stress that his strength in all likelihood is the ability to generate variety in uniformity and consistency in the insubstantial: opposing judgments but attracting the same attention. A large sample of opinions, mostly negative, was collected and reported in a recent article in “Il messaggero” by Paolo Di Paolo. The article, broad and deep, aims to show the inconsistency of some judgments. One of the key points is that in which Di Paolo underlines that people forgive the writers their excesses, follies and oddities but rarely their success. This is a crime that is not redeemed, except in the very rare cases of writers died young, possibly saints or martyrs to some idea, even better if suicide. Calvino instead had success, ran after it and caught up with it. Gradually, starting with a steady pace, then adapting to the times. One of the key activities was to take the advice of the entourage of the Einaudi: to move from realism to fantasy literature. Many other writers would have been outraged, they would have built bunkers and barricades in defense of their setting. Calvino took the advice and transformed it in his own strength. It seemed as if he had been waiting for that moment, or rather as if he had accepted it as part of himself, and went on to tell what he felt through his narrative inventions of machines made of castles, viscounts, numbers and formulas created from scratch, places apparently non-existent but in reality rooted in each man and woman. He had the chameleon-like ability to talk about himself becoming one of his characters, objects and places, including Marcovaldo and Palomar. Calvino was born in Cuba, but he remains there only until the age of two years. The time to absorb from that area of ​​the world and of the mind a sense of insecurity, a tenacious melancholy, and a thirst for adventure, made up of encounters, gestures, words, stories, true and invented, exaggerated and accurate, as always it happens in that part of the continent in which reality has the will and the strength to become magic. His father, an agronomist from Sanremo, professor of mathematics and sciences, leads Calvino in Italy at the age of two years. The young man finds himself halfway between the sea and the land, also in the sense of soil, studied and measured with a scientific criterion, and the other side of the sea, the attraction of elsewhere. Calvino later revisited several times Cuba with his wife, the Argentine translator Esther Judith Singer, married in 1964. On that occasion he met Ernesto "Che" Guevara, whom, after his death in Bolivia, he devoted a few pages. Alongside Cuba, in front, in a dialogue which is complex and fertile, America. In early November of 1959, the thirty-six years old Italo Calvino leaves for America. He defines New York, "the most spectacular vision that is given to see on this earth." There, more than anywhere else, the trip not only speaks of the person but it is the person. During the two months he spends in New York, Calvino realizes the deep desire of his characters, and his: to observe the world without being seen, being invisible and yet tangible, not merely oniric . He looks America like his father would have observed and measured a complex and uneven terrain, full of contrasts, barren and fertile, full of wonder and desolation. From its "observations" will arise the essays collected in the book An optimist in America, published by Einaudi. In the spring of 1961, the book is ready, but Calvino stops it in the second draft. He realizes that the book is too far above the commonplace acquired in Italy through Hollywood movies: "Maybe - he says - we should teach Americans what is America." Calvino feels American, perfectly at home in a land of contrasts, in constant evolution. He is a happy man over there. His letters to Italian friends exude cheerfulness. To Elsa Morante he writes: "By New York I was absorbed as a carnivorous plant absorbs a fly." Imagination feeds itself and devouring regenerates a new, very lively objects. American cities, large, hard, but unstoppable in the swarm of life, are the model of invisible cities, each bearer of an idea, a model, a potential.

calvino5
France, another chapter. Calvino lived in Paris from 1967 to 1980. It is the city of his maturity, the place where he notes the physical presence, detectable through the five senses, of lightness: the keyword, and, more than ever, the magic. Paris is a story eternally facing backwards, to the history and grandeur of the past but with an ethereal foot suspended in the air, similar to that of a dancer of the Folies Bergères, into the future. Rationality is intoxicated by scents of champagne and humor explodes, sensual, in every possible sense.
It is useful to stop also, with a step back, in Turin, a significant stage of his youth. The Piedmontese capital reveals, in its streets and in the geometric precision of gestures, one of the contrasts at the basis of the writing and thought of Calvino: the city has a force and a linearity that "invites to logic, and through the logic" opens "the way to madness ". It is no accident, incidentally, that Turin is the Italian capital of the mystery and the occult.
Rome, however, apparently staid and domestic, actually somehow provokes in Calvino a prudent admiration. Especially because some of the literary writers of the capital, which he believes may have been living in Rome only in the hope of absorbing a greatness that was alien to them.
In Rome, the writer spent the last five years of his life, staying in Piazza Campo Marzio. Re-reading a few pages devoted to Palomar in Rome we perceive death omens that seem almost besiege the hero fleeing the crowd. In "L'invasione degli storni," there's a plot device of psychological effectiveness and genius: the eternal city viewed "with the eyes of a bird." The past centuries and the fleeting moment.
Calvin-Palomar avoids confronting the real city. Looks up, out of the usual perspectives, wondering if "the sky reminds us that the balance of nature is lost? Or because our sense of insecurity casts wherever threats of catastrophe?" Pasolini wrote: "the city that Calvino dreams of, in myriad forms, invariably arise from the clash between an ideal and a real city." From this perspective, therefore, Rome, the best known of the metropolis, one in which everything, past and present is within the reach of the eyes, feet and hands, actually is the last, and the first in hierarchical order, of the Invisible Cities encountered and evoked by Calvino. And if Calvino is seen as "cold writer", accused of being unable to show and feel the sense of the tragic and the sacred, it is precisely because his vision, absolutely secular, devoid of religion, prompts him to give up the luxury of illusions, those in which indulge those who exalt a glorious past or the distant future of redemption. In Calvino there is no illusion. The only possible joy is that of a reality made legendary by the present energy and fantasy that does not pretend to clothe itself in mystifying vestments.
In this brief overview of the human and literary steps of one of the most popular Italian authors read all over the world, I've tried to "glide on things from above without boulders" or ideological preconceptions. I have tried to offer a further key for reading his literary output. Attempt a bit crazy, given the vastness and variety of ideas and themes to be studied and considered. It was almost as seeking the paths of spider nests, just to borrow the title of his first novel. Foolish attempt, and hence ultimately compatible with the attitude of an author who has been able to find the true nature of the places and people, in the act of highlighting the unpredictable human folly, without preconceived barriers of before and after, whether and ever.

Calvino sought self-affirmation, without sacrificing consistency to what he believed and what he did not believe, without dogmas and constraints. His success is not a fault and can not be seen as a limit. Perhaps indeed it is further proof that, to talk about reality, there is no space greater than the fantasy. It is the testimony that each individual is a city of dreams and words, invisible until we accept the mystery of the union of smile and reflection. That game teaches us that every life has only itself and is part of a myth and a mystery. Calvino remembers, with his books, each rampant, halved, “cosmicomic”, incessantly traveling individual, that the game needs to be lived and told, day after day. Because life is a place that changes moment by moment, and we must live it in the act, think and imagine: "Arriving at each new city, the traveler finds a past that he did not know to have." So, back to the quote from which we started: "If on a winter's night a traveler, outside the town of Malbork [...] in a network of lines that intersect in the moonlight", asked again: "What story down there awaits end? ", the answer is always different, always new and individual, and it is in the story itself, seen and unseen; in a mysterious and linear, deep and eternal light.

																	Ivano Mugnaini

calvino2

MANGANESE – the tale of a rat

Condividi...Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterPrint this pageEmail this to someone
There are no omens. The fate doesn't send heralds. It is too wise or too cruel for that. (Oscar Wilde)
titanic3

It's time you know this: the pride of the Royal Navy, the Titanic, was sabotaged. Happily, desperately, inexorably sabotaged. The Egyptians built their pyramids, the geometric design to unite the human and the divine, using simple and poor workers, elegant synonymous of slaves. In the same way the civilized English at the beginning of the last century had the bright idea to build the most impressive of their ships in Belfast. Belfast, Northern Ireland. 
titanic5
In the course of two years two thousand Irish workers completed the floating wonder. Among spitting, sips of fourth category beer, curses, half in English and half in Gaelic, and, everywhere, including dust, mud and sludge, above, below, inside, a thought. A little lively thought, slippery and elusive as a mouse. A rat named Manganese. A simple, almost domestic rat. Manganese is a poor metal. A fragile material. Without merit, readily available at low cost. Used in modest amounts it would have allowed owners to save money on the overall balance of the work. It could partially replace the use of the much more expensive steel. All this, it is essential to reaffirm, in small quantities.
But Irish workers have never liked small quantities. When it's time for dark beer mugs, or to shout and sing, nor, especially, when the opportunity presents itself to be generous. They were very generous with their masters in London: they decided to make them save a lot of money. They run around their beloved little rat left and right, sprinkling the whole ship with drips of Manganese. In the cast, in the pillars, in the cracks, everywhere. The poor metal eventually spread and proliferated everywhere. 

titanic2
A few months later, many miles away, the Titanic sank in just two hours, with a gloomy croaking of thousands of porcelain plates of good china crushed and swallowed up by the waters. The ultimate symbol of finance and technology of the triumphant Modern Age had been defeated by a bit of ice, a thin blade dispersed in the immensity. An inverted pyramid, a mocking island upside down. Place and space impossible to conquer, virgin land of the harsh fate.
To say that the only true part of this kind of story is the final would serve little. It's evident. There has never been a rat named Manganese. Maybe. Or maybe yes. We should ask the glasses, the vases of spices, sugar and marmelade, hats, clothes and shoes that still rest on the ocean floor. They might have seen him go. Maybe he still reflected his dark shape on the silver and ivory statue of the blond captain who dreamed the solemn entrance into the port of arrival.

The rat exists. In the minds of those who have assembled with their hands and muscles the metal and the timber of the ship. There he was and still is, the good Manganese. He has substance and reality in the thoughts of those who imagine a ship in which there is only one huge deck from which everyone can see his own piece of America, dreaming of it, looking at it or turning it their back. A ship without cargo and with endless lifeboats.

titanic7
Maybe it's the same dream of the objects laid since many decades on the sand of the ocean depths. Wood, iron and glass that still defend their truth from the narrow suffocating seaweed. Different from the reality of the glossy Hollywood films. The truth, Manganese is well aware, is always a bit dirtier and a little deeper. Down there, in the mud.
 Ivano Mugnaini
(also published in “La dimora del tempo sospeso”

MANGANESE – il racconto di un ratto

Condividi...Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterPrint this pageEmail this to someone

Non esistono i presagi: il destino non manda araldi.

È troppo saggio o troppo crudele per farlo.
Oscar Wilde

Titanic

È ora che si sappia: l’orgoglio della Reale Marina Britannica, il Titanic, è stato sabotato. Allegramente, disperatamente, inesorabilmente sabotato. Così come gli Egizi facevano erigere le loro Piramidi, il geometrico progetto di apparentare l’umano al divino, alle maestranze indigenti, sinonimo elegante di schiavi, allo stesso modo i civilissimi inglesi all’inizio del secolo scorso hanno avuto la brillante idea di far costruire la più imponente delle loro navi a Belfast. Belfast, Irlanda del Nord. Nel giro di due anni duemilacinquecento operai irlandesi hanno completato la meraviglia galleggiante. Tra sputi, sorsate di birra di quarta categoria, bestemmie, imprecazioni metà in inglese e metà in gaelico, e, ovunque, tra polvere, fango e morchia, sopra, sotto, dentro, un pensiero. Un’ideuzza vispa, viscida e inafferrabile come un sorcio. Un sorcio dal nome semplice, quasi domestico, Manganese. Il manganese è un metallo povero. Un materiale inferiore, fragile e dotato di bassissima tenuta. Privo di pregio, facilmente reperibile e di scarso costo. Usato in quantità modica avrebbe consentito all’armatore di risparmiare sul bilancio complessivo dei lavori. Avrebbe potuto sostituire, in parte, l’utilizzo del ben più costoso acciaio. Tutto ciò, è fondamentale ribadirlo, in modica quantità.

Solo che agli operai irlandesi le modiche quantità non sono mai piaciute. Né quando di tratta di boccali di birra scura, né quando è il momento di urlare e cantare, né, soprattutto, quando si presenta l’occasione per essere generosi. Furono molto generosi con i loro padroni londinesi: decisero di farli risparmiare un bel po’. Fecero scorrazzare il loro amato sorcetto a destra e a manca, cosparsero l’intera nave di escrementi di Manganese. Nelle scanalature, nelle colate, nelle assi portanti, nelle fessure, dappertutto. Il metallo povero finì per diffondersi e proliferare in ogni luogo.

Accadde così che qualche mese dopo, a molte miglia di distanza, il Titanic affondò in due sole ore, con un gracchiare cupo di migliaia di piatti di porcellana di buona china frantumati e inghiottiti dalle acque. Il simbolo massimo della finanza e della tecnologia della trionfante Età Moderna era stato sconfitto da una punta di ghiaccio, una lama sottile dispersa nell’immensità. Una piramide rovesciata, un’isoletta beffarda a testa in giù. Luogo e spazio non colonizzabile, terra vergine e aspra della sorte.

titanic2

Dire che l’unica parte veritiera di questa specie di racconto è il finale servirebbe a poco. È scontato. Non c’è mai stato un sorcio di nome Manganese. Forse. O forse sì. Bisognerebbe chiedere ai bicchieri, ai vasi di spezie, zucchero e marmelade, ai cappelli, ai vestiti e alle scarpe che ancora oggi riposano sul fondo dell’Oceano. Loro forse lo hanno visto passare. Magari è ancora riflessa la sua sagoma scura sulla statuina d’argento e d’avorio del capitano biondo che sognava l’ingresso solenne nel porto d’arrivo.

C’è, il sorcio. C’è stato. Nella mente di chi ha assemblato con le mani e con i muscoli il metallo e il legname della nave. C’è stato e c’è ancora, il buon Manganese. Ha realtà e sostanza nei pensieri di chi immagina una nave in cui ci sia un solo immenso ponte di coperta da cui ciascuno possa vedere il proprio spicchio di America, sognarla, puntarvi lo sguardo o girarle le spalle. Una nave senza stiva e con infinite scialuppe di salvataggio.

titanic6

Forse è lo stesso sogno degli oggetti posati da molti decenni sulla sabbia degli abissi oceanici. Legno, ferro e vetro che ancora difendono dalla stretta soffocante delle alghe la loro verità. Diversa, distante dalla realtà patinata dei film hollywoodiani. La verità, Manganese lo sa bene, è sempre un po’ più sporca e un po’ più profonda. Laggiù, nel fango.

Ivano Mugnaini

(il racconto è stato pubblicato anche sul sito “La dimora del tempo sospeso”

SHINING – LUCCICANZA – full version

Condividi...Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterPrint this pageEmail this to someone

Ivano Mugnaini  

SHINING

- Osservazioni postume di Stanley Kubrick -

shining 2

Non posso non amarlo. Il vento è rabbia, gioco, guizzo improvviso. Un bambino che vola su un prato a braccia spiegate, urlando, fischiando, ridendo ad ogni piega della sua inafferrabile corsa. Non come me. Non come il mio mulinare di gambette isteriche su un ridicolo triciclo di plastica. Gesti meccanici, condizionati. Binari invisibili percorsi da scariche nervose. Ho trascorso la vita intera a cercare di liberare quel bambino. Dal mondo e da me stesso.

Ma rifluisce, giorno dopo giorno, l’ondata vermiglia che invade la stanza. Fiele stillato da bulbi pulsanti, gli occhi strabuzzati di un urlo che ti squarcia, acciaio che penetra lento. Ho nutrito per mesi il feto tremolante di quelle immagini. Ho lottato per farlo sgusciare fuori dagli occhi, per liberarmene, per stringerlo tra le mani, amandolo, nell’odio ineluttabile.

E gli altri a dire “è bello”, oppure “è orrendo, schifoso”, senza sapere cosa né come.

Ma a volte sono fuggito. L’ho raggiunto, a volte, il vento del tempo. Sono corso avanti e indietro, sempre sentendo il presente conficcato nelle carni. Ho esplorato la preistoria ed il futuro. La mia misera, aurea libertà.

Ho afferrato il profumo di primavere lontane, le carezze, il riflesso della luce nel verde dei prati. Ho scordato le grida di orrore, per qualche istante. Mi sono strappato di dosso il fango indurito della guerra.

Ho sempre preferito il tepore di due braccia sincere all’acciaio eroico dei moschetti e dei cannoni. Anche il tepore effimero di un incontro occasionale. La dolcezza senza futuro di una notte d’amore. La signora generosa incontrata per caso da Barry Lyndon. Colori pastosi ritrovati in un angolo di sole. L’azzurro intenso di un lago, l’ocra delle colline, il rosa delle mani e dei visi… l’oro della luce nei capelli sciolti, fluidi, felici. Felici, anche se la vita rimane inganno, strage, ipocrisia. Cruda ed astuta, come me, per difesa, per salvezza, per necessità. La rabbia che muoveva i miei passi è sempre stata per la vita e dentro la vita, mai contro di essa, mai lontana da essa.

L’orrore è tornato, ottuso, insistente. Parole come pugni ciechi nelle orecchie. Uno sguardo prosciugato di ogni stilla di umanità. Gli occhi spenti del ragazzo grasso che uccide il sergente aguzzino e si uccide. Quel ragazzo ero io. Ero io il sergente. O forse eri tu. Forse eri tu.

Mi hanno accusato di eccesso, di calcare i toni, di indulgere nella raffigurazione della violenza. E’ vero. E’ così. Ma era il mio modo di estirparla, di vomitarla fuori dalla mente e dallo stomaco, di mostrarla al mondo, nuda, fumante, tagliente come lama affilata in ciascuno dei sensi. Ho dovuto plasmare melma e sangue per diventare uno specchio, icona lacerata e fedele dell’uno e del tutto.

Se veramente l’avessi amata, la violenza, l’avrei cosparsa di vernici cromate, l’avrei incipriata e imbellettata, l’avrei resa ruffiana, bifronte, patinata, innocua in fondo. Ma ho voluto osservarla negli occhi, lasciare che la lama squarciasse le arterie e facesse defluire batteri putrescenti.

Ho coltivato la magia da baraccone che ho avuto in dono. La giostra della luce, il roteare dei colori, il rincorrersi dei suoni sul filo di un brivido sospeso nel vuoto. La scatola magica della macchina da presa ti consente di operare prodigi. Una lieve variazione di prospettiva trasforma una catapecchia in un palazzo, un nano in gigante, la gobba di uno sgorbio in un soffice colle e viceversa.

shining 4

Ma tutto ciò ha un prezzo, richiede una contropartita. Pretende dedizione, fedeltà, rispetto. Per dare forma e respiro al miracolo si deve cercare l’immagine nitida, sincera. La sola autentica. La sola possibile. Rincorrerla finché c’è fiato e catturarla così com’è, come deve essere. Vale sempre la pena fissare un’immagine sulla pellicola. Si, vale la pena, dopotutto. Se è bella l’avrai afferrata, l’avrai strappata al nulla. Se è brutta l’avrai bloccata, avvolta in un laccio senza fine.

Forse anch’io, come il bambino del mio film, ho avuto in sorte lo “shining”. La luccicanza, proprio come lui. La capacità di correre con la mente un passo avanti rispetto agli accadimenti. E anch’io, come lui, ne avrei fatto a meno se avessi potuto. Avrei staccato volentieri i contatti con la voce che mi sussurrava dentro. Essere sordo e cieco. Non sentire, non vedere.

Sono fuggito a volte, sì. Dalla mia faccia, dalle mie parole. Dall’immagine che si sono costruiti di me. Dai gesti che mi hanno cucito addosso, dal loro voler dare un senso ed uno scopo a tutto, alla barba lunga o ben rasata, alle lenti degli occhiali cerchiati di plastica nera o da una sobria montatura di metallo, ai vestiti classici o sportivi, eleganti o trasandati…

Mentre io avevo bisogno di inseguire un respiro che fosse mio, che non restasse incastrato nella gola come un corpo estraneo. Aria e fiato per i pensieri, per nutrirli, per schivarli, per esserne travolto, inghiottito. Un fluido salato che ti avvolge e ti trascina. Tepore che scorre nel corpo sotto forma di parole.

shining 1

Le parole dei poeti. O le parole dei filosofi che sanno parlare d’amore. Sanno farne barriera contro il gelo della ragione.

Sono fuggito per ritrovarmi. Per prendere qualcosa e dare qualcosa.

Non cambierà. L’acciaio di un fucile resterà conficcato nella bocca di un ragazzo fragile. Ma io – sì io – sostengo che non è necessario morire per poter vivere. Esiste ancora la bellezza, la danza degli occhi e delle mani su fianchi morbidi o nell’etere generoso di galassie inesplorate.

Non capiranno. Ma sono felice che il mio ultimo lavoro, l’estremo frammento di me che resterà, sia una sinfonia di immagini ispirate dal fascino del corpo. Il mistero arcano ed elementare del contatto tra un uomo e una donna. L’essenzialità sconvolgente dell’amore.

shining 3

I miei ultimi fotogrammi verranno censurati. Il seno nudo di una ragazza sarà coperto da una fascia nera come se si trattasse di qualcosa di sporco, di obbrobrioso. I telegiornali si glorieranno di aver celato alla vista con pudiche fasce oscuranti ciò che esprime affetto, dolcezza, gioia, l’essenza più pura e naturale del nostro essere. Se ne glorieranno, quelli stessi telegiornali che presentano con gelido distacco ammassi di cadaveri, membra mutilate, e il putrido trionfo delle mosche e delle iene.

E’ tempo di dormire, Stanley. Tempo di serrare le palpebre e di ripiegare nella quiete l’indice della mano con cui hai tentato di mostrare il bagliore di una sconfinata meraviglia. Il 2001 è vicino. E’ bene che non lo veda. E’ bene che non assista allo scoccare inesorabile della sua realtà. Meglio cullare la quiete senza tempo e senza spazio delle immagini scaturite dalla mia mente. Ciò che avevo. Ciò che ho ancora.

Tocca a loro scegliere il soggetto e le inquadrature, adesso. Io sono un lucente granello di polvere che danza in un cielo sconfinato sulle note di un valzer di Strauss.

Ivano Mugnaini

shining 5

(Il racconto è stato pubblicato anche su Poetarum Silva: http://poetarumsilva.com/2014/11/29/ivano-mugnaini-shining-osservazioni-postume-di-stanley-kubrick )

RED CATS

Condividi...Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterPrint this pageEmail this to someone
cat 2

We were awakened by a song screamed loud that night. So fluid and intoned, angelic, almost asexual, that for a moment we stood spellbound in bed, lulled by the melody, before getting up angry leaning out the windows. But that hesitation, block after block, was enough to that body and that voice to get away, disappearing around the corner every time, in another alley. So, the next morning, we found ourselves in the courtyards, stunned and furious. No one had seen the author of the serenade sung to the entire city. No one was able to say with certainty even if it was a male or a female singer.
	I went to work more dazed than usual that morning. Not to the point, however, to miss a curious detail, a challenge to logic and statistics: the cats I passed along the streets were all red. Soft, fat and with a reddish hair. All in good humor, also. They looked at me and laughed, literally, under their long mustaches, as if to say, "You don't understand anything, right?".
	I could not deny the fact. But I went on, quite, after all, saying that it was a coincidence, and that simply I had not been paying attention to the cats of other colors. And then the  smile of the red cats, or what seemed to me a smile, had also improved my mood, as far as possible.
	At the office that morning everybody was civil and courteous. Even the secretary Contelli called PH, acidity quotient. I judged even that a benign coincidence. At that moment, however, I heard it again. The music, the heavenly song. I thought of a radio. But in our company the radio had been banned from the foundation. Hypothesizing its presence was absurdly vain. No less absurd and inescapable, however, was the fact that I, in spite of everything, still heard it. I got up from the table with an apology and I started looking in closets and in rooms closed since immemorial time. I found nothing, but I confirmed to myself the intention to take at all costs the clandestine singer. Down the stairs I could almost grasp its shadow for a few times. But in the decisive moment he or she crept into the interstices of time and space, as if it wore off between one frame and the other of life.
	I felt the need to ask solidarity to someone.
	"This time I almost caught it" - I whispered to my neighbor's desk.
	"Did you get whom?, he replied yawning.
	I began to suspect that even the night music was not shared by anyone. That evening I stopped with an excuse my next-door neighbor. I dropped the subject as  by chance about the night sounds.
	"I never slept so well as in the last few nights. Someone should just try to make noise down here at night. I have a shotgun faster than the ghosts," he growled.
	I gave the blame to the stress, and I decided to take it more comfortable in the days ahead. But I still heard it. I just heard it, more ruthless and harmonious than ever.
	Today, Friday, May 31, I feel it's really time to talk to an expert. In our town, the options are few: there is only one psychologist, indeed, a female psychologist, Stefania Ermiani. I take an appointment, albeit reluctantly, and I go to visit her. I look at her for a long time while she scrutinizes me. She is beautiful, intelligent, with a warm and alive light in her eyes. I find the courage to tell her everything. She listens quietly, slowly rises, and, still smiling, touches my shoulders.
	"Doctor, I hear the music ... now!"
cats 3

	"This is real. And, it is the radio. Do not worry, everything's fine."
	I turn around and she is no more there. She's disappeared. 
	She returns a few minutes later on the opposite side, with a light shirt silk. She starts to sing. Fluid, intoned, angelic, almost asexual. But that almost disappears in the exact moment she casts away the veils from her white firm breast, revealing she is solid, feminine, real, without a doubt. Beauty dancing in the folds of time. Beautiful like the long red hair that melt, now, on the hot skin of her shoulders.
	She approaches me, vibrant, passionate, and confesses. This time it's her turn to confess to me: "You know, even I am  not mentally stable. To have you I became a sleepwalker.  A dream and a nightmare."
	Yes, she was my dream and my nightmare. But only a dream, in that moment, indeed, only reality.

cats9

	"It was just a joke in the beginning - she continued. I made ​a bet with myself. I bet I'd be able to move more rapid and furtive than love. Passing by it, an inch, a breath, then dodging it each time, leaving only impalpable air.
	I lost. I'm here, still, lazily won. I feel a bit like my Vincent".
	Saying these words she stretches her hand under the table to stroke a tabby, fluffy, fat cat with a tawny fur, moving just enough to let me see his face and his long whiskers twitching.
	Without wanting to say nothing more and nothing less, this time, than the arcane, deep, mysterious joy of his laughter.

cats6

																	Ivano Mugnaini

GATTI ROSSI

Condividi...Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterPrint this pageEmail this to someone

cat 1

Fummo svegliati tutti da un canto urlato, quella notte. Così fluido e intonato, angelico, quasi asessuato, che per qualche istante rimanemmo incantati nel letto, cullati dalla melodia, prima di alzarci di scatto inferociti per affacciarci alle finestre. Ma quell’attesa, caseggiato dopo caseggiato, era sufficiente a quel corpo e a quella voce per allontanarsi, sparendo ogni volta oltre l’angolo, in un altro vicolo. Così, al mattino dopo, ci ritrovammo nei cortili, sbalorditi e furibondi, senza che nessuno avesse visto l’autore della serenata notturna all’intera città. Nessuno era in grado di dire con certezza neppure se si trattava di un cantante o di una cantante.

Andai al lavoro più rintronato del solito, quella mattina. Non fino al punto però da non essere in grado di notare un particolare curioso, una sfida alla logica e alla statistica: i gatti che incrociavo lungo le strade erano tutti rossi. Soffici, grassi e dal pelo fulvo. Tutti di buon umore, inoltre. Mi guardavano e ridevano, letteralmente, sotto i lunghi baffi, come per dirmi “Non ci capisci niente, vero?”.

In effetti non potevo smentirli. Ma proseguii, tutto sommato tranquillo, dicendomi che si trattava di un caso, e che ai gatti di altri colori semplicemente non avevo prestato attenzione. E poi il fatto che sorridessero, o che a me così sembrasse, aveva migliorato anche il mio, di umore, per quanto possibile.

Al lavoro quella mattina erano tutti civili e cortesi. Perfino la segretaria Contelli, detta PH, Quoziente di Acidità. Giudicai anche quella una benevola coincidenza. In quel preciso istante però la udii di nuovo. La musica, il canto celestiale. Pensai ad una radio accesa. Ma nella nostra ditta le radio erano state bandite fin dalla fondazione. Ipotizzarne la presenza era assurdamente vano. Non meno assurdo e ineluttabile però era il fatto che io la musica, nonostante tutto, continuavo a sentirla. Mi alzai dal tavolo con una scusa e mi misi a cercare nei ripostigli e nelle stanze chiuse da tempo immemorabile. Non trovai nulla, ma confermai a me stesso l’intenzione di prenderlo a tutti i costi, il cantore clandestino. Giù per le scale riuscii quasi ad afferrare la sua ombra per una paio di volte. Ma nell’attimo decisivo si insinuava negli interstizi del tempo e dello spazio, come se svanisse tra un fotogramma e l’altro della vita.

Sentii il bisogno di solidarizzare con qualcuno.

“Stavolta l’ho quasi preso”, bisbigliai al mio vicino di scrivania.

“Hai preso chi?, replicò sbadigliando.

Iniziai a sospettare che anche l’ascolto della serenata notturna non fosse stato condiviso da nessuno. La sera fermai con una scusa il mio vicino di pianerottolo. Feci cadere il discorso come per caso sull’argomento dei rumori notturni.

“Mai dormito così bene come in queste ultime notti. Dovrebbe solo provarci qualcuno a fare chiasso qua sotto di notte. Ho un fucile da caccia più veloce dei fantasmi”, grugnì.

Diedi la colpa allo stress, e decisi di prendermela più comoda nei giorni a venire. Ma continuavo a percepirlo. Io soltanto lo vedevo e lo sentivo, armonico e spietato più che mai.

Oggi, venerdì 31 maggio, sento che è arrivato davvero il momento di parlare con un esperto. Nella nostra cittadina le opzioni sono poche: c’è un solo psicologo, anzi, una psicologa, Stefania Ermiani. Prendo un appuntamento, seppure a malincuore, e vado in visita da lei. La guardo a lungo mentre lei scruta me. E’ bella, colta, con una luce calda e viva negli occhi. Trovo il coraggio di rivelarle tutto. Mi ascolta in silenzio, si alza lentamente, e, senza smettere di sorridere, mi sfiora le spalle.

cats 4

“Dottoressa, io la musica la sento… adesso!”

“Questa è reale. E’ la filodiffusione. Non devi preoccuparti, va tutto bene”.

Mi giro e non c’è più. E’ sparita. Rientra qualche minuto dopo dal lato opposto, con una camicia leggera di seta. Si mette a cantare. Fluida, intonata, angelica, quasi asessuata. Ma quel quasi scompare nell’attimo esatto in cui libera dai veli un seno bianco e sodo, carne solida, femminea, senza ombra di dubbio. Bellezza che danza lieve tra le pieghe del tempo. Come i lunghi capelli rossi che scioglie, ora, sulla pelle calda delle spalle.

Mi si avvicina, vibrante, appassionata, e confessa. E’ lei, stavolta, che confessa a me: “Sai, neppure io sono tanto stabile mentalmente. Per averti sono diventata sonnambula. Sogno ed incubo”.

Sì, era lei il mio sogno ed il mio incubo. Solo sogno, adesso, anzi, solo realtà.

“Mi sono divertita all’inizio – prosegue. Ho fatto una scommessa con me stessa. Ho scommesso che sarei riuscita ad essere più rapida e furtiva dell’amore. Passandogli accanto, ad un palmo, un soffio, un respiro, per poi schivarlo ogni volta, lasciandogli solo aria impalpabile.

Ho perduto. Sono qui, ferma, immobile, pigramente vinta. Mi sento un po’ come il mio Vincent”.

Così dicendo allunga la mano sotto il tavolo per accarezzare un soriano, soffice, grasso, dal pelo fulvo, che si sposta quel tanto che basta per lasciarmi vedere la sua faccia e i lunghi baffi frementi.

Senza volermi dire niente di più e niente di meno, stavolta, della gioia arcana, profonda, misteriosa, della sua risata.

Ivano Mugnaini

cats8